POESIE di Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Letizia Leone, Lucio Mayoor Tosi, Mario M. Gabriele, Anna Ventura, Mariella Colonna, Sabino Caronia, Chiara Catapano – Vari stili, Varie scritture poetiche della Nuova Ontologia Estetica con Dibattito. Interventi di Mario Gabriele, Claudio Borghi, Giorgio Linguaglossa

 

Testata polittico

la «nuova ontologia estetica», alcuni suoi membri

Costantina Donatella Giancaspero Teatro dell'Opera

Donatella Costantina Giancaspero

Al quadro manca una ragione

Decisa, te ne vai già
da questa nostra estate. In fretta.
Tra il letto e l’appendiabiti.
Lungo il corridoio, le pareti fanno ala
a un ottuso serpeggiare.
L’uscio arretra nel tuo lampo.
Al quadro manca una ragione: l’evidenza
di un indizio che l’estate sia finita.

Brillano i sandali più ancora: bruciano
sull’acceleratore senza pretesto,
alibi inattendibile di una pioggia breve,
nemmeno tanto grigia, per andare comunque.

Sgrana l’asfalto il ritorno
all’attesa: le forbici pazienti
ricavano a caso ritagli di carta e cielo.
E frantumati spazi.

Li raccoglie un intersecarsi di ore.
In controluce, li contempla la filigrana
della tua sottile esistenza.

Onto Rago

Gino Rago
Tremano i pontili
A che serve il mare se l’onda esala odori di libeccio.
Se nei marosi tremano i pontili?
A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità.
Chi valica i fili – viola, d’ambra o di cobalto – degli ultimi orizzonti
forse più non torna. Chi s’imbarca per l’esilio
se torna ritorna come un’ombra perché non è più lui.
Con chi si è mischiato? Con che si è corrotto?
Chi rimane ha la certezza d’una tomba.
Mette i suoi limiti. I limiti sicuri all’eternità
(una pergola fra gli orti. Un filare di pioppi fra l’avena e il grano.
Un frangivento fra l’arancio e il cedro. Un canneto fra la marina e il mondo).
A chi basta il mare se la tolda nell’afa d’agosto alza odori
di boschi bruciati e il corallo trattiene le voci dei morti?
Ma sullo scoglio nella bora insonne soltanto il mare mette ali all’anima.
Basta un grido acuto di gabbiani. Un segno d’eterno fra la terra e il cielo.

 

Marek Baterovicz

Isola Tiberina

La voce di un uccello che chiama la primavera,
solitario contrappunto alla melodia del Tevere
– dell’acqua che infrange contro il fondo sassoso
giare di canti – interroga il futuro.
Dal passato, che anch’esso detta le sue leggi,
giunge il ritmico grido delle legioni
che marciano sui ponti Cestio e Fabricio.
Il mio passo tenta di unirsi al loro
– mi precedono sempre di un lampo di spada.
Anche l’acqua è più rapida correndo immutabile verso il mare,
dove Nettuno possiede da secoli
la corona abbandonata dei cesari.
L’Isola Tiberina salpa allora verso la sorgente del fiume
come nave che mi porta fino alla prima goccia
del sangue di Remo.

Onto Dzieduszycka-1

Edith Dzieduszycka

Sulla riva del fiume, un bel giorno d’estate

Sulla riva del fiume, un bel giorno d’estate
a distanza normale
– che vuol dire normale? –
s’erano sistemati su scomodi sgabelli due pescatori.

A terra il materiale scatola per le esche, mosche, vermicellini,
ami e mulinelli, canne, grande cestino.
In tuta verde loro, con capelli a visiera.

Mollemente distese su pieghevoli sdraie le mogli
in disparte, si annoiavano
leggendo poesie, forse facendo finta.

Più passava il tempo meno mordeva
preda, malgrado gli ampi gesti
da mulino a vento per buttare l’arpione.
Si alzò irritato uno dei pescatori.
S’avvicinò all’altro con fronte corrucciata.

“Mi dica – se lo sa – da un bel po’ di tempo
mi tormenta un pensiero. Forse sono venuti
il posto e il momento per domandarci
da dove ci arriva la Coscienza del Sé?
Chi ci ha caricati sulle spalle quel peso?

Mi dica – se lo sa – di quale utilità per noi
è il capire che ora, qui ci siamo, tra che cosa
e chi sa quale altra cosa poi? Ben presto
dall’arpione verremo acciuffati
e non ci sarà modo di dire non vogliamo.”

onto Lucio Mayoor Tosi
Lucio Mayoor Tosi

Colori.
Dalla stampa giapponese si alza un volo di pettirossi.
Ora stan li, affacciati alla finestra. Guardati dalla luna.
Il respiro di un bambino addormentato. Ogni tanto un verso
si lascia cadere nel vuoto. Prolungato lamento.
A piedi nudi sulla plastica di un tappeto grigio trasparente.
Da sotto il tappeto si osserva l’andirivieni di una coppia. Devono aver litigato.
Ora il riflesso di due finestre. Tempo in lenta carrellata.
Se non accade nulla il quadro si spegnerà entro quarantotto ore.
E così la coppia, chissà dove sono adesso. La casa sembra deserta.
In una giornata di pioggia vista dai vetri sporchi di un fanale.
Sul tapis roulant gustando un gelato in controluce.
– Senza quegli orrendi cimiteri si morirebbe con maggior discrezione.
Il corpo giaceva in una pozzanghera. Era tutto finito.
– Puoi scegliere quali immagini mettere dentro lo specchio.
Disegni rupestri su antichi monitor. Il cuore pulsante e tratteggiato
di una macchina, simile a quello di un cane che abbia corso
al rallentatore. Sul pavimento di plastica si riflette capovolta
l’immagine di un uomo col cappello militare. Sta salutando.
Stelle alpine e stalattiti. Mondo visto dalle fessure di un armadio chiuso.
Un camion parcheggiato. Il volto addormentato di due persone
anziane.

Onto Letizia Leone

Letizia Leone

Una volta era Dio il creatore dei mondi, e senza dubbio
c’è qualcosa che è più antico del sangue,
ma da qualche tempo sono i cervelli a spingere avanti la terra,
e lo sviluppo del mondo fa la sua strada grazie ai concetti umani,
e al momento è questa evidentemente, la sua strada principale e preferita.

(G. Benn)

Poeta patologo.
Corpi aperti sui tavoli
sterili
anemoni di carne degli obitori
e un cervello sgusciato
la sua forma ancestrale e dedalica
emersa dal sangue
nella tua mano
sotto la volta svuotata come cranio
del sotterraneo
brivido.

Così attecchisce
dentro questa stanza di guerra
l’infinito dei mondi
le sue formazioni
col dorso che affiora dei sogni ionici
quale resurrezione;
o collasso
di chi vuole capire
il senso avido dei presagi
stirando le geometrie sterminate
di pieghe e circonvoluzioni
di un encefalo essiccato.

Allora vedi:
se da un lato il dio sole stria e dardeggia
gli smeraldi sulle coppe regali;
dall’altro
si schiudono di notte occhi bianchi
al diffuso lumine lunare;

se da un lato
spezie odorose azzurrano i cortili
mediterranei;
dall’altro organi grigi galleggiano
nei vasi refrigerati
in magazzini che non hanno luce.

Rientri da solo
attraversi la via ghiacciata
tra i detriti di cocci e di croci
mentre la primavera berlinese scongela
con i cadaveri la neve.

E tu ne rivivi
tutta la malattia di statua
la notte
di ogni morte.

Onto Gabriele
Mario M. Gabriele

Piombo fuso

Sono anni, Louisette, che guardi la Senna,
come un uccello il bianco dell’inverno.
Non ti dico, quanta neve è caduta sullo Stelvio!
Nelle cabine c’erano avvisi di keep out,
una guida turistica del Rotary Club,
e un cuore di rossetto firmato Goethe.
Il gelo ha impaurito i passeri forestieri,
inaciditi i mirtilli nelle cristalliere.
Da nord a sud barometri impazziti,ghiaccio,
fosforo bianco su Gaza City,
tra artigli di condor sulle carni,
Mater dolorosa,
che facesti rifiorire il biancospino sulla collina.
Gennaio ha riacceso i candelabri
nel concerto dei morti,
tra toni bassi e controfagotti
Non so come tu abbia fatto a recidere le corde,
se il più sottile e amaro della vita
è il ricordo.
A monte e a valle profumo di tulipani, briefing.
Eppure se ci pensi, capita di morire ogni giorno,
di passare più volte sotto il ponte di Mirabeau!
Ti dico solo che all’improvviso,
finito il piombo fuso su Jabaliya
si sono di nuovo accesi i lampi nella sera,
i fantasmi della Senna.

Onto Ventura

Anna Ventura

Il coniglio bianco
.
C’è un coniglio bianco
sulla mia scrivania. Mentre, con la destra,
scrivo, con la sinistra
mi accerto
che il coniglio stia sempre al posto suo:
c’è.
Perché è di coccio,
pesante come un sasso, e nulla
lo smuoverebbe dalle cose
che tiene ferme col suo peso. Perché
questo è il suo compito:
tenere ferme le cose. Un giorno
avvenne un incantesimo:
il coniglio aveva cambiato consistenza: il pelo
era vero,
bianco, morbido e setoso, la codina
si muoveva.
Ci guardammo negli occhi,
io e il coniglio:
eravamo entrambi vivi, ma
non avevamo sconfitta la paura.

Onto ColonnaMariella Colonna

Le case di Praga

C’è vento. Il Danubio si stupisce sotto Ponte Carlo
per i verdi gli azzurri i grigi e il rosa-fuoco dei lampioni
che si specchiano e danzano sulle onde.
Tenui colori mi vengono incontro.
Mi lascio rapire dal tramonto che si getta nel fiume
e avvolge la città d’oro cangiante, la stringe con passione,
la fa più bella. Lei diventa rossa.
Rosso e oro. È molto bella così, vestita da sera!

I mostri della notte generati dal sonno della ragione
saltano sull’Orient-Express, adesso sono in Russia
nei sogni dei bambini buoni…poi
vanno in aereo dagli altri bambini del mondo.
Les fleurs du mal uccidono Baudelaire,
(già morto a Parigi nel 1867).
Ed io sono triste per la disperazione di Van Gogh.
Fioriscono i ciliegi di Arles che lui non può vedere.

A Barcellona c’è ancora nell’aria il ricordo di me
e di mia madre, dei sogni irrealizzati. Avevo sei anni.
Un giovane sulla nave per le Americhe mi presta l’orologio
e dice “Dentro c’è il tempo, lo puoi fermare oppure farlo correre”.
Il tempo, inizia a correre all’indietro.
Il mio volto nello specchio del quadro di Goya.

(un assolo, la “Primavera” di Vivaldi…
dipinto da Emily Dickinson.)

La mia giovinezza. Un nulla vestito di rosa.

