DIALOGO A PIU VOCI SU VARI ARGOMENTI: La Nuova Ontologia Estetica, il Frammento, il Dopo Satura di Montale, Fernanda Romagnoli, Poesie di Osip Mandel’stam, Kjell Espmark, Anna Ventura, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Commento di Angelo Maria Ripellino a Osip Mandel’stam, Donatella Bisutti

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Giorgio Linguaglossa

16 maggio 2017

[…] Io, da critico militante (oggi il termine è caduto quasi nel ridicolo), della Nuova Ontologia Estetica, non posso che rivendicare la mia funzione non conciliativa, il diritto del critico a non assolvere ad alcuna funzione suasoria e conciliativa e di recitare in pieno la mia funzione di parte, non conciliativa, contraddittoria, che sa di portare in sé una istanza del contraddittorio e del diverso; insomma, per tornare a noi il critico non deve smussare gli angoli e le differenze che intercedono tra la poesia di Luciana Gravina e quella di Fernanda Romagnoli, per dire, ma deve porre la questione come questione problematica, sulla quale operare una scelta, delle scelte, nella consapevolezza che le differenze in poesia non sono un «indifferenziato» agnostico e anomico ma sono il sale della biodiversità della poesia.

onto Fernanda Romagnoli volto

Fernanda Romagnoli, grafiche di Lucio Mayoor Tosi

Anna Ventura

16 maggio 2017 alle 10:25

Altamente lodevole, esemplare, l’attenzione critica che Donatella Bisutti finalmente rivolge ad una voce poetica, quella di Fernanda Romagnoli, trascurata dalla critica di regime,forte della sua stessa ignoranza.C’è tanto oro, nel grigio magma delle parole,oro ignorato e negletto, e che tuttavia talvolta si svena, se c’è qualcuno capace di operare il miracolo.

gino rago

16 maggio 2017 alle 12:06

Condivido in pieno i giudizi di Flavio Almerighi, di Anna Ventura e dello stesso Giorgio Linguaglossa sui finissimi valori di Poesia della Romagnoli e anch’io esprimo ammirazione per Donatella Bisutti per essersene meritoriamente occupata.
Ma in me lavora un tarlo. Che è questo: perché la Romagnoli parla di ‘Oggetti’ e invece Jorge Luis Borges, in un suo componimento tra i più riusciti, parla di ‘Cose’ (“Cosas”)?
L’Ombra delle Parole in più occasioni ha articolato persuasivamente le sue risposte. Ma sarebbero davvero gradite le risposte-meditazioni a questa domandina semplice di Sabino Caronia, di Claudio Borghi, di Salvatore Martino, ma anche degli altri agguerriti lettori del nostro Blog che, di solito, non lasciano commenti.
Non è questione oziosa stabilire ‘una’/ o ‘la’ differenza fra ‘oggetti’ e ‘cose’ nel fare poetico del Novecento lirico non solamente italiano…

egilllarosabianca Kartine

16 maggio 2017 alle 12:24

Avrei voluto non commentare ma, poi perchè no a mio modo Fernanda Romagnoli non é donna non un uomo non una madre si intrattiene molto dentro se e con altro il suo sguardo va oltre, quando lessi “Il tredicesimo invitato”rimasi senza fiato.
Questo é forse il più bell’articolo dell’Ombra per me.
Un poeta tra i grandi la Romagnoli e la Donatella Bisutti affronta argomenti, considerate ancora oggi zone di frontiera dai razionalisti quelli che stanno non solo coi piedi per terra e che nella terra sprofondano fino alla cintola,é questo il regime la linea di confine?

Andrea Margiotta

16 maggio 2017 alle 12:38

Altro critico che ha fatto spesso il nome di Fernanda Romagnoli è Paolo Lagazzi. Ha ragione Giorgio Linguaglossa: due opere poetiche molto lontane, quelle di Gravina e Romagnoli. Personalmente, non saprei per quale “partito” votare. Nei testi critici che contrappuntavano l’opera della Gravina, ho notato il nome di Mario Lunetta (che saluterei, se passasse da queste parti). Ricordo che venne come ospite in un mio programma televisivo, di poeti e cose poetiche, realizzato per la Rai, qualche anno fa. Eravamo praticamente opposti – come idee sulla poesia e, probabilmente, come idee sul mondo o come Weltanschauung – ma riuscimmo a dialogare con lucidità e ragionevolezza (forse perché sono stato, da ragazzo, un militante comunista? Andato via, un paio d’anni prima della caduta del Muro, dunque in tempi non sospetti; e molto prima dell’elegantone Fausto Bertinotti, che – strano scherzo del destino – mi mandò un sms per sbaglio, qualche anno fa…
Dico io: tra tutte le combinazioni numeriche possibili, beccò proprio il mio numero di cellulare?). Che esista un Dio delle cose, un po’ burlone? (Alcuni fisici non credono al caso…).

Maria Grazia Ferraris

16 maggio 2017 alle 13:28

Tra le poesie della Romagnoli…quel “Bruco”, una presenza da niente, un dettaglio in fondo, eppure così oggettivamente guardato, osservato senza emozione apparente, in una giornata consueta e in un momento banale, quotidiano, -la fine di un pasto-, ma osservato con occhi lucidi e consapevoli –“tagliato in due col suo frutto/ che si torce” – mi sembra il fulcro della poesia volta alla ricerca di sé e del senso della vita e del suo dolersi della Romagnoli. Una agonia. Nessuna pietà: ”gli accendo/ sulla catasta l’incenso/ della mia sigaretta”. Malessere cronico di una casalinga che non trova la sicurezza né la forza necessaria per rifiutare il conformismo quotidiano. E forse ha rinunciato anche a capirne le ragioni stratificate nella sua vita lontana… Mi sembra proprio poesia da non dimenticare, una piccola opera classica, perfetta come quella che sapeva cogliere magistralmente un’altra poetessa dimenticata, a lei sorella: Daria Menicanti.

Come dice G. Linguaglossa “Quello che ci si presenta all’improvviso è un estraneo che fa ingresso nel nostro quotidiano, che so, un ricordo che non volevamo ricordare, un lapsus, un errore di dizione, un refuso di una parola che non volevamo scrivere, in una parola, l’estraneo è l’Altro per l’altro, si tratta di uno scambio di «persone», di una metonimia, di una sineddoche, di «maschere» di un teatro dove si presenta una «scena» simbolica, l’una prende il posto dell’altro, a nostra insaputa e magari anche contro la nostra volontà….il luogo privilegiato nel quale si manifesta l’estraneo”. Tale si presenta il Bruco della Romagnoli con tutta la sua forza espressiva epigrammatica.

Andrea Margiotta

16 maggio 2017 alle 13:41

P.S. Come dice Gino Rago (al quale mi unisco nel plauso alla Bisutti), anche a me piacerebbe un chiarimento tra i due termini oggetto e cosa. Che potrebbero anche, nel discorso della poesia, avere il medesimo significato, con valenza più filosofica nel primo termine, usato molto da Anceschi…

Onto Giorgio Linguaglossa.verde

Giorgio Linguaglossa

giorgio linguaglossa

16 maggio 2017 alle 14:57

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20118

Cari Gino Rago e Andrea Margiotta,

sulla differenza tra «oggetti» e «cose» ho già scritto un appunto poco tempo fa. Quando un «oggetto» cessa di essere mero oggetto e quanto esso oggetto diventa una «cosa»? – L’ermetismo italiano non ha mai avuto sentore di questa problematica, e neanche la poesia post-ermetica del dopo guerra, tantomeno la poesia dell’incipiente sperimentalismo ne ha avuto cognizione, come non ne ha mai avuto cognizione la poesia lombarda degli «oggetti». La questione è invece di capitale importanza, perché o si fa una poesia di oggetti (ricordate la formula di Anceschi per una «poesia degli oggetti»?), o si fa una poesia di «cose», la differenza è di capitale importanza ma bisogna ragionarci sopra, bisogna sapere di che cosa si parla.
Ad esempio, la guerra di Troia (che entra prepotentemente nella poesia di Gino Rago) è un «oggetto» o una «cosa»? Quella «nomenclatura» che si rinviene nella poesia di Anna Ventura, quei «brillanti di bottiglia», dal titolo del libro di esordio della poetessa abruzzese del 1978, quelle povere cose che stanno come brillanti nella bottiglia, sono «oggetti» o sono «cose»?

È inutile tentare di dribblare la questione, non se ne esce. Il problema in verità è antico, già all’inizio del Novecento era stato messo a fuoco da Osip Mandel’štam nel saggio “Sulla natura della parola” degli anni Dieci di cui cito un brano particolarmente significativo. Sostituite il riferimento al «simbolismo» con la nostrana «poesia degli oggetti» e troverete gli argomenti di Mandel’stam calzanti e acutissimi, in specie riguardo all’«ellenismo» del «vasellame» che usiamo tutti i giorni e alla polemica contro il «laboratorio di impagliatura» dei simbolisti:

Osip Mandel’štam

«L’ellenismo è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame, la personificazione del mondo circostante, il riscaldamento del suo sottilissimo teologico calore. L’ellenismo è ogni stufa vicino alla quale l’uomo siede apprezzandone il calore, come consanguineo al suo calore interno. Infine, l’ellenismo è il monumento sepolcrale dei defunti egiziani nel quale si mette tutto il necessario per il proseguimento del pellegrinaggio terrestre dell’uomo fino alla brocca per i profumi, allo specchietto, al pettine. L’ellenismo è il sistema, nel senso bergsoniano del termine, che l’uomo dispiega intorno a sé, come un ventaglio di avvenimenti liberati dalla dipendenza temporale e subordinati ad un legame interno attraverso l’io umano. Nella concezione ellenistica il simbolo è vasellame e, perciò, ogni oggetto coinvolto nel sacro circolo dell’uomo può diventare vasellame e, di conseguenza, anche un simbolo. Ci si chiede: dunque, è forse necessario uno speciale e premeditato simbolismo nella poesia russa? Non appare esso come un peccato di fronte alla natura ellenistica della nostra lingua che crea forme come vasellame al servizio dell’uomo? In sostanza, non c’è alcuna differenza tra la parola e la forma. La parola è già forma chiusa; non si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie. L’uomo ama il divieto, e persino il selvaggio mette una interdizione magica, un «tabù» negli oggetti noti. Ma, d’altra parte, la forma chiusa, sottratta all’uso, è ostile all’uomo, è nel suo genere un animale impagliato, uno spaventapasseri.

Tutto il contingente è soltanto immagine. Prendiamo ad esempio la rosa ed il sole, la colomba e la fanciulla. Per il simbolista nessuna di queste forme è di per sé interessante ma la rosa è immagine del sole, il sole immagine della rosa, la colomba immagine della fanciulla, la fanciulla immagine della colomba. Forme sventrate come animali impagliati e riempite di contenuto estraneo. Al posto del bosco simbolista, un laboratorio di impagliatura.
Ecco dove porta il simbolismo professionale. La percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale. Una terribile controdanza di «corrispondenze» che si ammiccano l’un l’altra. Un eterno strizzarsi d’occhio. Nessuna parola chiara, soltanto allusioni, reticenze. La rosa ammicca alla fanciulla, la fanciulla alla rosa. Nessuno vuole essere se stesso».

Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo, possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza è di vitale importanza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

L’«ellenismo – di cui parla Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola – è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame…»

onto Lucio Mayoor Tosi

Lucio Mayoor Tosi

Marianna Carlotta Lyuba Pozzer

16 maggio 2017 alle 15:53

L’ha ribloggato su CIANURO EMOTIVO INCHIOSTRO D’ANIMA SINISTRAe ha commentato:

Tu

Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
reietta, indesiderabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione né coperta
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere:
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticinii fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
«Fronda smossa,
pietra caduta» trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

Lucia Gaddo Zanovello

16 maggio 2017 alle 18:10

Semplicemente GRAZIE.
Alla sensibilità, alla profondità e alla determinazione di Donatella Bisutti e a chi ospita su queste pagine un talento così potente che, confesso, non conoscevo.
Per me gli oggetti si trasformano in cose quando prendono vita (e morte) nell’efficacia dell’immaginazione (ma non è maggiormente verità ciò che immaginiamo?), come avviene per il mazzo di chiavi dell’indimenticabile poesia intitolata ‘Oggetti’.
Memorabili ‘Capro espiatorio’, ‘Rito’ e ‘Bruco’, le mie preferite per forza espressiva.
Risplende anche la poesia riportata da Flavio Almerighi.

