Fernanda Romagnoli (1916-1986) VENTIDUE POESIE da Il tredicesimo invitato (Poesie 1968-1978) Garzanti, 1980, a cura di Donatella Bisutti – Il fantasma di Fernanda Romagnoli

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Fernanda Romagnoli nasce a Roma nel 1916. Diplomata in pianoforte dal Conservatorio di S. Cecilia a diciotto anni, a venti conclude, da privatista, gli studi magistrali. Nel 1943 pubblica la sua prima raccolta di versi, Capriccio, con la prefazione di Giuseppe Lipparini. Rifugiatasi con la famiglia a Erba nel 1944, ritorna a Roma nel 1946. Il matrimonio con l’ufficiale di cavalleria Vittorio Raganella, la porterà dal 1948 a vivere in diverse città, da Firenze a Roma a Pinerolo, infine a Caserta, dove resterà dal 1961 al 1965. In questo periodo prende un impiego di maestra elementare. Nel 1965 esce il suo secondo libro di versi, Berretto rosso. A partire dai primi anni Settanta il suo isolamento letterario sarà confortato dall’amicizia di Carlo Betocchi e Nicola Lisi e quindi di Attilio Bertolucci che, nel 1973, farà uscire presso Guanda la sua terza raccolta, Confiteor. Intanto, dopo il definitivo rientro a Roma, ha iniziato a collaborare ad alcune riviste come «La Fiera Letteraria» e «Forum Italicum» e, per la radio, a «L’Approdo». D’altra parte, gli esiti di una epatite contratta durante la guerra hanno minato gravemente la sua salute, al punto di dover subire nel 1977 un serio intervento chirurgico al fegato, una temporanea salvezza che non le eviterà anni di dolorosa infermità. Quando il male lo consente continua a scrivere e raccoglie, con il consiglio di Bertolucci e Betocchi, le poesie che confluiranno nel volume, Il tredicesimo invitato, pubblicato da Garzanti nel 1980. Le verrà da quel libro, che comprendeva anche una scelta di poesie dalle opere precedenti, una breve gloria. Gli anni seguenti sono segnati da una sempre maggiore difficoltà a lavorare e da ripetuti ricoveri. Alcune sue poesie inedite furono tuttavia pubblicate, per interessamento di Ginevra Bompiani e Gianfranco Palmery, dal quotidiano «Reporter» nell’inserto «Fine Secolo» e dalla rivista «Arsenale», pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Roma, presso l’Ospedale Sant’Eugenio, il 9 giugno 1986.

 

onto Fernanda Romagnoli volto

Fernanda Romagnoli, grafica di Lucio Mayoor Tosi

  Donatella Bisutti: Il fantasma di Fernanda Romagnoli

Una delle cose che più sono contenta di aver fatto nella mia vita è stata occuparmi dell’opera edita e inedita di Fernanda Romagnoli.  Nel 1993, quando ho cominciato a occuparmene, non avendo mai comunque conosciuto la Romagnoli da viva (lei era morta dimenticata nel 1986),  ll tredicesimo invitato, la raccolta che l’aveva imposta all’attenzione dei critici, edita da Garzanti nel 1980 , era da tempo fuori di catalogo  e l’editore non aveva intenzione di ripubblicarla. Le piccole edizioni che l’avevano preceduta erano sparite confluendo nel volume garzantiano.  Mi ci sono voluti 10 anni per riuscire a far sì che venisse di nuovo pubblicata l’opera della Romagnoli – Il tredicesimo invitato più alcuni inediti  – da Scheiwiller. Nessuno mi ha aiutato e spesso sono stata presa dallo sconforto perché mi sembrava di aver davanti un ostacolo insormontabile. È stata solo, credo, la mia testardaggine di ascendenza friulana a impedirmi di desistere. Un destino avverso sembra però continuare a perseguitare la Romagnoli e la sua poesia nonostante io stessa e alcune altre persone  – poche, ma animate da grande convinzione – abbiano cercato e  cerchino di soffiare via la fitta polvere di oblio che continua a ricoprire i suoi meravigliosi versi. Ma tutto sembra inutile: ogni volta che qualcuno sembra riuscire a sollevare il velo, ecco che questo velo, che io immagino nero, luttuoso, ricade pesantemente e ineluttabilmente.

A più di dieci anni di distanza dal felice giorno in cui potei stringere finalmente fra le mani il piccolo libro azzurro pubblicato da Sheiwiller , con il nome di Fernanda che campeggiava infine trionfante sulla copertina, tutto sembra essere stato inutile. Lo spiraglio di luce si è chiuso. Di nuovo la Romagnoli è impubblicata e per leggerla bisogna scovare con difficoltà un suo libro in una biblioteca. Quello che dopo dieci lunghi anni sembrava un traguardo finalmente raggiunto che avrebbe definitivamente tolto dall’ombra l’autrice di alcuni dei versi più meravigliosi della nostra poesia, si è rivelato solo illusorio: è stato cosi breve il tempo in cui il libro di Scheiwiller è esistito, come la breve scia di una cometa che si perde nel cielo. Ormai l’edizione Scheiwiller in libreria non si trova più, e il libro non può nemmeno essere ristampato perché è fuori catalogo. O meglio perché,  a quanto ne so, dopo una lunga trafila di ricerche da me compiute attraverso vicende di cessioni  e fusioni editoriali, la Scheiwiller  è sparita e in questo suo sparire ha trascinato con sé anche Fernanda Romagnoli e la sua opera. Occorrerebbe ricominciare tutto daccapo. Io francamente non credo di averne la forza, sono troppo delusa e passerei volentieri la mano a qualcuno che abbia energie fresche.

Tutto  questo sembra una concatenazione di eventi infausti,  del tutto accidentali, e convengo che non sarebbe accaduto se in Italia la situazione dell’editoria riguardo alla poesia fosse diversa. E anche se un certo canone della poesia che viene imposto oggi non fosse antitetico rispetto alla poesia della Romagnoli. Io al canone preferisco la Romagnoli, ma non molti la pensano come me.  Io credo che la Romagnoli sia una vetta del nostro Novecento e non solo.

Patrick Caulfield English pop art

Tuttavia  io credo anche all’esistenza di energie, positive e negative, che hanno a che fare con lo spirito. Credo che queste energie invisibili,  di cui chi si pretende razionalista ride , muovano la realtà. E credo che gli accidenti della realtà di cui sopra si siano solo prestati al disegno perverso che l’energia negativa della Romagnoli persegue anche oltre la sua morte. Non vorrei farmi ricordare ironicamente come iniziatrice di una critica letteraria che dia spazio al paranormale, ma chissà che futuri studi sulla psiche umana e sul suo interagire  con i  circuiti di energia della materia non possano un giorno confermare questa mia ipotesi. Certo che non può non colpire questo secondo sprofondare della Romagnoli nel silenzio a distanza  di altri poco più che dieci anni. Dopo che tanta fatica era costata farla riemergere.

Riesce quasi inevitabile pensare che qualcosa di autodistruttivo nel suo spirito era talmente forte che continua ad aleggiare sulla sua opera, continua a condizionare la realtà. Può esistere un implacato fantasma letterario? Il masochismo autopunitivo di Fernanda, derivato dal senso di colpa per essersi ribellata alla mutilazione della sua anima operata da una cultura  patriarcale e maschilista,  non solo  l’ha condotta  a una morte precoce, ma ha  fatto del suo meglio per uccidere  anche la sua opera. Paradossalmente: perché è proprio questo suo profondo masochismo a essersi espresso creativamente con gli accenti più alti, dando voce al Tredicesimo invitato. Senza questo suo profondo, morboso masochismo, senza questo senso di colpa cosi profondamente incistato nella sua carne, il dolore non avrebbe partorito la splendida farfalla liberatoria della poesia. E però poi in qualche modo lei stessa ha rifiutato la meraviglia che le nasceva dentro, perché le deve esser parso di togliere a chi le era vicino quello che dava alle figlie della sua anima, le sue poesie. E le ha volute seppellire, seppellendosi  lei stessa, come si fa delle prove  del proprio peccato, che era stato mancare al suo dovere, quello di essere solo moglie e madre . Èuna grande storia romantica, degna di Emily Brontё, quella di Fernanda Romagnoli, che invece di svolgersi nella brughiera inglese si è svolta più banalmente fra le pareti di una cucina di un quartiere romano e che lascia intuire, ma appena appena, non detto, l’ombra forse di un amore negato. Ma il vero amore negato era lei, Fernanda, per se stessa. È questo a farne un’eroina romantica.  Gli inediti che finalmente sono stati trovati e mi hanno permesso di far pubblicare una nuova edizione de Il tredicesimo invitato erano nascosti in un soppalco, in un ripostiglio. Chi li aveva messi li?

La figlia della Romagnoli mi aveva scritto una volta per parlarmi dei suoi rapporti difficili con la madre. Purtroppo forse è mancato il tempo a queste due donne, la madre e la figlia, di spiegarsi, di capirsi , forse di perdonarsi a vicenda. Forse anche la figlia si sarà sentita, magari inconsciamente, come un “tredicesimo invitato” rispetto a una madre che non poteva  realizzarsi compiutamente fra quelle quattro pareti di cucina, una madre la cui anima aveva bisogno di spazi immensi.