Onto Caronia

Sabino Caronia

Er momoriale

A Giorgio Linguagro’, nun fà er cazzaccio,
svejete da dormì, brutto portrone,
Sor De Palchi t’ha ddato lo spadone
p’annà a rifà le bbucce a sto monnaccio.

Duncue, a tte, ffoco ar pezzo, arza quer braccio
Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
dì lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
serreje er tu Parnaso a catenaccio.

Mostra li denti, caccia fora l’ogne,
sfodera n’anatema eccezionale
da falli inverminì come carogne.

A n’omo come noi de carne e d’osso
te l’arivorti tutto, tale e cquale.
Coraggio, amico mio, taja ch’è rosso!

Chiara Catapano Cover Alimono

Chiara Catapano

ERBARIO MINIMO TRIESTINO

Val Rosandra e Costiera
Campanula piramidale – Campanula pyramidalis L.

(Durante i mesi freddi queste piante perdono la parte aerea, ricominceranno a germogliare la primavera successiva)

Sara di Terach e della lettera yod diede tarda discendenza.
E risalendo inversamente la scala del tempo, dalla famiglia
Passò a Sur sulle ventose coste del Libano:
Baciò i cedri sacri e fondò la guarigione iniziatica
Attraverso l’abbandono d’ogni negozio.
Messa al rogo come strega
Un lembo bruciato della sua veste ancora
Venerano le vergini e le anziane come reliquia.
Meno conosciuta di Tiresia
Vibrò decisa in terra il nodoso bastone di ciechi e indovini
E sulle sue orbite divorate dal fuoco
Dio calò un drappo perennemente bagnato.

 

 

Testata azzurro intenso

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Mario M. Gabriele

14 giugno 2017 alle 15:21 Modifica

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/14/paolo-valesio-poesie-del-sacro-e-del-mondano-italiano-inglese-la-ricerca-del-senso-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-traduzioni-di-graziella-sidoli-e-michael-palma/comment-page-1/#comment-20860

Vorrei spezzare una lancia, come dice Giorgio Linguaglossa nei suoi commenti, a favore della NOE, da alcuni vista come una creatura aliena, venuta ad occupare spazi, già conquistati dai terrestri. Senza aprire un discorso filosofico di concetti e teoresi varie, mi limito a riportare una visione del mio viaggio poetico connesso alle varie stazioni fenomenologiche e come ruota di scorta della NOE. Ecco in sintesi i punti chiave.
La poesia italiana, dopo l’esperienza dell’Avanguardia, non ha prodotto grandi trasformazioni, rimanendo chiusa nel suo estetismo, prevalentemente lirico. Il postmoderno, ha cercato di aprire uno spiraglio intorno alla questione del sapere come elemento di diffusione verso la società, così, come teorizzato da Lyotard. E’ proprio su questo principio che si immette la Nuova Ontologia Estetica associata al frammento, con un proprio spazio aperto ai lettori più aggiornati ed esigenti, non più rimandabile. Con il declino della metafisica occidentale, nasce il “pensiero debole” di Vattimo, che si sposta anche nella poesia rimasta in un cratere il cui fondo è il Vuoto dove si connette un linguaggio afasico e monoestetico. Il sistema politico-economico del grande Capitale ha determinato una Cultura minoritaria declassando ogni fenomeno innovativo, a semplice prodotto di mercatino Secondo Habermas, la caduta di tensione della cultura sarebbe la prima causa ad aver infranto i valori fondamentali su cui poggia ogni mutamento emancipativo della parola e il suo dispiegamento in nuove aree formali: un cambio di rotta che solo per riattivarlo occorrerebbe un nuovo Illuminismo. E’ questo, oggi, il tentativo che si propone la nuova poesia nel voler percorrere altri sentieri, come un cambiamento di rotta che è già nella struttura portante della Nuova Ontologia Estetica, che col frammento si lega con il tempo interno e il tempo esterno, dove non pochi sono i “correlativi oggettivi” che esprimono il ricambio del Logos, che finisce con l’essere un nuovo reperto per la semiologia e l’ermeneutica.Tutto questo non è stato possibile attuare perché
la muraglia poetica del Novecento non ha concesso altre strade alternative a quella della Tradizione, perché così faceva comodo alle Case Editrici, ai poeti e ai critici. Un esempio ne è la Letteratura Italiana Otto-Novecento, di Gianfranco Contini,- Sansoni, 1974, che tralascia l’Avanguardia di Giuliani e Sanguineti, mettendo fine alla sua Antologia con la linea lombarda e recuperando a stento Pier Paolo Pasolini. E’ evidente che ogni antologista traccia le geografie poetiche secondo i propri gusti e la propria sensibilità, omettendo e recuperando nomi illustri o poco conosciuti. Ma non sempre questo metodo ha fatto da guida alle antologie degli anni 80 e di fine secolo. Dice Mario Lunetta nella sua “Poesia Italiana oggi”- Newton Compton, 1981, a distanza di sette anni da quella di Contini, che “nessun antologista è onnisciente. Pur aspirando ad esserlo, nessun antologista è ubiquo”. Certamente chi redige una antologia sa benissimo che la sua Opera è il riflesso del proprio gusto poetico e critico che non può totalizzare tutti gli eventi sopravvenuti alla data della compilazione dell’antologia. Ma se questo può sembrare un alibi accettabile, non lo è se si omettono le proposte alternative, rispetto alla comune prassi linguistica. Ciò che importa è non trascurare le piattaforme poetiche e stilistiche che si vengono a formalizzare, accantonando qualsiasi pregiudiziale che non aiuta a documentare una realtà diversa da quella acquisita o già omologata. In realtà il territorio di indagine su cui esplorare non è facile, se non vi è un return critico e pubblicitario che dia ampio spazio e informazione. Dovrebbe essere sempre una scelta relazionante su forma e espressione, al fine di surrogare tempi poetici afonizzati e senza via di uscita. La caduta di tensione poetica e culturale del nostro Paese e i danni provocati dalla Crisi, hanno allontanato buona parte della platea dei lettori che al tempo delle Giubbe Rosse del Caffè fiorentino erano sempre in soprannumero. Oggi se ne contano poco meno di una ventina di buoni ascoltatori, anche se si nota un risorgimento dei laboratori di poesia che su Facebook appaiono giorno dopo giorno. Il fenomeno dell’Assoluto in poesia non esiste. Sono evidenti, invece, le nuove start-up poetiche come la NOE, in qualità di nuovo lavoro inventivo, specificamente osmotico con il frammento, che è una delle vie più difficili da percorrere, in quanto deve armonizzarsi con il tessuto globale e strutturale della poesia. Direi che fare questo tipo di discorso non è facile. Si tratta di un nuovo intermezzo linguistico che apre significativi squarci di orizzonti e di spazio – tempo, pregressi e contemporanei. Nessuno ipotizza un effetto di massa di questo nuovo trasloco formale e psicoestetico. Si vuole solo uscire da un “misticismo” di versi non più assoggettabile ad una vecchia identità trasfusa di spiritualismo tout court, che mette un freno ad ogni rinnovamento, tra l’altro necessario e urgente, quando i tempi non possono ulteriormente passare come fantasmi. Ciò, -scrive Lunetta nella sua antologia- vuol dire anche, ma non da ultimo, optare per la professionalità (che non è puro e semplice professionismo), realizzando il massimo del rigore; operando insomma, per (e con ) una letteratura di poesia che contenga sempre al suo interno polisenso la consapevole teoria critica del proprio prodursi.

Testata azzurra

giorgio linguaglossa

15 giugno 2017 alle 10:48 Modifica

caro Claudio Borghi,

io penso che la tua poesia cada nell’errore di sopravvalutare il momento «spirituale» di fronte a quello «sensoriale», accentuando il ruolo del «soggetto» a scapito di quello dell’«oggetto». Un eccesso di soggettività ti impedisce di vedere l’oggetto… In te noto una sorta di «resistenza» (intellettuale, emotiva, esistenziale) ad accettare alcune idee della nuova ontologia estetica (ad esempio il concetto di presentazione di un Evento e di una Esperienza significativa)… che, penso invece ti sarebbero molto utili per modificare la forma-poesia che tu «abiti»… quella «forma» è ormai un abito che non ti sta più bene indosso, credimi, non lo dico per soperchieria o per presunzione, è una «forma» troppo abusata, che è stata troppo indossata e mostra le pieghe, le toppe, le consunzioni…

In via generale, più la problematizzazione del «soggetto» investe il pensiero più il soggetto esperiente si rivela colpito dal tabù della nominazione. Che l’atto della nominazione si riveli essere il lontanissimo parente dell’atto arcaico del dominio, è un dato di fatto difficilmente confutabile e oggi ampiamente accettato. Ma quando la problematizzazione investe non solo il soggetto ma anche e soprattutto l’oggetto, ciò determina un duplice impasse narratologico, con la conseguenza della recessione del dicibile nella sfera dell’indicibile e la recessione di interi generi a kitsch. Mai forse come nel nostro tempo la dicibilità della poesia come genere è precipitata nell’indicibile: una grande parte dell’esperienza significativa della vita di tutti i giorni è oggi preclusa alla poesia, per aderire al genere romanzesco della narratività. Direi che l’ordinamento delle istituzioni poetiche con il suo semplice prescrivere il dicibile, bandisce tutto ciò che non è immediatamente dicibile nei termini della sua sintassi e del suo lessico. L’indicibile è ciò che non è più raggiungibile e possibile. Ecco spiegata la ragione del trionfo del minimalismo come cannibalismo della comunicazione.

Oggi i poeti non presentano più una «esperienza significativa», si limitano a comunicare il comunicabile, non fanno altro che fagocitare la tautologia. C’è oggi un’oggettiva difficoltà ad affrontare, in poesia, la problematica di un’«esperienza significativa». Che cos’è una esperienza significativa? Che cosa è un Evento?. La «scrittura poetica» contemporanea propone una sorta di registrazione del quotidiano o del passato del quotidiano o del passato della cronaca con l’impudenza della propria imprudenza. Conseguenza inevitabile dell’impasse in cui è caduta questa cosa chiamata poesia è che si parla molto più del «soggetto», dei suoi ruoli e del suo luogo, che dell’«oggetto», perché il soggetto ha cessato di funzionare come principio, come principio regolatore; per contro, si parla molto meno dell’«oggetto» che del «soggetto», così che il discorso poetico si dissolve in una miriade di appercezioni soggettive, in una fenomenologia delle sensazioni del «soggetto». Si scrive secondo un logos sproblematizzato, di conseguenza, i modi di espressione della soggettività vengono falsati, il logos subisce il tabù della nominazione.

