Giorgio Linguaglossa Appunti sul Nichilismo – con due poesie inedite: Il bacio è la tomba di Dio, di Giorgio Linguaglossa e Frammenti per Sally, di Lucio Mayoor Tosi

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Laboratorio 4 Nuovi

Laboratorio lilla

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa

Appunti sul Nichilismo

Nietzsche definiva il nichilismo il processo di «svalutazione dei valori finora supremi»,

i quali soli  conferiscono all’ente il suo «valore»; un «ospite inquietante». Heidegger diceva del nichilismo, che ormai è impossibile «metterlo alla porta», e invitava a «guardarlo bene in faccia». Nietzsche osava affermare di essere «il primo perfetto nichilista d’Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso – che lo ha dentro di sé, sotto di sé, fuori di sé».

Chi ha saputo raccogliere la sfida di Nietzsche è stato innanzitutto Heidegger. Dalla metà degli anni Trenta, nel lungo periodo in cui elaborò il suo imponente Nietzsche (1961), Heidegger individua nel nichilismo la traiettoria dell’Occidente, quello che domina la sua storia non già dai sussulti rivoluzionari ottocenteschi, ma fin dalle origini greche.

Il concetto di nichilismo assurge dignità di elemento portante nella filosofia in Nietzsche. Ne La gaia scienza, infatti, il filosofo tedesco annuncia la «morte di Dio» e la vacuità di ogni valore, auspicando l’autosoteria dell’Übermensch, dell’Oltreuomo, unico modello in grado di sottrarre l’uomo europeo dalla decadenza in cui l’ha precipitato la religione cristiana.

Heidegger individua la causa del nichilismo nella metafisica,

sostenendo che: «La metafisica in quanto metafisica è l’autentico nichilismo. L’essenza del nichilismo si dà storicamente nelle vesti della metafisica. La metafisica di Platone non è meno nichilistica di quella di Nietzsche. In quella l’essenza del nichilismo resta solo celata, in questa giunge interamente alla comparsa», dove per «metafisica» egli intende quella tradizione di pensiero che pone il problema dell’essere dell’essente, andando oltre (metà) l’essente stesso, in una irrealistica dimensione trascendente.

L’inizio del Novecento È caratterizzato dal fenomeno delle avanguardie che porteranno a compimento la rivoluzione delle arti plastiche, letterarie e figurative in un impeto di distruzione del vecchio mondo volto alla realizzazione di uno nuovo (proprio come sosteneva Turgenev nel romanzo Padri e figli!). Da questo punto di vista, le due guerre mondiali devono essere ricomprese nel quadro ideologico-psicologico  del compimento della potenza detonante del nichilismo e della progressiva perdita dei nicciani «valori» orientativi di «scopo», «unità» e «verità».

Laboratorio quattro

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Il fenomeno delle post-avanguardie letterarie

e artistiche del secondo Novecento rappresenta la stigmatizzazione del riposizionamento combattivo di gruppi artistici e soprattutto letterari che cercano  di ritagliarsi un posto e una funzione nell’ambito del dispiegamento universale della forma-merce e del mercato globale che non contempla più alcuna funzione di «valore» all’arte e alla letteratura nel sistema società. È la reazione della nuova letteratura di fronte ai cambiamenti epocali che la relegano al di fuori del sistema mercato e delle nuove istituzioni culturali. La metafisica ha prodotto il mercato globale, e il mercato globale è il compimento (Vollendung) della metafisica. È qui che si apre la nuova stagione del nichilismo come «stato psicologico» del mondo contemporaneo. Il nichilismo, dirà Heidegger, viene concepito come «stato psicologico», «ciò significa allora: il nichilismo riguarda la posizione dell’uomo in mezzo all’ente nel suo insieme, riguarda il modo in cui l’uomo si pone in relazione con l’ente in quanto tale, in cui configura e afferma questo rapporto e quindi se stesso; ciò non significa altro che il modo in cui l’uomo è storicamente.»1]

«Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore» , così recitava il nono punto del manifesto programmatico del Futurismo di F.T. Marinetti e soci, pubblicato il 20 Febbraio 1909 su Le Figaro. O più ‘nichilisticamente votate soltanto alla distruzione: questo È il caso di Dada, definito dagli stessi dadaisti come: «un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego».

Del resto come preannunziarono nel loro manifesto: «Dada non significa nulla. È solo un prodotto della bocca».

Laboratorio 5 poeti

Alcuni componenti della nuova ontologia estetica

Scrive Heidegger: «Forse l’essenza del nichilismo

consiste nel non prendere sul serio la domanda del Niente. In effetti la si lascia inesplicata, si rimane cocciutamente fermi allo schema interrogativo di un aut-aut da tempo abituale. Con l’approvazione generale si dice: o il Niente “è” “qualcosa” senz’altro nullo oppure deve essere un “ente”. Poiché però, evidentemente, il Niente non può mai essere un ente, non rimane che l’altra possibilità, cioè che il Niente sia l’assolutamente nullo.

[…]

E se il Niente, in verità, non fosse un ente, ma non fosse nemmeno mai ciò che è soltanto nullo? E se la domanda dell’essenza del Niente non fosse, sulla scorta di quell’aut-aut, nemmeno posta in termini sufficienti? E, ancor di più, se la mancanza (Ausbleiben) di questa domanda dispiegata che chiede dell’essenza del Niente fosse la ragione (Grund) del fatto che la metafisica occidentale deve cadere vittima del nichilismo? Il nichilismo sarebbe allora esperito e concepito in modo più originario ed essenziale, quella storia della metafisica che spinge a una posizione metafisica di fondo nella quale il Niente, nella sua essenza, non solo non può essere compreso, ma non vuole più nemmeno essere capito. Nichilismo significherebbe allora: il non pensare, per essenza, all’essenza del Niente. (…) Nietzsche riconosce, sì, il nichilismo come movimento soprattutto della storia occidentale, ma non è capace di pensare l’essenza del Niente perché non è in grado di cercarla domandando, egli deve diventare il nichilista classico che esprime la storia che sta accadendo ora. Nietzsche riconosce ed esperisce il nichilismo poiché pensa lui stesso in modo nichilistico. Il concetto nietzschiano del nichilismo è esso stesso un concetto nichilistico. Nietzsche non è capace, nonostante tutte le intuizioni, di riconoscere l’essenza occulta del nichilismo perché lo concepisce fin dall’inizio e soltanto in base al pensiero del valore come il processo della svalutazione dei valori supremi. Egli deve concepire il nichilismo in tal modo perché, mantenendosi nella traiettoria e nell’ambito della metafisica occidentale, pensa quest’ultima fino in fondo.»2]

«L’epoca che noi chiamiamo età moderna,

e nel cui compimento la storia occidentale sta ora cominciando a entrare, è determinata dal fatto che l’uomo diventa misura e centro dell’ente. L’uomo è ciò che sta a fondamento di ogni ente, cioè, nei termini dell’età moderna, ciò che sta a fondamento di ogni oggettivazione e rappresentabilità, il subjectum. Per quanto Nietzsche si rivolga di continuo contro Descartes, la cui filosofia è la fondazione della metafisica moderna, lo fa solo perché Descartes non ha ancora posto l’uomo in modo sufficientemente completo e deciso come subjectum.»2]

1] M. Heidegger Nietzsche, Adelphi, trad. a cura di Franco Volpi 1994 p. 588

2] Ivi  pp. 581, 582

3] Ivi p. 587

Evgenia Arbugaeva Weather_man_02-1

foto di Evgenia Arbugaeva, Weather man, Siberia

onto Lucio Mayoor TosiLucio Mayoor Tosi

Frammenti per Sally.

Oltre le finestre della casa non c’è nulla.
Solo bianco dipinto su se stesso.
Qualcuno lentamente scompare. Resto
in silenzio. Oltre il grigio vetro smeriglio
il lembo di una camicia a quadri. Molti
pensieri sparsi nell’aria come lucciole.
Cielo di tanti palazzi. Nello specchio
un uomo curvo con il cappello in testa.
Pare gobbo. Cammina a lunghi passi,
sempre guardando a terra. Il pollice
infilato nella cintura, con l’altra mano
tiene sottobraccio il bastone da passeggio.
Mi pervade una dolcezza senza fine.
Le stelle si stanno allineando, finché
musica le scompone. Una donna nuda
porta l’anfora piena di latte.*

*Sally è mia nipote. Oggi compie gli anni. Ho preso dei frammenti alla rinfusa, qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo, li ho confezionati ed ecco pronto un regalo per lei. Che senso ha? Dire che ne ha uno soltanto sarebbe sbagliato, dire che ne ha molti altrettanto. Qui il senso va da ogni parte perché non è svolgimento. Il puro frammento è come neve, polvere, atomi che interagiscono in una danza senza musica.

(Lucio Mayoor Tosi)

.
1. giorgio linguaglossa ha detto:
30 giugno 2017 alle 12:15 pm

Come e perché nasce una poesia nessuno lo sa, sono così tanti i fattori che intervengono e così complesse le loro interazioni, che nessuno mai riuscirà a spiegare la nascita di una poesia. Secondo me qui c’è la consapevolezza di quel «solido nulla» di cui scriveva Leopardi, e la tenerezza per la nipotina che compie gli anni e ancora nulla sa del «nulla» e delle complesse questioni ontiche che invece riguardano da vicino l’autore della poesia. Una poesia che è fatta di riflessi, di specchi che specchiano alcune immagini strappate al «nulla», alcuni dettagli insignificanti (?) C’è un «Solo bianco dipinto su se stesso», e poi c’è «Qualcuno» che «lentamente scompare». Il «cielo di tanti palazzi» sta lì, appeso ad un quadro inesistente, che comunque c’è, c’è e non c’è… Una magica malinconia ci accompagna leggendo questi versi che parlano di un uomo, col «pollice infilato alla cintura», che « pare gobbo», ma forse non lo è, è soltanto il nostro sguardo impreciso che ci dà dei dettagli deformati… il «nulla» è qui, tra di noi, ospite irriguardoso e incauto, lascia trapelare i suoi tentacoli fino a noi fatti di corpo, «solido nulla», direbbe Leopardi.
È una poesia leopardiana nel senso alto della parola, prosegue l’indagine leopardiana sul «nulla» come lo deve fare una vera poesia.

