Luciana Gravina, Autoantologia – Note critiche di Gennaro Mercogliano, Raffaele Nigro, Mario Lunetta, Carlo Livia, Stanislao Nievo, Francesco D’Episcopo,Rino Malinconico

foto-casa-delle-girandole

Invito Laboratorio 24 maggio 2017Luciana Gravina è nata nel Cilento, in Campania, vive a Roma. È laureata in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli.
Ha svolto le funzioni di docente nei Licei, dirigente Scolastica, presidente di distretto scolastico e dirigente superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero della Pubblica Istruzione. docente presso la Università Statale “Foro Italico” di Roma, Corsi Siss e direttore editoriale di AltrEdizioni.
Per la narrativa ha pubblicato:
Burraco d’amore, racconto, in Pensieri di donna, antologia di racconti al femminile, Edizioni Melagrana, 2008; Bisegni, raccolta di racconti brevissimi illustrati da Silvana Baroni, AltrEdizioni, Roma, 2015; Ginestre e libri proibiti, romanzo, Onereed Edizioni, 2016, Milano
Per la poesia ha pubblicato:
A folle da uno a due, con ipotesi di lettura del semiologo Saverio Panunzio,  1979; La Polena, copertina di Mario Marconato, Ed. Levante di Bari, 1984; E se…, ed. Rossi e Spera, Roma 1986; M’attondo il giorno, Edizioni ArtEuropa, Roma 2003;
Del senso e del sé, Edizioni ArtEuropa, Roma 2006; L’infinito presente, AltrEdizioni, Roma 2011. È presente nelle antologie: Le rose e i terremoti di E. Catalano, Ed. Osanna Venosa, 1986; La svolta della rivolta di Lotierzo, Nigro, Piromalli, Spinelli, Ed. Capuano, Francavilla, 1988; Le lucane di Rosa Maria Fusco, Ed. Osanna, 1980
Per la saggistica ha pubblicato: Il segno e dintorni, ed. Bollettino della Biblioteca provinciale di Matera: testo di critica semiologico-strutturalistica su testi di poesia lucana, 1987

Testi musicati:
Lamento per le twin towers ferite, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e pianoforte. Sinfonia per orme e uccelli, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e pianoforte. Per la pace vibrata sui cinque colori, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e pianoforte. Rosso cavallo, maestro Vincenzo Borgia, opera per soprano e tromba. Del senso e del sé, maestro Mauro Porro, suite per soprano, ensemble di archi e pianoforte.

Luciana Gravina intervista

Luciana Gravina

Da La Polena (1984)

Nel mio corpo le case un albero il treno
mi coccolo una scala di pietrisco
da appendere al balcone dei gerani
sul ciglio rosso maschera da clown
mi conto ogni sera le dita uncinate
sul mio tempo sazio i conti non tornano
due vecchie streghe le mani
ordiscono scongiuri. A tratti il vento
chiama ad un’altra età, ma questo è tempo
di più complesse pause. Il monologo afono
si impiglia incauto a più rugose voci
al filo intatto di mare chiede spazio
gestisce tumefatto la rivolta.

***

È chiara soltanto l’assenza di vento nell’aria
fuori qualcuno stana nuvole squiete
chi bussa al sordo troncone disfogliato?
La linfa si corica piano cerca la via
batte ostinata ai polsi fischia stanca
consola sottovento la sua ombra.
Nella sera di marzo l’ultima spada di luce
strazia l’estremo gulag del pensiero.

Da E se….

E se….
                 legittimandolo
il colpo di coda
                             dandosi convegno
a sera i passeri sull’albero
grande settecentocinquantatré
casinari impuniti
                    raccontandosi
possibilmente senza spiazzarsi:
                              “ questa di ora
non è più l’attesa
di gemmazioni consuete
l’estate avanza
                             col fiato di Chernobyl
                          non ha più ritmi la giga maledetta-
nelle mani piange e ride
petali di biancospino”.

E se…
                  slittando
il centro di gravità
                          sulla dissoluzione
del feeling
                         la pelle scorticata
sull’autogol – Klimt trafficando
sugli ori delle bisce d’acqua
                         nutrisse
la sciccheria
di maldestra nonchalance.
E se…
                   smontandolo
il ritmo la norma cosiddetta
                la convenzione suite
con difetto di variazione sul tema
bitematica
tripartita
necessariamente
cosicché amando l’amore
fosse questo (…)
il colpo di coda.

foto Brigitte Bardot foto anni sessanta

Brigitte Bardot foto anni sessanta

Raffaele Nigro, dalla prefazione a La Polena.

,,, La resa paganeggiante viene sapientemente determinata da un corredo immaginifico di ascendenza classica, citazioni di creature e personaggi del mito greco, con una punta massima di fulgurazione lirica in una sorta di eroide inviata a Orfeo da Luciana-Euridice, condannata all’Ade, ma condannata in corpo e spirito, se è vero quanto dichiara “ti scrivo dalla mia carne”, e con dentro un pugno di serpenti aggrovigliati, da “baccante demente” che batte “il piede isterico”. 
Tuttavia il verso della Gravina non risente in maniera immediata di questo tumulto psicofisico, la resa è meditata, la mediazione della ragione la sottopone a una sorta di contenimento delle reazioni, mi pare che ancora una volta siano le letture classiche a frenarla. Petrarca probabilmente e, tra i più recenti, gli ermetici, l’aiutano a pesare le parole e il verso, fino ad attirarla verso compiaciute cadenze endecasillabiche, verso reperti linguistici desueti, contribuiscono a farle la voce bassa, sussurrante, come di una baccante cieca o di un Edipo che racconta i suoi trascorsi, medita sull’esistenza, ma in un’allucinata e allucinante capacità di contenzione dei tumulti interiori, quasi dietro una maschera, la maschera cieca della tragedia classica. E nella regola di questi maestri, il verso procede, perlopiù per continui legamenti sintattici, talvolta per gusti analogici isolati, perlopiù discorsivo e piano, talvolta irto di puntigliosità e di arroccamenti ermetici, come per una reazione improvvisa all’apertura, all’effusione che ha concesso a se stessa e all’aria, al vento e alle cose e per un imperativo precedente o conseguente che l’ha costretta a trincerarsi “nel bozzolo”.

Gennaro Mercogliano, intervento per Poiein

… Una scrittura sperimentale, qual è quella di Luciana Gravina, convinta corifea di questa premessa di metodo, è, come sostiene Barilli, sempre una scrittura materialistica, o – come precisano i movimenti d’avanguardia – una scrittura di massa.
Luciana Gravina rivendica il dato individuale al fare del poeta, Ma di quelle premesse accetta il dato concreto sensoriale della manomissione e della manipolazione linguistica, della messa in crisi della letteratura fino a un certo punto.
Con tale cauto equilibrio ella ancora si avventura nella sua più recente ricerca, affidata ancora al piano delle ipotesi (E se… 1968), giocate sempre più sulla parola, quasi per progressivo spegnimento di vitali spasimi, e alle prove sue nuovissime, apparse in Artista Arti Segrete, dove non si spegne un suo inesausto innamoramento, l’eco della sua passata adesione alle altezze vertiginose della poesia, ad un suo Leopardi e ad una sua luna “SILENZIOSA SOLINGA IMMORTALE”. Come la poesia stessa.

Raffaele Nigro, dalla prefazione a La Polena

,,, La resa paganeggiante viene sapientemente determinata da un corredo immaginifico di ascendenza classica, citazioni di creature e personaggi del mito greco, con una punta massima di fulgurazione lirica in una sorta di eroide inviata a Orfeo da Luciana-Euridice, condannata all’Ade, ma condannata in corpo e spirito, se è vero quanto dichiara “ti scrivo dalla mia carne”, e con dentro un pugno di serpenti aggrovigliati, da “baccante demente” che batte “il piede isterico”. 
Tuttavia il verso della Gravina non risente in maniera immediata di questo tumulto psicofisico, la resa è meditata, la mediazione della ragione la sottopone a una sorta di contenimento delle reazioni, mi pare che ancora una volta siano le letture classiche a frenarla. Petrarca probabilmente e, tra i più recenti, gli ermetici, l’aiutano a pesare le parole e il verso, fino ad attirarla verso compiaciute cadenze endecasillabiche, verso reperti linguistici desueti, contribuiscono a farle la voce bassa, sussurrante, come di una baccante cieca o di un Edipo che racconta i suoi trascorsi, medita sull’esistenza, ma in un’allucinata e allucinante capacità di contenzione dei tumulti interiori, quasi dietro una maschera, la maschera cieca della tragedia classica. E nella regola di questi maestri, il verso procede, perlopiù per continui legamenti sintattici, talvolta per gusti analogici isolati, perlopiù discorsivo e piano, talvolta irto di puntigliosità e di arroccamenti ermetici, come per una reazione improvvisa all’apertura, all’effusione che ha concesso a se stessa e all’aria, al vento e alle cose e per un imperativo precedente o conseguente che l’ha costretta a trincerarsi “nel bozzolo”.

Da M’attondo il giorno (2003)

E tu oboa. Se strappare a raccolta intercettati fili, la rivolta è
l’orfica ostinazione; dare per buona la finzione, la tregua
attrezzata (voci in fuga) smontare le croci – oboando – ci sei,
ci siamo, io sono: una e tante per durezza di cranio (dicono) e

totale. Se anche fluttuare è toccare il fondo dove il mondo
è un’intatta voglia di pause, di verdi persi, atonali, sprogrammati
reperti, segnali di un più sperduto me anch’esso: ma è
luce (appunto) l’infranta sequenza, la frana (appunto) perentoria.
E tu suita. Col dovuto preliminare poco importa il rischio,
bilanciare l’inabile virgulto, se l’alto fragile è condizione (della suite
naturalmente) l’improbabile tregua a frullo di biscrome, anche il
niente a volte può albicare sul miracolo di un nome. Cosicché

orfizzarlo il grumo accordarlo al clamore, riconnetterlo al
residuo stupore del glissando, spessore impercettibile di un’eco,
sussulto-frullo appunto. Fosse uno smarginamento delibato
a piccole dosi, a rischio di corrosi necessari trasalimenti.

