Lucio Mayoor Tosi – Tra frammento, fotogramma e colore. Undici Poesie inedite per una Nuova Ontologia Estetica. Lettura di Letizia Leone, con una Dichiarazione di intenti dell’Autore.

Lucio Mayoor Tosi Frammenti_1

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Lucio Mayoor Tosi, poeta a tuttoggi inedito, nasce in un piccolo paese circondato da vigneti, nei dintorni di Brescia. Ha studiato arte alla scuola di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano.  E’ pittore, grafico, pubblicista, artista digitale e poeta. È da molti anni discepolo di Osho, Maestro spirituale indiano, scomparso nel 1990 – da qui il nome Mayoor, Swami Anand –. Trascorre anni facendo pratica di meditazione, si sottopone ed estenuanti terapie psicanalitiche; si interessa di Zen, lo pratica in pittura e, anche grazie all’esercizio dei Koan, inizia seriamente a scrivere poesia. Presente in varie antologie, tra queste: Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016), i Quaderni Erato, Limina mentis. Sue poesie sono state pubblicate su blog letterari, oltre a L’Ombra delle parole, La presenza di Erato e Poliscritture e sulla rivista telematica http://mariomgabriele.altervista.org/

Lucio Mayoor Tosi Composition acrilic

Lucio Mayoor Tosi, Composition

Dichiarazione di intenti di Lucio Mayoor Tosi

Queste mie poesie vorrebbero essere il modesto contributo di un autore inedito a quanto si sta dicendo in merito alla Nuova Ontologia Estetica (NOE).

Frammenti e composizioni di un mondo che è sempre stato in guerra. Quel che si può fare con pochi legnetti, piegando un filo di ferro, spianando un fazzoletto di terra per farci una valle. Nel deserto. Una formica in cerca di salvezza.

L’universo della mia poesia comincia qui, da composizioni di mattoncini Lego; tante finestre, messaggini con emoji e trasmissioni Londra-Stazione V (Venere) dove una signora, bontà sua, durante la pausa del pavimento traspirante si concede per una trasmissione dati, come si direbbe oggi. Così il tempo si ferma per entrambi e facciamo conversazione.

Si direbbe una fantasia sfrenata, e invece è vita in ricostruzione. A demolire ci pensa la guerra, quando c’è e quando non si vede. Se non la si vede è perché è domenica: i Cattolici vanno alla messa, i Buddisti fan ruotare le preghiere, i Muezzin salutano Allah e alle 8:30 aprono i supermercati. Macerie. Ben illuminate e con le scale mobili, ma sempre macerie sono. E anche la poesia sonetto non sonetto, come darsi appuntamento – oh «Ma non c’è più nessuno! Dove se ne sono andati tutti?».

Scrivo frammenti perché ho la mente scomposta. Non mi sono preso la briga di scoprire quale sia il disturbo perché ho capito presto che il problema non sta dentro di me. Per i fortunati come me, quelli a cui non sono bastate le gite domenicali per illudersi che possa esistere la felicità – tantomeno direi salendo su un barcone mare-azzurro e terra di salvezza oltre l’orizzonte. Ma almeno non c’è merda umana sui marciapiedi e ci sarà pure una casa, lì dove ce n’è tante – l’unica soluzione è cominciare da zero.

Ecco che la signora, nel suo quartiere blu, trasalendo e sospirando manda carezze. « Noi per arrivare in ufficio facciamo la strada più lunga, perché è la più bella. Non ce ne sono altre». Del resto, mi spiega, la vera novità dell’epoca dove vivo io che sto scrivendo, non sta nell’informatica ma nell’aver inventato la televisione a colori!  L’informatica sarebbe tecnologia auto reggente, utile, sì, ma non bella abbastanza da perderci il sonno.

Ci sono altri poeti nella NOE, come Giorgio Linguaglossa e Gino Rago, che viaggiano nel tempo, ma si vede che loro hanno fatto il Classico e l’Università a Lettere e Filosofia. Hanno confidenza con il passato, Giorgio addirittura pare che s’inventi i nomi. Io no, sono pittore, ho studiato a Brera e a questo punto posso dire che la maggior parte della vita, o la più importante, l’ho trascorsa facendomi trapassare la mente e il cuore in estenuanti terapie psicoanalitiche; non perché pensavo di essere pazzo ma perché sapevo di essere a rischio. Come tutti ma io no. Basta entrare in un grill sull’autostrada durante il periodo estivo per rendersi conto di come stanno le cose. E perché i terroristi, oggi islamici, son come le zecche all’ora del dessert. Comunque via, basta dire che sono rimasti in pochi ad avere ancora il senso del denaro.

Gino Rago, Ubaldo de Robertis

A me fa piacere leggere le storie di Odisseo come le scrive e racconta Gino Rago ma,  come volevo dare a intendere poc’anzi, io mi sento come arrivassi dal futuro. Ho trovato armonia stando nel mezzo, tra Tranströmer e Philip Dick. Il mio frammento l’ho trovato scrivendo versi in giustezza d’immagine, come se sopra ogni verso ci fosse un’immagine, un riquadro. La base del riquadro corrisponde alla misura del verso. Può sembrare una soluzione macchinosa, ma serve principalmente per la verifica, che si può fare leggendo la poesia dalla sua fine andando all’inizio. Però non sono tanto scrupoloso, so che il mio labor limae non è perfetto. In pittura si tiene in gran conto l’errore, nella pittura zen è perfino indispensabile… come se bisognasse lasciar respirare l’erba, la natura. Ma si risolverà.

In questo periodo sto imparando molto dalle poesie di Mario M. Gabriele. Mi convince la compattezza, la mancanza di fronzoli (corsivi, punti di sospensione, spaziature). D’altra parte, ho in mente Tranströmer e certe solitudini del verso le sento ancora necessarie. Poi devo stare attento alle elencazioni, perché questo è il pericolo che si nasconde nell’uso frequente del punto. L’elenco, il nudo accadimento, non dà tempo all’immagine per formarsi. E talvolta, mi sembra, Giorgio Linguaglossa ci cade. Però, mi dico, lui ha una mente, diversa dalla mia, ha un’altra velocità. Nelle poesie che potete leggere qui sotto se ne trovano un po’ di questi passaggi; infatti non ne sono del tutto contento perché mi sembra che non tutti i riquadri sopra il verso sono stati riempiti a dovere. Alcuni di questi riquadri non hanno immagine; questo accade perché sono parole soltanto, ma son quelli che mi sono più cari… dove l’immagine sottostà alla poesia. Ma ne scrivo pochi, penso infatti che nella composizione di poesia ce ne dovrebbe essere poca. Altrimenti non la si ricorda.

Vi ringrazio e vi voglio bene. Non siate troppo severi, non è sempre facile inventarsi.

Giuseppe Talia, Mario Gabriele

Lettura di Letizia Leone

Lucio Mayoor Tosi tra frammento, fotogramma e colore. Undici poesie inedite per una Nuova Ontologia Estetica.

“Il mio frammento l’ho trovato scrivendo versi in giustezza d’immagine, come se sopra ogni verso ci fosse un’immagine, un riquadro. La base del riquadro corrisponde alla misura del verso”: così Lucio Mayoor Tosi colloca la propria ricerca poetica sotto lo statuto della visibilità chiarendo i modi dell’organizzazione spaziale del suo verso, un verso che inevitabilmente prende la misura del “frame” o fotogramma se incornicia l’avvenimento catturato dall’immagine dentro i limiti lineari e metrici di un “riquadro”. Una sorta di forma-icona.

Un modo di procedere sperimentale sul contrappunto ritmico di sequenze-frammento che come speciali inquadrature cinematografiche traggono forza enunciativa dall’immagine. O per meglio dire: la scrittura di Tosi si muove nell’ambito della visione, del colore, della resa iconica, una speciale “grammatica del vedere” e ciò in coerenza con la sua ricerca formale di artista figurativo che ha grande familiarità con la forma, lo spazio e la sostanza del colore.