Onto Linguaglossa tristeGiorgio Linguaglossa

Il bacio è la tomba di Dio

La torre del faro nella pianura di neve.
«Il bacio è la tomba di Dio».
C’erano scritte queste insensate parole
sopra l’ingresso della torre…
Ma forse non era quella la torre ma un’altra
che si trova in Siberia, nei pressi del polo artico
dove sorge un’isba. Nell’isba c’è Evgenia Arbugaeva.
Sulla sedia a dondolo, osserva la distesa di neve.
Un pianoforte a coda nella neve suona Lux Aeterna di Ligeti.
C’è scritto: «Hic incipit tragoedia» e, nello spartito,
le parole di Ubaldo de Robertis sull’universo ad anelli.
[Nell’universo c’è un punto. Uno solo, così trascurabile…]
La musica incontraddittoria si solleva dalla neve eterna.
Diventa luce.
[…]
La gondola è vestita a lutto. Carica di morti. Affonda.
Nella picea onda del Canal Grande.
Ponte degli Scalzi.
L’appartamento di Anonymous sul Canal Regio.
Uno spartito aperto sul leggio: La lontananza nostalgica.
Il vento sfoglia le pagine dello spartito.
[…]
Tre finestre. Lesene bianche. Canal Regio.
Due leoni all’ingresso divaricano le mandibole.
[Se ti sporgi dalla finestra puoi quasi toccare
il filo dell’acqua verdastra. Laguna di vetro.]
Madame Hanska si spoglia lentamente nel boudoir.
Ufficiali austriaci giocano a whist
mentre il Signor K asserisce:
«il tavolo cammina e non cammina perché la contraddittorietà
non può violare il principio di non contraddizione.
Il PNC è auto contraddittorio, non potrebbe essere altrimenti;
mi creda, Herr Cogito, anche i suoi pensieri,
picchi di luce eterna, sono auto contraddittori, collidono,
a sua insaputa, con altri suoi pensieri antecedenti…».
[…]
Sulla parete a sinistra del soggiorno e in alto sul soffitto
è ritratta la Peste.
La Signora Morte impugna una pertica
che termina con una falce.
Ammassa i morti e taglia loro la testa.
E ride.
Ritto sulla prua il gondoliere afferra il remo.
E canta.
Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.
[…]
Wagner e Liszt giocano a dadi
in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
Tiziano beve un’ombra con la modella
dell’«Amor sacro e l’Amor profano».
[…]
Madame Hanska al Torcello riceve gli ospiti
nel salotto color fucsia.
I clienti della locanda del buio brindano alla felicità
con i calici di Murano.
[…]
Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
“Non c’è anima più viva”, pensai, ma scacciai subito
quel pensiero molesto.
Una sirena cantava dalla spiaggia dei morti:
«Non c’è più lutto tra i morti».
«Non c’è più lutto tra i morti».

(inedito, da La notte è la tomba di Dio)

 

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47 commenti

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47 risposte a “Giorgio Linguaglossa Appunti sul Nichilismo – con due poesie inedite: Il bacio è la tomba di Dio, di Giorgio Linguaglossa e Frammenti per Sally, di Lucio Mayoor Tosi

  1. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21387
    L’adamismo come risposta alla sciatteria e alla stagnazione etica ed estetica
    della letteratura italiana del nostro tempo nel neo acmeismo di Giorgio Linguaglossa e di Lucio Mayoor Tosi.
    Adamo (Libro di apertura della genesi) per primo dà un nome alle cose.
    E’ proprio questo atto primigenio di nominazione dell’esistente uno dei punti fermi della NOE. Definire nuovamente, con chiarezza, forza e linearità, tutto ciò che esiste, come se niente prima fosse stato davvero nominato. Accettare il mondo, e guardare al mondo, con gli stessi occhi di Adamo, primo poeta in tutta la storia dell’umanità.

    Gino Rago

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21388
      Freud riteneva l’Arte un prodotto dell’uomo derivante da un sottofondo psicotico, e infelice, al fine di esternare il grumo di questa ricerca nella espressione più avanzata del pensiero e delle emozioni.Mentre il filosofo va alle radici di teoresi cercando di avvicinarsi al mistero della cosmogenesi, il poeta invece, parte dal sottofondo del subconscio e dell’inconscio, con propri punti cardinali, per indirizzarsi verso un “viaggio” che lo porterà a individuare nel Mondo il senso del Nulla da una parte e della Bellezza dall’altra. Noi possiamo discutere sulla tecnica linguistica adoperata dai poeti e dagli scrittori,ma non si può ritenere la scrittura fuori da ogni sapere.Ragioni religiose e di pensiero ateo nella ricerca del senso dell vita, portano entrambe al risveglio del sonno in cui è caduto l’uomo. C’è una sacralità del pensiero che va rispettata in ogni caso, sia in senso positivo che negativo, senza che l’uno sovrasti l’altro. E’ un modo di rispettarsi a vicenda al di là del mero scientismo logico e della metafisica.La parola scritta diventa il vero trapano che buca la pagina, il libro, le teorie nella fisiologia, nella psicologia, nella scienza penale e via dicendo. La parola e il pensiero sono le forme più avanzate che escono fuori dall’ombra delle caverne.La nostra civiltà letteraria si è servita di molti linguaggi, tutti conformi allo spirito del proprio tempo. Ora, esaminando questi due testi di Lucio Mayoor Tosi e di Linguaglossa non si può non avvertire il passaggio da una estetica tradizionale ad una iperversificazione con l’uso di frammenti a cui fanno riferimento e vi si appoggiano ,come su delle pertiche, le trasfigurazioni lessicali, nella eterogeneità di materiali anche di natura citazionistica, con approdi estetici di diversa ambientazione.Tosi e Linguaglossa agiscono in questi termini, seppure in maniera del tutto personale,nell’intento di presentare, senza economia di parole, di fatti e di eventi, una struttura in cui il soggetto si trasferisce nella oggettività delle cose all’interno di uno schema, forse turbativo, ma essenziale nel ricambio linguistico e tematico.

      • Mariella Colonna

        Caro Gabriele, è molto giusto quello che tu dici:
        “Noi possiamo discutere sulla tecnica linguistica adoperata dai poeti e dagli scrittori,ma non si può ritenere la scrittura fuori da ogni sapere.Ragioni religiose e di pensiero ateo nella ricerca del senso dell vita, portano entrambe al risveglio del sonno in cui è caduto l’uomo. C’è una sacralità del pensiero che va rispettata in ogni caso, sia in senso positivo che negativo, senza che l’uno sovrasti l’altro.” Tu sottolinei il rapporto importantissimo che intercorre tra linguaggio poetico e cultura e parli di “sacralità del pensiero”. Penso che debba comunque esistere un grande rispetto del pensiero dell’altro, di chi ti sta vicino e di quelli che operano in settori diversi e lontani dai nostri, che se dicono cose non condivisibili, è anche necessario confutare! Per adesso è importante l’entusiasmo, sperimentare e andare avanti: non possiamo, credo che tu voglia anche dire, credere di esser già arrivati, anche se molti lavorano alla NOE e alla poesia nazionaale e internazionale da lunghissimi anni!
        Sono con te in quest’appassionante lavoro di radici e di rami fioriti verso l’azzurro. Mariella

    • Mariella Colonna

      Caro Gino,
      la tua idea del primo uomo è suggestiva, ma ci sono due “ma”: prima di tutto nel Paradiso terrestre descritto nella Genesi c’era una coppia umana: Adamo ed Eva. E non dico questo per pignoleria sacroscritturale, ma per immaginare il momento in cui (diacronicamente) le “cose” sono state nominate nella sua completezza. Sappiamo che il linguaggio e la mentalità femminile differiscono da quelli maschili, Chissà se la parola “fiore” l’ha inventata una donna? Naturalmente qualcosa di vero c’è nelle
      nostre fantasie poetiche, ma la mia era una battuta per ricordare che anche le donne ci sono…e hanno un’anima che sogna immagina e canta! Tu hai detto una cosa molto molto interessante: MI HA SEMPRE AFFASCINATO L’ORIGINE DELLE PAROLE e DARE PAROLE NUOVE ALLE COSE è altrettanto affascinante, ma dobbiamo specificare che il nostro “nomen rebus dare” è un gesto totalmente poetico e dettato dall’inconscio di ognuno di noi. Nomineremo le cose con nomi diversi, anche contrastanti e non possiamo pensare che gli altri evitino di dire ironicamente: “ma come siete stati bravi!”.Diranno (hanno già detto) e continueranno a dire: perciò dobbianmo essere preparati e spiegare organicanmente che cosa vuol essere la Nuova Poesia, che per ognuno di noi ha un significato diverso sia pure su una base comune.

  2. Francesca Dono

    che belle letture!!

  3. Donatella Costantina Giancaspero

    “Non cercare di sapere: il tuo destino è l’incertezza. Non cercare di potere: il tuo destino è la debolezza. Non cercare di godere: il tuo destino è la rinuncia”.
    Franz Liszt
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21390
    Storia di una gondola nichilista…

    “La gondola lugubre” (Die Trauer-Gondel), per pianoforte, è una delle opere più tardive di Franz Liszt (1811 – 1886).
    La sua genesi è ben documentata in varie lettere, dalle quali sappiamo che, verso la fine del 1882, Liszt era stato ospite di Richard Wagner a Venezia, nel Palazzo Vendramin sul Canal Grande (“Wagner e Liszt giocano a dadi / in un bar nel sotoportego del Canal Grande”, scrive Giorgio Linguaglossa).

    Può darsi che una premonizione sulla morte di Wagner avesse ispirato a Liszt questo brano, la cui prima versione (in 4/4) fu composta nel dicembre 1882, rimanendo inedita fino all’edizione di Rugginenti del 2002.
    Subito dopo, nel gennaio 1883, Liszt scrisse un’altra versione, pubblicata nel 1886 da Fritsch (Leipzig) col titolo “La lugubre gondola I”. Ne fece anche un arrangiamento per violino e pianoforte, a cui seguì, nel 1885, la versione per violoncello e pianoforte, entrambe pubblicate nel 1974 da Editio Musica Budapest.
    Quella che oggi conosciamo come La lugubre gondola II è, in realtà, la prima versione composta da Franz Liszt.

