Dome Bulfaro POESIE INEDITE da Impeccabili e Digiuni, con uno stralcio di una intervista

Gif rotante

gif: l’assenza che ruota

Dome Bulfaro (1971), poeta, performer, artista, docente, editore, è tra i più attivi nello sviluppo della poesia performativa e del filone della TeatroPoesia. Su invito degli Istituti Italiani di Cultura ha rappresentato la poesia italiana in Scozia (2009), Australia (2012) e Brasile (2014). Ha cofondato la LIPS, Lega italiana poetry slam e ha raccontato il movimento slam, internazionale e italiano, nel libro Guida liquida al poetry slam (2016). Dal 2006 è ideatore e direttore artistico della stagione poetica PoesiaPresente per il Teatro Binario 7 di Monza.  È stato tra i primi in Italia a sviluppare e diffondere la poetry therapy. Sue poesie sono state pubblicate in vari Paesi: dalla prima volta negli USA con la silloge (Ossa, silloge tradotta nel 2006 da Christopher Arigo) fino alla pubblicazione nel Regno Unito (3 Ictus, 2016), con poesie tradotte da Cristina Viti. Dal libro Marcia film (edito in italiano da Scalino, 2016) già tradotto in bulgaro (Scalino, 2017, traduzioni di Emilia Mirazchiyska, Evelina Miteva), è tratto l’omonimo spettacolo teatrale, regia di Enrico Roveris, il quale ha firmato i maggiori spettacoli dell’autore. Attualmente la poetessa sudafricana Tania Haberland sta traducendo in inglese Marcia film. La casa editrice bulgara Scalino ha curato in aprile un suo tour in Bulgaria dove ha presentato il libro e lo spettacolo Marcia film in tre città: Sofia, Stara Zagora e Veliko Tarnovo.
Website: www.domebulfaro.org ; www.poesiapresente.it ; www.millegru.org

Dome Bulfaro Dino-Ignani-Rimini-2016

Dome Bulfaro foto Dino Ignani

da Impeccabili
(poesie composte e da dire s’un piede)

Nonostante ti proteggessi il fianco

(Antefatto degli Impeccabili.
Fine agosto 2016, Italia. A fine giornata, un regista in carriera che sta girando “Marcia film”, il suo ultimo lungometraggio, ascolta il messaggio telefonico lasciatogli in segreteria da sua moglie: “Anche oggi, per tutto il giorno, non hai risposto alle mie chiamate. Arrivo sempre dopo i tuoi mille sogni e affari personali. Ho passato troppi anni ad aspettare che tu mi dedicassi più tempo dei soliti ritagli. Per l’ennesima volta mi hai promesso che questa situazione stagnante sarebbe cambiata e invece, ancora una volta, nulla è cambiato. Ti amo, ma così non posso più andare avanti. Ti lascio.”
Il regista alle prese con l’ultima scena, abbandona il set e corre dalla moglie per tentare di tenere in piedi il loro amore.

Nonostante ti proteggessi il fianco
Sono stato non più di una presenza
Che annuisce al bordello di grandine

Ti sono tornato ammaccato accanto
Coi ghiacci in pugno non ancora sciolti
I vetri di occhi da pretese rotti

Torno piegato con poco da offrirti
Se non le rose rosse al tuo pensiero
Sbocciatemi sulla spina dorsale

.
La terra trema e baciarti

La terra trema e baciarti
È l’unico appiglio certo

Nel guardarti
Si mettono in ordine gli armadi
E anche tu stai bene

Persino il campanile
Suona più perpendicolare

L’attentato ha fatto clamore
Specie nei paesi dei connazionali
Dove la notizia è esplosa con più livore

Ogni Stato si è avvolto
Nei propri esercizi di retorica
Per i più non sarà che un’oscillazione
Emotiva, da bere col caffè

La terra trema e baciarti
È l’unico appiglio certo

Un bambino asfalta la strada
di pane, apre una finestra in aria:
“I pomodori non sono rossi sono innamorati”

Aspettarsi una direzione
Non ti aiuterà a camminare sul crinale
Nemmeno questo bacio da vent’anni forte

Forse

Nella lingua non è mai stato così teso questo forse
Né così attaccate agli scogli le incertezze