Non farò qui un’analisi critica della poesia dalla Romagnoli, la cui fittissima e straordinaria tessitura di richiami, variazioni e concatenazioni di suoni – che secondo me non ha pari con altri poeti  del nostro secondo Novecento, forse  nemmeno Caproni –  genera una cascata di significati che vanno molto al di là  dei significati percepibili razionalmente. Quello che mi preme di più adesso è dare sulla e della Romagnoli una testimonianza umana. La poesia di Fernanda  Romagnoli  è una poesia dell’anima, dello spirito, dell’energia incontenibile dello spirito. Lo spirito di Fernanda Romagnoli era stato messo in gabbia, per il dolore ha cantato, ma alla fine non ha retto e non riuscendo a spezzare le sbarre per il troppo smarrimento di mettere se stesso contro se stesso, si è spento. Ed è sopravvenuto il silenzio. L’estrema punizione. Forse lo spirito di  Fernanda ha ancora bisogno di placarsi e non riesce a farlo. Forse è ancora alla ricerca di un perdono. Forse si aggira come Catherine si aggirava nella brughiera di Cime Tempestose. Forse se il suo spirito trovasse pace, forse se potesse perdonare se stesso anche al di là della morte, allora  cambierebbe anche la fortuna editoriale di Fernanda Romagnoli  e la sua poesia avrebbe  finalmente il riconoscimento pieno, splendente, che si merita. Intanto però con la  poesia “ Il tredicesimo invitato”  Fernanda  sembra davvero aver scritto il suo destino: quello di essere eternamente messa da parte.*

* Articolo uscito nel n. 67 di Le voci della luna

Fernanda Romagnoli 1916-1986

Fernanda Romagnoli

Fernanda Romagnoli, da Il tredicesimo invitato (1980) Libri Scheiwiller, 2003 (I ediz., Milano, Garzanti, 1980).

Niente

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte:
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.

Forma umana

Era una forma umana, che la cruna
impedì del sentiero in salita?
Così a portata d’anima!
«Tu! Aspettami!»
Non udì. Sfavillò vuota la cruna,
Anima – o forma umana:
ah, già svanita.

Il tredicesimo invitato

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
e fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se qualcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
e all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.

Libertà

Fu pura diserzione.
Silenziosa vedetta mi scortava
all’estuario del tempo.
Lo spazio si sfilava dai miei piedi,
mal cucito sudario.
Non v’era qui altro metro che l’eterno.
Non v’era riva fuor che lo splendore.
Mia minuscola lampada – arsa viva!

Salivo libera, appena appesantita
dalla parte del cuore.
Scioglieva il sale della mia memoria
l’aria che ospitò Eva.

Ma adesso – era possibile? –
sentivo rifluire in me un raduno
d’indicibili assenze. e mi moriva
laggiù, come la bestia di nessuno,
la vita che m’ero portata sempre addosso,
malvista carceriera.

Lei pagava il mio scotto.
Oh libertà:
che c’è di libero in questo?
era nel patto l’eccidio degli sciami
per fuoco, che m’inseguono
«Occhi» avvampando in volo «Labbra, mani»
e «Siamo noi» con pula di ricordi?

Mi avranno, prima o poi.
Io sono stanca di essere tutta pura.
È il peso della mia costola, il tremendo
tirante, che mi trascina altrove. Dove?
«Fermati. il luogo è questo».
Sorrido «Riconosco:
la caverna del cuore!»
Io qui li attendo.
E bianca come una monaca che abiura
mi svesto di te, libertà.

Sulle quattro

Stamane sulle quattro, vagolando
col mio scettro d’insonnia per la casa,
senza accendere le luci, m’avvenne
d’intuire alla soglia
del terrazzo qualcosa, tra feroce
e soave
– non certo l’umidore
dell’edera risalita in apnea
né fatasmi di voce dalle antenne
dei palazzi accosciati. –
era là fuori
la notte in piena doglia;
si sforzava di uscire dalle grotte
di se stessa. Affannosa. Le esultava
l’ampio addome di brividi, il madore
ne intrideva le stelle.
Fu come
per una donna: trattenne
un lungo attimo il fiato. E il suo dolore
s’assommò, sangue ed anima, in un grido
– lassù – di rosa.

Falsa identità

Prima o poi qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia tra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…

Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

Fernanda_Romagnoli_thumb

Lui

Con Lui non abbiamo contatti.
Firma e sigillo: l’impronta del suo pollice.
Stipuliamo impossibili contatti,
di cui fingiamo attenti la lettura:
corrugata la fronte, gli occhi bassi
obnubilati da lacrime.

Gli eletti che hanno accesso all’anticamera
e gli porgono istanze alla fessura
hanno il sorriso storto dei graziati,
le pupille corrose dal riverbero.

Le finestre non guardano che pietre,
da che segarono l’albero e il fringuello
portò altrove il suo canto.

Adesso qui
le ingobbite poiane dei telefoni
gracchiano in coro, ci fanno fretta.
e sempre a null’altro precipita l’ascolto
che al più nudo silenzio.
Noi da quello
riconosciamo ch’è Lui.

Privilegio

Io sentivo fischiare i treni per Parigi.
L’aereo di Bombay fletteva l’aria,
meteora di stridore.
Non mi prendeva con sé la funivia
– scalavo lo splendore
con gli occhi – Io m’incendiavo
ad un nome di cupole: Turchia.

Io, tra le carcerate nel cortile
in fila, ognuna il fiato
sulla nuca dell’alba, e perseguite
dalle verghe dell’ora – incondiviso
solo il feltro del sonno -…

All’improvviso, un indice puntato
alle mie spalle: «È questa. Sia graziata».
Simile privilegio – perché io?
Svegliata in mezzo alla notte, ancora scalza,
un biglietto da viaggio stretto in mano:
e mi spingono fuori – allo sbaraglio!
«Non è ciò che volevi,
per cui piangevi di notte?» m’incalza
una voce sottile, una lisca
di voce, forse d’anima.
Ma è l’alba,
laggiù, più verde d’una mela fresca!

È sul muro la fitta nevicata
del gelsomino, che più trema più odora.

richiamerò il respiro – come Lazzaro.
Prenderò su il mio corpo.
Verso il chiarore mi metterò in cammino.

Ritratto

Certo che lo conosco:
sul libro, in frontespizio, bianco-e-nero
viso tutto concesso all’allegria,
che in un’ombra comincia a intimorirsi
del suo solstizio. 

Chi è lui vero, adesso,
nelle strettoie della malattia,
nell’età adulta dei figli che lo sgomina
di fronte al mondo:
lui, che nascosto domina
dal fortilizio dei versi, alzato il ponte
d’accesso, tuttavia sempre raggiunto
da spie d’occhi, da venti, da farfalle
– perché ha finestre aperte,
non feritoie – …
Che me lo centri l’anima,
affacciato alla valle ove Appennino
beve ammansito ai guadi del tramonto
e voci estive si sperdono in faville
– sfinite gioie – .
Lui, feudatario mite,
zigomi accesi da nubi in transumanza,
tremende sopracciglia su pupille
ove un riverbero impiglia
lacrime e intatta ilarità d’infanzia.

Oggetti

I piccoli oggetti, i piccoli
amici schiavi, che tirano
troppo in lungo la vita! Miei cari,
vi licenzio in tronco. È più dura
forse per me: ma chi monco,
chi gobbo, chi spelato da lebbra;
e il mazzo di chiavi risputato
da ogni serratura.

Gli ipocriti inermi! Bisbigliano
aiuto, pietà.
E s’uncinano a tutti gli appigli,
a tutti i ricordi come labbra
s’attaccano, come vermi.

Giù nel sacco – un tonfo – coraggio!
Non sarà un lungo viaggio.
In cantina, il bel dormitorio.
Col teatrino dei topi, il tanfo
del vino, la grata
(tarlata) del parlatorio
per la piuma, per la foglia di passo.
Tra vecchi fratelli… Diciamo
che a noi padroni va peggio,
quand’è l’ora nostra… Ma adesso
muoviamoci, andiamo.

 
Capro espiatorio

Uggiola alla fessura, cagna-luce.
Qualcuno il mio sonno ha legato
quattro zampe in un mazzo. All’aurora
chi aprirà? Voglio alzarmi. Ho paura.
Nel pozzo del cranio
– senza uscita -. Nel buio sacrario
sconsacrato. (La luce come un’unghia
sotto le porte). Capro espiatorio
già caduto sul fianco, otre di sangue
già mezzo vuoto – come scalci ancora
forte, mia vita.
 

Coniugale

E affacciati guardando fluttuare
questa frangia di sera sui palazzi,
che di sprazzi vermigli ci colora
polene da balcone
fianco a fianco per vizio coniugale:
che cosa, strenuamente,
resiste in noi – che cosa, più reale
di quello che tentammo
o che insieme sbagliammo dall’inizio
sale dal fondo e ci annaspa nella mente
per attestare ch’è vera, che esiste,
ch’è nostra come un figlio anche malvagio
è nostro, come la vita – anche se sanguina
chinandosi come quest’aria in questa sera?