E tu clama. Perché vox in deserto, perché io sono (e se fossimo?)
incorregibile flautare, impenitente profezia delle mani,
smucchiamento del dubbio. È che ancora serpeggia la scheggia, la
caduta del vento (degli angeli, se vuoi) se puoi contarle ancora
le trame – magari sull’ignaro clou di un nitore ricorrente – se

niente è più consolevole nel caustico splendore della
riappropriazione. Della voce persa, ormai diversa, sconosciuta,
direi, afonata, atonale, svagata appunto nelle viscere, ancestrale
silenzio, smarginarlo per sopraggiunto (sia pure in deserto) vizio
di concerto, di sonora abissità. di quasi……. Cosicché
brividare flautare oboare suitare.

***

Rosso cavallo
Rosso liquido il tempo che ti genera, rossobasso
di pedale ostinato e anche alto, rouge di terra immobile
quando al moto trasporti, rojo del giorno rosso
senza tramonto né alba, perché la pelle esulti, red ai tendini
rossi che ti assomigliano se anche il mondo dorme rosso
a un’ombra di carne. Cosicché rosso. E lo zoccolo
batte, rojo batte all’antico fiore, red(i)vivo
ad ogni piccola morte, ad ogni viaggio. ROSSO.

Ashva, ti metto parole a criniera, equus rosso ti lascio
parole, nel liquido tempo che è rosso e perché il mondo
sussulta a un’ombra, e tu, caballus, passi per strade
di carne, premute in presenze e bagliori, passi rosso,
sorpreso nel balzo, per grazia di vibrazioni solenni,
(ashva) attraversi (caballus) parole arse (equus). Ad ogni
piccola morte, ad ogni viaggio. ROSSO.

Strenua nos excidit inertia
Dunque nos excidit, a bocca tesa come l’Apollo di Veio
sulla contesa delle viscere, magari riderne, se sorridere è troppo,
lentamente tirare le labbra come in apnea
perché il corpo non ha capito, consolare tutte le fibre
umide ancora sull’attesa perché il corpo appunto
è l’ultimo a recepire, sed nos ci colse, inopinantes, la verità nel pieno
del gioco, profughi esterrefatti ai confini del tutto, ma è l’inertia questa
sapiente stoltezza, questa pigrizia su cui pullula inesorabile il giorno
dopo, il qualunque aphter day dove allo specchio incrociare un
katalettiko fantasma, ovvero quel che resta della notte incorsa a caso
nell’alba senza chiedere “a che punto…?” E allora, chiudere piano
la porta, non importa se il pianto lasciarlo di qua o di là.

***

La stanza che mi tiene è un assolo
svaria il lato che non coincide e conclusa
in punta d’orto mi semina. L’aria ho frazioni d’ore,
è controtempo. Ha il perimetro basso la mia stanza.

È stretta di misura con prato slimitrofo,
in punta di parola mi squadra e l’orto mio
colora di fonemi senza voce. Li diresti suoni e mi
bussano pe ogni dentro.

Mi chiede la parola accesa di suono, scrolla
la mia seggiola afasica (quattro piedi e un cuscino
di paglia), il racconto dell’oltre mette ai miei giorni,
ripesca svoglie di sue mani.

La mia stanza mette frecce all’arco e a filo
di mente conta giorni e memoria,
è un coltello nel mio specchio segnato, ricama
il mio lato slabbrato la mia stanza.

Mario_Lunetta

Mario Lunetta

Mario Lunetta, intervento per la presentazione di M’attondo il Giorno, al Caffè Notegen, Roma

Nella tradizione poetica italiana il canto lirico è assolutamente predominante, malgrado l’exemplum magnum del Dante della Commedia. La speculare (e dolcemente aggressiva) esperienza di Petrarca lo depotenzia e si afferma rapidamente come egemone. Dal cantore di Laura al Novecento più immediatamente prossimo la linea della forma-pathos è vincente, e le ragioni, schematicamente dette, possono essere queste: maggior immediatezza vs oscurità allegorica; minore problematicità e più intenta esplorazione del proprio vissuto; più acuta inclinazione al ripiegamento su di sé come privatissima e munita totalità; illusione che i Sentimenti siano eterni, quindi più poeticamente legittimi di un’attenzione alle cose del mondo e del collettivo con relativo ingaggio nelle contraddizioni della storia; pretesa purezza del monolinguismo rispetto al plurilinguismo mescidato anche coi gerghi: insomma, alle corte, Spiritualismo contro Materialismo. Di conseguenza, ai danni della linea “dantesca”, una secolare politica culturale dettata dall’ufficialità, fino ai nostri giorni, con messa ai margini (antologie scolastiche e non, università, ecc.) dei poeti più scomodi, più critici verso il mondo e il linguaggio. “La poesia è ben altro che voltolarsi nelle melodie” dice Auden.
Esempi ancor oggi incandescenti, che costituiscono scandalo, continuano a darsi con imperterrita impudenza. Tra gli altri: figure della statura di Emilio Villa e Edoardo Cacciatore, regolarmente esclusi dal pantheon conclamato – (si veda l’abietta antologia Meridiani (ristampa aggiornata) di Cucchi e Giovanardi).
C’è un provincialismo mafioso della cultura italiana che non si decide a morire, e anzi continua a celebrare i propri fasti funerei nelle sedi più accreditate del conformismo nazionale. Eppure, in questa triste Italia delle combriccole e degli scambi di favori, non mancano voci ben caratterizzate, di forte caratura antilirica e antipatetica.

Quella di Luciana Gravina, ad esempio, mi interessa e mi convince, per molti versi e varie ragioni: perché non canta, ma tratta la questione del linguaggio con la necessaria consapevolezza (anche filosofica): si vedano i due esergo che aprono il suo libro, da Genette e Neruda: segni in lei di lucida consapevolezza anche teorica dell’agire poetico.
La sua voce parla – e parla sempre d’altro, perché non crede all’immediatezza, e nutre una totale sfiducia nei confronti del pathos di primo grado, che si giustificherebbe poeticamente solo in virtù della propria sincerità, spontaneità, ecc.

Gravina sa che la parola poetica mente (Pessoa, Manganelli), in quanto costruzione artificiale che non dice ma rivela invariabilmente un enigma linguistico: e l’enigma è nella novità dell’invenzione. Si ricordi, quindi, in proposito, il termine priem (artificio, in russo) caro ai grandi formalisti russi degli anni Dieci/Venti del ‘900: Sklovskij, Jakobson, Tynianov, alle cui scoperte non hanno mai cessato di guardare le esperienze di punta del secondo Novecento.

Gravina è una tessitrice, e il suo telaio è costituito da una paratassi accentuata.
Tutto il suo libro si configura non in momenti staccati riuniti poi in un assemblaggio volontaristico, ma piuttosto come partitura sistematica, da piccolo poema in cui la scissione dell’io trova un possibile risarcimento nell’ordine della musica e nella carica visiva dei colori. La contrapposizione dialettica è allora, appunto, tra il caos dell’ES e la musica, non in quanto evasione sonora ma in quanto insieme organizzato di strutture.
Lo dice con chiarezza Natale Antonio Rossi, in un passaggio della sua intelligente prefazione: “In realtà, il problema che si pone in questo testo è che il linguaggio di cui è fatto, con cui è costruito (e null’altro esiste sul testo, neppure il suo profumo) non è tanto espressione dell’essere, quanto forma dell’essere, comprendendo anche la forte componente del dato esistenziale”.

La struttura del libro mira quindi a un organismo poematico, e la lingua vi si muove liberamente, nell’arco della scissura permanente del sé in rapporto speculare-dialettico con l’altro: “io sdoppiata e a raddoppio, speculare di me, testimoniale del tu / (altra me) a cui tendendo…”
Ma specialmente significativo a me pare il poemetto in XXVII movimenti che si intitola “Agogica dei verbi” (variazioni) – con quegli attacchi perentoriamente esortativi, quasi a comando: a se stessa o a un interlocutore/trice da immaginarsi fisicamente prossimo/a, con una serie di torsioni che verbalizzano il sostantivo (in un effetto di forte energia espressionistica): “E tu sradica. Smonta l’azzeramento, ora che nel vento s’è persa / tutta l’eco possibile del tuo risibile / fantasiare o poesiare e lampi a guizzare / nella stagione rovente, oscillante per colpa e/o innocenza / e trappole nell’aria e la terra di insidie e congiunture”.

Tutto il linguaggio di M’attondo il giorno ha movenze contratte e spastiche, dentro la griglia di una versificazione prevalentemente ipèrmetra, da discussione o da polemica, con inclinazioni teorico-filosofiche: nella deformezza della norma, come si legge a pag. 23: (“E tu sregola. Rieditare la pratica del vuoto per colmazione dello iato, / fosse questa la destituzione dei vati (delle cosiddette certezze) / la contezza dell’ironia, la follia intermittente, la rinnovata ambiguità / di uno scenario sacrificale, graziosa deformezza della norma”).
E allora, ecco che la scrittura quasi si svelle da se stessa, e trova nuove forme neologistiche di indubbia efficacia straniante: brividare flautare oboare suitare (pag. 25).

