Edith Dzieduszycka, LORO – poemetto – Un esempio di nuova ontologia estetica, con un Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa, La sceneggiatura dell’Inconscio che si esprime attraverso il fantasma

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Gif «Loro erano comunque sempre lì»

Io sono nel posto in cui si vocifera che
«l’universo è un difetto nella purezza del Non-Essere»

J. Lacan – Scritti

E dove siete è la dove non siete.

T. S. Eliot – Quattro quartetti

Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa

La sceneggiatura dell’Inconscio che si esprime attraverso il fantasma – Una esemplificazione di scrittura poetica della «nuova ontologia estetica»

Nella poesia di Edith Dzieduszycka assistiamo  ad una «rappresentazione scenica» dove l’Io è l’attore principale sottoposto alla persecuzione da parte di altri innumerevoli implacabili nemici: «Loro». In questa rappresentazione scenica abbiamo la messa in mora dell’io, il suo scacco ontologico. La posta in gioco di questa drammatica «sceneggiatura» è in quel rien cui continuamente è ricondotto l’io parlante, l’ex nihilo da cui proviene ogni phoné. Parlare diventa «mancare», la condizione invalicabile dell’esperienza di questo rien. La «rappresentazione» scenica ha come presupposto il «niente» dell’io, la sua «mancanza», il suo venir meno («il mio Schermo delle Meraviglie, la mia Scatola Magica, la mia Scacchiera di Fuoco»). Siamo all’interno di uno dei documenti più significativi del nichilismo contemporaneo. Ma per introdurci nelle segrete stanze delle «rappresentazioni sceniche» della Dzieduszycka dobbiamo fare un passo indietro e ritornare a Freud.

L’io per Freud assolve al compito di regolare, attraverso il principio di realtà la tendenza alla scarica proveniente dall’Es, che agisce sotto il dominio del principio di piacere. Ma l’io è anche un istanza corporea, legata al sistema percezione-coscienza, ad esso spetta, sul piano funzionale, «il controllo delle vie di accesso alla motilità», fine ultimo della scarica pulsionale.1

È l’io che fa i conti, se così si può dire, con il corpo, l’io è un io-corpo in quanto è ad esso che spetta il compito di assicurare la mediazione con il mondo attraverso la dialettica tra percezione, coscienza e inconscio. L’io, insomma, pur nello scacco di non essere «padrone in casa propria», mirerebbe alla padronanza, ed è forse questo tratto che crea la maggiore confusione. Mirare alla padronanza non significa «padroneggiare». L’io assolve, in maniera precaria, a un ruolo in cui, non si risolve. E questo perché ovunque vi sia un piano proiettivo, la rappresentazione che vi si proietta non assicura che essa non sia un miraggio, o quantomeno che tale proiezione non sia reattiva nei confronti di quanto «altrove», nello stesso apparato psichico, si compie ad insaputa dell’io. Ecco allora perché, una volta delimitato il ruolo dell’io, Lacan introduce la nozione di «soggetto», intendendo con ciò qualcosa che non si configura nell’argine posto dall’io, ma che dell’io assume anche la sua parte «oscura». Siamo alla soglia di una svolta importante. Per comprendere cosa sia il «soggetto dell’inconscio» e in che modo si distingua dall’io, per comprendere cosa significhi quella ciò che Lacan chiama «divisione del soggetto».

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L’io è in realtà un soggetto diviso e scisso

L’io è in realtà un soggetto diviso e scisso,

circondato da entità che lo minacciano, lo sovrastano, da presenze ingombranti, da «fantasmi», mostri, paure, inquietudini. All’improvviso, tutto crolla, l’io si rivela essere una fragilissima impalcatura di certezze, di istanze ordinatorie, rassicuranti. Ma cosa è che fa crollare questa mirabile e complicatissima impalcatura di certezze? Cosa è che minaccia l’io se non altri che l’io stesso per il mezzo dei propri sinonimi ed eteronimi? All’improvviso, l’io si accorge che non può più «padroneggiare» nulla, che il suo progetto di signoria e di padroneggiamento sul mondo è crollato come un castello di carte che un alito di vento ha dissolto. L’io è questa istanza che ha smesso di funzionare, non più in grado di razionalizzare il mondo sotterraneo delle pulsioni dell’Es, è una funzione immaginaria alla quale concediamo un credito eccessivo.

L’Es non è l’inconscio, sebbene in esso confluisca il rimosso. L’Es gioca un ruolo importante in rapporto all’Io, Io che sorge sulla base di un movimento reattivo, secondo una modificazione, dice Freud, per la diretta azione del mondo esterno. Ecco allora che appare chiaro che l’Es non essendo l’inconscio è quella parte dell’inconscio in cui confluisce il rimosso, ma con la differenza che in esso le Sachevorstellung sono accompagnate da Wortvorstellung. Se l’inconscio è muto, l’Es parla. «Ça parle». Ecco la provenienza del «Ça parle» di Lacan. Dunque, in questi componimenti di Edith Dzieduszycka non è l’io che parla ma è l’Es che si incarica di parlare al posto dell’io, e lo fa con mezzi («Loro») oltremodo convincenti.

Ecco che giungono all’io le «cose» che derivano da rappresentazioni rimosse, ecco che ritorna sempre di nuovo il rimosso, ecco i «fantasmi» («Loro»), ecco l’Es che bussa alle porte dell’io gettandolo nella disperazione e nell’angoscia. Chi sono «Loro»? Chi sono questi Stranieri? Adesso lo sappiamo, sono le proiezioni dell’io che ritornano indietro minacciosi, persecutori e vendicativi perché qualcosa è stato «Loro» fatto che non può essere silenziato con il rimosso, e che affiora alla coscienza sempre di nuovo.

L’inconscio è un inter-detto, esso non ha nulla dell’oscurità, dell’abissale o di una qualsiasi sorta di magma pulsionale feroce e muto. L’inconscio è sì muto, ma solo perché in esso sono presenti unicamente Sachevorstellung2. L’inconscio pensa, ma pensa-cose. Ciò nonostante, sotto il dominio del Lustprinzip, l’inconscio non può non muovere alla scarica, ed è in questo movimento che lo spinge alla deriva che esso trova le sue parole, incontrando il Realitätprinzip, e cioè la sua dimensione propriamente linguistica. Lo vediamo, ci dice Freud, nei sogni: in essi si apre la «via regia» per l’inconscio, ma altresì vediamo come, nei processi di condensazione e spostamento, si manifestino quei meccanismi che Lacan riconoscerà appartenere alle figure retoriche basilari della metafora e la metonimia; lo vediamo in questo poemetto di Edith Dzieduszycka che si può definire un sogno, o meglio, un incubo ad occhi aperti.

L’inconscio non è l’inconoscibile. L’inconscio si manifesta, seppur attraverso il velo di sintomi, lapsus, sogni, presenze, allucinazioni; il suo manifestarsi consente di avvertirne la presenza. Presenza che non si confonde mai con l’esser presente, con un darsi in carne ed ossa; tuttavia è un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io, lo coglie a tergo del suo discorso posizionale, nel suo voler-dire, nei suoi atti, nei suoi desideri, nelle sue intenzioni, lo coglie cioè in un vacillamento che non è nulla di introduttorio ma che lo investe nel suo stesso fondamento presunto, nella sua presunzione di «essere».

L’inconscio si esprime attraverso il fantasma («Loro») il quale nel suo manifestarsi esclude nella sua campitura l’io in quanto il fantasma è un montaggio, è l’allestimento della pulsione in funzione del desiderio al fine di sostenerlo, di sospenderlo un attimo prima che tutto svanisca, affinché, come Orfeo, non capiti di guardare il volto interdetto di Euridice. Dal punto di vista immaginario, il fantasma («Loro») presenta un aspetto scenico e, dal punto di vista simbolico, è una vera e propria sceneggiatura. Il fantasma («Loro») è quanto raccoglie dal linguaggio la rappresentazione scenica della caducità dell’io, un attimo prima che tutto svanisca.

LA POESIA DI EDITH DZIEDUSZYCKA SOSPESA TRA IL «NULLA» E IL «PIENO» DELLA SCRITTURA: LA CRISI DELL’IO

L’inizio e il finale del poemetto di Edith Dzieduszycka hanno una precipua caratteristica, sono aperti. Ecco l’incipit:

È ovvio che le cose non possono più andare in questo modo.
Devo prendere dei provvedimenti.

Il primo verso si riallaccia a dei precedenti che, però, non sono scritti, presuppongono altre parole che, però, non sono state pronunciate. La poesia proviene dal vuoto di parole che la precede. Ecco una caratteristica della poesia della NOE: il vuoto precede il pieno della scrittura. Una volta aperto il rubinetto della scrittura, ciò che deve avvenire, avviene, si apre la «rappresentazione scenica», il monologo di un Attore: l’io, che si contrappone ai non-io, a «Loro». Voglio dire che, una volta apparsa la scrittura, tutto quel che ne consegue non può che seguire, deve necessariamente seguire. La scrittura poetica è una macchina inarrestabile che deve procedere sino alla fine. I segni di punteggiatura, come bene ha rilevato Gino Rago, sono dei segnali che tentano di trattenere il flusso di coscienza, il fiume di parole che l’io si trova a pronunciare. È un teatro maledetto quello che si apre, uno spazio scenico in cui opera uno psicotico, uno psicotico che ha un solo nome: l’io.

Gli ultimi due versi sono eloquenti, indicano che la partita non è chiusa. È un finale aperto. Ciò vuol significare che ci saranno ulteriori «atti» della rappresentazione, ulteriori prove sceniche. In fin dei conti, quella a cui abbiamo assistito è stata una mera rappresentazione scenica di ciò che avviene allorquando si infrange la barriera del «nulla»:

E morire felice. O forse no.
Chi può saperlo.

Dunque, la grande originalità della poesia di Edith è che lei mette in scena una crisi esistenziale come mai era avvenuto in precedenza nella poesia italiana del secondo novecento, se si fa eccezione per Helle Busacca con i suoi Quanti del suicidio (1972). Ed ecco che i conti tornano. La Dzieduszycka riprende dal punto in cui la Busacca aveva lasciato. Tutto quello che è avvenuto dopo la Busacca può essere messo nel ripostiglio delle parole a perdere, delle parole inutili. Qui, per la prima volta dopo la Busacca, vengono pronunciate delle parole «vere», «pesanti», la Dzieduszycka giunge, a suo modo e con il suo lunghissimo percorso, ad un punto di svolta della tradizione del monologo dell’io. D’ora in avanti la sua poesia rimarrà come stregata da quella scoperta, dalla scoperta che l’io è entrato in crisi inarrestabile, che la felicità del «nulla» è stata infranta perché sono intervenuti «Loro». Di qui il discorso poetico tipicamente dzieduszyckiano: con frasi brevi, secche, intervallate dai segni base della punteggiatura, la virgola e il punto, una successione paratattica che giunge fino al buco nero della significazione, fino al punto estremo della crisi dell’io.

A questo punto, parlare del distinguo: prosa o poesia è, a mio avviso, specioso. Arrivati a questo punto della crisi, non c’è più differenza alcuna tra la prosa e la poesia (intese nel senso convenzionale, convenzionalmente novecentesco). E qui si apre un nuovo discorso per la poesia contemporanea italiana. Questo poemetto di Edith ha un valore inaugurale (non in senso corrivo e usuale del termine) inaugura un nuovo modo di fare poesia. Questo per chi ha orecchi sensibili, per chi può intendere e volere. È una poesia che apre, non chiude….

Alcune digressioni sul concetto di «nulla»

Vorrei aggiungere due parole sul concetto di «nulla» da cui proviene la scrittura poetica della Dzieduszycka e quella della NOE in generale. Il nulla può essere «pensato» come uno stato di quiete (di equilibrio) delle forze elettrodeboli che possono diventare, in determinate circostanze, elettroforti. La scrittura poetica di questo poemetto ci richiama con forza verso il «nulla», ci fa avvertire la sua prossimità. Ad un certo punto, l’equilibrio elettroforte del «nulla» è diventato «debole» e si è prodotta la scrittura poetica della Dzieduszycka. La scrittura poetica come un Big Bang in miniatura. Semplice, no? – Ma che cos’è il «nulla»? Ma è ovvio che l’io si difende con tutte le forze dalla sua origine, che è lo stato immobile del «nulla», tutta la volontà di potenza dell’io si dispiega perché il «nulla» ha lasciato dietro di sé un piccolissimo varco, appena un punto, da cui si è originato l’io e la scrittura dell’io.

Il «nulla», dunque. Andrea Emo negli Aforismi de Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, pubblicati da Massimo Donà e Gasparotti nel 1989: “Il nulla è l’assoluto che si annulla, appunto perché il nulla è l’assoluto […] L’origine è il nulla, in quanto è l’origine che si annulla […], cioè è l’annullarsi dell’origine; l’origine è l’atto dell’annullarsi, del suo annullarsi […]”.

Questo pensiero ci dice qualcosa di importante intorno alle vicissitudini del «nulla». Ha fatto ingresso l’ulteriore stadio del nichilismo. E la poesia italiana non poteva non prenderne atto.

Scriveva Andrea Emo nel libro citato:

«La presenza di tutto ciò che è presente è in realtà la presenza dello stesso Nulla originario […]. L’essere, cioè, non è al posto del nulla — non c’è l’essere invece del nulla. Bensì l’essere è la stessa presenza del nulla (il nulla non è presente se non come essere)»

La scrittura poetica della Dzieduszycka è un venire alla presenza, un distogliersi dal nulla per venire alla presenza di nient’altro che di se stessa, perché prima di essa c’è il nulla e dopo di essa c’è, egualmente, il nulla.

 

1 Si veda a proposito S. Freud, Entwurf einer Psychologie 1895, in Gesammelte Werke, op. cit., S. Fischer Verlag, Frankfurt a/M 1950; trad. it. a cura di Musatti C., Progetto di una psicologia e altri scritti 1892-1899, Bollati Boringhieri, Torino 1999, pp. 223-4.

2 J. Lacan, Livre VII, L’éthique de la psychanalise (1959-1960), Édition de Seuil, Paris 1986; L’etica della psicoanalisi, (1959- 1960), Einaudi, Torino 1994 a cura di G. B. Contri, Libro VII., p. 69-70.

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Edith Dzieduszycka

LORO

[Versione in poesia di un originale scritto in prosa contenuto in Nodi sul filo
(20 racconti – Manni, 2011)]

È ovvio che le cose non possono più andare in questo modo.
Devo prendere dei provvedimenti.
Devo correre ai ripari.
Proteggermi dagli attacchi concentrici e sempre più ravvicinati che
Loro
stanno piano piano organizzando
per accerchiarmi, rovinarmi, annientarmi.

Non ho ancora capito chiaramente il momento esatto
in cui tutto questo ha preso inizio.
Si sono mossi in maniera così impercettibile
che ne voi ne io avremmo potuto accorgercene.
Poteva trattarsi di un sogno ad occhi aperti sul vuoto.
Di un’impressione indefinibile e fuggitiva.
Di un soffio leggero che tutto a un tratto
ti sfiorava i capelli, o le spalle, e percepivi
come una carezza dapprima quasi piacevole.

Ma si trasformava poi, lentamente, inesorabilmente,
in un brivido sempre più intenso che ti correva lungo la schiena.
Ancora un po’ e quel freddo ti avvolgeva
come una lunga mantella scura e umida.
Ti stringevi allora all’interno di te stesso,
tiravi su il bavero della giacca e ci affondavi il collo e il mento.
Ti guardavi le mani e ne scoprivi allibito le giunture,
gialle e rigide come fossero le zampe di una vecchia gallina,
mentre la tua pancia si contraeva in ondate gelide.

A volte invece ti sentivi attraversato da vampate
calde e nebbiose che ti facevano salire il sangue alla testa,
correre veloce, sempre più veloce il battito del cuore
e ritmate le pulsazioni delle arterie lungo il collo.
I radi capelli si appiccicavano
alla fronte, alle tempie, alle guance,
gli occhi si arrossavano,
la lingua si faceva così spessa e ruvida,
simile a carta vetrata,
da non riuscire nemmeno ad articolare,
anche se non la smettevi, almeno così ti sembrava,
di parlare, parlare…

Non ho capito, e ancora oggi non riesco a decidere,
di quelle manifestazioni,
quali erano le più orripilanti e angosciose.
Non si alternavano in modo sistematico o con regolarità.
Imprevedibili e capricciose, spesso si dipanavano in serie analoghe:
cambiava soltanto la loro intensità.

Dopo un tempo che poteva sembrarti interminabile
oppure brevissimo,
smettevano brutalmente per venir sostituite da altre nuove,
violente anche loro, che mano a mano diminuivano però d’intensità.
Per cui te ne stavi rannicchiato, col respiro trattenuto,
nella speranza che fosse tutto finito.
E invece tutto ricominciava, in modo uguale o contrario,
certe volte immediatamente, senza la minima pausa,
altre con un intervallo del quale non potevi mai prevedere la durata.

Loro.
Loro erano comunque sempre lì.
Loro.
Impalpabili.
Inafferrabili.
Tu ne eri cosciente, come sentivi che anche
Loro sapevano che tu li percepivi.
E non potevi mai immaginare
né prevedere
di cosa sarebbe fatto l’istante dopo.
Cosa avrebbero inventato per mantenerti in quello stato
d’ansia perenne insopportabile.