Rito

Mia madre celebrava la mattina
con un caffè solitario.
Filtravano dalla cucina
neri aromi in un chiaro di gesso.
Toccavano rumori la parete
per farsi indovinare
da me, che silenziosa
sorridevo nel buio «vi conosco!» 

Mia madre la mattina
stava sola di là, come Dio
sta sulla terra e sul mare.
Prendeva il giorno nelle sue mani rosse,
assegnava alle cose il loro posto.
Come farà, che adesso
sola fatica delle sue mani è stare
incrociate sul petto.

Poi

Poi ti raggiungerò
là dove – abbandonata
la via terrestre, simile
a rotaia in disuso –
s’incammina lo spirito, esitante,
confuso ancora al grido, ancora all’orlo
della sua cieca vibrazione umana.
Io ti raggiungerò
dove tu «Sono qui!»
balenerai, che ancora dalla fascia
del buio mi districo.
«Qui dove» – nell’angoscia
di troppa luce, nessuno distinguendo –
ti griderò. Ma già saremo Uno.
 
Processo

T’ho visto in sogno, spirito che m’abiti.
Dormivi, rannicchiato feto d’angelo,
mostro incompiuto. Dentro di me, in travaglio,
come in una matrice! Traditore!
Che ti facevi padrone in casa mia
crescendomi a tormenti.
Che m’incalzavi ad adescare i giorni
come una spia, come una meretrice,
per la tua fame di strani nutrimenti
grati a te solo: il giusto, il vero, il bello.
Malata, maledicendomi che stretto
con me a soffrire, deperivi. E quando
tornavo viva, fra risa come pianti…
Come prezioso anello raccogliendo
ogni attimo caduto…
D’ora in avanti chi pagherà i tuoi debiti
di scapestrato cadetto, s’io rifiuto?
S’io diserto il tuo letto, a chi scaldarti?
T’ho smascherato, spirito che m’abiti.
T’aborro, ma non m’è dato rinnegarti:
tu amante mio, mio figlio, mio fratello.
 
 
Niente

Morte, se vieni per condurmi via,
lascia che ombra su ombra
io ripercorra la gente.
In quest’incrocio di rotte
casuali, ci siamo incontrati
– fra vivi – così inutilmente.
Per migliaia di giorni,
ogni giorno:
all’andata, al ritorno.
Per migliaia di notti,
ogni notte,
coi ginocchi, coi fiati.
Non ci siamo scambiati
niente.
 
Tu

Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
reietta, indesiderabile. Tu transfuga
dal soffio dell’origine.
Non ti spetta razione né coperta
né foglio di reimbarco.
Per registri e frontiere:
non esisti.
Ma in sere come queste, di cangianti
vaticinii fra i monti,
ad ogni varco
può apparire improvvisa la tua faccia
d’eremita o brigante.
«Fronda smossa,
pietra caduta» trasale in sé il passante
che la tua ombra assilla
di crinale in crinale,
mentre corri ridendo nell’occhiata
del cielo, che ti nomina e sigilla.

 
Mandorli

All’ultima stazione
venne uccisa la notte in un agguato.
Sbocciò dal buio un fiato, come un’anima
fluendo a galla. Muoveva con bracciate
lentissime, si sfogliava senza posa
di lunghissime bende. Erano bande
di nebbie – nascondevano la rosa
oltre le cime, il pugnale! Con sottile
correità – laggiù – fu assassinata
dietro i monti, la notte! Poi la luce
traboccò, venne a riva. Su quel mare
mandorli in lunghe file si drizzavano
incolpevoli, immemori – agitavano
nell’aria le briglie di schiuma,
le criniere del vento d’aprile.

 
Bruco

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita – ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante di agonia.

 
Marinaio

In un cassetto: un guanto.
Non la mente, ma il tatto ricompone
nella mente la forma d’una mano.
In un cassetto: cinque cartoline
da cinque porti.
ricordo vecchio – ha perso
la luminosa scaglia dell’inganno.
Diceva «Parto: non per abbandonare,
ma per cercare». Poco vi riuscì,
se viaggiando tant’anni in tanto mare
di sé non scorse tracce
della stessa medaglia?

Sonno

Mia madre dorme,
sul cuscino il profilo di medaglia,
scaldandosi un tremulo ghiro
di respiro in fondo alla gola.
Dorme con due collane
di rughe allacciate alla nuca,
il sopracciglio
in pieghe di pacata meraviglia.
I capelli riposano leggeri
nell’ombra che al suo corpo fa da culla.
Ma la mano s’è arresa,
crocefissa alla vita.

In sogno i morti

Vengono i morti nel sogno
ci affiancano se ne rivanno,
talvolta danno un segno – ma diviso
da noi – candela mossa dietro un vetro.
Così mio padre mi s’accende accanto
nel buio che mi fascia.
“Vieni per dare o per chiedere?” m’affanno
“È la medesima cosa! – e in un sorriso
si spegne, come annottando sulla riva
l’acqua, che del suo viaggio fiammeggiante
non lascia nessun pegno.

tempo di libri donatella bisutti e giorgio

Donatella Bisutti, G. Linguaglossa Milano, 2017 Fiera del Libro

Donatella Bisutti è nata e vive a Milano. È giornalista professionista. Ha collaborato in particolare alla collana I grandi di tutti i tempi (Mondadori) con volumi su Hoghart Dickens e De Foe e ha tenuto per otto anni una rubrica di poesia sulla rivista Millelibri (Giorgio Mondadori editore). Nel 1984 ha vinto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito con il volume Inganno Ottico (Società di poesia Guanda,1985). Nel 1990 è stata presidente della Association Européenne pour la Diffusion de la Poésie a Bruxelles. Di poesia ha poi pubblicato Penetrali (ed.Boetti & C 1989), Violenza (Dialogolibri, 1999), La notte nel suo chiuso sangue (ed. bilingue, Editions Unes, Draguignan, 2000), La vibrazione delle cose (ed. bilingue, SIAL, Madrid, 2002), Piccolo bestiario fantastico,(viennepierre edizioni , Milano 2002), Colui che viene (Interlinea, Novara 2005, con prefazione di Mario Luzi). È in via di pubblicazione a New York l’antologia bilingue The Game tradotta da Emanuel di Pasquale e Adeodato Piazza Nicolai (Gradiva Publications, New York). La sua guida alla poesia per i ragazzi L’Albero delle parole, è stata costantemente ripubblicata e ampliata dal 1979 e attualmente edita nella collana Feltrinelli Kids (2002). Il saggio La Poesia salva la vita pubblicato nei Saggi Mondadori nel 1992 è negli Oscar Mondadori dal 1998. Nel 1997 ha pubblicato presso Bompiani il romanzo Voglio avere gli occhi azzurri. Fra le traduzioni il volume La memoria e la mano di Edmond Jabès (Lo Specchio Mondadori 1992), La caduta dei tempi di Bernard Noel (Guanda 1997) e Estratti del corpo sempre di Bernard Noel (Lo Specchio Mondadori 2001).Il suo testo poetico “L’Amor Rosa” è stato rappresentato come balletto al Festival di Asti con musica del compositore Marlaena Kessick. Ha curato per Scheiwiller l’edizione postuma delle poesie di Fernanda Romagnoli, dal titolo Il Tredicesimo invitato e altre poesie (2003). È nel comitato di redazione della rivista «Poesia» di Crocetti per cui cura la rubrica «Poesia Italiana nel Mondo», nella redazione delle riviste «Smerilliana» e «Electron Libre» (Rabat, Marocco), tiene una rubrica di attualità civile, «Il vaso di Pandora», sulla rivista «Odissea» e una rubrica di interviste «La cultura e il mondo di oggi» sulla rivista di Renato Zero «Icaro». Collabora a diversi giornali e riviste, tra cui l’Avvenire, Letture e Studi Cattolici, Fonopoli, Leggendaria, La Clessidra, Semicerchio. È membro dell’Associazione Culturale Les Fioretti a Saorge in Francia. Tiene corsi di scrittura creativa per adulti, corsi di aggiornamento per insegnanti anche a livello universitario e laboratori di poesia per le scuole. Ha ideato e dirige la collana di poesia autografata “A mano libera” per le edizioni Archivi del ‘900 in cui sono apparsi finora testi di Luzi , Spaziani e Adonis. È tra i soci fondatori di “Milanocosa”.

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  1. Beh, aggiungiamo quella per cui la Romagnoli è più nota.

    Lei non ha colpa se è bella,
    se la luce accorre al suo volto,
    se il suo passo è disciolto
    come una riva estiva,
    se ride come si sgrana una collana.
    Lo so. Lei non ha colpa
    del suo miele pungente di fanciulla,
    della sua grazia assorta
    che in sè non chiude nulla.
    Se tu l’ami, lei non ha colpa.
    Ma io – la vorrei morta.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20101
    Certo, non potevamo accostare nella pubblicazione due poetesse più diverse: la sperimentale Luciana Gravina e la lirica meditata di Fernanda Romagnoli, anche se separate da tre decenni almeno, le loro date di nascita sono indicative, del resto le loro opere cominciano a venire alla luce negli anni Ottanta. Qualcosa è accaduto alla poesia italiana tra gli anni Ottanta e la fine del secolo se si è passati da una lirica rastremata incentrata sull’io lirico come questa di Fernanda Romagnoli e la poesia sperimentale o post-sperimentale di Luciana Gravina. Solo che dopo Luciana Gravina la poesia italiana è ritornata ad un soggettivismo accentuato con tanto di retorizzazione del soggetto e de-retorizzazione dell’oggetto. Insomma, voglio dire che se si retorizza soltanto il soggetto trascurando quella dell’oggetto si finisce invariabilmente nell’io lirico e nei suoi dintorni. Questo è indiscutibile, credo. E tanta poesia che aveva investito esclusivamente sulla retorizzazione del soggetto poi va a finire che cade nell’oblio, al pari di quella che aveva investito esclusivamente, o quasi, sulla retorizzazione dell’oggetto.