La musica come strappo percussivo e straniante, non come carezza per la psiche scissa. Non c’è l’abisso, ma l’abissità, c’è la qualunquità: in una sorta di riappropriazione sotto specie di categoria filosofica delle parole più trite. E’ anche in questa rottura degli steccati grammaticali, sintattici e semantici (nella loro alterazione costante e nel loro continuo mutamento di ruolo all’interno di una consecutio terremotata) che sta la particolare significanza di questa scrittura: una scrittura – per dirla con Pagliarani – “senza carità di se stessa” (v. pag. 64, Rosso cavallo: un ricordo-omaggio a Rosso corpo lingua del poeta de La ragazza Carla).

La poesia di Gravina, pure carica di sensualità e di memorie, di corporeità e di vibrazioni interiori, è soprattutto interessata a “spraticare la norma”: e in questo progetto riposa la lucidità del suo gesto.
Il groviglio del mondo, la tragica pantomima del cosiddetto reale si definiscono, così, soltanto nella precisione e nella durezza di una scrittura poetica molto scolpita, che funziona come giudizio impavido sul vivere e sullo scrivere, sul senso (sempre estremamente precario, labile, incerto: forse inverificabile) che il primo ha in rapporto al secondo: e che tutti i poeti sono condannati a perseguire senza mai toccarne il cuore, che non c’è.

In un testo come M’attondo il giorno, che dà titolo all’intero libro, si attua una tecnica di bel conio allegorico di sistemazione e di controllo del piccolo caos quotidiano. La serie dei “Sonetti imperfetti del mio nome” (pagg. 38-44) funziona brillantemente a mo’ di acrostico allentato. Così, il dis-essere e la furia esistenziale che attraversano questa poesia a suo modo catastrofica – ma catafratta per consapevolezza di tono e di accento – ne fanno un esempio significativo di scrittura poetica problematica. Una poesia sliricata, insomma, che si fonda sempre su lucide capacità retoriche e non si sofferma mai a rimirarsi nella lastra inattendibile del proprio narcisismo.

Stanislao Nievo, intervento per la presentazione di M’attondo il giorno al Museo Canonica a Roma

Il libro M’attondo il giorno di Luciana Gravina è un testo che è un po’ difficile ma che secondo me è pieno di fertilizzante, fertilizzante linguistico che, comune a ogni cultura, deve essere reinventato, migliorato, cambiato, per dare senso alla nuova messe che è il pensiero che ci accompagnerà.
Noi siamo figli del nostro linguaggio, ma tendiamo ad avere un un pensiero socialmente condivisibile, perché solo in questa maniera si forma una cultura e poi una civiltà.
Io farò solo un breve racconto, non un insegnamento. Ho seguito, come scrittore, un’avventura, quella del pensiero: avventura che voi potrete seguire nelle pagine di questo testo, che è poetico ma è anche specialmente un po’ storia della filosofia che affonda nel linguaggio e ne trae le sue impressioni.
Ognuno di noi mutando una o due parole in una frase, dandole comunque un senso, ne può dare un nuovo significato; le lingue danno sempre questa libertà.
Una lingua che possa essere chiamata tale (ad es. il Latino, il Greco, l’Italiano ecc…) storicamente, se fortunata, vive per circa mille anni.
Dopodiché diventa lingua sacra, enciclopedica, per studiosi, ma non è più una lingua parlata, perché probabilmente, almeno col ritmo della storia che abbiamo vissuto, ogni millennio (millennio grasso di 1300-1400 anni) la lingua muta a tal punto che non la possiamo più chiamare tale.
Un esempio di questo è il post-moderno.
Non so se ciò si accompagnerà con le grandiose mutazioni che ci ha dato la tecnologia di oggi, che ha cambiato il senso del tempo, il senso della percezione; però sono elementi che a un certo punto tutti sentiremo nel linguaggio e nel pensiero che è la sua messe, il suo grano di uscita.
Alla fine il poeta è anche, e Luciana Gravina lo è, un esploratore di sensazioni, di sensibilità e di situazioni attraverso una lingua già documentata e accettata. Lei ha avuto il coraggio di sommuovere questa forma culturalmente approvata; dopo mille anni vengono fuori queste cose. Luciana ha cercato di mostrarci cos’è il resistere, resistere attraverso la lingua, resistere attraverso quel senso che non è essere ma mostrare di essere, che qualche volta è evidentemente la stessa cosa, altre volte è diverso.
Quanti libri surreali possiamo scrivere? E la surrealtà è realtà?  Probabilmente piano piano si avvicina a quel fondamento per cui la nostra sensibilità si avvicina a questo senso dell’esistere e dell’essere.
Voi sapete che viviamo da almeno 300 anni in una situazione di rispetto per la razionalità che ci ha portato a un grandioso sviluppo della scienza e al tempo stesso non abbiamo aiutato altre parti del nostro encefalo a mostrare quello che potrebbero dare. Non parlo delle magie in senso facile ma parlo anche della fede. Parlo delle situazioni profonde che sono sempre, secondo me, una forma biologico‑elettromagnetica che si esprime attraverso la fisica nucleare e la quantistica, ma che di volta in volta è una specie di musica al fondo della quale non esiste nulla di preciso, ma sempre un movimento che accordandosi con elementi diversi produce prima le forme subnucleari, poi gli atomi, poi le molecole e così avanti fino a noi.
Questa è la mia visione molto naturalistica della realtà, alla quale si accompagna anche il pensiero; il pensiero, secondo me, è una cosa fisica.  E’ un’energia che ha le stesse caratteristiche ma in un’altra dimensione. Voi sapete che dalla formula di Planck si arriva al miliardesimo di miliardesimo di secondo nel tempo e di millimetro nello spazio, cioè dimensioni che per noi sono sconosciute ma da cui partiamo.
Dico questo solo per far capire la mia struttura mentale come funziona.
Torno al libro di Luciana, che ha cercato di dare a questo suo testo poetico un certo senso, con il rispetto di forme esteriori.
Luciana ha cercato nel suo linguaggio, almeno io ho intravisto questo, il tentativo di dire “la lingua è anche la base per cercare di ridare vigore a qualche cosa che troppe volte vediamo nella stessa maniera”. Per questo io penso che ci sia una radicata lezione di filosofia nella sua poesia. Vorrei soffermarmi su questo punto e cioè che tale libro è in maniera molto subliminale, un’espressione dell’Apocalisse che, come voi sapete, è un racconto di Giovanni Apostolo, per cui passato presente e futuro non esistono più. C’è un fondamento, come lei dice qui nel “M’attondo il giorno”, nel senso che noi viviamo sempre in un tempo circolare e qui lei ce lo riporta questo tempo circolare, addirittura c’è un’espressione o due che credo siano state prese con l’attenzione ai sigilli che gli angeli dell’Apocalisse volevano aprire per dare sviluppo alle pulsioni più profonde che erano state bloccate.
Lei dice a pag. 39 “unghia di pietra che a silenzio rotta/ e stretta d’ore mai / falso d’attesa scura e gola e fonda / e verso l’orlo è mente sulla guerra”, cioè c’è una falsità che in maniera plateale cerca quasi di convincere. Lei dice “ho atteso urlando a bocca chiusa”, (e voi sapete che chi urla a bocca chiusa vuole urlare ma non riesce a farlo) e al verso seguente dice “urto molle di umori ad arco ed una, / spezzerò il nome a mille”, cioè vuol dire apriremo questo sigillo, e lei cerca in tutto il libro di raccontarci questo. Riprendiamo in esame il nostro linguaggio, cerchiamo di raccontare cosa possiamo raccontare se noi usiamo il nostro linguaggio in maniera più libera.
Questo è un libro dove voi potete riconsiderare il linguaggio figurato e magari anche attaccandolo, cioè non condividendolo, trovate finalmente una nuova coltivazione che col vento del 2000, cattivo o buono, lo vedremo man mano che andremo avanti, può dare una capacità a noi di pensare in maniera più profonda, dove fiducia, fede e realtà dovrebbero unirsi per far sì che l’uomo di domani possa essere l’individuo sempre inteso e che sia l’Apocalisse e molto più linearmente e in modo più succinto Luciana, ci annunciano attraverso le opere famose e qualche volta piccoli elementi incomprensibili.
Ma se voi andate a vedere, in fondo l’Apocalisse racconta la realtà che molto spesso si accosta a una realtà attuale, mentre al tempo stesso, in maniera naturalmente più garbata e più moderna, “M’attondo il giorno”, cioè faccio tondo il giorno, ne faccio una finestra dentro di me, del linguaggio e della mia esperienza, vi racconta quello che può essere il prossimo passo dell’uomo o almeno dell’esploratore che in altre parole si chiama poeta.
Il linguaggio stesso non è un linguaggio che comprendiamo perché si muove su un ritmo che è vitale, ma spesso è una musicalità a noi sconosciuta. Questa è la novità secondo me, di questo testo, che sicuramente deve essere tenuto in mano e letto per mille volte, perché questo è il mutamento verso cui noi ci avviamo con la nostra lingua, che appunto vive da circa 1200 anni, mutamento che porterà probabilmente ad una sorta di forma di insieme di Italiano e di Mediterraneo, anche se la grande novità dei neologismi viene dalla tecnica viene dalle nazioni ricche, non viene più dal Mediterraneo come una volta.
Adesso con Internet e i telefonini, abbiamo la possibilità di comunicare in maniera diversa; si mandano dei messaggi che spesso sono evidentemente inutili, che sono come grattarsi un po’ la rogna invece di darci una possibilità di conoscenza.  L’80% del nostro cervello non sappiamo ancora come funziona e cerchiamo attraverso queste tecnologie, che sono le nostre navicelle, di arrivare più in là.
Secondo me questo libro è un aiuto; naturalmente ci sono anche cose sgradevoli, che ci danno noia perché siamo abituati ad ascoltare dei ritmi noti, come l’endecasillabo.
Eppure la novità, la nuova andatura per passare ad un altro pensiero, è di questo tipo.