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Fino a questo punto erano rimasti silenziosi e muti,
né udibili, né visibili.
Soltanto ectoplasmi.
Impalpabili, senza consistenza né contorni.
Forse non c’erano nemmeno, e li avevo immaginati.
O forse
– cominciavo piano piano a pensarlo, a supporlo –
non c’era il minimo dubbio,
stavano proprio lì, rimpiattati nell’ombra.

E la loro strategia era una,
e una soltanto:
riuscire a convincermi di non star bene.
Di essere malato.
E quando dico malato, voglio dire invece, fuori di testa.
Io mi sento assolutamente tranquillo su questo punto:
malato non sono, pazzo nemmeno,
continuo a pormi una moltitudine di domande.

Chi sono Loro?
Cosa vogliono da me?
Per quale motivo ce l’hanno con me ?
Con me soltanto,
o anche con altri poveretti in circolazione intorno a me?

Mi guardavo intorno,
e osservavo tutti quegli innumerevoli altri molto attentamente,
ma anche discretamente, perché non si accorgessero della mia indagine.
Cercavo di capire dai loro discorsi, dalle loro parole
e perfino e soprattutto,
dai loro silenzi, dalle loro mosse ed atteggiamenti,
da tutto il loro modo di comportarsi,
insomma, tentavo di verificare se qualcosa li turbava internamente
o modificava il loro aspetto.
Se gesticolavano o parlavano da soli.
Se avevano dei tic o gli occhi strabuzzati.
Se tremavano sotto i raggi del sole o se invece sudavano
e si asciugavano il viso e le mani nelle fredde giornate di febbraio.
Se le loro facce diventavano gonfie e rubizze
sotto la pioggia gelata di novembre.

Ma non scoprivo niente di particolare.
Gli altri avevano i loro soliti stupidi musi di sempre,
beati ed ebeti, o sospettosi e corrucciati.
Cambiava poco.
La geografia delle multiple espressioni che possono adottare
quelle maschere ridicole rimaneva nell’insieme invariata.
In quelle scialbe creature non notavo nessun pallore
o rossore eccezionali o anormali.
Non si scambiavano racconti lamentosi, oppure sì,
qualche volta, e mi sembrava allora di percepire il mio nome.
Ma nell’insieme rimanevano pateticamente identici a loro stessi,
imperturbabili nella loro rozza pochezza.

E così non ci poteva essere il minimo dubbio:
dall’alto di queste osservazioni meticolose e prolungate,
potevo e dovevo dedurre una cosa sola.
Una cosa che avevo in fondo sempre intuito, immaginato, indovinato:
ero IO nel loro mirino.
Soltanto IO.
IO soltanto.

E quel fatto enorme,
mescolato ad una sensazione di profonda sorpresa e angoscia,
diventava altresì per me, fonte quasi inebriante
di soddisfazione e di orgoglio.
Chi altro poteva giustificare un tale dispiegamento di mezzi?
Quale altro bersaglio era mai stato degno di tali e tante attenzioni?
Loro forse ci avevano pensato a lungo e molto bene.
Probabilmente avevano cercato disperatamente l’avversario
alla loro altezza e finalmente,
dopo ricerche più affannose di quelle destinate al ritrovamento
del Santo Graal, l’avevano finalmente scoperto.

Tanti contro uno.
Loro contro di me.
I Titani in azione.
Una battaglia epica che si stava preparando.
Ma IO ero pronto, in piedi, col gladio in mano.
Non pensino mai di farmi paura. Mai.

Sarò il più forte. Sono d’altronde il più forte da sempre.
Senza il minimo dubbio.
Il loro astio non è che il riflesso e la coscienza della loro imperfezione.
Invidia. Rabbia.

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Edith Dzieduszycka, «Poi è cambiato qualcosa»

Poi è cambiato qualcosa.
Una sera di novembre.
Loro si erano tenuti finora ad una certa distanza.
Non li udivo come non li vedevo.
Sapevo con certezza che mi stavano intorno, muta silente e tenace.
Sapevo che mi spiavano.
E’ dunque successo una sera di novembre,
me lo ricordo perfettamente,
una di quelle sere in cui il buio e l’ombra
ti piombano addosso senza preavviso,
quando già volteggiano nell’aria gelida tante foglie rosse e ruggine
prima di cadere e formare un tappeto morbido
che scricchiola sotto i passi.

Stavo proprio pensando che non succedeva niente di particolare
o nuovo da un po’ di tempo quando invece,
un po’ alla volta,
ho cominciato a sentirli ronzare debolmente in lontananza.
Percepivo il loro affannarsi
che somigliava al volo delle api intorno all’arnia.
Le api operaie indaffarate e solerte intorno alla loro regina.
Regina o re, non cambia.
Un fruscio costante e monotono, che dapprima mi diede un sottile fastidio.

Ma poi capii.
Si trattava del loro modo di comunicare con me, di rassicurarmi.
Erano segnali per ricordarmi che non mi abbandonavano.
Che ero sempre al centro dei loro pensieri e della loro attenzione.
Che il loro odio nei miei confronti non era
né sparito e nemmeno diminuito.
Che potevo contare sulla loro costante premura.
E così mi rasserenò.
Era quella la normalità.

Avevo finalmente capito che si trattava di un ingranaggio
ben congegnato, di un complotto sapientemente ordito
finalizzato alla mia distruzione.
Dovevo reagire, lottare, impedir loro di mettere in opera i loro piani.

Piano piano mi sto, direi, abituando,
quasi affezionando a questo strano mondo oscuro
e brulicante intorno a me.
Mondo altroché affascinante e stimolante se confrontato
a quello banale e consueto che tutti considerano ovvio
e di cui quasi tutti si accontentano.
Credo anzi che la diminuzione o sparizione della loro flebile litania
mi turberebbe non poco.
La loro presenza mi fa sentir vivo, combattivo, pieno d’inventiva.
Devo ogni giorno programmare un giro di vite
per farli tacere, per smantellare la loro rete.

Conscio della loro presenza,
come Loro della mia,
conviviamo, sempre all’erta,
sacerdoti ferventi delle nostre strane liturgie.

***

Ero convinto però che sarebbero rimasti a distanza rispettosa,
accontentandosi, in seguito ad un altro periodo di tranquillità
che mi fece temere di averli persi,
di ringhiare e mostrare in modo sempre più rumoroso
denti astratti, come cani arrabbiati intorno all’osso.

Dopo tanta prudenza, accortezza, discrezione,
stavano invece modificando la loro tattica.
Dovevano manifestarsi, fare vedere al mondo
sordo, cieco e incosciente che esistevano,
che bisognava prenderli in considerazione.
E mi facevano quasi pena, quei loro vani patetici tentativi
per intimidirmi, mettermi paura, costringermi a stare zitto,
spingermi all’angolo del ring.
Ma era conoscermi male.

Provavo quasi compassione per quei loro sforzi
di stare presenti sempre, sentinelle malvagie,
di non mollare mai, di apparire vigili, efficienti, forti.
Più forti di me. Però prudenti. Non si sa mai.
Ancora non sentivo sulla mia faccia il loro alito fetido.
Forse trattenevano il respiro.
O la loro distanza da me non era ancora tale
da consentire loro di raggiungermi.
I miasmi delle loro calunnie s’infrangevano
contro la salda barriera della mia grandeur.

Sapevano che non li temevo.
Che li aspettavo, dritto, fermo,
deciso a non mollare, a respingere i loro attacchi.
Un soldato accerchiato pronto a vendere cara la pelle,
solo contro tutti, fiero e comunque sicuro di vincere.
Ma dico così per dire.
Perché la mia pelle non la venderò comunque Mai.
Mi è troppo cara.
È d’altronde obbiettivamente troppo cara. Infatti non ha prezzo.
Montagne d’oro sul piatto d’una bilancia non basterebbero
a compensare il mio peso.
Poi possiedo intorno a me le mie Amazzoni e i miei Gladiatori,
tutti fedeli e devoti, pronti a buttarsi nel fuoco per me.
Non sanno niente di Loro e delle mie battaglie contro di Loro.
E se per caso sanno, fanno finta di niente,
ma rinserrano i ranghi perché hanno sempre capito
che la mia sconfitta sarebbe anche la loro.

E io sto zitto.
Non devono sapere, e nemmeno immaginare.
Questi sono fatti miei. Fatti miei e basta.
Loro, muta non più silente schierata intorno a me,
li devo combattere e sconfiggere da solo,
come San Giorgio fece con il Drago,
Jason protetto dal Velo d’Oro,
Ercole contro l’Idra.
Devo essere il Vincitore assoluto di questo conflitto epocale,
del quale si parlerà nei libri di storia
quando finalmente tutto verrà fuori alla luce del sole e della luna
e tutti capiranno l’importanza e l’ampiezza della posta in giuoco.
Del dramma che ho vissuto.
Del sacrificio che mi sono imposto
per il Bene di una comunità ingrata e neanche degna di me.

Sono IO il Difensore della Verità,
della Giustizia,
dell’Onore.
Sono anche il Difensore di Me Stesso,
simbolo vivente di quelle Virtù.

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Oggi mi hanno agguantato.
Il round finale si sta avvicinando.
Ero finalmente riuscito ad addormentarmi,
cosa ormai rarissima, quando mi sono rizzato
con un soprassalto quasi mortale.
Uno di Loro aveva piantato i suoi artigli maledetti
nella mia carne viva e mi aveva morso al collo.

So che oggi si trattava di uno solo di Loro.
Ma prevedo che rapidamente si avvicineranno tutti gli altri
e che cercheranno di accerchiarmi.
Sarà la prova lampante della loro vigliaccheria.
Il branco si fa forte del suo numero.
Per questo so anche che non devo mai più
stare in mezzo alle piazze, né al centro delle arene,
ancora meno all’incrocio delle strade.
So che perfino i giardini e i parchi, le ville e i palazzi
si riveleranno ben presto pericolosi.
Sento su di me milioni di dardi puntati, di lance alzate,
di trappole aperte, di frecce avvelenate lanciate nell’aria sospesa dall’attesa.

Le mie palpebre si fanno pesanti.
La bocca pastosa. I membri stanchi.
Ma a questo punto devo stare vigile lo stesso.
Non è tempo di rilassamento.
Aspetto i Tartari. E so che sono vicini.

***

La mia arma principale è sempre stata e rimane la Parola.
Il Verbo. Il Giuoco.
Al quale li costringerò a sottostare.
Mostrerò loro il mio Schermo delle Meraviglie,
la mia Scatola Magica, la mia Scacchiera di Fuoco.
Già li conoscono, ma questa volta ne rimarranno affascinati,
fermi, incantati, senza forze, ancora più di prima.
Devo però aspettare che si avvicinino un po’ di più.
Ed è proprio questo l’attimo pericoloso per me.

Devo capire e valutare con una precisione diabolica
il secondo in cui potrebbero saltarmi addosso,
ma durante il quale avrò insieme la capacità di fermarli
sull’orlo ultimo e di respingerli e farli precipitare nel burrone spalancato.

I loro bisbigli e sibili stanno diventando degli ululati,
dei lamenti selvaggi e sconvolgenti.
Ne ho la testa colma.
Mi sembra a volte che stiano per scoppiarmi mente e cervello.
Ma devo resistere.
Fino in fondo.
Non è il momento di mollare.
Aver lottato fino a quel traguardo per lasciarmi trafiggere ora
sarebbe una sconfitta troppo clamorosa,
troppo enorme perché la possa sopportare.

Mi aspettano ancora dei momenti dolorosi,
non so quanto lunghi, o intensi,
ma devo potermi vedere allo specchio.
Senza battere ciglia,
guardarmi dritto negli occhi e dirmi
“Sei stato il più bravo.
Il più coraggioso.
Il Più.”
E morire felice. O forse no.
Chi può saperlo.

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Edith de Hody Dzieduszycka, grafica di Lucio Mayoor Tosi

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.

Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano e partecipa a premi di poesia con inserimenti in numerose antologie.

Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, prefazione di Giampiero Mughini e Antonio Ducci.  Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte2007prefazione di Vittorio Sermonti, postfazione di Giovanni Paszkowski.  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia.  Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013, presentazione di Massimo Giannotta.  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni e nota di Paola Mazzetti,  A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, prefazione di Elisa Govi, postfazione di Mario Lunetta.  Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Sandro Gallo e François Sauteron.  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016),  Trivella, poesia, 2 ballate, Genesi (2015); Come se niente fosse, poesia, Fermenti, 2016; La parola alle parole, poesia, Progetto-Cultura (2016); Intrecci, romanzo, Genesi (2016).  

Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus; Le sol dérobé, Memorie di Marcel de Hody, Editions des Paraiges, (2015)

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92 commenti

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92 risposte a “Edith Dzieduszycka, LORO – poemetto – Un esempio di nuova ontologia estetica, con un Commento psicofilosofico di Giorgio Linguaglossa, La sceneggiatura dell’Inconscio che si esprime attraverso il fantasma

  1. cari amici e interlocutori,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21077
    e caro Claudio Borghi, vi devo ringraziare tutti perché grazie al dibattito che si è sviluppato sulla poesia di Borghi le visualizzazioni del post sono schizzate a 3347. Un bel numero. Ciò vuol dire che la poesia è viva e che l’interesse che suscita è vivo.

    Personalmente io non temo affatto le critiche né le idee che si mettono in campo, anzi, le idee diverse mi stimolano e mi spingono ad approfondire il mio discorso. ritengo utilissimo il confronto di idee. Mi rammarico solo che un post come quello su Iulita Iliopoulou non sia stato letto con attenzione, qui siamo davanti ad una delle poetesse greche di maggiore levatura. Del resto, lo sguardo dell’Ombra è uno sguardo europeo, siamo tutti poeti e cittadini d’europa, le traduzioni dalle varie lingue europee sono il nostro pane quotidiano e quindi grazie a Chiara Catapano che ci ha tradotto questa splendida poetessa greca.

    Stamane ho postato un poemetto di Edith Dzieduszycka “Loro”, scritto nel 2010 e pubblicato nel 2011, un ragguardevole esempio di «nuova poesia», di «nuova ontologia estetica» quando la nuova ontologia non era ancora nata. Ciò significa che certe cose erano e sono nello Spirito del tempo, che alcuni poeti all’insaputa l’uno dell’altro, già si muovevano da tempo in questa direzione. Ciò significa che «la nuova ontologia estetica» non è un vezzo o una impressione gratuita nata nel cervello di un singolo per una bizza o per un atteggiamento di originalità. Qui nessuno di noi vuole apparire originale, qui ci stiamo per pensare la nuova poesia italiana, pensare insieme senza steccati narcisistici e senza apriorismi…

  2. Steven Grieco-Rathgeb

    Saluto, come sempre, Edith Dzieduscycka, poetessa portatrice di una propria poesia e di un proprio stile inconfondibile, che pure, tutto a modo suo e nel modo migliore possibile, risente dell’influsso spesso vivificante del pensiero teorico intorno alla NOE. Questo post ne è prova sicura. Un esempio di come dobbiamo, tutti noi, porci nei confronti della nostra propria creazione, e di una nuova estetica della poesia.
    Se ci riesco, vorrei parlare della sua poesia in un commento successivo, ma qui lasciatemi un momento perorare la causa della NOE, in cui tutti ci riconosciamo.
    Ho notato ieri nel post di Chiara Catapano la ricchezza di informazioni che esso fornisce al poeta: una sorta di laboratorio intorno ad una esperienza poetica fra le più significative della seconda metà del Novecento – e non solo per le questioni linguistiche che pone – di uso immediato per aiutare a risolvere alcuni dei problemi ontologici che affliggono la poesia di oggi, 2017.
    Esattamente nello stesso modo, il lettore avrà anche notato quanto la poetessa Iliopoulou sembra indicare non una ma diverse linee di pensiero, di poetica, e stilistiche, che possono fornire ai poeti che scrivono oggi validissimi suggerimenti per aiutarli a superare ogni provincialismo, la palude della non-poesia.
    L’esperienza della Iliopoulou è maturata in un clima mentale molto simile a quello in cui noi qui adesso ci riconosciamo.
    L’ironia delle cose fa sì che ieri i poeti della NOE, con poche eccellenti eccezioni, non abbiano commentato questo post della Catapano, di vera poesia, mentre si sono spesi profusamente a strillare intorno al post precedente, di Borghi, sul cui valore o non-valore non mi pronuncio.
    Tremo al solo pensiero della originalissima visione della NOE indebolita da uno stuolo di poeti che cambiano il loro stile e si mettono a scrivere poesia “per frammenti”, tutti riconoscibilmente della stessa “scuderia”. Quando essi in realtà sono già insuperabili nel loro proprio stile, non hanno bisogno di cambiarlo; sono già, palpabilmente, poeti della NOE!
    Temo gli “schieramenti”.
    La NOE, così come immaginata e concepita prima da Giorgio, e poi in diversi e svariati modi rinforzata e arricchita da tutto un gruppo di poeti, fra cui io mi riconosco a pieno titolo, non deve correre questi rischi.
    La poesia di Edith Dzieduscycka ci dice anche e soprattutto questo.

    • Mariella Colonna

      Gentile Steven Grieco, condivido pienamente lla sua analisi che sottolinea un aspetto per me assolutamente fondamentale della NOE, di cui non tutti -i simpatizzanti almeno- sembrano aver preso coscienza: non è necessario scrivere per frammenti, dimenticando il proprio PERSONALE modo di interpretare il messaggio della NOE e snaturandolo: inserire invece il frammento come scheggia viva di realtà più o meno dolorosa nel contesto dei nostri versi, farlo proprio, ripeto, provocando quella sorta di esplosione di vita che è novità espressiva è fondamentale per non cadere nelle secche di un “poetare unico” che è il contrario della “poetica” della NOE ideata da Giorgio Linguaglossa e dai suoi primi e fedelissimi compoeti. Ognuno di noi che aderiamo profondamente alla Nuova Ontologia Estetica deve poter mantenere un linguaggio unico e irriinunciabile perché legato alla sua “natura” e alla sua storia. Con poche parole e grande chiarezza lei ha espresso il mio stesso pensiero sulla Dzieduszycka che, secondo me, ha aperto la strada al più tivoluzionario e ad un tempo riconoscibile modo di interpretare la NOE. GRAZIE PER IL SUO INTERVENTO, STEVEN.