In questa scrittura che sembra seguire la logica compositiva di un modello cinematografico entra in gioco anche la dimensione pittorica quando visione e percezione coagulano la potenza espressiva del dire sul puro valore cromatico.

Il tempo della pittura irrompe con le coordinate del colore, con la fissità apodittica di un pigmento, ad esempio un blu, anticipato da grandi circonferenze di nero nell’esempio seguente:

Lei volse altrove
gli occhi grandi suoi neri.
E io fui accanto a mia madre.
Una signora blu.

In quest’ultimo verso l’effetto di spaesamento è assicurato come in una freddura. Mettere il punto all’inquadratura con un episodio cromatico (qui il blu) significa aprire la strada alle possibilità della rappresentazione informale. O perlomeno è lo sbilanciamento verso una dimensione ulteriore. Il lapsus o l’“errore” (elemento importante della composizione come ci informa Tosi) dove il “puro accadimento” entra in corto-circuito con l’indicibile, si fa portatore di una “contra-dizione”.

E non era Yves Klein, artista del tema monocromo del blu, che parlava di “estasi ipnotica del blu”? “Il blu è la verità, la saggezza, la pace, la contemplazione, l’unificazione di cielo e mare, il colore dello spazio infinito, che essendo vasto può contenere tutto. Il blu è l’invisibile che diventa visibile.”  Il blu è investito “di una pluralità semantica che si esalta nel colore puro”.

Una notte blu. – Decisamente fuori commercio.

Oltre la notte misurata del tempo cronologico, qui il senso epifanico del blu, colore freddo che precede il nero evoca un non-tempo, espressione altresì dell’idea del vuoto. L’impianto formale dei testi ha spossessato il poeta di ogni cedimento enfatico o sentimentale cosicché, là dove l’obiettivo cattura atmosfere asettiche, il colore si fa portatore neutro e trasversale di pathos. Sembra aleggiare la lezione di   Kandinskij sulla “Prospettiva patica” del colore. Oppure come non rievocare il Wittgenstein delle “Osservazioni sui colori” quando parla di “osservazione percettiva” là dove i “colori stimolano alla filosofia”?

Ma analizziamo come una poesia di Lucio Mayoor Tosi crei un effetto destabilizzante sul lettore:

Nel vuoto con gli occhiali.
Guardando con sospetto
il giaccone appeso di fronte
giorni andati a male.
Come scendere in cantina
tra i sepolti vivi.

T. Tranströmer e I. Brodskij

Qui troviamo quell’arte della concentrazione tanto cara a Tomas Trantstömer, eppure così vicina all’antica poesia giapponese dello haiku, dove concisione e rivelazione vanno di pari passo. Apparentemente il poeta non crea la profondità della prospettiva, si muove in superficie, accavalla una serie di azioni “in presa diretta”, senza filtri e/o montaggio, il set non è costruito, le scene spoglie. Eppure il vortice di un buco nero potrebbe risucchiare ad ogni passo l’ignaro lettore. Eventi normali intessono una trama illusoria sulla vertigine del vuoto. Oppure l’esperienza del trascendente, i massimi sistemi, gli altari filosofici come Tempo, Spazio, Vuoto vengono disinnescati da un geniale cortocircuito epistemologico: “Nel vuoto con gli occhiali”.
I dettagli tranquillizzanti (il giaccone appeso, lo scendere in cantina, gli occhiali, i giorni) innescano l’assurdo di una situazione esistenziale, si fanno correlativi metonimici/metaforici di eventi paradossali. Scriveva Paul Klee nei suoi Diari: “il diabolico farà capolino qua e là e non potrà venir represso. Poiché la verità richiede una fusione di tutti gli elementi”. (Diari 1079) Le operazioni della coscienza o i flussi dell’inconscio si “automanifestano” dal modo in cui vengono mostrate cose e situazioni ambientali. Visibile e l’invisibile, all’improvviso, si danno simultaneamente. L’uso in un’accezione estensiva della metonimia/metafora, il dislocamento dell’astratto nel concreto o viceversa, i “giorni andati a male” in correlazione isotopica con “i sepolti vivi” in cantina, ad esempio, fanno sì che nell’apparente nitore delle sequenze l’oggetto diventi oggetto mentale, “anello che non tiene”, e apra il varco al pensiero e all’intuizione. A frammenti di realtà deformata.
È evidente che con Tosi siamo ormai lontanissimi da certi paradigmi poetici novecenteschi come quei meccanismi testuali azionati dal propellente del soggettivismo lirico sentimentale e minimalista. La sperimentazione investe la qualità dei frammenti- fotogrammi che sapientemente permettono di incrociare un altro livello della realtà. Che sia il sottosuolo dell’inconscio o il magazzino-cantina delle visioni o dei rifiuti della letteratura ‘alta’. Non a caso Tosi stesso si colloca tra due scrittori totem quali Tomas Tranströmer e Philip Dick, poeta laureato Nobel della letteratura l’uno, geniale scrittore “cervello di gallina” della cultura trash l’altro, ma ambedue impegnati nell’allestimento di mondi e dimensioni parallele, nella perforazione della realtà, nello sguardo distopico. Talvolta certi imprevisti surreali o iper-reali cominciano a esprimere la realtà. Disvelano. Anche Valéry, a tal proposito, ha osservato che la maniera più organica di esprimere la realtà è l’assurdo.
Eppure questa poesia espone fondamentalmente una condizione di “gettatezza” (“Il carattere dell’esistenza per cui noi siamo in un certo stato d’animo di cui ci è oscura l’origine, per cui l’essere c’è ma rimane oscuro, lo chiamiamo “l’esser gettato” dell’uomo -dell’Esserci-nel-mondo”). Qui c’è l’uomo dentro l’ingranaggio della realtà, in un originario esser-gettati-nel mondo (Geworfenheit) cosa tra le cose, ente tra gli enti, e a questo punto il lettore entra in una situazione emotiva di profonda angoscia:

Mondo visto dalle fessure di un armadio chiuso. / Un camion parcheggiato. Il volto addormentato di due persone /anziane.

***

A piedi nudi sulla plastica di un tappeto grigio trasparente.
Da sotto il tappeto si osserva l’andirivieni di una coppia. Devono aver litigato.

***

Raccolgo una poesia caduta.
Il silenzio fischiò al passare del treno.
Il freddo apparire delle cose.

***

Ogni tanto un verso / si lascia cadere nel vuoto.

Lucio Mayoor Tosi e Francesca Dono

Lucio Mayoor Tosi

Poesie brevi

Battendo le mani sulle ginocchia, vestito col camice
per ammalati terminali-che-non-lo-sanno, si alza.
– È così.
Mai stato meglio!
L’infermiera controlla le gocce della flebo
dà una pacca sull’ago ben inserito.

*

Nel vuoto con gli occhiali.
Guardando con sospetto
il giaccone appeso di fronte
giorni andati a male.
Come scendere in cantina
tra i sepolti vivi.

*

Il vecchio zio del sacerdote
spegne le candele elettriche.
Il nipote si è sposato, non vive più lì.
La gente del nord Europa
verrà per turismo a vedere
le impressionanti reliquie
dei Santi.

*

Arrotolando del tabacco:
– Ho in mente il ritratto di Emilio Salgari.
Offeso nel suo onore di scrittore. E penso ai poeti
sognatori che non credono alle favole. Parte I°.
Tra le lenzuola ruvide dell’ospedale e il frinire dei grilli.
L’estate finge un passo in avanti poi batte tacco e bastone.
Estrae due libri dal cappello a cilindro: Mompracem
o L’isola del tesoro? La sinistra.

*

Sopra un divano-letto abitato da segretarie.
– Vorrei dare al mondo una ragione per vivere.

