Alberto Tommasi POESIE INEDITE – Epitaffio per la morte delle nuvole, Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e un Appunto di Gino Rago: Verso un nuovo paradigma poetico 

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l’illusione è la realtà che si guarda allo specchio

Alberto Tommasi, nato a Milano nel 1957, ha studiato all’Università di Pisa ed insegna materie letterarie, latino e greco nella provincia di Bolzano. È stato lettore di italiano all’Università di Osnabrück dal 1992 al 1999. Ha scritto su Guido Piovene, cultura/civiltà italiana nelle università tedesche, C. G. Jung e Paul Celan. Ultime pubblicazioni: «L’incipit del canto VIII del Purgatorio di Dante Alighieri», in Sacco, Sergio; Tommasi, Alberto (a cura di): La nostalgia. Atti del settimo Seminario Italia-Germania-Russia Belluno, 11-13 Ottobre 2009. Belluno: Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali, 2011, pp. 129-154. «Retrospettiva sui concetti di Animus e Anima», in Studi Junghiani, vol. 20 (2014), n. 2, pp. 5-21. Ha pubblicato soltanto una poesia sulla Prima Guerra del Golfo nell’inserto «Mercurio» di Repubblica di fine gennaio 1991.

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Giorgio Linguaglossa, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

L’atmosfera inquieta e saturnina di queste composizioni, il loro spettro poematico, il loro sviluppo narrativo sono tutti elementi che situano questa poesia nel solco di quella rinascenza della narratività che oggi sembra contagiare gli esiti più maturi della poesia contemporanea. E non è un caso questa consonanza dello spettro poematico dall’andamento giambico con la riproposizione di un metro endecasillabico, esso è anche indice e spia della caduta tendenziale della forma-poesia, del suo oscuramento, della sua interna mutazione genetica verso un qualcosa d’altro che ancora non riusciamo ad intravedere. Una nuova forma-poesia in Italia è latitante da così tanti decenni ormai che se ne è persa addirittura la eco, ma Alberto Tommasi è in cammino, un cammino consapevole che un’epoca di transizione si è consumata e ne è cominciata un’altra che ancora non è riconoscibile ma è ben visibile; c’è in questi testi una costante stilistica erede degli antichi parametri di riferimento (tra Lucio Piccolo e Lorenzo Calogero) ormai perenti ed obsoleti vista la rinascenza di quella narratività di cui dicevamo, ed è anche rinvenibile, a mio avviso, una qualche problematicità ad individuare una direzione di ricerca.

E certo, «Epitaffio per la morte delle nuvole» è uno splendido titolo di una raccolta a venire ed è un verso eccellente. C’è in esso già tutto il nostro nihil, la nostra liquefazione la nostra frammentazione ontologica. Anche il giro frastico sembra avvolgersi in spire concentriche  e ondulatorie attorno ad un asse centrale immaginario, simile ad un buco nero che si assottigli e tenda a scomparire. Oggi che siamo in piena disseminazione delle forme estetiche e liquefazione del verso, la poesia di Alberto Tommasi tende ad assottigliare le proprie differenze rispetto alla poesia di matrice post-simbolistica di un Lucio Piccolo, ma non per sua negligenza o per incuria quanto perché la poesia italiana di oggi si trova dinanzi ad un bivio, o proseguire lungo il pendio elegiaco irriflesso (o riflesso) con inserimento di correttori prosastici come fa la stragrande maggioranza dei poeti «colti», o procedere verso una elegia ripropositiva, magari mascherata e vestita a festa per renderla presentabile.

Ed è proprio qui, in questo punto che Alberto Tommasi, poeta dotato e colto, viene in contatto con la piattaforma della nuova ontologia estetica, e tale contatto non potrà che rendergli un positivo servizio di approvvigionamento verso un nuovo orizzonte degli eventi poetici, credo. È qui che si è aperto per la poesia italiana di oggi un nuovo panorama, un nuovo orizzonte da cui Alberto Tommasi saprà scegliere ciò che gli è più congeniale.

Mi scrive Alberto dopo aver letto una mia poesia della NOE, “Io Zosimo”: «dovrò correggere “glossorgico” in “glossargico”, cioè non ‘colui che si addormenta sulle parole’, bensì ‘colui che va in letargo alla loro ombra, per poi risorgere alla fine dell’inverno’». Io mi sento di replicare così: stiamo tutti in una comune condizione glossargica, stiamo ogni giorno immersi in mezzo a migliaia di emittenti linguistiche ed iconiche di un mondo in stato di frammenti glossargici e peristaltici.

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Gino Rago, Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Scrive Gino Rago:

Verso un nuovo paradigma poetico

La Introduzione di Giorgio Linguaglossa [alla Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo] non lascia margini ad ulteriori dubbi: si è chiusa in modo definitivo la stagione del post-sperimentalismo novecentesco, si sono esaurite le proposte di mini canoni e di mini progetti lanciati da sponde poetiche le più diverse ma per motivi, diciamo, elettoralistici e auto pubblicitari, si sono esaurite la questione e la stagione dei «linguaggi poetici», anche di quelli finiti nel buco dell’ozono del nulla; la poesia italiana sembra essere arrivata ad un punto di gassosità e di rarefazione ultime dalle quali non sembra esservi più ritorno. Questo è il panorama se guardiamo alle pubblicazioni delle collane a diffusione nazionale, come eufemisticamente si diceva una volta nel lontano Novecento. Se invece gettiamo uno sguardo retrospettivo libero da pregiudizi sul contemporaneo al di fuori delle proposte editoriali maggioritarie, ci accorgiamo di una grande vivacità della poesia contemporanea. È questo l’aspetto più importante, credo, del rilevamento del “polso” della poesia contemporanea. Restano sul terreno  voci poetiche totalmente dissimili ma tutte portatrici di linee di ricerca originali e innovative.