    Dice bene Donatella Bisutti quando indica nel «canone» neo-veristico e minimalistico imposto dalle case editrici maggioritarie il responsabile di una confusione babelica della poesia italiana degli ultimi cinquanta anni. Sulla trincea del «canone» presunto si sono svolte e si svolgono tuttora delle battaglie sotterranee all’arma bianca. Ma oggi, dopo questi cinque decenni di canonizzazione del «canone» presunto, il risultato è che la poesia italiana ha cessato di essere un evento culturale significativo, tanto che gli uffici stampa degli editori (maggiori e minori) si limitano a farla sopravvivere in una nicchia, o meglio sarebbe dire in una teca per imenotteri, priva di alcun riscontro e funzione socialmente apprezzabile.

    Quando Donatella Bisutti, con il garbo che le conosciamo, evoca con dolore l’oblio caduto sul nome di Fernanda Romagnoli, noi non possiamo che convenire con lei sulle coseguenze funeste della confusione in cui è stata deiettata la poesia italiana di questi ultimi decenni. Non è affatto vero che il critico militante si debba limitare a svolgere una dialettica tra opposti valori estetici, ma è certo che egli deve prendere partito, deve optare per una soluzione estetica o per l’altra, pena la ricaduta in quella funzione conciliativa e opportunistica che fa dire ad Adorno ne la Dialettica negativa (1966) che «la dialettica serve alla conciliazione».

    Io, da critico militante (oggi il termine è caduto quasi nel ridicolo), della Nuova Ontologia Estetica, non posso che rivendicare la mia funzione non conciliativa, il diritto del critico a non assolvere ad alcuna funzione suasoria e conciliativa e di recitare in pieno la mia funzione di parte, non conciliativa, contraddittoria, che sa di portare in sé una istanza del contraddittorio e del diverso; insomma, per tornare a noi il critico non deve smussare gli angoli e le differenze che intercedono tra la poesia di Luciana Gravina e quella di Fernanda Romagnoli, per dire, ma deve porre la questione come questione problematica, sulla quale operare una scelta, delle scelte, nella consapevolezza che le differenze in poesia non sono un «indifferenziato» agnostico e anomico ma sono il sale della biodiversità della poesia.

  3. Antropologicamente si potrà pure cambiare ma pura come la pietra su cui passarono i primi cristiani resterà la Poesia come traccia di passaggio e fede di Memoria

  4. Altamente lodevole, esemplare, l’attenzione critica che Donatella Bisutti finalmente rivolge ad una voce poetica, quella di Fernanda Romagnoli, trascurata dalla critica di regime,forte della sua stessa ignoranza.C’è tanto oro, nel grigio magma delle parole,oro ignorato e negletto, e che tuttavia talvolta si svena, se c’è qualcuno capace di operare il miracolo.

  5. gino rago

    Condivido in pieno i giudizi di Flavio Almerighi, di Anna Ventura e dello stesso Giorgio Linguaglossa sui finissimi valori di Poesia della Romagnoli
    e anch’io esprimo ammirazione per Donatella Bisutti per essersene meritoriamente occupata.
    Ma in me lavora un tarlo. Che è questo: perché la Romagnoli parla di
    ‘Oggetti’ e invece Jorge Luis Borges, in un suo componimento tra i più riusciti, parla di ‘Cose’ (“Cosas”)?
    L’Ombra delle Parole in più occasioni ha articolato persuasivamente le sue
    risposte. Ma sarebbero davvero gradite le risposte-meditazioni a questa domandina semplice di Sabino Caronia, di Claudio Borghi, di Salvatore
    Martino, ma anche degli altri agguerriti lettori del nostro Blog che, di solito, non lasciano commenti.
    Non è questione oziosa stabilire ‘una’/ o ‘la’ differenza fra ‘oggetti’ e ‘cose’
    nel fare poetico del Novecento lirico non solamente italiano…
    Gino Rago

  6. Avrei voluto non commentare ma, poi perchè no a mio modo
    Fernandanda Romagnoli non é donna non un uomo non una madre si intrattiene molto dentro se e con altro il suo sguardo va oltre, quando lessi “Il tredicesimo invitato”rimasi senza fiato.
    Questo é forse il più bell’articolo dell’Ombra per me
    Un poeta tra i grandi la Romagnoli e la Donatella Bisutti affronta argomenti, considerate ancora oggi zone di frontiera dai razionalisti quelli che stanno non solo coi piedi per terra e che nella terra sprofondano fino alla cintola,é questo il regime la linea di confine?

  7. Altro critico che ha fatto spesso il nome di Fernanda Romagnoli è Paolo Lagazzi. Ha ragione Giorgio Linguaglossa: due opere poetiche molto lontane, quelle di Gravina e Romagnoli. Personalmente, non saprei per quale “partito” votare. Nei testi critici che contrappuntavano l’opera della Gravina, ho notato il nome di Mario Lunetta (che saluterei, se passasse da queste parti). Ricordo che venne come ospite in un mio programma televisivo, di poeti e cose poetiche, realizzato per la Rai, qualche anno fa. Eravamo praticamente opposti – come idee sulla poesia e, probabilmente, come idee sul mondo o come Weltanschauung – ma riuscimmo a dialogare con lucidità e ragionevolezza (forse perché sono stato, da ragazzo, un militante comunista? Andato via, un paio d’anni prima della caduta del Muro, dunque in tempi non sospetti; e molto prima dell’elegantone Fausto Bertinotti, che – strano scherzo del destino – mi mandò un sms per sbaglio, qualche anno fa…
    Dico io: tra tutte le combinazioni numeriche possibili, beccò proprio il mio numero di cellulare?). Che esista un Dio delle cose, un po’ burlone? (Alcuni fisici non credono al caso…).

  8. Tra le poesie della Romagnoli…quel “Bruco”, una presenza da niente, un dettaglio in fondo, eppure così oggettivamente guardato, osservato senza emozione apparente, in una giornata consueta e in un momento banale, quotidiano, -la fine di un pasto-, ma osservato con occhi lucidi e consapevoli –“tagliato in due col suo frutto/ che si torce” – mi sembra il fulcro della poesia volta alla ricerca di sé e del senso della vita e del suo dolersi della Romagnoli. Una agonia. Nessuna pietà: ”gli accendo/ sulla catasta l’incenso/ della mia sigaretta”. Malessere cronico di una casalinga che non trova la sicurezza né la forza necessaria per rifiutare il conformismo quotidiano. E forse ha rinunciato anche a capirne le ragioni stratificate nella sua vita lontana… Mi sembra proprio poesia da non dimenticare, una piccola opera classica, perfetta come quella che sapeva cogliere magistralmente un’altra poetessa dimenticata, a lei sorella: Daria Menicanti.
    Come dice G. Linguaglossa “Quello che ci si presenta all’improvviso è un estraneo che fa ingresso nel nostro quotidiano, che so, un ricordo che non volevamo ricordare, un lapsus, un errore di dizione, un refuso di una parola che non volevamo scrivere, in una parola, l’estraneo è l’Altro per l’altro, si tratta di uno scambio di «persone», di una metonimia, di una sineddoche, di «maschere» di un teatro dove si presenta una «scena» simbolica, l’una prende il posto dell’altro, a nostra insaputa e magari anche contro la nostra volontà….il luogo privilegiato nel quale si manifesta l’estraneo”. Tale si presenta il Bruco della Romagnoli con tutta la sua forza espressiva epigrammatica.

  9. P.S. Come dice Gino Rago (al quale mi unisco nel plauso alla Bisutti), anche a me piacerebbe un chiarimento tra i due termini oggetto e cosa. Che potrebbero anche, nel discorso della poesia, avere il medesimo significato, con valenza più filosofica nel primo termine, usato molto da Anceschi…

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20118
    Cari Gino Rago e Andrea Margiotta,

    sulla differenza tra «oggetti» e «cose» ho già scritto un appunto poco tempo fa. Quando un «oggetto» cessa di essere mero oggetto e quanto esso oggetto diventa una «cosa»? – L’ermetismo italiano non ha mai avuto sentore di questa problematica, e neanche la poesia post-ermetica del dopo guerra, tantomeno la poesia dell’incipiente sperimentalismo ne ha avuto cognizione, come non ne ha mai avuto cognizione la poesia lombarda degli «oggetti». La questione è invece di capitale importanza, perché o si fa una poesia di oggetti (ricordate la formula di Anceschi per una «poesia degli oggetti»?), o si fa una poesia di «cose», la differenza è di capitale importanza ma bisogna ragionarci sopra, bisogna sapere di che cosa si parla.
    Ad esempio, la guerra di Troia (che entra prepotentemente nella poesia di Gino Rago) è un «oggetto» o una «cosa»? Quella «nomenclatura» che si rinviene nella poesia di Anna Ventura, quei «brillanti di bottiglia», dal titolo del libro di esordio della poetessa abruzzese del 1978, quelle povere cose che stanno come brillanti nella bottiglia, sono «oggetti» o sono «cose»?