– «Mi ami?»
– «Forse», rispondi

Come sono tenaci i baci
aggrappati a un lembo

Non vedersi più spacca il labbro

Non vedersi più spacca il labbro
Ogni fiore di ricordo squilla, squilla, squilla
Si è spento come una chiamata persa
Il davanzale

Non è più parlarsi
Il fulcro della casa
Ma il sedersi nel frigorifero vuoto
Anche quando mangio fuori

Cosa avresti fatto al mio posto ti domando,
Silenzio

Silenzio,
Non importa tu risponda in questo mondo
Scialbo,
Finché la notte abbraccio il tuo fantasma consistente
Finché ogni giorno ti vedo evidente vagarmi nei paraggi
Coricarti nella spaccatura del labbro

Rimarginare è il destino delle ferite
Non per noi, col cuore che sbatte
Imposte, di leggi imposte
Ce ne sbattiamo, amiamo le porte
Tormentate, amiamo sederci
Frontali alla tormenta,

Amiamo tutto ciò che stenta

La grazia della resa

Tutto il mondo grazie a te è una laguna distesa s’un piede
Ci siamo venduti altamente performativi sul lavoro a letto unici sempre irreprensibili
Rinnegando di essere una piccionaia
Altamente deperibile malata
Irrimediabilmente
Di vecchiaia

Non basta imitare le giraffe, allungare il collo
Dove i germogli di sole sono più intensi
Dove per salvarsi occorre un’acrobazia
Di proboscide,

(La paura di non essere all’altezza dei girasoli
La paura di non essere nel fiore
Forse le si può smontare come un lego
Imparando a leggere attentamente
Le distruzioni)

Non ti basta questo delirio da supereroe
Tutto quello che faccio per te – ti rinfaccio –
Non ti basta mai

Allarghi le ali avresti tutti gli artigli per farmi fuori
Soprattutto un arsenale d’odio
Colmo di ragioni
Inconfutabili

– La radio annuncia ulteriori scosse di terremoto nel Lazio
Dalla finestra intravedi nel cortile
Nostro figlio giocare –

Scendi dal ring, intorno alla gamba
Si forma una risaia, abbassi i guantoni
Incarni per quanto impacciata
La grazia della resa

Tutto il mondo grazie a te è una laguna distesa
S’un piede, la lotta in sospesa
Degli aironi

Dome Bulfaro MarcoZanirato_Lissone 2009

Dome Bulfaro

Da Digiuni

dal Digiuno dei primi 5 giorni

II.
 
 
e poi capita che scavi nelle macerie del cenone
un angolino di silenzio raso al suolo
 
e vedi innocenti appesi a forchette cin cin fuggire
tra coltelli chiacchiere masticazioni
 
e riparare sotto i piatti delle tavole imbandite
accovacciati come briciole
 
e ti sale il moralismo del chi ha troppo e chi niente
ti ripugna tutto questo seppellirsi di auguri
 
e spegneresti qualsiasi lucina di natale
se non incontrassi in chiunque sieda in terra
 
la tua stessa disperata fame d’amore.
 
e capita s’intavoli di nuovo un cenno una parola
senza giudicare ma con giudizio
si torni a cenare

dal Digiuno di ogni lunedì [1]
 
I.
 
armata di rabbia vai a caccia di un colpevole
e un colpo accidentale uccide uno dei corvi
addormentati tra i capelli scoppiati in uno stormo
 
hai riposto la bestemmia tra due cuscini
e come una mangiatrice di chiodi
hai detto: – non tornerò indietro
un’altra volta –.
 
e hai camminato sui profili delle catene
montuose, e con un balzo nel buio
ti sei appesa all’unghia
della luna, lasciando tutto in sospeso
con le lancette della gambe puntate su chi sei,
attratte dalla bellezza del baratro
scavato nella camera da letto
 
la guerra arriverà anche qui, dove ci sentiamo
sicuri, seduti sulle panchine
a lato della storia.
 
dicevi che il corvo fosse l’immagine del male onnipotente
e invece giace ai tuoi piedi, innocente
spargendo papaveri dal petto
 
– la caccia al colpevole non ci salverà –
hai detto e sei tornata un’altra volta sui tuoi passi
senza più timore di sconfessarti,
per ritrovarti
 
————————————–

[1] Subito dopo il digiuno dei 5 giorni ho compreso che corpo e mente avessero bisogno di una pratica costante di digiuno preparatoria ad un digiuno spirituale prolungato di più giorni pienamente consapevole. Così è maturata a partire dal primo lunedì del 2017 la pratica di digiunare concretamente e simbolicamente ogni lunedì, primo giorno della settimana.