Francesco D’Episcopo, presentazione di M’attondo il giorno all’Istituto Italiano di Studi Filosofici di Napoli

… E direi che questo libro, un po’ come tutti i libri di Luciana Gravina è un libro orchestrale, cioè un libro  non direi rapsodico, ma sinfonico, nel senso che rispecchia una certa costruzione mentale da parte della poetessa e la necessità di mettere ordine in questo labirinto, in questo dedalo di emozioni, di pensieri che chiedono di venire alla luce, di esprimersi, di trovare un accordo o un disaccordo, e qui infatti l’orchestrazione non è certo sinfonica in senso tradizionale, ma direi quasi dodecafonica, del senso che Luciana Gravina da sempre rigetta tutto ciò che è bello, tra virgolette, cercate però di capirmi, perché vorrei dare il senso di questa bellezza, cerca in fondo ciò che si nasconde, insomma, ciò che è più difficile, cerca anche quel suffisso negativo greco che ricorre spesso nelle sue costruzioni poetiche, quell’ius, che ci avevano insegnato al liceo e che ci avevano confermato all’università, che è il senso un po’ negativo dell’essere, dal quale bisogna partire per cominciare a costruire la poesia e l’esistenza stessa.
E questo si nota, c’è una sorta di corpo a corpo in questa raccolta tra le parole che nascono e hanno una sorta di sviluppo biologico nel senso che  nel momento in cui sono nate, sono come le cellule apparentemente impazzite che però non trovano il luogo, il grembo giusto per la fecondazione, cioè il grembo dell’espressione, una sorta di ovulazione verbale, se così si può dire, qualcosa in cui si realizza questa maternità che è forse espressione di un altro segreto, l’antro più segreto forse della femminilità, quell’antro che non si scopre non per pudore, ma proprio perché il pudore appartiene a quella natura più genuina dell’essere donna, dell’essere foemina, di quell’essere appunto, come diceva Enzo Striano, l’ostia della storia, questa femminilità offerta in qualche modo alla vita.
Si comincia per flauto e oboe, ci sono gli intermezzi e si arriva ad una terza sezione composta da scherzi, elegie e lamenti e questo già dà il senso di un forte sperimentalismo, sia poetico che verbale, cioè Luciana sa bene come parte in genere quando comincia a fare le cose, perché voi sapete che il termine più genuino di poesia è proprio fare, poiein, cioè fare le parole, fare la vita, forse rifare la vita, che in qualche modo abbia con la vita a che fare, ma sempre fino ad un certo punto anche confondiamo spesso il lato autobiografico con la poesia, siamo sempre dei dilettanti portati  a immaginare che la poesia debba esprimere qualcosa della nostra esistenza, qualche volta la poesia è un surplus rispetto alla stessa esistenza, è qualcosa che viene prima o che viene dopo, non ha niente a che spartire con le cose che si fanno, anche i suoi percorsi: è veramente un laboratorio che a volte se ne va per i fatti suoi e questo è un senso di grande modernità, la parola inventa i propri percorsi. Credo che gli aspetti più significativi della poesia di Luciana Gravina siano proprio nell’invenzione della parola come invenzione del mondo, cioè la capacità di creare parole, attraverso un gioco a volte anche spericolato, molto serio, in cui queste parole trovano suoni, immagini, metafore, analogie, sinestesie soprattutto di carattere fisico e mentale, perché questa è una poesia di sdoppiamenti e raddoppiamenti, come in fondo ogni poesia consapevolmente contemporanea; sdoppiamenti nel senso che c’è sempre questo rapporto molto importante nella poesia  tra il corpo e la mente, alla ricerca dell’equilibrio, alla ricerca di una funzione che possa in qualche modo unificare le spinte di questi elementi: il corpo con le sue esigenze primordiali e la mente che rischia in qualche modo di apparire mostruosa rispetto allo stesso corpo, di non armonizzarsi a volte totalmente, come un’altra forma di sdoppiamento, per esempio, l’io, questo io il quale invoca umilmente di ritornare a un siamo, ecco l’io sono che desidera inventare una prospettiva in cui è possibile  veramente avvolgere non solo il se stesso poetico, ma non per una forma di compiacimento, perché non credo che in questa poesia  ci sia, ma per il rischio effettivo di una poesia autoreferenziale che parli poi alla fine unicamente di se stessi, questa volta vuole uscire da sé per incontrare anche gli altri, ecco perché io sono, noi siamo. Poi, come in tutte le cose più avvertite, c’è un senso fortemente intelligente, si potrebbe anche dire troppo, ma che non guasta invece, perché è un’intelligenza profondamente accoppiata, nel senso fisico del termine a una delle doti che poi dell’intelligenza è la conseguenza più acuta, e cioè l’ironia. Essere ironici significa conservare un rapporto di passione e di distacco con la realtà e consente a volte anche un processo di teatralizzazione, cioè vedere come se stesso proiettato anche ironicamente su uno schermo dal quale in qualche modo ci si allontani, come mettersi da una parte per riconoscersi, per ritrovarsi, ma anche qualche volta, non dico per rinnegarsi, ma per stabilire un rapporto di distanza  da quell’io appunto così forte, così intenso e così ossessivo che in genere invade il mondo dei poeti. E’ un rischio dal quale Montale consigliava spesso di difendersi e ci riusciva in tanti modi, anche accostando poesia e prosa.
Non credo che in questa poesia ci sia un tentativo di mettere insieme questi due elementi: la poesia è poesia e basta, ha i suoi percorsi fondamentalmente alti, nel senso che il linguaggio è sempre fortemente consapevole, sostenuto, è un linguaggio ritmico, avete infatti visto come ha recitato la sua poesia, come se fosse un’incarnazione del proprio corpo e della propria mente, come è sempre auspicabile che un buon poeta legga se stesso, secondo i sussulti del proprio sangue e soprattutto rendendo anche le immagini che sono nate da quel silenzio, da quella solitudine che genera generalmente la poesia, le sensazioni che sono state date e nello stesso tempo poi una fortissima abilità anche prosodica che riguarda la costruzione del sonetto e dei tanti generi letterari che si assemblano all’interno di questa raccolta  che quindi è una raccolta molto interessante.
Io ho avuto sempre molta stima della poesia di Luciana Gravina, è una poesia che meriterebbe una maggiore attenzione, un maggiore ascolto, una maggiore diffusione, perché ci sono veramente tutti gli elementi per imporre Luciana Gravina all’attenzione più vasta, per la complessità per la varietà dei temi, per il gioco, perché la poesia è anche gioco, è ludus nel senso più genuino del termine.

Luciana Gravina

Luciana Gravina

Da Del senso e del sé (2006)

Autoritratto
Oltre, più oltre andarsene sebbene stare perché è l’oltre
che tira il fascio pieno, i sensi che a sentiero si mettono
sul dove qualunque, sul cosiddetto karma, buddisti
permettendo. Quanto a me è l’oltre che mi intriga per
l’ahlambra speziata del sentire e talvolta persino mi abbevera
per/verso. Non fosse per questo rinvenuto per caso (se di fiato
volessimo dire) per esso, appunto, come per un traverso col
pensiero a Granada, a quella strada delle teterie che a senso
lento (si direbbe tantra) s’imponesse e mi chiamasse a guado
insidioso, me che d’acqua m’intendo, ma di mare. Cosicché a
scarto ambigua/mente m’atteggio e lago e fiume scosto e
nel costeggio a mare mi apro. Di scogliera che
sappia a salso arso, a sole sbrucio in pelle (che forse è le toucher
se è il caldo che mi tocca) perché salso è la goûte
verdeazzurro avviene à l’odorat e la vüe è come l’alga che
sbatte alla battigia. Ora è così che mi tiene sfasico questo mio, ora
che a nuovo avviene per torpido sobbalzo a quando a
quando, ora è così che mi appartengo. E il mio oltre è più oltre.

***

È odore che mi spiazza il salso d’alga,
è mare che mi genera di liquido
se di vento cucita mi accaparra
e mi sevince d’anima e di pelle,
e mi ci sdruso e mi ci strasso. Mi ci.
Dentro l’odore a mare.

Rue des epices, cosicché cammino
nell’aria di cumino e pelli scure.
È l’odorat che mi porta a casa.
La vigna di Montmart fragra per questa
primavera dispotica stanandoli
gli intervalli e spiandomi a naso.

***
……….. Sai, qui a volte mi sbatto alla foto
degli anni nove col fiocco in testa e la vesta
a fiori, che già sbiadisce, la foto ovviamente, che a
mezzobusto mi spia con gli occhi che sono
miei e col sogno nel fiocco sopra la testa,
appunto, ché il suo colore non habet, ché
perso nel b/n, cosicché di bello se la vedeva
la vita mbruscinata nel mare insonne
(sleepless direbbe Gibran), proprio qui, ora che
cerco a naso il lentisco odoroso e il niente
che resta perché l’erica è ormai rara e la
brughiera rifilata alla roccia, qui a setacciare
il rabesco, ripristinarlo il vizio, l’avventura, una
qualunque vaghezza, pullularla sulla
secchezza di questo fiato, l’ultimo gioco consumato nel
clangore dei rimasugli. Cosicché dondolarlo
questo nostos pendolare tra Torraca e Parigi
così riflettuto su Roma perché ogni viaggio è
un ritorno per questo vizio della masticazione
(della vita, ovviamente).

