Roberta Costanzo: Confronto del Sonetto CCXI di Francesco Petrarca nel Vat. Lat. 3196, c. 5r e nel Vat. Lat. 3195, c.42r.

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https://youtu.be/dXC1HjOab-0 Nel sonetto CCXI del Canzoniere di Petrarca sembrerebbe agire una lotta tra forze opposte: quelle d’amore e passione da un lato, contro altre che invece invitano alla loro fuga. Il sostantivo iniziale “Voglia” richiama, infatti, un intenso desiderio, che accanto al verbo “spronare” indicherebbe un’energia che travolge il poeta nella direzione di “Amore” e contrasta fortemente con l’ “usanza” che lo “trasporta” in una direzione opposta. Proprio questo conflitto tra forze potrebbe essere posto alla base dei cambiamenti che investono il sonetto dal Vat. Lat. 3196 al Vat. Lat. 3195.

Partendo dai versi 10 e 11, cancellati nel Vat. Lat. 3196, la loro prima stesura era: “Soave honesto ragionar m’invesca / e l’angelica voce dolce humile.”. Essi potrebbero rimandare ad un pensiero piacevole che attira il poeta (soave ragionar) ancorato all’amore, pensiero che tuttavia è degno di onore (honesto). Questo pensiero d’amore, connesso all’ angelica voce, diverrebbe parola pronunciata (angelica voce dolce) e dunque poesia. Ma si tratterebbe della poesia giovanile di Petrarca, che ha come oggetto l’amore per Laura e “le vane speranze e ‘l van dolore” della gioventù, richiamate nel sonetto iniziale del Canzoniere. Dolce e angelica alluderebbero così all’oggetto amoroso della giovanile poesia petrarchesca e humile alla non elevata materia in essa trattata.

La seconda stesura di questi versi, che vengono cancellati e riscritti alla fine del sonetto nel Vat. Lat. 3196, riporta: “Animo antiquo in nova età m’invesca / e il dolce ragionare con voce humile”. Questo mutamento potrebbe essere fatto risalire allo stesso momento dell’inserimento della postilla in capo al sonetto, che ne indica il recupero in luogo della sua distruzione. La ripresa del componimento, che viene rivisto e modificato, ne implica una lettura più matura da parte del poeta. Petrarca non sarebbe più travolto dalla forza della passione amorosa, quanto piuttosto si limiterebbe adesso a ricordare quel sentimento del passato e quella poesia che ne derivava. La modifica di tali versi potrebbe dunque essere in linea con il cambiamento e la maturità che investono il poeta dopo la morte di Laura e che lo inducono a chiedere perdono e a pentirsi per la sua passata produzione poetica. Tuttavia, così come si vede nel sonetto proemiale, Petrarca non intende abbandonare del tutto il proprio passato: “Animo antiquo” potrebbe proprio richiamare quell’uomo che il poeta era stato, ma che deve attraversare una nuova fase di vita, indicata da “nova età”. Dunque, sebbene debba esserci per il poeta un certo distacco dal passato, sembrerebbe che una parte di esso possa essere conservato attraverso la memoria. Potrebbe essere possibile che Petrarca, rileggendo il sonetto a distanza di tempo, abbia sentito una certa dolcezza nel ricordare la propria produzione poetica giovanile, produzione che ormai andava, però, modificata. Il ricordo di quell’ “antiquo animo” può avvenire attraverso la parola e dunque attraverso la poesia, considerata un “dolce ragionare” che “invesca” il poeta.  Ricorrono nuovamente, riprese dalla prima stesura, la parola dolce, forse in riferimento all’amore e alla poesia amorosa del passato, oggetto adesso di ricordo, e la parola humile, per la materia d’amore, non alta come doveva essere la poesia impegnata cui Petrarca aveva promesso ad Agostino, nel Secretum, di dedicarsi.

La terza stesura di questi versi si trova nel Vat. Lat. 3195: “Dolci parole ai be’ rami m’àn giunto / ove soavemente il cor s’invesca”. Dolci parole”, forse sarebbe ancora da ricondurre alla poesia piacevole di tema amoroso della gioventù, che “invesca”, ossia attira il poeta attraverso i ricordi. Infatti tali ricordi piacevoli hanno raggiunto il poeta, attraendo il suo cuore, e facendo in modo che fossero messi per iscritto in poesia. I “be’ rami”, ossia l’alloro, sarebbero appunto metafora sia per la poesia che per Laura. Ma, nuovamente, sarebbero adesso i ricordi, e non tanto la passione in sé ad invescare il poeta.