Molte delle voci di poesia antologizzate vibrano, con rara consapevolezza dei propri strumenti linguistici, in quell’area denominata L’Epoca della stagnazione estetica e spirituale, che non significa riduttivamente stagnazione della poesia ma auto consapevolezza da parte dei poeti più intelligenti della necessità di intraprendere strade nuove di indagine poetica riallacciandosi alle poetiche del modernismo europeo per una «forma-poesia» sufficientemente ampia che sappia farsi portavoce delle nuove esigenze espressive della nostra epoca.

Innanzitutto, il decano della nuova poesia è espressamente indicato nella persona di Alfredo de Palchi, il poeta che con Sessioni con l’analista del 1967, inaugura una poesia frammentata e proto sperimentale, una linea che, purtroppo, rimarrà priva di sviluppo nella poesia italiana del tardo Novecento ma che è bene, in questa sede, rimarcare per riallacciare un discorso interrotto. Un percorso che riprenderà Maria Rosaria Madonna con il suo libro del 1992, Stige, forse il discorso più frammentato del Novecento, dove il «frammento è l’intervento della morte dell’opera. Col distruggere l’opera, la morte ne elimina la macchia dell’apparenza».1] Un discorso sul «frammento» in poesia ci porterebbe lontano ma ci aiuterebbe a collocare certe opere del Novecento, come quella citata di de Palchi con l’altra di Maria Rosaria Madonna.
In un certo senso, questa Antologia vuole riallacciare un «discorso interrotto», collegare le «membra disiecta», capire le ragioni che lo hanno «interrotto» per ripartire con maggiore consapevolezza da un nuovo discorso critico della poesia del secondo Novecento. Forse adesso i tempi sono maturi per rimettere al centro della poesia italiana del secondo Novecento poeti come Alfredo de Palchi, Angelo Maria Ripellino ed Helle Busacca, ma anche Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher ingiustamente dimenticati. Ne uscirebbe una nuova mappa della poesia italiana.

1] T.W. Adorno Teoria estetica,  Einaudi, 1970

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Alberto Tommasi, ott. 2014

Alberto Tommasi

Epitaffio per la morte delle nuvole

(Io) mi nutro d’un tempo non umano
taglio vetri in fiumi senza rive
qui non è dato levare
tele d’angoli male esistiti.
Hölderlin non più s’avvolge in spire
di quest’unico cielo tra colline –
da quando il maschio (non il padre)
cacciò le vacche (bandì le figure)
dall’azzurro x N all’infinito.
Sicché spento il dolore del ritorno
le perifrasi crollano dei cieli.
Astratta sempre lacca di cobalto
e mai nessuno visita la tomba.

Accoglimi, guardiano delle giare.

Da custodire ti fingo
con secchi fiori un giardino
nel quale l’erba intorno ascolta
l’invecchiare di ruvide piscine.
Tramonti gialli e brevi ti crescono
di là dal muro del giardino.
Qualcuno a casa ti attende.

.

Villa con parco

Luce d’oriente versano le nubi
sulla piana rosseggiano i canali.
Su per il colle si snodano i viali
sparsa la ghiaia non ebbero meta
se non svanire in un orlo di parco.

Sotto il roseto l’anima inesperta
troverà le radici o ciò che impetra?
E perché cerca sempre un quieto parco?

In cima al colle non persona viva
nella fontana si specchia la casa
umano sguardo giunge alla terrazza
ma il vento rovesciando l’erba
del pendio in argentei fiumi
lo riconduce alla casa di Tarkovskij.

.

La buona amministrazione

Velleità di levare stucchi falsi
dalla facciata, d’età posteriore.
Riparare grondaia per udirne
il suono mentre l’acqua scorre.
Asciugarsi al calore della stufa
se l’Es tardi rientra per essersi
smarrito in the chambers of the sea.
La muffa ch’è sui muri – tollerarla
smentire il Super-io che vorrebbe
rifare di cristallo le pareti
(lo sguardo puro universale
s’appoggia al vetro dell’acquario
con un respiro che l’appanna).

Se in lampi si frantuma il Minus-io
silenziare il frastuono dei lamenti.

.

A Silvia Ronchey

Da tempo hai scoperchiato la tomba
dell’istante chiamata trascendenza.
Concentralquanto nei cerchi
consapevoli – Storia, La Natura,
il consenso dei critici e dei medici
e il vasto chiacchierio detto cultura –
sei un po’ fuori, come riconosci,
dal perno ch’è verborgen nel tuo corpo.
Completa dunque l’immanenza
se accetti d’essere felice. Sempre
ti stai nell’io dialogico-pensato
codesta è non erranza personale –
il cui superamento è salutare?

.

Satira sulla traduzione
a Maurizio Bettini

Come nei boschi volano le foglie
quando l’anno s’inarca alla sua fine
e spuntano di nuovo a primavera
sopra rami durevoli e nodosi,
sì mutan le parole di una lingua
naturale per avvicendamento
di tempi stili popoli e costumi.
Scendono inverni e cadono mortali,
tornano fronde e nascon nuovi nomi
rari antichi domestici stranieri.
Così Orazio con Dante rinarrato.