.
Da L’Infinito presente, Altredizioni, 2011, Roma

Percezioni

Hic proprio qui dove l’inizio e la fine squiquano e sfinano, spersi. Qui a inizio e fine sdentrati avviene d’essere a illusione di infinito e a non luogo, perciò  fermi ci smottiamo a percorrere l’universo: di pensiero, dico. Hic dove la vita avviene. Nunc, proprio ora dove il tempo si addensa in percezione e in globuli di fibre rimanda per l’enèrgheia, il flusso permanente  e più volte inconnu, irrisolto, sdragato.

                                                          Fu quando mi sedusse la luce come un fiume di sabbia luminosa a discesa e a cascata dietro le palpebre e
ancora mi inonda infilandosi al petto, nel chakra cosiddetto del cardias.  E io spietata nella mia incredulezza a spiarlo dubbiosa questo fiume, questa dilagazione di luce multicroma che ad apertura di chakra, appunto, ogni volta avviene a palpebra chiusa e se aperta mi si attacca alle mani, ai palmi e ai bordi. Cosicché è l’io che attracca sfrantato e si addimora nel contorno di liquido sfocato che si sdrama alle mani, ai palmi appunto.

                Una volta fu di bellezza, finesse, lo spirito voglio dire e talvolta quasi a sfida di geometrie. O di entrambi, ancipite insomma. Transeunte,
passeggero, caduco, come suol dirsi, mi pare ora, nunc, appunto, ma allora apparvemi il tutto, l’essenza, la pienezza, non il refolo dell’hic, di quando il tempo prigioniero si cammina dimidiato tra passato e futuro.

                                              Avessi spersuaso l’occhio alla crudezza eunte del biondo capello, della sottigliezza al fianco esperta, strafilata sul nunc. Avessi di sradicata pietà delle pietre nei profili delle fiaccole dove l’ultimo rosso si assiepava, sulla siepe, appunto, di frastagliate compiutezze credute totali, del ventre annidato tra le pupille sazie, tra i sorrisi degli incubi,                                                                                       avessi 

stramato appena la dicotomia triplice del tempo così inconcluso tra passato e presente spesso anche a futuro orbitato se in fantasma la mente si metteva a sogno.

                                                                                                      L’avessi appunto
auscultato questo concerto n.21, Mozart permettendo, non con le auricole fisiche sotto le mani e a vedersi anche per occhi, ma con la pelle per vibrazioni convenute a velocità non intercettabili, a vibrare, appunto, in tutti i pori, dico tutti, dilatati per la spietata penetrazione a sussulto estorto dalla testa alle ultime estremità nel corpo dilaniato a percezione dal fondo, e funditus, per incontrollabili deliri. Lo avessi
auscultato, appunto, attraverso la pelle.
                                                                                                                 Ma io,
maintenant, io a credere che l’esprit fosse appunto de finesse, al limite, de geometrie, magari entrambi per una testa ancipite, come già, bel viso, anche, d’una compiutezza, così mi sembrava, ou tous se tenait, dove la svasatura del rischio sotto controllo si glissasse egli medesimo sine cura.

Una traduzione da Saffo

fàinetai mòi kenòs isòs teòisin

Somigliante agli dei mi sembra l’uomo
che a te di fronte siede e ti contempla
che grazïosa parli e dolce ridi

ma a me improvviso già tracima il cuore.
E come infatti a te per poco io guardi
niente mi giunge più della tua voce

e la lingua si intrappola al silenzio,
fuoco sottile sottopelle frulla
nulla più vedo, rombano le orecchie

e mi cattura un gelido sudore
interamente il tremito mi scrolla
e verde più dell’erba quasi morta

mi sento.

Carlo Livia Note critiche a L’infinito presente di Luciana Gravina

Sacralizzato e profanato, idealizzato e posto al vertice ontologico-noetico dell’esistenza (la “casa dell’essere” di Heidegger ), e insieme violato, abusato, vulnerato da divergenti esperimenti trasgressivi-rigenerativi dei suoi “custodi”, poeti e filosofi, il linguaggio, da elemento di mediazione del numinoso e del metafisico, nella poetica e speculazione medievale, negli ultimi secoli è diventato strumento di evasione nel meraviglioso, scandaglio dell’inconscio, sorgente di visioni e astrazioni dal reale, e di analisi sempre più interiorizzate, volte a cogliere le forme evolutive-performative del suo generarsi e modellarsi, nella reciproca inferenza – dialettica e antagonistica – col pensiero e con l’emozione.
In questo senso è stato fondamentale l’apporto delle scienze linguistiche e cognitive, come la semiotica di Eco e la psicolinguistica di Vigosky, che hanno esaminato le dinamiche formative del pensiero, che dalla dimensione emotiva-sentimentale, proprio attraverso i modelli linguistici forniti dal contesto culturale, si struttura, si espande, si modifica ed evolve, articolandosi nelle diverse esigenze e dimensioni teoriche, pratiche e creative.
In particolare la lingua poetica, come notava Nietzsche, contribuisce con la maggiore tensione eversiva e palingenetica ad ampliare e rimodellare forme e contenuti semantici, liberando pensiero e linguaggio dall’implicita oppressione dei modelli costituiti, cristallizzati ed obsoleti, per evincere ed esprimere, con nuovi traslati, metafore, assimilazioni e dislocazioni, nuove istanze ideali e morali, suggestioni emotive e modelli estetici, intuizioni meta-razionali ed agnizioni metafisiche.
Estremamente significativo, in questo contesto culturale, il contributo offerto dall’ultima opera di Luciana Gravina, “L’infinito presente “, in cui vengono portati ad un grado di risultanza icastica quasi insostenibile – per mancanza di confronti e convergenze possibili –  esperienze e tematiche già affrontate con notevole originalità formale e profondità concettuale in opere precedenti.
L’incanto –  e il senso di smarrimento –  che promanano dalla lingua di Gravina, nascono dall’ implicita  “ hybris “ di un gesto comunicativo ambizioso ed ieratico, nel voler catturare il nucleo rovente della sua verità, ma insieme tragico e grottesco, perché consapevole dell’inanità di tale titanico obiettivo, e quindi immediatamente intriso di umorismo e autoironia. Come nell’universo tragicomico e post-umano di Beckett, il pensiero – linguaggio si corrompe e dissacra, avvertendo l’invalicabile confine a cui è giunto, l’abissale aporia intravista, che determina  conflitto,  disincanto e senso del grottesco:

” Hic proprio qui dove l’inizio e la fine squiquano e sfinano,
spersi. Qui a inizio e fine sdentrati avviene d’essere a
illusione di infinito e a non luogo, perciò fermi ci
smottiamo a percorrere l’universo: di pensiero dico…”

Come si vede, la tensione aggregativa-disgregativa, concettuale-semantica s’imprime violentemente nella lingua, ne intacca l’integrità logico-sintattica, l’equilibrio prosodico-formale, ma contestualmente ne amplifica la dimensione semantica, moltiplicando le implicanze emotivo-musicali. Complesse e stratificate anche le afferenze filosofiche, che alludono ( come nel titolo del volume ) alla nuova concezione del tempo che, da Nietzsche a Bergson, ne sovverte  linearità e consecutività, concependolo come espansione ciclica, infinita dell’attimo presente.
La transizione da “ logos “ a “ melos “,  scopo comune a tutta la poesia di ascendenza orfico-simbolista, sintomo di disagio  ad accettare l’immanenza dell’essere, incapacità a limitarsi ad un orizzonte esistenziale codificato dalla ragione empirica ed esigenza di trasfigurazione ed ascesi dalla realtà quotidiana, qui assume una fisionomia drammatica e provocatoria: si assiste come ad un rivolgersi della lingua su se stessa, per evocare il proprio percorso generativo, analizzarne i limiti, evidenziarne contrasti e lacune, traducendoli e sublimandoli in sorprendenti neologismi, che lasciano ammirati e storditi, per la loro frequenza, complessità strutturale e polivalenza semantica:

“ Avessi spersuaso l’occhio alla
crudezza eunte del biondo capello, della sottigliezza al
fianco esperta, trafilata sul nunc…
Cosicché è l’io che attracca sfrantato e si addimora nel
contorno di liquido sfocato che si sdrama alle mani…”

Le possibili ascendenze e contiguità stilistiche – Joyce, Zanzotto, Sanguineti – possono solo in parte illustrare e definire trame e percorsi di questa lingua ricca di cangianti sfumature e suggestioni, che non sono mai gratuite ma funzionali ad un’impervia inquisizione epistemologica:

“Transeunte
passeggero, caduco, come suol dirsi, mi pare ora, nunc,
appunto, ma allora apparvemi il tutto, l’essenza, la pienezza,
non il refolo dell’hic, di quando il tempo prigioniero
si cammina dimidiato tra passato e futuro…”

La violenza esercitata sul linguaggio è necessitata dall’ansia di liberazione dalle catene logico-razionali che impediscono di attingere l’ultima verità. L’agnosticismo di Gravina, erede di quello dei grandi ermetici, come Montale o Celan, si esprime con un suggestivo percorso catabatico-anagogico, sprofondato nella fisicità dell’io, come in un labirinto di codici da decifrare, per recuperare la visione perduta dell’autentica verità e salvezza:

L’avessi saputa la via, la mia, quella giusta che dalla rotula
dei ginocchi, di entrambi dico, sul punto che la svela, se
consapevole andassi. L’avessi visto il punto, del quinto
dico, cosicché messo a energia, mi chiarisse un sentiero
almeno, di quelli giusti, non dico la via, ma la direzione che
diretta mi conducesse, un piccolo straforo di luce,
un’illusione di delirio, di quello giusto, appunto,
di giusta direzione.

