Luigi Fontanella da Lo scialle rosso (Moretti & Vitali, 2017) con una citazione della prefazione di Paolo Lagazzi e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Luigi Fontanella divide il suo tempo tra Firenze e Long Island, New York. Un’ampia scelta delle poesie composte fra il 1970 e il 2005 è stata raccolta nel volume riassuntivo L’azzurra memoria, a cura di Giancarlo Pontiggia (Moretti & Vitali, 2007, Premio Laurentum, Premio Città di Marineo), a cui hanno fatto seguito Oblivion (Archinto, 2008); L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012, Pref. di Giancarlo Pontiggia, Postf. di Carla Stroppa, Premio Prata, Premio I Murazzi); Disunita ombra (Archinto, 2013, Premio Frascati Poesia alla Carriera); L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015, Pref. di Paolo Lagazzi, Premio Pascoli, Premio Giuria-Viareggio); La morte rosa (Stampa, 2015, Pref. di Maurizio Cucchi). È anche autore di parecchi volumi di critica letteraria e dei romanzi Hot Dog (Bulzoni, 1986) e Controfigura (Marsilio, 2009). Dirige per Olschki la rivista internazionale “Gradiva”, ed è responsabile della redazione americana della rivista “Poesia”.
luigifontanella02@gmail.com

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Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio
che lui stesso non intende,
ma che ogni tanto, viene inteso.
Il che ci permette di esistere e di essere perciò quanto meno fraintesi.
Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso, disse Saurau,
non ci sarebbe bisogno di nient’altro.

(Thomas BernhardPerturbamento)

Scrive Paolo Lagazzi nella prefazione al volume:

«Da un lato la raccolta allinea, zigzagando fra USA, Europa e Italia, versi di taglio narrativo, poemetti tessuti con una voce piana, semplice, colloquiale e tuttavia sempre aperta alle irruzioni del bizzarro o del perturbante (un semaforo oscillante “come un aquilone / munito di un solo occhio” maligno, una via di Firenze percorsa dalle vertigini del déjà vu: “era / la mia strada / ma a me sembrava come se / ci fossi vissuto tanti anni prima / e ora vi ritornavo straniero”…). Da un altro lato, posti all’inizio e alla fine del libro come cornici stranianti, La veglia dell’ultimo soldato e Canto del distacco stendono attorno a quelle narrazioni una serie di figure oniriche o metaforiche (da ricordi “inverecondi” striscianti “lungo le pareti” del pensiero a un fiume capace di “bucare” le mani, da “una stradina pietrificata / sulla tua fronte” al “singhiozzo del tempo”) che, mentre riaffermano l’impossibilità della voce poetante di sfuggire ai richiami di un senso aleatorio, sottolineano che quel regno dei sogni che è la vita non è solo leggerezza surreale o balletto fantastico ma anche crudeltà, svenamento, strazio (il rosso del sangue).

Il riflettersi delle cose nelle ombre o delle ombre nelle cose, il sinuoso procedere dello sguardo fra le sponde opposte e complementari dell’esperienza e della rêverie, dell’incanto e del disincanto, del desiderio e della pena,  crea nel testo effetti di ripetizione, diffrazione o eco (“sempre più in fretta / sempre più in fretta”, “Tu sai quanto conta… Tu sai quanto conta…”, “Piega le tue ginocchia / d’aria… Piega le tue ginocchia d’aria”) che sono come le cadenze di una lingua rituale, tesa a esprimere e insieme a esorcizzare il mistero dell’essere…