“Fronda” nei Veda è atto di parola
manifestasi quel ch’esce di suono
e quel che dalla terra fuoriesce.
All’irrequieto mondo ben somiglia
il morire e risorger dei lessemi.
Diconsi “alberi” interne architetture
del pensiero in culture lingue testi
verità supponendo non verbali
ma cortesi a salire in tali vesti.
Il “ramo” è progressivo svilupparsi
del senso per colui che va leggendo
oppure identità quale rimane
del testo nella mente se ha percorso
più veloce le righe in diagonale
e ripensa al tracciato del discorso.

Tradurre è dir concetto in altro suono
ma per specchiarsi dev’essere irreale
altrimenti l’ammazza il finto sosia.
Quando un testo rinasce in altra lingua
secondo la metafora di Dante
restano i rami senso-sostanziali
s’avvicenda il caduco delle fronde.
In Asia un traduttore motivato
decortica parole al ramo inglese
per su cucirvi i panni destinati
arabo turco bengali cinese.
Qualche sarto fa anche agricoltura.
Harry Potter ritratto da una copia
diversa da quella originale
passa per una fra le tante
buone interpretazioni.

In testi estremamente elaborati
le stesse foglie spostano loquaci
secondo che s’osservi il loro ramo
non rinasce il concento in altra lingua
ma puoi renderne conto in un commento.
Il lignum che nel leggere è raccolto
cresce complesso come partitura
di più legni e strumenti musicali.
Se alterata è dei classici la voce,
primigenia restauri l’armonia
del co-mondo che cova a noi alieno.
Sai distinguer la prosa da poesia
narratore versatile Maurizio
quando i senso-ritorni fan vibrarle
nel tipo cotto di polifonia?
Benevolo maestro in darmi essemplo
concedi la licenza menippea
al rilasciarsi in modo lucianeo
d’un verso adynaton d’Orazio.

Nell’Ars poetica pesano ancora
modelli greci perduti, ma il poeta
delle Epistole impresse a quei precetti
nuovo inizio e lo stile che dà gloria …
da Limbo a Storia risalisse Orazio
un verso taciturno aggiungerebbe:
«come il lauro d’Apollo … vòlto in marmo».
E il verso si ripensa con un’eco:
«come il lauro d’Apollo vòlto in marmo!».
Fogliame tal che ne’ tedeschi rami
sarebbe da tradurre in nove versi:
Wie Daphne in Lorbeerbaum verwandelt,
wie Apoll und Daphne in Verse übertragen,
wie diese wiederum in Marmor abgebildet.
Da jedoch dünne Marmorblätter
heute schöner wirken als die Verse,
will Horaz mit der ‚Apoll und Daphne’
seinen Ruhm, verblasst, vergleichen,
will sich barock genossen wissen,
auf dass die Schüler ihn doch noch verständen!

Commento al v. 7. “Sublimai in nobili forme l’istinto sessuale, come poi fecero Ovidio, Petrarca e Bernini”. Se nel racconto in versi di Ovidio lo stupro della fanciulla Dafne è impedito dalla metamorfosi in alloro, nella storia culturale europea questo mito si andò evolvendo nel senso del negare tutta quanta la sessualità. Il Canzoniere di Petrarca ne fa dura traslazione dell’amore in poesia e Bernini rese il mito visibile nel gruppo scultoreo «Apollo e Dafne», in cui fermò il movimento e idealizzò la bellezza. Commento al v. 9: “Vorrei per i miei carmi la stessa gloria di cui godette e gode quella scultura marmorea”. C’è qualcosa di lucido in questa invidia per Bernini, si pensi che la fortuna di Orazio lirico culmina in Francia e Italia proprio in età barocca e che le grandi opere d’arte del passato riscuotono ancora oggi successo, mentre gli scrittori più raffinati sono divenuti inaccessibili agli scolari per diffusa incompetenza testuale.

Rinarrando per secoli imitati
sono i classici fronde sempreverdi
di cui non si sa cosa, foglie o rami,
imparando si deve trasformare.
Versione letterale non sa cavar
succo da foglie di bronzo, gustoso
è fonder rami d’oro in esegesi.
Polisemia emancipa il pensiero
di colui che l’esprime nel commento.
Dei classici al liceo buon maestro
s’immagina l’intender dell’alunno
che sancisce il mistero di quei testi
in nostra gadgets-lingua postmoderna.
Tutto quello che sorge dalla terra
erba spighe cespugli alberi fiori
rispunta cresce muore e si rinnova
conforme al tempo ciclico del cosmo.
Dal mondo vegetale poté l’Uomo
ricavare metafore di vita
alternative all’essere caduco
senza ritorno come gli animali.

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la clessidra, il tempo, lo spazio

Note ai testi

Epitaffio per la morte delle nuvole: scritto in risposta all’articolo di Giorgio Linguaglossa del 14 aprile 2017 in L’Ombra delle parole Rivista Letteraria Internazionale https://lombradelleparole. wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/ Prima lontana versione del 1979. L’autore ringrazia Carlo Suani per l’attenta analisi di una variante del marzo 2017. Al v. 6 colline del cielo: cfr. F. Hölderlin, Mnemosyne v. 5 «den Hügeln des Himmels».

Villa con parco: febbraio 1980/2016.