    In una mitica esecuzione del 1958 di Alfred Brendel, ne faccio omaggio a Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago, Mario Grabriele, Francesca Dono, qui presenti, e a tutti i poeti della NOE!

    • Mariella Colonna

      Grazie Donatella Costantina! le tue poetiche “divagazioni” musicali animano gli interventi che, lontani dalle poesie, possono diventare noiosi.
      Questa “Lugubre Gondola” è di un’intensità straordinaria…la morte è evocata , sfiorata quasi con delicatezza e nostalgia profetica…però personalmente non la trovo lugubre, ma piena di sognante “melancholia”,musica che scorre con note trasparenti e argentine, mantenendosi sempre su questo tono elegiaco…ogni tanto l’onda si solleva dolorosamente per poi ricadere nella nostalgia che, forse, è anche profezia.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21391
    Resto ammirato per il finale gioioso della poesia di Giorgio Linguaglossa:
    Una sirena cantava dalla spiaggia dei morti:
    «Non c’è più lutto tra i morti».
    «Non c’è più lutto tra i morti».
    e mi sembra che la musica di Liszt ben si adatti a entrambe le poesie – Grazie, Costantina – C’è molto blu, tutta la pagina ha questo colore. E passa una gondola a lutto.
    Non so considerare il nichilismo in rapporto alla teologia. Anche parlarne mi riesce difficile. Tutta la negatività che viene attribuita al nichilismo è dovuta a questo raffronto, all’ombra del pesante giudizio di chi non riesce a capacitarsi della morte di Dio. Uh, le parole! la parola morte, poi: la grande paura… Come non fossimo già “morti” al corpo, se non quando vi è azione, emozione… quel venticello che ci regala la Terra e che tanto piace:
    … Una donna nuda
    porta l’anfora piena di latte.

    • Mariella Colonna

      Caro Lucio, mi associo a tutti i giudizi positivi che hai ricevuto e ti riporto una parte del commento che ho lasciato sul tuo blog (molto raffinato), a proposito dei primi tre versi di Sally

      “Oltre le finestre della casa non c’è nulla.
      Solo bianco dipinto su se stesso.
      Qualcuno lentamente scompare.”

      Questo “bianco dipinto su se stesso” è indescrivibile con altre parole: è e scompare “in uno”, cioè contemporaneamente…infatti “qualcuno lentamente scompare”: chi scompare? il colore, perché bianco su bianco scompare. Ma c’è anche l’ospite misterioso, il Signor Nemo…anche lui, abitante del “Nulla”, scompare insieme all’invisibile colore che lo ospita.
      Qui sei riuscito a fare davvero quella Nuova poesia dei Frammenti di cui tanto si parla. Le parole non descrivono, SONO le cose!
      Davvero complimenti…ma resta come sei, mi raccomando, non ti compiacere dei risultati ottenuti (meritatissimi), continua, vai avanti, non ti accontentare mai!
      Mariella

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21405
    “Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano”:questa immagine, stranamente,è già nel mio immaginario.Credo di essere stata dietro quella vetrata,credo di avere osservate a lungo quelle acque nere,lucide,capaci di sussurrare tante storie.Credo perfino di ricordarne qualcuna.

  6. Una poesia potrebbe contenere sia il mio verso che quello di Lucio Mayoor Tosi. Siamo, misteriosamente, sulla medesima lunghezza d’onda della nuova ontologia estetica.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21406
    Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano
    … Una donna nuda
    porta l’anfora piena di latte.

    Faccio mio il motto di Franz Liszt:
    “Non cercare di sapere: il tuo destino è l’incertezza. Non cercare di potere: il tuo destino è la debolezza. Non cercare di godere: il tuo destino è la rinuncia”.
    Franz Liszt

    • Poca poesia, ne basta poca ma ci deve essere; qualcosa che sfugge, che non sai come l’hai preso… o se ti ha preso. Comunque preso!
      “Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano” l’avevo notato anch’io, giustissimo che Anna Ventura l’abbia evidenziato. C’è sintonia.

    • Mariella Colonna

      Caro Giorgio: anche io sono in sintonia con voi! E mi piace la tua poesia ormai sempre più liberata dal nichilismo fondato sull’ego, il pensiero che dalle cose improvvisamente si libera , si espande, il linguaggio si rinnova così, nella piena libertà e l’inconscio può anche, come osservato con Lucio, arrivare alla narrazione di storie versimili che appaiono vere proprio perché, RIPETO, generate direttamente da quello che abbiamo di più personale e, paradossalmente, più legato agli altri: L’INCONSCIO.
      BELLISSIMI I TRE VERSI. ORMAI FAMOSI dei due poeti. Potrebbero essere completati da altri tre versi di Giorgio Linguaglossa. Proviamo:

      “Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano
      … Una donna nuda
      porta l’anfora piena di latte.
      Ritto sulla prua il gondoliere afferra il remo.
      E canta.
      Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.”

  7. mariella Bettarini

    Grazie sempre, e molti complimenti e auguri, con un caro saluto da

    Mariella Bettarini

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21411
    Questo mix di versi di due autori diversi e distinti sono la riprova di quanto andiamo dicendo e facendo nel pensiero di una ontologia che si è liberata del falso e illusorio «io» inteso come principio organizzatorio individuale e distinto di ogni singolarità. Invece è vero il contrario, la poesia non ha nulla a che fare con l’io, semmai è vero il contrario, la poesia giunge solo quando ci liberiamo dai ceppi ristretti dell’io ed accediamo ad un’altra dimensione, una dimensione che trascende l’io e il tu, le singole singolarità… quelle singolarità dell’io che ostacolano la ricerca dell’ente. L’ente insomma non si dà a chi è rinchiuso nel bozzolo del proprio io e di lì emette i propri ridicoli verdetti…

    In conformità a quanto andiamo dicendo, una poesia può benissimo essere il «risultato» di due personalità distinte e diverse che pensano poeticamente una medesima «cosa»…

  9. Se accettiamo l’idea che una poesia è un enigma, allora dobbiamo accettare l’idea che:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21414
    «L’enigma non può essere sciolto con un atto di padronanza categoriale
    ma può solo essere percorso».
    (Pier Aldo Rovatti)

    Conclusione:
    Se una poesia non è enigma, allora non è poesia.

    • Mariella Colonna

      Questa sì è una frase storica! Caro Giorgio, sei riuscito a condensare in poche parole una verità incontestabile!!! C’è sempre qualcosa che non può e non deve essere spiegato in una poesia…

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21422
    Caro Giorgio, vorrei chiarire un punto rimasto all'”ombra delle parole”, peraltro illuminanti, che ci hai donato, dalle quali sembra trasparire l’idea che concepire la verità in modo prospettico, metamorfico, analogico, porti inevitabilmente ad un nichilismo sentito come attributo qualificante del pensiero post-metafisico. Ma non è necessariamente così neanche per Nietzsche, che fino all’ultimo sembra lacerato dall’ansia demistificatrice illuministica, contrapposta ad un pathos messianico criptocristiano, che lo spinge alla ricerca di un fondamento che non travolga nello stesso baratro il mondo “apparente” (sensibile) con quello “vero” (metafisico). Quando capisce che ciò non è evitabile, sprofonda nella follia. Il suo errore è di credere che il fondamento possa scaturire dall’interno, che l’ubermensch trovi in se stesso verità e salvezza ( come Munchausen).
    Ma, come ha rilevato Heidegger, cos’è la volontà di potenza se non un altro, stravolto principio metafisico, una forma aberrante del Dio Cristiano, o del “desiderio” (ma per l’Altro!) che Spinoza pone a fondamento dell’esistenza. Nietzsche è un uomo senza amore, senza eros (ahi! Andreas Lou Salome’) e senza agape, la sua cosmologia senza entelechia non poteva che sfociare in quella terrificante prigione metafisica che è l’idea dell’eterno ritorno dell’uguale.
    Quanto sincero e disperato fosse il suo misticismo senza cielo, il suo desiderio senza oggetto, è visibile nel pathos tagliente che pervade il penultimo frammento dello Zaratustra, fra i migliori, musicato da Mahler e incluso nella sua 3 sinfonia, e poi utilizzato come commento in uno dei momenti salienti della ” Morte a Venezia ” di Visconti:

    O uomo! Ascolta!
    Che dice la mezzanotte fonda?
    “Dormivo, dormivo,
    Da un sonno profondo mi sono risvegliata:
    Il mondo è profondo.
    Più profondo di quel che il giorno credeva.
    Profondo è il suo male,
    Il piacere – più profondo del dolore:
    Il male dice: Perisci!
    Ma ogni piacere vuole eternità –
    Vuole profonda, profonda eternità! ”

    Ma “non c’è salvezza al di fuori dell’amore” (Breton), unico rifugio all’ipertrofia dell’io e alla sua delirante ansia di dominio, che lo acceca di fronte al vero essere:

    “Non appena l’uomo, nella sua vista dell’essere, si lascia vincolare da quest’ultimo, viene rapito e trasportato al di là di se stesso, sicché egli si estende tra sé e l’essere, ed è fuori di sé. Questo essere elevato al di là di sé, via da se, ed essere attratto dall’essere stesso, è l’eros.
    Solo così l’uomo è in grado di superare la dimenticanza dell’essere.”
    (Heidegger)