A pensarci bene, è paradossale ma vero: la poesia dell’«esperienza» ha bisogno di un universo simbolico nel quale prendere dimora e di un rapporto di inferenza tra il piano simbolico e l’iconico; in mancanza di questi presupposti la poesia dell’io esperiente cessa di esperire alcunché e diventa qualcosa di terribilmente autocentrico ed egolalico, diventa la carnevalizzazione del soggetto, esternazione del dicibile sul piano del dicibile: ovvero, tautologia.
.
Se il senso della poesia manca, manca la poesia il suo bersaglio. Non v’è orientazione semantica senza orientazione del significato. La poesia esprime il senso che può, al di qua di ciò che intende e al di là di ciò che attinge. Il compito che oggi arride alla poesia dei «poeti nuovi» è appunto ricostruire una relazione tra il significato e il significante, ma in termini del tutto diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto nel Novecento.
In un mondo in cui i rapporti umani sono diventati un problema tra gli esseri riprodotti come talismani magici e ridotti a vasi incomunicanti di un «messaggio» che è stato soppresso dalla prassi sociale, resta il problema di come problematizzare l’«oggetto», come liberare le «emozioni» dalla cella dell’io (presunto).
Oggi, forse, è davvero possibile soltanto una poesia dell’inautenticità e del falso, come il tinnire di una moneta falsa la poesia la devi lasciare nel suo brodo di intrugli e di piccoli trucchi per poterla rubare agli dèi?. Forse.

Testata viola

15 giugno 2017 alle 12:37 Modifica

Caro Borghi, non neghi la possibilità di avvicinarsi alla NOE, e a ciò che essa propone con i suoi interventi disgiuntivi, aggregativi, e propositivi. Accetti le ragioni, il Progetto, e i parametri con cui ci confrontiamo ogni giorno nel redigere i testi senza che lei rinneghi il suo DIO-Poesia, come fece San Pietro a chi gli chiedeva se era Amico di Gesù! Mi creda, se non ci fossero risultati estetici e concettuali così palesi e riformatori, non credo che mi sarei avventurato in una ricerca estetica così conflittuale rispetto al parere e ai gusti di diversi lettori. Sarei rimasto nella mia poesia carica di emozioni, quelle che piacciono a Martino, e di cui non mi sono estraniato con le mie pubblicazioni degli anni 80. Ma i tempi cambiano. Mutano i gusti letterari. Si sprovincializza la comunicazione.Cambia il mondo del lavoro. La società è multietnica. Culturalmente plurale. Rimanere affossati ad una cultura, assoluta e poco elastica, significa piantonarsi in un castello medievale con Re Artù e i suoi soldati. Si rende necessario l’uso di una nuova circolazione estetica. E’ la razionalità dell’Essere sulla postmodernità e sul pensiero dell’Otto-Novecento.La poesia non è un evento immutabile e irreversibile. Diceva bene Heidegger (ancora Lui!) quando affermava che il pensiero è come un – viaggio-. “la ratio si dispiega nel pensare. Il più considerevole nella nostra epoca preoccupante è che noi ancora non pensiamo”. Quindi occorre il viaggio del pensiero per conoscere altre stazioni, altri panorami. “L’inizio non è alle nostre spalle, come un evento da lungo tempo passato. Ma ci sta di fronte. Davanti a noi”.

  • Claudio Borghi

15 giugno 2017 alle 12:55 Modifica

Creare contrapposizioni tra poeti che pubblicano presso editori di nome, come fossero tutti necessariamente omologati, e poeti che pubblicano presso editori minori, o non pubblicano proprio, per quanto ci sia senz’altro del vero circa la possibile maggior qualità fuori dai grandi circuiti editoriali, è una assunzione necessariamente semplicistica. Come semplicistica e riduzionistica è la critica della poesia lirico-elegiaca, come fosse per definizione tutta da scartare, in nome della poesia oggettiva: anche qui ci può essere del vero, ma c’è grande poesia lirico-elegiaca e scadente poesia oggettiva e, ovviamente, viceversa.
Quanto a me, mi limito a osservare che i miei libri sono nati in buona parte da riflessioni filosofiche e scientifiche, filtrate attraverso una immersione profonda nella poesia come possibile sintesi e convergenza di diverse forme di pensiero. Credo e ho sempre creduto che la poesia debba essere capace di generare luce, esprimere la tensione dell’anima di fronte all’inesplicabile, accettare “come sono” le cose e il mondo, e il Logos che li rischiara. Il mio è tutt’altro che un ripiegamento soggettivistico – in cui non vedo comunque nulla di male, se produce bellezza .
Basterebbe rendersi conto, e in questo mi richiamo idealmente al caro Ubaldo De Robertis, di quanta poesia c’è nel pensiero filosofico e scientifico e di quanta vicissitudine intellettuale può riempirsi un’opera poetica quando la mente si affaccia sulla profondità inosservabile del mondo, lasciando a terra la presunzione di cui si riempie quando confonde la rappresentazione con la conoscenza.
Mi limito a ricordare una delle principali linee guida della mia ricerca poetica, filosofica e scientifica: quella sul tempo. Mi permetto di ricordare che Giorgio ha pubblicato qualche mese fa su questa rivista un estratto da un mio articolo fisico-epistemologico, “Il tempo generato dagli orologi” e, come esempio di visione alternativa in ambito poetico-metafisico, mi permetto di citare un breve estratto dal mio ultimo libro, uscito il mese scorso presso Negretto Editore, “L’anima sinfonica” (elaborato in buona parte nel 1978-80, prima dei miei studi scientifici), in cui pensare, come scrive Giorgio, sia “sopravvalutato il momento spirituale rispetto a quello sensoriale” è, temo, un’interpretazione riduzionistica, a fronte di una densa intensa rapsodia di intuizioni sospese tra mistica e filosofia, poesia e scienza.
Si parla, come in tanti passi del libro, del tempo. E l’intuizione (soggettiva o oggettiva? fisica o metafisica?) supera d’un balzo la distinzione, fasulla e approssimativa, tra tempo interno e tempo esterno:

La materia diviene, ma l’anima è ferma.
L’anima si imbeve di divenire – è un filtro immobile attraversato dall’onda.
L’anima sente il trascorrere del mondo attraverso sé – non dentro sé – e chiama questo flusso tempo.

L’anima fluttua nel rigenerarsi di un centro innominabile – in un respiro di infanzia, in cui affondano radici senza tempo.

Il divenire disegna la melodia del cuore vivo – l’immanente crearsi della musica che si abbevera alla fonte dell’Uno, che trascorre nel canto nascosto.

Con imbarazzo prendo atto della conclusione di Linguaglossa: “Oggi, forse, è davvero possibile soltanto una poesia dell’inautenticità e del falso, come il tinnire di una moneta falsa la poesia la devi lasciare nel suo brodo di intrugli e di piccoli trucchi per poterla rubare agli dèi? Forse”:

Se così è, caro Giorgio, come la mettiamo con Heidegger, a cui spesso ti affidi come guida spirituale? Non credi di percorrere una strada pericolosa, oscillando tra autentico e inautentico? Ed è un grave errore pensare che ci siano pochi lettori capaci di valorizzare la ricerca autentica e profonda, come scrive Gabriele. Ci sono in realtà tanti ottimi potenziali lettori che hanno grande bisogno di autenticità e profondità e, soprattutto, occorre riconoscere che un testo poetico non è solo opera di chi lo scrive, ma anche, in misura non minore, di chi è in grado di valorizzarlo.

P.S. Ho scritto il commento prima di aver letto l’intervento di Gabriele, a cui credo comunque di aver implicitamente risposto. Devi riconoscere, Mario (non è il caso di darci del tu?), che l’importante è confrontarsi apertamente e, soprattutto, leggersi e quindi conoscersi a fondo prima di esprimere giudizi, che rischiano di essere sommari e riduttivi. Sulla questione della “poesia dell’emozione” ci sarebbe un discorso a parte da fare, che possiamo sviluppare, volendo, in un’altra occasione.

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53 commenti

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53 risposte a “POESIE di Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Edith Dzieduszycka, Letizia Leone, Lucio Mayoor Tosi, Mario M. Gabriele, Anna Ventura, Mariella Colonna, Sabino Caronia, Chiara Catapano – Vari stili, Varie scritture poetiche della Nuova Ontologia Estetica con Dibattito. Interventi di Mario Gabriele, Claudio Borghi, Giorgio Linguaglossa

  1. Sabino Caronia

    Il problema a questo punto è trasferire la qualità del lavoro e delle persone da “L’ombra delle parole” al cartaceo di una rivista seria e qualificata. Taja che è rosso…

  2. Mi piace molto la poesia di Chiara Catapano;sulla storia della caccia alle streghe non si dirà mai abbastanza.Ma le streghe non muoiono, lasciano il loro cuore d’argento, sepolto sotto la cenere, sempre caldo.Prima o poi, qualcuno lo ritrova.

  3. mariella Bettarini

    Care amiche e cari amici,

    ottima “antologia estetica” davvero, questa appena pubblicata su “L’Ombra delle Parole”.

    Complimenti sempre e i più cari auguri e saluti da

    Mariella Bettarini

  4. Ho colto alcuni spunti per me molto interessanti negli interventi associati a questa piccola antologia di poeti -più o meno appartenenti al gruppo della NOE. Cito Mario Gabriele: “Il fenomeno dell’Assoluto in poesia non esiste. Sono evidenti, invece, le nuove start-up poetiche come la NOE, in qualità di nuovo lavoro inventivo, specificamente osmotico con il frammento, che è una delle vie più difficili da percorrere, in quanto deve armonizzarsi con il tessuto globale e strutturale della poesia….” Sono in piena sintonia con la puntualizzazione -importante per la chiara e organica sintesi delle novità e caratteristiche della NOE- che il frammento, pietra scagliata contro le vecchie armonie decorative di cui siamo tutti consapevolmente stanchi, “deve armonizzarsi con il tessuto globale e strutturale della poesia”: (ripeto le parole di Mario perché meglio non si poteva dire). Il mio impegno, in questi ultimi mesi, si è volto in questa direzione: e non è un lavoro facile perché ci sono altre istanze che devono concorrere all’innovazione di un linguaggio non tutto da inventare ma quasi. Ciò non significa che si debba considerare vera poesia soltanto quella che non usa l’endecasillabo o la rima: (ci sono versi della Divina Commedia che ancora hanno conservato intatta la potenza e lievità della parola nel momento creativo,) ma riuscire a scrivere una poesia, oggi, con l’endecasillabo e la rima senza cadere nella decorazione o nel dejà vu (al quadrato) è opera di poeti con la P maiuscola e, soprattutto, coraggiosi: chi si azzarderebbe a farlo? Qualche spericolato l’ha fatto, ma a proprio rischio e pericolo (anche io l’ho fatto). Oggi sentiamo la metrica come qualcosa che si sovrappone e frena i versi…ma ad esempio, la rima ogni tanto è una specie di allodola che con il suo richiamo ci ricorda l’arrivo della primavera…insomma dev’essere usata in modo non convenzionale e non fine a se stessa, ma se è necessaria come richiamo “musicale” nostalgico e con un pizzico d’ironia, non la scartiamo. Ora uno spunto su quanto ha detto Giorgio Linguaglossa che mi ha introdotto in pochi mesi e da vero maestro, nel mondo sconvolgente della rivoluzione espressiva: è vero che nella poesia di Claudio Borghi si sente vibrare una componente riferita alle emozioni dell’io: ma non è un “io” sganciato dalla realtà, è un “io”, ripeto, che vibra con aspetti della realtà diversi da quelli preferiti oggi (domani chissà…) dalla NOE: la realtà di Borghi è quella su cui ha compiuto studi scientifici con passione e amato, vibrando all’unisono con il respiro, il battito del cuore-cosmico. La realtà non è fatta soltanto di oggetti che noi poeti aspiriamo a trasformare in “cose”: ci sono realtà diverse ma altrettanto reali come quelle studiate e poeticamente trasfigurate da Borghi e dal grande (qui lasciatemelo dire) De Robertis che, purtroppo io non ho avuto modo di conoscere. Io sono grata a Giorgio Linguaglossa che mi ha trascinato verso le “cose”, perché prima della sua guida virtuale me ne andavo troppo per i sentieri fioriti degli stilnovisti: ma, lasciatelo dire, Giorgio: la tua passione per il nulla, la realtà oggettiva etc. è equidistante e contrapposta a quella di Claudio Borghi che tu chiami “spiritualità”. Però ho impressione che qualcosa stia cambiando profondamente nel tuo “modus essendi” (poeta). Forse tu non te ne accorgi perché sei troppo preso dall’immensità del tuo lavoro, ma quando manderai a quel paese le poesie degli altri e riprenderai la novissima ars del tuo scrivere in versi…insomma non sarà “il nulla” l’oggetto del tuo creare in versi, sarà forse il punto di partenza ma non quello d’arrivo. Adesso smetto di fare la Sibilla Cumana e torno a Borghi… ma in un altro riquadro

