Lettera di un giovane poeta, Simone Carunchio (pseud. Enomis) a Giorgio Linguaglossa e alla Redazione della Rivista a proposito della Nuova Ontologia Estetica

Testata polittico

In alto, Helle Busacca, Edith Dzieduszycka- sotto, Alcuni membri della NOE

Simone Carunchio è nato a Roma. Ha due figlie. Ha studiato a Roma, Manchester e Bruxelles, laureandosi in Giurisprudenza con una tesi sul Sartre dal titolo Libertà e diritto e dottorandosi con una tesi sul giuridico in Derrida dal titolo L’esempio la metafora il sovrano. È esperto di diritto tributario ed è editor di Enomis (www.scenomis.blogspot.it), del quale ha curato 4 pubblicazioni ottenendone qualche riconoscimento. Nel 2008, dopo alcune pubblicazioni sparse, esordisce con la raccolta Nel letto bastardo. Successivamente pubblica alcuni articoli di critica letteraria, altre poesie sparse e un racconto.

Simone Carunchio visoCaro Giorgio Linguaglossa,

ti ricordi? Era il 23 marzo 2011 alla libreria AltroQuando di Roma in occasione della seconda presentazione del mio primo libro di Poesia che pubblicai con la Edilazio a nome di Enomis.

Mi permetto di disturbarti, scrivendoti a proposito della N. O. E.

Per prima cosa, a te, a tutti coloro che si danno il tempo di scrivere sulla rivista, non posso che porgere i miei più sentiti ringraziamenti; in particolare per lo stimolo che i vostri pensieri e le vostre riflessioni mi hanno procurato.

Davvero, non lo affermo con secondi fini, ma solo per il piacere che mi dà il sentire che intorno a me (che vorrà mai dire questo vocabolo? “me”) ancora si ragioni (si pensi e si rifletta) di questi argomenti.

Quali argomenti? Esattamente quelli che mi sembra siano dei temi di un movimento poetico (che non vuole essere una scuola!) estremamente attuale. Uno  l’ho appena accennato: quello dello spossamento del sé. Questa problematica, per me, si accompagna strettamente al tema del giudizio.

Un tema, questo del giudizio, a me molto caro, e che mi ha portato a dedicarmi, con gioia e fatica, alla filosofia del diritto per anni. Una materia, purtroppo, decisamente bistrattata da chi pensa, come noi, credo, che la filosofia sia una delle basi fondamentali della poesia.

Che poi questa filosofia sia patente (il bello e il vero vanno sempre insieme – il Leopardi), come indica la tradizione italiana, o che essa sia latente (il bello fa trasparire il vero – il Baudelaire) , come vuole la tradizione francese, ciò implica una diversa visione (una necessaria diversa visione) della posizione del poeta nella società (vd. Apollinaire): In Francia i filosofi ci sono; in Italia no, e quindi qualcuno, da quella parti (ossia in Italia), filosofia dovrà pur farla! (a me pare che in Italia ci siano tanti storici della filosofia).

Ma già sto divagando …

Ubaldo de Robertis, Giuseppe Talia

Torno a bomba alla N.O.E. e a ciò che essa mi ha fornito per riprendere e (ri)sistematizzare alcuni argomenti che ho approfondito e che adesso fanno parte del mio bagaglio culturale.

Direi che aprile 2017 sia stato uno dei momenti più rilevanti del movimento.

Il 31 marzo 2017 esce un bell’articolo sul Pasolini e il Montale: finalmente, allegria! – penso io (ma io chi? ), ma parlando come il Buongiorno -: qualcuno che parla del Pasolini e di quell’incredibile libro che è Trasumanar e organizzar che leggo e rileggo da anni (nei miei libri di poesia è citato più volte) (anche in quello che hai commentato tu nel 2011) (sul Montale mi sono già espresso proprio nella rivista L’ombra delle parole)

E ma poi: a raffica:

Il 5 aprile compare l’articolo di Gino Rago su Rebora e Palazzeschi (ah, questi palazzi pazzeschi!): mi rimane impressa soprattutto l’esternazione del dolore … : della poesia come  effetto del dolore (che io chiamerei sofferenza perché quando mi ferisco, e provo dolore, esce sangue e non poesia).