  11. L’opera di Magritte “Ceci n’est pas une pipe” equivale a un risveglio: all’epoca sua corrente il titolo esatto avrebbe dovuto essere semplicemente “Pipe”. Invece è un quadro! E’ semplice, ma paradossale se questa verità vien detta da un artista ritenuto surrealista. Dunque Magritte non voleva stupire come fecero altri di quel gruppo, ma generare risveglio; operazione resa complessa per il fatto che si vorrebbe creare risveglio nella cementificazione del risaputo e del riconoscibile. Ma il suo quadro “Pipe” è un’operetta concettuale, cioè annunciava, come fece Duchamp, l’epoca in arrivo del concettuale.
    Sull’altro fronte, lo sconvolgimento della metafora operato da Tranströmer fa sì che le cose appaiano come sono, ma al di fuori del mentale. “”Il geroglifico del verso di un cane / è dipinto nell’aria sopra il giardino” è un fatto: egli pone nell’immagine anche il sonoro. E’, come si è detto spesso qui, un’immagine tridimensionale, quadridimensionale se posta nella giusta maniera all’interno del componimento. Tranströmer anticipa la fuoriuscita della poesia dal nucleo letterario, cerca l’uscita per gli inferi, ovvero verso il multimediale. O almeno ne crea le condizioni.
    Nei versi “Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano” e “Una donna nuda / porta l’anfora piena di latte”, viene mostrata un’immagine indiscutibile, riscontrabile ed evidente. Non si lascia spazio all’immaginazione, tutto viene mostrato, o meglio, scritto. Versi come questi non possono essere utilizzati nella cinematografia, come spererei io, alla maniera si “Le Déjeuner sur l’herbe” dove si vede, anziché un controfagotto in azione nell’orchestra, un gruppo di amici che fan colazione appunto sull’erba; A ““Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano” serve qualcuno che mischi col cucchiaino lo zucchero nel caffè, in piedi, perché è nella natura dei pensieri l’arrivare sempre fuori posto. Mentre “Una donna nuda / porta l’anfora piena di latte” è chiaramente un’apparizione della femminilità, sospesa tra due grattaceli a NY.

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21426
    Di frequente, ripensando alla poesia di alcuni poeti della «nuova ontologia estetica», resto perplesso e sorpreso della grande quantità di spunti di pensiero che sorgono in me. Un aspetto peculiare di questi poeti è lo «spaesamento del linguaggio», il quale a sua volta si fonda sullo «spaesamento del soggetto». Il soggetto, anzi, la soggettità abita la paradossalità della sua nuova costituzione ontologica «debole». Paradossalmente, è da questa debolezza della soggettità portata alle estreme conseguenze che sorge la poesia dei poeti della NOE, sorge, dicevo, questo zampillare di metafore e di metonimie… La coscienza di questa paradossailità della soggettità è espressione di una connotazione tragica, ma, vi prego, togliamo a questa parola ogni connotazione «forte», assumiamola nella sua connotazione «debole», come quella Stimmung che accompagna la soggettità nel suo cammino paradossale.

    La questione fondamentale a mio avviso è la seguente: il soggetto che cosa vuole o dis-vuole? Vuole abitare questa «paradossalità ontologica»? Riesce ad «vivere» questa situazione spaesante e tragicamente «debole» di «naufragio debole»? Riesce a vivere la paradossalità ontologica facendo esperienza della propria condizione di «naufragio debole»?, c’è nulla di più stoico di questo atteggiamento?, riesce a costruire un rapporto di convivenza con la coscienza della propria paradossalità? Vivere la paradossalità della propria soggettità debole implica un atteggiamento stoico di accettazione attiva, vivere l’enigmaticità della propria soggettità. Abitare la propria paradossalità ontologica, significa vivere lo spaesamento come una occasione irripetibile, movimento eterodiretto, è un fare, è una condizione difficile e rischiosa, periclitante che mette in discussione il progetto di dominio dell’io sul mondo.

    Ecco il progetto della NOE: abitare la paradossalità della propria costituzione ontologica e la distanza del rapporto tra soggetto con se medesimo, soggetto e l’Altro attraverso una disposizione silenziosa di accettazione attiva del mondo.

    L’esperienza della parola poetica non è affatto diversa dalla esperienza della parola filosofica astratta e concettuale, entrambe vivono uno spaesamento, un deragliamento speculare a quello che vive il soggetto di fronte a se stesso e al mondo quando scopre l’impotenza della propria presunta normatività. Uno spaesamento che, tuttavia, non chiude ma apre ad modificazione radicale del rapporto del soggetto con se stesso e il mondo e una modificazione del linguaggio poetico. Kierkegaard e Heidegger avevano già anticipato qualcosa di decisivo in merito al carattere propulsivo dell’angoscia come Stimmung in grado di produrre una metanoia della soggettità. Lo spaesamento diventa allora occasione propulsiva e positiva di investimento di senso, apertura alla molteplicità del mondo.

    • Mariella Colonna

      Cito Giorgio Linguaglossa: “Ecco il progetto della NOE: abitare la paradossalità della propria costituzione ontologica e la distanza del rapporto tra soggetto con se medesimo, soggetto e l’Altro attraverso una disposizione silenziosa di accettazione attiva del mondo.”
      Non posso che condividere in pieno: lo “spaesamento” è rendersi conto dell’aleatorietà, dell’assurdità del “principio di non contraddizione”… faccio un esempio: non è vero che l’odio è il contrario dell’amore, si può odiare ed amare in uno, come dice Catullo: “Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris. / Nescio, sed fieri sentio. Et excrucior.”
      Questi versi sono una sintesi creativa e icastica dello “spaesamento” che si crea in chi si rende conto che esiste in lui (e negli altri) una contraddizione, inspiegabile mediante i principi della logica aristotelica, ma realmente esistente: “sed fieri sentio. Et excrucior.” Questo spaesamento provoca sofferenza: ma è una sofferenza creativa. Giorgio… tu dici poi:
      “Uno spaesamento che, tuttavia, non chiude ma apre ad modificazione radicale del rapporto del soggetto con se stesso e il mondo e una modificazione del linguaggio poetico. Kierkegaard e Heidegger avevano già anticipato qualcosa di decisivo in merito al carattere propulsivo dell’angoscia come Stimmung in grado di produrre una metanoia della soggettità. Lo spaesamento diventa allora occasione propulsiva e positiva di investimento di senso, apertura alla molteplicità del mondo.”
      Spero che tu ti sia reso conto di aver superato il nichilismo…il pensiero di
      Nietzsche, i suo superomismo con l’uomo al centro finisce per farlo ricadere nel nichilismo (tragico): è il serpente che si morde la coda.
      Invece nel pensiero della destra hegheliana, in Kierkegaard ed Heidegger il concetto di “angoscia”, come tu affermi, apre all’uomo il superamento della soggettività, in cui affonda le radici il nichismo. Ma per arrivare a quese considerazioni è necessario vivere la disintegrazione totale dell'”io”, il tenebroso viaggio nel nulla. Dal buio si riemerge alla luce e se ne comprende il valore espansivo, sepre aperto all’innovazione..
      Se queste sono le basi della NOE non si può non aderirvi, pur scegliendo linguaggi, stili e cammini diversi.

      • carissima Mariella,

        ciascuno di noi deve vivere il nichilismo della nostra epoca come vuole e come può, questo è davvero inderogabile, lungi da me il sospetto ch’io voglia inculcare a chicchessia la nuova religione del nichilismo… non sono certo un fondamentalista. Ciascun individuo deve vivere profondamente in se stesso e con gli altri, di questo ne sono convinto. E un poeta in tanto è poeta in quanto vive intensamente questa sua condizione «ontologica», credo, tanto per restare in tema di «ontologia»…

        Un poeta, se è poeta, in qualche misura non può non avvertire lo «spaesamento della soggettità», ho scritto. E credo che qui ci troviamo tutti d’accordo. Ma quand’anche ci fosse qualcuno che non fosse d’accordo, va bene egualmente…

        • Mariella Colonna

          Caro Giorgio Magister,
          sono pienamente d’accordo con quello che tu dici: e non ho mai pensato che tu voglia “inculcare in chicchessia la nuova religione del nichilismo”, ma che tu lo abbia vissuto profondamente come dissoluzione dell’io che connota il notro tempo. Era necessario viverlo fino in fondo per superarlo: d’altra parte superarlo è inevitabile perché non esiste pensiero o teoria filosofica assoluta, la verità si conquista passo per passo, generazione per generazione: e mai completamente e una volta per tutte.
          Cito me stessa:
          “…nel pensiero della destra hegheliana, in Kierkegaard ed Heidegger il concetto di “angoscia”, come tu affermi, apre all’uomo il superamento della soggettività, in cui affonda le radici il nichilismo. Ma per arrivare a quese considerazioni è necessario vivere la disintegrazione totale dell’”io”, il tenebroso viaggio nel nulla. Dal buio si riemerge alla luce e se ne comprende il valore espansivo, sempre aperto all’innovazione..” Forse non mi sono spiegata bene: anche secondo me bisogna vivere fino in fondo l’annientamento dell’ “io”, quello che tu chiami “lo spaesamento della soggettività” e, quando lo si è vissuto fino in fondo, (ANCHE IO L’HO VISSUTO FINO IN FONDO E DRAMMATICAMENTE) si è già su un’altra sponda: non c’è altro nichilismo oltre il nichilismo, c’è qualcosa di sconosciuto da scoprire, che stiamo scoprendo con la NOE…e con le nostre esperienze individuali più o meno dolorose… ma non soltanto dolorose.

        • Mariella Colonna

          Caro Giorgio Magister,

          sono pienamente d’accordo con quello che tu dici: e non ho mai pensato che tu voglia “inculcare in chicchessia la nuova religione del nichilismo”, ma che tu lo abbia vissuto profondamente come dissoluzione dell’io che connota il notro tempo. Era necessario viverlo fino in fondo per superarlo: d’altra parte superarlo è inevitabile perché non esiste pensiero o teoria filosofica assoluta, la verità si conquista passo per passo, generazione per generazione: e mai completamente e una volta per tutte.
          Cito me stessa:
          “…nel pensiero della destra hegheliana, in Kierkegaard ed Heidegger il concetto di “angoscia”, come tu affermi, apre all’uomo il superamento della soggettività, in cui affonda le radici il nichilismo. Ma per arrivare a quese considerazioni è necessario vivere la disintegrazione totale dell’”io”, il tenebroso viaggio nel nulla. Dal buio si riemerge alla luce e se ne comprende il valore espansivo, sempre aperto all’innovazione..” Forse non mi sono spiegata bene: anche secondo me bisogna vivere fino in fondo l’annientamento dell’ “io”, quello che tu chiami “lo spaesamento della soggettività” e, quando lo si è vissuto fino in fondo, (ANCHE IO L’HO VISSUTO FINO IN FONDO E DRAMMATICAMENTE) si è già su un’altra sponda: non c’è altro nichilismo oltre il nichilismo, c’è qualcosa di sconosciuto da scoprire, che stiamo scoprendo con la NOE…e con le nostre esperienze individuali più o meno dolorose… ma non soltanto dolorose.