      • questa è la poesia che dedico ad Edith

        Ad Edith Dzieduszycka

        Le tue parole
        mi sono venute incontro
        con una parte di me stessa,
        musica fatta di corpo respiro
        e di cuore aperto al mondo, attento anche
        alle sottili incrinature del cristallo di luce
        che le avvolge senza privarle di calore,
        Nella trasparenza di una sorgente
        che scorre dall’anima
        ad una ad una diventano parte di me, si diffondono
        nei miei pensieri, nel respiro, nel tocco delle mani
        sulla tastiera.
        “Loro” non potranno impedire
        Ai fiori di aprirsi, al vento di spargere ovunque
        i pollini per le nuove fioriture, non potranno
        fermare l’inquietudine dell’onda e della tempesta…
        Ma “loro” siamo anche “noi”.
        E’ lì che le parole lottano contro le tenebre.
        E da lì, un giorno liberate,
        andranno in mezzo ai chicchi di grano
        per diventare spighe
        e a schiudere con i fiori le delicate corolle,
        saranno le nostre parole a invitare
        la chiara luna di notte a illuminare la terra
        che i cosmonauti vedranno splendere,
        prezioso gioiello interstellare.

        Guardiamo al futuro con paziente speranza
        perché la Morte il Nulla non hanno armi
        contro le parole della Vita.
        Le parole della Poesia non temono il Nulla e la Morte
        perché li hanno nel proprio cuore insieme alla Vita
        e noi le diremo vivendo e forse saremo noi donne
        la Poesia che vince la Morte,
        perché il Logos la nutre
        e La trasforma in una spada di luce.

  3. gabriele fratini

    Il poemetto è anche interessante, ma non c’è una legge che prescrive di andare a capo anche là dove non vi sia motivo. Esistono i poemetti in prosa con notevole dignità letteraria. Come questo. Che non è poesia, anche se va a capo.
    Un saluto.

    • In fondamenti di metrica un testo di propedeutica al latino universitario di Traina e Bernardini Perini e su altri testi di metrica che lei ben conoscerà,quanto all’energia elettrodebole nessuno sa, in quanto altrimenti chiamata materia oscura.Lei ama complicare le cose vedo

      • ROTTURA DELLA SIMMETRIA – FORZA ELETTRODEBOLE E FINE DEL NOSTRO UNIVERSO
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21171
        Premetto che non sono un fisico;credo di aver capito che l’energia elettrodebole è una cosa diversa dalla materia oscura che sarebbe venuta in essere in un secondo momento, subito dopo la nascita dell’Universo Bambino.

        La teoria dell’energia elettrodebole ci dice esattamente ciò che avviene secondo il modello elettrodebole. Alle altissime temperature presenti nell’Universo dopo il Big Bang l’interazione elettromagnetica e quella nucleare debole erano unificate: al diminuire dell’energia, nel corso della successiva espansione dell’Universo Bambino , la simmetria si è rotta spontaneamente e le due interazioni si sono separate. Altre teorie prevedono analoghi meccanismi di rottura di simmetria che hanno differenziato in diversi momenti dopo il Big Bang le altre forze fondamentali da quella che era l’unica Super Forza al momento iniziale.

        La teoria ci dice anche qualcosa d’altro, che potrebbe avvenire in un momento x dell’espansione del nostro universo. Potrebbe verificarsi una «rottura» della simmetria, o addirittura una serie di «rotture» istantanee che farebbero crollare tutto l’universo. Per analogia ciò che avviene ad uno specchio quando avviene una «rottura» in un punto x che si dirama istantaneamente in molteplici direzioni provocando la frammentazione dello specchio.

  4. Trascrivo qui una poesia di un giovane che scrive una cosa che si può chiamare poesia. Ditemi voi se è qualcosa che si avvicina alla poesia o se non lo è:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21095
    FRANCESCO VICO nasce a Savona nel 1982. Vive a Mallare, dove lavora nel campo del legno. dal PDF di “Alla fine muoiono tutti” (2017):

    Motivi per comprare questo libretto di poesie

    Per prima cosa acquistando questo libretto di poesie
    (ammesso che siano poesie, non mi piace chiamare così
    le robe che scrivo, le chiamo così in questa roba
    per una questione di chiarezza, poi prometto che smetto)
    hai acquistato un buon numero di foglietti
    scritti solo in parte
    andando
    spesso
    a
    capo,
    e avanza un sacco di spazio per scriverci le cose tue
    (se stai leggendo la versione digitale
    per te questo punto non vale, infatti
    l’hai pagata di meno).
    Inoltre fai bene all’economia
    perché con quel poco che ci faccio
    mi ci posso comprare la birra o le sigarette
    e alziamo un po’ il PIL. Se poi per assurdo
    lo comprano non dico tutti, ma almeno parecchi,
    mi ci posso comprare abbastanza birra e sigarette
    da diminuire notevolmente la mia aspettativa di vita
    e abbassare le possibilità che in futuro io riesca
    a pubblicare un altro libretto
    con il risultato che non devi acquistarne degli altri
    e quindi risparmi.
    Comprando questo libretto di poesie
    puoi anche tirartela un po’ quando viaggi col treno
    e magari provare a rimorchiare
    o a farti rimorchiare
    con la classica scusa del “di cosa parla?”
    Ovviamente funziona soltanto se all’altra persona
    interessano le poesie
    e il rischio maggiore è che l’altra persona
    a cui piacciono le poesie
    le scriva anche
    e voglia leggertene una sua lì sul treno
    con tutto il vagone incazzato che sono le sei e cinquantuno
    e già il treno è in ritardo
    e già piove
    eccheccazzo, almeno un po’ di silenzio.
    Ma il motivo principale
    per comprare questo libretto di poesie
    è che dentro ci stanno delle poesie
    che parlano principalmente del fatto
    che una delle poche cose sicure della vita
    è che a un certo punto si muore
    anche se nel frattempo succedono un sacco di cose
    e non sono quei pensieri che si fanno volentieri
    e magari se li pensi non ci dormi la notte
    e invece così ci ho già pensato io
    e ho provato a mettere ordine in ‘sta gran confusione
    mettendola giù in parole
    così puoi pensare “che bella poesia” o “che immonda
    stronzata”
    e dimenticartene subito dopo.

  5. Difficile discernere qui la poesia in senso tecnico, semmai estetico, ma anche in tal caso insorgono notevoli difficoltà: cos’è estetico e cosa non lo è? Nella poetessa la differenza con la prosa è piuttosto esigua, al punto da potersi definire il suo testo un racconto poetico, comunque emozionante.

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21103
    Non sono certo io che posso decidere se lo scritto di Edith Dzieduszycka sia in prosa poetica o in poesia…prosastica: la cosa emozionante e forte è stato leggerla e ritrovare me stessa nell’esatto momento-evento che sto vivendo! Mi vengono i brividi: in questi giorni la mia serenità è messa a dura prova da presenze del tipo descritto dalla poetessa in questione, legate però ad una serie di impressioni, trasmesse grazie alle parole, che mi arrivano da altri poeti della NOE. difficile spiegare, è la prima volta che mi succede che lo scritto di un’altra poetessa traduca nei suoi versi, con approssimazione al 99%, quello che ho vissuto io, non tanto nei confronti di me stessa, ma di persone con cui ho rapporti virtuali nel gruppo della NOE. Impressioni fugaci, inafferrabili di negatività che i soggetti in questione hanno provato nei miei confronti attribuendole a me, una specie di atmosfera fastidiosa noiosa no, ma con sottofondo aggressivo, difficilmente descrivibile, fantasmatica…che presto, durante gli incontri, il dibattito e nelle email, si è trasformata in altrettante parole nei mie confronti. Le parole si sono via via trasformate in vuoti comunicativi o…in veri e propri insulti che, però, non sono riusciti a farmi del male perché c’era una sorta di scudo protettivo intorno alla mia persona. Mi sono difesa come ho potuto e ho capito che le mie pacifiche “esternazioni” avevano colpito in modo stranamente negativo compagni di strada nei confronti dei quali avevo percepito un’aura negativa, un rifiuto della mia persona e del mio modo di sentire gli altri e la poesia. Vi assicuro che non sto inventando…in questa “traversata” nell’oceano indistinto dell’inconscio o del “campo psichico” che ormai circonda il gruppo della NOE (e tutti i gruppi di persone che interagiscono), da me ironicamente chiamato arca di NOE’, il mio punto di riferimento è stato Giorgio Linguaglossa: egli, in mezzo alle tempeste comunicative e agli scontri inevitabili di pensieri immagini e idee…si è sempre mantenuto forte sereno e decisionista, mai ha “perduto la bussola”, come popolarmente si dice. Anche altri cari amici mi sono stati vicini…ma ci sono alcune persone che, ho saputo, provano nei miei confronti quello che la Dzieduszycka ha drammaticamente descritto nella sua poesia o prosa poetica. E’ veramente strano quello che ho vissuto oggi pomeriggio, come conclusione di questo periodo fantasmatico di presenze aleggianti intorno a me con effetti anche dolorosi, ma non angoscianti: una specie di Purgatorio sulla terra descritto da una poetessa che non conosco personalmente. Secondo il mio punto di vista questa poesie è semplicemente quello che trasmette. Non vuole essere altro. E questo è il suo valore espressivo e umano. Grazie alla poetessa che ormai porto…e porterò sempre con me e a chi me l’ha fatta conoscere..

    • Mariella Colonna

      Cito Edith, il modo migliore per entrare nel tempio della sua Poesia:
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21189
      “…Le mie palpebre si fanno pesanti.
      La bocca pastosa. I membri stanchi.
      Ma a questo punto devo stare vigile lo stesso.
      Non è tempo di rilassamento.
      Aspetto i Tartari. E so che sono vicini.

      ***

      La mia arma principale è sempre stata e rimane la Parola.
      Il Verbo. Il Giuoco.
      Al quale li costringerò a sottostare.
      Mostrerò loro il mio Schermo delle Meraviglie,
      la mia Scatola Magica, la mia Scacchiera di Fuoco.
      Già li conoscono, ma questa volta ne rimarranno affascinati,
      fermi, incantati, senza forze, ancora più di prima.
      Devo però aspettare che si avvicinino un po’ di più.
      Ed è proprio questo l’attimo pericoloso per me.”…

      La poesia è travolgente: e non pesa la lunghezza perché il tema si svolge con il ritmo di un “triller”: è il dramma in cui viviamo, come singoli (almeno vale per me) e come collettività umana… ho sottolineato questo punto perché traduce esattamente (come tutta la lirica, ma qui è proprio una coincidenza TOTALE) LE SENSAZIONI DEL MIO CORPO (doloroso) e la reaziione dello spirito che mi fa rialzare ogni volta: anche io, come Edith, non mi arrendo! E poi qui entrimo davvero nel mistero della Poesia e sono commossa nel sottolinearlo e, per sottolinearlo, ripeto i versi dell’autrice che vorri aver scritto io:

      “La mia arma principale è sempre stata e rimane la Parola.
      Il Verbo. Il Giuoco.
      Al quale li costringerò a sottostare.
      Mostrerò loro il mio Schermo delle Meraviglie,
      la mia Scatola Magica, la mia Scacchiera di Fuoco.”
      Un poeta vero “è” così e, lo dico senza false modestie, per me “è” così!
      LA MIA ARMA PRINCIPALE è SEMPRE STATA LA PAROLA. Ma non una parola qualsiasi, quella che, dopo aver percorso innumerevoli spazi e dimensioni temporali ed essersi nutrita attravesando gli eventi del suo viaggio esistenziale approda, per una sorta di miracolo, alla mia penna, ai tasti del mio computer.
      Noi poeti abbiamo come arma LA PAROLA: e La POESIA è IL LUOGO senza spazio né tempo dove la mia parola si incontra con quella degli altri, con le memorie ed esperienze del mondo ) grazie al VERBO che, attraverso il Giuoco divino, dà significato a tutte le parole (ma questo è già un discorso più complesso, evocato da Edit ma non ancora approfondito).
      Ringrazio infinitamente Edith… e Giorgio Linguaglossa che mi ha permesso di incontrarla, sia pure virtualmente e forse più intensamente, sull’Ombra delle parole.
      Mariella Colonna

  7. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21104
    Con una icasticità espressiva che raramente abbiamo riscontrato in tanta parte delle nostra poesia contemporanea, Edith Dzieduszycki sembra suggerire alla nostra coscienza che a trarci dal nulla o, se si vuole, dall’inumano, a volte può essere il ricordo delle cose, uno Stillstand nel quale ci acquietiamo. In questi versi possenti Edith fa uso di immagini in fuga dal profondo del tempo e dello spazio, quasi fotogrammi di luoghi abitati in una fantasmagoria di persone e di oggetti occupanti il posto d’abitudine, un posto a noi noto e che ci rassicura.
    L’Io di Edith che sostiene l’intero poema non l’io decadente, piccoloborghese delle psicopatologie della vita quotidiana. E’ al contrario
    un Io titanico, benchè con i tratti dell’antieroe, il quale è consapevole che se si vuole abbandonare il sentiero della storia con la ‘s’ minuscola occorre
    intraprendere quello della Storia, con la ‘S’ maiuscola. Ma quest’anelito
    si scontra con LORO, LORO si frappongono fra l’aspirazione e il risultato
    finale da attingere…
    Una metafora riconducibile per taluni versi alla grotta di Platone.
    Due grandi novità si registrano in questo corso poetico del tutto ‘nuovo’
    di Edith: l’uso sapiente del punto fermo in grado di conferire ai versi una
    indiscutibile compiutezza e l’introduzione dell’elemento colloquiale il quale
    gioca un ruolo decisivo nell’economia estetica generale del poema poiché
    invita il lettore a entrare nel verso, giocando così non più soltanto il ruolo del fruitore, ma interagendo con i versi stessi…
    Ottima la nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa.
    Un lavoro poetico questo di Edith destinato a lasciare tracce profonde
    nel fare poetico contemporaneo…
    Gino Rago

  8. Giuseppe Talìa

    E dopo la baraonda, oggi, arriva in soccorso Dzieduszycka, e mi conforta.

    Quando la poesia nella lettura scivola come acqua fresca per gli assetati, senza mai un intoppo, una qualche distonia di senso o di vocabolo, con la metafora chiara e lineare che accompagna la narrazione della e nella contrapposizione (io/loro), con immagini visive cariche di dettagli e un racconto polisemico.

    E la loro strategia era una,
    e una soltanto:
    riuscire a convincermi di non star bene.
    Di essere malato.
    E quando dico malato, voglio dire invece, fuori di testa.

    Chi sono Loro?
    Cosa vogliono da me?
    Per quale motivo ce l’hanno con me ?

    Ma IO ero pronto, in piedi, col gladio in mano.
    Non pensino mai di farmi paura. Mai.

    • Mariella Colonna

      Anche la baraonda è servita…e bisogna avere le spalle larghe per sostenere il peso di certe verità che emegono …ma poi ci si sente come liberati! Questo effetto, caro Talia, mi fa anche la poesia di Edith. Non è strano, lei evoca alcuni importanti motivi delle “baraonde”!
      A presto, a nuove battaglie pacifiche, però!

  9. Jacopo Ricciardi

    La poesia di Vico mi ricorda Oliver Scharpf. È scritta con un certo disincanto che mi pare non costruito a tavolino, onesto.

    • Salvatore Martino

      Invidio i lettori del blog che leggono di getto Borghi, la poetessa greca le
      lunghe presentazioni e ora il poemetto di Edith e ne scrivono con cognizione. Io impiegherò giorni per penetrare in parte il lungo poemetto di Edith. Ho gettato uno sguardo e mi è sembrato alquanto copmlesso, ma vicino a tante altre cose lette in passato da Gregorio Samsa a vari miei testi sia in Libro della cancellazione sia in Metamorfosi del buio. La questione se sia prosa poetica o poema in prosa mi sembra marginale, anche se devo dire che l’andamento visto a volo di uccello mi sembra che sia stilisticamente, che come linguaggio e sintassico si vada più verso la prosa., dalla quale mi sembra abbia preso le mosse la composizione.
      L’ora tarda e la stanchezza non i consentono ulteriori approfondimenti.

  10. Trovo interessante e riuscito l’esperimento di aver trasposto un testo prosaico nel verso con l’a-capo. Tanto più per il fatto, come è stato detto, che la frammentazione dà ancor più forza alla prosa. Anche se personalmente preferisco, negli stop, dare agio alla parola di farsi imprevedibile, non mi scandalizza la commistione dei generi. In un primo momento, ma sono mie fissazioni, ho pensato alla curiosa decadenza del postmoderno (rivolgersi al mito ecc.) ma mi sono ricreduto. Sembra piuttosto una catarsi liberatoria, di quelle che possono accadere in ambiti terapeutici di tipo intensivo. Tema: il potere. L’effetto della condivisione arriva al lettore in modo benefico. Così l’ho accolto. Edith dimostra di avere talento, capacità di stare nell’emozione. E non è poco, specie di questi tempi.