*

Sono diventato ricco, mi accendo una sigaretta.
Tanto ricco da non aver bisogno di nulla.

*

Cielo immenso, stellato con gusto. Nuovo.
Una notte blu. – Decisamente fuori commercio.
Ma lei gli mostrò le spalle il collo, la pelle.
E lui passò dalla notte all’infinito. Quel che avrebbe detto
agli extraterrestri. Perché non siamo soli nell’universo.

*

Ho fitte alla testa.
Luce soffusa di un bosco capovolto.
Il pensiero di un coniglio.
Mi sto affezionando alla flebo.

*

Lei volse altrove
gli occhi grandi suoi neri.
E io fui accanto a mia madre.
Una signora blu.

*

Raccolgo una poesia caduta.
Il silenzio fischiò al passare del treno.
Il freddo apparire delle cose.

*

Facevo il piattello.

Lucio Mayoor Tosi, Composizioni

Senti-mentale.

Oltre la siepe una fontanella di voci.
Non intorno, né sopra né sotto. Da qualche parte nella testa.
Verde fantasma di primavera. Vuota una brezza di vento.
Parole rigide come legnetti. Di seguito: volti che si girano
riflessi nel senza luce piccole ustioni. Impronte chiare
di palazzi persi abbandonati come piroscafi navigando
senza orizzonte. Luoghi di molte paure.
Alcune amiche.
Si fingeva di uscire.
Trepidanti.
Ombre di tutti i colori.
Fuori, in cortile sono stato per qualche minuto in compagnia
della bambina di due anni che abita nella casa di fronte.
Abbiamo comunicato a gesti. Ci siamo molto divertiti.
D’improvviso il buio si accende di limoni. Sorride il conducente.
Se ne va piano piano la luce.
Non vedo le carezze.
Mi si strangola dolcemente.
Ti bacio sul becco.

Dow Jones.

Il sempre presente sa battere a macchina.
La scrivania è piena di vecchi robot.
Giocattoli mai messi in ordine.
– Ci sono difetti strutturali nel linguaggio.
Si potrebbe dire che le parafrasi appartengano
tutte all’io. All’io bravo e all’incapace.
– Non vedo altro che cose intorno a me.
A tu per tu con il vuoto, dovendo affrontare
il comune pensiero di morte. Lunga pausa.
Interviene il biberon di un neonato sul pacchetto
delle sigarette. – Un fragile tentativo d’incanto,
amici miei cari barattoli.
Nei mercati finanziari sale il prezzo del pesce.
– Il vostro linguaggio mi sta mandando in confusione.
Urge modellare una poesia confidando nel tempo.
Tempo e luce. Primi passi di libertà:
L’atmosfera è un composto di tempo.
La fine è annunciata, Dow Jones!

Versi rossetti (didascalie).

A fine mese
topi maligni e oneste ruberie.
Presto dimenticate.
Gesti di solidarietà
che mandano avanti.
Fuori tempo.
Bianche navicelle
come tanti capelli
di malattie.
Camion
lasciati al parcheggio
per l’eternità.
Casette con l’albero
cieli sospesi e niente nel mezzo.
Nel vicolo stellare
è sempre quel giorno.
Non è stagione d’accoppiamenti
dice Brucaliffo. Tutta la notte qui e là
chiedendo di te.
Voci diverse
spaiati endecasillabi.
Poesie con molto spazio
e spreco di lampadine.
A notte fonda
come davanti al camino, amici
uno su tre gli stessi a capo.
A volte immagino con timore
il poeta Milosz che mi fulmina
con lo sguardo.
Vivrei a Parigi.
In Italia sul terrazzo
di un comodino.
Mi complimento con lei
per i tanti capelli e la scollatura
cara signora Signora.
Le coup de fudre
scaturì dalla specchiera
in anticamera.
Se lo lasci dire
dal libro chiuso della conoscenza:
tocco e so.
Mezzanotte passata con largo anticipo.
Il serpente si trasforma in drago.
Versi sciamani
e tanti segnamenti davanti alle edicole
di Santi Poeti.
Scrivere al ritmo
rude ma cadenzato
del comò.
La bicicletta preferisce
i versi chiari del fiume.
Nelle giornate col cappello.
il suono dei corni
(avanza con la barca
il riflesso di luna).
Santa Maria piena di grazie.
Di ciliegie
bocca e berretto.
Scattano sulle molle curvi pensieri.
La stanza gira gira.
Nello zero assoluto
flettersi domenicale
di un verso fattorino.
Ed è subito mezzanotte.

Amore.

Noi abbiamo la percezione fisica del cosmo.
L’abbiamo nel corpo, il cosmo.
L’attimo che dura mezz’ora, s’imbriglia nel cosmo e dissolve in particelle.
Quel che vediamo nell’atomo è fibrillazione, tempo che non si rassegna
e danza.
Nel respiro autunnale, quando bruciano i rovi e brucia la terra
l’andirivieni delle navicelle.
Cosmo dice che ti dovresti allacciare meglio le scarpe.
Metterti in ordine, renderti presentabile.
Il tempo non ama scadere.
Scrivi: il nulla è solo continua dimenticanza.
Senza collisione è sicuro ogni naufragio; così senza una supernova
nemmeno noi ci saremmo incontrati.
Nel dubbio di non piacerti sarei caduto, foglia su altre foglie.
Un soffio di vento. Due necrologi in città diverse.
Fan ridere i cimiteri.

lucio-mayoor-tosi-ecco-un-esempio-di-mia-pittura-sei-foglie-rosse-cm-12-x-12

Lucio Mayoor Tosi, Composizioni

Koan.

Uno scrittore di battute:
NON POSSEGGO NULLA
Problema, svolgimento.
Ho troppe cose.
Sparse ovunque
invadono la stanza.
Lupo dubbioso, annusando l’aria
che non sa di steppa.
– A quest’uomo gl’importa solo
di fumare sigarette.
Scrittore(.)com
musica annessa.
(Le immagini al di fuori nel ritaglio
non verranno considerate)
L’esposizione d’arte si terrà al coperto
dentro una casetta artificiale
rivestita con sacchi riempiti di paglia.
Id Verification V7 [ XXXXX59 ]
Si prega senza sentimentalismi
all’ora sesta del pomeriggio.
Ogni giorno. Malgrado gli sguardi
non sentitevi estranei. Atei si diventa
ma se ne può parlare. Relatore
I-am MPS (mega prodotti stellari)
in cerca di verità.
Qui giunti
dopo la sigla […]
– Devo tener conto della mia mente
che non ce la fa.
– Pagherò il prezzo della mia rinuncia.
Un giorno saremo tutti illuminati.
La Terra si sentirà al sicuro.
– Cara Principessa, il vuoto che ci accompagna
è un regalo del cielo.
L’uomo depositò sul tavolo
un lento sospiro.
– Dimentichiamo sempre che la mente
è madre di ogni nostra ossessione. Amen.
Una mente rilassata sa fermarsi
sa osservare, ascoltare.
[Famous group XXXZ12]
Un altro uomo entrò dalla porta a vetri.
Perfetto bianco argentato
non una nota fuori posto. Come va?
– L’imbecille sta cercando
di farmi pronunciare una battuta esilarante.
Prego Dio che mi assolva –
Piove nella dimora del tempo.
Piove sul glicine, sull’argine ondoso
che ti vide fanciullo inorridito
mentre speravi in qualcuno
che ti venisse a salvare.
Una fine in decolté.
Ambra. Nella cella di una geisha
aspettando primavera.

Dick.

Dopo anni di infortuni
la tigre si innamorò come morendo
sul braccio disteso di un oleodotto.
Nella sala si osservò un rispettoso silenzio.
Oggetto del suo amore
fu la lingua maleodorante di un pellicano.
Sensazioni mai provate.
Il piccolo Jones decise di muoversi in fretta
per arrivare in tempo all’allenamento.
Il muso della tigre giaceva sognante.
Pomeriggio lungo. Stazione metropolitana.
Imbratto con parole una colonna di fumo.