  13. antonio sagredo

    sulla VENEZIA di Pasternàk:
    ————————————————
    Venezia
    ….

    Io qui ridestato innanzi giorno
    da un colpo del vetro della finestra.
    Come ciambella di pietra, intrisa
    Venezia nuotava nell’acqua.

    Tutto era silenzioso, e, tuttavia,
    nel sonno aveva udito un grido, ed esso
    come parvenza di un cessato indizio
    continuava a turbare l’orizzonte.

    Esso come tridente di scorpione era sospeso
    sullo specchio dei mandolini spenti
    e chissà, forse da una donna offesa,
    era stato emesso in lontananza.

    Adesso si era spento e come nera forchetta
    spuntava sino al manico della nebbia.
    Il Canal Grande con sogghigno torvo
    si voltava, come un fuggitivo.

    In lontananza oltre l’arenile delle barche
    nei frantumi del sonno nasceva la realtà.
    Venezia come una veneziana
    si gettava dalle sponde a nuoto.

    1914-1928
    (trad. A. M. R.)
    ——————————————————–
    (commento di A. M. Ripellino – 1972-73)

    [ È una poesia del libro Il gemello nelle nuvole, e Pasternàk ritorna più volte sul tema di Venezia, che è uno dei temi centrali della sua vita (non solo Pasternàk, ma altri poeti russi, da Blok a Mandel’štam)
    È interessante commentare questa poesia con ciò che egli dice nel Salvacondotto :
    La sera prima di partire (da Venezia) io mi svegliai in albergo per un arpeggio di chitarra (che qui diventa mandolino), che si era strappato nel momento del mio risveglio. Io mi affrettai alla finestra, sotto la quale guazzava l’acqua, e incominciai a guardare in lontananza del cielo notturno, con molta attenzione, come se vi potesse essere nel cielo la traccia di un suono appena appena spento.

    Questa è una illustrazione di quello che ha scritto nella poesia. Più tardi, nello Schizzo autobiografico dirà:
    La città sull’acqua mi stava dinanzi e i cerchi e gli otto dei suoi riflessi navigavano e si moltiplicavano gonfiandosi, come biscotti nel tè (solita immagine casalinga da dispensa di cucina).
    E ancora dice nella pagina autobiografica Il salvacondotto, parlando dell’arrivo a Venezia:
    Quando io uscii dall’edificio della stazione con la sua tettoia provinciale in stile di asta e dogana, qualche cosa di scorrevole, sommessamente, mi scivolò sotto i piedi. Qualcosa di maligno e di cupo come le risciacquature, e sfiorato da due o tre lustrini di stelle. Esso quasi inavvertitamente si alzava e si abbassava ed era simile ad una pittura annerita, il tempo in una cornice vacillante. (molto bello). Io non capii subito che questa era la raffigurazione di Venezia ed insieme Venezia. C’era qualche cosa che mi faceva pensare che io fossi in lei, e che in realtà non stavo sognando. (era già così preparato dalle immagini di Venezia, che faticava a vedere che questa non era solo raffigurazione, ma anche Venezia stessa). Il canale dinanzi alla stazione, come un intestino cieco si perdeva dietro un angolo. Io mi affrettai ad un porticciolo di vaporetti a buon prezzo, che qui sostituiscono il tram. Il vaporetto sudava e soffocava, si strofinava il naso ed affogava, e per la stessa superficie imperturbabile, per la quale si trascinavano i suoi mustacchi semisommersi, nuotavano a mezzo cerchio, pian piano dai noi staccandosi, i palazzi del Canal Grande”.]

  14. antonio sagredo

    MA INVECE DI DIRE SU NICHILISMO E PESSIMISMO, PERCHE’ NON SI FA UNA SORTA DI TORNEO DELLE POESIE D’AMORE PIU’….

  15. antonio sagredo

    comincia Sagredo Antonio:
    ——

    Quanto tempo avrai per amarmi, dopo…

    quando il corpo in quella stazione si divise
    allo scambio dei binari come se la direzione
    fosse certa del suo traguardo – e ascese
    a quel che noi non sappiamo e che, saccenti,
    diamo loro un termine: anima o spirto!
    E ci laviamo le mani come i rinnegati
    che dal pulpito lanciano il verbo terrorista!

    Quanto tempo avrai per odiarmi, dopo…
    quando alla tua carezza non permisi di toccare
    il sangue – mio! – la tua avarizia fu come una stagione
    arida: verme che le sue sinuose forme non dona
    alle mani e traccia non lascia se non a una passione
    virtuale… e aspetta che la cenere m’inondi di speranze,
    come se un calco fosse un diritto leso o una dura lex!
    Più non avrai la mia verga, a tua disposizione, mai!

    Hai avuto tanto tempo per amarmi, prima…

    quando ti concedevo più di un passo sul mio capezzale
    per una umida danza da un solstizio all’altro –
    non ti stancavi mai di disegnare cicatrici sull’obelisco
    in fiamme! Quel mio corpo era come un tramonto di dei pagani!
    Le tue labbra sboccate come delta di lamenti e di sussulti!
    Non aveva che da sognare un requiem la tua piccola morte
    sulla brughiera sferzata dai venti del mio sole – vivo!

    Hai avuto tanto tempo per odiarmi, prima…

    quando accettai, liberato dalla carne, l’invito del divino
    prima che il tuo orgasmo riducesse in polvere la notte
    e tu scambiasti per vera fede l’assalto della mia potenza!
    La tua farfalla mi conquistava ad ogni volo un nuovo territorio,
    come una volta i circumnavigatori la terra intera! Ed ero io
    un gioco d’azzardo, una roulette russa, uno scacco matto, per te! –
    l’albero mio maestro in balìa dell’origine del mondo!

    antonio sagredo

    Vermicino, 14 settembre 2007

  16. Franco Campegiani

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21431
    “La metafisica ha prodotto il mercato globale, e il mercato globale è il compimento della metafisica. E’ qui che si apre la nuova stagione del nichilismo come stato psicologico del mondo contemporaneo”. Così Linguaglossa, echeggiando in qualche modo Heidegger, che considera il nichilismo non in modo antitetico, ma consequenziale alla metafisica. Più che “consequenziale”, io direi “contestuale”, in quanto abbattere le pretese dell’ego non fa che aprire i canali di quella dimensione universale che “trascende l’io e il tu, le singole singolarità”, dice Linguaglossa. La convergenza fra Schopenhauer ed il Buddismo (tra il Nulla e il Nirvana) è stata già ampiamente studiata, ed è risaputo come alcune filosofie orientali attribuiscano all’Assoluto il carattere dell’indistinto e della perdita di identità. Prerogativa, questa, propria di ogni misticismo che, confondendo l’universale con l’indistinto e dunque con il caos, finisce inevitabilmente nello squilibrio mentale. Io ritengo, al contrario, che una sana teoria dell’universalità non possa prescindere dalla conversazione universale, da cui l’ego razionale è indiscutibilmente tagliato fuori, ma in cui l’alterego sovra-razionale, spirituale, è chiamato a svolgere ruoli di primo piano, in armonia con altre individualità. Il linguaggio universale non è quello dell’indistinto e del caos, bensì quello, pieno di senso, dell’armonia dei contrari, dove le distinzioni (il polemos eracliteo) non sono altro che l’alimento dell’amore universale, della cooperazione e della fratellanza cosmica. Direi che le due poesie qui presentate (quella di Lucio Mayoor Tosi e quella di Giorgio Linguaglossa) mostrino la verità dell’assunto, in quanto, labirintiche e apparentemente prive di senso, mostrano di essere piene di senso laddove si rinunci a conoscere razionalmente il senso delle cose. “Non cercare di sapere: il tuo destino è l’incertezza”, dice Franz Listz citato dalla Giancaspero. Condivido. Purché, vorrei aggiungere, l’incertezza non diventi anch’essa una certezza, altrimenti siamo punto e a capo. Non coltivare certezze non può significare vivere nell’incertezza, ma vivere nel mistero, laddove certezza ed incertezza, fede e dubbio, si fondono in un solo respiro. Metafisica e nichilismo sono atteggiamenti consanguinei di quel razionalismo che, nato nella cultura classica, ha caratterizzato la storia del pensiero occidentale (oramai globalizzato), diffondendo conflittualità, prevaricazione, assolutismo, e seminando distruzione. Oggi più che mai, a parer mio, si rende indispensabile risvegliare quelle modalità del pensiero prelogico, oramai poco frequentate e cadute in disuso, che risultano fondate sul sesto senso e sulla reale capacità dell’uomo di padroneggiare se stesso, superando, senza mortificarla, la propria razionalità.

    Franco Campegiani

  17. Mariella Colonna

    Quello che ancora manca nella NOE è il dialogo in cui ad ogni questione o domanda viene data almeno da qualcuno una risposta , un grazie, un commento. Invece qui, e non è la prima volta che lo dico, ognuno risponde a colui con il quale simpatizza, oppure introduce nuovi argomenti CHE POCO NHANNO A CHE FARE CON “LE POESIE DEL GIORNO”. NON è LA PRIMA VOLTA CHE LO DICO: io mi rivolgo alle persone chiamandole per nome e quasi nessuno risponde ai miei commenti o almeno dice qualcosa per far vedere che li ha letti. Non è certo per protagonismo che dico questo! Ma perché : o il DIALOGO è DIALOGO, OPPURE DIVENTA (salvo eccezioni) UNA SERIE DI MONOLOGHI. L’ATTENZIONE non è rivolta tutti nello stesso grado, anzi! Mi dispiace ma questo non va d’accordo con l’attenzione ai più giovani (tra cui non mi metto) e ai meno conosciuti professata da Giorgio e da altri. E con questo…spero almeno che qualcuno legga e ricordi!