    • Mariella Colonna

      In effetti, Lucio, hai colto l’aspetto strisciante che non viene fuori ma che dentro di noi si ingrandisce come un fiume in piena fino alla conclusione “aperta”: è il “Potere” quello che ci terrorizza in profondità: non tanto il potere della politica, di cui ormai conosciamo i teatrini e gli immancabili scheletri nell’armadio, ma il Potere occulto, che si maschera ora di questo ora di quel personaggio evento e perfino “cosa”, ma che soprattutto attenta al nostro “io” nei modi più impensabili. E quando parlo di “occulto” mi riferisco a tutto ciò che le persone “civili” non osano nominare: il potere della negatività, della malvagità che non colpisce soltanto con la bomba o la spada, ma anche con forze occulte che non conosciamo appieno e che proprio per questo, ci terrorizzano. Ma la poesia ci aiuterà a fare chiarezza. Soprattutto quando è vera come quella di Edith D, grande conoscitrice del mondo e degli esseri umani.
      GRAZIE Pìper il tuo intervento che ha completato il mio approfondimento della poesia.

      • Cara Mariella,
        https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21188
        però il senso che io do al potere non è esattamente quello che tu hai qui esposto: per me il potere è “occulto” dentro ognuno di noi, non fuori o intorno a noi. E’ che per indegnità, educazione e vari condizionamenti, non riusciamo ad esprimerlo. Per me non si tratta di “negatività” ma, al contrario, di una forza sempre trattenuta che dovremmo imparare a gestire ed esprimere. In altre parole, io do al potere un significato del tutto psicologico, per questa ragione ho parlato di catarsi “liberatoria”. Se così inteso, il potere che reprimiamo può rivelarsi una forza di primaria importanza nella nostra vita. E’ la scoperta di questo potere che fa dire a Edith Dzieduszycka:

        Sono IO il Difensore della Verità,
        della Giustizia,
        dell’Onore.
        Sono anche il Difensore di Me Stesso,
        simbolo vivente di quelle Virtù.

        Qundo tu scrivi “tutto ciò che le persone “civili” non osano nominare: il potere della negatività, della malvagità che non colpisce soltanto con la bomba o la spada, ma anche con forze occulte che non conosciamo appieno”, ecco, io penso che quelle forze le possiamo conoscere appieno, grazie alla psicanalisi.

        • Mariella Colonna

          BRAVISSIMO LUCIO! Non l’ho detto mentre scrivevo a te per timore di non riuscire a scrivere di Edith…ma hai tutte le ragioni possibili! Le forze occulte sono anche e soprattutto dentro di noi e…dentro gli altri!. Non sono soltanto io e neppure soltanto tu…da psicanalizzare! Ma è l’insieme di queste forze occulte interne che assumono poi anche forme esterne a creare nuvole spesse di negatività…che la parola ci aiuta ad eliminare, in modo che riusciamo a “vedere con chiarezza in noi e negli altri”!. Sono molto contenta che abbiamo raggiunto un punto di consapevolezza comune, Lucio…e grazie a te!
          Mariella

          • Mariella Colonna

            Forse ho esagerato…grazie anche a te!

          • Mariella Colonna

            Lucio, però, rileggendo quello che ho scritto…io parlavo di un potere occulto molto diverso, che spesso viene scambiato per superstizione ma che si collega profondamente a quel male collettivo che Giorgio chiama “Apocalisse”: è male metafisico, ma anche questo è un altro discorso…

  11. LA POESIA DI EDITH DZIEDUSZYCKA SOSPESA TRA IL «NULLA» E IL «PIENO» DELLA SCRITTURA: LA CRISI DELL’IO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21127
    L’inizio e il finale del poemetto di Edith Dzieduszycka hanno una precipua caratteristica, sono aperti. Ecco l’incipit:

    È ovvio che le cose non possono più andare in questo modo.
    Devo prendere dei provvedimenti.

    Il primo verso si riallaccia a dei precedenti che, però, non sono scritti, presuppongono altre parole che, però, non sono state pronunciate. La poesia proviene dal vuoto di parole che la precede. Ecco una caratteristica della poesia della NOE: il vuoto precede il pieno della scrittura. Una volta aperto il rubinetto della scrittura, ciò che deve avvenire, avviene, si apre la «rappresentazione scenica», il monologo di un Attore: l’io, che si contrappone ai non-io, a «Loro». Voglio dire che, una volta apparsa la scrittura, tutto quel che ne consegue non può che seguire, deve necessariamente seguire. La scrittura poetica è una macchina inarrestabile che deve procedere sino alla fine. I segni di punteggiatura, come bene ha rilevato Gino Rago, sono dei segnali che tentano di trattenere il flusso di coscienza, il fiume di parole che l’io si trova a pronunciare. È un teatro maledetto quello che si apre, uno spazio scenico in cui opera uno psicotico, uno psicotico che ha un solo nome: l’io.

    Gli ultimi due versi sono eloquenti, indicano che la partita non è chiusa. È un finale aperto. Ciò vuol significare che ci saranno ulteriori «atti» della rappresentazione, ulteriori prove sceniche. In fin dei conti, quella a cui abbiamo assistito è stata una mera rappresentazione scenica di ciò che avviene allorquando si infrange la barriera del «nulla»:

    E morire felice. O forse no.
    Chi può saperlo.

    Dunque, la grande originalità della poesia di Edith è che lei mette in scena una crisi esistenziale come mai era avvenuto in precedenza nella poesia italiana del secondo novecento, se si fa eccezione per Helle Busacca con i suoi Quanti del suicidio (1972). Ed ecco che i conti tornano. La Dzieduszycka riprende dal punto in cui la Busacca aveva lasciato. Tutto quello che è avvenuto dopo la Busacca può essere messo nel ripostiglio delle parole a perdere, delle parole inutili. Qui, per la prima volta dopo la Busacca, vengono pronunciate delle parole «vere», «pesanti», la Dzieduszycka giunge, a suo modo e con il suo lunghissimo percorso, ad un punto di svolta della tradizione del monologo dell’io. D’ora in avanti la sua poesia rimarrà come stregata da quella scoperta, dalla scoperta che l’io è entrato in crisi inarrestabile, che la felicità del «nulla» è stata infranta perché sono intervenuti «Loro». Di qui il discorso poetico tipicamente dzieduszyckiano: con frasi brevi, secche, intervallate dai segni base della punteggiatura, la virgola e il punto, una successione paratattica che giunge fino al buco nero della significazione, fino al punto estremo della crisi dell’io.

    A questo punto, parlare del distinguo: prosa o poesia è, a mio avviso, specioso. Arrivati a questo punto della crisi, non c’è più differenza alcuna tra la prosa e la poesia (intese nel senso convenzionale, convenzionalmente novecentesco). E qui si apre un nuovo discorso per la poesia contemporanea italiana. Questo poemetto di Edith ha un valore inaugurale (non in senso corrivo e usuale del termine) inaugura un nuovo modo di fare poesia. Questo per chi ha orecchi sensibili, per chi può intendere e volere. È una poesia che apre, non chiude….

    Alcune digressioni sul concetto di «nulla»

    Vorrei aggiungere due parole sul concetto di «nulla» da cui proviene la scrittura poetica della Dzieduszycka e quella della NOE in generale. Il nulla può essere «pensato» come uno stato di quiete (di equilibrio) delle forze elettrodeboli che possono diventare, in determinate circostanze, elettroforti. La scrittura poetica di questo poemetto ci richiama con forza verso il «nulla», ci fa avvertire la sua prossimità. Ad un certo punto, l’equilibrio elettroforte del «nulla» è diventato «debole» e si è prodotta la scrittura poetica della Dzieduszycka. La scrittura poetica come un Big Bang in miniatura. Semplice, no? – Ma che cos’è il «nulla»? Ma è ovvio che l’io si difende con tutte le forze dalla sua origine, che è lo stato immobile del «nulla», tutta la volontà di potenza dell’io si dispiega perché il «nulla» ha lasciato dietro di sé un piccolissimo varco, appena un punto, da cui si è originato l’io e la scrittura dell’io.
    Il «nulla», dunque. Andrea Emo negli Aforismi de Il Dio negativo. Scritti teoretici 1925-1981, pubblicati da Massimo Donà e Gasparotti nel 1989: “Il nulla è l’assoluto che si annulla, appunto perché il nulla è l’assoluto […] L’origine è il nulla, in quanto è l’origine che si annulla […], cioè è l’annullarsi dell’origine; l’origine è l’atto dell’annullarsi, del suo annullarsi […]”. Questo pensiero ci dice qualcosa di importante intorno alle vicissitudini del «nulla». Ha fatto ingresso l’ulteriore stadio del nichilismo. E la poesia italiana non poteva non prenderne atto.

    Scriveva Andrea Emo nel libro citato:

    La presenza di tutto ciò che è presente è in realtà la presenza dello stesso Nulla originario […]. L’essere, cioè, non è al posto del nulla — non c’è l’essere invece del nulla. Bensì l’essere è la stessa presenza del nulla (il nulla non è presente se non come essere)

    La scrittura poetica della Dzieduszycka è un venire alla presenza, un distogliersi dal nulla per venire alla presenza di nient’altro che di se stessa, perché prima di essa c’è il nulla e dopo di essa c’è, egualmente, il nulla.

  12. antonio sagredo

    versi che dedico a EDITH DZIEDUSZYCKA
    (anche il NULLA ha una sua GRAZIA…)
    —————————————————–
    Io devo dire a Silvia il tuo rancore

    Ho barato con l’ignoto e la veggenza,
    l’urna e la clessidra si sono rivoltate
    per un vomito di versi e di visioni –
    il gallo ha beccato la rugginosa banderuola

    L’Apocalisse se n’è venuta come una troia
    turrita di merletti, anatemi e nastri funebri.
    Non ha gradito la tragedia come una finzione
    ché nello specchio la sventura non ha valore di rovina.

    Io so che i sogni di quel borgo ti hanno tradito,
    sapevi che la luce bovina non aveva spazi per te,
    che erano meno finti del tuo infinito come gli zibaldoni,
    che l’immensità era una vana e spietata farsa libertina.

    E quando una marionetta abiurò i fili dinoccolati
    per una stecca della Storia ma non del tuo pensiero
    ferrigno io devo dire al Silvia il tuo rancore, la grazia
    di quel Nulla che mutò la tua ragione in fatale canto.

    antonio sagredo

    Maruggio-Campomarino, 22-23 agosto 2016

  13. Altro considerevole colloquio con il nulla. Alla tua maniera, caro Antonio. Che dire di questa fraseologia?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21139
    L’Apocalisse se n’è venuta come una troia
    turrita di merletti, anatemi e nastri funebri.

    se non che siamo in piena Apocalisse, il pianeta è sconvolto, come del resto ciò che rimane della razionalità dell’io che continua a sprigionare una spaventosa volontà di potenza che altro non è che volontà di nulla. Chi non ha sentore di questo gigantesco e invisibile uragano, chi non avverte i nunzi di queste perturbazioni non potrà che scrivere le poesiole del tardo epigonismo e vellicarsi l’ombelico con le paturnie di un misticismo a buon mercato…

    • Mariella Colonna

      Siamo in perfetto accordo sull’Apocalisse, caro Giorgio: e le nostre poesie ne sono la prova (ti ricordi “Quattro cavalieri?”) ma, secondo me, non sono soltanto le parole incandescenti e le visioni allucinate che la esprimono.. è necessario chinarsi in silenzio su quanto ci dicono, più che i poeti. le loro parole…sottili incrinature su una grande parete di ghiaccio polare possono preludere ad un cataclisma di portata planetaria. In fondo, la poesia della Dzieduszycka con parole “normali” e linguaggio lineare ha tradotto la livida angoscia delle tempeste solari, delle mutazioni climatiche ai poli, dell’atomica in Corea del Nord o del terrorismo dovunque… che minacciano la sopravvivenza sulla terra. Anche NOI della NOE (simpatico gioco creato dalle parole) abbiamo il dovere di ascoltare tutte le voci, anche quelle contrarie, proprio perché siamo profondamente convinti delle nostre posizioni e ascoltare le voci degli altri non ci farà desistere dall’essere totalmente NOETICI (etci della NOE?); d’altra parte, credo, accogliendo le idee altrui, potremo avere l’ascolto dei non convinti e aiutarli ad entrare nel nostro punto di vista, oppure “divertirci” a combatterle, ma sempre nel rispetto del loro punto di vista…

  14. Salvatore Martino

    Ho riletto il lungo testo di Edith avendone qualche impressione un po’ più lucida. La cosa che più mi appare evidente, pur nella complessità del tema trattato, la ripetitività e quindi la mancanza di un lavoro di lima più accurato. Ci sarebbe bisogno, come spesso accade a tutti noi del miglior fabbro alla maniera di Ezra Pound con Eliot. E mi manca, malgrado il lodevole tentativo di inserirlo, quel senso di mistero che sta tra il sogno, la realtà, l’incubo, il delirio, Tutto mi appare detto, raccontato, senza mistero, quasi in seduta psicoanalitica. Il linguaggio è decisamente prosastico, senza voli o sconfinamenti tra l’assurdo e l’indicibile, non consono ad un poème en prose. Ovviamente consiglierei all’adorabile Edith dei tagli e una maggiore sorveglianza stilistica, ma queste sono opinioni di un vecchio del passato, forse troppo legato alla forma. Purtroppo nonostante la tematica potesse essere emozionante, questa emozione non mi è arrivata, i “fantasmi” non mi hanno trasmesso inquietudine.

    “E io sto zitto.
    Non devono sapere, e nemmeno immaginare.
    Questi sono fatti miei. Fatti miei e basta.
    Loro, muta non più silente schierata intorno a me,
    li devo combattere e sconfiggere da solo,
    come San Giorgio fece con il Drago,
    Jason protetto dal Velo d’Oro,
    Ercole contro l’Idra.
    Devo essere il Vincitore assoluto di questo conflitto epocale,
    del quale si parlerà nei libri di storia
    quando finalmente tutto verrà fuori alla luce del sole e della luna
    e tutti capiranno l’importanza e l’ampiezza della posta in giuoco.
    Del dramma che ho vissuto.
    Del sacrificio che mi sono imposto
    per il Bene di una comunità ingrata e neanche degna di me.

    Sono IO il Difensore della Verità,”

    Ecco: qui come altrove incontro una sorta di banalità, che certamente nuoce al tessuto creativo.Ma va bene: tutto o quasi tutto quello che viene pubblicato in questa rivista incontra il favore incondizionato, raramente una critica, a meno che non si tratti di Claudio Borghi. E Dio sa se appaiono anche testi di estrema pochezza. Io cerco sempre, con i modesti mezzi a mia disposizione, di offrire un contributo di opinione onesta e comunque meditata, anche se a taluni risulta scomodo o persino inaccettabile.

    • Mariella Colonna

      Caro Salvatore Martino,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21198
      anche io ho notato qualche (rara imperfezione lessicale o stilistica) nella poesia di Edith, ma, complessivamente , la sua lunga lirica mi ha parlato e coinvolto. Non tanto per l’eleganza di linguaggio, immagini suggestive etc., ma per la perfetta (secondo me) coincidenza tra significante e significato. In questa Poesia, che forse scritta da me sarebbe sembrata retorica, io mi sono ritrovata totalmente e mi è sembrato di entrare per la seconda o l’ennesima volta nelle sequenze della mia vita di questi ultimi anni mesi o giorni…e questo è per me un fatto importante. Condivido con te l’idea che talvolta siano apprezzati, in questa rivista, anche poeti minori…ma è sempre nella prospettiva di una loro trasformazione, della valorizzazione di elementi positivi che nelle loro opere esistono, anche se non pienamente realizzati. L’atteggiamento di Linguaglossa è l’accoglienza: aprire le porte a tutti per trovare talenti sconosciuti. Può essere che si commettano errori…ma non è molto più sbagliato accogliere quelli che già sono altamente qualificati o lo sono come noi e…lasciare fuori quelli che hanno indubbie potenzialità inespresse, non dar loro una mano per migliorare? Che siano piccoli o grandi poeti non sta a noi decidere: oggi le mode portano spesso alla ribalta oggetti d’arte e opere orribili che domani saranno dimenticate: resteranno soltanto le opere valide, quelle che partono dalla mente e dal cuore passando per la cultura dei grandi maestri. Non sempre l’originalità è poesia.

      • Mariella Colonna

        Qui, salvo Lucio Mayoor, come lui ha giustamente notato,nessuno risponde ai miei interventi e così mi rispondo da sola: per fortuna ho avuto la possibilità di scambiare quale idea e salutare Edith: sono sicura che diventeremo amiche perché siamo in sintonia, anche se non ci conosciamo. Quest’incontro ha riempito le mie ultime giornate e sono molto contenta della nostra NOE e dei suoi validi autori. Sono contenta anche degli oppositori e mi sono anche affezionata alle rabbie di Mario Gabriele vacanziere.! Una cosa soltanto mi dispiace: di non aver avuto la possibilità di spiegarmi con un’amica poetessa che è diventata mia nemica. Questo periodo d’intensa partecipazione alle nuove poesie della NOE mi ha corroborato e formato, ho cominciato a capire anche il lato oscuro mio e degli altri…

  15. antonio sagredo

    Caro Giorgio,
    lontano da me dall’esaltare il Tuo cerebro, ma devo riconoscere
    (a parte le banalità che ci diciamo quando si incontriamo… – ma che non siano valvola di sfogo al troppo impegno dei nostri cerebri?)… devo riconoscerTi come acuto critico e per giunte “critico visionario” che nessuno, credo, l’abbia mai detto per qualsiasi critico!
    Così come è un evento non raro incontrare poeti visionari; di certo raramente si incontrano “critici visionari”!
    Ma il punto è che come dice il buon Salvatore Martino, invidia e gelosia si tagliano a fette – non so se di maiale o di cavallo!