L’amato.

La bocca ti bacia
sola tra le parole.
Resta nei paraggi anche
se ha molto da fare
anche se pensa ad altro.
Nella confusione
la riconosci sempre.
Alla fermata dell’autobus
con gli occhi chiusi.
Sai che dovresti partire.
La città è sconosciuta
ma nel locale le persone
sono amiche; un istante
prima eri al freddo
sulla curva aspettando
senza destinazione.
All’orecchio di un’altra
sussurravi una rauca
parola vera. Qualcosa
nel tempo. Aiutami.
Il suo corpo
si modellò al tuo.
Ora nell’abbraccio
vi riconoscete.
Alita nei polmoni il colore
rosa di una specie
senza nome.
Chiudi le città, rimanda
ogni appuntamento.
Resta sulla traiettoria
del bacio.
Nel buio nuovamente
vestito a sera.
Sei l’amato, il benvenuto.

L’Imperatore.

Una comunità di nani, detti nanetti
nel bosco dove è sempre giorno.
Uno di loro, attraversando la piccola radura,
mi viene incontro. S’apre la giacca, mostra
l’arsenale pieno di carte colorate: scegli.
Quelle a righe argento e oro…
L’occhio del vecchio divenire è alla finestra.
Nanetto chiude la sua scatola di latta.
L’aria s’accomoda le vesti color latte. Intorno
ma come dietro una balaustra, è bufera.
Passi sulla ghiaia. Si sentono tuoni, l’Imperatore tossisce.
Un’astronave veloce tesse la ragnatela del tempo.
Tutti guardano in alto tranne i gatti. Sulla tastiera
in punta di dita affila, il nodoso pensiero di molte
persone, tra cui il medico, la sua bella segretaria,
la gente nei palazzi dell’inps, i palazzi stessi;
le case dove nessuno vorrà tornare, le teste
sbattute contro i muri. Le carognate.
Quello non sa che sta per ammazzare
il primo nella lista dei funerali.
Scende dal cielo l’esatta economia, posa il piede
sui sassi del campetto sportivo e rimbalza:
Londra, New York, Tokyo. A volte son carte di spade
capelli ben pettinati. Dove capita è una rovina.
Mi vedo nello schermo di una finestra solitaria
in cima alla torre. Appeso, i denti serrati sulla cartolina
d’invito alla presentazione di “Amorose rime”
datato ieri, 16 febbraio 2940.

Eco.

Danzano le porte, i calamai,
le carte scritte fittamente.
Pasternak, il famoso poeta russo,
guarda triste dalla finestra.
Neve infelice.
Lei scrive per lui Canzone della giacca marrone
un brano da cantare pensando, appena svegli.
Sole alto. Lo sguardo va alla finestra.
Parco senza gioia di cortile.
Ci sono figure nascoste nei tronchi degli alberi.
Le loro parole pigne fiocchi di polvere. Quella matita
sola sul davanzale.
Ci si abbottona. Berretto da gatto.
Vedi? Troppo grande e larga
è la vecchiaia.

Colori.

Dalla stampa giapponese si alza un volo di pettirossi.
Ora stan li, affacciati alla finestra. Guardati dalla luna.
Il respiro di un bambino addormentato. Ogni tanto un verso
si lascia cadere nel vuoto. Prolungato lamento.

A piedi nudi sulla plastica di un tappeto grigio trasparente.
Da sotto il tappeto si osserva l’andirivieni di una coppia. Devono aver litigato.
Ora il riflesso di due finestre. Tempo in lenta carrellata.
Se non accade nulla il quadro si spegnerà entro quarantotto ore.
E così la coppia, chissà dove sono adesso. La casa sembra deserta.
In una giornata di pioggia vista dai vetri sporchi di un fanale.
Sul tapis roulant gustando un gelato in controluce.
– Senza quegli orrendi cimiteri si morirebbe con maggior discrezione.
Il corpo giaceva in una pozzanghera. Era tutto finito.

– Puoi scegliere quali immagini mettere dentro lo specchio.
Disegni rupestri su antichi monitor. Il cuore pulsante e tratteggiato
di una macchina, simile a quello di un cane che abbia corso
al rallentatore. Sul pavimento di plastica si riflette capovolta
l’immagine di un uomo col cappello militare. Sta salutando.
Stelle alpine e stalattiti. Mondo visto dalle fessure di un armadio chiuso.
Un camion parcheggiato. Il volto addormentato di due persone
anziane.

Onto Letizia LeoneLetizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Collabora con numerose riviste letterarie e organizza  laboratori di lettura e scrittura poetica. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)

Annunci

33 commenti

Archiviato in Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, nuova ontologia estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

33 risposte a “Lucio Mayoor Tosi – Tra frammento, fotogramma e colore. Undici Poesie inedite per una Nuova Ontologia Estetica. Lettura di Letizia Leone, con una Dichiarazione di intenti dell’Autore.

  1. PRECETTO DELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA: LIBERARE LE «COSE» DAI LORO LUOGHI, DALL’ERGASTOLO INFLITTO ALLE «COSE»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20697
    Lucio Mayoor Tosi sa benissimo che abbandonarsi supinamente alla «costruzione eufonica» implica necessariamente l’accettazione di una costrizione (quella dell’eufonia, di una certa stilematica, della sintassi proposizionale, del verso unilineare etc.). L’oggetto in poesia, nel romanzo, in pittura etc. è sempre costruito, anzi, l’oggetto è dato dalla costruzione dell’oggetto, dalla sua costruzione linguistica, esso è il risultato della accettazione del principio della conformità ad una norma. Ma la norma uccide l’oggetto. Affinché io lo possa vedere di nuovo, devo infirmare la norma, falsificarla. Ad esempio la poesia di Anna Ventura parte dal principio di adottare una «distanza tra noi e le cose».

    Lucio Mayoor Tosi parte dal principio di liberare le «cose» dal luogo in cui si trovano, solo che quel luogo è un luogo linguistico, quindi Lucio è costretto a liberare le «cose» dalla conformazione linguistica che li vuole rappresentati, tradizionalmente, in un certo modo convenzionale, convenzionale in quanto accettato dalla comunità letteraria. Lucio in questo modo può percepire come per la prima volta le «cose» di cui parla nelle sue poesie. Le «cose» hanno delle qualità che noi non vediamo almeno fino a quando non le abbiamo liberate dalla asfissiante determinazione che le vuole così, in primo luogo dalla sintassi proposizionale maniacalmente sommessa alla concezione scientifica della misurabilità di tutte le «cose». Per la semplice ragione che in arte, e in poesia le «cose» non sono misurabili. La sintassi adoperata in modo acritico e normativo dalla poesia che conosciamo è considerata alla stregua del principio scientifico «science is measurement». Solo che la poesia non può essere misurata con il regolo del calibro, a suon di millimetri di eufona o di anti eufonia. Lucio Mayoor Tosi spezza la candida eufonia, la manda in frantumi e riutilizza quei frantumi come materiali di risulta; i veri materiali della sua poesia (come anche della sua pittura) sono questi materiali di risulta, dei frammenti riadattati in «compositions».

    Per rispondere a Simone Carunchio (Enomis) dirò che il bello della «nuova ontologia estetica» è che non c’è alcun precetto normativo che ti dica come devi scrivere o come devi fare pittura, ciascun poeta o pittore o scultore può, anzi, deve interpretare la nuova sensibilità secondo i nuovi e diversi modi di concepire certe categorie. Anche la parola, il verso, il metro sono categorie, dei principi non fissi e stabili nel tempo ma concetti che possiamo anzi dobbiamo utilizzare in modo libero e critico. Ecco perché non c’è alcuna «contraddizione» all’interno della rete concettuale della «nuova ontologia estetica», perché essa è una ricerca in divenire, non è una cosa acquisita in partenza.