Questo collegamento è poi rinvenibile anche nell’articolo dello stesso Rago del 14 aprile. Ma c’è anche altro in quel breve ma intenso e lucidissimo articolo: parlando dell’Adorno e del Nietzsche, il Rago mette in chiaro che il sistema metafisico non c’è più e che quindi non ci rimane che il frammento.

Io (io chi?), come per il dolore, avrei utilizzato un’altra terminologia: non è la metafisica che è venuta a mancare ma è l’ontologia (il discorso permane e persiste – anche per frammenti -, è il discorso sull’essere che viene meno!, in quanto il discorso sull’essere è necessariamente un discorso sull’essere-umano come la letteratura artistica è sempre autobiografica); esattamente come afferma la N. O. E. (che però io avrei, pertanto, chiamato N. M. E.).

Il Rago poi continua mettendo in luce che il frammento si giustifica con le nuove scienze e che si è di fronte alla fine della visione platonico-cristiana.

Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura

Nello stesso giorno interviene anche la Giancaspero sul Non-Essere … dimenticando Sartre …

Due giorni dopo interviene il Linguaglossa (ti cito alla terza persona) con un bell’articolo sul Brodskji; il Brodskji migliore, capito e dispiegato alla perfezione: soprattutto nella contraddizione della perdita della memoria e quindi del sé e il fatto che quindi (dopo questo evento orribile a dirsi e a pensarsi – e io mi sono domandato: e perché?) “D’ora in avanti l’uomo dovrà fare i conti con se stesso” … Ma come –  mi sono detto –  ma non era proprio il sé che era stato perduto? E se l’ho perduto come faccio a fare i conti con lui?

Oh, non sto criticando negativamente; anzi, tutto il contrario: per me il giudizio ‘vero’ (e non falso) è quello che rispecchia fedelmente la realtà (la tensione); e dal momento che la realtà è inconoscibile e indescrivibile, soprattutto indescrivibile, nella sua totale assolutezza; chi ci ha provato non ha potuto far altro che renderla Fenomeno e nella logica e razionale descrizione che ne ha fatto, essa, la realtà non poteva che risultare contraddittoria (vd., ex plurimis, il Sartre con il fenomeno tempo e con il fenomeno dio; vd. il Kojève con il fenomeno diritto) ne risulta che, dal momento che ci muoviamo nel virtuale (ossia nella sola verità, ossia nella metafisica – che può essere vera o falsa) (qualsiasi cosa di cui parliamo è già perduta nel suo passato presente- il linguaggio è essenzialmente metaforico), l’unico giudizio sano (tra vero e giusto) è quello contraddittorio.

E dicendo questo non dico niente di nuovo: già i giuristi (gli interpreti) antichi ben sapevano che il torto e la ragione stanno da entrambe le parti in causa, e non da una parte sola.

A parte ciò, a livello poetico, il Linguaglossa pare allontanarsi dall’apoteosi del frammento: si parla di “poesia di ragionamento”, di “poesia di riflessione” …

Sempre del Linguaglossa mi sono poi ritrovato per le mani un suo (suo di chi?) articolo sul Gabriele. Purtroppo ne ho perso la data … In ogni caso, perfettamente in linea – almeno per me – con la poesia di ragionamento, si dice che “il soggetto quindi parla metonimicamente” … quanto sono d’accordo!!!

Mario Gabriele, Kjell Espmark

Io infatti non parlerei mai del frammento, ma il mio riferimento è al frattale del Mandelbrot; ossia l’ultimo ritrovato della geometria.

Il frattale: per me un concetto, nel mio sistema di costruzione di una visione del mondo, fondamentale. Se, come detto, l’analisi di un fenomeno non può che risolversi in una contraddizione, questo vuol dire che ogni fenomeno analizzato si trova in rapporto frattale con un altro; ossia, in termini retorici, metaforici, in rapporto di metonimia e sineddoche nello stesso tempo. Questo non vuol dire che gli autori dicano tutti la stessa cosa. Ognuno ha chiaramente i suoi argomenti preferiti. Solamente, è lo strumento che si usa per rappresentarli che è lo stesso, cioè: la logica (ed essa è rappresentata in modo più o meno patente e latente proprio dall’argomento, dal fenomeno).