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Stralcio da una intervista a Dome Bulfaro

Ivet: 1. Qual è l’obiettivo / lo scopo / di una performance?

Dome Bulfaro: Prima di rispondere a questa domanda sono necessarie una premessa stringata e un interrogativo. La premessa: così come nella famiglia dei Felini rientrano dai gatti fino ai leoni, allo stesso modo sotto la famiglia dei performer rientrano poeti molto lontani fra loro. L’interrogativo: Rumi, massimo poeta mistico persiano, fondatore della confraternita sufi, che canta e loda il divino tramite i dervisci rotanti oggi lo si classificherebbe come poeta performer?
Ora la risposta: non esiste un solo scopo ma una gamma di scopi che possono essere decisi più o meno dal poeta e dalla poesia. In generale lo scopo lo definisce il poeta finché egli non si piega totalmente al ruolo di servitore della poesia. Dal momento in cui il poeta si pone totalmente in ascolto della poesia, lo scopo lo detta la poesia. Lo scopo più basso è l’esibizione. Oltre ad essere lo scopo più grossolano è anche quello più antitetico alla poesia. Lo scopo più alto a cui un poeta può tendere con una performance è il raggiungimento di uno stato alterato di coscienza che permetta al poeta, di essere un medium tra questo mondo, quello della materia, e i mondi più sottili. “Il Performer” – afferma Grotowsky – “è uno stato dell’essere” che va guadagnato ad ogni performance. In particolare per me è uno “stato di Grazia” che provo a raggiungere, purtroppo non sempre riuscendoci. Dire poesia camminando e correndo sul posto o stando s’un piede, in bilico (non in equilibrio), sono due esempi di pratiche che ho sperimentato per connettermi con questi mondi più sottili, attraverso questo “stato di Grazia”. Uno dei punti più alti di queste pratiche ascetiche è stato toccato da Rumi, che ha lodato il divino roteando come un monaco mendicante (dervisci). In questo senso individuo in Rumi uno dei più grandi poeti performer esistiti in questo mondo. Una sua poesia così recita: “La brezza dell’alba ha segreti da dirti. / Non tornare a dormire. / Devi chiedere quello che davvero vuoi. / Non tornare a dormire. / C’e’ gente che va avanti e indietro / attraverso le porte dove i due mondi si toccano. / La porta e’ tonda e aperta. / Non tornare a dormire.” Ma le classificazioni sono figlie del tempo, l’importante e attraversare la porta, non tornare a dormire.

2. Si sente come un rivoluzionario/ un ribelle / rispetto al reading tradizionale, presentando le Sue poesie come un performance letterario-musicale?