  18. gabriele fratini

    Due belle poesie, il quadretto metafisico versificato da LMT e il personale viaggio onirico ultraterreno di Linguaglossa, quasi una parodia dantesca.
    Un saluto.

  19. copio e incollo il pensiero in poesia di Edith Dzieduszycka

    Edith Dzieduszycka
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21457
    Niente

    Come si fa a parlare, a scrivere di ciò che non esiste?
    Non è, presuntuoso, un controsenso il discorrere di nihilismo?
    Soltanto nominarlo non dà invece vita ad una voce che lo nega?
    Non è una barriera, un capolinea tangibile il credere
    d’aver raggiunto dell’abisso un fondo che non c’è?
    Darlo per sicuro? Non è voler toccare con le mani il vuoto?
    Il negazionismo ha rifiutato fatti reali ed accertati.
    Il nihilismo invece nega delle ipotesi, delle supposizioni
    abbinate ad un Ente fumoso che nel tempo e nello spazio
    ha preso le sembianze più disparate e fantasiose.
    Ricopre un’angoscia, l’angoscia terrificante dell’ignoto
    che ognuno aspetta senza scampo.
    Nihilismo, un’altra fede, una certezza alla rovescia?
    Il superuomo di Nietzsche una consolazione?
    La verità è che brancoliamo nel buio
    e mai formula mi è sembrata più giusta.
    Dovremmo avere l’umiltà e l’onesta di riconoscerlo.
    Non ho, io, certezze. Né quella né il suo contrario.
    Forse non è, il nostro star al mondo, che l’immane stranezza
    di cui niente capiamo facendo finta invece,
    trasformandola almeno nella certezza del nulla.
    So solo questo. Anzi. Non ne sono sicura.

  20. cara Edith, leggi qua:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21461
    Il seguente brano è tratto dal saggio di Pier Aldo Rovatti Trasformazioni nel corso dell’esperienza, contenuto ne Il pensiero debole; a cura di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, Milano, Feltrinelli, 1983, pp. 29-51.

    “L’uomo, ha detto una volta Nietzsche, rotola via dal centro verso la X. Si allontana dal proprio luogo certo, verso un luogo incerto, un’incognita. Possiamo tentare di indicare, descrivere, raccontare questa incognita? […] E’ ipotizzabile una logica del decentramento del soggetto che riesca a descrivere, nel medesimo tempo, che cosa accade all’uomo quando si allontana dal suo centro e quale è il terreno, che innanzitutto occorre riconoscere, sul quale un nuovo “senso” può prodursi? Intanto: che altro è la perdita del centro se non la dichiarazione, la sanzione che il pensiero “forte” è ormai insostenibile? La situazione tipica del pensiero “forte” è infatti quella in cui pensante e pensato, chi pensa e cosa si pensa sono solidali: si tengono in una stretta, in una corrispondenza speculare. La situazione che Nietzsche vede è caratterizzata, invece, dalla possibilità del perdersi: l’uomo è giunto dinanzi a un limite, un passo oltre e potrà sprofondare, perdersi completamente. Il luogo in cui il senso potrà riattivarsi è avvistabile solo di qui, drammaticamente. E’ un luogo possibile? […] In Umano, troppo umano leggiamo di un “impavido spaziare al di sopra degli uomini, dei costumi, delle leggi e delle originarie valutazioni delle cose”. Un libero spaziare? Nietzsche riprenderà e correggerà continuamente questa idea di “leggerezza” e di “libertà”: l’abisso trascina in basso e la spirale della necessità continua ad annodarsi. Non è possibile librarsi in volo e liberamente spaziare come un uccello nell’aria: forse l’unica alternativa è imparare a strisciare imitando il serpente, poiché solo aderendo alla terra avremo una possibilità di sollevarci sopra di essa.

    In conclusione di un suo notissimo frammento postumo (giugno 1887) Nietzsche tenta di suggerire un’immagine dell’ “oltreuomo” e si chiede: “Quali uomini si riveleranno allora i più forti?” E risponde: “I più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estrema, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso, di assurdità, quelli che sanno pensare, riguardo all’uomo, con una notevole riduzione del suo valore senza diventare perciò piccoli e deboli […].

    L’uomo è ormai abbastanza forte per apparire debole. Un paradosso? In ogni caso per Nietzsche ciò ha un significato profondo: lo “spaziare” (o lo “starsene fuori”) non può equivalere a una realizzazione compiuta e positiva collegata all’acquisizione storica di una forza, al compimento di un percorso umano, fino al punto in cui il “portar pesi” si trasforma in un “esser potenti”. […] Vi è un cammino difficile dentro il nichilismo, in cui l’uomo acquisisce la capacità di abbandonare le proprie catene. Nietzsche suggerisce che non si tratta di un indietreggiare, bensì di realizzare una potenzialità grazie alla forza che deriva proprio dall’abitare storicamente il nichilismo. Nietzsche, però, sa anche che questa forza è una capacità autodistruttiva, un rischio abissale che l’uomo avvicina a sé. […] L’immagine è quella di una situazione di equilibrio instabile su una piccola superficie d’appoggio. […] Come può una simile precarietà essere la massima forza?

    Vi è una necessità che appesantisce, una forza che grava, il tornare pesante delle cose, un circolo che incatena così come ci bloccano i valori superiori, le categorie “vere” della filosofia, il fine ultimo, l’unità delle cose, il loro essere. Ma il movimento che ci incatena è duplicato da un movimento che allenta. Cosa è l’eterno ritorno se non una “diversa” necessità? […] Se la si allontana, la necessità appare pesante, ferrea. Se la si lavora all’interno, allora il nulla che siamo non è poi così terribile. La ruota del destino seguita a girare: possiamo guardarla da fuori o saltarci dentro. Possiamo arrenderci all’orrida casualità o scoprire il gioco del caso: è una scelta. Se avremo la forza per farla, scopriremo l’affermatività della debolezza. Il gioco del caso, come il gioco del fanciullo in riva al mare, è una fluttuazione, un lasciarsi prendere. Ma non è un dipendere, un essere passivi, pazienti: la necessità ha perso il suo ringhio. Caso e necessità si coniugano in due modi che sono due stili di vita. Orrida casualità e necessità che appesantisce. Necessità che alleggerisce e gioco del caso.

    Il riso di Zarathustra è misterioso: né di gioia, né di dolore, forse di stupefazione”.

  21. Heidegger: Essere e tempo*
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21462
    Essere e tempo rappresenta una specie di Odissea moderna alla ricerca di un “senso” del quale, alla fine, è trovato solo un annuncio: l’essere deve ancora essere analizzato. Finora, sembra dire Heidegger, abbiamo considerato solo l’esserci (il Dasein); manca completamente il “senso” del Sein. C’è un ostacolo sul nostro cammino: tutta la filosofia, meglio ancora, quelle filosofie che hanno allontanato dal vero problema, dal pensiero greco a quello contemporaneo. Accettando come ovvio e già dato il “senso” dell’essere, la tradizione metafisica va considerata nel suo insieme come un pensiero della “presenza”.

    In poche incisive parole, Pier Aldo Rovatti ha reso i termini della questione: tale «presenza è “semplice” perché è il risultato di una semplificazione, di una vera e propria amputazione: sottratto dal suo complesso gioco con l’assenza, l’essere qui e ora del presente si blocca in una dimensione che, a veder bene, non ha tempo, è priva di temporalità. Ma è priva anche di spazio, perché a sua volta lo spazio è intimamente connesso con la temporalizzazione. Eppure questo modo di guardare la realtà, rendendola così povera e vuota mentre produce l’illusione che sia piena e ricca, è il modo “ovvio”: esso pervade la quotidianità, e non cessa di dare la sua impronta alla filosofia stessa, la quale, perpetuando un pregiudizio che mina alla base ogni sua affermazione, viene meno proprio al suo compito che sarebbe quello di porsi innanzi tutto il problema di tale ovvietà e di prendere da essa una distanza.» (1)

    In Essere e tempo viene dunque formulato il problema che terrà occupato Heidegger per tutti i suoi giorni, quello dell’essere. Secondo Heidegger, la tradizione della metafisica ha mancato di riflettere sul problema dell’essere perchè, anche quando compare, non viene pensato in rapporto col tempo, come articolazione di passato, presente e futuro. Nella tradizione della metafisica l’essere è ridotto a ente e quindi viene tematizzato solo in quanto presente. Tale errore viene ricondotto a Platone ed Aristotele. Essi diedero vita ad una metafisica della presenza. Ma il presente, per Heidegger, può essere solo nella dimensione del tempo. Si tratta perciò di ritornare a pensare l’essere anche rispetto a passato e futuro, affinché l’essere non venga più pensato in una sola dimensione, la quale ha un carattere stabile, e solo per questo non può sfuggire al controllo ed al dominio del soggetto.
    Essere e tempo era quindi il titolo appropriato per l’opera che Heidegger voleva compiere. Il testo doveva includere due parti, ciascuna divisa in tre sezioni.

    Ma il progetto si interruppe alla seconda sezione della prima parte.
    Fino al termine, il filo conduttore è fornito dall’analisi della condizione dell’uomo, ente privilegiato che è il Dasein, ovvero l’esserci. L’esserci ha questo privilegio, avendo sempre la possibilità di porsi il problema dell’essere. Secondo Heidegger, tale problema ha portata esistenziale, quindi ontologica, e non esistentiva, quindi ontica. La differenza di significato tra “ontico” ed “ontologico”, già adottata da Husserl, è che una conoscenza ontica è di natura empirica, e non arriva alla cosa in sè, all’ente in quanto è.
    Quest’analisi non può dunque risolversi nell’antropologia o nella psicologia, tanto meno nella biologia. Il carattere ontico della conoscenza è ogni considerazione sull’ente che si ferma senza arrivare a mettere in questione il suo essere. Il carattere fondamentale dell’esserci umano è l’essere-nel-mondo, non il suo essere soggetto,anima o pensiero. Essere-nel-mondo non significa starci dentro come una cosa, ma assumere il mondo come orizzonte del progetto.