In seguito ho poi trovato, il 22 aprile 2017, un articolo del Gabriele sulla sua poesia: apologia del frammento, rifiuto del lirismo … non sta  a me dire se è giusto o no (eccoci sempre che torniamo al problema del giudizio) … a me (ancora co’ ‘sto me! – ma ‘me’ chi?) però, la poesia del Gabriele risulta (a tutto dire francamente) un po’ noiosa e soprattutto non vi trovo quel passaggio patente dall’estetica all’etica che, come asserito più su, permette … di non  rappresentare la realtà come se si fosse un semplice specchio ma permette di indicare quella speranza che nella realtà si possa operare … Se leggere una poesia significa farsi una passeggiata nel proteiforme frammento, come mi accadrebbe di uscire di casa … beh, allora … esco di casa! Questa poesia, di contro, è però estremamente interessante perché dimostra invece uno sforzo di tecnica; e la tecnica, a mio parere (ho pubblicato in proposito un articolo su Lazio, Ieri e Oggi) è il luogo d’incontro tra l’arte e la scienza (in questo senso ultimamente mi sto sempre più dedicando alla metrica e alla prosodia – classica e non: mia figlia più grande, di otto anni, quando le chiedo che cosa per lei è poesia – ne sta già imparando molte a memoria – mi risponde che la poesia è la letteratura in rima …).

Non passano neanche sette giorni che, il 28 aprile 2017, compare il bel saggio del Gattinara sul frammento [non sono d’accordo sulla precarietà del lavoro: se il soggetto-oggetto è scomparso (o forse non c’è mai stato) – e su questo siamo tutti d’accordo -, è ovvio che si viva di lavoro precario: il problema non è questo tipo di lavoro, ma quanto esso viene retribuito!!!: io che sono per l’aseità e il giudizio contraddittorio non vorrei mai il cartellino – e infatti non ce l’ho e sono precario – ma vorrei essere pagato bene!!!] e il Rago che riprende il suo discorso insistendo sulla fine della visione platonico-cristiana.

Sabino Caronia, Italo Calvino

E anche qui … purtroppo … non mi trovo d’accordo: la visione cristiana non ha neanche fatto in tempo ad affermarsi che già era scomparsa: gli insegnamenti di Gesù furono traditi poco dopo: bastò metterli per iscritto, come se fossero delle leggi, che già il suo messaggio (il passaggio dalla scrittura alla parola) era perso…

Che ne ho ricavato, oltre questi stimoli di ‘ragione’, dalla lettura degli articoli citati?

Primo: il nuovo movimento non è una scuola. E questo mi piace un sacco (sono stato cacciato dall’università perché non ero in linea con la scuola!): c’è chi è per il frammento e chi è per il ragionamento!!

Secondo: l’immagine che mi piace di più, tra le varie presentate, è quella del mosaico … e come sai già, nel libro che presentasti tu, in più occasioni, anche io (ovverosia: Enomis), mi rifeci al mosaico.

Terzo: rimane aperta la questione a cui ho più volte accennato, e che riguarda, in particolare, quel filone del movimento che si impegna nel frammento (ma che in generale riguarda qualsiasi pensiero che abbia a che fare con lo spossessamento del soggetto o aseità): se faccio scomparire dal discorso il soggetto-oggetto – ovvero: la significazione, il nucleo cangiante che calamita e capitalizza i sensi proteiformi -, chi è che giudica? dove va a finire il giusto (che forse è possibile far rientrare nella categoria dell’utile)?

Io la mia risposta ho provato a darla col giudizio contraddittorio e di equità, ma per far questo ho comunque bisogno di quel nucleo di cui sopra (anche mutante o cangiante, coe ci insegna la scienza – come mi hai insegnato tu).

Orbene, ecco il passaggio necessario e logico successivo, che ho tratto dallo studio delle biografie di tanti autori (vd. Leopardi o Enomis) comparate alle loro bibliografie: se passo dal discorso logico a ipotizzare la presenza di quel nucleo, non mi trovo più tra fenomeni in rapporto frattale, ma in rapporto inverso: l’etica (o l’estetica) da lui proposta, nel discorso, (mi) risulta il contrario della morale praticata di quel presunto nucleo (su quest’argomento ho scritto saggi su Derrida e su Leopardi  e una ricerchina su diritto e morale- che non sono ancora pubblicati).