Dove ci portano i passi del poeta viandante Luigi Fontanella mentre perlustra i territori della sua intermittente, appassionata e tenace memoria, mentre ci offre e sottrae figure, simboli, oggetti della sua parabola umana, a partire da quello scialle rosso che intitola questa nuova raccolta? Pochi autori sanno altrettanto bene che la poesia è movimento incessante poiché tale è la vita, che le cose sono se stesse e altro da sé, che il mondo muta secondo l’angolo ottico da cui lo osserviamo. Tutto brilla nella fuga del senso: uno scialle, rapito dal vento, vola via, si perde chissà dove: la stoffa del reale non è più consistente di una danza di fantasmi, eppure è vero anche il contrario: i fantasmi tra cui ci aggiriamo – echi di momenti, larve di desideri, riflessi dell’improbabile, revenants dell’incongruo – hanno la stessa evidenza dei più ruvidi aspetti della realtà. […] Eppure “non è tardi” per continuare a credere nella poesia, nella forza della parola di testimoniare la vita come contrappunto, battito cardiaco, respiro, ritmo alterno di povertà e bellezza. Se lo scialle è fuggito, strappato dalle mani del tempo, il rosso della sua scia resiste nello sguardo di chi crede ancora nella grazia, nella luce di ciò che non ha peso, nella forma senza forma dell’anima, nell’invito del vento a volare “fino ad un altro Sole”.»

»

 Scrive Luigi Fontanella in una nota in calce al libro:

«nella mia ricerca poetica ho sempre alternato momenti per così dire epifanici, nei quali la scrittura si coagula in brevi momenti circoscritti – veri e propri cortocircuiti mentali, accensioni improvvise o pure trascrizioni di lacerti onirici (sulla lunghezza d’onda di un mio antico amore per il surrealismo) -, ad altri che hanno bisogno di una distensione riflessiva di più largo respiro. Da qui, il carattere anche “narrativo” o “diaristico” di questi poemetti, beninteso una narrazione in versi assolutamente non lineare, con iati e sbalzi improvvisi o accentuazioni di carattere metalinguistico (per esempio il mio periodico interrogarmi sul senso dello scrivere, del fare poesia, dello stesso vivere)».

Luigi Fontanella Lo scialle rosso Cover

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Da quanto precede è chiaro che la poesia di Luigi Fontanella si può compendiare nella formula: diario + epifania, intensificazioni metaforiche, propaggini metonimiche e esposizione quasi didascalica, cronachistica degli eventi e dei paesaggi-personaggi.

Il tema dell’Altro o dell’Estraneo e del «familiare» adottato da Luigi Fontanella pone la necessità di dare una risposta all’interrogativo lacaniano se «il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico».

La risposta di Fontanella è che i nostri «luoghi» sono sempre «altro», noi siamo sempre disseminati, dispersi nei luoghi della memoria, nei suoi paraggi, nelle sue contiguità e nelle sue ambiguità. «La meraviglia di tutte le meraviglie: che l’essente è (das Wunder aller Wunder: daß Seiendes ist2, la si esperisce nel mondo. È meraviglia, autentica meraviglia – meraviglia delle meraviglie –, ma il mondo con le sue sorprese viene da «fuori», dentro di noi siamo poveri e, in quanto poveri ci meravigliamo e ci angosciamo della meraviglia, non sappiamo tener testa alla meraviglia, e ci ritraiamo, sorpresi e sconfitti, nella nostra povertà. La sorpresa introdotta dal tempo è la «quarta» dimensione dello spazio che si spalanca non appena il tempo, l’estraneo fa ingresso nel teatro del mondo. È il tempo, infatti, che apre l’orizzonte chiuso dei luoghi, che spazializza lo spazio, moltiplica gli spazi e moltiplica le temporalità. Non per-sé, per sua forza interna, lo spazio si spazializza, ma per ciò che ad esso viene incontro da «fuori», dal tempo che squarcia letteralmente l’orizzonte dello spazio, lo rende significativo, dà un senso allo spazio vissuto. Venendo al mondo il tempo squarcia l’orizzonte del mondo. Lo spazio si apre, si spazializza fecondato dal tempo. Lo spazio si spazializza perché entra in gioco il tempo, l’estraneo che ci accompagna in ogni nostro atto o pensiero. Il tempo è la possibilità possibile dello spazio, l’incarnazione dell’Estraneo.

Ecco il quadro di apertura di Dittico praghese:

Città Strassenbahn_Praga

Strassenbahn_Praga

Dittico praghese

                            (per Emma)

Grande è ciò che è passato attraverso tempi inimmaginabilmente lunghi, che è passato attraverso passioni, slanci esistenziali e creativi, e si è ereditato e tramandato nella lotta e nello spasimo. Un frutto della nostalgia, ecco che cos’è la grandezza.