  16. antonio sagredo

    Scusate, ma noto qui con alla destra le foto a colori … che il mio volto ha moltissimo di che spartire con quello dell’amatissimo Borges: cosa che mi riempie d’orgoglio e lui, verso di me, di benevolenza.

  17. Poiché non si può apprezzare la poesia della Dzieduszycka se non si intende qualcosa della problematica del nichilismo, trascrivo qui alcune pagine del libro di Heidegger su Nietzsche:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21150
    «Se il nichilismo viene concepito come “stato psicologico” [da Nietzsche], ciò significa allora: il nichilismo riguarda la posizione dell’uomo in mezzo all’ente nel suo insieme, riguarda il modo in cui l’uomo si pone in relazione con l’ente in quanto tale, in cui configura e afferma questo rapporto e quindi se stesso; ciò non significa altro che il modo in cui l’uomo è storicamente. Questo modo è determinato in base al carattere fondamentale dell’ente in quanto volontà di potenza. Il nichilismo preso come “stato psicologico” vuol dire: il nichilismo visto come una forma della volontà di potenza, come l’accadere in cui l’uomo è storicamente.
    Se Nietzsche parla del nichilismo come di uno “stato psicologico”, anche la sua spiegazione dell’essenza del nichilismo si muoverà in concetti “psicologici” e parlerà il linguaggio della “psicologia”. Ciò non è casuale, e non è nemmeno un modo esteriore di comunicare se stesso. Nondimeno, noi dobbiamo cogliere in questo linguaggio un contenuto più essenziale poiché esso intende il “cosmo”, l’ente nel suo insieme ○…]

    Il nichilismo è il processo della svalutazione dei valori finora supremi. Quando si svalutano questi valori supremi, i quali soltanto conferiscono a tutto l’ente il suo valore, anche l’ente che su essi si fonda perde il suo valore. Si genera il sentimento della mancanza di valore, della nullità dell’universo. Il nichilismo come caduta dei valori cosmologici è allora, al tempo stesso, l’emergere del nichilismo come sentimento che tutto sia privo di valore, come “stato psicologico”. A quali condizioni si genera questo stato? Il nichilismo “subentrerà di necessità”, in primo luogo, “se abbiamo cercato in tutto l’accadere un ‘senso’ che in esso non c’è”. Condizione preliminare del nichilismo rimane quindi che noi cerchiamo un “senso” “in tutto l’accadere”, cioè nell’ente nel suo insieme. Che cosa intende Nietzsche per “senso”? Dalla risposta a questa domanda dipende la comprensione dell’essenza del nichilismo, in quanto Nietzsche sovente lo equipara al dominio della “mancanza di senso” (cfr. n. 11 [VIII, II, 211]). “Senso” significa lo stesso che valore, infatti al posto di “mancanza di senso” Nietzsche dice anche “mancanza di valore” […]

    Nietzsche intende qui per “senso” (cfr. i capoversi 1 e 4) lo stesso che “scopo”. E con ciò intendiamo l'”a che scopo?” e il “perché?” DI OGNI AGIRE, DI OGNI COMPORTAMENTO, DI OGNI ACCADERE […]

    La volontà umana “ha bisogno di una meta – e preferisce volere il nulla piuttosto che non volere”» [VI, II, 299]. Infatti la volontà, in quanto volontà di potenza, è: potenza di potenza, o, come possiamo dire ugualmente bene, volontà di volontà, volontà di rimanere al di sopra e di poter comandare. Non è il nulla ciò di fronte a cui la volontà indietreggia spaventata, ma il non volere, l’annientamento della sua propria possibilità essenziale. L’orrore del vuoto del non volere – questo “horror vacui” – è il “fatto fondamentale” della volontà umana, cioè che essa preferisce essere volontà del nulla piuttosto che non volere, Nietzsche ricava la prova della sua tesi che la volontà è, nella sua essenza, volontà di potenza (cfr. Genealogia della morale, VII, 399 [VI, II, 299]; 1887). “Senso”, “meta” e “scopo” sono ciò che consente e rende possibile alla volontà di essere volontà. Dove c’è la volontà, non c’è soltanto una via, ma c’è ancor prima una meta per la via, anche se questa fosse “soltanto” la volontà stessa.».1]

    1] M. Heidegger Nietzsche, Adelphi, trad. a cura di Franco Volpi 1994 pp. 590, 591, 592

  18. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21151
    Un’altra cifra da cogliere nei versi di Edith D. io la segnalerei sommessamente in una certa forma di ‘ adamismo’, che circola nel respiro stesso dell’Io adottato dall’autrice, quasi a volersi richiamare direttamente al libro della Genesi in cui Adamo per primo dà un nome alle cose, un atto primigenio di nominazione dell’esistente: definire nuovamente, con forza, chiarezza e linearità, tutto ciò che esiste, come se niente fosse stato davvero nominato da nessun altro prima. Accettare e guardare il mondo con gli stessi occhi di Adamo, primo uomo: questo fu l’intento dell’acmeismo che Edith riesce a far suo in questo lavoro
    compatto, severo e luminoso, come del resto si evince dalle meditazioni
    dello stesso Giorgio Linguaglossa, che segnano un punto di svolta
    nel fare poetico di Edith nella quale ammiriamo anche la capacità quasi
    camaleontica di saper mutare ciò che in Estetica si dice ‘Livrea’.
    Questa febbre poetica non sarebbe possibile sostenerla senza “desiderio
    di poesia”… Edith D. conoscendola davvero ha ” desiderio di poesia”.
    Gino Rago

  19. IL poemetto di Edit D. mi ha riportato alla memoria “Il deserto dei Tartari”di Buzzati,l’angoscia (ma, forse anche la speranza)di presenze umane che ci sono e non ci sono, divise tra realtà e illusione,e che comunque sono capaci di suggerire un dialogo possibile, un incontro oltre il cortile della nostra quotidianità,della nostra solitudine; è l’antica fame di dialogo umano, mai appagata,che talvolta riesce a rivelarsi, a emettere almeno un grido.

    • Mariella Colonna

      Cara Anna, condivido…”il grido” è l’invocazione e anche la preghiera più ascoltata lassù, o dentro di noi1

  20. gino rago

    Omaggio da Osip Emil’evič Mandel’štam
    a Edith D.

    Mi è stato dato un corpo
    così unico e così mio?

    Per la placida gioia di respirare e vivere
    chi, ditemi, devo ringraziare?

    Io sono giardiniere e sono anche fiore,
    nella prigione del mondo io non sono solo.

    Sui vetri dell’eternità si è steso
    il mio respiro, il mio calore.

    Su di esso si è impresso un disegno
    ultimamente indecifrabile.

    Lascia che sgoccioli il sedimento dell’attimo –
    il caro disegno non si può cancellare.

    Osip Emil’evic Mandel’stam

    Tratti da ‘La pietra’ (1913)
    (Sono versi che sigillano la grandezza del poema di Edith D.)
    Gino Rago

  21. antonio sagredo

    più che VOLONTA’ di potenza è “NOLONTA’ ” di potenza,
    e più che ” VANITA’ di potenza è “SVANITA’ ” di potenza..

  22. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21156
    Dopo il Deserto dei tartari (1940) di Dino Buzzati che segna uno dei punti principali del nichilismo del novecento, questo poemetto di Edith segna un piccolo punto in più. segna quello che Nietzsche chiama lo «stato psicologico».

    Qui è rinvenibile uno «stato psicologico» nuovo che non si è mai dato in precedenza nella poesia italiana del novecento e di queste ultime decadi.
    Si badi, io non dico che il poemetto in questione sia un’opera stilisticamente «perfetta», anzi, ci sono molte sbavature, molte grossietà, e infatti un poeta educato nel precedente gusto letterario come Salvatore Martino ha diagnosticato alcuni limiti stilistici del poemetto.

    Ma non è questo il punto che volevo sollevare, volevo dire che qui sorge uno «stato psicologico» nuovo che non è mai venuto in essere nella poesia italiana di queste ultime decadi. Questo è un punto dirimente, significativo. Qui c’è un documento stilistico e spirituale tipico del nostro tempo: la dissoluzione dell’io mediante un procedimento rigorosamente narrativo. Questo non era mai stato fatto da nessun poeta italiano prima di Edith, e questo merito credo le vada riconosciuto. Poi, ovviamente, ci potranno essere altre opere di altri autori meglio agghindate e aggraziate, meglio scritte dirà qualcuno. Ma a me come interprete e critico questo non interessa, a me interessa rilevare la novità e l’iurgenza con cui una antichissima tematica è stata riproposta e la mirabile forza del dettato che sembra fuoriuscito da una voce monologante senza alcuna mediazione letteraria.

    In tal senso, a mio avviso è un’opera ben riuscita nella misura in cui se ne frega delle limature letterarie, quelle levigature e quei paludamenti, quelle lucidature degli ottoni e dei fagotti che abbondano nelle opere dei poeti celebrati presso gli uffici stampa di alcuni editori e presso alcune consorterie di letterati.

    La storia del nichilismo è la storia della volontà di potenza dell’io che vuole soggiogare e padroneggiare il mondo. Ebbene, in questo poemetto di Edith l’io subisce uno scacco, una crisi interna. E questo è il segnavia di una nuova stagione del nichilismo contemporaneo

    • Salvatore Martino

      Caro Linguaglossa le tue asserzioni circa i miei gusti letterari legati al passato mi fanno quasi sorridere. Voglio ricordarti che io dalia metà degli anni sessanta a quella degli anni settanta ho pubblicato due testi “Attraverso l’Assiria” e “La fondazione di Ninive” assolutamente “rivoluzionari” e certo molto più avanti della vostra NOE, e tu lo sai benissimo, quindi non tentare di farmi passare per uno legato al mondo che fuT ti posso garantire inoltre che nella mia “sterminata” produzione ci sono testi che di Stasi definisce la trilogia del nichilismo (dico di Stasi e non un criticonzolo qualsiasi ) e altri testi che trattano una tematica molto affine a quella trattata da Edith…se vuoi te li posso trasmettere alla prima occasione, anche se da più di un anno possiedi miei testi commentati da Leoni, Talia e di Stasi rispettivamente, che ti guardi bene dal trasmettere sulla rivista. Tutto può passare ma non i giudizi avventati e bugiardi. Il mio gusto poetico si misura sulla poesia, che è certamente una rarità misteriosa, non secondo canoni stantii del passato.

      • Caro Salvatore,
        sarò obnubilata ma non capisco perché ti sei chiuso “a riccio” isolandoti dal contesto e accusando Giorgio di farti passare per “uno legato al mondo che fu”: io ho capito che Giorgio da ad Edith il primato di aver proclamato in versi la “dissoluzione dell’io mediante un procedimento rigorosamente narrativo. Questo non era mai stato fatto da nessun poeta italiano prima di Edith, e questo merito credo le vada riconosciuto.” Posso sbagliare, ma non vedo motivo di offesa nei tuoi confronti. Forse non conosco abbastanza i “precedenti ” del vostro dialogare, ma penso che si debbano riconoscere serenamente i meriti degli altri poeti senza sentirsi offesi…forse per una mancata citazione? E poi ognuno ha i suoi gusti, finché la Storia non consacra i più grandi.

        • Salvatore Martino

          Cara Mariella che ognuno abbia i suoi gusti può essere anche sacrosanto, un po’ meno lo è a mio avviso per un critico. Forse non hai letto bene il io commento non ce l’ho con nessuno, né tantomeno con Edith, e non mi chiudo a riccio, sono aperto alla poesia e alle idee lontane dalle mie. Certo la mia visone del poeta è decisamente aristocratica, e di un rigore assolutamente primario. Ma la poesia appartiene a pochissimi eletti, e soffre di questa generalizzazione paludosa nella quale oggi è scivolata. Non voglio ripetere quello già sopra scritto, ma ci ho tenuto a ricordare come io non sia mai stato immerso in un retorico e obsoleto passato. Ho scritto quaranta anni fa cose che in parte potrebbero preludere alla vostra amatissima NOE. Il nichilismo tanto salutato nel testo di Edith io l’ho usato già da decenni, e anche questa dimensione visionaria e narrativa, che qui viene esaltata come novità assoluta nella poesia italiana, io l’ho praticata già a partire dalla fine del secolo scorso. Faccio queste rivendicazioni in assoluta tranquillità, senza ombra di avvilente polemica. Stranamente Giorgio che possiede tutta la mia produzione non si accorge di questi che sono fatti e non velleitarismi.Se poi si vuole intendere che io sia legato a una poetica dell’immagine, della cadenza, del ritmo, della musica, del pensiero, del pathos, del kommos, del mistero,del dialogo dell’io con se stesso, con l’lAtro, col mondo, col trascendente, che il mio poetare sia legato ad una trasfigurazione dell’esperienza, con tutte le sue pulsioni, di dentro e di fuori, ebbene se è tutto questo e quindi legato al passato e quindi lontano dai parametri innovativi della NOe, allora sì è giusto criticarmi e farmi passare per un poeta legato a schemi ormai obsoleti. Mi piacerebbe cara Mariella conoscerti meglio, senza sovrastrutture divisorie e farmi conoscere a mia volta. Salvatore

          • Mariella Colonna

            Caro Salvatore,
            ti ho scritto una mail una settimana fa e tu non mi hai risposto: forse non ti è arrivata? Fammi sapere. Per adesso ti saluto con poesia e spero di ritrovarti qui. Mariella

  23. Jacopo Ricciardi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21164
    Caro Giorgio, la dissoluzione dell’io la avevo fatta in un testo intitolato Intermezzo II mai pubblicato e che è del ’95. Lo dico perché non si considera con la dovuta attenzione la nostra generazione più giovane rispetto alla vostra. Non si considera che le nostre opere letterarie possono essere nel complesso inedite. Ben più avanti e con più articolazione davo questa dissoluzione. Dico questo perché tutta la vostra riflessione sull’arenamento della letteratura dagli anni settanta in poi noi non l’abbiamo letta ma vissuta respirandola nella nostra crescita e formazione di individui. Questo vuol dire che la nostra reazione è vitale e non razionale come mi appare prevalentemente la vostra. I nostri riferimenti rimangono precedenti a quel periodo nel salto vitale che siamo costretti a fare. E questo salto vitale più interessante è proprio la dissoluzione dell’io, ma io direi di più l’annientamento del sé. Solo che per la mia generazione può essere il punto di partenza acquisito vitale simile al morire e al rinascere, senza fermarsi al solo aspetto cogitante. Può essere ricreato un io? È quello che per esempio ho tentato nei miei testi. Il mio procedimento risulta opposto al nichilismo che seguite voi, poiché appunto non è freddo ma caldo, ossia utilizza tutto l’apparato reaggente di chi scrive non sottraendo dall’operazione il mistero. Questo agire recupera una unità e una totalità che riforma un’identità. Potreste quindi pensare erroneamente a volte che quando si palesa un io esso sia quell’io stantio che vi sta alle spalle, quando in effetti è un io nuovo che si trova oltre di voi come ampliamento di ciò che è stato riconosciuto come dissolvimento dell’io. Per esempio tutte le caratteristische nuove che individuate nei vostri testi come tempo esterno e tempo interno o la frammentazione, e che sono ciò che rende a un lettore come me i vostri testi interessanti di godimento, possono essere corrispondenti al vostro momento letterario ma che in una riacquisizione di un io nuovo finirebbero per essere riassorbite nell’io che ha già metabolizzato il nichilismo. Siamo sicuri che ciò che non è lineare se perseguito non possa mostrare una nuova linearità?

    • Mariella Colonna

      Ha già risposto Giorgio Linguaglossa…ma io, Jacopo Ricciardi, sono profondamente convinta che sia possibile una linearità rinnovata dalle radici, come nel caso della Dzieduszycka: qui non esistono preclusioni, in genere: ci sono casi di rifiuto inconscio di una poesia troppo diversa dalla “nostra”: ma, in trealtà, ognuno persegue la sua strada arrivando proprio dove lo portano le parole in armonia o disarmonia con il mondo le cose gli eventi e gli altri esseri umani. Non siamo un gruppo di persone che scrivono nello stesso modo cose analoghe, tutt’altro! E Giorgio Linguaglossa, che mi ha indirizzato alla Nuova Poesia, ha sempre dimostrato una grande libertà nell’accogliere le mie proposte. Poi ci sono poeti che non cambierebbero una virgola della propria opera o che vogliono imporre idee strampalate o modi di essere non in linea con la buona educazione, o meglio in linea con “La mala edicaciòn” di Pedro Almodovar! Ma quelli meglio perderli che trovarli! Speriamo di leggere presto anche le sue poesie.