    È inutile tentare di dribblare la questione, non se ne esce. Il problema in verità è antico, già all’inizio del Novecento era stato messo a fuoco da Osip Mandel’stam nel saggio “Sulla natura della parola” degli anni Dieci di cui cito un brano particolarmente significativo. Sostituite il riferimento al «simbolismo» con la nostrana «poesia degli oggetti» e troverete gli argomenti di Mandel’stam calzanti e acutissimi, in specie riguardo all’«ellenismo» del «vasellame» che usiamo tutti i giorni e alla polemica contro il «laboratorio di impagliatura» dei simbolisti:

    Osip Mandel’stam

    «L’ellenismo è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame, la personificazione del mondo circostante, il riscaldamento del suo sottilissimo teologico calore. L’ellenismo è ogni stufa vicino alla quale l’uomo siede apprezzandone il calore, come consanguineo al suo calore interno. Infine, l’ellenismo è il monumento sepolcrale dei defunti egiziani nel quale si mette tutto il necessario per il proseguimento del pellegrinaggio terrestre dell’uomo fino alla brocca per i profumi, allo specchietto, al pettine. L’ellenismo è il sistema, nel senso bergsoniano del termine, che l’uomo dispiega intorno a sé, come un ventaglio di avvenimenti liberati dalla dipendenza temporale e subordinati ad un legame interno attraverso l’io umano. Nella concezione ellenistica il simbolo è vasellame e, perciò, ogni oggetto coinvolto nel sacro circolo dell’uomo può diventare vasellame e, di conseguenza, anche un simbolo. Ci si chiede: dunque, è forse necessario uno speciale e premeditato simbolismo nella poesia russa? Non appare esso come un peccato di fronte alla natura ellenistica della nostra lingua che crea forme come vasellame al servizio dell’uomo? In sostanza, non c’è alcuna differenza tra la parola e la forma. La parola è già forma chiusa; non si può toccare. Essa non serve per la vita quotidiana così come nessuno si metterà ad accendere una sigaretta da una lampada. Anche queste forme chiuse sono assai necessarie. L’uomo ama il divieto, e persino il selvaggio mette una interdizione magica, un «tabù» negli oggetti noti. Ma, d’altra parte, la forma chiusa, sottratta all’uso, è ostile all’uomo, è nel suo genere un animale impagliato, uno spaventapasseri.

    Tutto il contingente è soltanto immagine. Prendiamo ad esempio la rosa ed il sole, la colomba e la fanciulla. Per il simbolista nessuna di queste forme è di per sé interessante ma la rosa è immagine del sole, il sole immagine della rosa, la colomba immagine della fanciulla, la fanciulla immagine della colomba. Forme sventrate come animali impagliati e riempite di contenuto estraneo. Al posto del bosco simbolista, un laboratorio di impagliatura.
    Ecco dove porta il simbolismo professionale. La percezione demoralizzata. Nulla di autentico, originale. Una terribile controdanza di «corrispondenze» che si ammiccano l’un l’altra. Un eterno strizzarsi d’occhio. Nessuna parola chiara, soltanto allusioni, reticenze. La rosa ammicca alla fanciulla, la fanciulla alla rosa. Nessuno vuole essere se stesso».

    Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo, possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza è di vitale importanza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

    L’«ellenismo – di cui parla Osip Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola – è il circondarsi consapevole dell’uomo di vasellame al posto di oggetti indifferenti, la metamorfosi di questi oggetti in vasellame…»

  11. L’ha ribloggato su CIANURO EMOTIVO INCHIOSTRO D'ANIMA SINISTRAe ha commentato:
    Tu

    Tu, che chiamiamo anima. Tu profuga,
    reietta, indesiderabile. Tu transfuga
    dal soffio dell’origine.
    Non ti spetta razione né coperta
    né foglio di reimbarco.
    Per registri e frontiere:
    non esisti.
    Ma in sere come queste, di cangianti
    vaticinii fra i monti,
    ad ogni varco
    può apparire improvvisa la tua faccia
    d’eremita o brigante.
    «Fronda smossa,
    pietra caduta» trasale in sé il passante
    che la tua ombra assilla
    di crinale in crinale,
    mentre corri ridendo nell’occhiata
    del cielo, che ti nomina e sigilla.

  12. Lucia Gaddo Zanovello

    Semplicemente GRAZIE.
    Alla sensibilità, alla profondità e alla determinazione di Donatella Bisutti e a chi ospita su queste pagine un talento così potente che, confesso, non conoscevo.
    Per me gli oggetti si trasformano in cose quando prendono vita (e morte) nell’efficacia dell’immaginazione (ma non è maggiormente verità ciò che immaginiamo?), come avviene per il mazzo di chiavi dell’indimenticabile poesia intitolata ‘Oggetti’.
    Memorabili ‘Capro espiatorio’, ‘Rito’ e ‘Bruco’, le mie preferite per forza espressiva.
    Risplende anche la poesia riportata da Flavio Almerighi.

  13. Claudio Borghi

    Accogliendo l’invito di Gino Rago mi accosto, con giustificato timore, a questo dialogo, visti gli episodi dolorosi del recente passato. Mi limito a constatare una realtà semplice quanto per me indiscutibile: la bellezza sorgiva, la purezza di questa voce, che supera d’un balzo tutte le diatribe tra l’io lirico e l’oggetto o la cosa (su cui non saprei esprimermi, mi spiace), ecc., che mi sembrano solo falsi problemi. La voce di Fernanda Romagnoli, come ogni voce autenticamente poetica non si presta ad essere discussa in termini di teorizzazione astratta: brucia il pensiero nel mentre che intona la luce emozionata dei versi. La rivitalizzazione della poesia, a cui si vuol riferire ogni discussione sui testi proposti, che vengono spesso letti (vedi il commento di Linguaglossa) come fasi superate o da superare in un processo che si vuole evolutivo, nasce, piuttosto, dalla capacità di guardar oltre i dualismi tra soggetto e oggetto, tempo interno e tempo esterno, frammento pluridimensionale ed endecasillabo lineare, ecc. La poesia necessaria si intona in un canto raro e rarefatto, in un’atmosfera senza tempo, si trova e si inventa, dolce e amara, in una sorta di sintesi magica di puro dolore e limpido sentire, risolvendosi in musica profondissima nella sua delicatezza di cartavelina, formandosi nella sua unicità come dono di luce precario ma intensamente vivo, e di questa unicità, sola sua ricchezza, potente e fragile nello stesso tempo, risplende.

  14. caro Claudio Borghi,

    ti faccio notare che nel mio lessico non troverai mai la parolina “evoluzione”.

    • Giorgio, Kant ti direbbe: come risolvi l’appercezione trascendentale, cioè il fatto che l’oggetto si può cogliere come fenomeno ma non nella sua vera realtà di cosa in sé? Come avviene questo passaggio dall’oggetto alla cosa? (O, se preferisci, questa trasformazione dell’oggetto in cosa?).
      La posizione che espliciti nel tuo commento forse costeggia Heidegger ma potrebbe essere pure una fenomenologia del sacro, quasi di tipo animistico… Il che, mi farebbe anche piacere…

  15. Caro Andrea Margiotta,
    l’appercezione trascendentale di Kant per me può restare intatta, al suo posto, non mi tange affatto. Quello che io invece vorrei mettere in evidenza è un pensiero scaturito circa 30 anni fa quando lessi questo passaggio di Osip Mandel’stam che ho citato sopra (pubblicato integralmente dalla rivista “Poiesis” che dirigevo all’epoca, nel 1994). Iniziai allora a pensare alla differenza tra gli «oggetti indifferenziati» (Mandel’stam) e le «cose». Pensandoci su, capii che dovevo iniziare un cammino (lunghissimo) che mi liberasse (liberasse la mia poesia) dalla ingombrante e fastidiosa presenza di quegli oggetti indifferenziati. Dovevo trovare le «cose». E quelle le scoprii, paradossalmente, nella poesia memoriale dell’ultima Giorgia Stecher (Altre foto per album, 1996), nella poesia irta e frammentata di Maria Rosaria Madonna (Stige, 1992), (se cercate nel blog ci sono molti articoli e poesie di queste due grandi poetesse oggi dimenticate al pari di Fernanda Romagnoli). E le scoprii seppellite nella mia memoria. Scoprii che avevo dei buchi nella mia memoria, buchi che coprivano svariati anni, anni nei quali non ricordavo nulla. Ecco, la mia riflessione teorica e la mia poesia (e la poesia dei valenti pochi poeti che ho letto e riletto in questi ultimi 30 anni), mi hanno fatto comprendere che in quegli spazi bianchi della mia non-memoria si nascondevano dei ricordi primordiali, ricordi che poi si sono lentamente affacciati alla mia memoria smemorata nei successivi 30 anni. Fino ad oggi. Così scoprii con raccapriccio in me che la mia memoria, come quella dei miei contemporanei, era abitata dall’oblio della memoria. Capii che la nuova poesia (la mia nuova poesia) avrebbe dovuto andare a caccia di quei frammenti dissolti e dimenticati. Che sì, c’era quella «cosa» che avevo letto in quella pagina geniale di Mandel’stam. Ci ho impiegato 30 anni.
    Riscrivo un po’ modificata la mia riflessione:

    Un nuovo sguardo è già una nuova idea. Le idee le prendiamo dalle «cose». Le mutazioni del gusto già in sé sono nuove idee e le nuove idee sono le «nuove cose». Dal modo in cui usiamo gli oggetti nella nostra vita quotidiana, possiamo trarre un fascio di luce che illumina il nostro modo di utilizzare le parole, giacché le parole sono «cose» in senso fisico, spaziale. Gli oggetti, gli utensili, il vasellame si trovano nel mondo per servire l’uomo; noi possiamo vivere in un appartamento ammobiliato oppure in un appartamento estraneo, ricco di «oggetti» estranei. Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «oggetti», noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti». A volte passiamo tutta una vita per abituarci agli «oggetti». In fin dei conti, noi abbiamo bisogno, per vivere, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. La differenza tra «oggetti estranei» e «cose» è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. Quando una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ecco, il quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», e gli oggetti indifferenti diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano un nuovo sguardo, e noi vediamo il mondo come per la prima volta. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose». «Tutto il contingente è soltanto immagine», ha scritto Osip Mandel’štam. Ed io replico: tutto il contingente è soltanto frammento.

    • “Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di «oggetti», noi dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti» (Linguaglossa).
      Tempo: quel che serve per “caricare” le cose inanimate, come fossero naturali unità esterne di memoria ( nostra e/o altrui). Le cose caricate di tempo conservano intatta la memoria. Quindi son fatte di tempo: tempo interno nostro – che appartiene al vissuto individuale – e altrui, come avviene per le cose antiche, già cariche di storia (memoria). La scienza non può occuparsi del tempo interno, perché soggettivo, tuttavia dovrebbe prendere atto della fattività di questa circostanza; che non è esclusiva dei poeti ma riguarda tutto e tutti.
      Non so se questa scoperta si possa attribuire alla NOE ( del resto anche il frammento in poesia è cosa antica) però sono elementi basilari della nuova ricerca. Per i poeti, praticanti del tempo interno, le cose son riserve aurifere di parole e immagini. Quel che vien detto “il vissuto”, non necessariamente individuale. Anzi, è proprio grazie a questo “nuovo” rapporto con le cose che l’IO inizia a farsi da parte: come per lasciare spazio a un ospite.

  16. Ecco una poesia di Gino Rago dove il «frammento» è stato «rimemorizzato» e ricreato dalla poesia. Il «frammento» qui è simile ad un magnete che si è smagnetizzato e lì rimane in tale stato per lunghissimo tempo. All’improvviso, avviene che quel frammento riprende a vivere, si anima. Ed ecco che abbiamo la nuova poesia «mitica» di Gino Rago (copio e incollo anche un mio commento impolitico):

    Poesia di Gino Rago
    Rimane lei per sempre la Regina

    Di fronte a noi si muove il re spartano.
    A Telemaco vanta le molte virtù e l’astuzia del padre
    per la cava insidia nel cavallo di legno. Fatale
    ai Troiani ma che gli Achei sottrasse alla rovina.
    Noi non siamo qui per Menelao.
    Né siamo qui per Elena.
    L’amante fuggiasca
    che nonostante i crolli, i lutti, le rovine,
    il sangue – per dieci anni a correre
    ai bordi d’ogni corpo –
    sul trono a Sparta siede ancora da regina.
    Noi siamo qui per Ecuba,
    la sposa ormai prona al suo destino,
    la madre a ignorare l’inganno delle dee. Afrodite,
    Era e Atena hanno di Paride fatto inerme preda.
    «Eppure in cuor mio un tempo amavo i Greci.
    Oggi hanno il fuoco negli occhi. Che fine hanno fatto
    il rispetto dei vinti, la pietà, la sosta sulle ceneri dei morti.
    Chi più ricorda il gesto moderato. L’armonia delle forme …
    Sorelle d’Ilio. Fare senno pure nel male. A ciò tutte vi esorto.
    Fare senno anche nella sventura. Conviene
    alla calma, alla saggezza dopo la disfatta.»
    Così la donna china sulla riva si rivolge a tutte le troiane.
    Alle spose ferite nell’onore. (Gli sguardi opachi verso terre ignote).
    Alle figlie d’Ilio (nel delirio turpe dei guerrieri vincitori).
    Le mura franate. I cadaveri umiliati. Il Palazzo violato.
    Priamo sgozzato. Lo scettro del Re frantumato…
    Noi siamo qui per Ecuba ora che tutto perde.
    Ma pure con il passo incerto sulla rena
    rimane lei per sempre la Regina.

    Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa
    .
    Il poeta Gino Rago e il pittore Rosario La Polla «cantano» per volere di Mnemosyne. Ed ecco l’Estraneo che si avvicina e il «mito» che ritorna. E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich), le nottole del tramonto singhiozzano. E all’approssimarsi del «mito», il tempo ritrova se stesso dopo l’Oblio della Memoria.
    La poesia di Gino Rago proviene da Mnemosyne e dall’Oblio della Memoria, dal periechon (dall’infinito della periferia, e quindi del «divino», secondo il pensiero dei greci), dalla perdita dell’Origine e dalla perdita della Patria (Heimat). La sua poesia è il volto codificato del dolore. Il duplice moto di andata e ritorno dal sacro al profano, e viceversa, caratterizza il nunc e l’hic dell’evento che si dà per noi, nella singolarità di un accadimento irripetibile. La guerra di Troia assume l’aspetto di simbolo di tutte le guerre e di tutti gli eccidi della storia umana. La rivisitazione del mito è fatta dalla parte delle donne, delle perdenti, dalla parte di Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, madre di 19 figli. Il tum dà profondità al nunc per rifrazione e sedimentazione del tempo, e l‘hic, il qui, rivela la singolarità dell’evento. «Nell’evento lo spazio e il tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario, che solo nell’evento rompe la continuità della durata e si rivela come istante, perché solo nell’evento il nunc ha contro di sé l’infinità circoscrivente del semper e fa centro, e il punto non è isolabile se non in una convergenza […] Il tempo circolare è il tempo continuo e infinitamente divisibile del logos, dove nessun istante è isolabile, perché in ognuno il principio coincide con la fine… Ciò è vero anche per il mito dell’eterno ritorno, che fin che è mito, ha sempre valore escatologico… Non appena il logos prevale sul mito, la coscienza religiosa lo sente come un’oppressione e cerca l’evasione nella rottura del ciclo e nell’unione definitiva con l’Uno».1
    «Ciò che è Perduto non può essere ritrovato se non nella forma di “frammento”, che non indica il Tutto se non come un tutto frammentato e disperso. Di qui il “dolore” della poesia». 2
    La gestualità statuaria di Ecuba di Rosario La Polla narra il mito, fissato e immobilizzato nell’eternità del tempo del «sacro». Il nunc è il tempo della mancanza, della povertà. Il mito invece è narrazione del tempo del tunc. Sia La Polla sia Gino Rago sono i cantori delle gesta del «sacro». È qui che la storia prende forma nelle vesti striate e multicolori della figura di Ecuba tracciata dal pittore di Trebisacce. La «Forma» è nella magia del colore. La «Forma» è ciò che rimane. Con le parole di Gino Rago: «lei per sempre la Regina», Ecuba e tutte le donne violentate e fatte schiave di tutti i tempi della storia umana. Negli occhi della «Regina» il tempo si ferma, si irrigidisce nel volto deformato dal dolore.
    .
    1 Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte 1968, Neri Pozza, p.36.37
    2 Michel Foucault Le parole e le cose 1975 p. 139

  17. Sabino Caronia

    Per rispondere alla domanda intelligente e profonda dell’ottimo amico Gino Rago richiamerò la considerazione di un mio illustre e indimenticato amico borgesiano, Luigi Meneghello: “Quando muoiono certe parole non muoiono certe alternative di dire le cose ma muoiono certe cose”!