Claudio Borghi

16 maggio 2017 alle 18:33

Accogliendo l’invito di Gino Rago mi accosto, con giustificato timore, a questo dialogo, visti gli episodi dolorosi del recente passato. Mi limito a constatare una realtà semplice quanto per me indiscutibile: la bellezza sorgiva, la purezza di questa voce, che supera d’un balzo tutte le diatribe tra l’io lirico e l’oggetto o la cosa (su cui non saprei esprimermi, mi spiace), ecc., che mi sembrano solo falsi problemi. La voce di Fernanda Romagnoli, come ogni voce autenticamente poetica non si presta ad essere discussa in termini di teorizzazione astratta: brucia il pensiero nel mentre che intona la luce emozionata dei versi. La rivitalizzazione della poesia, a cui si vuol riferire ogni discussione sui testi proposti, che vengono spesso letti (vedi il commento di Linguaglossa) come fasi superate o da superare in un processo che si vuole evolutivo, nasce, piuttosto, dalla capacità di guardar oltre i dualismi tra soggetto e oggetto, tempo interno e tempo esterno, frammento pluridimensionale ed endecasillabo lineare, ecc. La poesia necessaria si intona in un canto raro e rarefatto, in un’atmosfera senza tempo, si trova e si inventa, dolce e amara, in una sorta di sintesi magica di puro dolore e limpido sentire, risolvendosi in musica profondissima nella sua delicatezza di cartavelina, formandosi nella sua unicità come dono di luce precario ma intensamente vivo, e di questa unicità, sola sua ricchezza, potente e fragile nello stesso tempo, risplende.

giorgio linguaglossa

16 maggio 2017 alle 19:12

caro Claudio Borghi,

ti faccio notare che nel mio lessico non troverai mai la parolina “evoluzione”.

Onto Letizia Leone

Letizia Leone

Andrea Margiotta

16 maggio 2017 alle 22:00

Giorgio, Kant ti direbbe: come risolvi l’appercezione trascendentale, cioè il fatto che l’oggetto si può cogliere come fenomeno ma non nella sua vera realtà di cosa in sé? Come avviene questo passaggio dall’oggetto alla cosa? (O, se preferisci, questa trasformazione dell’oggetto in cosa?).
La posizione che espliciti nel tuo commento forse costeggia Heidegger ma potrebbe essere pure una fenomenologia del sacro, quasi di tipo animistico… Il che, mi farebbe anche piacere…

Onto mandelstam

Osip Mandel’stam

giorgio linguaglossa

17 maggio 2017 alle 9:24

Caro Andrea Margiotta,
l’appercezione trascendentale di Kant per me può restare intatta, al suo posto, non mi tange affatto. Quello che io invece vorrei mettere in evidenza è un pensiero scaturito circa 30 anni fa quando lessi questo passaggio di Osip Mandel’štam che ho citato sopra (pubblicato integralmente dalla rivista “Poiesis” che dirigevo all’epoca, nel 1994). Iniziai allora a pensare alla differenza tra gli «oggetti indifferenziati» (Mandel’štam) e le «cose». Pensandoci su, capii che dovevo iniziare un cammino (lunghissimo) che mi liberasse (liberasse la mia poesia) dalla ingombrante e fastidiosa presenza di quegli oggetti indifferenziati. Dovevo trovare le «cose». E quelle le scoprii, paradossalmente, nella poesia memoriale dell’ultima Giorgia Stecher (Altre foto per album, 1996), nella poesia irta e frammentata di Maria Rosaria Madonna (Stige, 1992), (se cercate nel blog ci sono molti articoli e poesie di queste due grandi poetesse oggi dimenticate al pari di Fernanda Romagnoli). E le scoprii seppellite nella mia memoria. Scoprii che avevo dei buchi nella mia memoria, buchi che coprivano svariati anni, anni nei quali non ricordavo nulla. Ecco, la mia riflessione teorica e la mia poesia (e la poesia dei valenti pochi poeti che ho letto e riletto in questi ultimi 30 anni), mi hanno fatto comprendere che in quegli spazi bianchi della mia non-memoria si nascondevano dei ricordi primordiali, ricordi che poi si sono lentamente affacciati alla mia memoria smemorata nei successivi 30 anni. Fino ad oggi. Così scoprii con raccapriccio in me che la mia memoria, come quella dei miei contemporanei, era abitata dall’oblio della memoria. Capii che la nuova poesia (la mia nuova poesia) avrebbe dovuto andare a caccia di quei frammenti dissolti e dimenticati. Che sì, c’era quella «cosa» che avevo letto in quella pagina geniale di Mandel’štam. Ci ho impiegato 30 anni.
Riscrivo un po’ modificata la mia riflessione:

Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo; noi possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento estraneo, ricco di «oggetti» estranei. Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «oggetti», noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti». A volte passiamo tutta una vita per abituarci agli «oggetti». In fin dei conti, noi abbiamo bisogno, per vivere, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza tra «oggetti estranei» e «cose» è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose». «Tutto il contingente è soltanto immagine», ha scritto Osip Mandel’štam. Ed io replico: tutto il contingente è soltanto frammento.

Lucio Mayoor Tosi

17 maggio 2017 alle 13:27

“Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «oggetti», noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti» (Linguaglossa).
Tempo: quel che serve per “caricare” le cose inanimate, come fossero naturali unità esterne di memoria ( nostra e/o altrui). Le cose caricate di tempo conservano intatta la memoria. Quindi son fatte di tempo: tempo interno nostro – che appartiene al vissuto individuale – e altrui, come avviene per le cose antiche, già cariche di storia (memoria). La scienza non può occuparsi del tempo interno, perché soggettivo, tuttavia dovrebbe prendere atto della fattività di questa circostanza; che non è esclusiva dei poeti ma riguarda tutto e tutti.
Non so se questa scoperta si possa attribuire alla NOE ( del resto anche il frammento in poesia è cosa antica) però sono elementi basilari della nuova ricerca. Per i poeti, praticanti del tempo interno, le cose son riserve aurifere di parole e immagini. Quel che vien detto “il vissuto”, non necessariamente individuale. Anzi, è proprio grazie a questo “nuovo” rapporto con le cose che l’IO inizia a farsi da parte: come per lasciare spazio a un ospite.

Onto Rago

Gino Rago

giorgio linguaglossa

17 maggio 2017 alle 10:08

Ecco una poesia di Gino Rago dove il «frammento» è stato «rimemorizzato» e ricreato dalla poesia. Il «frammento» qui è simile ad un magnete che si è smagnetizzato e lì rimane in tale stato per lunghissimo tempo. All’improvviso, avviene che quel frammento riprende a vivere, si anima. Ed ecco che abbiamo la nuova poesia «mitica» di Gino Rago (copio e incollo anche un mio commento impolitico):

Poesia di Gino Rago
Rimane lei per sempre la Regina

Di fronte a noi si muove il re spartano.
A Telemaco vanta le molte virtù e l’astuzia del padre
per la cava insidia nel cavallo di legno. Fatale
ai Troiani ma che gli Achei sottrasse alla rovina.
Noi non siamo qui per Menelao.
Né siamo qui per Elena.
L’amante fuggiasca
che nonostante i crolli, i lutti, le rovine,
il sangue – per dieci anni a correre
ai bordi d’ogni corpo –
sul trono a Sparta siede ancora da regina.
Noi siamo qui per Ecuba,
la sposa ormai prona al suo destino,
la madre a ignorare l’inganno delle dee. Afrodite,
Era e Atena hanno di Paride fatto inerme preda.
«Eppure in cuor mio un tempo amavo i Greci.
Oggi hanno il fuoco negli occhi. Che fine hanno fatto
il rispetto dei vinti, la pietà, la sosta sulle ceneri dei morti.
Chi più ricorda il gesto moderato. L’armonia delle forme …
Sorelle d’Ilio. Fare senno pure nel male. A ciò tutte vi esorto.
Fare senno anche nella sventura. Conviene
alla calma, alla saggezza dopo la disfatta.»
Così la donna china sulla riva si rivolge a tutte le troiane.
Alle spose ferite nell’onore. (Gli sguardi opachi verso terre ignote).
Alle figlie d’Ilio (nel delirio turpe dei guerrieri vincitori).
Le mura franate. I cadaveri umiliati. Il Palazzo violato.
Priamo sgozzato. Lo scettro del Re frantumato…
Noi siamo qui per Ecuba ora che tutto perde.
Ma pure con il passo incerto sulla rena
rimane lei per sempre la Regina.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa
.
Il poeta Gino Rago e il pittore Rosario La Polla «cantano» per volere di Mnemosyne. Ed ecco l’Estraneo che si avvicina e il «mito» che ritorna. E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich), le nottole del tramonto singhiozzano. E all’approssimarsi del «mito», il tempo ritrova se stesso dopo l’Oblio della Memoria.
La poesia di Gino Rago proviene da Mnemosyne e dall’Oblio della Memoria, dal periechon (dall’infinito della periferia, e quindi del «divino», secondo il pensiero dei greci), dalla perdita dell’Origine e dalla perdita della Patria (Heimat). La sua poesia è il volto codificato del dolore. Il duplice moto di andata e ritorno dal sacro al profano, e viceversa, caratterizza il nunc e l’hic dell’evento che si dà per noi, nella singolarità di un accadimento irripetibile. La guerra di Troia assume l’aspetto di simbolo di tutte le guerre e di tutti gli eccidi della storia umana. La rivisitazione del mito è fatta dalla parte delle donne, delle perdenti, dalla parte di Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, madre di 19 figli. Il tum dà profondità al nunc per rifrazione e sedimentazione del tempo, e l‘hic, il qui, rivela la singolarità dell’evento. «Nell’evento lo spazio e il tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario, che solo nell’evento rompe la continuità della durata e si rivela come istante, perché solo nell’evento il nunc ha contro di sé l’infinità circoscrivente del semper e fa centro, e il punto non è isolabile se non in una convergenza […] Il tempo circolare è il tempo continuo e infinitamente divisibile del logos, dove nessun istante è isolabile, perché in ognuno il principio coincide con la fine… Ciò è vero anche per il mito dell’eterno ritorno, che fin che è mito, ha sempre valore escatologico… Non appena il logos prevale sul mito, la coscienza religiosa lo sente come un’oppressione e cerca l’evasione nella rottura del ciclo e nell’unione definitiva con l’Uno».1]

«Ciò che è Perduto non può essere ritrovato se non nella forma di “frammento”, che non indica il Tutto se non come un tutto frammentato e disperso. Di qui il “dolore” della poesia». 2]
La gestualità statuaria di Ecuba di Rosario La Polla narra il mito, fissato e immobilizzato nell’eternità del tempo del «sacro». Il nunc è il tempo della mancanza, della povertà. Il mito invece è narrazione del tempo del tunc. Sia La Polla sia Gino Rago sono i cantori delle gesta del «sacro». È qui che la storia prende forma nelle vesti striate e multicolori della figura di Ecuba tracciata dal pittore di Trebisacce. La «Forma» è nella magia del colore. La «Forma» è ciò che rimane. Con le parole di Gino Rago: «lei per sempre la Regina», Ecuba e tutte le donne violentate e fatte schiave di tutti i tempi della storia umana. Negli occhi della «Regina» il tempo si ferma, si irrigidisce nel volto deformato dal dolore.

1] Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte 1968, Neri Pozza, p.36.37
2 ]Michel Foucault Le parole e le cose 1975 p. 139

Onto Bertoldo

Roberto Bertoldo

Andrea Margiotta

17 maggio 2017 alle 11:03

Caro Giorgio, anche per me Kant (con buona pace di Eco) può restare dov’è… L’ho menzionato solo come provocazione in positivo e mi fa piacere che tu abbia risposto in termini più poetico-esistenziali che strettamente filosofici (dove la “faccenda” oggetto/soggetto, così come quella di nome/cosa o la disputa sugli universali, non sono semplicissime, già a partire dalle traduzioni latine di oggetto “ob-iectum” e soggetto “sub-iectum” dai termini greci di Aristotele). Osip Mandel’štam (così come Eliot e Pound) venerava Dante. Mi basta solo questo… Nella pagina che hai citato (che conoscevo), non mi è mai stato chiaro cosa il poeta russo intendesse per ellenismo, visto che il brano parte da quel termine. Intendeva ellenismo = decadenza? Ellenismo è un termine che la storiografia ha usato – a partire dal XIX secolo – per indicare il periodo storico che va dalla morte di Alessandro Magno alla vittoria romana di Ottaviano (e alla morte di Cleopatra) e gli studiosi non lo considerano affatto un periodo di decadenza ma di grandi trasformazioni. Ovviamente, non sono così stolto da fissarmi su questo particolare terminologico (che, tra l’altro, mi apre sempre, “in automatico” il ricordo della poesia neo-alessandrina di Kavafis). Procedo nella lettura del brano e realizzo che – nel suo programma per una poesia acmeista – Mandel’štam doveva far fuori il simbolismo alla Blok…

giorgio linguaglossa

17 maggio 2017 alle 12:57 Modifica

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20137
Sull’«ellenismo» di Mandel’štam ci potrebbe dire qualcosa di sicuro il nostro amico slavista Antonio Sagredo. Io mi limito a dire che con quel termine il poeta russo faceva riferimento alla civiltà greco-romana che aveva le sue radici nell’Ellade e nella civiltà pagana; il tentativo di Mandel’štam è tattico e strategico, politico: quello di evitare di cadere nella trappola in cui erano caduti i simbolisti con il loro sciovinismo bizantino e ortodosso, Mandel’štam guardava, come Pietro il Grande, all’Occidente, all’Italia, a Dante (la Commedia) e all’Ariosto, al rinascimento italiano. Insomma, il termine «ellenismo» viene usato da Mandel’štam per infliggere un colpo mortale alla poesia dei simbolisti russi. Blok, da quella intelligenza acutissima che era, capì immediatamente, alla prima riunione dell’acmeismo nel 1910 che era stato inferto un colpo mortale al simbolismo.

Questo per restare alla categoria mandel’stamiana di «ellenismo». ma il poeta russo qui fa un accenno precisissimo al «vasellame» agli «oggetti indifferenti» della poesia dei simbolisti, alla poesia dei simbolisti ridotta a «laboratorio di impagliatura».

Ecco, sostituiamo i simbolisti con gli sperimentalisti, con i minimalisti e con i poeti degli oggetti nostrani e avremo una equazione che potremmo applicare alla poesia italiana post Satura (1971) e archiviarla come poesia epigonica. La lotta che la nuova ontologia estetica sta perseguendo è rivolta contro questo indirizzo discendente che la poesia italiana post-Satura ha intrapreso e di cui non si vede la fine, una linea discendente che più discendente non si può. Capisco che quando scrivo queste cose urto contro la suscettibilità di migliaia di letterati e dei poeti di Palazzo, ma non posso che ribadirle.

Il problema profondo e di fondo, che sta al fondo della poesia italiana post-Satura e con il quale la poesia italiana non ha mai fatto i conti, è proprio questo. Che, ridotto ai minimi termini si può dire così: vogliamo continuare a fare una poesia di oggetti neutrali e indifferenziati oppure vogliamo fare una poesia di «cose»?

Il problema mi era evidentissimo quando iniziai a fare i miei primi tentativi di poesia, alla fine degli anni Ottanta. Il libro che pubblicai nel 2000, Paradiso, che contiene la mia poesia scritta nei 15 anni precedenti, è una mappa dei miei sforzi per ricostruire il linguaggio poetico italiano. Allora non possedevo il linguaggio poetico perché dietro di me c’era il vuoto, il deserto fatto dagli epigoni del Dopo Satura. Adesso è diverso, credo di avere messo a punto un linguaggio idoneo alla nuova rappresentazione, il libro che uscirà tra poco con Progetto Cultura di Roma ha per titolo Il tedio di Dio, qui, dopo 30 anni di ricerca e di ricostruzione del linguaggio poetico, credo di aver trovato la soluzione. Ma mi ci sono voluti 30 anni di ricerca. Una ricerca compiuta in solitudine, durante i quali ho tentato di dire certe cose, incontrando però ostacoli insormontabili, PRIMO SU TUTTI: LA SUPPONENZA.

Onto Sagredo

Antonio Sagredo

antonio sagredo

17 maggio 2017 alle 13:18

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20138
Gentile Andrea Margiotta,

Mandel’štam ha scritto dei saggi sull’ellenismo e altri saggi di cui parlando d’altro parla anche dell’ellenismo, per non dire di decine e decine di versi (trad. di A. M. Ripellino — veda più sotto) che parlano di ellenismo…. Le sarà chiaro se leggerà tutto questo senza interposta persona.

Cito per Lei quanto scrive Ripellino nel suo Corso del 1974-75 sul poeta Mandel’štam:
[“Dice Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola e in un altro saggio La parola e la cultura, che la lingua russa ha una natura ellenistica, e che ogni trasgressione di questa natura, ogni utilitarismo è un peccato contro la sostanza ellenistica della lingua russa. Cioè la poesia russa va collegata a quella classica; le radici, greca e latina, sono corpose e forti in Mandel’štam, e questo forse indica quello che egli chiama “ellenismo della poesia russa”.
Il chiamare Pietroburgo, Petropoli, l’immettere elementi mitici in Pietroburgo, conferma quel suo gusto della cultura ellenistica alla quale, più vagamente della cultura greca, vuole agganciare la lingua e la poesia russa.
Non è un tema così peregrino, perché si sa che la tradizione russa è fortemente connessa con Bisanzio, come l’ortodossia, e allora non è altro che un ritorno a certe radici già presenti da lungo tempo nella cultura russa, e che egli vuol mettere in chiaro, vuole tirare alla luce.” ]

Insonnia. Omero. Le vele tese.
Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
questa lunga nidiata, questo treno gruesco
che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri –
sulle teste dei re c’è la schiuma divina –
ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.
Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
e il mare nero, perorando, risuona
e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

agosto 1915

—–
Un rivolo di miele indorato colava dalla bottiglia
così viscosamente e così lungamente che la padrona fece in tempo a dire:
qui, nella malinconica Tauride, dove la sorte ci ha sbattuti,
noi non ci annoiamo per nulla – e guardò oltre la spalla.

Dappertutto riti di Bacco, come se al mondo ci fossero solo
guardiani e cani – cammini, non scorgi nessuno –
come pesanti botti, tranquilli rotolano i giorni:
lontano in una capanna le voci – non capisci, non rispondi.

Dopo il tè noi uscimmo nell’enorme giardino marrone,
come ciglia sulle finestre sono abbassate le cupe tendine,
accanto alle bianche colonne noi andammo a guardare il giardino,
dove nel vetro dell’aria si bagnano i sonnacchiosi monti.

Io dissi: la vigna come una vecchia battaglia vive,
dove ricciuti cavalieri si battono in un ordine frondoso.
Nella Tauride pietrosa la scienza dell’Ellade – ed ecco
nobili rugginose aiuole, di ettari d’oro.

Ebbene, ma nella stanza bianca come una conocchia sta il silenzio.
C’è odore di aceto, di tinta e di vino fresco dallo scantinato.
Ricordi, nella casa greca: una sposa amata da tutti –
non Elena – un’altra – come a lungo ricamava?

Vello d’oro, dove sei, vello d’oro?
Per tutta la strada mormoravano le pesanti onde marine,
e abbandonato il vascello, che aveva stancato nei mari la tela,
Odisseo ritornò, pieno di spazio e di tempo.

1917
—————
[Questa poesia imita l’esametro greco. Tauride è il vecchio nome della Crimea.
I ricciuti cavalieri sono i tralci dell’uva, probabilmente questa è l’immagine dell’etichetta di una bottiglia.
Ellade, perché in Crimea c’erano delle colonie elleniche] (Ripellino).
[ Con la Crimea e con la Tauride sono legate molte poesie di Mandel’štam, il quale fu più volte in Crimea, soprattutto ospite del poeta Maxsimilian Vološin, che lo aiutò anche quando egli fu arrestato dai bianchi. Ma qui sembra che non si tratti della casa di Vološin, ma della casa del pittore Sergej Sudejkin, della cui moglie Vera Arturovna, Mandel’štam era alquanto innamorato. Notate qui una densità vischiosa come il miele iniziale, tutta la poesia è così densa e ogni parola tira una altra parola, un concetto ne incastra subito altri; è un gioco continuo di intarsi e riesce a rendere questa specie di lontananza immemoriale, di questa stanchezza dei secoli; queste ciglia abbassate delle tende, le botti pesanti; tutto va come una svogliatezza epica, questo clima di sonnolenza che implica la lunghezza dell’epica stessa, tutto è pesantezza, vischiosità.]

(Ripellino)
Da mia nota n° 187 (sul Corso di Ripellino 1974-75):

Questa è una poesia dominata dal colore giallo (colore che ritroveremo come un basso continuo corrente nell’opera del poeta, a cominciare dalle pellicce giallo-fulve fino ai palazzi giallastri di Pietroburgo). Qui, è quasi ovvio che la fonetica russa accosti le parole ЗОЛОТОЕ (oro) e il nome di ϹОЛОМИНКА (Solominka) con le rispettive varianti. ///////// “Ebbene, nella stanza bianca come una conocchia sta il silenzio” : è un verso che sarebbe piaciuto molto a Pasternàk; ambedue sono poeti da camera, domestici; quel silenzio che sta è un silenzio fermo, un silenzio che stagna, quasi pesante come il miele vischioso, ma l’atmosfera è poi ravvivata dal fresco che giunge dallo scantinato! /////// “Il poeta imita l’esametro greco” > Poi, chiacchiericcio greco propriamente domestico, si conversa e il testo è costruito come fosse una conversazione. Per il mito greco vedi le opere di R. Graves (I miti greci) e del J. G. Frazer (Il ramo d’oro).: il suo significato e la sua funzione: sterminata la letteratura torno al “miele”. Quanto riguarda il “miele” molto si sofferma Nietzsche (Il sacrificio del miele), vedi nota 291 p. 145. (A. Sagredo).