    Ieri ho postato una intervista a Massimo Donà (che consiglio a tutti di ascoltare) nella quale il filosofo parlava delle «cose». Il filosofo citava un aneddoto raccontato da Giorgio De Chirico. Il pittore italiano disse un giorno che scoprì la sua pittura metafisica un dì camminando per una piazza di Firenze quando vide la statua di Dante da sola in mezzo ad una piazza con dei porticati ai lati nel sole meridiano. Il pittore disse che aveva visto quella «cosa» come «per la prima volta». E ne rimase sconvolto. Ecco il punto centrale: la scoperta delle «cose» è più straordinaria della scoperta dell’America. Dobbiamo ri-tornare a scoprire le «cose» di nuovo, questo afferma la «nuova ontologia estetica», e lo afferma con forza e convinzione. Scrivere in un modo che le «cose» si vedano per la prima volta…

    Condivido la posizione di Lucio Mayoor Tosi: nessun cedimento al «dolore» di cui è straricca la poesia italiana di tutte le latitudini, dal Nord (dai lombardi) al Sud (compreso Sinisgalli). E voltiamo pagina.
    Ci sono in queste poesie degli spunti che vanno oltre Tranströmer. In un certo senso Lucio ha segnato un punto per la poesia del Dopo Tranströmer, ha mostrato quale spazio espressivo vi sia nel Dopo Tranströmer. Leggiamo questo verso:

    L’aria s’accomoda le vesti color latte

    è un verso di straordinaria leggerezza, sembra abitare una atmosfera di gas leggeri. Chi scrive un verso del genere ha digerito la lezione della poesia europea e ha messo nello sgabuzzino la poesia italiana da Ennio Flaiano in giù fino ai nostri giorni. Io consiglierei ai giovani poeti di leggere con attenzione queste 11 poesie perché qui c’è qualcosa che non troveranno in nessun altro poeta contemporaneo: quella libertà espressiva, quella leggerezza delle metafore che nella poesia italiana extra NOE sembra essere scomparsa. Sono poesie fatte di cartapesta, leggere e friabili, castelli di carta che un soffio di vento potrebbe spazzare via in un attimo, castelli di parole come di specchi che riflettono il vuoto e l’azzurro inquinato dei nostri cieli. Sono poesie fatte con un’ottima stoffa nichilistica.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20698
    Lucio Mayor Tosi ha una doppia “maledizione”: è poeta e pittore: due caratteristiche di una personalità che rivela il temperamento e il carattere, che gli provengono dall’ambiente e dal subconscio, perché ogni indagine, volta a interpretare i veli del mondo e della natura, sono scatti umbratili e misteriosi della psiche, nel tentativo di interpretarne i segni e i significati attraverso la sfera cognitiva dell’intelligenza. Il pensiero finisce con l’essere il regista principale di una commedia simbolica con più protagonisti principali. Ma c’è anche la cosiddetta sfera affettiva con la quale Tosi cerca di portarla in primo piano nel ricambio panoramico di scenografie e personaggi che appaiono e scompaiono nel deserto della proiezione. Le pedine poetiche e coloristiche sono sempre in movimento, per fissare l’invisibile, il non detto, le superficie non riflettenti che necessitano di colori, per evitare la monotonicità dei soggetti-oggetti: un contro mondo che vuole essere, come in effetti è, un universo pluricellulare fatto di eventi, spazialismo espressivo, come arte nucleare volta a trasmettere le chiavi di lettura di più capitoli interpretativi, col solo scopo di affiancarsi all’umanità e al mistero che l’avvolge,, dando al lettore più pinacoteche di visioni e di lettura della realtà.

    • Mariella Bettarini

      Grazie di cuore, e complimenti sempre. Un saluto caro da Mariella Bettarini

    • LA RICERCA DELLE COSE: CAMMINANDO IN UNA PINACOTECA E PASSEGGIANDO A CASA MIA
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20705
      Tempo fa mi ritrovai a trascorrere qualche ora in compagnia di un amico pittore, sulla riva di un laghetto, a primavera inoltrata. Il posto era incantevole. Restammo in silenzio. Si aveva la netta sensazione di stare in un dipinto di Constable o della Scuola di Barbizon. Quando però notai che l’immagine del paesaggismo romantico si stava sovrapponendo alla realtà, mi chiesi: questo posto ci piace, tanto da incantarci, per come è naturalmente oppure perché corrispondente al bello che abbiamo ammirato e studiato tante volte quand’eravamo studenti? Trovavo inquietante che “il vero” ideale di Constable potesse prevalere sul vero naturale. Ragionano così, mi dissi, le persone artiste del post moderno ( si era sul finire degli anni ’90)?
      Altro episodio che mi fece riflettere: avvenne a Brera, mentre camminavo distrattamente tra le sale della Pinacoteca, che per un attimo, giuro fu solo un attimo, mi dovetti fermare perché colpito dalla bellezza, dalla luce straordinaria di un dipinto, la compostezza, la precisione… grazie a un attimo di senza-pensiero vidi la bellezza nel dipinto di Raffaello, “Lo sposalizio della Vergine”. Fu in quella occasione che capii veramente la pittura di Raffaello? Eppure lo conoscevo bene, come tutti, per averla osservata non so dire quante volte.
      Dunque mi chiedo, dove sta la comprensione? Sta nelle cose per come sono e appaiono oppure nel pensiero, nel piacere estetico, perché colto, dell’osservazione?
      Ecco, io oggi posso scrivere di un giaccone appeso all’attaccapanni (Guardando con sospetto / il giaccone appeso di fronte /giorni andati a male) con assoluta tranquillità ( mi scuso per il brusco salto, da Raffaello al mio attaccapanni) perché da quando ho compreso che la bellezza sta nelle cose nel loro essere, ora posso vedere opere d’arte dovunque, sul mio attaccapanni come su un marciapiede o sul tetto di una casa. Figurarsi in un cielo o al museo. Come fa la musica, che senza far distinzioni si posa anche sui nugoli di polvere delle anticamere.
      Se tornassi al laghetto di cui parlavo, ripenserei a Constable, ne sono sicuro, perché lì ho depositato un pensiero. Sono convinto che i pensieri restano dove nascono: nelle cose. E non solo i nostri pensieri, anche quelli degli altri.

  3. gino rago

    Frammento. Fotogramma. Colore.
    In Lucio Mayoor Tosi tutto avanza per costellazioni:
    il quotidiano in lui proviene dal divino,
    il divino è già nel quotidiano.
    E’ incorporeo il mondo.
    Vai da un capo all’altro del pianeta.
    Il tempo non sarà tuo alleato.
    Nel viaggio saprai che cosa è il vuoto
    quando nel libro sempre aperto del poeta
    dall’albero cadranno farfalle come fiori.
    Per quanto tempo la goccia trattiene la sua forma?
    Lucio ha posto un lume fra il suo volto e il niente.

    Gino Rago

    • Ringrazio Gino Rago per la bellissima lettura, degna della sua alta poesia. Il lume si è acceso nell’anno 2008, in aprile, due mesi dopo essere tornato da una settimana di ritiro facendo estenuanti esercizi di koan. 18 ore al giorno per sette giorni. Se ne esce pazzi o felici, vie di mezzo non ce ne possono essere. Così è lo zen: i suoi quesiti non danno scampo. L’intento di voler risolvere un enigma crea trasformazione. Va da sé che a trasformazione avvenuta, del quesito non t’importi più nulla. Cadono gli orizzonti, resta l’essere fattivamente. Che per me, perché son di questa specie, è anche poesia.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20702
    Sono perfettamente d’accordo: il divino è già nel quotidiano.A proposito del lavoro di Tosi,mi viene in mente un tema interessante, quello della serialità, della ripetitività ,così frequente in natura.Io ne sono conquistata.In un viaggio nel Salento,notai la ripetitività con cui i pomodorini venivano appesi nelle cantine,la ripetitività dei trulli,la ripetitività degli oliveti ,delle querce, delle terre rosse.Mi chiesi se non ci fosse, in fondo, una volontà quasi esorcistica,una volontà di resistenza all’implacabile legge della metamorfosi, che ci governa.