Johannes Urzidil

I
Non di sé Narciso s’innamorò
sporgendosi sul fiume… Questo
pensai, arrivati allo Smetanovo nábrezí,
dopo un intrico di grandi e minuscole námesti e
silnicní e poulicní e ulicky. La Moldava,
fiume del destino, scorreva
placida e luminosa davanti a noi.

Non di sé …
ma del suo riflesso, di un volto
che ondulava lieve sull’acqua.
Amore chiama Morte
e l’uno vuole l’altra sempre accanto.

Poesia gentile, che oggi ritorni
a visitarmi sulle rive della Moldava,
raccontami di nuovo la storia di Narciso.
Stamattina a Praga il sole spiove
a tagli accecanti, i pigmei
proiettano ombre rigonfie, e i giganti
si contraggono in maschere grottesche.
Ho cercato Kafka e Urzidil tutto il giorno
passando e ripassando il glorioso
Karlüv most, e riandando su e giù
per la Nerudova. Una signora
che vendeva salsicciotti boemi
alla quale avevo chiesto come
arrivare all’antica Sinagoga
mi ha strillato in faccia
incomprensibili istruzioni
agitando nell’aria la sua grassa mano.
Emma è scoppiata a ridere, e a noi
non è restato che seguire il tragitto
vagamente indicato dal quel pollice paffuto.

Un’agnizione continua la Krízovnická…
a un tratto da un angolo in penombra
è balzato fuori Jan Palach
in tutta la sua fiera baldanza.
La Siroká brulicava di persone
una sull’altra ammassate
come lo sono lapidi e tombe
nel vecchio cimitero ebraico.
Dai vetri di un abbaino
ho intravisto per un istante l’antico Golem
lì segregato da tempo. Tutto
si rimescolava ai miei occhi: mito,
passato prossimo e fluido presente…
Le carte si mischiavano da sole
nascondendosi sulle le targhe stradali
dietro una miriade di segni
segnicoli e segnaccenti per noi stravaganti…
smorfiette di burattini e marionette
che a ogni angolo si burlavano di noi.

Rientriamo infine, esausti
da Václavská Námestí fino
al nostro Beránek, proprio un attimo
prima che si scateni il finimondo… orribili
scrosci e raffiche impazzite
sferzano le vetrine, mentre
la porta girevole d’ingresso
continua a ruotare impavida su sé stessa.

città sottopassaggioSi sa che la risposta di Lacan sarà che il luogo del «soggetto» è radicalmente «eccentrico» in quanto esso nasce come campo dell’Altro, luogo della catena differenziale dei significanti. Il «soggetto» nasce con il significante, nasce diviso. Il soggetto che si costituisce a partire dall’Altro, è sempre un soggetto alienato, scisso. Il concetto lo si ritrova in Heidegger, dove l’Ereignis (l’evento appropriante) è insieme e indissociabilmente Enteignis (espropriazione). L’Altro di Lacan è innanzitutto l’Altro del linguaggio come catena significante, così come per Heidegger il linguaggio è la «casa dell’essere» e «il modo più proprio dell’Ereignen», dunque l’ambito stesso in cui accade l’appropriazione reciproca di uomo ed essere. Questo rapporto si sostiene sulla priorità e autonomia del linguaggio rispetto all’uomo. Heidegger afferma che «il linguaggio parla» e non l’uomo e che l’uomo è uomo in quanto è all’ascolto e corrisponde a questo linguaggio che sfugge al suo potere, così per Lacan «è il mondo delle parole a creare il mondo delle cose […]. L’uomo parla dunque, ma è perché il simbolo lo ha fatto uomo».

Come già accennato, l’«io poetico» di Luigi Fontanella mantiene la traccia di questa sua etero-costituzione, nel suo stesso essere e nella sua esperienza. L’«io» poetico per Fontanella, come per per Lacan,, è caratterizzato da una essenziale mancanza-a-essere, in quanto affetto non da una mancanza determinata («ontica», nei termini di Heidegger), ma da una mancanza ontologica, costitutiva del suo essere, perché è un soggetto che si istituisce originariamente come diviso e scisso nel campo dell’Altro.