  24. caro Jacopo Ricciardi,

    io, da critico prestato alla poesia, mi limito a riflettere sui documenti letterari che trovo, non traggo mai conclusioni affrettate, specie su processi epocali che durano da almeno centocinquanta anni come la dissoluzione dell’io e le ricadute di questo processo in ambito poetico. Non è un caso che un documento letterario e spirituale come questo di Edith Dzieduszycka sia stato scritto da una poetessa in avanti negli anni, lei sì che ha vissuto tutti questi decenni sulla sua persona e nella sua psiche. Il risultato lo si trova in questo poemetto, a mio avviso, uno dei suoi capolavori.
    Mandami alla mia email il tuo poemetto, sono curioso di leggerlo. grazie, un saluto

  25. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21193
    Vorrei contribuire alla riflessione sul nichilismo, cominciando col ringraziare tutti i lettori che hanno dedicato attenzione alle mie poesie, scusandomi per non averlo fatto prima.
    In particolare vorrei rispondere alle osservazioni di Claudio Borghi: è proprio per fronteggiare la deriva nichilistica, come alienazione materialistica del canone illuministico, che l’arte e la poesia hanno dato risalto al mistero, all’irrazionale, al sogno per scandagliare l’inconscio, o l’anima, cioè l’essenza irriducibile a leggi, schemi, determinismi.
    Il surrealismo francese con un’attrezzatura scientifica derivante da Freud, Rimbaud col suo misticismo eterodosso (“E’ ritrovata infine! Cosa? L’Eternità. E’ il mare confuso col sole…”). Mallarme’ coll’estrema sconcretizzazione semantica, istanza rappresentativa d’una trascendenza vuota e ineffabile, e così via, ognuno seguendo il proprio istinto.
    Quello che discrimina il pensiero poetico é la prevalenza della rappresentazione (vorstellen = porre davanti) sulla comprensione
    ( begreifen = abbracciare, afferrare, dominare).
    Per Nietzsche il nichilismo era prodotto della metafisica platonico-cristiana, da cui il suo ossessivo antispiritualismo, a cui soggiace anche Leopardi, che è poeta supremo proprio quando inconsapevolmente contraddice i suoi codici sensisti, ma in un certo senso il suo implacabile materialismo pessimista é stata una catastrofe, ha indotto a svalutare ogni anelito mistico come un’umiliazione dell’intelligenza. Ma la poesia riesce a cogliere, per vie inesplicabili, nella bellezza che Leopardi ha saputo rappresentare, la cifra dell’ineludibile trascendenza del sentimento sulla ragione, dell’essere sui fenomeni e codici razionali.
    La funzione rigeneratrice e soteriologica dell’arte é di creare nuove forme di relazione tra pensiero ed essere, senza contrapporsi alla scienza, ma riaffermando la sua autonomia creativa, libera da prigioni linguistiche, concettuali e ideologiche. La poesia, come la musica, non cerca acquisizioni cognitive, possedere verità, non ha funzioni strumentali a piani di potenziamento materialistico. Non serve a niente, non é serva di niente.

    Un saluto particolare ad Antonio Sagredo, poeta ineguagliabile, certo diverso e molto più grande di me, il cui surrealismo o metarealismo non è
    adesione a formule ormai archiviate, ma effetto della sua capacita’ di utilizzare in forme stravolte e incantate, icone e sintagmi delle piu’ lontane tradizioni, per edificare il suo magico scenario verbale.
    Per lui un testo con cui ricambio il suo omaggio.

    Dalla finestra di Mozart vedo la donna nuda che beve lacrime divine in un cielo di astri divelti,
    e un vecchio bambino pazzo che trascina ridendo l’anima del Grande Assente.

    A forza di dormire sul bordo dell’abisso la mia anima si è mutata in sette usignoli ciechi
    che cantano in sogno per l’infelice sposa dell’Ultradio.

    Ho attraversato tutto l’universo, cercando quella fessura del tempo da cui affiora la morte,
    ma ho trovato solo la luce di zaffiro delle bambine votate all’eterno.

    Tutti i tabernacolo sospesi in alto mare s’inclinato lottando contro un vento di frasi fatte
    e versano in cielo una musica di carezze e desideri di fanciulla,

    tristi come la voce che mi sfiora in sogno
    per dirmi che non è piu’ qui.

  26. caro Carlo Livia,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21204
    vorrei fare un quadretto a quanto tu hai scritto:

    «Quello che discrimina il pensiero poetico é la prevalenza della rappresentazione (vorstellen = porre davanti) sulla comprensione
    ( begreifen = abbracciare, afferrare, dominare).»

    Anzi, ti dirò che la poesia può anche fare a meno del begreifen ma non può mai fare a meno dell’evento (Ereignis). La poesia è evento.

    Poi, su tutto il resto possiamo anche avere idee diversissime…

  27. LO STRANIERO NELLA POESIA DI EDITH DZIEDUSZYCKA, OLTRE LA LINEA, NELL’INCONSCIO, L’OSPITE, GLI OSPITI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21205
    Pier Aldo Rovatti propone, rifacendosi a Jabès, di prendere atto dello «Straniero» che è in noi (come il non padroneggiabile) e di tentare di diventare noi stessi questo «Straniero», di farci guidare dall’ombra piuttosto che dalla luce, attraverso un esercizio di passività che infondo è attività e responsabilità e tramite il quale è possibile arricchire il nostro essere soggetti. Questo «Straniero» facendo esplodere la nostra illusione di padronanza ci costringe, se vogliamo inseguirlo, al pudore e al silenzio. Ci insegna dunque, qualora vogliamo ascoltarlo, a tacere, ad aprire la parola e a poter così rispondere “del nulla che noi siamo per noi stessi”(Rovatti, 1992, p.101). L’ideale sarebbe lasciare che questo silenzio porti noi e l’altro in un zona di sospensione dove è possibile un dialogo che procede unendo e dissolvendo, in un gioco senza fine.

    D’altra parte, è soltanto in questa zona di sospensione, di incertezza estrema (raggiungibile procedendo in un pensiero che ha a che fare con i limiti, i confini) che secondo Derrida è possibile l’accadere di qualcosa, come il mostrarsi di un «arrivante», di ciò che eccede ogni possibilità di determinazione.

    Ma c’è chi non si vuole arrendere a questa passività che infondo è attività e cerca, per dirla con Derrida, di procedere “oltre i limiti della verità”, oltre “la linea” di cui parla Heidegger (1955) in risposta ad un saggio intitolato “Oltre la linea” (1955).

    L’essenza del nichilismo (considerato come condizione normale dell’uomo) di cui trattano il saggio “Oltre la linea” e la risposta allo stesso, sta proprio nella dimenticanza dell’essere, nella totale eliminazione dell’ombra di cui si parlava all’inizio. Ma, secondo Heidegger, non bisogna desiderare un oltrepassamento del nichilismo, pena il ricadere nella stessa fuga che ha portato alla dimenticanza (soprattutto considerato che i tentativi di oltrepassamento vorrebbero oltrepassare senza modificare il linguaggio) piuttosto, si deve tendere ad un raccoglimento nella suddetta
    essenza. Essenza né guaribile né inguaribile ma “senza salvezza”e proprio in quanto tale, dice Heidegger, gravida di “un rimando a ciò che è sano e salvo” (ivi, p.113). L’ oltrepassamento si fa infatti problematico nel momento in cui la linea che segna il bordo è messa in pericolo. Ma, dice Derrida, “essa si trova in pericolo sin dal suo primo tracciato, che può istituirla solo dividendola intrinsecamente in due bordi”, e questa divisione intrinseca “divide il rapporto con sé del confine e dunque l’essere se stessa, l’identità o l’ipseità di ogni cosa” (Derrida, 1995, p.11).

    • “Ma, secondo Heidegger, non bisogna desiderare un oltrepassamento del nichilismo, pena il ricadere nella stessa fuga che ha portato alla dimenticanza (soprattutto considerato che i tentativi di oltrepassamento vorrebbero oltrepassare senza modificare il linguaggio)”.

      Mi sento di condividere questa osservazione in quanto l’oltrepassamento è consentito solo all’osservatore, il quale non può in nessun modo modificare il linguaggio, perché l’osservatore è per sua natura silenzioso.

      • Mariella Colonna

        Questo vale per categorie filosofiche di pensiero che sono in via di superamento: l’osservatore teorico può essere silenzioso, ma, nella pratica, non deve esserlo. Almeno se si parla di Opere d’arte che, una volta recepite, si arricchiescono grazie alla partecipazione percettiva dell’osservatore (o lettore, per la poesia).

        • Per come la vedo io “l’osservatore teorico” è un ossimoro.

          • dov’è il paradosso? L’ossimoro parla di “due parole di significato opposto” unite insieme. Allora diciamo: “l’osservatore, in teoria”…invece dell’osservatore teorico. Pensavo che si capisse lo stesso quello che volevo dire, ma tu sei più pignolo di me! (è un record!)

            • Non è per pignoleria. Quando leggo Heidegger sempre mi sorprende che possa avvicinarsi tanto alla conoscenza empirica di chi fa meditazione. Leggo e controllo se quel che dice corrisponde. Ma io so dell’assoluta esperienza del non-pensiero (l’esser-ci con nulla sottomano). Anche per questo mi meraviglia che il pensiero filosofico, che è di tanta logica, possa giungere così vicino. Ma è nichilismo anche oltrepassare la soglia, che poi è in parte quel che si tenta con la NOE. Heidegger fino a un certo punto…

  28. Per Gino Rago: grazie per aver citato questi versi:”Io sono giardiniere e anche fiore”,che esprime la stretta connessione che intercorre tra chi fa arte e chi la commenta, chi la pratica e chi cerca di spiegarla.Qui siamo un po’ tutti giardinieri e fiori; dobbiamo cercare di convivere serenamente in questa serra che ci siamo costruita,con le migliori intenzioni: estirpare le erbe infestanti e salvare quelle buone,coltivare orchidee e fragoline nei luoghi più adatti, accogliere nuovi fiori e nuove erbe,con qualche prudenza per quelle infestanti.

  29. Caro Lucio Mayoor Tosi e cara Anna Ventura,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21208
    DA DOVE NASCE LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA? Spesso me lo sono chiesto; mi sono dato una risposta. Eccola:

    L’AMMINISTRAZIONE GLOBALE HA IMPARATO A GESTIRE LA CRISI IN QUANTO LA CRISI È UN PRODOTTO DELLA STAGNAZIONE PERMANENTE ECONOMICA E SPIRITUALE DELL’OCCIDENTE. È avvenuto un fatto sorprendente:

    La NOE nasce quando la Crisi è diventata stabile, e la stabilità della Crisi ha stabilizzato i problemi: psicologici, affettivi, erotici, ideologici, stilistici, religiosi etc. delle masse. La Crisi ha stabilizzato anche i generi artistici.

    Se guardiamo alla produzione di romanzi, di poesia, delle arti figurative, della musica contemporanea, ci rendiamo conto, senza ombra di dubbio, di questa evenienza. Anche il «dolore» da quello di Leopardi a quello di Heidegger e di Edith Dzieduszycka, rientra nella «analitica dell’esserci», è stato, per così dire, ontologizzato, e quindi reso invulnerabile, ineliminabile, invincibile. Anche il «dolore» ormai fa parte della stabilizzazione della Crisi, è una parte integrante della Crisi e viene utilizzato dal pensiero teologico e filosofico per amministrare esso medesimo, come già aveva intuito Leopardi con finissimo intuito. Il romanzo privatistico e la poesia privatistica di oggidì rientrano tra i generi che la Crisi produce e amministra, sono le pastiglie di aspirina effervescente che la crisi ci propina e amministra, come amministra anche il dolce stil novo e i quadri di Picasso con il che contribuiscono anch’esse a produrre consenso.

    Uno degli epifenomeni della Crisi è che essa produce «consenso», essa è diventata uno strumento di controllo e di amministrazione degli uomini. Se non si capisce questo punto non si capisce nulla neanche di ciò che è avvenuto ed avviene anche nella produzione artistica, essendo anch’essa amministrata dalla Crisi. Non era Valéry che cento anni fa scriveva che «l’arte nell’economia universale è diventata meno libera e più ottusa»? – Perché stupirci se la poesia che si fa oggi in Europa è, per la stragrande maggioranza dei casi, una poesia minore? Sostanzialmente amministrata dalla Crisi dell’Amministrazione globale?

    Come tu hai compreso perfettamente, la mia posizione di poeta che riflette sulla poesia (e che tenta di farla), si basa sulla comprensione dei mutamenti fondamentali che dal 1922 anno di pubblicazione di The waste land di Eliot, arriva ai giorni nostri. Il Novecento è stato un secolo ricco e convulso, che ha visto un susseguirsi rapidissimo di mutamenti di paradigma. Dopo Eliot la poesia europea e occidentale è cambiata. Ma prima di Eliot una rivoluzione analoga era stata introdotta da Mandel’stam con la sua idea di una poesia basata sulla metafora tridimensionale.

  30. Boccaccio avvertiva:”in tutte le epoche rarissimi sono stati i poeti”.
    Lo scorrere dei secoli non ha cambiata la situazione: anche oggi, rarissimi sono i poeti.Come rarissimo sarebbe il gesto di uno che, avendo un falcone come suo unico mezzo si sostentamento, lo facesse arrosto per offrirlo alla donna amata:è una delle più belle novelle di tutti i tempi.Il gesto di un poeta.

    • Anna, te sei troppo buona coi poeti. Loro mica lo sanno di essere eroi. Hai visto come sta bene il ritratto luciferino di Rushdie in fondo pagina?

      • Caro Lucio, io credo che Rishdie sia luciferino a prescindere dalle sue qualità di poeta;la gente è piena di sorprese, i poeti anche di più.Difficile entrare nel cuore e nella ragione di un essere umano,bisogna affidarsi all’intuizione,al caso,alla fortuna.Ed è quasi sempre un dettaglio,non una spiegazione ampia, a farti capire il cuore del cuore.Questo, forse, vale anche per noi stessi.

        • Mariella Colonna

          Condivido pienamente, come sempre: il dettaglio e “il cuore del cuore” sono in intima comunione! Che bella immagine!

      • Caro Lucio,ho visto il Rushdie,decisamente luciferino.Noi, a suo confronto, siamo angeli. Perchè lui, oltre che poeta, chi sa quante altre cose fa,tutte intelligenti e mirate.Come si fa a non essere buoni con i poeti,specialmente con i meno fortunati? Abbiamo un denominatore comune: nel bene e nel male, crediamo nella parola.

    • Salvatore Martino

      Carissima Anna finalmente parole che fotografano come una folgorazione quello che è la poesia, sia quelle di Messer Giovanni sia le tue. E quanti dovrebbero riflettere su questo pensiero che da sempre condivido! Aggiungo: scrivere versi è lontano dall’essere poeta, dal vivere da poeta. L’ho ripetuto centinaia di volte nella mia vita.

  31. Cari Mariella Colonna e Salvatore Martino,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21232
    Non sono d’accordo sulle presunte «imperfezioni lessicali e stilistiche» del poemetto di Dzieduszycka, non ho capito bene quali e quante siano queste imperfezioni, sarebbe bene che tu Martino ne indicassi almeno qualcuna, così potremmo capire meglio tutti. Io dico solo una cosa: che la «narrazione in versi spezzati» della Dzieduszycka è perfettamente calibrata all’oggetto del suo argomentare, voglio dire che un eccesso di metafore avrebbe reso il testo più «grazioso», più «sublime», più «ricercato», ma avrebbe impoverito la sua necessarietà, la sua immediatezza di voce, il suo «contenuto di verità».

    Quello che a me interessa come persona che pensa in sede critica, è la novità di questo modo di procedere, la novità con cui è trattato il tema dell’Estraneo, dello Straniero, dell’io, della crisi dell’io… qui non siamo più nella solita melina della poesia femminile che va di moda oggi presso la collana bianca, quelle sono signorine che si atteggiano a problematiche con sintassi distorte e perifrasi sibilline che difettano di cognizioni di base, qui siamo davanti ad una scrittura che non concede nulla ai palati fini, non concede nulla al significante, non concede nulla al minimalismo romano e milanese. È vero, anche la Dzieduszycka ha scritto libri dove c’è maggiore spazio per l’ironia e il gioco, ma io considero questo poemetto e il libro La parola alle parole (Progetto Cultura, 2016) e il precedente Trivella (Fermenti, 2015), libri importanti, maturi nei quali la Dzieduszycka ritorna osessivamente al suo tema prediletto: la tematica dell’io e la sua crisi irreversibile. Non mi sembra affatto poco, e lo fa con un linguaggio diretto e frontale. Se lo avesse pubblicato nella collana bianca tutti avrebbero gridato al miracolo, ne sono sicuro, tutti i galli avrebbero gorgheggiato i loro chicchirichì. Il fatto che il poemetto sia stato ri-pubblicato dall’Ombra in versione poesia è sembrato a taluni un infortunio… lasciatemi dire che non condivido questo tipo di giudizi. Ma avete letto la poesia femminile pubblicata nella collana bianca? – Non fatemi essere maleducato, vi prego.

    Heidegger scrive: «Ogni pensatore pensa soltanto un unico pensiero», così come un poeta poeta soltanto un’unica poesia, questa massima si può applicare anche alla Dzieduszycka, lei scrive sempre e soltanto il suo unico libro, ripete ossessivamente la medesima tematica riprendendola da vari angoli visuali. Pone in essere una strategia di accerchiamento, vuole mettere a fuoco la Cosa.

    Quanto alla accusa lanciata da Salvatore Martino che la rivista ha trattato bene alcuni «poeti minori», devo dire che non so quali siano questi «poeti minori» caro Martino, forse quelli che per te sono «minori», per me sono accettabili e altri che per te sono «maggiori» per me o altri della rivista non sono affatto «buoni». Che cosa significa la distinzione tra poeti minori e maggiori? Chi l’ha stabilita? Gli uffici stampa degli editori? Gianfranco Contini? – La rivista è una palestra libera dove ognuno può esporre il proprio giudizio… certo, ha un indirizzo, e guai se non lo avesse, altrimenti farebbe quello che fanno migliaia di altri blog che si limitano a pubblicare delle poesie degli autori senza scrivere una riga di presentazione, opure con presentazioni augurali e celebrative. Ma qui non siamo all’asilo infantile! Dai, siamo seri…

    *Heidegger Nietzsche trad. it. Adelphi, 1994, p. 395

  32. Caro Martino, ho molta stima del tuo lavoro di intellettuale e di poeta,però dissento da te circa il parere espresso sulla presenza di “minori”nel l'”Ombra”.Proprio perchè non sono stati vagliati da quella che,per malcostume letterario viene riconosciuta come critica autorevole e ufficiale (talvolta espressa da imbecilli),questi “minori”vanno presi in considerazione.Spesso la pepita d’oro sembra un sasso; il cercatore esperto sa riconoscerla.