La buona amministrazione: 1995/2017. Al v. 7 è citata la chiusa di The Love Song of J. Alfred Prufrock di T. S. Eliot. Ai vv. 11-13 cfr. Ossip Mandelstam, Man gab mir einen Körper, 7-12, in Hufeisenfinder, Leipzig 1987. Se la metafora del fiato sul vetro è del russo Mandel’štam, il motivo della stanza di vetro inondata, una specie di acquario, ricorre nei surrealisti rumeni del gruppo Critica mizeriei, che Celan frequentò a Bukarest negli anni 1946-47. Dalle finestre della casa-psiche di Gellu Naum, Paul Păun, Virgil Teodorescu e Paul Celan entra il diluvio e fa annegare l’io, ma essendo le pareti trasparenti si può assistere da fuori al “naufragio”. Cfr. Wiedemann-Wolf, Barbara: Antschel Paul – Paul Celan Studien zum Frühwerk, Tübingen: Max Niemeyer, 1985, pp. 131-135.

A Silvia Ronchey: 1997/2017.

Satira sulla traduzione (2015-17). Dedicata al filologo e antropologo del mondo antico Maurizio Bettini, che compie settant’anni nel giugno 2017. S’intenda «satira» come genere letterario oraziano, ma cfr. IV, vv. 17 sg. La prima strofa è una parafrasi di Orazio, Ars poetica 60-62 e 70-72, contaminato con Dante, Par. XXVI, 130-138. Al v. 8 cfr. Ars 63. Al v. 11 cfr. M. Bettini, Vertere un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Torino: Einaudi, 2012, p. 33.

Seconda strofa, ai vv. 1-5: nella cultura orale/aurale dei primi quattro Veda le fronde sono atti di parola udibile, versi recitati o cantati: cfr. Bhagavadgita XV, 1. Nella cultura europea attuale le foglie sono singole unità dell’enunciato scritto visibile. Sulla indistinzione lessicale tra parole e mot nella civiltà greco-latina, cfr. Bettini, Vertere, p. 85. Ai vv. 6-8 cfr. i significati traslati del “legno” della Croce nella letteratura cristiana. Ai vv. 11-14 vd. l’uso del simbolo dell’albero nella grammatica generativa fondata da Noam Chomsky. Ai vv. 17-18 cfr. Bettini, Vertere, pp. 44-49 e 86-87.

Quarta strofa, vv. 1-2: i best-seller narrativi sono traducibili abbastanza letteralmente se le lingue in gioco sono affini e se in essi prevale una referenza extratestuale. Invece è molto difficile da tradurre la connotazione della poesia, la risonanza co- ed intertestuale dei testi letterari ad alto livello di elaborazione stilistica. Tuttavia, come ha affermato Samir Thabet nel recente convegno della Thomas Bernhard Gesellschaft di Vienna, la traducibilità d’un fenomeno è inversamente proporzionale al suo ordine di grandezza: la singola parola (o sintagma) può risultare intraducibile, facile invece riprodurre in altra lingua un dato strutturale del testo. Ai vv. 3-5: cfr. Bettini, Voci antropologia sonora del mondo antico, Torino 2008, capp. II, IV e VII. Al v. 6: secondo lo Scaligero il lat. lignum deriva dal verbo legere ‘raccogliere’ e significa etimologicamente «rami secchi, che si raccolgono per abbruciare» (cfr. http://www.etimo.it). Dall’idea del ‘percorrere raccogliendo’ nasce il senso secondario del lat. legere: ‘leggere’. Ai vv. 7-8: la fruizione dei testi ad alta letterarietà è simile alla lettura di una partitura: la significazione complessa della poesia richiede la compresenza mobile di molti operatori, il cui insieme si forma pian piano nella mente del lettore, perché i numerosi elementi impliciti vanno richiamati con lo studio e anzitutto con la ricerca delle fonti. Sarebbe vano tentar di riprodurre in una semplice traduzione l’effetto complessivo dei vari operatori che contribuiscono al significato di un testo letterario. Infatti il testo nella lingua d’arrivo sarà sempre solo melodia senza accompagnamento. Fornire la successione ordinata degli elementi armonici spetta ad un commento. In generale i testi classici, ricchi di arte allusiva, quali nudi testi senza commento, vanno considerati melodie falsificabili, orfane di armonia. Per una loro adeguata fruizione serve un commento, che almeno illustri il contesto letterario e storico. (All’ideazione del paragone ha collaborato il citato Samir Thabet, che è anche musicista). Ai vv. 9-11: la scuola di antropologia storica, risalente a J-P. Vernant e C. Lévi-Strauss, di cui il dedicatario è autore di seconda generazione, opera con nuovi metodi da 52 anni – nel 1964 Vernant fondò il centro Gernet – per ricostruire il contesto culturale originario dei testi classici greci e latini. Al v. 13: versatile in quanto filologo, antropologo, narratore, musicista e serendipico maestro di percorsi universitari (Pisa, 1976-80). Al v. 17: licenza di mescolare poesia e prosa e di usare il bilinguismo italo-tedesco (l’autore vive in Alto Adige), come il latino e il greco convivono nel genere latino della satira menippea. Cfr. Bettini, Del tradurre, Antenore 2011. Al v. 18: Luciano di Samostata compose alcuni dei suoi dialoghi a partire da un solo verso di Omero, analogamente qui la traduzione d’un singolo verso è occasione per mettere in scena il personaggio di Orazio frustrato.