  18. Caro Giorgio, anche per me Kant (con buona pace di Eco) può restare dov’è… L’ho menzionato solo come provocazione in positivo e mi fa piacere che tu abbia risposto in termini più poetico-esistenziali che strettamente filosofici (dove la “faccenda” oggetto/soggetto, così come quella di nome/cosa o la disputa sugli universali, non sono semplicissime, già a partire dalle traduzioni latine di oggetto “ob-iectum” e soggetto “sub-iectum” dai termini greci di Aristotele). Osip Mandel’štam (così come Eliot e Pound) venerava Dante. Mi basta solo questo… Nella pagina che hai citato (che conoscevo), non mi è mai stato chiaro cosa il poeta russo intendesse per ellenismo, visto che il brano parte da quel termine. Intendeva ellenismo = decadenza? Ellenismo è un termine che la storiografia ha usato – a partire dal XIX secolo – per indicare il periodo storico che va dalla morte di Alessandro Magno alla vittoria romana di Ottaviano (e alla morte di Cleopatra) e gli studiosi non lo considerano affatto un periodo di decadenza ma di grandi trasformazioni. Ovviamente, non sono così stolto da fissarmi su questo particolare terminologico (che, tra l’altro, mi apre sempre, “in automatico” il ricordo della poesia neo-alessandrina di Kavafis). Procedo nella lettura del brano e realizzo che – nel suo programma per una poesia acmeista – Mandel’štam doveva far fuori il simbolismo alla Blok…

  19. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20137
    Sull’«ellenismo» di Mandel’stam ci potrebbe dire qualcosa di sicuro il nostro amico slavista Antonio Sagredo. Io mi limito a dire che con quel termine il poeta russo faceva riferimento alla civiltà greco-romana che aveva le sue radici nell’Ellade e nella civiltà pagana; il tentativo di Mandel’stam è tattico e strategico, politico: quello di evitare di cadere nella trappola in cui erano caduti i simbolisti con il loro sciovinismo bizantino e ortodosso, Mandel’stam guardava, come Pietro il Grande, all’Occidente, all’Italia, a Dante (la Commedia) e all’Ariosto, al rinascimento italiano. Insomma, il termine «ellenismo» viene usato da Mandel’stam per infliggere un colpo mortale alla poesia dei simbolisti russi. Blok, da quella intelligenza acutissima che era, capì immediatamente, alla prima riunione dell’acmeismo nel 1910 che era stato inferto un colpo mortale al simbolismo.

    Questo per restare alla categoria mandel’stamiana di «ellenismo». ma il poeta russo qui fa un accenno precisissimo al «vasellame» agli «oggetti indifferenti» della poesia dei simbolisti, alla poesia dei simbolisti ridotta a «laboratorio di impagliatura».

    Ecco, sostituiamo i simbolisti con gli sperimentalisti, con i minimalisti e con i poeti degli oggetti nostrani e avremo una equazione che potremmo applicare alla poesia italiana post Satura (1971) e archiviarla come poesia epigonica. La lotta che la nuova ontologia estetica sta perseguendo è rivolta contro questo indirizzo discendente che la poesia italiana post-Satura ha intrapreso e di cui non si vede la fine, una linea discendente che più discendente non si può. Capisco che quando scrivo queste cose urto contro la suscettibilità di migliaia di letterati e dei poeti di Palazzo, ma non posso che ribadirle.

    Il problema profondo e di fondo, che sta al fondo della poesia italiana post-Satura e con il quale la poesia italiana non ha mai fatto i conti, è proprio questo. Che, ridotto ai minimi termini si può dire così: vogliamo continuare a fare una poesia di oggetti neutrali e indifferenziati oppure vogliamo fare una poesia di «cose»?

    Il problema mi era evidentissimo quando iniziai a fare i miei primi tentativi di poesia, alla fine degli anni Ottanta. Il libro che pubblicai nel 2000, Paradiso, che contiene la mia poesia scritta nei 15 anni precedenti, è una mappa dei miei sforzi per ricostruire il linguaggio poetico italiano. Allora non possedevo il linguaggio poetico perché dietro di me c’era il vuoto, il deserto fatto dagli epigoni del Dopo Satura. Adesso è diverso, credo di avere messo a punto un linguaggio idoneo alla nuova rappresentazione, il libro che uscirà tra poco con Progetto Cultura di Roma ha per titolo Il tedio di Dio, qui, dopo 30 anni di riceRca e di ricostruzione del linguaggio poetico, credo di aver trovato la soluzione. Ma mi ci sono voluti 30 anni di ricerca. Una ricerca compiuta in solitudine, durante i quali ho tentato di dire certe cose, incontrando però ostacoli insormontabili, PRIMO SU TUTTI: LA SUPPONENZA.

  20. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20138
    Gentile Andrea Margiotta,
    Mandel’stam ha scritto dei saggi sull’ellenismo e altri saggi di cui parlando d’altro parla anche dell’ellenismo, per non dire di decine e decine di versi (trad. di A. M. Ripellino — veda più sotto) che parlano di ellenismo…. Le sarà chiaro se leggerà tutto questo senza interposta persona.
    Cito per Lei quanto scrive Ripellino nel suo Corso del 1974-75 sul poeta Mandel’stam :
    [“Dice Mandel’štam nel saggio Sulla natura della parola e in un altro saggio La parola e la cultura , che la lingua russa ha una natura ellenistica, e che ogni trasgressione di questa natura, ogni utilitarismo è un peccato contro la sostanza ellenistica della lingua russa. Cioè la poesia russa va collegata a quella classica; le radici, greca e latina, sono corpose e forti in Mandel’štam, e questo forse indica quello che egli chiama “ellenismo della poesia russa”.
    Il chiamare Pietroburgo, Petropoli, l’immettere elementi mitici in Pietroburgo, conferma quel suo gusto della cultura ellenistica alla quale, più vagamente della cultura greca, vuole agganciare la lingua e la poesia russa.
    Non è un tema così peregrino, perché si sa che la tradizione russa è fortemente connessa con Bisanzio, come l’ortodossia, e allora non è altro che un ritorno a certe radici già presenti da lungo tempo nella cultura russa, e che egli vuol mettere in chiaro, vuole tirare alla luce.” ]
    ———–
    Insonnia. Omero. Le vele tese.
    Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
    questa lunga nidiata, questo treno gruesco
    che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

    Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri –
    sulle teste dei re c’è la schiuma divina –
    ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
    a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

    E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.
    Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
    e il mare nero, perorando, risuona
    e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

    agosto 1915

    —–
    Un rivolo di miele indorato colava dalla bottiglia
    così viscosamente e così lungamente che la padrona fece in tempo a dire:
    qui, nella malinconica Tauride, dove la sorte ci ha sbattuti,
    noi non ci annoiamo per nulla – e guardò oltre la spalla.

    Dappertutto riti di Bacco, come se al mondo ci fossero solo
    guardiani e cani – cammini, non scorgi nessuno –
    come pesanti botti, tranquilli rotolano i giorni:
    lontano in una capanna le voci – non capisci, non rispondi.

    Dopo il tè noi uscimmo nell’enorme giardino marrone,
    come ciglia sulle finestre sono abbassate le cupe tendine,
    accanto alle bianche colonne noi andammo a guardare il giardino,
    dove nel vetro dell’aria si bagnano i sonnacchiosi monti.

    Io dissi: la vigna come una vecchia battaglia vive,
    dove ricciuti cavalieri si battono in un ordine frondoso.
    Nella Tauride pietrosa la scienza dell’Ellade – ed ecco
    nobili rugginose aiuole, di ettari d’oro.

    Ebbene, ma nella stanza bianca come una conocchia sta il silenzio.
    C’è odore di aceto, di tinta e di vino fresco dallo scantinato.
    Ricordi, nella casa greca: una sposa amata da tutti –
    non Elena – un’altra – come a lungo ricamava?

    Vello d’oro, dove sei, vello d’oro?
    Per tutta la strada mormoravano le pesanti onde marine,
    e abbandonato il vascello, che aveva stancato nei mari la tela,
    Odisseo ritornò, pieno di spazio e di tempo.

    1917
    —————
    [Questa poesia imita l’esametro greco. Tauride è il vecchio nome della Crimea.
    I ricciuti cavalieri sono i tralci dell’uva, probabilmente questa è l’immagine dell’etichetta di una bottiglia.
    Ellade, perché in Crimea c’erano delle colonie elleniche] (Ripellino).
    [ Con la Crimea e con la Tauride sono legate molte poesie di Mandel’štam, il quale fu più volte in Crimea, soprattutto ospite del poeta Maxsimilian Vološin, che lo aiutò anche quando egli fu arrestato dai bianchi. Ma qui sembra che non si tratti della casa di Vološin, ma della casa del pittore Sergej Sudejkin, della cui moglie Vera Arturovna, Mandel’štam era alquanto innamorato. Notate qui una densità vischiosa come il miele iniziale, tutta la poesia è così densa e ogni parola tira una altra parola, un concetto ne incastra subito altri; è un gioco continuo di intarsi e riesce a rendere questa specie di lontananza immemoriale, di questa stanchezza dei secoli; queste ciglia abbassate delle tende, le botti pesanti; tutto va come una svogliatezza epica, questo clima di sonnolenza che implica la lunghezza dell’epica stessa, tutto è pesantezza, vischiosità.] (Ripellino).
    Da mia nota n° 187 (sul Corso di Ripellino 1974-75):
    >> Questa è una poesia dominata dal colore giallo (colore che ritroveremo come un basso continuo corrente nell’opera del poeta, a cominciare dalle pellicce giallo-fulve fino ai palazzi giallastri di Pietroburgo). Qui, è quasi ovvio che la fonetica russa accosti le parole ЗОЛОТОЕ (oro) e il nome di ϹОЛОМИНКА (Solominka) con le rispettive varianti. ///////// “Ebbene, nella stanza bianca come una conocchia sta il silenzio” : è un verso che sarebbe piaciuto molto a Pasternàk; ambedue sono poeti da camera, domestici; quel silenzio che sta è un silenzio fermo, un silenzio che stagna, quasi pesante come il miele vischioso, ma l’atmosfera è poi ravvivata dal fresco che giunge dallo scantinato! /////// “Il poeta imita l’esametro greco” > Poi, chiacchiericcio greco propriamente domestico, si conversa e il testo è costruito come fosse una conversazione. Per il mito greco vedi le opere di R. Graves (I miti greci) e del J. G. Frazer (Il ramo d’oro).: il suo significato e la sua funzione: sterminata la letteratura torno al “miele”. Quanto riguarda il “miele” molto si sofferma Nietzsche (Il sacrificio del miele), vedi nota 291 p. 145. (A. Sagredo).