Onto Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

17 maggio 2017 alle 14:24

Quando gli «oggetti» diventano «cose»: una poesia di Kjell Espmark

A ulteriore conferma che la “trasmutazione degli «oggetti» in «cose»” (Linguaglossa) è un fatto concreto, presente da tempo in poesia, sebbene soprattutto in quella straniera, vorrei citare un testo di Kjell Espmark, tratto dalla Sezione VI (“Illuminazioni”) della raccolta “Quando la strada gira” (Edizioni Bi. Bo. 1993), nella pregevole traduzione di Enrico Tiozzo. Ma, attenzione: occorre leggere in profondità, se vogliamo comprendere che la “porta”, qui, non è l’«oggetto» che sappiamo. Ciò che (fino a un certo punto della vita) è stato sempre visto solo come «oggetto», a un tratto si fa «cosa»; e quella «cosa» è principio di un «evento»: una “donna mummificata/ in una stanza più piccola di un armadio”. In sostanza, non dobbiamo più pensare agli «oggetti», ma alle «cose», le sole capaci di illuminare una prospettiva nuova, un orizzonte in cui il mondo si presenta ai nostri occhi come mai l’avevamo visto. Insomma, nella poesia di Espmark, realmente “Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose»”.
Altrettanto (è auspicabile), dobbiamo fare noi, nelle nostre poesie: assegnare agli «oggetti» la dignità di «cose», quello stesso valore che possiede il “vasellame” di Mandel’štam. Questo e altro ancora dobbiamo fare, se desideriamo in concreto restituire alla Poesia la propria identità.
Tutto il resto è “chiacchiera”, diceva Heidegger…

  1. In mezzo alla vita questa porta nella tappezzeria:
    deve esserci sempre stata
    sebbene non ce ne siamo mai accorti.
    La apro
    – il rumore è come quando si strappa un lenzuolo –
    e l’odore di anni inibiti esce con la muffa.
    Là dietro c’è una donna mummificata
    in una stanza più piccola di un armadio.
    I suoi occhi sono al di là di ogni conversazione,
    la figura sfocata dalle tele di ragno.
    Le labbra rugose sussurrano,
    bianche di rabbia:
    – Non potevi lasciarmi morire!
Onto Espmark

Kjell Espmark

giorgio linguaglossa

17 maggio 2017 alle 15:08

Cito una poesia di Anna Ventura dalla sua Antologia Tu quoque (poesie 1978-2013) [Roma, EdiLet, 2014, p. 57] sulle «cose»: «Le cose richiedono un grande silenzio prima di prendere la parola» (cit. Antologia)

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20141

Anna Ventura

Res

Res è cosa,
e cosa rimanda
al ruvido, al grezzo, al colore
paglierino oppure ocra o marrone,
di forma semplice e tonda,
di consistenza solida,
senza odore, a temperatura normale.
Cosa è un uovo o una pietra,
un sacco pieno di grano,
un cavallo di legno.
Anche la terra è cosa,
e così la sedia, la ruota,
la brocca di coccio, il sale.
Cosa è la zappa e il falcetto,
la trappola per il lupo e il remo.
E così elencando,
per tutta una serie di oggetti
connessi con la vita,
il lavoro e la morte,
il ciclo eterno dell’uomo,
immutabile, inevitabile.
Che poi le cose, res,
divengano res gestae, res adversae
o res secundae
ci interessa meno, come
non ci interessano Cose belle e Cosa Nostra:
l’anima della parola è all’origine,
nel fulcro antico del mondo,
quando la selce fu oggetto e arma,
il fuoco, dono degli dei.

Onto Ventura

Anna Ventura

Lucio Mayoor Tosi

17 maggio 2017 alle 15:32

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20142

Due poesie straordinarie, queste di Kjell Espmark e Anna Ventura.
La ”porta nella tappezzeria” è una simpatica metafora. Pare che Espmark si diverta molto con il lettore, unico Dio rimasto al mondo. Non dice che, sia la donna mummificata che la tappezzeria, scaturivano da cose reali. Non perde tempo a dover spiegare. Così ogni cosa è viva, non descritta e nemmeno raccontata.
Anna Ventura, con straordinario colpo di reni, compie un salto vertiginoso nel tempo, fino alle origini. E sono quattro versi.

Lucio Mayoor Tosi

17 maggio 2017 alle 15:45

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20144

A differenza di Espmark, Anna Ventura vuole rendersi convincente. Più che giusto, mica siamo tutti uguali. E poi ci riesce. Insieme, i due poeti mostrano le due facce delle cose: l’interna e l’esterna. La prima potremmo chiamarla “strana metafisica delle cose”.

Onto Talia

Giuseppe Talia

giorgio linguaglossa

17 maggio 2017 alle 15:53

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20145

Rubo ad Antonio Sagredo un suo Appunto del 1 giugno 1914: quanto disse di Osip Mandel’štam un giovanissimo talento Lev Lunc (1901-1924):

Mandel’štam è un innovatore. Le sue poesie non mi piacciono, quella combinazione logico-assurda di frasi eterogene non mi piace ma mi affascina. Anche se scrive poesie che si possono leggere indifferentemente, partendo dall’inizio, dal fondo o dalla metà, Mandel’štam ha davvero scoperto nel verso russo possibilità inaspettate. Sa maneggiare con straordinaria maestria, confondere sparpagliare ogni sorta di incastri verbali e di masse sonore. È proprio sulle sue poesie, non in quelle dei futuristi, che il suono trionfa sul significato; nelle sue poesie, non in quelle di Andrej Belyj, il verso è veramente musicale. Una musica raggiunta non attraverso la “sinfonia”, o le rozze rime interne che saltano all’occhio, ma attraverso una combinazione di suoni forse priva di senso, ma bellissima. (…) Gumilëv e Mandel’štam sono due grandi poeti. Ma fossero anche il doppio più geniali, non potrebbero ugualmente trovare scuse per aver fondato una scuola poetica già morta”

Linguaglossa a Sagredo 1 giugno 2014

giorgio linguaglossa

17 maggio 2017 alle 16:33

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20147

Caro Lucio,

giro volentieri la domanda ad Antonio Sagredo che ne sa più di me. Intanto posto questa  poesia di Lucio Mayoor Tosi  che ho letto un minuto fa sul tuo blog:

Lucio Mayoor Tosi 

L’odore del fieno si sparse nella sala, fin sulle scale.
Gli ospiti ben vestiti per l’occasione si avvicinarono
chi tenendosi per mano, chi continuando a leggere.

La fonte calda dell’ispirazione chiamò a raccolta
anche i cadaveri dei piccoli animali sparsi tra i cespugli.
Biancaneve si mise a correre. Attraversò porte e muri,

si sdraiò per un poco sul fiume Sesia, poi ritornò felice
al suo cassetto, mandando baci. Addio. Gli ospiti, prima
si dileguarono, ma per un attimo, poi entrarono nei verbi

chi con gli occhiali da sole, chi come fosse me, nella mia bocca.
Il gusto dolce di soia drink alla vaniglia. Le termiti dell’aria.
Il caro prezzo della benzina sventolando.

È incredibile, Lucio, quanta aria, quanta libertà ci sia in questa tua poesia, libertà dalle convenzioni letterarie, libertà di presentarsi alle nozze in canottiera, con le pantofole di casa. Ecco, la tua poesia fa questo. Se la metti davanti alle poesie acculturate (s’intende di una cultura massmediatizzata) dei Magrelli e dei professori aggiunti di università che scrivono poesie, ecco, la tua poesia si prende la libertà di far loro un buffetto sulla guancia e niente più. Quell’accenno nel finale agli «ospiti» che entrano «con gli occhiali da sole» nella tua «bocca», è esilarante…

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32 commenti

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32 risposte a “DIALOGO A PIU VOCI SU VARI ARGOMENTI: La Nuova Ontologia Estetica, il Frammento, il Dopo Satura di Montale, Fernanda Romagnoli, Poesie di Osip Mandel’stam, Kjell Espmark, Anna Ventura, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Commento di Angelo Maria Ripellino a Osip Mandel’stam, Donatella Bisutti

  1. Il nichilismo è il padre della Nuova Ontologia Estetica

  2. gino rago

    Jorge Luis Borges
    Le Cose

    Le monete, il bastone, il portachiavi,
    la pronta serratura, i tardi appunti…
    (…) le carte da gioco e gli scacchi,
    e tra le pagine, appassita la viola…
    il rosso specchio a occidente.
    (…) Quante cose,
    atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi
    ci servono come taciti schiavi senza sguardo.
    (…)
    Dureranno più in là del nostro oblio;
    non sapranno mai che ce ne siamo andati.

    Adam Zagajewski (poeta più volte proposto su L’Ombra… da Giorgio Linguaglossa)

    Dalla vita degli oggetti

    La pelle levigata dagli oggetti è tesa
    come la tenda di un circo.
    Sopraggiunge la sera.
    Benvenuta, oscurità.
    Addio, luce del giorno.
    Siamo come palpebre, dicono le cose,
    sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
    e la luce, l’India e l’Europa.
    E all’improvviso sono io a parlare:
    (…)
    Avete pianto? Conoscete la paura?
    La vergogna?
    (…)
    Avete conosciuto la vecchiaia, il lutto,
    il trascorrere del tempo?
    Cala il silenzio.
    Sulla parete danza l’ago del barometro.

    Da notare che Zagajewski, nell’attacco del componimento parla di ‘oggetti’, mentre quando a essi si rivolge, tempestandoli di domande umane, gli oggetti per il poeta si fanno ‘cose.
    Mentre Borges nel corso dell’intera poesie parla sempre e soltanto di ‘cose’. Forse anche passando da ‘oggetti’ a ‘cose’ in poesia si va dal modernismo al postmodernismo.

    Nella poesia di Zagajeski “Dalla vita degli oggetti” io rimarco un modo frammentato di organizzare i versi ed è poesia che tende, anche per l’uso della punteggiatura e per l’immissione dell’elemento colloquiale (il parlato) nel corpo del tessuto poetico, verso la NOE.

    Gino Rago

    • Mariella Colonna

      Caro Gino, interessante il tuo mettere a confronto Borges e Zagajewski in relazione al modo di sentire le “cose” e l’animarsi degli oggetti che diventano “cose” nel momento in cui il poeta le interroga. Mi piace la forza di Borges nel mettere a contrasto implicitamente la sofferenza umana di fronte all’oblio e alla morte le cose che non hanno anima e che
      “Dureranno più in là del nostro oblio;
      non sapranno mai che ce ne siamo andati.”
      Zagajewsky invece fa parlare le cose e poi le aggredisce di domande (naturalmente) senza risposta
      “E all’improvviso sono io a parlare:
      (…)
      Avete pianto? Conoscete la paura?
      La vergogna?
      (…)
      Avete conosciuto la vecchiaia, il lutto,
      il trascorrere del tempo?”
      Comunque a me non sembra che ci sia più NOE in Zagajewski che in Borges…questo mi sembra di aver capito. Che ne pensi?

      Chiedo a Giorgio Linguaglossa:
      Vorrei capire cosa vuoi ottenere dalla NOE: che si senta figlia del nIchilismo e che operi di conseguenza? Mi spiego meglio (spero):
      In che senso il Nichilismo è il padre della NOE? Se vuoi dire che dai cupi antri delle sibille nichiliste è maturata una nuova stagione poetica che tu (e anch’io fino ad ora) chiami NOE…sono d’accordo, ma se tu dai al nichilismo “autorità paterna” sulla NOE, nel senso che vedi nei geni della Nuova Ontologia Estetica l’eredità del Nichilismo con tutta la sua delirante adorazione del nulla, allora non riesco a seguire questo tipo di discorso: io vedo nella NOE una possibilità di riscatto dal pessimismo dall’angoscia dalla decomposizione dei valori e del linguaggio, dalla forza della nostra vita che da’ alle “cose” un’anima e le fa dialogare con il mondo inaridito nell’individualismo esasperato e nella solitudine. Vedo nella NOE l’Arca della salvezza, il simbolo della libertà che si conquista con la coerenza e il lavoro creativo insieme, con il dialogare costruttivo alla ricerca della verità, e realtà delle “cose”. Vedo e sento quella che Anna Ventura scrive nella straordinaria poesia “RES”:
      “…Anche la terra è cosa,
      e così la sedia, la ruota,
      la brocca di coccio, il sale.
      Cosa è la zappa e il falcetto,
      la trappola per il lupo e il remo.
      E così elencando,
      per tutta una serie di oggetti
      connessi con la vita,
      il lavoro e la morte,
      il ciclo eterno dell’uomo,
      immutabile, inevitabile.
      Che poi le cose, res,
      divengano res gestae, res adversae
      o res secundae
      ci interessa meno, come
      non ci interessano Cose belle e Cosa Nostra:
      l’anima della parola è all’origine,
      nel fulcro antico del mondo,
      quando la selce fu oggetto e arma,
      il fuoco, dono degli dei.”

  3. https://mayoorblog.wordpress.com/2017/05/17/vivere-senza-malinconia/comment-page-1/#comment-844
    copio e incollo queste due poesie di Lucio Mayoor Tosi (dal suo blog).
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/18/dialogo-a-piu-voci-su-vari-argomenti-la-nuova-ontologia-estetica-il-frammento-il-dopo-satura-di-montale-fernanda-romagnoli-poesie-di-osip-mandelstam-kjell-espmark-anna-ventura-gino-rago-luc/comment-page-1/#comment-20216

    Ho dedicato metà della vita a descrivere l’altra metà.
    Non ho vissuto due volte, mi sono solo disintegrato.

    Dietro di me, nella scia invisibile trascino buona parte
    del mare Mediterraneo (solo i giorni di bel tempo

    quelli secchi cadono da soli). Ma sono appassito.
    Mi lecco la coda. Scambio figurine con persone mai viste.