Quinta strofa, al v. 1 «pesano» cfr. Vertere, pp. 98-104. Al v. 3 «impresse» cfr. Ars poetica 59. Il v. 7 fu ispirato dal richiamo iconografico sulla copertina della cit. edizione di Vertere. Il mito di Apollo e Dafne è utile per ricostruire il paradigma metaforico di Orazio, Ars, 60-62. Verso 11: cfr. Ovidio, Metam. I, 539-552, al cui racconto s’attiene lo scultore Bernini; il distico latino sul cartiglio alla base della statua allude al Canzoniere di Petrarca. La versione tedesca dei vv. 10-18 è di Annamaria e Jakob Engl e Dorothea Tommasi, che qui l’autore ringrazia sentitamente. Retroversione in italiano: come Dafne trasformata in arbusto d’alloro, come il mito di Apollo e Dafne interpretato in versi, come questi ultimi a loro volta raffigurati nel marmo; tuttavia, poiché oggi quelle sottili foglie di marmo risultano più belle dei versi, Orazio vuole paragonare la propria fama, ormai impallidita, con il gruppo scultoreo ‘Apollo e Dafne’, vuole sentirsi fruito con sensibilità barocca, affinché gli studenti riescano ancora a comprenderlo!

Sesta strofa, al v. 7 della strofa V: cfr. Valerio Giovanelli, Il mito di Apollo e Dafne e la tradizione esegetica delle moralizzazioni di Ovidio nel Canzoniere di Petrarca, in Carte Italiane vol. 2 (2007), 2-3, pp. 23-34. Sul mito di Apollo e Dafne nel Canzoniere, collegato al senhal Laura, cfr. bibliografia in Carlo Vecce, Francesco Petrarca, in Il mito nella letteratura italiana, vol. 1: Dal Medioevo al Rinascimento, Brescia 2005, pp. 212 sg. n. 67. Bettini s’è occupato di Petrarca e la storia dell’arte ne Il ritratto dell’amante (Torino, rist. 2008). Al v. 9 della strofa V: sul confronto topico tra parola e marmo, cfr. almeno Orazio, Odi III, 30, 1-2 e Petrarca, Rime, 104, 8.

Settima strofa: i classicisti italiani più conservatori hanno attaccato il dedicatario supponendo che suggerisse di abolire la pratica della traduzione a scuola. In «Quelle inutili anzi dannose traduzioni greche e latine» [titolo fuorviante], la Repubblica, 5 marzo 2015, Bettini menziona proposte elaborate negli ultimi decenni da gruppi di lavoro di insegnanti, volte a migliorare o integrare la prova finale di maturità, attualmente una nuda versione dal latino o dal greco. Tale formato penalizza gli alunni del classico rispetto ad altri indirizzi e frustra ogni eventuale impegno precedente ad insegnare l’aspetto culturale dei testi studiati. Ai vv. 5-7: cfr. Vertere, p. 113. Ai vv. 14-21: sulla linearità / ciclicità del tempo, che sono «rappresentazioni primarie in ogni società», cfr. Carmela Pignato in Dizionario di antropologia, a cura di U. Fabietti e F. Remotti, Bologna 1997, p. 744, s. v. Tempo.

14 commenti

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14 risposte a “Alberto Tommasi POESIE INEDITE – Epitaffio per la morte delle nuvole, Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e un Appunto di Gino Rago: Verso un nuovo paradigma poetico 

  1. Apprezzo molto, in Alberto Tommasi, la conoscenza profonda del mondo classico, della lingua classica con cui quel mondo si espresse.La “gadgets lingua ” postmoderna ha un suo fascino, che ,forse, col tempo impareremo ad apprezzare,come espressione della nostra epoca di transizione: che, col tempo, diventerà anche essa”passato”,cioè testimonianza,uno dei tanti tasselli che compongono il mosaico della civiltà.

  2. Cara, Anna, questo tuo commento mi risolleva. Me e tutti quei che s’arrovellano con la lingua del loro tempo. Ma Tommasi viene incontro, si capisce che i libri l’han reso gentile, forse anche più di quanto natura l’abbia predisposto fin da subito; l’effetto positivo che la buona lettura ha su di me è sempre istantaneo, come vedere la statua di Apollo e Dafne del Bernini (in versi). Dunque mi son piaciuti i tanti libri, anche se non detti come cose (carta paglierina e austere copertine, come potrei fare io che sono un somaro) ma non sarebbe stato necessario perché si vedono dappertutto in queste poesie, intrecciati come sono “con secchi fiori”,”l’erba intorno”,”argentei fiumi”, rami e foglie. Del resto vien detto in partenza che:
    “(Io) mi nutro d’un tempo non umano”.
    Grande, Alberto Tommasi. Grazie davvero.

  3. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20527
    Ci sono rime in questo mondo. 
    Disgiungile, e il mondo trema. 
    Eri un uomo cieco, Omero. 
    La notte sedeva sulle tue sopracciglia. 
    La notte, il manto del tuo cantore. 
    La notte, sui tuoi occhi, come una persiana. 
    Un uomo vedente non avrebbe forse unito 
    Achille a Elena? 
    Elena. Achille. 
    Datemi il nome di una coppia meglio assortita. 
    Perché, a dispetto del caos, 
    il mondo fiorisce sulle armonie. 
    Eppure, disgiunto (in armonia 
    con la sua essenza) cerca vendetta 
    nell’infedeltà coniugale 
    e nell’incendio di Troia. 
    Eri un uomo cieco, aedo. 
    Hai gettato via la fortuna come fosse un rifiuto. 
    Quelle rime sono state composte in quel 
    mondo, e non appena le dividi, 
    questo mondo crolla. Chi ha bisogno 
    di armonia? Invecchia, Elena! 
    Il miglior guerriero degli Achei! 
    La dolce bellezza di Sparta! 
    Niente se non il mormorio 
    del mirto, il sogno di una lira: 
    “Elena. Achille. 
    La coppia tenuta separata.”  
    Marina Cvetaeva

    da The Pair (Elena, Achille. La coppia tenuta separata)
    Trad. Bianca Sorrentina

    E’ una poesia di Marina Cvetaeva del 1924. In quegli stessi anni quale poesia veniva fatta in Italia, imperversando la triade rondista
    Bacchelli – Baldini – Cardarelli?