  5. Francesca Dono

    Battendo le mani sulle ginocchia, vestito col camice

    Io batto le mani Lucio.
    Con i tuoi versi mai uno sbadiglio. Ti avevo scritto già in privato. I tuoi versi li bevo senza accorgermi di averli bevuti tutti. C’è una fluidità nelle tue poesie davvero unica . Spesso lo spessore intellettuale non si rivela solo da mille libri letti e mai rielaborati, ma da tutt’altro. L’artista è un’ anti specialista. Uno che sa tutto di niente. Cari saluti sempre circolari.

  6. “Neve infelice”,mi ha spezzato il cuore,mi sono ripresa subito,perchè interrotta,Lei invece lei Tosi seccondo me avrebbe dovuto continuare,avrebbe potututo credo (oltre sarebbe presunzione la mia ovvio)

    • Cara Egill, io solitamente metto poca poesia nelle cose che scrivo. Ma capisco. Il fatto è che inseguivo un altro pensiero, di infanzia e vecchiaia. “Ci si abbottona. Berretto da gatto”, è lì che volevo arrivare e fortunatamente lì son capitato.
      La poca poesia brilla di più se calata nella prosa.
      In realtà è poesia quel che sovrintende. Aspetta il suo momento, arriva per interrompere e salvare… il povero diavolo che s’affanna, e che altrimenti scadrebbe.

  7. Giuseppe Talìa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20710
    Ci vuole una grande consapevolezza di sé come pure dell’altro da sé per compiere il balzo definitivo che porta l’essere ad esplorare i diversi meccanismi che si instaurano nei diversi piani, individuali, collettivi, sociali, economici, per l’instaurarsi di un rapporto simbiotico con l’alterità, quando essa è appunto uno scavo profondo delle “cose” dentro l’universo personale e gli “oggetti” esterni che, irrorati di luce comunicativa, si integrano, perdono la loro precipua identità per divenire alterazioni delle qualità all’infinito (Hegel).
    Il labor limae, in questo caso, diviene superfluo, inessenziale, in quanto il percorso per arrivare alla concentrazione o concrezione o con-creazione del sé, sta a monte, sta nel pensiero, nelle basi neurobiologiche della fruizione e della creazione, secondo l’assunto per cui “la creatività e l’immaginazione sono attributi di cui ogni cervello è in vario grado miracolosamente dotato, e che in vario grado esprime nelle sue attività. La creatività è, per così dire, la strategia del cervello per supplire ai propri limiti”. (Semir Zeki)

    Cito, a proposito, e non a caso, Semir Zeki perché ultimamente ho letto una diatriba tra il Nostro Lucio e alcuni contradditori su altri blog, in cui si diceva peste e corna della NOE (non è una malattia, non è uno stato politico sovversivo, non è uno specchietto per le allodole, piuttosto un approccio strategico, un sentire comune, un’idea, in divenire, fondata sul presupposto di restaurazione (questo forse il suo limite) della Poesia italiana finita in un pantano di linee egemoniche e replicanti. Vi sono validi autori e autrici che farebbero bene ad identificarsi in una tale idea, piuttosto che avversarla, lasciando quei due o tre, forse quattro chiacchieroni egotici al proprio destino furbo e inutile. Stendiamo un velo sul silenzio conservativo).

    Dunque, per assecondare una sortita recente di un certo “Asino”, secondo Semir Zeki, la bellezza è nel cervello di chi guarda e il cervello è un artista e l’artista è un neuroscienziato. Ora, guardando le opere pittoriche di Lucio, e ancora di più leggendo queste stille preziose in versi, come non accorgersi della bellezza insita, della perfezione formale e informale, della completezza frutto di uno scavo profondo dove “la base del riquadro corrisponde alla misura del verso”, dove, ancora, farsi “trapassare la mente e il cuore in estenuanti terapie psicoanalitiche” ha prodotto un risultato visibile, non solo in pittura, ma anche in poesia “cielo immenso, stellato con gusto. Nuovo.”
    Ci sarebbe da scrivere fiumi sull’eleganza del verbo di queste poesie, sulle sollecitazioni esperienziali e immaginative, visive, come valori aggiunti, “mi sto affezionando alla flebo”, come pure a “Facevo il piattello”, sintesi perfetta che fa pari con “ci sono difetti strutturali nel linguaggio”.

    Io saluto con grande piacere questi versi dell’artista Lucio Mayoor Tosi a cui dico: non posso non avere qualche tua mattonella nella mia collezione!

    All’asino, invece, diciamo: hai ottime qualità, ma aspettiamo che le tue qualità si manifestino oltre l’IBAN o IVAN o BIC o BOC, perché, come si dice a Napoli, ‘cca nisciuno è fesso!

  8. annamaria cavalli

    I versi del signor Mayoor – Tosi sono delle sequenze di un documentario (infatti documenta i comportamenti, i gesti, le azioni ecc. dei vari personaggi) o al massimo di un cortometraggio…. così come si sviluppano le varie sequenze… a scatti senza alcun commento interiore se non una leggera compartecipazione emotiva di chi filma. e direi anche gli stati d’animo sono selezionati come dire “a frammenti” come desidera la loro NOE.
    Il desiderio dell’artista viene visibilizzato attraverso le opere dell’artista stesso e che sono la rappresentazione figurativa di quelle sequenze.
    Si realizza così una osmosi o simbiosi, o se volete una empatia artistica tra la parola “tosiana” e il colore grafico. Dal mio punto di vista femminile avrei accentuato gli aspetti dolorosi per appunto svuotarli di afflizione, e dare così
    una idea cinetica più efficace sia dei versi che delle sequenze.

  9. LUCIO MAYOOR TOSI: la poesia del Dopo Tranströmer, LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA ITALIANA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20715
    Condivido la posizione di Lucio Mayoor Tosi: nessun cedimento e accenno al «dolore» di cui è straricca la poesia italiana di tutte le latitudini, dal Nord (dai lombardi) al Sud (compreso Sinisgalli). E voltiamo pagina.
    Ci sono in queste poesie degli spunti che vanno oltre Tranströmer. In un certo senso Lucio ha segnato un punto per la poesia del Dopo Tranströmer, ha mostrato quale spazio espressivo vi sia nel Dopo Tranströmer. Leggiamo questo verso:

    L’aria s’accomoda le vesti color latte

    è un verso di straordinaria leggerezza, sembra abitare una atmosfera di gas leggeri. Chi scrive un verso del genere ha digerito la lezione della poesia europea e ha messo nello sgabuzzino la poesia italiana da Ennio Flaiano in giù fino ai nostri giorni. Io consiglierei ai giovani poeti di leggere con attenzione queste 11 poesie perché qui c’è qualcosa che non troveranno in nessun altro poeta contemporaneo: quella libertà espressiva, quella leggerezza delle metafore che nella poesia italiana extra NOE sembra essere scomparsa. Sono poesie fatte di cartapesta, leggere e friabili, castelli di carta che un soffio di vento potrebbe spazzare via in un attimo, castelli di parole come di specchi che riflettono il vuoto e l’azzurro inquinato dei nostri cieli. Sono poesie fatte con un’ottima stoffa nichilistica.