Ancora una volta – come in Mallarmè, Kafka, Camus e in molti dei maggiori autori del novecento – è il tono della disfatta, della resa (anche se gloriosa, inebriante, seduttiva )  che prevale. In una cultura che molti definiscono postuma, che sopravvive a dogmi e codici perduti, il cammino verso la luce di un’autentica verità sembra precluso. Ma se ci sono ancora voci poetiche così intense e appassionate, ricche di memoria e slancio verso una possibile palingenesi, non è detto che debba esserlo per sempre.

dalla Prefazione a L’infinito presente di Rino Malinconico

… Ecco allora l’infinito presente, come epifania dell’armonia, come verità nascosta. Un lungo viaggio dell’anima che parte come slancio, il me vera, come ceneri date a un vento irrisolto, ed è poi spinto in avanti dal desiderio di possederli tutti, i punti ottusi, riattivandoli con la forza stessa del percorso per sfondarli i limitiattramarli di nuovo come di fresca nascita. Qui è dunque la svolta. Gravina ci indica il modo di passare da una vita rimediata ad una vita riappropriata perché quisqueciascuno è fabbro, e l’azione poetica è davvero capace di smottarla questa oscurità permanente riconducendo l’umano a luce di fresca nascita di un infinito presente. La novità si precisa dunque come ricomposizione, come possibile amicizia con le cose. 
La neoavanguardia e lo sperimentalismo poetico si sono mossi costantemente sulla linea del contrasto. Gravina ha tesaurizzato tutta la ricchezza formale dell’esperienza sperimentalista, ma la piega in questa sua ultima fatica poetica alla conquista dell’altro. Non più solo l’autore e il suo linguaggio, ma l’autore, il suo linguaggio e il lettore, in direzione di un nuovo ponte comunicativo additato quasi come possibile e necessaria maturazione della stessa vicenda poetica della neoavanguardia. 
Così le poesie poste a conclusione, che rinviano a un altro periodo della produzione artistica di Gravina, si pongono a compiuto suggello: sono il lontano punto di partenza che l’autrice, raggiunto finalmente un orizzonte di significazione generale, si volta a contemplare con un miscuglio di distanza e simpatia. Senza di essi, senza la radicale operazione di rottura col “poetese” della tradizione, questo ritrovamento di sé in un contesto che postula anche l’altro e questa espli-citazione dello hic et nunc che postula anche lo inde et semper non si sarebbero potuti compiere.

Annunci

16 commenti

Archiviato in Critica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, poesia italiana del novecento, Senza categoria

16 risposte a “Luciana Gravina, Autoantologia – Note critiche di Gennaro Mercogliano, Raffaele Nigro, Mario Lunetta, Carlo Livia, Stanislao Nievo, Francesco D’Episcopo,Rino Malinconico

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20086
    Non c’è dubbio che il secolo sperimentale ha prodotto anche una scrittura sperimentale che in Italia si è imposto durante gli anni Sessanta e Settanta, ma anche se in misura ridotta, anche negli anni Ottanta e Novanta come reazione alla poesia, si diceva allora, lirica di matrice ermetica e post-ermetica. Dunque, non c’è dubbio che lo sperimentalismo ha una sua legittimazione storica sia come reazione ad un certo tipo di letteratura culturalmente non aggiornata che non veniva incontro alle nuove esigenze del pubblico sia in sé come prodotto letterario. Negli anni Ottanta e Novanta nutrivo dubbi sulla validità dei prodotti dello sperimentalismo a causa anche di certi eccessi vistosi e di alcuni rappresentanti non propriamente eligibili, ma con il passare degli anni, e soprattutto dopo l’ultimo quindicennio di intervenuta stabilizzazine della visione minimalistica in poesia e di certo diffuso ritorno alla ideologia della poesia «bella» e «ingenua», in questi ultimi tempi, dicevo, la mia valutazione per gli esiti di certo sperimentalismo è ritornata positiva, come contraltare alla pervicace tendenza della poesia italiana del secondo Novecento al neo-verismo (per lo più di matrice lombarda) e al lirismo (diffuso in tutto il paese a prescindere dalla geografia). Tra gli autori dello sperimentalismo un posto di rilievo cel’ha, a mio avviso, Luciana Gravina per quegli esiti plurilinguistici che conferiscono a questo tipo di poesia una fascinazione tutta particolare. Luciana Gravina è un prodotto del secolo sperimentale e della crisi interna del concetto di post-avanguardia che ne è seguito; nella poesia di Luciana Gravina si può leggere molto bene questa crisi interna, molto più significativa di certe scritture poetiche di scuola minimalistica lombarda e romana acritiche e aproblematiche. Forse oggi, a distanza di tanto tempo, è possibile tornare ad apprezzare questo tipo di poesia che nulla concede alle facili emozioni e al lirismo ingenuo che da un ventennio sembra ritornato di moda con tanto di pseudo poesia incentrata su un io lirico (nelle due versioni: sublimato o desublimato), ripeto, aproblematico e acritico:

    Strenua nos excidit inertia
    Dunque nos excidit, a bocca tesa come l’Apollo di Veio
    sulla contesa delle viscere, magari riderne, se sorridere è troppo,
    lentamente tirare le labbra come in apnea
    perché il corpo non ha capito, consolare tutte le fibre
    umide ancora sull’attesa perché il corpo appunto
    è l’ultimo a recepire, sed nos ci colse, inopinantes, la verità nel pieno
    del gioco, profughi esterrefatti ai confini del tutto, ma è l’inertia questa
    sapiente stoltezza, questa pigrizia su cui pullula inesorabile il giorno
    dopo, il qualunque aphter day dove allo specchio incrociare un
    katalettiko fantasma, ovvero quel che resta della notte incorsa a caso
    nell’alba senza chiedere “a che punto…?” E allora, chiudere piano
    la porta, non importa se il pianto lasciarlo di qua o di là.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20087
    Non amo gli aggettivi,pericolosissime appendici dei ben più solidi sostantivi, eppure “le nuvole squiete”della Gravina mi conquistano pienamente,forse perchè l’aggettivo “squiete”ha anche un qualche valore onomatopeico, che allude ad uno squillo allarmante, a una remota minaccia a quella serenità che tutti cerchiamo,ma che è raro raggiungere.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20088
    Leggendo queste poesie di Luciana Gravina ho avuto la sensazione di partecipare a una rincorsa – verso il tema? – e poi di aver perso gli occhiali. Ma l’autrice, con quei “mi pare”, “appunto” e “ovviamente” si accorge di me lettore, quindi snellisce favorendo la comunicazione; non solo, a volte sembra pescare nel mio lessico quotidiano, come a voler arricchire una composizione floreale già sovrabbondante anche con qualche carta straccia. Così, penso, la poeta mi autorizza democraticamente a partecipare: perché in fondo a nessun poeta piace scrivere soltanto per un’élite. Eppure, siccome il flusso di queste parole “per questo vizio della masticazione” sembra comunque andare in cerca di pause, di vuoto, se non altro per l’epifania, che è una sorta di dimenticanza – che però quando arriva di solito chiude la composizione – allora mi chiedo se non sia il caso di fermarsi più spesso, dimenticarsi del proprio sangue che scorre nelle vene, rimettere le immagini dove sono, non più oltre “il mio oltre”; anche se sicuramente sto fraintendendo, perché il senso va all’impazzata. Epperò c’è molto amore per le parole, tanto che così scrivendo se ne potrebbero facilmente inventare di nuove. Credo sia questo il “bello” principale dello sperimentalismo, oltre all’aver inferto un colpo mortale alla routine, ovviamente. I pochi sopravvissuti vivacchiano nelle pieghe del post moderno. Altri scuotono dalle tovaglie le troppe parole. E chissà dove sono adesso, nell’imprendibile qui e ora.

  4. A volte questa poesia si sposta su un piano radicalmente linguistico: molto bene. Squisita la traduzione da Saffo.

  5. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20092
    A parte i versi che cita e commenta Giorgio Linguaglossa, in cui un certo
    tentativo di ibridazione linguistica attraversa tutto il componimento, tutti
    gli altri suggeriscono una Luciana Gravina ancora immersa in un “tempo”
    lineare, un tempo dotato di passato e futuro, distante dunque da quella
    sensibilità postmoderna, anzi postcontemporanea, che vede e vuole nel
    “tempo” una successione di eventi senza memoria né consequenzialità,
    com’è per esempio nella poesia d’un Mario Gabriele o in Io, Zosimo dello stesso Linguaglossa… Non si avverte in questa esperienza di poesia
    l’effetto linguistico-formale del passaggio dal paradigma dell’unità al paradigma della molteplicità. Né le note critiche dei Mercogliano, dei Lunetta, dei Nigro e degli altri che accompagnano i versi graviniani,
    ne prendono atto. Ma ciò non significa il non rispetto per questo lavoro
    di poesia.
    Tuttavia, se si considera che oltre cento anni fa un poeta non italiano scriveva versi come i seguenti:
    ” Insonnia. Omero. Le vele tese.
    Io ho letto fino a metà l’elenco delle navi…”
    qualcosa di inadeguato dev’essere registrato e segnalato per la
    poesia italiana…
    Gino Rago

  6. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20093
    caro Gino,

    la poesia di Mandel’stam recentemente postata nei commenti da Antonio Sagredo con il fulminante commento di Ripellino è una autentica perla di un concetto di poesia che è stato estraneo a tutto il Novecento italiano (e anche a questi ultimi tre lustri del nuovo eone). Anzi, prendo l’occasione per pregare Antonio Sagredo di postare di nuovo la poesia di Mandel’stam con il commento di Ripellino perché lì c’è in nuce il nuovo concetto della poesia quadri dimensionale che la Nuova ontologia estetica sta perseguendo.