    Come ci conoscessimo da sempre.

    *
    E ridere per le follie del mondo. Sopra un divano
    pieno di pulci, ridere. Perché a spedizione avvenuta

    il nero si è mosso come un robot. Non ho tenuto conto
    dei gingilli che governano la ragione.

    Lili, come in una poesia di Mario M: Gabriele, si toglie
    dal divano mostrando la carrozzeria fatta di gomma.

    Da masticare.

    La sua testa è piccola, pari alla distanza che intercorre
    tra il mio naso e il mento. E’ venuta a trovarmi

    perché l’ho chiamata.
    E’ bellissima.

    Caro Lucio,
    John Cage diceva che fare arte è come cogliere fiori da un prato, e Morton Feldman a metà degli anni Cinquanta seduto a un bar di New York diceva che per alcune settimane negli Stati Uniti non c’era nessuno che ci capiva una hacca di arte, quindi era un buon momento per scrivere musica. Io dico che sono alcuni decenni che qui in Italia a nessuno gliene frega niente di scrivere buone poesie, quindi è un buon momento per scrivere poesie senza che nessuno ti venga a fare le pulci.
    Nella tua poesia le «cose» sono gettate alla rinfusa tra le non-cose; ci sono molti rumori nelle tue poesie, ma bisbigliati, sussurrati come se anche i rumori si fossero addormentati e annoiati…
    Quello che mi sorprende è la tua facilità di fare poesia, quella facilità che indovina subito l’essenziale di cosa dire… agli altri dire cose intelligenti, apparire colti e intelligenti, a te non te ne frega assolutamente niente di apparire poeta diplomato presso gli uffici stampa di Lietocolle o Einaudi, tu scrivi per tuo diletto. È questo che rende autentica la tua poesia, che non vuoi ammaestrare o addomesticare nessuno, tanto meno il lettore…

  4. Cosa promettono le sirene ad Ulisse? La falsa felicità degli oggetti…

  5. Massimo Donà – L’apparire della Cosa – La Fenomenologia Eretica Di Luca Taddio

  6. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/18/dialogo-a-piu-voci-su-vari-argomenti-la-nuova-ontologia-estetica-il-frammento-il-dopo-satura-di-montale-fernanda-romagnoli-poesie-di-osip-mandelstam-kjell-espmark-anna-ventura-gino-rago-luc/comment-page-1/#comment-20220
    “Insomma, il termine «ellenismo» viene usato da Mandel’štam per infliggere un colpo mortale alla poesia dei simbolisti russi. Blok, da quella intelligenza acutissima che era, capì immediatamente, alla prima riunione dell’acmeismo nel 1910 che era stato inferto un colpo mortale al simbolismo.” (così scrive Linguaglossa).
    —-
    Dall’ellenismo Mandel’stam imparò l’importanza della concretezza (contro la evanescenza simbolista*) sia della parola e sia della cosa, anche quando questi due termini non coincidono per nulla, stabilendo una lontananza o una vicinanza… dunque ellenismo e acmeismo hanno in comune il massimo risultato con tutti i mezzi formali che la Poesia può donare…
    Quando il grandissimo Lev Lunc (morto ad appena 24 anni) scrive che l’acmeismo ha generato una “poesia morta”, intende dire che con esso sono morti tutti i metodi formalistici finora usati dai poeti russi, compreso ovviamente la poesia simbolista, che viene definitivamente sepolta dal sarcasmo, dall’ironia dalle beffe continui di A. Blok attraverso i suoi “drammi lirici” del 1905-1906: “Il re della piazza” Il Baraccone e “La “Sconosciuta”, più che da Mandel’stam – che pure dal simbolismo ha preso tanto – e del resto anche i futuristi russi **- e questi con meraviglia di Ripellino , “perplesso”***, dai simbolisti francesi.
    Ma leggiamo alcuni passi del Corso su Mandel’stam di Ripellino nel 1974-75:

    [ > Nel 1922 scrive un articolo in cui proclama l’Acmeismo non solo fenomeno letterario, ma anche fenomeno civile che ha rigenerato la forza morale della poesia russa, ponendo fine a ciò che egli chiama “il triste nullismo dei decadenti simbolisti”. Nella Corporazione dei poeti, dove si insegnava a scrivere poesie, il primo violino era Mandel’štam, la segretaria era Anna Achmatova.
    > Questa Pietroburgo coincide con l’oggettualità, scoperta dai poeti del 1910-13-15, cioè dagli Acmeisti : tutto un gruppo dei poeti dell’epoca la vede sotto una angolazione architettonica, e fa corrispondere a questa architettura una sostanza verbale molto tangibile, molto concreta, come appunto nei versi di Mandel’štam, il quale soleva dire di se stesso di essere un significatista, un semanticista, uno che a ogni parola dà un preciso, tangibile e contornato significato; parole senza aloni, precise, non come nei simbolisti, dove la parola è sempre una musicalità sperduta * e non subito afferrabile.
    > Ancora la parola non ha trovato la sua tangibilità, la sua pienezza di frutto maturo, che ha sempre in Mandel’štam; qui la parola è ancora alonata e musicaleggiante, sul tipo di quella dei simbolisti, la parola sfioccata in musica, ma non percettibile e passabile, come è solito la parola dell’acmeista.
    > Qui siamo, più che nella parola, nell’alone che la parola genera, questa cantilena, questa musicalità perduta, sognante… e poi questo mondo bambinesco è il mondo di Blok, soprattutto c’è la musicalità simbolistica.
    > Dunque non si vuole dire qualcosa di molto preciso, di molto inquadrabile, ma ci si affida al fascino del prolungamento del suono: la parola nelle sue frange musicali. ].
    E dal Corso su Majakovskij dello stesso Ripellino, del 1971-72:
    >> […che Majakovskij aveva un’enorme memoria perché nei suoi versi si sono rappresi elementi di altre poesie, soprattutto dei simbolisti. È questa un’altra cosa che non si è mai detta: i simbolisti hanno avuto un enorme influsso su Majakovskij e la sua poesia è intrisa, è penetrata di elementi simbolistici.**
    Vedremo in che misura quasi sconvolgente Majakovskij, che sembra un poeta autoctono, è collegato per esempio con i poètes-maudits francesi… come Corbière, Rimbaud e Verlaine abbiano influito su Majakovskij. Ho fatto recentemente in questo senso delle scoperte che mi hanno lasciato perplesso ***, io stesso non pensavo che ci fossero tali e così forti legami tra il futurismo russo e la poesia maledetta francese.].
    —-
    Penso che basti.

    ———————————–

  7. gino rago

    IL NICHILISMO, MANDEL’STAM, MONTALE MARIO GABRIELE, ANTONIO SAGREDO ANNA VENTURA, FERNANDA ROMAGNOLI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/18/dialogo-a-piu-voci-su-vari-argomenti-la-nuova-ontologia-estetica-il-frammento-il-dopo-satura-di-montale-fernanda-romagnoli-poesie-di-osip-mandelstam-kjell-espmark-anna-ventura-gino-rago-luc/comment-page-1/#comment-20221
    Coltissimo il dibattito che si è scatenato nelle pagine, di ieri e di oggi, de
    L’Ombra… alla mia domanda-provocazione-meditazione intorno a ‘oggetto’
    e ‘cosa’ nella poesia del ‘900 e in quella dei nostri giorni,
    dal ‘vasellame’ di Mandel’stam, proposto da Giorgio Linguaglossa, al rapporto fra morte della ‘parola’ e morte della ‘cosa’, rinverdito nel suo commento da Sabino Caronia, senza trascurare le riflessioni di Claudio Borghi, di Margiotta, di Lucia Gaddo e con esse la ‘rilettura’ di certi versi
    di Anna Ventura, a opera di Giorgio Linguaglossa, rilettura, ricondotta in quel formidabile Spazio Espressivo Integrale in cui e con cui possono essere ri-fondate e re-interpretate tantissime esperienze poetiche, rimaste fin qui inesplorate per non dire dimenticate o sottostimate; rilettura ben sostenuta
    dalla saggezza colta di Donatella Costantina Giancaspero… E poi
    il magistero di Antonio Sagredo e i versi di Lucio Mayoor Tosi…
    Ma io non ho risposte, dopo le lezioni di Massimo Donà, ancorché
    condivida in pieno l’affermazione linguaglossiana, tanto vera, tanto semplice, quanto lapidaria, secondo cui “è il nichilismo il padre della NOE”.
    Ma in me si agita un’altra questione, di cui avverto l’importanza, l’urgenza
    nel far poesia, questione che però non riesco a dirimere da solo.
    E questa volta chiedo l’aiuto anche di Salvatore Martino, visto che sia Sabino Caronia sia Claudio Borghi hanno raccattato, con garbo e con cultura, il mio precedente invito. La questione, anche questa più volte
    affrontata con Giorgio L. appassionatamente, in buona sostanza
    è:
    “Cosa” è poesia? E non la solita, ormai slabbrata e desueta, ‘Cosa è poesia…’ di cui tutti siamo stanchi.
    Gino Rago

  8. gino rago

    Jorge Luis Borges

    Le Cose

    Le monete, il bastone, il portachiavi,
    la pronta serratura, i tardi appunti
    che non potranno leggere i miei scarsi
    giorni, le carte da gioco e gli scacchi,
    un libro e tra le pagine, appassita la viola,
    monumento d’una sera
    di certo inobliabile e obliata,
    il rosso specchio a occidente in cui arde
    illusoria un’aurora. Quante cose,
    atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
    ci servono come taciti schiavi,
    senza sguardo, stranamente segrete!

    Dureranno più in là del nostro oblio;
    non sapran mai che ce ne siamo andati.

    Adam Zagajewski (poeta più volte proposto su L’Ombra… da Giorgio Linguaglossa)

    Dalla vita degli oggetti

    La pelle levigata degli oggetti è tesa
    come la tenda di un circo.
    Sopraggiunge la sera.
    Benvenuta, oscurità.
    Addio, luce del giorno.
    Siamo come palpebre, dicono le cose,
    sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
    e la luce, l’India e l’Europa.
    E all’improvviso sono io a parlare: «Sapete,
    cose, cos’è la sofferenza?
    Siete mai state affamate, sole, sperdute?
    Avete pianto? Conoscete la paura?
    La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
    i peccati veniali non inclusi nel perdono?
    Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
    quando di notte il vento spalanca la finestra e penetra
    nel cuore raggelato?
    Avete conosciuto la vecchiaia, il lutto,
    il trascorrere del tempo?

    Cala il silenzio.
    Sulla parete danza l’ago del barometro.

    Ripropongo le stesse due poesie, l’una di Borges, l’altra di Zagajewski, questa volta però nelle loro forme integrali, per le sollecitazioni ricevute,per e-mail, da molti lettori-poeti e da alcune lettrici, con le quali mi chiedevano di farlo.

    E’ una “cosa” un Souvenir?
    E’ (con Gozzano) tra le ‘buone cose di pessimo gusto’ o rappresenta tutte quelle ‘cose’ capaci di farci da spalla nella identità, nella memoria, nel quotidiano, quelle ‘cose’ in cui il poeta vuole cogliere il segreto, il nascosto
    brusio proprio perché “in principio c’era una Cosa” (Massimo Donà)?

    Gino Rago

  9. antonio sagredo

    ———————————————————————————-
    Caro Rago, così rispondo da miei lontani versi del 1977 praghese:

    Tentativi di definizione

    Poesia
    sono tornei tra mare e cielo,
    sembianti esotici, geometrie terribili.
    Labirinti dove soli si azzuffano ringhiando,
    universi che imitano apocalissi.

    Poesia
    sono tornei di tenerezze inaudite,
    teatri di rugiade, prodigi evanescenti.
    Finzione dei tarocchi che sognano destini,
    immagini di fate e di leggende.

    Poesia
    sono tornei fra misteri di cristallo,
    rubini dei cristalli, disperate corone.
    Vanità delle lune dove s’indugiano i poeti,
    cavalieri erranti, antiche sinfonie.