  5. Nel cantiere si notano lavori già finiti, quelli di Rago e Gabriele, ma anche la poesia intelligente di Catapano. Il Coniglio bianco di Anna Ventura. Io nella polvere come Pig-Pen. Qualche assente immotivato. Ovunque si respira aria fresca, luminosa, non ingiallita o appesantita dal tempo.

  6. gino rago

    (…) A Lucio dico che il suo intervento è “lucido”, forte e coerente con il suo “essere poeta”. per il “qui ora” sono d’accordo, ma non credo che debba limitare la libertà del poeta: e così per il frammento. Per esempio, la poesia di Gino Rago integra frammento e poesia “epica” in cui non appare mai un’armonia facile e neppure una semplicità mascherata da armonia infranta, ma emerge una forza espressiva che convince per il fluire vigoroso e contemporaneo di parole e immagini: si crea così un “concerto” non musicale ma semantico e profondamente organico in cui il frammento risalta con vigore, direi che esplode-implode creando un nuovo universo.
    Per non parlare…e parlare del modo di fare Nuova Poesia di Giorgio Linguaglossa che rieca a scarnificare il verso, eliminando ogni ornamento inutile e disarmonizzandolo e destrutturandolo in modo così intenso da provocare momenti di identificazione totale tra parola scritta e parola letta, cioè tra poeta e lettore della poesia. La “disarmonizzazione” nelle opere di Linguaglossa provoca uno shock espressivo, taglia la realtà il mondo a pezzi e la ricompone in una nuova realtà un mondo nuovo che si fonda su una nuova metafisica: penso alla Preghiera per un’ombra”, oppure a “Il corvo entrò dalla finestra”, dove tutta la poesia si svolge come una galleria di quadri: e i soggetti inanimati dei quadri: escono dalla cornice per ritrovarsi insieme come altrettanti soggetti animati, che poi sono sempre la stessa persona: Giorgio Linguaglossa, il poeta. Questa è la NOE. e penso che mi si debba riconoscere che anche io sono in piena sintonia con l’anima di questa risorta Arca di “NOE’”!

    Ho giudicato prezioso e perciò quanto mai utile al dibattito recuperare alcuni frammenti di un commento ben calibrato di Mariella Colonna, ancorché già postato il 15 giugno 2017 in calce alle poesie di Tommasi.

    La pagina oggi proposta da Giorgio L., lo sottolinea con la finezza del suo palato Mariella Bettarini, è un’antologia ad alti valori poetici.
    E se già in tutte le occasioni che si son presentate elogiammo i versi di Mario Gabriele, di Lucio Mayoor Tosi, di Letizia Leone, di Costantina Donatella Giancaspero,
    quali eccellenti cime della NOE, sorprendenti sono i nuovi corsi di Edith Dzieduszycka, di Mariella Colonna, di Anna Ventura, di Sabino Caronia,
    rispetto ai loro lavori precedenti, a noi già cari.
    Chiara Catapano l’abbiamo pienamente gustata come autrice di lavori critici
    (memorabile il saggio su Boine) ma con questi versi la poetessa fa ombra
    lunga e densa alla saggista…
    A tutti noi rammento che se vogliamo, come intensamente vogliamo, tentare di vincere la gravità per dispiegare libero il nostro volo nel cielo
    della nuova poesia, è atto di saggezza ricordare l’esperienza di Icaro…

    Gino Rago

  7. gino rago

    A che serve il mare…
    (alle poetesse, ai poeti della NOE)

    A che serve il mare se l’onda esala odori di libeccio?
    Se nei marosi tremano i pontili?
    A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità.
    Chi valica i fili – viola, d’ambra o di cobalto – degli ultimi orizzonti
    forse più non torna. Chi s’imbarca per l’esilio
    se torna ritorna come un’ombra perché non è più lui.
    Con chi si è mischiato? Con che si è corrotto?

    Chi rimane ha la certezza d’una tomba.
    Mette i suoi limiti. I limiti sicuri all’eternità
    (una pergola fra gli orti. Un filare di pioppi fra l’avena e il grano.
    Un frangivento fra l’arancio e il cedro. Un canneto fra la marina e il mondo).

    A chi basta il mare se la tolda nell’afa d’agosto alza odori
    di boschi bruciati? Se il corallo trattiene le voci dei morti?
    Ma sullo scoglio nella bora insonne soltanto il mare mette ali all’anima.
    Basta un grido acuto di gabbiani. Un segno d’eterno fra la spuma e il cielo.

    Gino Rago

  8. gino rago

    A che serve il mare
    (alle poetesse, ai poeti della NOE, a L’Ombra delle Parole)

    A che serve il mare se l’onda esala odori di libeccio?
    Se nei marosi tremano i pontili?

    A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità.
    Chi valica i fili – viola, d’ambra o di cobalto – degli ultimi orizzonti
    forse più non torna. Chi s’imbarca per l’esilio
    se torna ritorna come un’ombra perché non è più lui.
    Con chi si è mischiato? Con che si è corrotto?

    Chi rimane ha la certezza d’una tomba.
    Mette i suoi limiti. I limiti sicuri all’immensità
    (una pergola fra gli orti. Un filare di pioppi fra l’avena e il grano.
    Un frangivento fra l’arancio e il cedro. Un canneto fra la marina e il mondo).

    A chi basta il mare se la tolda nell’afa d’agosto alza odori
    di boschi bruciati? Se il corallo trattiene le voci dei morti?

    Ma sullo scoglio nella bora insonne soltanto il mare mette ali all’anima.
    Basta un grido acuto di gabbiani. Un segno d’eterno fra la spuma e il cielo.

    (forma definitiva)
    Gino Rago

    • Carissimo Gino,
      questa poesia è nuova? E’ bellissimo il tuo attacco: “A che serve il mare se l’onda…?” le domande restano in sospeso, a mezz’aria, in attesa della risposta: poi l’onda si solleva e si dilata:
      “A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità” Poi altre riflessioni su chi rimane che si affretta a mettere limiti…”Un filare di pioppi fra l’avena e il grano/ Un frangivento fra l’arancio e il cedro./ Un canneto fra la marina e il mondo). Limiti che sono la casa e la vita, ma che mettono una difesa a alle ispirazioni di infinito che l’essere umano ha da sempre. Così il poeta
      conclude evocando l’insaziabile brama dell’uomo di andare sempre oltre “Ma sullo scoglio nella bora insonne soltanto il mare mette ali all’anima.
      Basta un grido acuto di gabbiani. Un segno d’eterno fra la spuma e il cielo.”

      Il grido dei gabbiani ferisce la mente e la fa sussultare: forse anche loro hanno un’ansia inesauribile di volare…unendo la spuma del mare al cielo.
      Versi magistralmente equilibrati ma tutt’altro che prigionieri di regole, danno a Gino Rago la gioia di espandere la propria intuizione poetica al di là di qualunque motivo occasionale o d’abitudine.
      Grazie, Gino, per questa poesia!

  9. prima alcuni versi di Mario Gabriele:

    Da nord a sud barometri impazziti,ghiaccio,
    fosforo bianco su Gaza City,
    tra artigli di condor sulle carni,
    Mater dolorosa,
    che facesti rifiorire il biancospino sulla collina.
    Gennaio ha riacceso i candelabri
    nel concerto dei morti,
    tra toni bassi e controfagotti
    Non so come tu abbia fatto a recidere le corde,
    se il più sottile e amaro della vita
    è il ricordo.
    A monte e a valle profumo di tulipani, briefing.
    Eppure se ci pensi, capita di morire ogni giorno,
    di passare più volte sotto il ponte di Mirabeau!

    Qui Gabriele riesce a parlare, con parole semplici ma incise una per una col bulino dell’orafo, dei drammi dell’umano esistere senza mai neppure sfiorare i toni della narrazione o della retorica: il fosforo bianco si Gaza City, gli artigli
    dei condor sulle carni e la Mater dolorosa che ha fatto rifiorire il biancospino sulla collina chiudono un quadro completo di esistenza umana nello spaziotempo del ricordo poetico: cioè senza spazio e con il tempo di una memoria antica e bianca come tutta la composizione…e i controfagotti nel concerto dei morti, questa bella idea di un’ orchestra dei morti, perché la musica è la quintessenza del linguaggio e raggiunge ogni possibile dimensione. E poi il profumo immaginato dei tulipani che non profumano e i passare quotidiano sotto il ponte di Mirabeau che è come una morte , che crea rarefazione delle emozioni fissandole in un panorama che non cambia. Bellissima questa lirica che non si avvale di nessun elemento shock, di nessun orpello per essere vera.

    Cito Linguaglossa:

    Il corvo è entrato dalla finestra.
    Una stanza. Atelier del pittore.
    Un cavalletto e una tela bianca.
    Il pittore dipinge il mare e un sole livido.
    Il sole prende vita dal quadro e se ne va.
    Nel quadro è rimasto solo il mare.
    Anche il mare se ne va.
    E resta un abito gessato bianco in una barca
    Che rema verso una proda.