PetrarcaForse, in questo stesso senso potrebbero essere intesi altri cambiamenti presenti in questo sonetto. Al verso 2 un originario “spinge” viene cancellato e sostituito da “tira”, variante poi accolta nel Vat. Lat. 3195. Questa potrebbe essere stata inserita nello stesso momento della postilla in capo al sonetto, indicante la ripresa e mutamento. La parola prima scritta “spinge” potrebbe significare, secondo la sua etimologia da ex e pangere, “mettere o ficcare fuori”, e poteva alludere alla forza travolgente delle passioni, che tenevano così il poeta fuori dall’ “usanza”. Con questa parola potrebbe intendersi il modo di vivere e comportarsi e l’insieme di consuetudini di una società o di un’epoca, per cui nella fase storica in cui visse il poeta l’”usanza” doveva essere decisamente orientata al decoro e all’onore. Così “spingere” poteva rimandare ad una forza talmente forte e travolgente, a cui il poeta non poteva resistere e che appunto lo teneva fuori dalla retta via. Motivazioni per le quali, quando Petrarca riprese il sonetto per modificarlo, tale parola avrebbe dovuto essere cambiata. “Tirare”, invece, inserito alla luce della maturità del poeta rispetto alla sua prima produzione, potrebbe avere una sfumatura di significato più attenuata. Così, indicherebbe una forza a cui il poeta sarebbe in grado di resistere, nonostante cerchi di attrarlo verso le passioni.

Inoltre, la terzina conclusiva del sonetto si presenta cambiata nei due codici. In particolare, nell’ultimo verso del Vat. Lat. 3196 “Lasso me, inseme presi l’amo et l’esca”, l’amo e l’esca potrebbero essere una metafora dell’inganno attraverso il quale l’innamorato cede alla forza dell’amore. E potrebbe essere notevole il fatto che questo verso non si ritrovi nel Vat. Lat. 3195. Il verso fu infatti scritto quando Petrarca “nudriva ‘l core” nella poesia d’amore. La parola “esca”, dal latino escam, derivata a sua volta dal verbo edere, potrebbe sottendere il nutrimento d’amore, che appunto in precedenza alimentava la poesia di Petrarca. Dunque, se in questa fase il poeta prese l’amo, ossia l’inganno, fu proprio da quell’illusione che poté trarre il nutrimento necessario per la sua giovanile poesia. Nella fase della maturità, invece, Petrarca non potrà dire più di sostentare la propria poesia dall’amore e dalla passione, cosicché dovette forse decidere di modificare il finale, inserendo una precisazione nella data, forse per riportare nel suo Canzoniere la costruzione dell’innamoramento per Laura, nell’ottica del pentimento religioso e della redenzione cristiana e della scrittura di versi più impegnativi. A ciò lo aiutarono le indicazioni temporali della data degli incontri che spesso fa coincidere con le date della storia cristiana.

La variazione cui fu soggetto questo componimento potrebbe essere collegata alla genesi del sonetto proemiale “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”, in quanto proprio in quello si fa riferimento ad un passato, in cui il poeta collocherebbe il “giovenile errore”. Rispetto a quel tempo trascorso, il poeta dichiara di essere cambiato (“quand’era in parte altr’uom da quel ch’io sono”), ma di conservare qualcosa. Il cambiamento, con elementi che permangono immutati nel tempo, può essere collegato al permanere di alcune parole nelle varie stesure del sonetto CCXI: dolce, soave – soavemente, invescare, e le parole che afferiscono alla sfera semantica della parola e poesia voce, parola, ragionar (la parola ragiono ricorre anche nel componimento proemiale). Inoltre nel sonetto iniziale si ritrovano: il motivo del pentimento, che nel CCXI era forse soltanto alluso in maniera indiretta; il motivo dell’illusione proveniente dalla vanità d’amore “quanto piace al mondo è breve sogno”, che potrebbe essere collegato all’amo che inganna il poeta, nutrendolo del primo finale di CCXI.

Roberta Costanzo Foto sonetto Petrarca

Roberta Costanzo posa

Roberta Costanzo

Roberta Costanzo è nata a Catania dove vive. Si è laureata con una tesi su Leopardi e scrive di critica letteraria

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6 commenti

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6 risposte a “Roberta Costanzo: Confronto del Sonetto CCXI di Francesco Petrarca nel Vat. Lat. 3196, c. 5r e nel Vat. Lat. 3195, c.42r.

  1. Donatella Costantina Giancaspero

    Francesco Landini (1325/1335-1397) è uno dei principali esponenti dell’Ars Nova italiana. Compositore, poeta, organista ed esperto d’organaria, fu cieco dall’infanzia a causa del vaiolo. Trascorse la maggior parte della vita come organista e maestro di cappella nella chiesa di San Lorenzo a Firenze. Scrisse soprattutto musica profana, in particolare si occupò del genere della ballata, che trasformò radicalmente.
    Fu vicino a Francesco Petrarca.