Dome Bulfaro: Non sono un ribelle, né un rivoluzionario; sono semplicemente un archeologo che scava nella parola per ritrovare il suo archè, principio primo che nella poesia manifesta i suoi più alti significati e ruoli. Il Novecento ha appiattito il poeta ad un intellettuale. Ruolo e visione riduttivi. Ma la poesia europea e statunitense non esauriscono le possibilità espressive della poesia. Senza bisogno di ripescare nella storia dell’uomo gli aedi greci o i trobadori penso ai griot africani o agli sciamani che in più parti del mondo ancora oggi incarnano la parola poetica. E se Orfeo è il poeta sciamano greco indivisibile (anche sul piano iconico) dalla sua lira, io mi considero un poeta indivisibile dal mio strumento: il corpo, che percuoto come un tamburo e suono come un flauto per trasmutarlo in poesia. L’altro strumento che suono affinché diventi testo poetico è il contesto. Una scala in legno, il colore di una parete, i materiali di una pavimentazione, la volumetria di un luogo in cui agisco, tutto “dentro e fuori di me” può prendere parola e raccontare la sua verità per farsi poesia.
3. Ogni tema/genere di poesia va bene per una performance o no? Ogni poesia può diventare poesia performativa o no?
Tutto in potenza è poesia e quindi tutto può essere portato allo stato di performance poetica, tuttavia pochi sono in grado di riconoscere questo stato, ascoltarlo, vederlo, lasciare che con naturalezza si manifesti. I poeti performer, almeno in quanto ponti di comunicazione, sono rari, decisamente meno di quanto si creda.
Come ho detto però la gamma interpretativa del ruolo di poeta performer è assai ampia: uno dei ruoli che più amo incarnare è quello di giullare. Far ridere e al contempo far pensare è una delle tradizioni italiane più robuste: si pensi a tutta la Commedia dell’Arte fino al Premio Nobel della Letteratura Dario Fo, giullare contemporaneo per antonomasia. La letteratura italiana inizia con il Cantico delle Creature di San Francesco, canto che Roberto Rossellini nel suo film del 1950 definisce “Giullare di Dio”. Lo status di giullare, anche per la libertà di parola che lo connota, dovrebbe essere tra i più ambiti da un poeta contemporaneo.
Lo scultore Medardo Rosso afferma che “noi siamo scherzi di luce”: far sorridere e far ridere il cuore e l’intelletto dell’uomo, credo sia uno dei modi migliori per esperire questo stato luminescente a cui sempre dovremmo tendere.

4. Il suo libro Marcia film ha un sottotitolo “C’è qualcosa di marcio in questo film”: è un riferimento a Shakespeare?

Dome Bulfaro: Sì, il titolo in italiano non ha un sottotitolo perché la parola “marcia” indica sia la marcia dei personaggi che popolano il libro sia che quella gente in marcia è marcia. Questo doppio signficato di “marcia” in bulgaro non si può preservare con una sola parola. Da qui l’idea dell’editore Emilia Mirazchiyska di avere un sottotitolo che garantisse il secondo significato, riprendendo la nota frase di Shakespeare “Something is rotten in the state of Denmark”. Questa sua proposta di soluzione mi ha convinto da subito: “Marcia film” va inteso, al pari di com’è considerata oggi la Danimarca di Amleto, come un topos di tutto ciò che sa di situazioni losche, inganno, intrighi, tradimenti, omicidi, brama di potere. Emilia ha posto in risonanza, a quattrocento anni di distanza, due tipi di marcescenze affini tra loro. È un’idea molto buona sia sul piano concettuale, che poetico, che di marketing.

5. Che medicina ha /offre contro l’aggressione, la rabbia e la falsità del mondo di oggi?

Dome Bulfaro: Non ci sono molti antidoti: per ora Marcia film ne indica tre, uno per sezione. Il primo e il secondo antidoto sono riscontrabili nella giustizia divina che sopraggiunge post-mortem e riequilibria il maltolto. Campana suite e Zebra blues, ovvero le prime due sezioni di Marcia film, vedono i loro protagonisti perdere la battaglia della vita nel mondo mortale ma guadagnarsi un loro proprio paradiso eterno. Negli Impeccabili, terza e ultima parte del libro, viene indicato uno degli antidoti più potenti per decreare il male: “la grazia della resa”. Arrendersi alla poesia che vive in tutte le cose permette all’uomo di evolversi spiritualmente. Non c’è scoperta scientifica o tecnologica che tenga: senza evoluzione spirituale, l’uomo resta involuto. La “grazia” che arriva dall’arrendersi di fronte alla forza dell’amore, sia esso umano che divino, dona una bellezza radiosa. Una bellezza che nel mio immaginario ritrovo ad esempio condensata in un’immagine immortalata da Leonardo nella sua Annunciazione: la mano sinistra alzata della vergine Maria (elevata a nuova Venere), che col linguaggio incarnato in quel gesto aggraziato, accetta il proprio destino voluto da Dio.