    La poesia continua, imprevedibile, finché tutti gli oggetti animati passano allo stato di “soggetti” e poi si scopre che l’unico soggetto reale è lo stesso poeta. Questa è la poesia della metamorfosi degli oggetti non soltanto in cose, ma addirittura in personaggi di una scena surreale e poi nel personaggio più reale che è il poeta stesso. Qui si vede quanta energia psichica Linguaglossa abbia investito di se stesso nelle proprie creature poetiche, in una circolarità di percorso che da se stesso torna a se stesso passando per le cose. E’ molto simbolica la scena dei “soggetti” dei quadri che fuggono dalle cornici per una loro avventura esistenziale che non finisce nel nulla, ma nel corpo-anima dello stesso autore: il corvo entra dalla finestra, il sole “prende vita dal quadro” fugge via, seguito dal mare: a guidare la barca resta solo un abito bianco senza nessuno dentro, che rema verso la riva. Pura surrealtà. Giorgio L. non è soltanto sostenitore del nulla, o sbaglio?

    Qui arriva Borghi che sostiene una tesi da me condivisa “ab aeterno”: la poesia non è soltanto di chi la scrive, ma anche di chi la legge se è in grado di interpretarla e intuirne i significati anche potenziali, non soltanto quelli pronunciati nei versi. Lo cito:
    “La coscienza partecipa della vita senza viverla….

    Il centro illumina il fiume dell’ esistente, senza una direzione privilegiata.
    Il centro vivente apre il fiore dell’io e non si limita a guardarsi la punta dei piedi, o a leggere l’orologio della piazza per sapere che ore sono.

    La centralità è trascendente: un entrare, ma non dallo spazio- un’istantanea, ma non nel tempo.”

    Che cosa hanno queste prose poetiche…che non possa rientrare nei “canoni” della NOE? C’è la realtà, ci sono le cose…ma c’è anche un qualcosa in più…il “centro vivente” che non si identifica con l'”io”, ma è trascendente…e qui si aprono nuovi orizzonti.
    Carissimi Mario Gabriele, Giorgio Linguaglossa e Claudio Borghi: dove sono le distanze incolmabili che vi separano? La vostra naturale differenza, tanto maggiore quanto più importante è la personalità dei soggetti. Pensateci bene. Questa differenza può essere la chiave del successo della NOE e di ognuno di noi, se la accettiamo e la facciamo nostra. Io ne sono sicura.

  10. Condivido ciò che scrive Borghi non posso aggiungere una stella ogni volta mi parrebbe di imitare il modello FB
    La poesia della signora Giancaspero non é priva di fascino anche se non afferro il canone il contrappunto la sequenza,favoloso intimo diario di Mariella Colonna, per la scelta del soggetto Catapano

  11. Si scopre che il mondo è pieno di verità, tante quante ne può incontrare ogni poeta scrivendo. Il frammento non offre “intuizioni sospese” come sostiene Claudio Borghi ( sospese: in attesa di che?), in quanto “le” verità non sono riconducibili all’unica, all’agognata, alla sempiterna verità dell’assoluto, anche se pensato in perenne azione e/o derivata concreazione. Tra ontico e ontologico si pone il pensiero non duale della via di mezzo – che non è medietà tra due estremi, né medietà convenzionale, ma superamento di assoluto e relativo – . E’ in quest’area secondo me che si possono incontrare “le” verità. Prediligere la comprensione non è porsi dei limiti, al contrario, è assecondare la risolutezza ( anche se io preferisco il termine “fiducia”) che ci muove verso l’ignoto, il non ancora manifesto ( nella parola). Se nelle mani di Icaro, e mi rifaccio all’avvertimento di Gino Rago, il coniglio di Anna Ventura, non solo non troverebbe scampo, ma non esisterebbe neppure.

    • uff, spero apprezzerete lo sforzo

    • Claudio Borghi

      “…intuizioni sospese tra mistica e filosofia, poesia e scienza”.
      Serve citare per intero, non estrapolare.
      L’anima sinfonica, come ho scritto nella postilla conclusiva, “non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica…”
      Come scrivevo più sopra, occorre leggersi a fondo per capirsi. In questo senso ringrazio Mariella Colonna per la tessitura sintetica, la sensibilità e l’intelligenza con cui sta cercando di aprire il dialogo oltre l’eccesso di individualismo e il rischio, per carenza di conoscenza, di ridurrebbe l’interlocutore a comoda, semplificata icona.

      • Claudio Borghi

        Corrige:
        di ridurrebbe
        con
        di ridurre

        • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/16/poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-edith-dzieduszycka-letizia-leone-lucio-mayoor-tosi-mario-m-gabriele-anna-ventura-vari-stili-varie-scritture-poetiche-della-nuova-ontologi/comment-page-1/#comment-20922
          Non cambia la sostanza, caro Borghi. Come qui : “Credo e ho sempre creduto che la poesia debba essere capace di generare luce, esprimere la tensione dell’anima di fronte all’inesplicabile, accettare “come sono” le cose e il mondo, e il Logos che li rischiara.” Inesplicabile e logos che rischiara sono termini generici, e abusati. Nemmeno tu vai alla sostanza delle cose che ti vengono dette ( evidentemente non le consideri altro che faziose, oltre che dettate, nel mio caso, da incompetenza). La parola inesplicabile non si addice ai poeti, e il “Logos che rischiara” confina oggi il poeta nell’anacronismo in quanto che non è più depositario di verità assolute, se mai di frammenti ( di questo si sta discutendo). La tensione che accompagna i tuoi testi, per altro di indiscutibile qualità espressiva, incontra il limite della vaghezza, dell’incompiuto perché ritenuto, appunto, inesplicabile. Ma si tenta, vero? Ma ecco che arriva puntuale l’avvertimento di Gino Rago sull’esperienza di Icaro. Almeno così io l’ho inteso.

          • Claudio Borghi

            Lucio, non cogliere, ti prego, intenzioni belligeranti da parte mia. Quanto a possibile vaghezza, ecc, occorre leggere il libro per intero, non limitarsi a estrapolazioni. Il frammento, in questo senso, non mi si addice. Sarei felice di discuterne con tante menti sensibili e attente. Con te in primis.

          • Caro Gino, la tua poesia è certo in piena prassi-esaltazione del frammento, scrivi cose vere e spesso divertenti, provochi shock nel lettore con le tue trovate e poi…hai il merito di passare ai tuoi versi l’esperienza professionale del colore e della forma. Però non capisco perché tendi a polemizzare con chi, come Borghi, non ha nessuna intenzione di rispondere alle tue battute. E’ inutile polemizzare con chi è tanto diverso da noi. Forse tu hai un’ipersensibilità che ti porta a percepire venature polemiche dove magari c’è solo la volontà di chiarire bene le proprie idee “diverse” da quelle della maggioranza e perciò assai più utili alla nostra crescita grazie al confronto e al conflitto. Non devi sentirti quasi sotto accusa se qualcuno non parla di te: ti capisco, anche io mi sono messa in testa di esserti antipatica perché raramente tu commenti i miei scritti o rispondi alle domande che pongo (non soltanto a te). Invece sono sicura che la mia nei tuoi confronti e quella tua nei confronti di Claudio è una “proiezione”, un’ombra che passa tra te e me e tra te e lui. Eliminiamo le ombre, soprattutto noi che abbiamo esperienza di psicanalisi per interesse a come siamo fatti…cerchiamo di cancellare i fantasmi dell’inconscio e di vederci e accettarci come siamo, tutti diversi! Io non trovo affatto “la tensione che accompagna i versi di Claudio incontri il limite della vaghezza, dell’incompiuto perché ritenuto, appunto, inesplicabile.” Giorgio non fa che ripetere che l’analogia, l’incompiuto, l’inesplicabile sono il fascino della vera poesia. E io sono convinta che la poesia debba indicare un cammino, ma non fornendoti la mappa del tesoro: meno si dice e più si entra nella profondità delle cose e degli eventi. Non sono d’accordo con te ma, lo sai, apprezzo molto sia le tue poesie che le tue creazioni artistiche molto “in”.

            • gino rago

              Caro Lucio, la tua poesia è certo in piena prassi-esaltazione del frammento, scrivi cose vere e spesso divertenti, provochi shock nel lettore con le tue trovate e poi…hai il merito di passare ai tuoi versi l’esperienza professionale del colore e della forma. Però non capisco perché tendi a polemizzare con chi, come Borghi, non ha nessuna intenzione di rispondere alle tue battute. E’ inutile polemizzare con chi è tanto diverso da noi. Forse tu hai un’ipersensibilità che ti porta a percepire venature polemiche dove magari c’è solo la volontà di chiarire bene le proprie idee “diverse” da quelle della maggioranza e perciò assai più utili alla nostra crescita grazie al confronto e al conflitto. Non devi sentirti quasi sotto accusa se qualcuno non parla di te: ti capisco, anche io mi sono messa in testa di esserti antipatica perché raramente tu commenti i miei scritti o rispondi alle domande che pongo (non soltanto a te). Invece sono sicura che la mia nei tuoi confronti e quella tua nei confronti di Claudio è una “proiezione”, un’ombra che passa tra te e me e tra te e lui. Eliminiamo le ombre, soprattutto noi che abbiamo esperienza di psicanalisi per interesse a come siamo fatti…cerchiamo di cancellare i fantasmi dell’inconscio e di vederci e accettarci come siamo, tutti diversi! Io non trovo affatto “la tensione che accompagna i versi di Claudio incontri il limite della vaghezza, dell’incompiuto perché ritenuto, appunto, inesplicabile.” Giorgio non fa che ripetere che l’analogia, l’incompiuto, l’inesplicabile sono il fascino della vera poesia. E io sono convinta che la poesia debba indicare un cammino, ma non fornendoti la mappa del tesoro: meno si dice e più si entra nella profondità delle cose e degli eventi. Non sono d’accordo con te ma, lo sai, apprezzo molto sia le tue poesie che le tue creazioni artistiche molto “in”.

              Mariella Colonna

              N.B.
              Visto e considerato che nessuno lo ha rilevato, nemmeno la scrivente del
              commento, Mariella Colonna, e il vero destinatario dello stesso,
              ho provveduto io alla correzione del nome poiché è chiaro dal contenuto stesso del commento che il destinatario non sono io, Gino (Rago), bensì
              Lucio M. Tosi.
              Tutto ciò per onestà verità vera delle cose.
              Gino Rago

  12. Cari lettori,
    Quando Giampaolo Piccari associava alla Rivista Quinta Generazione, opere di vari autori, non faceva altro che proporre il discorso poetico degli anni 70-80, molto diverso da quello dei nostri giorni; eppure, già da allora, il conflitto dei segni e dei significati, si faceva dominante, con tutte le varie dicotomie critiche e stilistiche, come nella dialettica tra Nuova Ontologia Estetica e il cartellame poetico.di ieri. C’era forse in quel tempo una più stretta osservanza ai cosiddetti valori etici, non riscontrabili oggi che si punta ad una letteratura sociologica, economica o scientifica, Né si può investire su una poesia basata unicamente sulla Bellezza, che detta così è un modo semplicistico di idealizzare la Poesia, se la delusione permanente resta la conflittualità tra tempo esterno e tempo interno; momenti assai importanti per riposizionare le pedine del gioco linguistico su nuove dialettiche collaborative.Ciò che proponiamo non è il segno della rivolta o della insurrezione poetica, ma un quadro preciso, di naturale alternanza stilistica, come un riesame del dire poetico, verso il quale solo la speranza di una visione reale dei tempi e dei modi espressivi.può scardinare le porte sigillate di una estetica monotonale,riutilizzando il termine “rinascita”, senza il quale non vi è né progetto, né avanzamento culturale.