    Ma, ovviamente, nessuno vuole qui dimidiare i risultati estetici raggiunti da Luciana Gravina con il suo sperimentalismo creativo… poesia che va considerata nell’ottica del suo tempo e del suo svilupo storico e tematico… il problema è semmai un altro: come è accaduto che il Novecento italiano si sia dimostrato alieno e refrattario dinanzi alla poesia di un Mandel’stam?
    (e qui giro la domanda ad un poeta slavista come Antonio Sagredo)

    Come è potuto accadere? Forse per mancanza di traduzioni? Non è vero perché Mandel’stam è stato tradotto egregiamente da Ripellino, da Serena Vitale e altri… e allora, ripeto la domanda, come è accaduto che nessuno si sia accorto della grande novità di impianto concettuale e visionario della poesia di Mandel’stam?

  7. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20094
    Posto, come richiesto, la poesia di Mandel’štam

    Insonnia. Omero. Le vele tese.
    Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
    questa lunga nidiata, questo treno gruesco
    che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

    Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri –
    sulle teste dei re c’è la schiuma divina –
    ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
    a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

    E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.
    Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
    e il mare nero, perorando, risuona
    e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

    Osip Mandel’štam

    agosto 1915

    ————————————————————————————–
    (commento di A. M. Ripellino, Corso del 1974-75)
    —–
    [ È straordinaria l’estrema densità con cui viene concentrato in 3 quartine tutto l’intreccio dell’intera Iliade. E dentro di questo, tutta una sintesi di epoche, di cicli, di culture come fa sempre Mandel’štam. Ed è una lettura del II° libro dell’Iliade, del catalogo delle navi, di Omero fatta prima di dormire, per vincere l’insonnia. E alla fine l’insonnia è vinta, perché il mare nero si alza, come un personaggio, perorando, rumoreggia e giunge sino al capezzale.
    Un poeta acmeista dell’emigrazione G. Adamovič, forse esagerando, ha scritto che:
    “una simile musica non c’è mai stata in nessun poeta dai tempi di Tjutčev, e tutto quello che ricordi a paragone ti sembra acquerugiola”.
    Notare la languida atmosfera di sonnolenza, questo semi-veglia, questo senso soporifero, il sonno che diventa come il mare, e poi questa domanda: ”Dove navigate?”.
    È un’inserzione colloquiale tipica degli acmeisti che subito rompe l’aspetto austero della poesia, che è continuamente spezzata da questa domanda, e poi dall’ultimo verso:

    Troia, a che vi servirebbe, se non ci fosse Elena?

    Qui è la modernità della Poesia ].
    ————————————————-

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20095
    CARO GINO RAGO, CARO ANTONIO SAGREDO,

    in questa poesia di Mandel’stam e nel commento fulminante e sintetico di Ripellino c’è in nuce il concentrato di quanto andiamo dicendo e facendo a proposito della Nuova Ontologia Estetica: il tridimensionalismo, la metafora tridimensionale tanto cara a Mandel’stam e il quadri dimensionalismo di cui si inizia a parlare oggi (vedi l’intervista di Donatella Costantina Giancaspero a Maurizio Ferraris qui:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/08/intervista-di-donatella-costantina-giancaspero-a-maurizio-ferraris-sulle-questioni-afferenti-a-una-nuova-ontologia-estetica-a-proposito-del-suo-libro-appena-edito-emergenze-einaudi-2016/

    l’impiego severo e reiterato della interpunzione, il fraseggio spezzato dal tono alto al piano del quotidiano, una formidabile capacità di abbreviazione e di miniaturizzazione in parole di intere epoche della civiltà europea e la «sintesi» (come la chiama Ripellino) in tre quartine di tutto il sapere dell’Occidente.

  9. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20096
    Ecco i risultati, altissimi, che un grande poeta può raggiungere quando i suoi versi sono interpretati da un grande critico.
    Soprattutto nel corso degli ultimi anni di poesia italiana quella espressa per esempio da Mondadori,
    “Lo Specchio (I poeti del nostro tempo)”, tutti noi abbiamo assistito a una danza uniforme, prevedibile, di un Mussapi presentato da un Cucchi, di un
    Santagostini presentato da Riccardi, di un Cucchi presentato da Mazzoni,
    di una Valduga presentata o da Mussapi o da Cucchi o da Santagostini, ecc.
    L’approdo finale quale è stato? E’ sotto gli occhi di tutti, anche dei
    cosiddetti ‘non addetti ai lavori’: la chiusura definitiva della scuderia…
    Quasi nella indifferenza generale.

    Ciò che mi preme, invece, è altro. E questo ‘altro’ mi sta davvero a cuore
    e suona come un tributo discreto alla ricerca poetica di Antonio Sagredo:
    scrive Ripellino nella sua densa nota sui 12 versi magistrali di Mandel’stam
    “(…) E dentro di questo tutta una sintesi di cicli, di epoche, di culture..”
    E’ un passaggio del Ripellino che serenamente può essere traslocato
    dai versi di Mandel’stam alla poesia di Sagredo proprio per le stratificazioni
    di epoche, di letterature, di cicli sempre vibranti nel verso Sagrediano, accanto a una ricchezza lessicale ineguagliata.
    Gino Rago

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20097
    Il problema è molto semplice: né Lo specchio né la collana bianca dell’Einaudi né la collana poesia di Garzanti sono rappresentative della poesia italiana di oggi (e degli ultimi 40 anni). Il fatto è sicuramente grave ed implica la responsabilità di chi ha condotto finora i «giochi» e le «danze», con la complicità dei «critici» che si sono mesi al servizio degli uffici stampa delle grandi case editrici, un caso per tutti: Giovanardi che prestò la sua penna per la fabbricazione della Antologia di poesia dei poeti italiani del Novecento edita da Mondadori nel 1996.
    Adesso il nostro compito è quello di tornare a fare poesia e a pensarla e a sottoporla a critica severa e indipendente.

  11. Caro Giorgio, mi torna in mente una mia poesia, presente nella antologia “Tu quoque”, curata da te.E’ a pag.56 .Ne trascrivo gli ultimi versi: “Che poi le cose,”res”,/divengano “res gestae”,”res adversae”o “res secundae”ci interessa meno, come/non ci interessano”Cose belle” o “Cosa nostra”/l’anima della parola è all’origine,/nel fulcro antico del mondo,/quando la selce fu oggetto e arma,/il fuoco, dono degli dei./”Il discorso mi porterebbe lontano, fino al Totem e alla misteriosa mobilità degli oggetti, a certi loro strani “ritorni”, ma diventerei noiosa.Il tema, comunque, è intrigante, potrebbe interessare a molti, giacchè in tutte le cultura la “cosa”,che è in natura, ma diventa oggetto per l’intervento dell’uomo,suscita l’attenzione della gente,più intuitiva e capace di cogliere i messaggi
    subliminari più di quanto generalmente si creda.

  12. Alberto Tommasi

    caro Gino Rago
    vorrei invitarti a riconsiderare la tua presa di posizione sulla poesia di Gravina, non come valore dell’opera, che giustamente riconosci perché è fuori discussione, ma come tipo di poesia congeniale a un carattere umano estroverso (attento al mondo, che considera il proprio io una certezza e come dargli torto visto che abbiamo un solo corpo piccolo e fragile). Per un poeta come Mandelstam, la storia è guardata da fuori e ricomposta in un tempo ermetico che scardina e ricompone il tempo lineare del cosmo, quel famigerato tempo che la storiografia ha fatto suo. Per una poeta come Gravina l’io non lo puoi togliere, è un baule fissato al mondo con cavi d’acciaio (vd. statua di George Simenon da qualche parte in Belgio).
    Mi è piaciuto molto questo distico di Luciana Gravina da La Polena 1984:
    Nella sera di marzo l’ultima spada di luce
    strazia l’estremo gulag del pensiero.
    Parafrasi: il sole al tramonto ti distrae un attimo e ti fa accorgere che non solo è sacrificato il tuo corpo. La spada di Damocle delle scadenze amministrative ti trafigge nel cuore della tua intelligenza.
    Qui vedo rappresentata la condizione dell’io contemporaneo alle prese con una dittatura di tipo molto speciale. Non quella di Stalin che proibiva la poesia di Mandelstam, ma la nostra cara vecchia burocrazia, l’unico male davvero internazionale. La burocrazia non ti chiede professioni di fede, ma semplicemente ti ingombra tutto lo spazio mentale così che sei nel “gulag del pensiero” eppure non te ne accorgi. Hai troppo cartacce da sbrigare, troppe scadenze da rispettare.
    Una tale poesia, che accetta il tempo lineare della storia, anch’essa dovrebbe essere accettata nella Nuova Ontologia Estetica.
    Ora definisco la storia: costruzione discorsiva che da un lato è in bilico tra la sequenza dei fatti e la loro interpretazione lanciata indietro dal presente storiografico; dall’altra è consistente e reale, almeno tanto quanto la realtà (pragmatica, di oggi), perché è tenuta in vita artificialmente dalla voglia dei mortali di non stare sospesi nel nulla e di non farsi trasportare come polli impacchettati vivi sul nastro trasportatore dell’evoluzione sociale. La realtà è incerta come cosa o idea, ma è salda come costrutto mentale condiviso ai fini del programmare l’agire comune.
    Dunque se la realtà è certa-incerta, la storia ne è il prolungamento a ritroso. Oggi la storia come totalità non ci insegna più nulla. Acquista senso solo frammentariamente, nell’interpretazione di questo o quel momento significativo. Sotto questo riguardo la storia riflette bene la realtà contemporanea, che – come trova riscontro nella riflessione critica della Noe – trova senso solo nel frammento. Ma allora perché si studia tuttora, la storia, se non insegna granché (qualche segmento significativo lo si può ancora isolare)? Perché si preferisce tenere in piedi un racconto identitario sul proprio passato che nella sua ambiguità e inafferrabilità va bene un po’ a tutti, piuttosto che scendere dal nastro trasportatore e guardare dentro se stessi. Potrebbe arrivare di corsa un macellaio impazzito e tagliarti e farne petti e cosce (per una donna è un vero problema).
    Concludo con un pensiero ispirato a quello che ha scritto Francesco D’Episcopo. Se la bellezza tradizionale, classica e romantica, è bella anche solo nel suo involucro esterno, quella postcontemporanea appare brutta da fuori, ma se ti poni a meditare su di essa, questa bellezza brutta ti aiuta a ricomporre l’armonia perduta. Una ricomposizione nel co-mondo (un mondo spirituale sottosviluppato, che è terzo rispetto al mondo esterno ed interno). Una tale poesia non è direttamente manifestata, ma può ricomporsi e magari arricchirsi nel pensiero, nella mente del lettore.