    • Salvatore Martino

      Anna carissima guarda che io non ho mai parlato di poeti minori all’interno della rivista…tutti noi siamo minori, o magari lo fossimo,Accennavo a pennivendoli che non sanno nemmeno dove sta di casa un verso scritto bene, e vengono magari non dico osannati , ma certamente accolti con favore nei commenti apparsi sul blog.Non mi “irrita” la loro presenza quanto l’accoglienza positiva alle loro banalità (eufemismo).

  33. Dzieduszycka ha mostrato che quel discorso era un discorso ideologico, suasorio, futile, vuoto, vacuo, prolisso, che era chiacchiera
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21239
    Dico, molto semplicemente, che mentre le poesie di Attilio Lolini segnano un episodio stilistico entro il macro stile della poesia italiana del secondo Novecento e di questi anni ultimi, sono in sostanza delle poesie-confessione, dove c’è un io che parla, Ca parle diceva Lacan, credendo di parlare di sé e del mondo e dei massimi e dei minimi sistemi… come fa tutta la poesia del secondo novecento che è impaniata e imperniata sulla centralità dell’io, nella poesia della Dzieduszycka, viene squarciata la velatura ideologica dell’io che parla; in questo poemetto l’io sì, parla, ma è un ruminare per fronteggiare dei Nemici ostili e spaventosamente intelligenti che lo insidiano e che ne insidiano non solo l’autorità ma la sua stessa ragione di esistenza.

    Voglio dire che mentre in tutta la poesia dell’io di questi ultimi decenni i poeti parlano come se l’io fosse una realtà tangibile, fattizia, corposa, progettante, nel poemetto della Dzieduszycka l’io si scopre vulnerato e vulnerabile, ridotto alle corde come un pugile sul ring, ridotto alle strette, che deve far ricorso a tutti i suoi stratagemmi e a tutti i suoi alambicchi mentali per fronteggiare i Nemici (Loro). Voglio dire che qui siamo davanti ad un nuovo stadio del nichilismo contemporaneo. Finalmente un poeta ha abbandonato il ruolo rassicurante dell’io che parla (con tanto di beneplacito), lo ha abbandonato al suo destino, ne ha mostrato la vacuità, la falsità, ha mostrato che quel discorso era un discorso ideologico, suasorio, futile, vuoto, vacuo, prolisso, che era chiacchiera.

  34. Mariella Colonna

    Caro Giorgio,
    tu rispondi soltanto ad una lieve osservazione che mi hai visto in parte condividere co Salvatore Martino, accomunandomi ai critici della NOE: VAI A LEGGERE TUTTO QUELLO CHE HO SCRITTO SU EDITH DZIEDUSZCKA e sulla NOE e ti renderai conto di quello che realmente penso e dico. Forse inconsciamente, negli ultimi tempi, tu hai preso spunto dalle parole di coloro che oppongono un’idea anche leggermente diversa dalla tua per far risaltare il tuo pensiero: cosa giusta, lo facciamo tutti, ma soltanto se si cita al completo il pensiero dell’interlocutore. Un paio di settimane fa e anche successivamente hai detto pubblicamente che Mariella Colonna aveva capito in pieno la novità della NOE e mi hai perfino detto che era riuscita a dire in poche parole…l’essenziale e questo riconoscimento mi ha fatto piacere, ma adesso non puoi sottolineare un mio eventuale “errore” di lettura facendo di tutte erbe un fascio. Mi dispiace, ma mi sento colpita da te e da altri del gruppo (la maggioranza, ha ragione Lucio, mi ignora) perché ho osato dire che Borghi , pur non condividendo la NOE, ha scritto alcune poesie in cui non c’è solo misticismo, ma anche il pulsare della vita: tu stesso a novembrfe, quando l’hai lanciato, ne hai parlato molto bene con immagini intense e suggestive.

    • Mariella Colonna

      Considero “LORO!” di Edith Dzieduszycka una poesia di altissimo livello, addirittura una svolta sulla via del rinnovamento: abbiamo avuto anche uno scambio simpatico di idee perché la Poesia di Edith mi ha aiutato a chiarire in profondità un momento un momento che sto vivendo, divisa tra i “loro” esterni e “i loro” all’interno di me stessa: ringrazio Lucio Mayoor di avermi ricordato di ricordare la lotta interiore, che non è certo meno dolorosa di quella contro i “nemici” (oppositori) esterni. Quanto a te, sei il Maestro che mi aiuta a migliorare il mio rapporto con le parole e sono certa che sarai contento se, qualche volta, non sono d’accordo con le tue parole: un Maestro insegna la ricerca della verità, non vuole certo vicino a sè imitatori passivi! Comunque grazie anche per avermi almeno…nominato in questo avvicendamento di opinioni non sempre dettate dalla passione per la Poesia, ma sempre comunque interessanti e coinvolgenti.

    • cara Mary,
      questo è un luogo di libertà, tu puoi scrivere tutto quello che vuoi, se hai scritto che nelle poesie di Borghi c’è la «vita», va bene, ci mancherebbe. Borghi è un poeta che anche secondo me avrebbe tutto da guadagnare se fosse capace di riconoscere cosa è che non va nella sua scrittura, i suoi pregi e i suoi difetti, e che cosa invece è di qualità. Io nei miei commenti li ho detti con sincerità e onestà intellettuale. Lui li ha respinti al mittente. Va bene, amici come prima. Non è successo nulla di tragico. Lui dice che la NOE è una macchina in rapida discesa su un pendio di montagna? Va bene, è un suo pensiero… è un suo diritto… Inchierchia ha scritto che nella NOE ci sono delle contraddizioni? Va bene, è un suo diritto… Qui nessuno rimbrotta nessuno, ci sono posizioni diverse… ma, come sanno i generali che hanno frequentato l’alta scuola di strategia, ogni tanto è bene abbandonare certe posizioni avanzate per non correre il rischio di venire accerchiati dal nemico… Qui cmq si parla del lavoro di Edith…

      • Mariella Colonna

        Caro Giorgio, il dibattito acceso è anche piacevole quando non è ripetitivo…ma mi dispiace di essere tornata su un argomento “sensibile”. A volte la passione delle idee ci trascina…comunue è un modo per animarle e farle passare. La cosa peggiore è quando le idee non arrivano a destinazione e, come dice Ionesco ne “La lezione”, vanno a finire nelle orecchie dei sordi…allora il dibattito diventa una serie di soliloqui. Cosa che non tocca certo una persona aperta la dialogo come te. Quest’idea di Mario…dell’accerchiamento e del complotto non deve tornare alla luce. Secondo me dobbiamo andare avanti e basta. Se con le mie parole ho senza volerlo offeso qualcuno, chiedo scusa, benché a me nessuno abbia chiesto scusa….ah no, uno l’ha fatto, anche se un po’ a malincuore!:-)

  35. antonio sagredo

    Cari lettori e interventisti,
    dovreste leggere i “QUADERNI NERI” di Heidegger (cosa che più volte ho avvertito di fare)… se lo leggeste pensereste diversamente sul filosofo tedesco.
    Riguardo a T. S. Eliot di cui dice Linguaglossa: ” Dopo Eliot la poesia europea e occidentale è cambiata”, e tantissimi altri poeti e critici affermano la medesima cosa.
    Personalmente non sono di questo parere, non ritengo Eliot né alto e né profondo: vi sono almeno due o tre poeti suoi contemporanei che lo lasciano indietro di diverse lunghezze, a cominciare da Chlebnikov.
    La poesia europea e peggio quella occidentale non è mutata affatto coi versi di Eliot, anzi è un passo indietro perché la ha accartocciata in/su se stessa come fosse una foglia secca… insomma da un po’ umida e viva che era praticamente la ha seccata.
    Il titolo esatto non è “Terra desolata”, ma TERRA MARCIA!
    Questo suo poema messo davanti al poema di Majakovskij “LA NUVOLA IN CALZONI” è perdente: qui si respira una nuova epoca e una aria nuova, uno stile rivoluzionario, ma in quello dell’americano soltanto ed unicamente il marcio!
    “Fu malato di futuro” disse il suo amico Pasternàk.
    Già il poema il “Cimitero marino” di Paul Valery è superiore a quello di Eliot per ampiezza di temi e profondità di pensiero, ma restiamo sempre in un luogo “marcio” e per giunta in un “cimitero”!
    Più profondo della “Terra desolata” è il poema IL PONTE del suo conterraneo Harte Crane (che pure da Eliot fu influenzato), ma Crane seppe ben presto emanciparsi e giungere là dove Eliot non poté mai giungere, cioè nel “futuro”.
    Eliot è il passato (rappresenta bene il marcio malato della Poesia europea ma non di tutta la Poesia occidentale! ) e come tale non può essere stato mai il futuro della poesia.
    La Poesia va avanti e non certo indietro: ha nella sua Natura la Frattura, la Rivoluzione delle Forme, Nuovi e Diversi, e non “marci” e “cimiteriali” pensieri.

    • Non posseggo la sapienza di Antonio Sagredo, ma nemmeno io sono sostenitore della poesia di Eliot. Ritengo che la sua poesia sa di “rotativa” – fiume di parole – un mezzo oggi ampiamente superato dall’elettronica, la quale ha finito col condizionare il linguaggio, sia nella sostanza che nella brevità. Piaccia o non piaccia, è nell’epoca dell’elettronica che nasce la poesia del frammento. Ho preferenza per Auden, il quale talvolta s’interrompe e varia imprevisto nelle immagini (quando non indulge in discorsi messianici).

  36. antonio sagredo

    Vorrei precisare che nel caso di Edith D. si sia andati sopra le righe – troppo! – intendo di cose che la poetessa non solo non ha pensato,.ma nemmeno realizzate…. insomma ci si è allontanati dai significati /canti dei suoi versi, invece di attenersi ad essi con semplicità e dicendo di stile e di interpretazione degli stessi…. è una scrittura basata essenzialmente sul disincanto dei ricordi suoi, che controlla l’emozione e talvolta l’ira, poiché per taluni eventi della sua vita avrebbe voluto una diversa soluzione, ma qui si entra nella sfera privata e noi non abbiamo che pochissimo diritto di disquisire.

  37. Ricevo e trascrivo un messaggio di Edith Dzieduszycka giunto alla mia posta elettronica:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21262

    Avevo letto qualche giorno fa sulla Scialuppa di Pegaso la poesia Turisti di Michal Ajvaz, e scritto io stessa che mi sembrava più prosa che poesia, anzi racconto, e che mi piaceva. Ed è stata proprio quella lettura ad avermi spinta, quasi per gioco, a spedire a Giorgio il mio Loro, nato appunto come racconto in prosa e pubblicato da Manni insieme ad altri 19 in Nodi sul filo nel 2011. Dunque parecchi anni prima che venisse battezzata la Nuova ontologia estetica e prima che conoscessi Giorgio.

    I racconti di questa raccolta erano divisi in più generi molto diversi tra di loro, passando dal “gentile” iniziale al “crudele” finale, da una scrittura “normale” ad un’ultima fatta di frasi brevi, quasi ansimanti, a scatti, singhiozzi, con molti punti, per creare un’atmosfera angosciante e per sottolineare i tormenti del protagonista alle prese con i suoi demoni, reali o immaginari.

    Mi è sempre piaciuto navigare tra diversi stili, forse anime? Dipenderà dagli eventi, dal momento, dall’umore, dal colore del cielo… e ancora non ho capito se sia, questa di-versificazione, una qualità o un difetto!? Potrebbe denotare una mancanza di coerenza o di unità? Dipenderà dal carattere doppio – si dice – e svolazzante dei Gemelli?! In fondo non me ne importa nulla! Non mi pongo il problema della fedeltà ad una strada obbligata. Ad illustrazione di questo andazzo ondulante, i miei prossimi libri saranno dedicati, l’uno agli animali (ispirati a La Fontaine, Esopo e simili!), l’altro agli haiku, con una bella prefazione di Luigi Celi.

    A mie grandi sorpresa e meraviglia, e devo confessare, soddisfazione (i “poeti” sono un po’ narcisi, si sa!), Giorgio è rimasto colpito da Loro e me li ha subito rimandati con gli A capo della poesia. Ed è parso anche a me che il testo potesse risultare più incisivo in questo modo, malgrado le imperfezioni rilevate dal caro ed impietoso Salvatore Martino, e di cui sono cosciente! Non tocca a me poi sentenziare se si tratti di prosa poetica, di poesia prosastica o di chi sa cos’altro. Ma constato che indipendentemente dal testo stesso, fatto subito evidenziato da Gabriele Fratini e Luciano Nanni, importante è sembrata essere la casella in cui dovesse venire collocato. Vi lascio la scelta!

    Giorgio l’ha inserito sull’Ombra accompagnato da uno dei suoi commenti, (anzi numerosi), come sempre profondi, sofisticati e psico-analitici, da leggere e rileggere, e per il quale lo ringrazio davvero tantissimo. Come lo ringraziamo, tutti Noi (non Loro!) per l’affetto, l’ospitalità e la visibilità che ci dà sul suo blog. La sua generosità e il suo aiuto ci danno slancio e coraggio.
    Gli dobbiamo molto.

    Sa che personalmente sono piuttosto restia a “commentare” e dibattere. Preferisco scrivere, andando a cercare in solitudine quello che provo o tento di estrarre dai miei Io e Es! E sa anche che tengo alla mia libertà, di pensiero e di scrittura. Ora il suo entusiasmo mi fa tremare, perché mi sento come investita da una pericolosa responsabilità! Ad una certa altezza dell’asticella non si può che ricadere dall’altra parte! Lo pensi anche tu, vero, Antonio? (Non per te!) Quando ho letto infatti su “Da dove nasce la nuova ontologia estetica?” che Giorgio metteva il mio “dolore” dopo quello di Leopardi e di Heidegger… mi è venuto quasi da ridere!

    Per ultimo tengo a ringraziare tutte le persone, già amiche o sconosciute (ma che spero amiche diventeranno), che hanno scritto e commentato questo post, Steven Grieco, Mariella Colonna, di cui mi hanno davvero commossa le nostre scoperte affinità, e apprezzato le poesie lette sul blog, come quelle di Anna Ventura, Gino Rago, sempre affettuoso, Giuseppe Talia, Salvatore Martino, di cui mi piace la coerenza, la sincerità e la bella poesia, Lucio Mayoor Tosi, sa che il “nemico” può stare insieme dentro e fuori, Carlo Livia, il grande Antonio Sagredo, per la poesia dedicata, il “giovane” Jacopo Ricciardi. Mi è anche piaciuta la poesia di Francesco Vico.

    Dimenticavo! Voi non dimenticate per favore che l’italiano non è la mia lingua!

    Edith Dz,,,,
    25 giugno

  38. È da molto tempo che la problematica del nichilismo bolle in pentola
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21265
    Come ha scritto Heidegger nel saggio Oltre la linea (1960), pensare ad un «oltrepassamento» della «linea», tentare di andare «oltre» il nichilismo, si rivela essere una mera petizione di principio, una illusione ottica. È illusorio pensare di andare «oltre» il nichilismo soltanto affidandosi ad un atto di volontà, la volontà qui non c’entra. Quello che manca è il linguaggio. Di solito si fa un errore, che noi pensiamo di andare oltre il nichilismo stando (senza averne coscienza) dentro il nichilismo. Questo è sbagliato. Se si è dentro non si può essere «fuori», e neanche pensare al «fuori» come un qualcosa di diverso dal «dentro», in questo modo commetteremmo l’errore di pensare il «fuori», l’«oltre» con le stesse categorie mentali del «dentro».

    E allora? Allora dobbiamo fabbricarci un nuovo linguaggio, un linguaggio necessariametne diverso da quello della tradizione del novecento italiano, è questo il motivo principale che ci ha spinti un po’ tutti a fondare quella cosa che abbiamo denominato «nuova ontologia estetica», che non è affatto una costruzione piramidale data una volta per tutte, non è un dogma dove l’Inchierchia tenta disperatamente di individuare «contraddizioni» filosofiche, quello di Inchierchia e di Borghi è ancora un pensare con le vecchie categorie obsolete di chi pensa stando «dentro», al di qua della «linea» del nichilismo, di chi pensa che si può andare «oltre» con un semplice atto imperioso e imperiale, magari con un salto in lungo. Sbagliato. Occorre invece costruirsi un nuovo linguaggio, quel linguaggio che, per esempio, Attilio Lolini non aveva e neanche cercava. Dico Lolini perché abbiamo messo un articolo su questo poeta. Il Lolini non aveva il minimo sentore della grande problematica dell’Occidente che si chiama nichilismo. Lui come tanti altri poeti di mezzo, cioè di questi ultimi decenni in Italia, non aveva (avevano) alcun sentore di questa gigantesca problematica e quindi hanno fatto una poesia-confessione, una poesia-commento, una poesia lirica opportunamente ristrutturata incentrata sulla «chiacchiera» dell’io presunto dato per scontato e inconcusso. Ma questi signori non avevano letto Freud?, Lacan, Heidegger, e io ci metterei anche Severino, Massimo Donà, Rovatti etc, insomma la filosofia del novecento sta lì da molto tempo, è da molto tempo che questa problematica bolle in pentola…

    Merito della Dzieduszycka è aver riportato questa problematica al centro del proprio fare poetico. ed è merito, consentitemi, anche della «nuova ontologia estetica» aver riproposto l’attenzione su questa problematica… Chi vuol capire, capirà…

  39. Copio e incollo da FB. Domanda di Mario Gabriele:

    C’è differenza fra Teatro e Poesia?