Insomma, caro Giorgio, per frammenti, ho cercato di dirti il perché del mio ringraziamento. Ti chiedo scusa per il tempo che ti ho rubato, ma spero che quanto ho finora espresso possa stimolare la tua curiosità e magari  farti chiedere: “ma Simone Carunchio, come avrà risolto i problemi che abbiamo in comune?”

Se ti va, mi propongo di inviarti una selezione (breve – lo so che il tempo è poco e tiranno) dei miei scritti poetici in cui tento di risolvere diversamente che con il frammento (una Poesia è già un frammento e non mi pare che ci sia la necessità di frammentarla ancora di più – se no scriveremmo romanzi) il problema della rappresentazione senza l’ “io”. Anche io sono per una poesia di ragionamento. (Anche se qualche primevo e forse non riuscito esercizio in tal senso lo ritrovi anche nei libri  che ho pubblicato a nome di Enomis che dovresti già avere).

Anzi, ti confesso, che proprio il Movimento mi ha fornito lo spunto per riorganizzare la mia opera secondo questo filo conduttore. Filo che da sempre, da quando ho cominciato a poetare mi ha accompagnato e che senza di voi non avrei così chiaramente dipanato.

A presto,

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6 commenti

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6 risposte a “Lettera di un giovane poeta, Simone Carunchio (pseud. Enomis) a Giorgio Linguaglossa e alla Redazione della Rivista a proposito della Nuova Ontologia Estetica

  1. Bene, attendiamo con ansia. Se non altro per capire in cosa si differenzia il suo ragionamento da quello di Claudio Borghi.

    • Apprezzo il fatto che qualcuno,specialmente se è giovane, si ponga tanti quesiti, e attenda una risposta che li riempia.La Sibilla non dava risposte dirette, scriveva sulle foglie, e poi le mandava in balia del vento; perchè spesso la risposta è già nella domanda; il tuo “doman
      dare” è esso stesso una risposta, perchè porta il segno dell’ansia di conoscere e di capire: il modo migliore per avviarsi, senza fretta,sul cammino arduo della conoscenza.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/05/lettera-di-un-giovane-poeta-simone-carunchio-pseud-enomis-a-giorgio-linguaglossa-e-alla-redazione-della-rivista-a-proposito-della-nuova-ontologia-estetica/comment-page-1/#comment-20691
    La poesia europea è cambiata nel 1954, anno di pubblicazione della raccolta 17 poesie di Tomas Tranströmer, solo che per leggere le prime poesie del poeta svedese abbiamo dovuto aspettare il 1992 quando è apparsa in Italia una Antologia “Poeti svedesi contemporanei” (edizioni Bi.Bo) a cura di Enrico Tiozzo che comprendeva alcune poesie di Tranströmer. Purtroppo in Italia la cappa di conformismo vigente non ha consentito alcun approfondimento della problematica estetica, fatto sta che la poesia italiana è rimasta chiusa nel suo dibattito pronvinciale… e siamo arrivati alla NOE, ai giorni nostri…

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/05/lettera-di-un-giovane-poeta-simone-carunchio-pseud-enomis-a-giorgio-linguaglossa-e-alla-redazione-della-rivista-a-proposito-della-nuova-ontologia-estetica/comment-page-1/#comment-20694 SULLA QUESTIONE DI UNA ESTETICA ONTOLOGICA SECONDO IL PENSIERO DI GIANNI VATTIMO, RIPORTO UN BRANO DI UNO SCRITTO DI MARCELLO LO BELLO:

    5.Poesia e ontologia

    Siamo così finalmente giunti al capo di tutte le questioni: che cosa hanno che fare poesia e ontologia? Per porre ontologicamente il problema dell’arte e della poesia, sostiene Vattimo, bisogna “sviluppare un discorso che non dimentichi quella che Heidegger ha chiamato la differenza ontologica, ma anzi assuma tale differenza a proprio tema centrale” (p.9). Differenza ontologica è il rapporto che separa l’essere e gli enti: Vattimo individua due caratteri di tale differenza, l’uno negativo e l’altro positivo, sintetizzabili così: l’essere non è l’ente e l’essere è solo l’essere dell’ente.
    L’essere non è l’ente, perché fornendo l’orizzonte entro cui gli enti vengono ad essere, si dà e si cela ad un tempo: è questa l’epocalità dell’essere, il suo sospendersi per lasciar essere gli enti. L’essere, ciò per cui gli enti sono, non va mai confuso con gli enti stessi, la loro somma o il massimo ente tra di essi. Tale carattere negativo del rapporto essere-ente fa sì che qualsiasi indagine determinata sulla struttura degli enti non possa dire nulla dell’essere. Ma esiste anche un lato positivo del rapporto: il celarsi o sospendersi dell’essere “non è certo concepibile come un essere-presente in qualche luogo che non sia il mondo dell’ente, come se davvero l’essere fosse qualcosa o qualcuno che c’è, in qualche luogo, ma che si nasconde” (p.21); possiamo quindi affermare che l’essere è la sua epoché, è “l’illuminazione dell’ambito entro cui gli enti appaiono”(p.23): la forza illuminante dell’essere è solo nel mondo degli enti, l’essere è solo essere dell’ente.

    Dall’accentuazione dell’aspetto positivo della differenza ontologica possono venire, secondo Vattimo, numerose indicazioni per caratterizzare una estetica come ontologica. Se l’essere non è “una struttura tutta realizzata, facente da supporto, da sostanza, agli enti” (p.22), la ricerca filosofica dell’essere consisterà nell’individuazione “dei modi di accadere attualmente degli enti nell’orizzonte dell’essere”. E analogamente la ricerca estetica consisterà nel descrivere i modi di accadere attuali del fenomeno estetico. L’estetica ontologica non sarà quindi una posizione che si sostituisce a quelle delle estetiche della tradizione filosofica, e neppure che tenta, hegelianamente, di dialettizzarle nel tutto dello sviluppo storico. Non si tratta di accedere all’essenza del fenomeno artistico ed estetico al di là dei suoi modi concreti di accadere e neppure di cogliere olisticamente la totalità di questi modi di accadere. L’essenza che l’estetica di Vattimo cerca ha carattere eventuale, nel senso di una perenne rideterminazione della sua struttura: è sufficiente descrivere tutto ciò che ha che fare con l’arte, teorizzazioni estetiche, ma anche poetiche, manifesti, singole riflessioni su singole opere, come rappresentative dell’essenza dell’arte, nella consapevolezza che essa non è nulla al di fuori delle sue incarnazioni accadute. In questo senso si può fare estetica non solo in sede di riflessione filosofica, ma anche in altri ambiti, poiché tutti illuminano l’essenza dell’arte: pretendere che l’estetica sia solo filosofica è pretendere che l’essere e il sapere abbiano una struttura gerarchizzata, definitiva, sistematica; l’essere è invece stratificazione di esperienze e di modi, tra i quali sta anche, ma tra gli altri, la riflessione filosofica estetica.

    Fin qui si è fatta valere l’esigenza di considerare l’arte come evento la cui essenza non è restituita da una singola posizione, ma da ogni posizione, filosofica e non. Questa esigenza deve però accompagnarsi alla consapevolezza dell’apertura all’essere di ogni riflessione estetica: si tratta di mostrare che a tutti i livelli della descrizione l’essere si fa presente, e questo è il carattere eventuale ed epocale dell’essere.