  13. Salvatore Martino

    Ho letto di tutti i poeti qui approdati esiti decisamente migliori in passato soprattutto per Ventura, Leoni e Catapano. I versi qui riportati non arrivano a scalfire né il mio intelletto, né la mia anima, ma certo dipende dalla concezione retrograda che ho della poesia e che tante volte ho esternato su questo blog.Oso comunque dire almeno che non trovo un briciolo di mistero in questi versi, con le parole che mi sembrano siano soltanto le parole e non mi rimandano a dimensioni diverse… e la sintassi mi appare più prosastica che non poetica. Ma certamente è una mia mancanza di penetrazione in codesto nuovo modo di poetare, dove mancano le cose a me più care che ineriscono per me alla poesia. Ma sarei scioccamente ripetitivo. Quanto alle dissertazioni di Gabriele, Linguaglossa e Borghi non possiedo gli strumenti per seguirle, e francamente data la lunghezza, e la ripetitività mi annoiano, Starebbero meglio in una rivista cartacea, che presuppone più vasti tempi di lettura. .

  14. Caro Martino,
    sono d’accordo con te, per esempio, per quanto riguarda la mia poesia: so di aver fatto di meglio, molto meglio. La poesia andava riletta e rivisitata, ma non sono stata io a sceglierla. Quanto alle dissertazioni, benché ripetitive, servono soprattutto a chiarire che la diversità non è un limite, ma un trampolino di lancio! Tu scrivi molto bene, hai la padronanza della forma, la capacità di disporre i colori e le immagini come sopra una tela con il pennello e la tavolozza a disposizione, sai pieno di fantasia e spesso drammatico. Ma non riesci ad accettare la NOE. Sali su anche tu, Salvatore Martino! Non temere le stranezze dei poeti che cercano la libertà espressiva!La Nuova Poesia è una palestra, anzi mi sembra che sia stata definita “un’ astronave”, io amo chiamarla l'”Arca di NOE'”, PIENA DI OGNI SPECIE ANIMALE MA DIRETTA VERSO LA SALVEZZA. (per carità, abitanti della NOE, NON VI OFFENDETE, è SOLTANTO UNA BATTUTA CHE NASCE DA UN MITO!). E’ BELLO E DIVERTENTE ESSERCI SALTATI SOPRA E affrontare l’avventura delle onde avendo come punto di riferimento le stelle. (perdonate le maiuscole, effetto della stanchezza).

    • Cara Mariella, ma certo che ci vogliamo bene! Ciò non toglie che stasera, nella polemica, abbiamo ripetuto il copione di qualche tempo fa, parola per parola. Le ragioni di ciascuno sono note a tutti, anche le modalità con cui han da essere recitate. Però la nuova poesia di Gino Rago vale decisamente il biglietto:
      “A noi di terra serve per partire nello sgomento della vastità”
      “A chi basta il mare se la tolda nell’afa d’agosto alza odori
      di boschi bruciati? Se il corallo trattiene le voci dei morti?”
      e “Un segno d’eterno fra la spuma e il cielo.” Dove il segno andrebbe sottolineato, più dell’eternità. Solenne, come sempre, ma Gino Rago è così. Grazie.

      • gino rago

        Scrivendo estemporaneamente codesti miei nuovissimi versi, dedicati
        alla NOE e a L’Ombra delle Parole, ho pensato caro Lucio soprattutto a te come artista anche “gestuale” che in taluni lavori inverte il rapporto
        significato/segno nel senso di tracciare prima il segno sulla tela e poi il significato…
        Mariella Colonna – ne leggo solo ora le meditazioni che mi rivolge –
        è sempre arricchente nella sua inclinazione ad accostarsi ai miei versi
        non soltanto con il “ragionamento” ma anche con le passioni e le emozioni estetiche di cui è portatrice…
        Per il resto, Einstein dimostra in ogni caso di non avere mai torto quando rivolgendo la sua mente a una porzione dell’umanità non potè fare a meno di esclamare:”E’ più facile rompere un atomo che sradicare un
        pre-giudizio…”
        Gino Rago

    • Salvatore Martino

      Carissima e gentile Mariella le tue parole intorno alla mia poesia mi hanno sorpreso e direi persino commosso. Sono là a dimostrare la tua onestà intellettuale, la profonda conoscenza dell’estetica. E per questo ti ringrazio sentitamente.Per quanto riguardo l’invito a salire sull’arca di Noe, verso un improbabile Arafat, hai ancora una volta la mia convinta gratitudine. D’altra parte però io non credo di ottemperare ai canoni, ai decaloghi più volte testimoniati, con un andamento un tantino fondamentalista, da Rago, Linguaglossa e Gabriele. Ma come potrei io, dopo quasi sessanta anni di poesia tradire quelle che sono state le mie strade maestre, le mie guide’ Come potrei abbandonare il deprecato endecasillabo, le cadenze e la musica,il tentativo d’ingabbiare la frammentazione e il caos del mondo nell’utopia dei miei versi, il dialogo tra l’Io e l’Altro, la ricerca del filo rosso che mi collega al mondo infero,, l’uso del dettato intellettuale della techné quindi solo nel momento successivo alla creatività, non soggiacere più all’orribile ispirazione,usare una sintassi prosastica, abbandonare le stanze del mistero, dove naviga la poesia le poche volte che riusciamo a raggiungerla.Non inseguire più il gioco delle immagini, che raccontano le storie.Credimi dolcissima Mariella quando leggo le poesie di questa nuova ontologia mi tornano alla mente le parole che un grande critico Enrico Falqui mi rivolgeva: qui il poeta ragiona troppo.Io appartengo a quella stirpe di”poeti” che ancora in maniera retrograda, come spesso in questa rivista segnalato, pensano di immettere nella propria produzione Kommos e pathos, sperando di trasmettere qualcosa all’ipotetico lettore. Non mi sembra che le mie posizioni di estetica siano condivise all’interno della NOE, anche se la tua voce possa far sembrare il contrario. Ma veramente grazie ancora per le tue parole.

  15. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/16/poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-edith-dzieduszycka-letizia-leone-lucio-mayoor-tosi-mario-m-gabriele-anna-ventura-vari-stili-varie-scritture-poetiche-della-nuova-ontologi/comment-page-1/#comment-20937
    cari amici,
    in un articolo degli anni Dieci intitolato Sull’interlocutore, Mandel’stam, fa una notazione geniale, dice questo: che uno non si sognerebbe mai di accendere una sigaretta dalla fiamma della lampada ad olio in quanto, molto più semplicemente siamo abituati ad accendere la sigaretta dalla fiamma di un accendisigari. Questo Mandel’stam lo dice per far capire che noi nella vita di tutti i giorni seguiamo delle abitudini gestuali e linguistiche senza che ce ne avvediamo, che diamo per scontate, seguiamo in maniera inconscia certi gesti e usiamo certe frasi in maniera inconscia in base a «credenze» (Ortega y Gasset) e a quelle che Heidegger definisce «precomprensioni».

    Analogamente, avviene in poesia. Noi scriviamo in base a delle «credenze» linguistiche e a delle «precomprensioni» di modi di scrivere che abbiamo già letto e digerito nella memoria; si tratta di atti memorizzati che compiamo «naturalmente».

    Quando una poetessa come Elana Schwarz (1948-2010) scrive:

    Secondo l’orario delle stelle lontane

    (da Così vivevano i poeti, Thauma edizioni, 2013 trad Paolo Galvagni), ci avvediamo che qui noi abbiamo un esempio chiarissimo di come la poetessa russa mette in atto uno shifter, un cambio di abitudine linguistica, un cambio di abitudine iconica, mnemonica, passa da “secondo l’orario dei treni” a “secondo l’orario delle stelle”, aggiungendo il lemma “lontane”. Il risultato estetico è vivissimo, efficacissimo. Semplice, no? Anzi, semplicissimo. A volte è sufficiente uno scambio di abitudini mnemoniche e linguistiche per creare un verso efficacissimo.

    Ora, ad esempio, tutta la poesia di Mario Gabriele è basata sulla puntualità e la ripetizione di questi «scambi», una miriade di «scambi» iconici che si susseguono a ritmi vertiginosi che creano una serie continua di effetti spaesanti e stranianti che raggiungono vertici di rarissima capacità iconica e mnemonica…

    La NOE è anche questo, tratta una serie di espedienti retorici che già esistono da tempo nella poesia migliore del novecento europeo, espedienti che vengono utilizzati in modalità intensive. Tutto qui.

    Quando Claudio Borghi e Salvatore Martino dichiarano di non riuscire a comprendere la poesia della nuova ontologia estetica, non si rendono conto che essa è nuova solo nella misura in cui impiega una serie di retorizzazioni e non altre, e le impiega in maniera intensiva. Si tratta di una intensificazione di alcune figure retoriche. È questo che fa la NOE.

    Quando un poeta come Lucio Mayoor Tosi scrive:

    Dalla stampa giapponese si alza un volo di pettirossi.
    Ora stan li, affacciati alla finestra. Guardati dalla luna.

    qui abbiamo l’impiego di un noto luogo retorico: il capovolgimento: è la luna che guarda i pettirossi che si sono alzati in volo da una «stampa giapponese». È sufficiente questo «capovolgimento» a creare l’effetto di un «mondo all’incontrario» (Bachtin), un effetto spaesante, di meraviglia…

    • gino rago

      Il punto di vista estetico ha smarrito il suo baricentro. L’artista legge la misantropia per l’arte come sottoprodotto inevitabile di quella “Estetica” che subordina l’arte al “politico”. Nel linguaggio dell’arte contemporanea, l’artista domina la dialettica contraddizione/conciliazione tra l’extra-estetico e tutto quello che ha trovato forma compiuta, adottando come suo territorio artistico lo spazio espressivo di intersecazione fra il luogo naturale ed il luogo artificiale delle forme. L’esito artistico diviene così il prodotto finale del rapporto di contiguità-discontinuità-irraggiungibilità dell’archetipo, superando, nel fare artistico post-moderno e post-contemporaneo, i segni della teoria dell’Arte platonica (“Arte come imitazione di una copia dell’archetipo”) vedi* Nella immagine dialettica temporalità ed eternità si fondono e passato e presente si amalgamano poiché l’immagine viene considerata dall’artista come “dialettica nella immobilità”.
      Nella parentesi dell’arte “gestuale” che riguarda l’intero ciclo delle cosiddette “Maglie”, l’artista traccia miocineticamente il segno prima ancora di conoscerne il significato.
      Nell’arte gestuale, un unicum nel panorama dell’arte contemporanea, viene invertito il rapporto”segno-significato” e l’artista non procede dal significato al segno, ma dal ‘ segno’ al ‘significato’, continuando a fissare lo sguardo sui frammenti per dedurne immagini dialettiche come autentiche immagini che non sono più ‘immagini arcaiche’.