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5 commenti

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5 risposte a “Dome Bulfaro POESIE INEDITE da Impeccabili e Digiuni, con uno stralcio di una intervista

  1. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/16/dome-bulfaro-poesie-inedite-da-impeccabili-e-digiuni-con-uno-stralcio-di-una-intervista/comment-page-1/#comment-21719
    “Ci interessa la forma del limone
    non il limone”. Così scrissero
    sul manifesto formalista quegli artisti
    ammutinati sui battelli del figurativismo
    e del narrativismo del mondo.
    Ma fu sera e mattina sulla Forma1.
    E Dome Bulfaro? Un reziario nell’arena.
    Con un altro reziario. Un pò più antico.
    Ma nella stessa arena: Adeodato Piazza Nicolai.
    Adeodato e Dome. Verso chi o verso cosa
    volgono tridenti e reti?
    Chi o cosa vogliono irretire
    senza corazza e privi di elmo?
    Il Vuoto. Vogliono imprigionare il Vuoto
    con un gesto estetico. Perché?
    Adeodato e Dome all’unisono: “Perché se sei nel vuoto,
    se davvero sei nel vuoto,
    devi agire prima che il vuoto ti risucchi…
    E’ un gesto che salva. E’ l’urto tra l’azione e il vuoto
    che genera per noi lo spazio e il tempo.
    Perché per noi vuoto e nulla non coincidono.
    Veniamo tutti del vuoto fluttuante…
    E la forma-poesia non è l’inizio
    ma il finale risultato dell’urto dell’atto sul Vuoto…”

    Gino Rago

    • caro Gino,
      tu tiri in ballo una problematica gigantesca, nientemeno che il «vuoto» quale matrice della poiesis! Mi sa che pochissimissimi potranno seguirti.
      Stamane ho messo un articolo sulla poesia di Beckett, lui sì che è forse il più grande poeta e scrittore del secondo Novecento che ha creato qualcosa di inimmaginabile. Ho fatto una lettura di Beckett dal punto di vista della «nuova ontologia estetica», dicendo cose molto semplici che aveva già detto, con un altro linguaggio, Adorno. Però, però adesso i tempi sono più che maturi per dare uno scossone alla poesia italiana, non credi? Adesso è ora di finirla con la poesia delle poetesse educate al romanticismo di ritorno come quelle pubblicate da Einaudi, adesso facciamo sul serio, dobbiamo raddrizzare la poesia italiana che è diventata una cosa da baraccopoli del teatrino delle vanità!

  2. LA POESIA PERFORMATIVA DI DOME BULFARO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/16/dome-bulfaro-poesie-inedite-da-impeccabili-e-digiuni-con-uno-stralcio-di-una-intervista/comment-page-1/#comment-21720
    Più volte mi sono chiesto dove vada la poesia dei giovani e dei più giovani. Ma poi mi sono chiesto: ma io come mi considero? Vecchio? Maturo? Meno giovane? Giovane? Giovanissimo? Vecchissimo? –

    Francamente, considero che nessuna di queste etichette possano valere per un poeta, un poeta è giovane se la sua poesia è buona, altrimenti è vecchio. Nel campo della poesia non c’è una distinzione tra poeti vecchi e poeti giovani: una poesia è giovane se è bella, altrimenti è una poesia invecchiata, vecchia, superata. Giustamente, su questi commenti, qualcuno ha ricordato le parole di Pund secondo il quale ogni poeta deve ricominciare da zero se vuole fare poesia di buon livello, deve fare tabula rasa, le vie di mezzo, la prudenza non pagano in poesia.

    Dome Bulfaro mi sembra un autore che risponda ai requisiti del «nuovo» e della «tabula rasa». Lui fa poesia performativa per rimarcare la sua distanza dalla poesia tradizionale e dai poeti tradizionali ai quali rimprovera di essere «intellettuali». Ecco, io non cosidero questo un male, anzi, credo che un poeta debba essere un intellettuale, non ho mai incontrato poeti di rango che non fossero intellettuali… ma questo spunto di Dome Bulfaro lo ritengo significativo perché è un indice del malessere dei più giovani verso una poesia, quella italiana maggioritaria, che loro accusano di essere «intellettuale», cioè vecchia, appartenente al proprietario anonimo che è la pagina scritta, ad una casta di letterati… Ed ecco spiegata la loro scelta di una «poesia» che sia collegata con lo spettacolo e la recitazione, come nei tempi antichi quando la poesia era legata agli avvenimenti della collettività: nascita, morte, matrimoni, feste, banchetti etc. La poesia dei più giovani vuole riconquistarsi uno spazio e un ruolo ridiventando quello che anticamente era: poesia adatta alla recitazione e agli eventi della collettività, in questo modo la poesia performativa di Dome Bulfaro vuole essere protagonista, vuole essere non solo letta con gli occhi ma ascoltata e vissuta all’unisono con un evento, vuole essere poesia per la collettività.