  4. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20528Marina Cvetaeva fa ricorso al mito classico per mettere un punto a una questione che riguarda la sua vita privata.
    Questa sua poesia si configura infatti come una risposta a Boris Pasternak, con il quale la scrittrice intratteneva da tempo un carteggio: il rapporto platonico, seppur appassionato, che intercorreva tra i due avrebbe forse potuto risolversi in un sentimento reale, ma con queste parole la donna comunica la sua irrevocabile decisione e la presa di coscienza dell’impossibilità di essere amanti.
    Resta la convinzione del profondissimo legame spirituale che li unisce, una sorta di predestinazione che rende elettiva la loro affinità.
    Come Elena e Achille, essi incarnano la ‘coppia’ ideale (il titolo del ciclo di poesie in cui questa è contenuta recita infatti The Pair), ma la loro passione non sa reggere il confronto con la realtà poiché, se in un mondo fatto di parole essa è valida, in questo mondo l’armonia è destinata a sgretolarsi…
    “Elena e Achille. La coppia tenuta separata” a me segnalata dalla professoressa Rossana Levati , del Liceo Classico “Vittorio Alfieri” di
    Asti, l’ho già alla prima lettura salutata come primo esempio di ‘ metodo
    mitico per frammenti’, soprattutto dopo l’analisi dei primi 6 versi del
    componimento della Cvetaeva, cui mi sono ispirato in tutto il mio
    “Ciclo di Troia”…
    E’ utile ricordare che la poesia di Marina Cvetaeva è stata magistralmente
    commentata da Adele Baracco, alunna dello stesso Liceo di Asti, sotto
    la guida ispirata e illuminata della professoressa Levati.
    In altra occasione mi sarà grato riportare il lucido commento di questa giovane liceale ( Adele Baracco ).
    Gino Rago

     

  5. Caro Gino Rago,

    la nuova ontologia estetica è qui per questo, per rinnovare la poesia italiana che è rimasta immobile per gli ultimi 50 anni.

  6. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20531
    Caro Rago,
    la poesia che si faceva in Italia negli anni che indichi (ma anche molto più oltre) faceva letteralmente schifo. L’eccezionalità di Dino Campana è la conferma di quanto affermo da quando avevo 22 anni. Davvero i poeti italiani al confronto coi loro colleghi europei sono perdenti senza scampo. Qualche eccezione negli anni’60 e ’70 del secolo scorso. … è inutile fare l’elenco dei grandi Poeti europei dagli anni ’10 fino agli anni ’30 -’35.
    Poi la scoperta e la valutazione di alcuni poeti da parte del Linguaglossa e di rari altri critici-poeti: ben vengono questi nomi che ormai sovrastano – prima affossati da varie e sedicenti scuole – vittoriosamente…. quei tre che indica Rago non sono che più o meno l’inizio di un elenco di poeti a loro contemporanei senza storia e senza gloria alcuna – certo vi sono delle eccezioni – come sempre accade – ma pochissime….

  7. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20532
    Quanto al poeta-slavista A. M. Ripellino soltanto gli ottusi poeti e scrittori italioti negli anni ’50 -’60 – ’70 e anche oltre, anteponevano lo slavista al poeta… i due aspetti non si possono dividere affatto… la genialità di Ripellino – slavista-poeta o, come volete, poeta-slavista – dava fastidio a moltissimi poeti e scrittori conclamati e acclamati della sua epoca, e dopo la sua morte prematura a 54 anni, il fastidio è aumentato. Dico di ciò che so e non mi invento nulla e ho visto coi miei occhi e sentito con la mente quanta gelosia e invidia lo circondava (erano i soliti balordi scrittorelli e poetastri di categoria inferiore), ma vi erano – per fortuna – autori di classe superiore che ne apprezzavano le doti artistiche e intellettuali: la maggior parte autori stranieri e tanti premi Nobel! – Riguardo agli altri autori qui menzionati: Alfredo de Palchi, Helle Busacca, Maria Rosaria Madonna, Giorgia Stecher, e ne aggiungerei altri, come p.e. Annamaria De Pietro… sono felice di averli conosciuti per merito di questo blog.
    I primi tre p.e. sono così originali in tutto che primeggiano sopra i loro contemporanei.
    L’editoria maggiore ha gravissime colpe: di questo devono tenere conto i loro futuri padroni, che statene certi, non faranno altro che perpetuare le pubblicazioni di poeti mediocri, ma vendibili, ed è questo che importa di più a quella, il resto, rovesciando i valori, è spazzatura!

  8. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20533
    Ci sono rime in questo mondo.
    Disgiungile, e il mondo trema.’