  4. La muraglia poetica del Novecento si è appisolata sul sofà del lirismo e dell’elegia, perché così faceva comodo alle Case Editrici, ai poeti e ai critici. Un esempio ne è la Letteratura Italiana Otto-Novecento, di Gianfranco Contini,- Sansoni, 1974, che tralascia l’Avanguardia di Giuliani e Sanguineti, mettendo fine alla sua Antologia con la linea lombarda e recuperando a stento Pier Paolo Pasolini. E’ evidente che ogni antologista traccia le geografie poetiche secondo i propri gusti e la propria sensibilità, omettendo e recuperando nomi illustri o poco conosciuti. Ma non sempre questo metodo ha fatto da guida alle future antologie degli anni 80 e di fine secolo. Dice Mario Lunetta nella sua “Poesia Italiana oggi”- Newton Compton, 1981, a distanza di sette anni da quella di Contini, che” nessun antologista è onnisciente. Pur aspirando ad esserlo, nessun antologista è ubiquo”. Certamente chi redige una antologia sa benissimo che la sua Opera è il riflesso del proprio gusto poetico e critico che non può totalizzare tutti gli eventi sopravvenuti alla data della formulazione dell’antologia. Ma se questo può sembrare un alibi accettabile, non lo è se si omettono le proposte alternative, rispetto alla comune prassi linguistica. Ciò che importa è non trascurare le piattaforme poetiche e stilistiche che si vengono a formalizzare, accantonando qualsiasi pregiudiziale che non aiuta a documentare una realtà diversa da quella acquisita o già omologata. In realtà il territorio di indagine su cui esplorare non è facile, se non vi è un buon return critico e pubblicitario che dia ampio spazio e informazione.Dovrebbe essere sempre una scelta relazionante su forma e espressione, al fine di surrogare tempi poetici afonizzati e senza via di uscita. La caduta di tensione poetica e culturale del nostro Paese e i danni provocati dalla Crisi, hanno allontanato buona parte della platea dei lettori che al tempo delle Giubbe Rosse del Caffè fiorentino erano sempre in soprannumero. Oggi se ne contano poco meno di una ventina di buoni ascoltatori, anche se si nota un risorgimento dei laboratori di poesia che su Facebook appaiono giorno dopo giorno.Il fenomeno dell’Assoluto in poesia non esiste. Sono evidenti, invece, le nuove start-up poetiche come la NOE, in qualità di nuovo lavoro inventivo, specificamente osmotico con il frammento, che è una delle vie più difficili da percorrere, in quanto deve armonizzarsi con il tessuto globale e strutturale della poesia. Direi che fare questo tipo di discorso non è facile.Si tratta di un nuovo intermezzo linguistico che apre significativi squarci di orizzonti e di spazio – tempo pregressi e contemporanei. Nessuno ipotizza un effetto di massa di questo nuovo trasloco formale e psicoestetico. Si vuole solo uscire da un “misticismo” di versi non più assoggettabile ad una vecchia identità trasfusa di spiritualismo tout court, che mette un freno ad ogni rinnovamento, tra l’altro necessario e urgente, quando i tempi non possono ulteriormente passare come fantasmi. Ciò, -scrive Lunetta nella sua antologia- vuol dire anche, ma non da ultimo, optare per la professionalità (che non è puro e semplice professionismo), realizzando il massimo del rigore; operando insomma, per (e con ) una letteratura di poesia che contenga sempre al suo interno polisenso la consapevole teoria critica del proprio prodursi.

  5. Simone Carunchio

    Effettivamente non è semplice darsi all’avventura dell’esplorare, soprattutto quando la professionalità sembra tarpare le ali della fantasia impulsiva che pare quasi il modo di produrre arte e poesia che l’ultima tradizione (in particolare anglofona, ritengo), soprattutto musicale, ci ha tramandato dal secolo passato.
    Inoltre l’esplorazione mi sembra che crei un velo di barriera con un ipotetico fruitore/lettore preso alla sprovvista da una novità che non si lascia inquadrare in schemi tradizionali. Una vera sfida!
    Soprattutto qualora il poeta o l’artista voglia tentare di esplorare quella differenza tra essere ed enti di cui sopra, avendo la consapevolezza che è proprio attraverso alcuni enti che la si esplora. Sembra così di assistere a un movimento che si ripiega su se stesso (come a dire “un passo avanti e due indietro e sempre, però, avanza”).
    Spesso mi chiedo la questione dello stile dove innestarla in questo discorso; e a volte mi rispondo che, forse, il manifestarsi della differenza si possa concretizzare, tra l’altro, proprio nello stile. Ed ecco che si riaffaccia la professionalità.
    Ma quando penso la professionalità e lo stile (soprattutto calati in una società mercantilista e capitalista e concorrenziale), difficilmente riesco a raffigurarmi quel tramonto dell’ “io” che talvolta oltre a teorizzare sono anche riuscito, credo, a realizzare – forse per provare a trasmetterne la sensazione e l’emozione (con sacrificio di stile?), ma anche per motivi etici.

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