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20718
    Trascrivo questo interessante passaggio di Philip K. Dick, “I nostri amici di Frolix 8”, ribloggato stamane da Glencoe:
    “(…) sta a sentire questo: Dio dice di…”
    “Dio è morto,” disse Nick. “Hanno trovato il suo cadavere nel duemiladiciannove. Galleggiava nello spazio, nei pressi di Alfa.”
    “Hanno trovato i resti di un organismo migliaia di volte più progredito di noi. ” disse Charley. ” Ed era evidente che poteva creare mondi abitabili e popolarli di organismi viventi derivati da lui stesso. Ma questo non dimostra che fosse Dio.”
    “Io credo che lo fosse…”

  11. Mariella Bettarini

    Ottimi interventi, davvero. Riflessioni preziose. Grazie di cuore a voi tutti.
    Un grande augurio e saluto

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20724
    Vorrei dire poche parole in merito alla mia adesione alla Nuova Ontologia Estetica.
    Io non sono favorevole a che la poesia si chiuda in se stessa. Non guardo con ammirazione i poeti che scelgono la solitudine (austera, risentita): la solitudine andrebbe vista semplicemente come una condizione necessaria al poeta, non un trofeo da esibire. La solitudine è nient’altro che la sua bottega. E la poesia di ciascun poeta è paragonabile al suono unico prodotto dai grandi solisti, creatori e interpreti della miglior musica. Grandi musicisti furono invitati a suonare nelle orchestre jazz di Benny Goodman, Duke Ellington, Count Basie, Sun Ra, non per questo vennero meno al loro genio e alla loro personalità; anzi, era un piacere per loro ritrovarsi per suonare, confrontarsi, esplorare nuove possibilità espressive. Da questi incontri sono nati generi musicali, nuove tendenze artistiche che hanno accompagnato l’evolversi dei costumi e della società. Questo vale anche per i grandi interpreti della musica classica, i solisti che suonarono per Toscanini, Karajan, Bernstein, Abbado, non rinunciarono a niente, anzi venivano chiamati proprio per la loro abilità e capacità espressiva, per quel qualcosainpiù che solo loro sapevano dare. Si potrebbe dire che l’intera orchestra suonasse per questi solisti, e perfino Karajan.
    NOE ha il suo direttore d’orchestra, e questo andrebbe riconosciuto, nella persona di Giorgio LInguaglossa, poeta e critico. E io devo ammettere che poetando in questa stagione letteraria ho visto crescere e migliorare la qualità dei miei versi: nuove possibilità espressive, nuovi tormenti, ma anche nuove comprensioni, di critica e approfondimento. La mia poesia non potrà più essere quella di prima, ora sto”suonando” con Mario M. Gabriele, con Gino Rago, Steven Grieco e altri bravissimi poeti-solisti. E’ un vero piacere, credetemi. Durerà una stagione, forse di più, questo nessuno lo può sapere, forse diventerà un genere e si diffonderà, forse no. Ma NOE è un concerto, solo non si fa per dare spettacolo, perché poesia non è questo. Ma nemmeno la buona musica è solo spettacolo, come nessun’altra vera arte può essere ridotta a questo. Si lavora, questo è il termine che preferisco in quanto pittore. Lavoro inteso nel senso più nobile che riesco a immaginare.

  13. annamaria cavalli

    Signor Mayoor, ma perché non cita il “fuori classe” Sagredo, l'”inclassificabile” , il Maestro di solisti”, ecc. ?

  14. CARO LUCIO,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/06/lucio-mayoor-tosi-tra-frammento-fotogramma-e-colore-undici-poesie-inedite-per-una-nuova-ontologia-estetica-lettura-di-letizia-leone-con-una-dichiarazione-di-intenti-dellautore/comment-page-1/#comment-20727
    OGNI TUA PAROLA DELL’ULTIMO COMMENTO è DA SOTTOLINEARE. CHE COS’è LA NOE?

    ho tentato di spiegarlo più volte: è lo spirito del tempo. Io avevo già tentato con il Manifesto della Poesia Metafisica pubblicato su “Poiesis” nel 1995 a cambiare qualcosa nella poesia italiana che dormiva i suoi sonni tranquilli, ma i tempi non erano maturi. Da allora sono passati più di 20 anni. Con i tempi attuali, un tempo interminabile. Nel frattempo, la poesia che si è scritta, intendo quella degli uffici stampa degli editori a maggior diffusione (come si diceva con un eufemismo) si è estinta, le collane di poesia languiscono per mancanza di pubblico di compratori e di testi presentabili… nel frattempo i blog di poesia si sono diffusi e moltiplicati: ce ne sono decine di migliaia… un infernale labirinto, ciascuno si fa il proprio blog credendo di darsi una visibilità e uno statuto di credibilità.

    Dicevo che la NOE la si può guardare come una Astronave, e i poeti che la abitano sono i suoi cosmonauti. Ogni tanto qualche pezzo si rompe, e allora bisogna che qualcuno deve uscire nello spazio intergalattico a riparare il guasto; ogni tanto qualcuno (raro) tenta una critica inventando presunte «contraddizioni» tra questa e quella asserzione filosofica. Ma, miei cari, la NOE non è una filosofia incontraddittoria, un monolite, un blocco unico, Voi, cari critici non avete capito che la NOE è un manufatto che si fa assieme, tutti insieme, nessuno escluso, la «contraddizione» è il nostro pane quotidiano, è il fertilizzante della nostra praxis.

    Potete chiamarla Officina, Laboratorio, Bottega, chiamatela come vi pare questa è una operazione teorico-pratica che serve a rivitalizzare il corpo morto della poesia italiana, i tempi oggi sono maturi per dare questo scossone. Certo, non saremo mai migliaia, non servono migliaia di poeti per cambiare una situazione di degrado come quella in cui ristagna la poesia italiana, ne servono pochi ma buoni.

    Del resto, il Laboratorio chiamato NOE è qui, con un clic chiunque può aprire la rivista e leggerla (abbiamo una media di 2000 visualizzazioni al giorno), è una incredibile fortuna per chiunque, per tutti i veri poeti che cercano un luogo in cui si discute e si fa poesia senza superciliosi arrogantismi e allocuzioni cattedratiche. Io mi considero un semplice calzolaio della poesia, come ho scritto nel mio profilo FB,, e tutti noi che abitiamo questa Astronave ci consideriamo calzolai, falegnami e muratori della poesia, lasciamo ad altri le candidature al premio Nobel.

    Io personalmente ho imparato moltissimo dal confronto tra noi tutti, ho appreso molto dagli altri bravi poeti che frequentano questa Astronave.
    Grazie a voi tutti.