    Il mondo trema e tutto ciò che resta sono il mormorio del mirto e il sogno di una lira.
    Così Elena si rivela ancora una volta imprendibile e sorprendente: non è Paride, come tutti credevano, l’amore a lui destinato, ma Achille.
    La donna più bella e l’uomo più forte: dalla loro unione quale più completa armonia si potrebbe creare?
    Un’armonia che, una volta disgiunta, ‘cerca vendetta nell’infedeltà coniugale/
    e nell’incendio di Troia.’
    La Cvetaeva sembra quindi incolpare Omero di avere tenuto lontani i due amanti e aver fatto crollare il mondo. Perché è questo che succede quando si prende la decisione di disgiungere rime destinate a stare insieme…”
    (E’ una parte del commento di
    Adele Baracco,
    III A, Liceo Classico “V,Alfieri”, Asti)
    Dagli interventi, anche brevi, ma densi di verità come questi di oggi,
    di Giorgio Linguaglossa e di Antonio Sagredo traggo sempre sostegno e arricchimenti.
    Gino Rago

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20535
    Nella poesia della Cvetaeva troviamo contemporaneamente (ed è la prima poetessa del Novecento in cui questo si rinviene) la tautologia e la peritropé, due categorie retoriche che affondano in una visione metafisica, giacché non c’è nuova ontologia estetica senza una nuova visione metafisica delle «cose»

    La nuova ontologia estetica asseconda una dialettica contraddittoria dell’incontraddittorio che trova il proprio fondamento significativo nelle categorie retoriche della peritropè («capovolgimento» o «inversione»), della sineddoche e della metafora. Ovviamente, i poeti italiani degli anni Trenta Quaranta non potevano neanche sognarsela questa categoria retorica, ma la Cvetaeva ci era giunta in forza del suo genio. Quando la Cvetaeva scrive:

    Ci sono rime in questo mondo.
    Disgiungile, e il mondo trema.
    Eri un uomo cieco, Omero.
    La notte sedeva sulle tue sopracciglia.
    La notte, il manto del tuo cantore.
    La notte, sui tuoi occhi, come una persiana.

    abbiamo addirittura la peritropé congiunta con una metafora e con un paradosso, anzi, con varie metafore e vari paradossi.
    Perdonatemi, ma se dobbiamo trovare un poeta italiano che fa impiego di peritropé e metafore e paradossi e tautologie in maniera cospicua mi vengono in mente soltanto i poeti della nuova ontologia estetica: Lucio Mayoor Tosi, Mario Gabriele, Gino Rago. Donatella Costantina Giancaspero, Letizia Leone, Antonio Sagredo… saltare sulla dinamite della metafora, della peritropé e del paradosso non è certo facile, occorre genialità e profondissima quiete… bisogna dimorare nella nuova «patria» delle parole. Certo, poi è la genialità che fa la differenza, ma io mi accontenterei di essere all’ultimo posto di coloro che ho nominato…

  10. antonio sagredo

    a Marina Cvetaeva

    il poeta

    Controllore di un Dio – morto ? – è il poeta.
    Eretico per antonomasia e Eccellenza.

    Ingoia grumi di bellezza
    e dalla bellezza è succhiato.

    Il poeta sostiene le immagini e le abbatte.
    Gioca ai confini, lui, l’esiliato!
    Ha fame di epoche, l’Intemporale!
    Tutto lo spazio gli è sottoposto.

    E il poeta che, fermo o in moto,
    possiede l’al di qua o l’al di là dei limiti,
    e confinato dal Tutto e da tutti:
    è fuori sempre e dovunque.

    È il Caos o il Caso,
    il palco o la colpa.

    La giostra dei numeri controlla.

    Disinvolto e impassibile è il Visionario
    che la parola non detta solo per uccidere!

    antonio sagredo
    Roma, 25 agosto 1990

  11. Alberto Tommasi

    cari colleghi poetae
    sono cosi’ emozionato che non riesco a trovare le parole per ringraziare del vostro interessamento. Concordo sul fatto che devo ancora trovare un metro originale che si avvicini alla maestria di Antonio Sagredo o uno stile adatto alla nostra epoca.
    Alberto Tommasi

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20592
    Forse, gentilissimo Tommasi, il linguaggio che si cerca è nel qui e ora: dimensione temporale estranea anche al tempo minimo, anche se in esso compresa e a maggior ragione compresa nell’epoca. Prova ne è la poesia di Marina Cvetaeva, magistralmente interpretata da Gino Rago e dalle sue bravissime amiche. Senza il qui e ora dell’intensa relazione affettiva della poeta con Boris Pasternak, la trattazione di Elena e Achille sarebbe un vuoto simulacro e non giungerebbe agli orecchi con quella forza. Il linguaggio contemporaneo è animato da molte voci e da infinite immagini, non si riesce a mettere più a fuoco nulla a meno che non si vada a cercare nell’infinitamente piccolo, nel breve e nell’istante. E poi comporre mosaici d’esistenza e pensiero. Senza cornice. Frammenti, tracce, anche reperti, in relazione precaria. Momentanea. Il senso tornerebbe a vivere come sempre vivono le cose che hanno mistero. Anche un sasso – quel sasso? – chiedeva Gelsomina all’amico che voleva aiutarla a sottrarsi dalle grinfie di Zampanò (La strada, il film). Quanto allo stile, per me è un optional, il plus di ogni prodotto.

  13. LA STRADA DELLA POESIA ABITA IL FRAMMENTO
    caro Alberto Tommasi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/29/alberto-tommasi-poesie-inedite-epitaffio-per-la-morte-delle-nuvole-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-e-un-appunto-di-gino-rago-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-20594
    un mio lontano zio siciliano fu spedito dal regime fascista di Mussolini nel 1941 in Francia a fare la guerra in quel paese. Dopo qualche mese lo zio scrisse una cartolina alla sua fidanzata, c’era scritto: «La guerra è finita, torno presto»..