  2. La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento scivola invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, diventa ipoteca panlinguistica […]
    Il linguaggio, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso
    per via della stessa logica differenziale che vede nel gioco dei rinvii
    la sua sola consistenza, si autonomizza e si chiude su se stesso.
    […]
    Che lo si voglia o no, il post-Novecento, così come il Novecento è colpito a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e ai poeti di altre civiltà come il Petrarca. Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di mutare l’ipoteca linguistica in intermezzo ludico facoltativo.
    […]
    L’unica sfera in cui si dà Senso è nel luogo dell’Altro, nell’ordine simbolico.
    Si può così dire, lacanianamente, che «il simbolo uccide la “Cosa”».
    […]
    Il problema della “Cosa” è che di essa adesso sappiamo che c’è, e con essa c’è anche il “Vuoto” che incombe sulla “Cosa” risucchiandola nel non essere dell’essere. È questa la ragione che ci impedisce di poetare alla maniera del Petrarca, perché adesso sappiamo che c’è la “Cosa”, e con essa c’è il “Vuoto”.
    […]

    «Ora, se considerate il vaso come oggetto fatto per rappresentare l’esistenza del vuoto al centro del reale che si chiama la Cosa, questo vuoto, quale si presenta nella rappresentazione, si presenta appunto come nihil, come nulla. Ed è per questo che il vasaio, proprio come voi a cui sto parlando, crea il vaso attorno a questo vuoto con la sua mano, lo crea proprio come il creatore mitico, ex nihilo, a partire dal buco […]. Con l’introduzione di questo significante plasmato che è il vaso, si ha già tutta la nozione di creazione ex nihilo. E la nozione di creazione ex nihilo è coestensiva all’esatta situazione della Cosa come tale.»1]

    È stato possibile parlare di Nuova Ontologia Estetica,
    solo una volta che la strada della vecchia ontologia estetica si è compiuta,
    solo una volta estrodotto il soggetto
    che ha il tratto puntiforme di un Ego in cui convergono Essere e Pensiero.

    1] Jacques Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio, in
    Scritti, cit., p. 313)

  3. gino rago

    Già a suo tempo Roberta Costanzo seppe cimentarsi con competenza e icasticità di scrittura con alcune istanze leopardiane. Oggi, non senza
    sorprenderci anche questa volta, si cimenta con Petrarca.
    Mentre ne ammiriamo, con un senso di grazia inconsueta nell’anima nostra, la padronanza lucida con cui sviluppa il suo tema petrarchesco,
    la esortiamo, per beneficiarne tutti, a pronunciarsi in una prossima pagina
    sull’idea di Leopardi, l’idea reale e definitiva del Recanatese, intorno a Petrarca, al petrarchismo, ai petrarchisti.
    La poesia contemporanea ne trarrebbe giovamenti.
    Rinnoviamo l’ammirazione per questa giovane studiosa di letteratura, invitandola a non privarci di altri, futuri gioielli di scrittura di filologia
    e di critica letterarie.
    Gino Rago

  4. antonio sagredo

    Siccome io cominciai a scrivere versi prima di Petrarca, vi devo dire che…

  5. antonio sagredo

    la passione di Mandel’štam per Francesco Petrarca si deve ri-studiare

    ———————————————————————–
    Sull’ insegna luminosa d’ una bettola c’era scritto:
    Contrada Mandel’štam

    27 dicembre 1938

    Recitavi da tetrarca a Vladivostok…
    davanti ai falò Laura danzava sul secolo XX°
    ti offriva veleno per farla finita col verso classico
    ti donava una carriola di zucchero e cavoli.

    Indossava per fame i rifiuti di una pelliccia piumata,
    ma restava il principe dei Barboni questo usignolo – non lupo!
    La scopolamina, al poeta, per farlo cantare!
    Petrarca, il suo duca, gli offriva un passaggio svitato.

    A nord-est, gridava, c’è un esotico sogno – a fumetti!
    Ma il barbuto spauracchio recitava sonetti.
    Fu gettato svestito senza la corteccia d’un cencio,
    festeggiò il Natale con Mozart in una fossa comune.

    Ma Laura s’invaghì dei suoi capelli nostalgici
    che ricordavano una gravida Tauride veneziana,
    come se il suo collo, per uno spostamento degli occhi,
    la sua testa di cammello piegasse anche il tiranno.

    Sul fondo d’una fossa luminosa c’era scritto:
    Contrada Mandel’štam!

    antonio sagredo

    Vermicino, 4 gennaio 2005

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