    Poesia
    sono tornei tra cielo e terra,
    cigni in lagrime, donne innamorate.
    Rosari di canicole dove smania la tortora,
    deliri di madreperla, narcisi impazziti.

    a.s.
    Praga, 28 gennaio 1977
    ———————————
    Ma un grande poeta praghese morto a 22 anni nel 1941, (investito da una macchina nazista), Jiří ORTEN, autore di nove straordinarie ELEGIE che non sfigurano affatto di fronte a quelle rilkiane, così scrive a proposito della Tua domanda, caro Rago, questi versi:
    LA COSA CHIAMATA POESIA *
    La cosa chiamata poesia
    quella vorresti fare?
    in solitudine singhiozzare
    e tanto volere bene.

    Senti? E’ il tuo ticchettio
    un così disperato giocare.
    La cosa chiamata poesia
    quella vorresti fare?

    Forse lo sai che spesso
    la parola è troppo sciocca.
    ma Dio ti chiude la bocca
    e altro non ti può dare.

    La cosa chiamata poesia
    quella vorresti fare?
    7 dicembre 1938
    ————————-
    il titolo di questa poesia dà il titolo all’intera raccolta di poesia, pubblicata da Einaudi nel 1969, traduzione di G. Guidici e di Vladimir Mikeš. Consiglio a tutti i lettori del blog di trovare questo volume di poesie, di leggerle e così provare con quanta passione il Poeta le scrisse, e come si dice sempre morì giovanissimo perché era caro agli Dei.
    Il rimpianto è grande poiché avrebbe scritto pagine davvero straordinarie da offuscare tanti poeti acclamati fra i maggiori del secolo scorso, ma posso dirVi che son bastati i pochi versi che scrisse perché entrasse, come dice un poeta, Pasternàk, da lui moltissimo amato, “entrasse nella schiera delle leggende giovani”.
    Nella sua nona elegia il nome del poeta russo ricorre due volte, mettendo in risalto l’importanza della cameretta dove i poeti si raccolgono…

    E adesso ti dirò, dove infine sono andato:
    nella mia stanza, undici anni or sono.
    In quella stanza, dove aspettava Pasternàk
    Nel bosco ad incontrare dolcezza e non memoria,

    …..
    Ora io credo che la domanda: cosa è la Poesia?, è come un fiocco di neve, stracolmo di cristalli meravigliosi ma poi avviene la crudeltà dello scioglimento… questa è POESIA!

  10. “Cosa”, è poesia?
    Questa tua domanda, caro Gino Rago, è acuta, fulminante… Suona come un paradosso inverso, perché rivolta più all’intuizione che alla ragione ( la ragione ancora non sa cosa sia poesia).
    Complimenti.
    Vorrei, ma non so rispondere.

    • E’ più semplice rispondere alla domanda “ormai slabbrata e desueta, ‘Cosa è poesia…’
      Mario Gabriele ha scritto:

      Jodie vive a Norwich.
      A volte ritorna con preludi d’amore
      nella stanza che ha riflessi d’aurora.

      Ecco, per tornare alla tua domanda, il fatto che Gabriele abbia scelto il nome Jodie per la poesia ( nome di persona, non di cosa) può essere una indicazione…

    • gino rago

      Sono quasi in partenza verso la Capitale anche per il prossimo Laboratorio Poesia del prossimo 24 maggio e perciò non sono concentrato, sulle questioni scagliate sul tappeto, anche da me, come
      dovrei e come mi piacerebbe essere per la serietà delle questioni
      gettate sul tavolo verde della socio-antropologia del nostro tempo.
      Lucio Mayoor Tosi coglie il senso vero della domanda da me posta nei termini esatti in cui l’ho concepita. E cioè “Cosa” (più banalmente,
      la “Cosa”) è poesia?” E la risposta non è per niente semplice; ma il poeta
      non è chiamato a dare risposte. Il poeta è chiamato invece a porsi le
      giuste domande, anche le più impegnative, anche se di tali questioni
      in sé avverta a malapena il vago brusio…
      Invece Sagredo, che pur ci propone magnifici versi, si è fatto travolgere dall’altra arrugginita domanda, che io non avrei mai e poi mai posto né
      a me né ad altri, la più banale e perfino inutile: “Cosa è poesia?”.
      Invece io, a me soprattutto, domandavo: “Cosa” è poesia?”
      A Giorgio Linguaglossa, che articola e sviluppa il suo ultimo commento
      come meglio non si può, conto di tentar di formulare qualche risposta proprio nella manciata di minuti a disposizione nel corso del Laboratorio Poesia Gratuito del 24 maggio.
      A Mariella Colonna, che mai si gira dall’altra parte quando L’Ombra delle Parole alza la sua chiamata sempre nel segno e nel nome della Poesia,
      devo dare ragione nel confronto Borges/Zagajewski, anche se nei primi
      quattro versi il poeta polacco, a differenza di Borges, usa quattro
      punti fermi in rapida successione, a testimoniare una sensibilità
      linguistica ed estetica più postmoderna rispetto all’aedo delle Ande.
      Insomma, caro Sagredo, e cari tutti e care tutte de L’Ombra delle Parole,
      nella raccolta differenziata dei rifiuti noi gettiamo, noi buttiamo
      gli ‘oggetti’ (come in vita fece la Romagnoli) o le ‘cose’? O gettiamo
      ‘oggetti’ e ‘cose’, indifferentemente…?
      Gino Rago

      • Mariella Colonna

        Carissimo Gino,
        ti dico un “grazie” toto corde per la gentilezza con cui rispondi ai miei interventi, cosa che fai tu solo, a quanto pare! Rileggendo i versi di Borges e di Zagajewski anche io ti devo dare ragione…però io penso che la vera poesia resista al tempo e che versi più moderni non è detto che siano più poesia di quelli “antichi”: altrimenti, dico paradossalmente, Dante sarebbe da gettare nel cestino! Comunque hai ragione tu…come linguaggio, quello del poeta polacco è più attuale

  11. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/18/dialogo-a-piu-voci-su-vari-argomenti-la-nuova-ontologia-estetica-il-frammento-il-dopo-satura-di-montale-fernanda-romagnoli-poesie-di-osip-mandelstam-kjell-espmark-anna-ventura-gino-rago-luc/comment-page-1/#comment-20231
    Cari amici e interlocutori,

    mi avete chiamato ad un compito oltremodo difficile, ma proverò qui con degli appunti sul nichilismo:

    Ernst Jünger in Oltre la linea (1980) sviluppa una comprensione del nichilismo come espressione di una «svalutazione dei valori» che è diventata una «condizione normale», ubiqua e onnipresente. Per Jünger ogni contatto con l’assoluto è diventato impossibile o problematico. Lo scrittore tedesco distingue un nichilismo attivo e uno passivo, forte e debole, ma resta fedele ad una concezione del nichilismo che consente un contro movimento salvifico; Jünger pensa che sia possibile, in qualche modo, uscire fuori del nichilismo, andare «oltre» la «linea». Insomma Junger ha una visione ancora ottimistica del nichilismo, pensa ancora in termini di superamento e di contro movimento a partire dalla diagnosi di Nietzsche e di Dostoevskij. Jünger pensa sì in conformità con Nietzsche che ciò che sta per cadere dere essere lasciato cadere, anzi, aiutato a cadere, ma vede al termine di questa caduta l’orizzonte di un cominciamento, di un contro movimento, vede possibile l’attraversamento del nichilismo, che, insomma, la meta ultima si avvicina. Attraversare la linea significa giungere in una dimensione dove il nichilismo diventa una condizione normale e il niente diventa un aspetto normale della realtà. Dove tutto è in gioco, scrive, non si tratta di gettare ponticelli sopra l’abisso, non sono sufficienti le strategie di contenimento… Jünger raccomanda una sorta di «resistenza» che consenta, nel mezzo del nichilismo dispiegato, di trovare delle «osasi» di sopravvivenza, di libertà (la morte, l’amicizia, l’arte, l’eros) nelle quali coltivare territori di verginità della interiorità nelle quali l’individuo riesca a contenere l’avanzare del «deserto» del nichilismo. Ecco come Franco Volpi sintetizza la posizione di Junger:
    “Come in quest’epoca la poesia autentica si muove nelle prossimità del niente, parimenti nel campo dello spirito ogni sicurezza si fa problematica, si sgretolano le costruzioni sistematiche delle filosofie barocche e il pensiero va in cerca di nuovi appigli: la gnosi, i presocratici, gli eremiti della Tebaide. Il comune carattere sperimentale di pensiero e poesia corrisponde in modo essenziale alla situazione epocale del nostro tempo. In questo senso Jünger è solidale con la tesi heideggeriana della «viaticità» dle pensiero, del suo essere continuamente «in cammino» per sentieri «interrotti», del suo orientarsi su semplici «segnavia»””.

    Chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente
    e non ne ha subìto la tentazione conosce ben poco la nostra epoca

    Che cosa mai sarebbe servito dire ai Troiani mentre i palazzi di Ilio rovinavano, che Enea avrebbe fondato un nuovo regno?

    La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente. La mente si avvicina alla zona in cui dileguano sia l’intuizione sia la conoscenza, le due grandi risorse di cui essa dispone.
    Del niente non ci si può formare né un’immagine né un concetto.
    Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa allo stesso modo si può avere esperienza del morire, non della morte.1

    (Ernst Jünger)

    A Jünger risponde Heidegger correggendo il tiro e la gittata della sua riflessione sul nichilismo. Ma Heidegger pensa invece in modo più radicale il fenomeno del nichilismo che non può essere confinato in una sorta di «malattia» da cui se ne può uscire, in qualche modo, guariti dopo aver apprestato delle cure. Il filosofo tedesco pensa semplicemente che dal nichilismo non se ne esca affatto e che tutto sta nel prenderne atto, Sostare e camminare nel nichilismo, soltanto questo possiamo fare, e «soltanto un dio ci può salvare.

    M. Heidegger:
    Il tentativo di attraversare la linea resta in balia di un rappresentare che appartiene all’ambito in cui domina la dimenticanza dell’essere. Ed è per questo che esso si esprime ancora con i concetti fondamentali della metafisica (forma, valore, trascendenza)

    In che linguaggio parla lo schema fondamentale del pensiero che prefigura un attraversamento della linea? Il linguaggio della metafisica della volontà di potenza, della forma e del valore deve essere salvato al di là della linea critica? E in che modo, se proprio il linguaggio della metafisica e la metafisica stessa, sia essa del Dio vivente o del Dio morto, hanno costituito in quanto metafisica il limite che impedisce il passaggio oltre la linea, cioè l’oltrepassamento del nichilismo? Se le cose stessero così, l’attraversamento della linea non dovrebbe necessariamente implicare una trasformazione del dire, e richiedere un mutato rapporto con l’essenza del linguaggio? E ancora, il suo riferimento al linguaggio non è tale da richiedere anche da parte sua un’altra caratterizzazione del linguaggio concettuale delle scienze? Se spesso ci si rappresenta questo linguaggio come nominalismo, è perché ancora si rimane irretiti nella concezione logico-grammaticale dell’essenza del linguaggio.

    Scrivo tutto questo in forma di domande, perché non vedo che cosa oggi un pensiero potrebbe fare di più se non pensare incessantemente su ciò che provoca queste domande. Forse arriverà il momento in cui, per altre vie, l’essenza del nichilismo si mostrerà più chiaramente e in una luce più viva. Per ora mi accontento di presumere che il solo modo in cui potremmo meditare sull’essenza del nichilismo sia quello di imboccare innanzitutto la via che conduce a una localizzazione dell’essenza dell’essere. Solo per questa via è possibile localizzare la questione del niente. Senonché, la questione dell’essenza dell’essere si estingue se essa non abbandona il linguaggio della metafisica, perché il rappresentare metafisico impedisce di pensare la questione dell’essenza dell’essere.
    Dovrebbe risultare evidente che la trasformazione del dire che pensa all’essenza dell’essere è sottoposta ad altre esigenze che non al cambio di una vecchia terminologia con una nuova.