      Da qui la frammentazione delle immagini, lo scolorirle, il velarle, distruggendole e ricreandole, nella piena libertà di scrivere storie nelle storie, sperimentando senza filtri né inibizioni nuovi linguaggi nei linguaggi della simmetria spazio-temporale.
      Spezzando tale simmetria si genera un ‘Evento’ artistico. E tale Evento è l’opera stessa.
      Il Novecento è stato anche il Secolo delle “arti sorelle”. Dunque, le divagazioni-meditazioni su certa arte verso una nuova estetica valgono anche per la poesia verso altri lidi estetici, necessariamente attraverso
      la frantumazione della struttura ontologica preesistente…
      Ma soprattutto, con Giorgio Linguaglossa non si contano le volte che ne abbiam parlato, è l’Estetica che ha smarrito compito e ruolo.
      Gino Rago

  16. Per Mario Gabriele: grazie per aver ricordato Giampalo Piccari: dovremmo farlo santo, e dirci monaci del suo santuario.Non ha avuto se non piccoli (ma intelligenti)riconoscimenti.La critica di regime non lo riconoscerà mai per quello che realmente è stato, ma lui “è stato”.
    lo sa anche chi non lo vuole riconoscere.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/16/poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-edith-dzieduszycka-letizia-leone-lucio-mayoor-tosi-mario-m-gabriele-anna-ventura-vari-stili-varie-scritture-poetiche-della-nuova-ontologi/comment-page-1/#comment-20942
      Carissima Anna,
      ti ringrazio di esserti ricordata di Piccari e di tutto l’immane lavoro di Editore e promotore della poesia regionale italiana. E’ un ricordo che si doveva fare. Ora passo ad un tema che mi è molto caro, ossia il discorso filosofico e antropologico del Nulla che ha riflessi dicotomici, sia per il razionalismo ateo, che per la religione. Mi scuso con gli interlocutori, ma desidero inserirmi su un tema specifico, sulla falsariga della lettera di Einstein ad uno studente, mentre nella missiva si parla dell’esistenza o meno di Dio, qui si parla invece dell’esistenza del Nulla.
      …………………
      -Scusi professore, le dispiace se le faccio una domanda: esiste, il Nulla?
      -Se è Nulla non esiste-. Rispose il docente.
      -Mi scusi, ancora una volta professore, disse lo studente, -prima che lei mi risponda, devo ricordare che tutti i filosofi ne hanno discusso: dai presocratici a Severino.
      Allora un motivo ci deve essere?-
      -Si-, replicò il professore. -Sono tutte didascalie prive di senso-.
      -Eppure ne hanno parlato Nietzsche ed Heidegger-, aggiunse lo studente.
      – Tutte cazzarole, disgiunzioni, tanto per creare il Nulla-,rispose il professore.
      -Ma io lo vedo, lo percepisco, è dentro la mia anima, nei miei occhi. Il mio compagno di banco mi dice di non disturbarla con queste assurdità e andirivieni che non portano a Nulla-.
      – Proprio così-, gli rispose il professore, che aveva un melanoma dietro il collo.
      -Quindi, anche il Male che lui non vede non esiste-. Impossibile-, replicai al mio compagno. -Esiste, sta dietro il suo collo-.
      -Tu affermi una cosa che ha della verità a cui lui non crede-, gli dissi. -C’è una disgregazione davanti a noi che fa parte della Storia Umana e Universale-. Riprese così il discorso lo studente con il docente il quale si soffermò sul fatto che l’universo è in continua espansione, e che finirà con un Big-Crunch, fino alla morte entropica o morte termica, come fase finale della materia cosmica.-Sono quisquilie- rispose il professore- semplici ipotesi di avventuristi della Fine, create per negare la Bellezza del Mondo che è eterna e non finisce mai, perché eterno è il soffio d’amore di e chi la creò-.
      -Si sbaglia, professore, il nostro Essere è legato al tempo e al ciclo della vita. La religione non ne parla, la metafisica pure.La Temporalità ha un unico aspetto uguale sia per la vita che per la morte. Il problema è di mettere a fuoco il senso dell’essere per la morte e il Nulla. E’ autentica e eterna la vita se poi non è più vita? Ora ciò che mi impedisce di dialogare con lei è l’ostacolo della sua coscienza a non coabitare con la realtà del Nulla, perché le fa paura, o non le fa vedere il melanoma dietro il collo.”il carattere dell’essere dell’esserci, di essere nascosto nel suo donde e nel suo dove, ma di essere tanto più radicalmente in quanto totale, questo che “c’è” noi lo chiamiamo l’essere gettato (Geworfenheit) di questo ente nel suo “ci”. L’espressione essere gettato sta a significare ”l’effettività dell’esser consegnato” proseguì lo studente leggendo un passo di Heidegger da Essere e Tempo-. Ora professore, concluse lo studente,- se è tutta questione di coscienza, io resto nel mio Nulla e lei si curi il melanoma per non essere gettato nel Nulla, in quanto l’uomo è progetto Altrui o della Natura, con l’incoscienza della ragione e della inconsistenza dell’Essere.

  17. iL RIMPROVERO CHE LO STUDENTE RIVOLGE AL PROFESSORE è IL MEDESIMO RIMBROTTO CHE IO E MARIO GABRIELE RIVOLGIAMO A CLAUDIO BORGHI E a SALVATORE MARTINO:

    Ora ciò che mi impedisce di dialogare con lei è l’ostacolo della sua coscienza a non coabitare con la realtà del Nulla, perché le fa paura, o non le fa vedere il melanoma dietro il collo.

    Di qui la differente impostazione concettuale nel fare poesia.

  18. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/16/poesie-di-donatella-costantina-giancaspero-gino-rago-edith-dzieduszycka-letizia-leone-lucio-mayoor-tosi-mario-m-gabriele-anna-ventura-vari-stili-varie-scritture-poetiche-della-nuova-ontologi/comment-page-1/#comment-20945
    Per esempio, tanto per restare nella linea della nuova ontologia estetica, proviamo a leggere alcuni versi, prendiamo una poesia apparentemente innocua di Donatella Costantina Giancaspero. Sembra quasi una poesia lirica di stampo tradizionale, sembra di leggere una poesia di Cristina Campo o di Fernanda Romagnoli, e invece qui si ha qualcosa di molto diverso, di molto più avanzato:

    Decisa, te ne vai già
    da questa nostra estate. In fretta.
    Tra il letto e l’appendiabiti.
    Lungo il corridoio, le pareti fanno ala
    a un ottuso serpeggiare.

    Di che si tratta? Chi è la persona che se ne va? La poesia non lo dice. C’è una persona che se ne va. Da notare che l’andar via della persona è reso da due oggetti disposti ortogonalmente rispetto alla persona che se ne va: «il tetto e l’appendiabiti», «lungo il corridoio». Dunque, siamo in un interno, tra «le pareti» che «fanno ala» alla azione di cui trattasi: «a un ottuso serpeggiare». Dunque, c’è un indietreggiamento di una persona o di una Cosa, diciamo che si ha una personificazione di una Cosa, che la Cosa ha preso la sembianza di una persona. Ma allora sorge l’interrogativo: Chi è la persona che se ne va? Qui abbiamo a che fare con il «fantasma», con quella «mancanza a», dice Lacan che contrassegna il «fantasma», il quale si dà e nell’atto del darsi si produce un cedimento strutturale a livello ontologico dell’io, cedimento che produce la sostanza immaginaria del fantasma, il quale si dà solo e soltanto in presenza del venir meno dell’io come soggetto. Insomma, qui siamo nel pieno centro della nuova ontologia estetica, qui si tratta del venir meno della Cosa, del venir meno di un personaggio che si allontana e si assottiglia tra gli oggetti consueti e consunti di una abitazione, oggetti ben noti, dunque. Al contempo, il «fantasma» rappresenta il limite interno dell’ordine simbolico, è quel qualcosa senza il quale non si dà ordine simbolico, e quindi è un attrezzo necessario e indispensabile nell’officina della poesia che stiamo esaminando… per dar vita alla Cosa che si allontana e che tende a scomparire. Ma ciò che non può scomparire, pur se attecchito da un cedimento strutturale, è l’io il quale non può che continuare a macchinare il suo desiderio affinché vi sia una macchina desiderante che mette in moto questo coplesso meccanismo qual è questa poesia che narra, come apparirà chiaro, un assottigliarsi, una mancanza della Cosa, del «fantasma», uno scomparire nel nulla. Ecco, siamo dentro la tematica del nulla. Siamo nel mezzo del nichilismo.

    Inoltre, il pronome personale «io» che parla, è, vistosamente, un espediente retorico e nient’altro, è una custodia vuota. È un enunciato linguistico e nient’altro.
    “L’enunciazione è l’istanza linguistica, logicamente presupposta dall’esistenza stessa dell’enunciato […] che promuove il passaggio tra la competenza e la performance linguistica […] l’enunciazione è chiamata ad attualizzare lo spazio globale delle virtualità semiotiche, cioè il luogo delle strutture semio narrative […] allo stesso tempo è l’istanza di instaurazione del soggetto (dell’enunciazione). Il luogo, che si può chiamare l’ «Ego, hic et nunc», è prima della sua articolazione semioticamente vuoto e semanticamente (in quanto deposito di senso) troppo pieno: è la proiezione (per mezzo delle procedure di débrayage) fuori da questa istanza degli attanti dell’enunciato e delle coordinate spazio temporali, a costituire il soggetto dell’enunciazione attraverso tutto ciò che esso non è”, A.J. Greimas, J. Courtes, Sémiotique. Dictionaire raisonné de la théorie du langage, Hachette, Paris 1979; a cura di Fabbri P., Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, Mondadori, Milano 2007, pp. 125-126. – E. Benveniste Problèmes de linguistique générale, Gallimard, Paris 1966; trad. it. Problemi di linguistica generale, Saggiatore Economici, 1994. Si veda in particolare il saggio dedicato alla funzione dei pronomi pp. 301-8.

    • Donatella Costantina Giancaspero

      Al commento precedente vorrei aggiungere alcuni versi di Petr Král (tra i poeti che prediligo).

      Caduta

      E in ogni bottiglia vuota
      c’è ancora una goccia. Col tuo pettine e il sapone

      dalla valigia rovesciata cadono anche le spille nere
      della forcina, che vedi per la prima volta. Da quale tasca
      [persino
      segreta

      del cosmo deserto – L’esile forcina non toglie
      o aggiunge nulla, appena un trattino di ferro tra il giorno e la
      [notte,

      tra la pelle morbida e la pelliccia minacciosa
      del mondo. Senza di essa però qui manca

      una virgola per la redenzione. Pace con lei e con te.
      Tu e la forcina nella stessa giornata vuota.