  21. Donatella Costantina Giancaspero

    Quando gli «oggetti» diventano «cose»: una poesia di Kjell Espmark

    A ulteriore conferma che la “trasmutazione degli «oggetti» in «cose»” (Linguaglossa) è un fatto concreto, presente da tempo in poesia, sebbene soprattutto in quella straniera, vorrei citare un testo di Kjell Espmark, tratto dalla Sezione VI (“Illuminazioni”) della raccolta “Quando la strada gira” (Edizioni Bi. Bo. 1993), nella pregevole traduzione di Enrico Tiozzo. Ma, attenzione: occorre leggere in profondità, se vogliamo comprendere che la “porta”, qui, non è l’«oggetto» che sappiamo. Ciò che (fino a un certo punto della vita) è stato sempre visto solo come «oggetto», a un tratto si fa «cosa»; e quella «cosa» è principio di un «evento»: una “donna mummificata/ in una stanza più piccola di un armadio”. In sostanza, non dobbiamo più pensare agli «oggetti», ma alle «cose», le sole capaci di illuminare una prospettiva nuova, un orizzonte in cui il mondo si presenta ai nostri occhi come mai l’avevamo visto. Insomma, nella poesia di Espmark, realmente “Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose»”.
    Altrettanto (è auspicabile), dobbiamo fare noi, nelle nostre poesie: assegnare agli «oggetti» la dignità di «cose», quello stesso valore che possiede il “vasellame” di Mandel’štam. Questo e altro ancora dobbiamo fare, se desideriamo in concreto restituire alla Poesia la propria identità.
    Tutto il resto è “chiacchiera”, diceva Heidegger…

    4.
    In mezzo alla vita questa porta nella tappezzeria:
    deve esserci sempre stata
    sebbene non ce ne siamo mai accorti.
    La apro
    – il rumore è come quando si strappa un lenzuolo –
    e l’odore di anni inibiti esce con la muffa.
    Là dietro c’è una donna mummificata
    in una stanza più piccola di un armadio.
    I suoi occhi sono al di là di ogni conversazione,
    la figura sfocata dalle tele di ragno.
    Le labbra rugose sussurrano,
    bianche di rabbia:
    – Non potevi lasciarmi morire!

  22. Cito una poesia di Anna Ventura dalla sua Antologia Tu quoque (poesie 1978-2013) [Roma, EdiLet, 2014, p. 57] sulle «cose»: «Le cose richiedono un grande silenzio prima di prendere la parola» (cit. Antologia) https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20141

    Res

    Res è cosa,
    e cosa rimanda
    al ruvido, al grezzo, al colore
    paglierino oppure ocra o marrone,
    di forma semplice e tonda,
    di consistenza solida,
    senza odore, a temperatura normale.
    Cosa è un uovo o una pietra,
    un sacco pieno di grano,
    un cavallo di legno.
    Anche la terra è cosa,
    e così la sedia, la ruota,
    la brocca di coccio, il sale.
    Cosa è la zappa e il falcetto,
    la trappola per il lupo e il remo.
    E così elencando,
    per tutta una serie di oggetti
    connessi con la vita,
    il lavoro e la morte,
    il ciclo eterno dell’uomo,
    immutabile, inevitabile.
    Che poi le cose, res,
    divengano res gestae, res adversae
    o res secundae
    ci interessa meno, come
    non ci interessano Cose belle e Cosa Nostra:
    l’anima della parola è all’origine,
    nel fulcro antico del mondo,
    quando la selce fu oggetto e arma,
    il fuoco, dono degli dei.

    • Donatella Costantina Giancaspero

      Un valido esempio di cosa s’intende per «cose», questa poesia di Anna Ventura! Più chiaro di così…

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20142
    Due poesie straordinarie, queste di Kjell Espmark e Anna Ventura.
    La ” porta nella tappezzeria” è una simpatica metafora. Pare che Espmark si diverta molto con il lettore, unico Dio rimasto al mondo. Non dice che, sia la donna mummificata che la tappezzeria, scaturivano da cose reali. Non perde tempo a dover spiegare. Così ogni cosa è viva, non descritta e nemmeno raccontata.
    Anna Ventura, con straordinario colpo di reni, compie un salto vertiginoso nel tempo, fino alle origini. E sono quattro versi.

  24. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20145
    Rubo ad Antonio Sagredo un suo Appunto del 1 giugno 1914: quanto disse di Osip Mandel’štam un giovanissimo talento Lev Lunc (1901-1924):

    Mandel’štam è un innovatore. Le sue poesie non mi piacciono, quella combinazione logico-assurda di frasi eterogene non mi piace ma mi affascina. Anche se scrive poesie che si possono leggere indifferentemente, partendo dall’inizio, dal fondo o dalla metà, Mandel’štam ha davvero scoperto nel verso russo possibilità inaspettate. Sa maneggiare con straordinaria maestria, confondere sparpagliare ogni sorta di incastri verbali e di masse sonore. È proprio sulle sue poesie, non in quelle dei futuristi, che il suono trionfa sul significato; nelle sue poesie, non in quelle di Andrej Belyj, il verso è veramente musicale. Una musica raggiunta non attraverso la “sinfonia”, o le rozze rime interne che saltano all’occhio, ma attraverso una combinazione di suoni forse priva di senso, ma bellissima. (…) Gumilëv e Mandel’štam sono due grandi poeti. Ma fossero anche il doppio più geniali, non potrebbero ugualmente trovare scuse per aver fondato una scuola poetica già morta”

    Linguaglossa a Sagredo 1 giugno 2014

  25. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/16/fernanda-romagnoli-1916-1986-ventidue-poesie-da-il-tredicesimo-invitato-poesie-1968-1978-garzanti-1980-a-cura-di-donatella-bisutti-il-fantasma-di-fernanda-romagnoli/comment-page-1/#comment-20147
    Caro Lucio,

    giro volentieri la domanda ad Antonio Sagredo che ne sa più di me. Intanto posto questa tua poesia che ho letto un minuto fa sul tuo blog:

    L’odore del fieno si sparse nella sala, fin sulle scale.
    Gli ospiti ben vestiti per l’occasione si avvicinarono
    chi tenendosi per mano, chi continuando a leggere.

    La fonte calda dell’ispirazione chiamò a raccolta
    anche i cadaveri dei piccoli animali sparsi tra i cespugli.
    Biancaneve si mise a correre. Attraversò porte e muri,

    si sdraiò per un poco sul fiume Sesia, poi ritornò felice
    al suo cassetto, mandando baci. Addio. Gli ospiti, prima
    si dileguarono, ma per un attimo, poi entrarono nei verbi

    chi con gli occhiali da sole, chi come fosse me, nella mia bocca.
    Il gusto dolce di soia drink alla vaniglia. Le termiti dell’aria.
    Il caro prezzo della benzina sventolando.

    È incredibile, Lucio, quanta aria, quanta libertà ci sia in questa tua poesia, libertà dalle convenzioni letterarie, libertà di presentarsi alle nozze in canottiera, con le pantofole di casa. Ecco, la tua poesia fa questo. Se la metti davanti alle poesie acculturate (s’intende di una cultura massmediatizzata) dei Magrelli e dei professori aggiunti di università che scrivono poesie, ecco, la tua poesia si prende la libertà di far loro un buffetto sulla guancia e niente più. Quell’accenno nel finale agli «ospiti» che entrano «con gli occhiali da sole» nella tua «bocca», è esilarante…

  26. Le poesie di Fernanda Romagnoli possono solo sortire un effetto positivo. Se ci fosse di mezzo della sventura riguarderebbe solo lei, forse per quel rapporto con la scrittura che si pretende essere verità. Anche crudele. Scrive cose contrastanti, come ““Prima o poi qualcuno lo scopre: / io sono già morta /da viva” e “come scalci ancora / forte, mia vita”.
    Sono d’accordo con Donatella Bisutti: qui non ha molto senso discutere di tecnica, passare in rassegna le figure retoriche. No, è altissima poesia. Bisogna esserci nati, oppure che ci morda il ragno di Spider-Man.

    • A me piacciono molto le poesie della Romagnoli (me la citò il critico e scrittore Paolo Lagazzi, dopo una sua lettura del mio primo libro edito)… Ho mandato un messaggio al mio vecchio amico Rondoni, nella speranza che si possa far qualcosa per lei… Ci conto poco ma spero sempre in qualche editore sensibile alla bellezza…

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