    (Martin Heidegger)

    Ecco cosa scrivevo in una lettera postuma all’amico poeta Ubaldo de Robertis, dopo la sua dipartita:

    Ecco, caro Ubaldo, il senso di quanto ti volevo dire…
    io penso che dobbiamo giungere al punto che dobbiamo cessare di ragionare in poesia come se fossimo nel mezzo di un discorso politico che si fa nell’agorà, dobbiamo pensare più in grande e in altezza al discorso poetico come quel luogo nel quale cessiamo di ragionare con le categorie della metafisica. Soltanto così possiamo sperare di giungere al punto più alto di quella metafisica, quel punto, in cima ad una collina, dal quale lo sguardo può dilagare e osservare con distacco quanta strada abbiamo percorso, senza la presunzione di essere giunti al traguardo ma accettando quel limite che è interno al nostro guardare come al punto più alto cui possiamo tendere.
    «Il più inquietante fra tutti gli ospiti», il nichilismo, è qui.

    (Giorgio Linguaglossa)

    Cari amici,
    io penso che dobbiamo accettare tutta la responsabilità del «niente» che ci sovrasta e ci sommerge, dobbiamo stare tutti quanti nella stessa barca anche in mezzo alle onde del mare, dobbiamo prendere atto di questa situazione senza pensare di uscirne con dei giochi o dei mottetti di spirito come fanno i poeti deboli, i quali giocano con le parole come bambini pensando che il gioco li metta al riparo dai pericoli di essere sommersi dal mare. Questi sono semplicemente dei bambini che suonano le trombette e i tamburi mentre scrivono al pc le loro piccole poesie dello svago. No, io penso che compito del poeta sia lo stare «in cammino» senza illudersi di giungere ad una pur qualsivoglia oasi dove si possa sostare per riposarsi dal viaggio, no, questa è una mera illusione da spiriti deboli, noi non possiamo che continuare il nostro cammino, non ci è data altra scelta…

    (Giorgio Linguaglossa)

    1 E. Jünger M. Heidegger, trad. ital. Oltre la linea Adelphi, Prima edizione, 1989

  12. L’idea di essere eternamente “in cammino”,di cui ci dice Giorgio Linguaglossa,mi ha sempre sostenuta,aiutata ad a”andare oltre”.Una volta sono stata a Santiago De Compostela, credendo di raggiungere una meta; ma sbagliavo: Santiago è “altrove”, senza tempo e senza spazio;sull’altare, il Santo si lascia abbracciare (ha due buchi sotto le braccia),ma non per questo concede confidenza;non siamo arrivati da nessuna parte, è già ora di riprendere il cammino.

  13. L’ULTERIORE PASSO IN AVANTI DEL NICHILISMO: UNA POESIA DI MARIO GABRIELE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/18/dialogo-a-piu-voci-su-vari-argomenti-la-nuova-ontologia-estetica-il-frammento-il-dopo-satura-di-montale-fernanda-romagnoli-poesie-di-osip-mandelstam-kjell-espmark-anna-ventura-gino-rago-luc/comment-page-1/#comment-20242

    Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori
    carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia
    mobile d’un rigagno; vedile andarsene fuori.
    Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:
    col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,
    che non si perda; guidala a un porticello di sassi.

    (Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925)

    Montale dedica Ossi di seppia a Camillo Sbarbaro. Quelle navicelle multicolori che non galleggiano in un mare azzurro, ma in una «fanghiglia mobile», è il primo maturo, in Italia, esempio di poesia del nichilismo. Alla brevità dell’epigramma corrisponde la miniatura dell’universo dell’epigramma; altrove dirà del «rivo strozzato che gorgoglia». Sintomo del «male di vivere», come è stato interpretato da critici eufuisti e miopi? No, sintomo del nichilismo incipiente che avvolgerà la più matura poesia europea.

    E adesso passiamo dal 1925 ai giorni nostri, ad una poesia di Mario Gabriele tratta da L’erba di Stonehenge (Roma,Progetto Cultura,2016):

    (22)
    La speranza giaceva nel cassetto.
    Nero latte dell’alba lo beviamo la sera,
    lo beviamo al meriggio, al mattino,
    lo beviamo la notte,
    ai tavolini de la belle Epoque a Parigi.

    -Papà modan, papà Modan-, gridava Joelle
    al primo allarme nel querceto,
    quando scendeva le scale zittendo i suoi cani.

    Al Bristol Hotel c’era gente
    Venuta ad ascoltare Save the children.

    Candy temeva i mesi più della bufera.

    Ma questo è un altro dire, Margot,
    un altro soffrire,
    e so di fiumi che offuscano il cielo
    e di gente alla riva che aspetta Godot
    .

    Nella prima strofa c’è tutto il dicibile della nostra epoca ma riassunto in un quadretto di appena 5 versi, con quell’incipit andante allegro:

    La speranza giaceva nel cassetto.

    e la citazione interpolazione di due versi famosi di Celan. Nelle nuove condizioni del nichilismo anche il male di vivere è diventato una chimera; niente «rivi strozzati», niente «fanghiglia», niente «versicolori», niente di niente… c’è gente «venuta ad ascoltare Save the children» (degna di nota la sopraffina ironia derisoria) e «gente alla riva che aspetta Godot». Ma Godot è arrivato; è già qui tra dinoi. Siamo noi, sembra dirci Mario Gabriele. Il nichilismo ha compiuto un ulteriore passo, e chi non se ne è accorto continua a giocare con le barchette di carta di versicolori…
    L’individuo ridotto alla nuda interiorità delle moderne democrazie occidentali di massa è il luogo più adatto per la dimora stabile del nichilismo. Non c’è nulla di più ragguardevole e confortevole che questa nuda interiorità esposta in vetrina.

    *

    “Non chiedete alla poesia troppa concretezza, oggettività, materialità. Questa pretesa è ancora e sempre la fame rivoluzionaria: il dubbio di Tommaso. Perché voler toccare col dito? E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica? La cosa è forse padrona della parola? La parola è psiche. La parola viva non definisce un oggetto, ma sceglie liberamente, quasi a sua dimora, questo o quel significato oggettivo, un’esteriorità, un caro corpo. E intorno alla cosa la parola vaga liberamente come l’anima intorno al corpo abbandonato ma non dimenticato. […] I versi vivono di un’immagine interiore, di quel sonoro calco della forma che precede la poesia scritta. Non c’è ancora una sola parola, eppure i versi risuonano già. È l’immagine interiore che risuona, e l’udito del poeta la palpa.” *

    * Osip Mandel’stam, in La parola e la cultura 1920

    Ecco una poesia dalla raccolta di esordio di Osip Mandel’stam. Una «luna di rame» si solleva sinistra nel cielo della «sera», e il poeta si chiede: «perché mai un tale silenzio?». Sembra il silenzio che precede la tempesta. Mandel’stam coi i suoi sofisticatissimi strumenti psicologici e poetici avverte la bufera che sta per portarsi via l’Europa in una guerra fratricida dalla quale la sua Russia ne uscirà sconvolta. Qui c’è un segnale vivissimo, importantissimo, della nuova poesia del modernismo, quella poesia che è il segnale premonitore dei nuovi tempi che stanno per arrivare con passi da gigante:

    E sopra il bosco quando fa sera
    s’alza una luna di rame;
    perché mai così poca musica,
    perché mai un tale silenzio
    ?

    (Osip Mandel’stam, da Kamen, 1913)

    • “E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica? La cosa è forse padrona della parola? La parola è psiche”.
      Grazie, mi sembra che con queste parole Mandel’stam risponde al quesito di Gino Rago: “Cosa”, è poesia?

  14. Giusto, la parola è “psiche”, ma non è l’unico mezzo di comunicazione tra gli uomini; che meraviglia, se fossi capace di comunicare con i segnali di fumo!

  15. antonio sagredo

    “Cosa” è poesia?” : così come è scritta la domanda è facile cadere in un inganno.

    “Cosa” di per se non significa nulla, se non viene posto un articolo, e cioè : LA “COSA” è POESIA?… e allora tutto diviene più chiaro per un articolo femminile.

  16. sabino caronia

    Ripeto la risposta già riportata, sulla scia di Borges, al quesito dell’amico Gino Rago:” Quando muoiono certe parole non muoiono certe alternative di dire le cose ma muoiono certe cose”!

    • Noto con piacere l’apertura ad una dialettica difficile e poco conciliante sul tema del nichilismo. che certamente sarà tizzone ardente per quelle menti e coscienze legate allo spiritualismo. Si entra, come è facile prevedere, in un conflitto filosofico di perenne contrasto, come è sempre stato tra la Fede e la Ragione: categorie che rispecchiano da una parte l’oggettività sensoriale di ognuno di noi, e dall’altra, il superamento di questa percezione con qualcosa che va oltre il Nihil, opponendolo con l’Eterno e il metafisico. L’Illuminismo, europeizzato con i termini Aufklarung, Lumiéres, Enlightemment e Ilustraciòn, rivede tutta la concezione fideistica medievale, istituzionalizzando forme e contenuti al di fuori di ogni suggestione religiosa, segnando una vera e propria frattura, grazie alla realtà di nuove scoperte scientifiche. Più radicale è il pensiero scientifico contemporaneo con l’appartenenza ad un concetto della vita sottilmente fragile, che ha avuto da parte di filosofi e scienziati ulteriori spinte verso il razionalismo, con l’approdo all’antropologia in C.L.Strauss, e alle teorie dei filosofi marxisti (L. Althusser),Indirizzi questi che hanno aperto la strada verso nuove idee che scandalizzano ogni forma di indirizzo religioso perché facenti parte dei risultati provenienti dalla mente dell’uomo, chiuso nella sua solitudine e ”gettato nel mondo” in un tragico destino di morte, come d’altronde tutte le cose materiali e dell’universo, con lo stesso Principio e Fine. Contro questa realtà si interpone la Fede, che neutralizza una verità, autentica e vera, qual è appunto il Nichilismo quale presa d’atto del fallimento del sistema Mondo confutato da filosofie estroverse e fantasiose, come quella del “Cerchio del divenire” con l’assentarsi della Morte, ipotizzata da Emanuele Severino. Fedele, pertanto a questi miei principi, entro nella NOE, anima e corpo, e ne dettaglio la nuova estetica con Historie, pubbliche e private,neutralizzanti l’inganno e le illusioni, per restare vicino alla sorte dell’uomo e del suo significato qui e ora. In questo contesto storico-culturale arretra in me ogni concezione soprannaturale della cosmogenesi, avvicinandomi al pensiero di Hawking che ha fatto della ragione il punto centrale della scienza e della ricerca. L’Occidente si è trovato di fronte al tramonto della metafisica, per cui l’unica via possibile è svincolare L’Essere, depotenziandolo dalla sua categoria, per continuare un discorso interpretativo e logico sulla realtà.La decostruzione della metafisica correlata al concetto di sostanza-presenza, con i fondamenti inattaccabili quali: Dio, l’Essere, e il Soggetto, ha portato Heidegger a considerare la realtà fatta di angoscia e di nulla.E’ un tratto epistemico importante che può scandalizzare le menti più mistiche,o francescane, ma che in effetti determina e concettualizza la realtà così come essa si presenta ai nostri occhi. Proprio come “ob-jectum.

  17. adeodatopiazzanicolai

    Commento sulle parole di Linguaglossa … walking *as in the movement in all directions is the sole option we have in this nihilistic reality…not walking towards some end, since our lives have neither beginning nor end, the only exception being physically and only physically…all the rest is unknown. Perdonatemy l’ inglese, ma mi trovo piu
    libero di esprimere certe idee in quella lingua…..

    • caro Adeodato,

      noi camminiamo… in su, in giù, di lato, a dx, a sx, ma non andiamo in nessun luogo, non riusciamo neanche più a cadere che ci rialziamo… (con buona pace di Rozewicz), anche il viaggio è diventato una approssimazione turistica all’essere, l’erranza è stata addomesticata, che noia tutta quella folla di turisti che si mette in marcia per ore ai caselli autostradali di luglio e agosto… le poesie bene educate pubblicate nelle rivistine letterarie… è questo il nostro santo quotidiano nichilismo… le ruberie quotidiane, Il folle dittatore della Corea del Nord che lancia missili nell’oceano, il figlio che grida al padre: “devi dire la verità!”, gli sciacalli, di C.L., gli appalti truccati, il papa che parla come un ex comunista… beh, se questo non è nichilismo che cos’è? E allora, leggiamoci una poesia di Mario Gabriele.