  13. Alberto Tommasi

    caro Gino Rago
    vorrei invitarti a riconsiderare la tua presa di posizione sulla poesia di Gravina, non come valore dell’opera, che giustamente riconosci perché è fuori discussione, ma come tipo di poesia congeniale a un carattere umano estroverso (attento al mondo, che considera il proprio io una certezza e come dargli torto visto che abbiamo un solo corpo piccolo e fragile). Per un poeta come Mandelstam, la storia è guardata da fuori e ricomposta in un tempo ermetico che scardina e ricompone gli elementi. Per una poeta come Gravina l’io non lo puoi togliere, è un baule fissato al mondo con cavi d’acciaio.
    Mi è piaciuto molto questo distico di Luciana Gravina da La Polena 1984:
    Nella sera di marzo l’ultima spada di luce
    strazia l’estremo gulag del pensiero.
    Parafrasi: il sole al tramonto ti distrae un attimo e ti fa accorgere che non solo è sacrificato il tuo corpo. La spada di Damocle delle scadenze amministrative ti trafigge nel cuore della tua intelligenza.
    Qui vedo rappresentata la condizione dell’io contemporaneo alle prese con una dittatura di tipo molto speciale. Non quella di Stalin che proibiva la poesia di Mandelstam, ma la nostra cara vecchia burocrazia, l’unico male davvero internazionale. La burocrazia non ti chiede professioni di fede, ma semplicemente ti ingombra tutto lo spazio mentale così che sei nel “gulag del pensiero” eppure non te ne accorgi. Hai troppo cartacce da sbrigare, troppe scadenze da rispettare.
    Concludo con un pensiero ispirato a quello che ha scritto Francesco D’Episcopo. Se la bellezza tradizionale, classica e romantica, è bella anche solo nel suo involucro esterno, quella postcontemporanea appare brutta da fuori, ma se ti poni a meditare su di essa, questa bellezza brutta ti aiuta a ricomporre l’armonia perduta. Una tale poesia non è direttamente manifestata, ma può ricomporsi e magari arricchirsi nel pensiero del lettore o lettrice.
    La lettura di questo blog apre la mente dei poeti a nuove prospettive. Un grazie sincero ai redattori.

  14. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/05/14/luciana-gravina-autoantologia-note-critiche-di-gennaro-mercogliano-raffaele-nigro-mario-lunetta-carlo-livia-stanislao-nievo-francesco-depiscopo/comment-page-1/#comment-20343
    caro Alberto Tommasi,
    Può sembrare paradossale, ma forse è proprio nel punto di massima contraddizione che la contraddizione è tolta. Allora, dobbiamo dirigerci speditamente verso quel punto, verso quel buco nero della incontraddittorietà dove convivono tutte le contraddizioni possibili, quelle reali della storia e quelle irreali della storia non realizzata.

    Ecco, nel voler giungere a questo punto si pone l’ottativo della Nuova Ontologia Estetica. Io non sono un filosofo, ma credo che stia qui, in quel punto soltanto che noi possiamo esperire qualcosa di molto simile alla incontraddittorietà di tutte le contraddizioni.

    Ecco una mia poesia che tratta questo problema:

    Io, Zosimo

    Fu al tempo di Cirillo, vescovo di Alessandria.
    Ormai, penso con recrudescenza a quelle vicende lontane.
    I parabolani presero Ipazia in strada e la squartarono viva,
    poi appiccarono il fuoco alla Biblioteca.
    Presero a perseguitare i pagani ovunque si trovassero,
    perché, dicevano, «C’è un unico pensiero, il pensiero di Dio,
    agli uomini sia sufficiente quello», così
    almanaccavano quei fanatici.

    Io, Zosimo, portai con me, celati sotto la tunica
    quanti più rotoli potei, e li nascosi in una madia segreta:
    gli studi sulle orbite dei pianeti di Ipazia
    e altre formule incomprensibili.

    Fu allora che mi abituai al silenzio delle parole,
    nascondevo con sospetto le parole ricche di senso
    come cose perdute e dimenticate.
    Così, avvenne che un giorno la lingua si stancò di essere lingua.
    Se ne andò per i fatti suoi. Scomparve.

    Io mi vergognavo a dire che ero rimasto senza lingua,
    che non potevo più parlare.
    Fu a quel tempo che presi a tossire.
    Segnalavo la mia presenza con dei colpi di tosse,
    dei singulti rauchi.

    Nel frattempo, cercavo la lingua: di qua, di là,
    di sotto, di su. Mi chiedevo:
    «Ma dove s’è cacciata quella maledetta lingua?».
    Alla fine, dovetti imparare a stare senza lingua,
    ad emettere dei borborigmi, anche con mia moglie
    e i miei figli, ad esprimermi con dei sibili,
    dei fischi, dei cenni del capo…

    E il bello era che essi mi capivano perfettamente,
    non si accorsero mai che fossi rimasto privo di lingua.
    Fu così che mi abituai a quel mio strano abisso.

    «Dopotutto – mi dissi – è una condizione infausta
    che ha però i suoi vantaggi».
    Ben presto mi dimenticai della cosa.
    E non ci pensai più.
    Dimenticai perfino che un tempo
    avevo avuto una lingua che si muoveva oscenamente
    nella mia bocca.

    • Alberto Tommasi

      caro Giorgio Linguaglossa
      ti ringrazio dell’invito a propormi quale meta, scrivendo, di arrivare a quel punto ideale che indichi, il buco nero della non contradditorietà.
      Ho riletto la tua bella poesia “Io, Zosimo”, che già conoscevo. Ora la comprendo meglio, ma ancora non del tutto. Siccome si presenta discorsiva, sembra facile da capire. E non lo è.
      Scusa se ho debordato sulla Storia, la mia definizione nasceva da un dialogo filosofico estraneo a L’Ombra delle parole. L’ho inserita a sproposito nella risposta a Gino Rago. Domani avrei dovuto discutere con una mia collega delle interazioni tra storia e filosofia, ma rimanderò questo e altri dialoghi non quotidiani, finché non avrò riguadagnato il silenzio interiore.
      Leggerò comunque, a ritmo lento, i futuri articoli e discussioni.
      Buon lavoro intorno alle sorti della poesia italiana contemporanea!
      Alberto

  15. Caro Alberto,

    La soluzione che Hegel darà all’apopria dell’assoluto che contiene in sé la contraddizione «consisterà in una graduale introduzione, sempre più irreversibile, del negativo dentro l’assoluto, con la duplice conseguenza:

    1) che l’assoluto sarà pienamente autosufficiente, perché in grado di dinamizzare la propria posizione o identità (l’assoluto è capace di porsi da sé, senza nulla che lo presupponga);
    2) ma che al tempo stesso esso si auto-costituirà soltanto mediante
    quel negativo ad esso immanente, e dunque rendendosi contraddittorio.

    Un assoluto, quindi, che riesce ad essere se stesso solo perché è “dinamico” e al contempo capace di essere esso stesso l’“alterità” rispetto a se stesso (il suo necessario porsi nell’“esser-altro” da parte dello spirito, che è insieme “autoarticolazione” dell’Intero). E in effetti, Biscuso vede proprio nell’«assorbimento dello scetticismo all’interno del procedimento dialettico, il quale permetta al sistema di articolarsi dinamicamente, facendosi introduzione immanente»156, la soluzione che rende la filosofia
    hegeliana un sapere dell’assoluto che si costruisce “senza principio”. Ma allora sarà necessario assumere in toto, senza condizioni, la C [Contraddizione] dentro l’Intero».1]

    Nella mia poesia, che non è illustrativa ma logico-deduttiva, è contenuto un esempio di auto-contraddittorietà dell’incontraddittorio. È la storia che ci fornisce di continuo gli esempi innumerevoli che A si converte in B e B diventa un’altra cosa e ritorna ad A. Ma nel momento del ritorno ad A, anche A è mutato, ed è diventato qualcosa d’altro che non sappiamo… così procede la storia… Così Zosimo diventa un altro Zosimo molto diverso dallo Zosimo di partenza, diventa un mostro senza che lui l’abbia potuto prevedere, senza saperlo. È diventato un mostro anche se ha lottato con tutte le sue forze per non diventarlo…
    L’incontraddittorio si scopre auto contraddittorio.

    1] cit. da http://www.filosofia-italiana.net/wp-content/uploads/2013/04/Adalberto_Coltelluccio_La_contraddizione_in_Hegel_1.pdf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...