    La progettualità umana è definita trascendenza, che non è un comportamento possibile tra i tanti, ma la stessa costituzione fondamentale dell’esserci. D’altro canto, il mondo non è una cosa, ma il campo di possibilità dell’umano trascendere. Dunque l’esserci ek-siste nelo senso etimologico della parola, “sta fuori” ed “oltrepassa” la realtà in direzione della possibilità. Insistendo su tale differenza tra la propria concezione di esistenza e quella tradizionale, Heidegger può dire che l’essenza dell’essere umano è l’esistenza. Tuttavia, i modi d’essere dell’ek-sistere non sono descrivibili mediante categorie. Con esse si determinano le caratteristiche delle cose semplicemente presenti. I modi d’essere dell’esistenza si determinano attraverso esistenziali, nei quali, a differenza che nelle categorie, è custodita la possibilità.

    I due esistenziali fondamentali sono il sentire situato (Befindlichkeit) e il comprendere (Verstehen), che indicano rispettivamente la passività e la ricettività, determinati secondo discorso.
    L’unità degli esistenziali è chiamata Sorge, cura. Sorge significa per Heidegger la responsabilità che ci si assume di fronte alle cose, il modo con cui ad esse si risponde. Si può avere cura di esse in modo sia autentico che inautentico; la differenza non è tipo morale. «L’esistenza autentica – scrive Heidegger – non è qualcosa che si liberi al di sopra della quotidianità deiettiva; esistenzialmente essa è solo un afferramento modificato di questa […] L’interpretazione ontologico esistenziale non ha la pretesa di formulare giudizi ontici sulla “corruzione della natura umana”; e ciò non perché ne manchino le prove, ma perché la sua problematica si pone al di qua di qualsiasi giudizio sulla corruzione o non corruzione degli enti.» (2)

    Il rapporto tra uomo e cose consiste dunque nel prendersi cura delle cose, mentre quello tra uomo e gli altri consiste nella cura delle persone. La cura è dunque la struttura fondamentale dell’esserci, e si può manifestare in due modi. Il primo consiste nel sottrarre agli altri le loro cure; il secondo consiste nell’aiutare gli altri ad essere liberi di assumere le proprie cure. Nel primo modo non ci si cura degli altri, ma delle cose da procurare loro. Nel secondo si apre agli altri la possibilità di trovare sé stessi e realizzarsi. Potrebbe sembrare la riproposizione della dialettica servo-padrone che apre l’hegeliana Fenomenologia dello spirito, sebbene detta in altro modo, e con altre valenze. Resta che Heidegger considera la prima modalità come forma inautentica della coesistenza: è semplice “essere assieme”. Solo la seconda è vero coesistere.

    In questo scenario si rivela così l’esistenza anonima, cioè la vita di chi ascolta passivamente “il si dice” o “il si fa”, rendendosi succube di questa generale anonimia del “così fan tutti”. E’ il senso della vita? Se sì, tutto è livellato, reso “ufficiale” convenzionale e, ovviamente, insignificante. Il linguaggio che per sua natura sarebbe svelamento dell’essere, diventa chiacchiera inconsistente. Ma un’esistenza così vuota cerca di riempirsi, perciò è morbosamene attratta dalle novità. E’ caratteristica della curiosità, non per l’essere delle cose, ma per la loro apparenza visibile. Ciò porta all’equivoco, che nell’esistenza anonima conduce a non sapere nemmeno di che si sta parlando.
    Ecco dunque la deiezione, cioè la caduta dell’esserci al livello delle cose. Tuttavia, nonostante l’orrore che si può provare di fronte ad un simile condizione che improvvisamente si svela di fronte a noi, tale deiezione non va considerata come un peccato originale e nemmeno come un accidente superabile con il progresso umano e scientifico. Essa fa parte dell’esserci, dipende dal trovarsi gettati nel mondo, in mezzo agli altri, al loro stesso livello esistenziale. Tale condizione viene quindi vissuta nella condizione emotiva in cui l’uomo si sente fondamentalmente abbandonato.

    La seconda sezione di Essere e tempo prova ad analizzare il senso dell’essere, individuato nella temporalità. A ciò si perviene considerando la contraddizione tra l’essere dell’esserci come possibilità progettuale e la morte, che esprime la più radicale impossibilità dell’esistenza. Tale contraddizione è apparente perché da un lato l’esserci è compiuto quando a tutti i suoi modi d’essere si aggiunge l’esser morto, ovvero si è un ci che non ci è più. Ma la morte è anche tale per cui, col suo arrivo, nulla è più possibile per l’esserci come essere-nel-mondo.

    Come possibilità “più autentica” e “più propria”, lungi dal chiudere l’esserci in un circolo disperato, la morte può aprirlo alle sue possibilità più autentiche, se non viene affrontata come un fatto ineluttabile, ma viene anticipata come ciò che rende possibile la possibilità, cioè la fa apparire veramente come tale. Ciò consente, secondo Heidegger, di evitare di irrigidirsi in una possibilità, assumendo se stessi come eterno poter-essere.

    Per anticipare la morte occorre una decisione che consente all’esserci di rappresentarsi come puro poter-essere, riconoscendosi così nella sua vera essenza. La morte è una possibilità incondizionata perché appartiene all’uomo considerato come individuo isolato. Tutte le altre possibilità tengono l’uomo in mezzo alle cose del mondo, in mezzo all’umanità; solo la morte isola l’uomo e lo pone solo con se stesso. Essa è l’unica certezza, e qui Heidegger fa a pugni con la logica parlando di “possibilità certa”, ma è per esprimere questo doppio carattere della morte, vista insieme come possibilità anticipata e come unica certezza.

    L’esistenza quotidiana anonima, cioè quella della chiacchiera inconsistente rivolta alle vanità mondane, non è che una fuga di fronte alla morte. L’esserci nasconde la morte, la rimuove. Solo la voce della coscienza richiama l’uomo alla morte, al suo essere-per-la-morte. Ovviamente, vivere per la morte non ha il significato di realizzarla con il suicidio. Vivere per la morte non è nemmeno attesa. Piuttosto, è comprendere l’impossibilità dell’esistenza come tale. Tuttavia è possibile comprendere tale impossibilità: questo è il vero senso del vivere per la morte. C o m p r e n d e r e. Ogni comprensione è accompagnata da uno stato emotivo, l’angoscia. «L’angoscia è la situazione emotiva capace di mantenere aperta la continua e radicale minaccia che sale dall’essere più proprio ed isolato dell’uomo.» (3) L’angoscia pone l’uomo di fronte al nulla e la sola esistenza autentica è quella che comprende chiaramente (e emotivamente) la radicale nullità dell’esistenza.

    La temporalità non è, per Heidegger, il tempo dei calendari e degli orologi che misurano e datano gli eventi. Non è nemmeno il tempo soggettivo della coscienza pura. Piuttosto, la temporalità si manifesta in primo luogo nell’essere-per-il-futuro dell’esserci in senso pratico, che può risultare autentico o inautentico. Nell’esistenza autentica la cura dell’esserci è dispersa nel mondo. Nella vita autentica, al contrario, l’esserci deve scegliere la possibilità più possibile. E proprio nel momento della più autentica libertà, l’esserci viene a trovarsi dipendente, quindi asservito, da possibolità tramandate e ereditate. Quindi l’esserci autentico ha uno sguardo temporale rivolto al passato, oltre che al presente ed al futuro. In tale contesto, l’esserci autentico si può appropriare del proprio destino.

    L’ostacolo che incontrò Heidegger a chiudere Essere e tempo, secondo le sue ambizioni iniziali, fu di natura linguistica. Avrebbe voluto affrontare il tema del senso dell’essere in generale ma, non trovava le parole per dirlo. La natura della difficoltà venne evidenziata più tardi nella Lettera sull’umanismo del 1947. Qui cercò di spiegare che l’analitica dell’esistenza aveva il il senso di “un pensiero che sta abbandonando la soggettività” per aprirsi “alla luce dell’essere”. La III sezione non venne composta perché il suo pensiero si trovò impossibilitato a formulare la “svolta”. Il linguaggio di cui disponeva allora Heidegger, quello della tradizionale metafisica della “presenza”, era inutilizzabile. «Il linguaggio – spiegherà Heidegger nella Lettera sull’umanismo – non è una manifestazione di un organismo o espressione di un essere vivente. Perciò non è possibile intenderlo, nella sua essenza,in base al carattere di segno e forse neppure in base a quello di significato. Il linguaggio è evento illuminante e proteggente dell’essere.» (4)

    (1) Pier Aldo Rovatti – La posta in gioco / Heidegger, Husserl, il soggetto – Bompiani 1987
    (2) M. H. – Essere e tempo – § 38
    (3) M. H. – Essere e tempo – § 53
    (4) M. H. – Lettera sull’umanismo – ora in
    * http://digilander.libero.it/moses/heidegger02.html

  22. Donatella Costantina Giancaspero

    Tutto è nulla, anche la coscienza del nulla

    (Emile Cioran)

    Tutto è nulla. Solido Nulla

    (Giacomo Leopardi, Zibaldone)

  23. Donatella Costantina Giancaspero

    Lo scrittore russo Ivan Sergeevič Turgenev parla del nichilismo nel romanzo “Padri e figli” (1862). Si legge:

    “«Un nichilista» proferì Nikolaj Petrovic. «Viene dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque questa parola indica un uomo, il quale… il quale non ammette nulla?»

    «Di’ piuttosto: il quale non rispetta nulla» riprese Pavel Petrovic…

    «Il quale considera tutto da un punto di vista critico», osservò Arkadij.

    «E non è forse lo stesso?» domandò Pavel Petrovic.

    «No, non è lo stesso. Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato».

    «E ti pare una bella cosa?» lo interruppe Pavel Petrovic.

    «Secondo chi, zio. Per taluno ne deriva un bene, e per qualcun altro un gran male».”