      Mario Gabriele
      da Ritratto di signora (2014)

      1
      Cara Juliet,
      qui dove l’inverno dura più della barba di Santa Claus,
      ci siamo arresi al freddo di dicembre
      come quei piccoli clochard ai bordi delle vie,
      senza bandiere e né futuro;
      mi viene da pensare alle notti di Stoccolma,
      alle renne venute a cercare gli avanzi di Natale;
      tutti abbiamo festeggiato l’anno che passava;
      il tempo come uno sparviero
      sui pinnacoli di un’America battuta,
      l’urlo di Munch
      era un passepartout per un inferno alle porte:
      le lunghe ore a parlare del punto morto del mondo,
      l’anello che non tiene,
      sempre in fede obliqua
      mi venne uno strano freddo allora,
      come una ipotermia
      sotto la cupola avvolta dalla neve,
      per poi rinascere nei giardini di marzo,
      perché i più bei fiori dell’anno
      sono i non-ti-scordar-di-me.

  18. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/18/dialogo-a-piu-voci-su-vari-argomenti-la-nuova-ontologia-estetica-il-frammento-il-dopo-satura-di-montale-fernanda-romagnoli-poesie-di-osip-mandelstam-kjell-espmark-anna-ventura-gino-rago-luc/comment-page-1/#comment-20254
    LA TEORIA DEL TUTTO. DOV’È DIO? FUORI DEL TUTTO. LO ZERO E IL NICHILISMO DELL’EPOCA CONTEMPORANEA
    Scrive Sergio Givone:

    “Affermando, come gli è accaduto recentemente, che una «teoria unificata dell’universo» è ormai a portata di mano, Stephen Hawking ha riproposto quello che per Einstein era un sogno irrealizzabile, ossia la riunificazione in un solo campo delle forze dell’infinitamente piccolo (forza nucleare e radioattività) e delle forze dell’infinitamente grande (elettromagnetismo e gravità). Lasciamo stare se Hawking abbia ragione o pecchi di ottimismo. Chiediamoci piuttosto da dove Hawking tragga l’idea che fa da corollario alla sua affermazione: quella per cui tale teoria metterebbe Dio definitivamente fuori gioco.

    E dire che proprio Hawking solo qualche anno fa ne aveva ammesso la possibilità. Lo stesso vale per Einstein. Per non parlare di Cantor, la cui teoria degli insiemi prospetta gli infiniti (al plurale) l’uno dentro l’altro, come in un gioco di scatole cinesi, ed evoca Dio come infinito degli infiniti, ma anche come ultimo orizzonte in cui la ragione fa naufragio. Sia come sia il problema-Dio appariva aperto e invece ora non più. Se non risolto, accantonato su base fisico-matematica prima ancora che su altra base (ad esempio etica).

    In altri termini, quel che viene sostenuto da Hawking è che di Dio non c’è alcun bisogno per spiegare il passaggio dallo stato assolutamente inerziale dell’inizio al big bang. Nulla infatti vieta di pensare che lo stato inerziale contenga già prima della sua esplosione, e dunque in un tempo solo immaginario, e non ancora reale, tutte le informazioni necessarie a produrre l’esplosione stessa. Se il successivo processo entropico viene fatto regredire fino a grado zero, dove l’entropia è ancora da venire ma le informazioni ci sono già e contengono nel tempo immaginario la totalità delle cose che poi si svilupperanno nel tempo reale, è come se ci fosse dato di giungere al limite estremo dell’universo, per non dire dell’essere, e poi fare ancora un passo. Un passo a nord del polo nord, per usare la paradossale metafora di Hawking.
    Che cos’è questo? un salto nel nulla? Un tentativo di costruire, nel cuore stesso del nulla, una postazione da cui osservare il prodursi della realtà, il suo venire alla luce, il suo offrirsi a uno sguardo capace di descriverne perfettamente la manifestazione? Certo è un salto nel grado zero della realtà. Diciamo pure: un salto nello zero. E allora perché stupirsi? Lo zero è un numero. Ma un numero straordinario. Simboleggia ciò che sta prima dell’uno, ma al tempo stesso contiene l’uno, se è vero che zero elevato a potenza zero dà uno o comunque un numero. Contiene non solo quel che non è ancora ma addirittura quel che esso nega.

    Posto lo zero, è posto anche l’uno. E con l’uno la serie infinita dei numeri, con i numeri il prima e il dopo, vale a dire il tempo, col tempo la possibilità che le cose siano… Accade con il numero zero quel che accade con il concetto di nulla: ce ne serviamo per indicare una realtà negativa, realtà che non esiste, eppure grazie ad essi compiamo operazioni altrimenti impossibili o riusciamo a pensare ciò che diversamente resterebbe impensato (l’indeterminazione, la libertà, e così via).

    Nondimeno… Se ci limitiamo a considerare lo zero un analogo del nulla, quasi che lo zero fosse in matematica quel che il nulla è in metafisica, perdiamo di vista la differenza essenziale. Lo zero è qualcosa che ha pur sempre a che fare con qualcosa, anche quando questo qualcosa è una realtà puramente negativa o realtà che sta prima della realtà, come il tempo immaginario che sta prima del tempo reale. Invece il nulla non è nulla. Posto il nulla, non è posto alcunché.

    Mentre lo zero ha a che fare con dei fatti e designa pur sempre uno stato di cose, per esempio lo stato inerziale dell’inizio che non ha tempo e tuttavia rappresenta la possibilità e anzi la necessità che il tempo sia, il nulla non designa nulla e soprattutto non ha a che fare con dei fatti ma semmai col senso o col non senso delle cose. Come quando dico: questo non significa nulla. Oppure: il nulla è il senso del tutto. Oppure: Dio ha tratto il mondo fuori dal nulla.” […]

    Io rispondo che c’è un piccolo problema linguistico: che interpolando nel ragionamento una entità fuori del ragionamento (Dio) Givone opera un atto magico, inserisce in un discorso una «Incognita» che opera come un grimaldello e crea nientemeno il mondo dal nulla. Io mi limiterei ad espungere l’Incognita dal discorso lasciandolo aperto… I credenti invece lo vogliono chiudere a tutti i costi. Ed inseriscono l’Incognita (Dio) che risolve tutti i problemi. In un discorso scientifico i credenti inseriscono un elemento-grimaldello non scientifico che risolve tutti i problemi. Mi sembra una semplificazione grossolana, o meglio, un atto di fede, un discorso teologico che però non può trovar luogo nell’ambito di un discorso rigorosamente scientifico e filosofico.

    (Sergio Givone Trattato teologico-poetico il melangolo, 2017 pp. 59 e segg.)

  19. antonio sagredo

    Glorificatemi!
    Non sono pari ai grandi.
    Sopra tutto ciò che fu fatto,
    pongo il mio nihil.

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    – i poeti camminano a lungo incalliti dal vagabondare –
    dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.

    Verso gli uomini che tremano
    nella calma delle case
    un bagliore di cento occhi si lancia dal porto.
    Ultimo grido,
    tu almeno urla nei secoli che io sto bruciando!

    V. M.

    1915

  20. antonio sagredo

    Io sono lo sterminio in mezzo ai suoi principi,
    tradotto alla parola come alla propria esecuzione.
    Poesia, tu vivi di interiora!
    Tutte le sofferenze ti somigliano.

    Dall’ordine ti ritiri fino alla sorgente,
    di notte soffro la parola che subisco.
    Di cera mi è dato di vivere nel caos.

    E se legato ancora al sangue umano
    (indebolito e unto dalla madre al capezzale)
    sui ceppi divinizzi i patiboli più che la tortura.
    Le bende sulle lancette dei rauchi quadranti.

    Nelle stanze le soglie sono altrove dolorose:
    ho traversato il grido da uno estremo all’altro.

    E creo in ogni istante un Dio,
    il suo terrore vendico con la mia mano.
    Mi girano intorno i luoghi delle esecuzioni.
    Quale festa contare i vivi!

    Allontanate da me ogni diniego di potenza,
    quel calice che penetra la mia carne.

    Poesia, dammi la tua bocca e la tua lingua!
    Non mi resta che il sangue con cui parlare.
    Darò ordini al sangue!

    Mi offrono le mie mani, i miei occhi,
    a me, a me, che mai arrivo in tempo alla mia ora!

    Perché generare una memoria
    se le forche fanno appelli
    a chi non pesa la parola come i morti?

    Io che sono al di fuori d’ogni linguaggio,
    restituitemi le labbra e la mia bocca!

    Agli dei il silenzio che non mi è dato,
    l’uomo si scordi almeno il proprio nome.
    Darò ordini al sangue:
    che non venga crocefisso il cuore!

    Non ha capito nulla, Iddio, dell’uomo…
    la funebre offerta dei suoi misteri…
    il nostro arbitrio
    non preserva il becchino della corruzione,
    le stelle dalla luce delle necropoli.

    Possa io baciare gli occhi di mio Padre,
    con la sua bocca!
    Io sono la mia corazza!
    Concedetemi il trionfo d’essere mai nato,
    le trasformazioni da cui sono soggiogato.

    Quando i rimorsi giungono a una fine
    le stazioni marciano verso una memoria.

    Sangue: libro che ti sorveglia e aspetta,
    a noi mai noto!
    E io, terribile, come l’agnello originario,
    coperto di bende dalla propria Madre!

    antonio sagredo

    Roma, 27- 29 gennaio 1994
    (pubblicata in “Poemas”, Zaragoza, 2001)

  21. antonio sagredo

    Ascoltate, signor Dio!
    Com’è che non vi viene a noia
    inzuppare ogni giorno
    nella gelatina delle nuvole gli occhi impinguiti?

    Su, sapete,
    mettiamo su un carosello
    sull’albero della scienza del Bene e del Male!
    Onnipresente, tu sarai in ogni armadio
    e tali vini disporremo sulla tavola,
    da far venire la voglia al tetro Pietro Apostolo
    di far quattro salti al ki-ka-pu.

    E nel paradiso di nuovo collocheremo le Evucce:
    ordina,
    e stanotte stessa
    da tutti i viali le più belle prostitute
    ti trascinerò in quantità.

    Vuoi?
    Non Vuoi?

    Scrolli la testa, capelluta?
    Aggrotti il ciglio canuto?
    Tu pensi che
    questo dietro di te, alato,
    sappia cosa sia l’amore?

    Anch’io sono un angelo, io lo ero,
    come un agnello di zucchero io guardavo nell’occhio,
    ma non voglio più donare alle giumente
    visi scolpiti di farina di Sèvres.

    Onnipotente, che hai inventato un paio di braccia
    e hai fatto
    si che ognuno
    avesse la sua testa,
    perché non hai inventato
    che fosse senza tormenti
    il baciare, il baciare, il baciare?!
    Io pensavo, che tu fossi un dio onnipotente,
    e invece sei un analfabeta, un minuscolo deuccio.
    Vedi, io mi piego,
    di dietro al gambale
    tiro fuori il trincetto.

    Alati furfanti!
    Rannicchiatevi in paradiso!
    Scarruffate le piumette in un tremolio spaventato!
    Io, te, intriso di incenso, squarcerò
    di qui fino all’Alaska!

    Fatemi entrare!

    Non mi fermerete.
    Sia che io sento,
    o che abbia ragione,
    ma non posso essere più tranquillo.

    Guardate:
    le stelle di nuovo hanno decapitato
    e hanno insanguinato il cielo come un macello!

    Ehi, voi!
    Cielo!
    Toglietevi il cappello!
    Me ne vado!

    Silenzio.
    L’universo dorme,
    posato sulla zampa
    l’enorme orecchio con zecche di stelle.

    1914- 15

    V. M.

  22. Mariella Colonna

    Antonio Sagredo…ma dove vai? Ti piace un Dio a tua immagine e somiglianza? Guardati nello specchio della coscienza, sei un bravo poeta, ma non impicciarti delle “cose di Dio”, Lui, se esiste e io credo di sì, ha un modo di pensare un po’ diverso dal nostro…

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