    Anche questo lo considero un fenomeno significativo della profonda, profondissima crisi della poesia italiana ed europea, che va all’unisono con la crisi di un mondo, quello dell’Europa e della sua millenaria tradizione filosofica e poetica…

    Accade che oggi la poesia di valore sia diventata «invisibile»… Incredibile, no? Con migliaia di uffici stampa, di istituzioni pubbliche e private, con migliaia di premi e di recensioni amicali e augurali, con migliaia di blog e di riviste telematiche… accade che la poesia è diventata «invisibile».
    Anche questo è un fenomeno tipico dei nostri tempi…

  3. gino rago

    «Ci interessa la forma del limone
    non il limone». Così scrissero
    sul manifesto formalista quegli artisti
    ammutinati sui battelli del figurativismo
    e del narrativismo del mondo.
    Ma fu sera e mattina sulla Forma1.

    E Dome Bulfaro? Un reziario nell’arena.
    Con un altro reziario. Un pò più antico.
    Ma nella stessa arena: Adeodato Piazza Nicolai.
    Adeodato e Dome. Verso chi o verso cosa
    volgono tridenti e reti?
    Chi o cosa vogliono irretire
    senza corazza e privi di elmo?
    Il Vuoto. Vogliono imprigionare il Vuoto
    con un gesto estetico. Perché?

    Adeodato e Dome all’unisono: «Perché se sei nel vuoto,
    se davvero sei nel vuoto,
    devi agire prima che il vuoto ti risucchi…
    E’ un gesto che salva. E’ l’urto tra l’azione e il vuoto
    che genera per noi lo spazio e il tempo.
    Perché il vuoto e il nulla per noi non coincidono.
    Veniamo tutti dal vuoto fluttuante…

    E la forma-poesia non è l’inizio
    ma il finale risultato dell’urto dell’atto del poeta sul Vuoto.
    Perché il vuoto si può costruire
    come si può insegnare al silenzio stesso a parlare.
    Ma occorrono parole come stringhe d’energie polidimensionali.
    In esse soltanto l’immagine si nega e si ricrea…»

    Adeodato e Dome. A Roma. Siedono a un tavolino di legno.
    In un bar di Via Gaspare Gozzi (la linea B della Metro sferraglia).
    A una parete gli occhi e le rughe di Samuel Beckett.
    Il barista si avvicina con due tazze nel fumo. Sorride ai due reziari.
    E’ José Saramago:«Vi ammiro. Conoscete la doppiezza delle parole.
    Una parola mente. Con la stessa parola si può dire la verità».

    Non siamo ciò che diciamo. Siamo il credito che le nostre parole ci danno.

    Gino Rago

  4. Ci sono metafore di gusto futurista, che non cadono nel bel mezzo di una tragedia ma dentro storie sentimentali pulite, innocenti (che fan pensare positivo a come deve essere il tuo animo, Dome), però mancano inevitabilmente di contrasto. Finanche di significato. Ma immagino che con la performance tutto si sistemi. Invece non mi sarei aspettato che te la cavassi tanto bene col sonetto – Dal digiuno ai primi 5 (sig) giorni II– però sembra che non ti apllichi tant’è che nella stessa raccolta ( ma non ho letto il libro) sei tornato al verso libero, forse perché lo ritieni più graffiante, più adatto a un poeta performer.
    Non capisco tutti quei giri di parole quando devi spiegare qualcosa delle tue poesie – troppe, sempre troppe parole nei poeti performer –, son due,tre quelle che andrebbero dette. Quindi neanche varrebbe la pena: si sa, si capisce; quel che interessa allora è la svista, la traccia che si lascia inavvertitamente. Ma qui ci sono poeti che sanno più di me come individuare le tracce.
    Io ne ho trovata una:
    “ Amiamo tutto ciò che stenta”

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