    Poi, in realtà, lo zio non tornò più e l’anno seguente fu spedito in Russia in qualità di porta ordini motociclista. Attraversava centinaia di chilometri di steppa coperta di neve in motocicletta per portare gli ordini da un punto all’altro dell’immenso fronte russo dove erano dislocate le truppe italiane. Anche dalla Russia scrive un’altra cartolina con dei fiori e, sotto, la scritta: «Ciao Marina, ho pensato ti possano interessare».

    Sono passati 80 anni e più da quelle parole. Ormai si sono perse le tracce di quelle cartoline, le persone che le hanno scritte e le hanno ricevute sono morte, il mondo è cambiato, ci siamo dimenticati i volti delle persone di cui trattasi e sono rimaste soltanto quelle parole, quelle scritte nelle due cartoline conservate nella mia memoria.

    Ecco, volevo dire che le frasi di quelle due cartoline sono entrate, misteriosamente e miracolosamente in due mie poesie. Chi l’avrebbe potuto prevedere? Esse sono lì, disperse e anonime, sono diventate parte di un altro organismo, un organismo fatto di lettere alfabetiche. Ecco, credo che così si costruisce una poesia: con dei frammenti perduti e ripescati miracolosamente dalla memoria che tenta di restituire un senso a tutto quello che è accaduto. La poesia non ha altra funzione che questa.

  14. Mariella Colonna

    “due categorie retoriche che affondano in una visione metafisica, giacché non c’è nuova ontologia estetica senza una nuova visione metafisica delle «cose». quest’affermazione ti fa onore, Giorgio: penso che tra il nulla che abbiamo alle spalle per la caduta inevitabile della vecchia metafisica, e il potenziale “tutto” che ci apetta nel futuro che preme per investire energie nelle strutture sorgenti della Nuova Metafisica! Ho letto i commenti e li ho trovati di grande interesse. Per quanto riguarda Alberto Tommasi non posso fare a meno di ricordare e sottolineare l’importanza del suo

    Epitaffio per la morte delle nuvole

    (Io) mi nutro d’un tempo non umano
    taglio vetri in fiumi senza rive
    qui non è dato levare
    tele d’angoli male esistiti.
    Hölderlin non più s’avvolge in spire
    di quest’unico cielo tra colline –
    da quando il maschio (non il padre)
    cacciò le vacche (bandì le figure)
    dall’azzurro x N all’infinito.
    Sicché spento il dolore del ritorno
    le perifrasi crollano dei cieli.
    Astratta sempre lacca di cobalto
    e mai nessuno visita la tomba.

    Accoglimi, guardiano delle giare.

    Da custodire ti fingo
    con secchi fiori un giardino
    nel quale l’erba intorno ascolta
    l’invecchiare di ruvide piscine.
    Tramonti gialli e brevi ti crescono
    di là dal muro del giardino.
    Qualcuno a casa ti attende.

    In questi versi Tommasi realizza una forma poetica che non asseconda l’armonia ma non la tradisce, la integra nei significati e negli stilemi a quella rivoluzione espressiva che lascia intatto mil mistero a cui, analogicamente, l’autore si riferisce, indirizzando il lettore ad un’assunzione del tutto personale del signifficato. Il titolo, di grande contenuto e forza espressiva, orienta chi legge all’intuizione primordiale e primaria, asseconda l’emozione, propone senza imporre. E’ possibile dunque superare l’armonia senza ricondurla al nulla, integrando passato e futuro nel presente della parola, è possibile. Ed è quello che io sto cercando di fare, anche se il mio Maestro non mi nomina quasi mai tra i poeti maturi…emergenti. Non importa: quello che importa, per me, è raggiungere una forma poetica che arrivi alla mente e al cuore delle persone.
    A Lucio dico che il suo intervento è “lucido”, forte e coerente con il suo “essere poeta”. per il “qui ora” sono d’accordo, ma non credo che debba limitare la libertà del poeta: e così per il frammento. Per esempio la poesia di Gino Rago integra frammento e poesia “epica” in cui non appare mai un’armonia facile e neppure una semplicità mascherata da armonia infranta, ma emerge una forza espressiva che convince per il fluire vigoroso e contemporaneo di parole e immagini: si crea così un “concerto” non musicale ma semantico e profondamente organico in cui il frammento risalta con vigore, direi che esplode-implode creando un nuovo universo.
    Per non parlare…e parlare del modo di fare Nuova Poesia di Giorgio Linguaglossa che rieca a scarnificare il verso, eliminando ogni ornamento inutile e disarmonizzandolo e destrutturandolo in modo così intenso da provocare momenti di identificazione totale tra parola scritta e parola letta, cioè tra poeta e lettore della poesia. La “disarmonizzazione” nelle opere di Linguaglossa provoca uno shock espressivo, taglia la realtà il mondo a pezzi e la ricompone in una nuova realtà un mondo nuovo che si fonda su una nuova metafisica: penso alla Preghiera per un’ombra”, oppure a “Il corvo entrò dalla finestra”, dove tutta la poesia si svolge come una galleria di quadri: e i soggetti inanimati dei quadri: escono dalla cornice per ritrovarsi insieme come altrettanti soggetti animati, che poi sono sempre la stessa persona: Giorgio Linguaglossa, il poeta. Quetsa è la NOE. e penso che mi si debba riconoscere che anche io sono in piena sintonia con l’anima di questa risorta Arca di NOE’!

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