      (Petr Král, Tutto sul crepuscolo, ed. Mimesis
      trad. di Antonio Parente)

  19. Donatella Costantina Giancaspero

    Mauro Bortolotti (1926 – 2007)

  20. nella poesia di Petr Král, uno dei maggiori poeti europei viventi è presente un sistema semi automaico di scambi sinestesici e metonimici, la poesia procede in una modalità quasi automatica mediante un sistema del tipo pilota automatico –

    Noi sappiamo che il sistema Inc si differenzia per caratteristiche peculiari che lo pongono in una dimensione di assoluta estraneità tanto dal sistema
    Prec che da quello percezione-coscienza: assenza di contraddizione e di negazione, intemporalità, mobilità degli investimenti, nonché una relativa indipendenza dalla realtà esterna, sono i tratti salienti dell’inconscio.
    Il nucleo dell’Inc., scrive Freud, è costituito di rappresentanze pulsionali che aspirano a scaricare il proprio investimento, dunque da moti di desiderio. Questi moti pulsionali sono fra loro coordinati, esistono gli uni accanto agli altri senza influenzarsi, e non si pongono in contraddizione reciproca. […] In questo sistema non esiste la negazione, né il dubbio, né livelli diversi
    di certezza. Tutto ciò viene introdotto dal lavoro della censura fra Inc. e Prec.
    .
    L’Inc dunque non è un abisso. L’inconscio non è un flusso di energia cieco. Esso è piuttosto il luogo in cui qualcosa accade e in cui cadono, sotto la spinta della rimozione, le rappresentazioni di cose, rappresentanze pulsionali, che consistono “ nell’investimento, se non nelle dirette immagini
    mnestiche della cosa, almeno nelle tracce mnestiche
    più lontane che derivano da quelle immagini ” .

    L’inconscio, ci suggerisce Freud, è un sistema di tracce (tracce mnestiche), e non impronte, si noti, da cui si originano rappresentazioni di cose. La
    differenza, adesso, tra rappresentazione inconscia e rappresentazione conscia consiste, ribadisce Freud, in due distinte trascrizioni di uno stesso contenuto. Ci troviamo di fronte a un punto nodale: la distinzione tra Sachevorstellung e Wortvorstellung serve per comprendere come sia possibile la comunicazione tra i vari apparati psichici. Seguiamo
    Freud:

    «La rappresentazione conscia comprende la rappresentazione della cosa più la rappresentazione della parola corrispondente, mentre quella inconscia è
    la rappresentazione della cosa e basta. Il sistema Inc. contiene gli investimenti che gli oggetti hanno in quanto cose, ossia i primi e autentici investimenti oggettuali; il sistema Prec. nasce dal fatto che questa
    rappresentazione della cosa viene sovrainvestita in seguito al suo nesso con rappresentazioni verbali».1]
    .
    In altre parole, ciò che consente al sistema inconscio di spingersi nella coscienza, di “farsi sentire ” nelle sue varie forme sintomatiche è un
    progresso nella rappresentazione, una concatenazione di rappresentazioni che tende ad associare alla Sachevorstellung una Wortvorstellung. Questa
    operazione svela la natura dell’apparato psichico e del suo funzionamento, in particolare il ruolo del linguaggio nella sua strutturazione.

    Nella poesia di Král viene in piena luce questo processo psichico tipico di quello che noi abbiamo chiamato «nuova ontologia estetica», dal vivo, in diretta, apparentemente senza le mediazioni dell’«io», ma come in un universo metonimico in libera uscita pulsionale… Incredibile.

    1] S. Freud., Metapsicologia, § L’inconscio, in Gesammelte Werke, op. cit.; trad. it. a cura di Musatti. C., in Opere vol. 8. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti (1915-1917), Bollati Boringhieri, Torino 1976 (2000), Metapsicologia (1915)., pp. 49 e segg.

    • Caro Giorgio,
      mi collego a quanto scrivi:”Ciò che consente al sistema inconscio di spingersi nella coscienza, di “farsi sentire” nelle sue varie forme sintomatiche è un progresso nella rappresentazione, una concatenazione di rappresentazioni che tende ad associare alla Sachevorstellung una Wortvorstellung. Questa operazione svela la natura dell’apparato psichico e del suo funzionamento, in particolare il ruolo del linguaggio nella sua strutturazione.Riflettendo bene su quanto esposto trovo il tutto assimilabile alla costruzione de ” L’Infinito” di Leopardi dove tutta la struttura si avvale di passaggi tra l’inconscio e la coscienza interagenti entrambi nella composizione di questo idillio. Tutta la poesia di Leopardi è poesia di riflessione e contaminazione negativa della realtà. Per questa via Lo Zibaldone e Le Operette Morali sono il grande tomo della denuncia dell’inganno. Il risultato è quasi sempre consequenziale di una logica che porta ad una amara dichiarazione del nonsense della vita, che può essere superata soltanto dall’illusione dell’amore o dal suicidio, quest’ultimo già dichiaratamente considerato negli “Scritti vari inediti”, dove tra l’altro vi si legge: “Il fine della vita è la felicità, ma la felicità oggi appare impossibile. L’uomo antico aveva l’eroismo e le illusioni, aveva le grandi passioni ed era distratto dal vuoto e dall’angoscia. Ma tutto col tempo, è impallidito. La cognizione delle cose conduce l’uomo al desiderio di morte, dopo che la filosofia gli ha fatto conoscere che quella dimenticanza di sé che in antico era possibile oggi non lo è più.” A meno che non si prolunghino le illusioni e lo stato di incantamento del Mondo e della Poesia. Non a caso l’Infinito cela il vero volto del nichilismo. Alfredo Giuliani, recensendo il saggio di Giampaolo Sasso dal titolo: La mente intralinguistica. L’instabilità del sogno: anagrammi e parole dentro le parole” pagg.334, Marietti su la Repubblica del 29 maggio 1994, sottolinea che “nella più celebre delle poesie leopardiane si nascondono alcuni misteri che riaffiorano a metà strada fra linguistica e psicoanalisi”. Se in una struttura poetica all’interno della NOE si riscontrano questi elementi, allora il lavoro assume un aspetto decisamente qualitativo e di ulteriore analisi critica.

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  30. Sarei prudente nel creare un parallelo tra psicoanalisi e poesia;la psicoanalisi è una scienza:vuole chiarezza,esattezza,approdi precisi;la poesia è libera,incontrollabile nelle sue zone profonde.Il lettore di poesia arriva fin dove può,talvolta scambia il catino dove si è appena lavata la faccia,con la Fossa delle Marianne.Oppure tutto il contrario : ma il lettore(come il cliente) ha sempre ragione.;importante è che ancora esista una specie umana che crede nello scambio delle idee e delle parole,comunque e dovunque questo si verifichi.

  31. Antonio Sagredo

    divertente o no?
    —————————————————————————-
    Cos’è il Noe ? :

    il Nucleo operativo ecologico – IlGiornale.it
    http://www.ilgiornale.it/news/…/i-super-militari-specializzati-nella-lotta-ai-reati-1371476.ht...
    05 mar 2017 – Il Noe è il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Si tratta di una sezione altamente specializzata, che si occupa di tutti quei reati che …

  32. Gentili tutti, poeti e lettori – e poeti lettori: torno da un tour romano. Con alcuni poeti abbiamo parlato e discusso a voce di questo e altri post.
    Vorrei ringraziare Gino Rago per aver ricordato i miei post su Boine (a cui tengo molto). Sono grata ai poeti che permettono la realizzazione di questa rivista: luogo di scambio vivace, sempre.
    Salvatore Martino, a me carissimo, ricorda qui di aver letto miei versi migliori: il paragone è – immagino – con Alimono, poemetto che è apparso qui sull’Ombra, e che lui (poeta di grande esperienza) ha studiato a fondo. E certo, sottoscrivo il suo giudizio in questo senso, pur amando molto questa poesia dell’Erbario.

  33. roberto magnani

    Sagredo come al solito è un burlone, ma sempre in buona fede: lo conosco da moltissimi anni e non è cambiato affatto: è leggero, volatile, mai volubile, e con la parola ha fatto quel che ha voluto, non è mai successo che la parola abbia avuto su di lui il sopravvento. Mi disse qualche anno fa che con la parola si avvicina la propria fine. Non era triste, ma consapevole che il suo compito era finito. Insomma ha fatto quel che ha potuto. Posso assicurare i suoi lettori che il suo verso ha una lunghissima vita e non teme alcuna rivalità (ce ne fossero! – mi dice ogni tanto)… il suo verso è un buontempone come lui.

  34. antonio sagredo

    Ringrazio l’amico Roberto.
    la mia attenzione è ora per i versi qui presentati da alcuni poeti che conosco personalmente: non posso non dare che giudizi positivi, con la sola avvertenza che mi sarebbe piaciuto parole più grintose e taglienti, ma va benissimo lo stesso. Non riesco a dare la preferenza a questo poeta invece che ad un altro: ognuno ha la sua spiccata personalità, lo stile, e la loro parola – così come viene usata – è degnissima di nota. Non entro nella tecnica della versificazione, ma sono certo che la nuova poesia italiana di questo secolo deve fare i conti con questi poeti qui presentati e con altri – come dire? – limitrofi al blog, ma non solo poiché ve ne sono altri specie due o tre poetesse di gran valore… molte più dotate di quelle ufficialmente note, come ad esempio Annamaria Di Pietro e la Chiara Catapano ecc.
    La poesia di Gino Rago mi è cara anche per reciproche similitudini.
    Ma non si offendano chi non ho citato: state certi che mi siete presenti.

  35. @ Mariella Colonna
    la disputa con Claudio Borghi riguarda questioni filosofiche diverse nell’assunto, principalmente sull’aspetto ontologico, che Giorgio Linguaglossa ha già ben individuato ed esplicitato. La forma ne risente, ma nelle poesie di Borghi, postate dalla rivista in questi giorni, anche se si dà rilevanza alla scansione musicale – il ritmo incalzante, il rapida successione dei pensieri – in definitiva, nella forma, non le ho trovate poi così distanti da quel che si tenta di fare nella NOE. Come te, anche io ho dubbi in merito ad alcuni aspetti della metafisica, ma questo è dovuto al fatto che nel percorso non ho avuto Heidegger al centro delle mie riflessioni; ho tentato di dire qualcosa sulla via di mezzo, che è un pensiero di origine buddista, che però io interpreto in chiave positiva (Budda sosteneva che la verità è indicibile, e che la si può descrivere solo per negazione “non è questo e non è quello”, per questo il suo pensiero vien detto “negativo”. E io non la penso così). Come vedi siamo in altri ambiti di ricerca. Ma si vorrebbe convergere.
    Per il resto non ti capisco. Mi chiedo se ci hai perso del sonno al pensiero che io vorrei che si parlasse sempre di me – per non dire del fatto che scriverei poesie “in” ! – Spiace di averti dato questa impressione. D’altra parte ho smesso da tempo di sentirmi responsabile di quel che passa nella testa degli altri. Un caro saluto.

  36. Simone Carunchio

    Grazie per la splendida raccolta

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