  15. Un grazie di cuore a Letizia Leone per la sua interessantissima (anche per me) introduzione critica. Anche perché in queste sue note leggo un’approvazione di fondo nonché l’esortazione a continuare in questa mia ricerca – nel nulla che abbiamo davanti, che poi, in senso più esteso e sociale, è quel futuro venuto a mancare nel ceto medio e in particolare nei giovani, soprattutto in quelli economicamente meno avvantaggiati –.
    Da notare che è proprio in questa situazione critica che nasce, paradossalmente, la Nuova Ontologia Estetica: nel perduto e nell’infranto, non come astrazione o fuga dalla realtà, bensì come tentativo di raccogliere almeno i cocci e da lì ripartire – il “per dove” suona come un grido – .
    Ringrazio inoltre i lettori e quanti hanno commentato. Ad alcuni ho già risposto, non ad Anna Ventura e Giuseppe Talìa:
    Grazie, Anna, per la tua proverbiale saggezza “storica” e per l’ironia del tuo commento. Io invece alle casette a schiera (certi libri di poesia che si presentano alla vista con composizioni di metrica sempre uguale, non sempre mi convincono) preferisco le staccionate sbilenche; ma anch’io amo la ripetitività dei fasci di pomodorini e degli oliveti. Se i miei versi ti hanno ispirato questa immagine, ne sono proprio felice. E’ proprio questo il senso delle poesie “Versi rossetti” e “Koan”: il senso che non c’è, e che so potrebbe scandalizzare anche i neo costruttori di frammenti per quell’unità che non si vorrebbe perdere. Ma io sto un passo avanti, dove non c’è nulla, perché ho tutta l’intenzione di perder/mi.
    Giuseppe Talìa: caro amico, mi sono concesso una rimpatriata in quel che sai, all’inizio con qualche difficoltà perché non si ha solo a che fare con la ragione (quando c’è) ma anche coi sentimenti. Però via, penso che in fine ci siamo capiti. La mia scala dei valori è orizzontale, quindi era importante – è importante. Ritengo che il non-detto, per un poeta, e mi ci metto anch’io, sia universalmente una mancanza, assai più grave del detto-male.
    Sono particolarmente lieto che tu abbia compreso l’assetto primordiale dei miei componimenti. E mi rincuora che tu ( proprio tu che dimostri di avere gusti difficili) abbia scritto “Ci sarebbe da scrivere fiumi sull’eleganza del verbo di queste poesie”; davvero, perché io scrivo poveramente, esattamente come vivo. Quanto ai miei “frammenti” di pittura, se non hai nulla in contrario, prometto che ti scriverò in privato. Ne approfitto però per farmi pubblicità, con due indicazioni: http://artgallery.paratissima.it/artworks/25?v=1
    https://www.theinteriordesign.it/progetto/giapo-1/2759
    Ancora grazie a tutti.

    • Mariella Colonna

      Caro Lucio, tra tante cose dette su di te — e dette magistralmente – vorrei sottolineare che non sempre alla tua linea teorica corrisponde il tuo maneggiar poetica-mente le patole. Tu dici che hai vissuto pienamente il nostro tempo e che il tuo corpo – le tue poesie sono segnate dall’angoscia del mondo in cui viviamo e sostanziate di nichilismo. Quest’affermazione, per esempio, che poi si completa con altre cose molto interessanti che tu dici limpidamente di te stesso,non trova riscontro nel tuo colore e nelle composizioni artistiche, intensamente vissute e traboccanti di emozioni, percezioni, vita. Davvero belle, soprattutto alcune, nella loro decisa semplicità, dietro la quale si legge un fine lavoro di oreficeria su te stesso attraverso la conoscenza di te stesso: tu non sei un semplice, questo ho capito conoscendoti meglio: sei arrivato alla semplicità attraverso una complessa e forse dolorosa peregrinazione dentro te stesso, perciò sei “un semplice complesso” che va letto riletto e capito sempre meglio. Prendo una delle tue poesie che mi ha coinvolto e per la sua vivida linearità e il titolo coraggioso:

      “Amore.

      Noi abbiamo la percezione fisica del cosmo.
      L’abbiamo nel corpo, il cosmo.
      L’attimo che dura mezz’ora, s’imbriglia nel cosmo e dissolve in particelle.
      Quel che vediamo nell’atomo è fibrillazione, tempo che non si rassegna
      e danza.
      Nel respiro autunnale, quando bruciano i rovi e brucia la terra
      l’andirivieni delle navicelle.
      Cosmo dice che ti dovresti allacciare meglio le scarpe.
      Metterti in ordine, renderti presentabile.
      Il tempo non ama scadere.
      Scrivi: il nulla è solo continua dimenticanza.
      Senza collisione è sicuro ogni naufragio; così senza una supernova
      nemmeno noi ci saremmo incontrati.
      Nel dubbio di non piacerti sarei caduto, foglia su altre foglie.
      Un soffio di vento. Due necrologi in città diverse.
      Fan ridere i cimiteri.”

      Qui sei riuscito a dire tante cose importanti e diverse : e non ci vedo ombra di nichilismo e neppure poesia dei frammenti: ha ragione piena Giorgio Linguaglossa quando dice che la NOE è un Progetto in divenire, non un rigido insieme di regole inventate da un gruppo che crede di aver rivoluzionato la poesia: ognuno di noi è libero di sperimentare nella direzione del suo “istinto creativo”e delle sue scelte culturali…
      In modo semplice ma tutt’altro che banale hai lanciato subito un’intuizione importante, quasi folgorante: “L’abbiamo nel corpo il cosmo”, suggestiva poi l’immagine dell’attimo-tempo che non si rassegna a passare e danza; e poi il cosmo che ti insegna l’ordine quotidiano (regolarmente disatteso). E poi l’originale definizione del “nulla”: continua dimenticanza, una delle azioni distruttive del tempo, che, nonostante le sue pretese d’innocenza, continua a passare e a distruggere. E poi il collegamento imprevedibile con il titolo (“Amore”): “così senza una supernova nemmeno noi ci saremmo incontrati”. E il finale un po’ triste ma ben ravvivato dall’ironia:

      “due necrologi in città diverse.
      Fan ridere i cimiteri”.

      Quil’addio tra due che si amano è descritto con doloroso sarcasmo. In Effetti, Lucio, non è un’impresa facile capirti, ma le tue poesie sono belle, si leggono volentieri perché…dense di unmanità.

      • Se pare a te che questa non sia poesia del frammento, può dipendere da un fatto che io considero di primaria importanza: per me anche il pensiero, nella sua fattività, è “cosa”. Non pongo differenza tra quel che accade e quel che si pensa. Alcune poesie sono fatte di pensiero, altre di accadimenti. Ma per me è lo stesso. Il problema, con il pensiero, sorge per il fatto che il pensiero ha da essere conseguenziale ( e logico), mentre invece io scantono in continuazione, nel senso – ben individuato da Gino Rago a suo tempo – che unisco diversi universi, di pensiero e tempo: “Cosmo dice che ti dovresti allacciare meglio le scarpe.” Quindi interrompo la continuità dello svolgimento; non perché semplicemente adotto il punto grammaticale ma perché evado, da me stesso come dall’attenzione del lettore. Terzo universo: “Nel dubbio di non piacerti”. Ma come fai a dire che questa non è poesia del frammento? Oltre tutto lo è perfino nella stravagante sintassi…

        • La tua definizione di “dimenticanza” risente del tuo giudizio moraleggiante (il valore che dai alla storia ecc.). Per me non è così: la continua dimenticanza è l’avanzare. Immemori, sì, perché l’attenzione è rivolta alla possibilità ( se vuoi, come dell’esser-ci in relazione alla morte).

  16. Antonio Sagredo

    La mia amica Annamaria Cavalli mi ha telefonato per dirmi che la sua battuta era soltanto ironica e “scherzevolmente ridicola” – così si è espressa !? – comunque ribadisce la stima per Mayoor-Tosi.
    La ho rimproverata e mi ha promesso di non farlo più.
    Quando si discute di Poesia e d’Arte in generale queste battute si possono dire solo in un convivio allegro e un po’ beone; al contrario deve presenziare sempre una definita seriosità e all’occasione cercare di elaborare progetti, varie costruzioni.
    E fa bene Linguaglossa a bacchettarla.
    Quel che scrive o/e costruisce artisticamente Mayoor è degno d’attenzione primaria, e l’amica puntualizza alcuni aspetti del lavoro del suo lavoro nel suo primo intervento, tant’è che viene apprezzata la sua riflessione, che secondo me è più o meno puntuale nello specifico.
    Le sequenze (cioè i versi mutati in figurazioni) di cui dice Annamaria mi sarebbero piaciute vederle realizzate, come una serie di foto a colori, come quelle a cui siamo già abituati.
    a. s.

    • Caro Antonio, è quel che spero si potrà fare, un giorno: una mostra dei ritratti ( ne ho ormai una sessantina), in piccolo formato, in una galleria d’arte o comunque durante un evento letterario, distribuiti come per dare l’impressione di una mappatura surreale. Ringrazio te e “l’amica Annamaria” per aver partecipato a questo gioco, diciamo così, semiserio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...