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21279

    Risposta di Donatella Costantina Giancaspero:

    Io direi questo: il testo teatrale è pensato e scritto per la scena, dunque si avvale dell’azione degli attori e dell’apparato scenografico. Il testo poetico rimanda anch’esso a una “scena”, ovvero a qualcosa che sta dietro le parole, qualcosa che abita la mente dell’autore e viene intuito dall’immaginazione di chi legge. Ma, sia nel testo teatrale, sia in quello poetico, è fondamentale saper porgere la parola, contraendo e dilatando i tempi della dizione, con una dinamica in tutto simile a quella musicale: mi riferisco ai “cresc.” ai “dim.”, ai mutamenti di tempo, alle pause, al fraseggio, al climax… Infine, c’è da dire che, nella contemporaneità, i vari generi artistici non vanno intesi in compartimenti stagni, ma capaci di influenzarsi a vicenda, parlando ciascuno la lingua dell’altro. In questo senso, tutto ciò ch’è poesia diventa anche teatro; e il teatro può essere inteso anche come arte visiva; l’arte visiva come musica. Perciò, io personalmente insisto sempre sul dovere di ogni operatore culturale serio a una conoscenza globale dell’arte, colmando, nei limiti del possibile, le proprie lacune.

    Mio commento impolitico:

    Leggendo tanta poesia contemporanea di autori acclarati mi viene il sospetto che questi autori non abbiano mai visto un film di Antonioni o di Fellini o uno spettacolo teatrale di un buon regista come questo di Guglielmo Guidi che ha messo in scena, al Teatro Belli di Roma, una «Cosa» conglobando delle parti di varie commedie di Shakespeare ottenendo effetti scenici davvero eccellenti. Un cast di attori bravi guidati da una regia impeccabile che ha saputo trovare soluzioni sceniche brillanti per adattare il palcoscenico del teatro alla molteplicità degli incastri scenici delle diverse commedie scespiriane. Una delle attrici del pezzo teatrale di ieri sera era la poetessa Letizia Leone. È un fatto, oggi registi teatrali come Guglielmo Guidi riescono a mettere in scena testi di grande complessità fonica e semantica ricorrendo ad un linguaggio scenico e registico nuovo e originale; al contrario, la poesia italiana contemporanea sembra continuare il suo lungo sonno epigonico. Consiglierei di andare a vedere lo spettacolo teatrale messo in scena da Guglielmo Guidi.

    (Giorgio Linguaglossa)

  40. copio e incollo queste due poesie di Edith Dzieduszycka giunte alla mia email come backstage del poemetto “Loro”:

    LORO

    Nel mio cortile, anni fa,
    arrivarono Loro
    famelici fantasmi dalle sembianze ignote.

    Grido di terrore d’un paranoico
    sull’orlo vorticoso d’una crisi di nervi
    estrema percezione, memorie da sottosuolo?

    Un grido di terrore ma non soltanto
    d’orgoglio una vampata
    con il corpo vicino a sprofondare
    nelle mobili sabbie della follia
    all’infuori la testa ancora un po’?
    Furibonda la mente di essersi perduta
    nei meandri oscuri della foresta
    rivendicando alto però il suo posto
    nel vuoto baratro della verità propria?

    Loro chi erano? Mai lo sapremo.
    Fuori vagavano, minacciosi, in agguato?
    Rintanati rosicchiavano la sua mente buia?

    Ora s’è trasformato il racconto in “poemetto”.
    Parola lieve bozzolo soffice
    per il verme fremente che vi si contorceva.

    IN PRINCIPIO

    Né mappa né bagaglio.
    A tastoni errare, viandante solitario
    in cerca di comparse dentro la gola.
    Incombe la valanga. Bisogna far in fretta.

    A notte fonda
    ringhioso è passato
    il camion della nettezza urbana.
    Impietoso ha puntato alle residue virgole
    d’intralcio all’affanno, bestioline moleste.
    Le ha tutte inghiottite
    con cupo masticare e urlo di mascelle.

    Sto per cadere. I punti sono fermi.
    I punti come sassi ai quali aggrapparsi.
    Sassi che ben presto rotoleranno
    seppellendoci tutti.

  41. gino rago

    Accettare il mondo e guardarlo con gli stessi occhi di Adamo, primo uomo: questo è l’intento dell’acmeismo nei versi di “Loro” di Edith Dzieduszycka
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21311

    Gino Rago (da L’Ombra delle Parole del 22 giugno 2017)

    A – Con una icasticità espressiva che raramente abbiamo riscontrato in tanta parte delle nostra poesia contemporanea, Edith Dzieduszycka sembra suggerire alla nostra coscienza che a trarci dal nulla o, se si vuole, dall’inumano, a volte può essere il ricordo delle cose, uno Stillstand nel quale ci acquietiamo. In questi versi possenti Edith fa uso di immagini in fuga dal profondo del tempo e dello spazio, quasi fotogrammi di luoghi abitati, in una fantasmagoria di persone e di oggetti occupanti il posto d’abitudine, un posto a noi noto e che quasi sempre ci rassicura.
    L’Io di Edith che sostiene l’intero poema non è l’io decadente, piccoloborghese delle psicopatologie della vita quotidiana. E’ al contrario un Io titanico, benchè con i tratti dell’antieroe, il quale è consapevole che se si vuole abbandonare il sentiero della storia con la ‘s’ minuscola occorre intraprendere quello della Storia, con la ‘S’ maiuscola.
    Ma quest’anelito si scontra con “LORO”, “LORO” si frappongono fra l’aspirazione e il risultato finale da attingere…

    Una metafora riconducibile per taluni versi alla caverna di Platone, allo scontro perenne fra doxa e aletheia.
    Due grandi novità si registrano in questo corso poetico del tutto ‘nuovo’ di Edith: l’uso sapiente del punto fermo in grado di conferire ai versi una indiscutibile compiutezza e l’introduzione dell’elemento colloquiale il quale gioca un ruolo decisivo nell’economia estetica generale del poema poiché
    invita il lettore a entrare nei versi, giocando così non più soltanto il ruolo del fruitore, ma interagendo attivamente con i versi stessi…(“Scrivo per me e per gli altri…” ha sempre sostenuto Gertrude Stein).
    Ottima la nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa.
    Un lavoro poetico questo di Edith destinato a lasciare tracce profonde nel fare poetico contemporaneo…

    B – Un’altra cifra da cogliere nei versi di Edith D. io la segnalerei sommessamente in una certa forma di ‘ adamismo’, che circola nel respiro stesso dell’Io adottato dall’autrice, quasi a volersi richiamare direttamente al libro della Genesi in cui Adamo per primo dà un nome alle cose, un atto primigenio di nominazione dell’esistente: definire nuovamente, con forza, chiarezza e linearità, tutto ciò che esiste, come se niente fosse stato davvero nominato da nessun altro prima. Accettare e guardare il mondo con gli stessi occhi di Adamo, primo uomo: questo fu l’intento dell’acmeismo sovietico e che Edith riesce a far suo in questo lavoro compatto, severo e luminoso, come del resto si evince dalle meditazioni dello stesso Giorgio Linguaglossa, i cui versi segnano un punto di svolta nel fare poetico di Edith, una poetessa nella quale ammiriamo anche la capacità quasi camaleontica di saper mutare ciò che in Estetica si dice la ‘Livrea’.
    Questa febbre poetica non sarebbe possibile sostenerla senza “desiderio di poesia”… Edith D. conoscendola davvero ha ” desiderio di poesia”. Vive, vibra, opera, migrando da un registro espressivo a un altro, da un linguaggio ad un altro (fotografia, arte figurativa, ecc.) nel desiderio di poesia, e sempre alla ricerca del ‘tutto’.

    Il ‘tutto’ che per Edith e in Edith coincide con la percezione di quel ‘frammento’ che non basta a se stesso.

    C – Omaggio da Osip Emil’evič Mandel’štam
    a Edith D.

    Mi è dato un corpo che ne farò io
    di questo dono così unico e così mio?
    Per la placida gioia di respirare e vivere
    chi, ditemi, devo ringraziare?
    Io sono giardiniere e sono anche fiore,
    nella prigione del mondo io non sono solo.
    Sui vetri dell’eternità si è steso
    il mio respiro, il mio calore.
    Su di esso si è impresso un disegno
    ultimamente indecifrabile.
    Lascia che sgoccioli il sedimento dell’attimo –
    il caro disegno non si può cancellare.
    Osip Emil’evic Mandel’stam (da ‘La pietra’ 1913).

    Sono versi che sigillano la grandezza del poema di Edith. Perché?
    Perché anche nel mondo-prigione dominato dalla percezione di LORO, la poetessa vive e respira, con un corpo che accetta come ‘dono’ nella sua unicità e irripetibilità, nel giardino della poesia in cui come Mandels’tam anche lei si sente nel contempo come giardiniere e come fiore…

    D – Anche dai versi sopra proposti da Giorgio Linguaglossa come ‘ backstage del poemetto ‘Loro’ si coglie senza sforzi un dato, accanto a quelli già segnalati in precedenza: il lavorio serio sulla forma-poesia operato da Edith, rispetto alla sua precedente esperienza di poesia. E se qualcuno degli ostili alla NOE si prendesse la briga di analizzare ,uno ad uno, i suoi versi non faticherebbe più di tanto ad accorgersi che i versi di Edith Dzieduszycka esaminati alla luce del linguaglossiano Spazio Espressivo Integrale rifonano i concetti di nome, di tempo-spazio e di proposizione.

    Perciò, giustamente, a cominciare dalla nota introduttiva di Giorgio Linguaglossa, “LORO” è stato in quasi tutti i commenti salutato come lavoro di approdo e di ripartenza nella militanza poetica dell’autrice anche di ‘Diario di un addio’ …
    Gino Rago,

  42. POESIA: GLI OGGETTI MORTI SONO DIVENTATI VIVI E SIGNIFICATIVI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/22/edith-dzieduszycka-loro-poemetto-un-esempio-di-nuova-ontologia-estetica-con-un-commento-psicofilosofico-di-giorgio-linguaglossa-la-sceneggiatura-dellinconscio-che-si-esprime-attraverso-il-fan/comment-page-1/#comment-21327
    Giustamente ed acutamente tu, Gino, hai parlato di novello «Adamismo» riguardo a questo poemetto di Edith, ed è vero. Qui la poetessa romana ha trovato, ha incontrato il suo Adamo che ha guidato la sua mano a nominare le «cose» con il loro nome proprio. È dall’incontro con Adamo che può sortire fuori la nuova poesia, perché la nuova poesia è sempre nuova denominazione delle «cose»….

    A volte si verificano dei miracoli… dopo una ricerca durata una vita, magari…
    E ci troviamo in un appartamento pieno di oggetti, di suppellettili. Ed ecco che quelle «cose», all’improvviso, e senza che noi ce ne fossimo accorti, ricominciano a parlarci…

    Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «oggetti», noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti». A volte, passiamo tutta una vita per abituarci agli «oggetti». In fin dei conti, noi abbiamo bisogno, per vivere, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza tra «oggetti estranei» e «cose» è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli «oggetti indifferenti» diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Torniamo novelli Adamo, riconosciamo le «cose» dai loro nuovi nomi. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose». «Tutto il contingente è soltanto immagine», ha scritto Osip Mandel’štam. Ed io replico: tutto il contingente è soltanto frammento.

  43. gino rago

    Carissimo Giorgio,
    condivido e sottoscrivo T U T T O di questo ultimo tuo commento. Le affermazioni in esso contenute sono a ben vedere le colonne della NOE.
    Ma non è il caso d’insistervi più di tanto…

    Ringrazio Anna Ventura e Mary Colonna per avere apprezzato taluni
    segmenti dei miei commenti ed esprimo ad Anna e a Mariella la mia ammirazione per la facoltà di saper cogliere spunti di riflessione anche
    negli interstizi per altri insignificanti.
    Gino Rago

  44. Mariella Colonna

    Quello che tu scrivi, Gino,puoi esserne sicuro: non è MAI insignificante! Ho imparato molte cose da te. Grazie, Mariella

  45. cOPIO E INCOLLO IL SALUTO DI eDITH dZIEDUSZYCKA GIUNTO ALLA MIA EMAIL.

    LORO

    Ora che mi sembra concluso il ciclo dei commenti (salvo qualche ritardatario chi sa?!), ho voluto rileggerli e soprattutto ringraziarvi tutti un’altra volta, per essere intervenuti, chi con il cuore, chi con la mente, chi con tutti e due, per aver “eviscerato” il mio testo, averne estratto tutto il possibile e sicuramente più di quanto io stessa avessi immaginato di averci messo, sottolineato qualche pregio e i molti difetti di cui sono cosciente. Forse per trasformare il testo-prosa in poesia vera, sarebbero stati necessari dei cambiamenti. Forse avrebbe perso in spontaneità?

    Nei miei ringraziamenti occupano una parte importantissima Giorgio, per primo, è chiaro, per avermi dato ospitalità – e non è la prima volta -, per aver ogni volta riacceso la fiammella che si sarebbe forse spenta, da brava vestale del suo focolare, ed per aver ogni volta allargato il campo aggiungendo temi e argomenti sempre acuti e degni di altri commenti.

    Poi Mariella e Gino, che sono intervenuti molte volte. Mariella, che non conoscevo, a parte alcune letture delle sue belle poesie sul blog, con una forza emotiva che mi ha commossa. Ci siamo poi contattate per mail e per telefono, ed è stata la conferma della sua grande sensibilità, con uno scambio di pensieri e pareri nei quali ci siamo trovate all’unisono. Sono felicissima di questa nuova scoperta!

    Altro grande merito del tuo blog, Giorgio, è di aver creato e di continuare a creare intorno all’Ombra un cerchio sempre crescente di amicizie. Ci potranno essere – ci saranno sempre, ed è inevitabile, e anche auspicabile, la varietà è una ricchezza! – delle divergenze di opinioni nella concezione di quello che deve essere la poesia, ma come diceva molto bene Steve all’inizio, “Temo gli schieramenti. La NOE, così come immaginata e concepita prima da Giorgio, e poi in diversi e svariati modi rinforzata e arricchita da tutto un gruppo di poeti, fra cui io mi riconosco a pieno titolo, non deve correre questi rischi. La poesia di Edith ci dice anche questo.”

    Grazie a Antonio e a Salvatore, di cui apprezzo molto la sincerità e appunto l’amicizia. Vedo Salvatore scuotere la testa, sconsolato, all’idea di “schieramento”. Lui chi, dopo rilettura e “impressione un po’ più lucida” , sgrida severamente “l’adorabile Edith”! (per aiutarla a mandar giù l’amara pillola!), rimproverandomi di non averlo emozionato, con i miei “fantasmi” che non gli hanno “trasmesso inquietudine”! Mi dispiace! Ha apprezzato invece le poesie sul rimpianto e i sonetti francesi.

    Infine Gino. Già in passato ha scritto molte volte sul mio lavoro, sempre con estrema profondità e partecipazione (particolarmente su Diario di un addio). A proposito di Loro, dopo aver dato linfa più volte al blog con i suoi commenti, li ha poi raggruppato, facendoli diventare una piccola tesi che conserverò preziosamente.

    A – Ha evidenziato lo scarto tra “l’io decadente piccolo-borghese delle psicopatologie della vita quotidiane” e “l’Io titanico (con la maiuscola) consapevole che se si vuole abbandonare il sentiero della storia con la “s” minuscola occorre intraprendere quello della Storia con la “S”maiuscola”, appunto. Ha voluto scoprire nel mio testo “immagini in fuga dal profondo del tempo e dello spazio, quasi fotogrammi di luoghi abitati in una fantasmagoria di persone e di oggetti occupanti il posto dell’abitudine.” Insieme a Giorgio hanno fatto presente la differenza che intercorre tra gli “oggetti”, superficiali, e le “cose”, che ci parlano.

    B- Confesso di non aver avuto prima del suo intervento sentore di “adamismo”! Cioè “definire nuovamente, con forza, chiarezza e linearità, tutto ciò che esiste, come se niente fosse stato davvero nominato da nessun altro prima.” Parla anche della mia “capacità quasi camaleontica di saper mutare ciò che in Estetica si dice la “Livrea”. E denuncia così in modo molto carino il mio saltare di qua di là, e il divertimento che provo ad affrontare ogni volta un tema diverso!

    C- Grazie della bella poesia di Mandel’stam, col il suo sentirsi “giardiniere e fiore”!
    D- “Lavoro di approdo e di ripartenza nella militanza poetica”, dice Gino, forse, alla luce degli ultimi miei lavori, di cui ancora sa poco. Come tutti noi che ci dilettiamo a scrivere, quasi vergognandocene in questo momento così difficile e angoscioso della nostra storia (o Storia?), andiamo a tastoni, un po’ per noi stessi, un po’ per comunicare e confrontare le nostre esperienze così diverse e finalmente uguali. Grazie ancora, Gino.

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