  24. Donato di Stasi

    Ho deprecato per anni l’asfissia teorica, la mancanza di orizzonte filosofico nel dibattito letterario del Bel Paese. Non posso che salutare con entusiasmo (in senso etimologico) la discussione sul nichilismo che si dipana nelle pagine elettroniche di questo blog.
    Quando si parla di nichilismo, bisogna evitare l’errore di fermarsi alla NEGAZIONE, alla svalutazione (pur giusta) della morale farisaica del gregge e alla mitologia creazionista di stampo giudaico cristiano. In questo senso il termine NULLA va inteso come NIHILUM, ovvero, NEC FILUM, ciò che è senza filo, casuale, aleatorio, probabilistico (il contrario della NECESSITA’ e del DETERMINISMO). Di concerto il termine NIENTE allude al NEC ENS, all’assenza dell’ente supremo, al suo inabissamento e nascondimento sotto le spoglie della TECNICA. Questa forma di nichilismo, che Nietzsche definisce PASSIVO, non lascia scampo: passa sulla terra desolata dell’Occidente, lasciando solo macerie, le stesse che l’ANGELUS NOVUS di Benjamin vede accumulare davanti a sé.
    Altro è da intendersi con l’espressione NICHILISMO ATTIVO, ovvero che cosa ne facciamo del Nulla e che cosa è possibile costruire o ricostruire a partire da esso?.
    Si tratta della PARS DESTRUENS e della PARS CONSTRUENS della riflessione nietzscheana, rimasta incompiuta per il precipitare del filosofo di Naumburg nei deliri della follia (al pari del suo corrispettivo poetico Hoelderlin).
    Credo che guardare in faccia il Nulla e riposizionare su questo incontro-scontro il discorso poetico, possa costituire una delle possibili direzioni della Nuova Ontologia Estetica.
    Per allargare ancor meglio i termini del dibattito vi propongo di considerare la Trilogia del Nulla (Libro della cancellazione, Nella prigione azzurra del sonetto, La metamorfosi del buio) di Salvatore Martino, un autore che ha saputo indagare fino allo spasimo i due volti del Nichilismo.
    Grazie dell’ospitalità. Ad maiora

  25. La parte irrazionale del linguaggio è stata estromessa dalla tecnica. Di questo alcuni non si sono accorti, oppure ne sono contrari. Il tentativo di voler dirottare la brevità del linguaggio odierno oltre la semplificazione comporta la modificazione delle tematiche e/o un loro adeguamento. Il tema del linguaggio, posto mirabilmente alla scoperto nell’ultimo commento – Il linguaggio è evento illuminante e proteggente dell’essere – sposta l’attenzione sul linguaggio, puntando a che si ponga almeno in essere l’essere stesso. Ma per poterlo fare serve di aggirare la ragione – con buona pace di molti – insieme agli assoluti, nemmeno se enti procedurali del conoscere. Come dirlo non saprei, se non indicando una strettoia oltre la quale, per volontà, si proceda; non più dicendo ma accogliendo, ascoltando e aspettando, quindi con pause di ricezione. Al più traversando lo svuotamento di sé.

  26. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/07/01/giorgio-linguaglossa-appunti-sul-nichilismo-con-due-poesie-inedite-il-bacio-e-la-tomba-di-dio-di-giorgio-linguaglossa-e-frammenti-per-sally-di-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-21501
    Mi fa piacere la confluenza nel nostro discorso di Donato Di Stasi. Siamo i soli in Italia che abbiamo avviato una seria riflessione sul nichilismo, sulla nuova ontologia «debole», sulle categorie critiche… da troppo tempo i letterati hanno creduto ingenuamente di «fare» poesia senza pensare le condizioni «ontologiche» del loro «fare» che si è perduto finanche il concetto del discorso poetico. Per troppi decenni si è fatta poesia per un quasi istinto, una pulsione narcisistica, un «bisogno corporale», come obbrobriosamente è stato scritto da un noto critico venti anni fa.
    Riprendiamo il contatto con il pensiero critico. Questo è il nostro Augurio.

    complessità del pensiero debole

    «La domanda», che Pier Aldo Rovatti si pone, nella prima metà della Premessa alla raccolta di saggi, Il pensiero debole, da lui curata insieme a Vattimo (1983), «è: si deve necessariamente rinunciare alla verità oppure si possono chiamare “nuove ragioni”, meno pretenziose, a tamponare la falla senza che la teoria perda il suo potere?» (Rovatti & Vattimo, 1983; p. 8).

    Vattimo, nella seconda metà della stessa Premessa, auspica che il pensiero debole sia capace «di articolarsi (dunque di “ragionare”) nella mezza luce» (Ibidem; p. 9), e afferma che a tal fine «la razionalità deve, al proprio interno, depotenziarsi, cedere terreno, non aver timore di indietreggiare verso la supposta zona d’ombra, non restare paralizzata dalla perdita del riferimento luminoso, unico e stabile, cartesiano» (Ibidem; p. 10).

    Il pensiero debole «è l’assunzione di un atteggiamento: il tentare di disporsi in un’etica della debolezza, non semplice, assai più costosa, meno rassicurante» (Ivi).

    Pensare, senza più la pretesa di un pensiero totalitario, di un fondamento assoluto ed eterno. La ragione, nel criticare se stessa, non deve affatto smobilitare, ma deve continuare a operare senza mai derogare dal principio della continua messa in discussione dei suoi stessi metodi. È una ragione che deve camminare abitata dal dubbio. Segno distintivo di ogni nuovo pensiero sarà il metodo dello scetticismo: «la morte di Dio è proprio, prima di tutto, la fine della struttura stabile deIl’essere, dunque anche di ogni possibilità di enunciare che Dio esiste o non esiste» (Vattimo, 1983; p. 21).

    «Dio è morto», implica l’adozione di un nuovo umanesimo che fa conto esclusivamente sul metodo interrogativo del soggetto. Pensare la Complessità la si pensa meglio dal punto di vista della assunzione di un nichilismo «attivo», cioè operoso, produttivo, progettante.

    A proposito del nichilismo, scrive Pier Aldo Rovatti:

    […] il principio che, se c’è un dovere che nell’età del nichilismo possiamo ancora assumere come cogente, non è quello di rispettare le tavole di valori esistenti, ma quello di inventare nuove tavole di valori, nuovi stili di vita, nuovi sistemi di metafore per parlare del mondo e della propria esperienza. (Ibidem; p. 45). In sostanza «si tratta di cogliere il nichilismo come chance di emancipazione» (Ibidem; p. 51), un modo di continuare la modernità in modo disincantato, debole, non solido, ma per questo più razionale, in quanto a operare è una razionalità fortemente critica di se stessa.

    a proposito della ontologia debole

    «Se si vuole riassumere che cosa pensa un’ontologia debole della nozione di verità», scrive Vattimo: si potrà cominciare col dire che: a) il vero non è oggetto di una prensione noetica del tipo dell’evidenza, ma risultato di un processo di verifica […l esso, in altri termini, non ha una natura metafisica o logica, ma retorica; b) verifiche e stipulazioni accadono in un orizzonte […l che è lo spazio della libertà dei rapporti interpersonali, dei rapporti tra le culture e le generazioni; in questo spazio, nessuno muove mai da zero, ma sempre già da fedeltà, appartenenze, legami. L’orizzonte retorico della verità (o possiamo anche dire: ermeneutico) si costituisce in questo modo libero ma “impuro” […l c) la verità è frutto di interpretazione non perché attraverso il processo interpretativo si giunga a un coglimento diretto del vero […l ma perché è solo nel processo interpretativo […l che la verità si costituisce; d) in tutto ciò, nella concezione “retorica” della verità, l’essere esperisce l’estremo del suo tramonto [‘..l vive fino in fondo la sua debolezza» [‘..l.(Ibidem; pp. 25-26).

    Rovatti crede nella possibilità di porre la complessità come naturale consecuzione di un’ontologia debole; nel suo intervento all’interno del succitato libro, muove dal nichilismo nietzschiano per chiedersi se, oltre il rotolare dal centro O (la sicurezza) alla X (l’incerto, l’incognita), sia possibile un “oltre”. Ma è retorica. Infatti, non desiderare un “oltre” implicherebbe, la fine della storia e la fine dell’umanità.

    Abbandonata la fede nel Fondamento,

    adesso ci troviamo in un territorio sabbioso, instabile, oscillanti, indecisi, affetti da solitudine psicologica; ma siamo già naufragati, siamo entrati nel dopo il naufragio. Non dobbiamo temere più nulla perché abbiamo abbandonato il sapere totalitario e siamo usciti fuori dal tunnel degli orrori. «Quel che sappiamo bene», scrive Rovatti, «è che il sapere del globale che possediamo non ci basta, semplicemente perché è una spiegazione che non spiega. Eccoci in pieno nel nostro scenario culturale. Ma abbiamo poi veramente bisogno di una spiegazione? di un “globale”?» (Rovatti, 1983; p. 39).

    «L’idea di sistema e anche solo quella di “definizione” diventano impraticabili, non convenienti: non perché vi sia troppo poco, non per una rarefazione, ma per una densità per la quale il concetto risulta inadatto» (Ibidem; p. 46). Per Rovatti la realtà è affetta da implosione e da elefantiasi della complessità. «Che le storie si moltiplichino, che cioè siano “molte” storie: ecco il primo rilievo. E già ci pare di intravedere un filo, addirittura una categoria. La “molteplicità” può divenire la categoria di un nuovo pensiero, di un pensiero “debole”?» (Ibidem; p. 47).

    La complessità ci sprona ad abituarci alle differenze e alle distinzioni, il mondo è più vasto di quello che credevamo e la filosofia dello struzzo non è la migliore Il soggetto e l’oggetto sono in rapporti reciproci, il soggetto «non può essere staccato, isolato, dedotto, non è né più un fascio di luce né il limite dell’ ombra. Eppure agisce, funziona: non sfuma in un niente, anzi si rivela complesso. Allargandosi, il suo spazio si complica. Intensificandosi, il suo tempo si articola» (Ibidem; p. 50)

    AA.VV. 1983. Il pensiero debole a cura di G. Vattimo e P. A. Rovatti. Milano, Feltrinelli 2010.

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