L’«io poetico» di Fontanella è un soggetto desiderante, desidera il ritorno impossibile nel regno della memoria, quel desiderio che «è la metonimia della mancanza ad essere»,3] di qui la ricerca inesausta del poeta che si esplica con particolare vigore nei poemetti che occupano la parete iniziale e centrale del volume, con quel suo caratteristico zigzagare con il verso libero tra gli innumerevoli personaggi e i luoghi delle città del mondo occidentale (Praga, Firenze, Ottawa, Pompei etc.).

Noi sappiamo che i paradossi stilistici vengono ad essere esaltati quando interviene una commistione del tempo e dello spazio nella memoria, allora ecco che essi sembrano puntualmente duplicarsi ogni qualvolta il problema della rappresentazione viene a incrociarsi con quello dell’esperienza della temporalità: mentre sul piano dell’esperienza e del linguaggio ordinari percepiamo (o crediamo di percepire) il tempo come qualcosa di autonomo dallo spazio, sul piano della rappresentazione – anche la più filosofica o la più puramente teoretica – non possiamo esimerci dal ricorso ad analogie e metafore spaziali. Coordinata-tempo e coordinata-spazio, si intersecano nell’hic et nunc, nel qui e ora dell’Ego. Tale modello è documentabile non solo in sede metaforologica e iconologica ma anche nella sede del poetico. Ecco spiegato quel caratteristico andirivieni, quelle spezzature, quegli intermezzi di cui è ricca la dizione poetica fontanelliana che segue in particolare la linea metonimica di quell’oziare con la memoria girovagando… Così, ogni qualvolta l’«io» si abbandona a quell’oziare divagando, la dizione poetica di Fontanella raggiunge gli esiti più alti.

Non è un caso che uno scienziato come René Thom, si è appellato al linguaggio naturale per comparare le relative «profondità ontologiche» dello spazio e del tempo; Thom ritiene di poter pervenire alla conclusione che il tempo abbia una ‘profondità ontologica’ superiore a quella dello spazio. Un opposto scenario ci viene prospettato da quei glottologi che si sono soffermati sugli aspetti linguistici della modellizzazione del tempo. Essi non si limitano a constatare che il principale ostacolo nel cogliere l’enigma della dimensione temporale sta nel fatto che i percetti che la compongono possono essere confrontati tra loro solo memorialmente: e che pertanto a essere comparate sono le esperienze portate dal tempo, non la dimensione che lo porta. Non a caso nella poesia fontanelliana il modello percepibile, il modello sotto stante che consente il collegamento dei riferimenti temporali è, per l’appunto, il modello spaziale della memoria, una sorta di memoria spazializzata, divenuta spazio.

1] Id., Le séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973; tr. it. di A. Succetti, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicanalisi
2] M. Heidegger, Nachwort zu: «Was ist Metaphysik?», trad. it. F. Volpi, Poscritto a «Che cos’è metafisica?», in ID., Segnavia, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2002, p. 261.
psicoanalisi (1964), a c. di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, rispettivamente p. 193 e p. 194
3] Id., La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, p. 618

città in bianco e nero

città di sera

Efemeridos

(per Alfredo de Palchi)

In treno
nel respiro di giorni
straniti… Mi riscrivo
(non è forse sempre così?), Leibowitz
stamattina discetta di possibili
reincarnazioni dopo il fatale congedo
e anche – da scaltro leguleio – di
mediazioni e di auspicabili
faustiane negoziazioni
nei suoi occhi di antico ebreo
l’inestinguibile fiducia
per il gruzzolo d’anni
che ancora ci rimangono, a noi
condannati a morte fin dalla nascita.

A un certo punto l’Heritage
mi è sembrato un barcone alla deriva
e noi due gli unici sopravvissuti:
novelli Vladimiro ed Estragone
scampati al disastro
con la sola parola rimastaci
come lascito estremo
in attesa che Qualcuno o Qualcosa
venisse a salvarci, indicandoci
una via d’uscita, una scelta, uno spiraglio,
una risoluzione, uno scampo.

Poi ci siamo scambiati
consigli e ammonimenti
propositi e medicamenti
come fanno vecchi amici
frattanto divenuti amici vecchi…
“A maggio potremo rigiocare
un po’ a tennis… sì, ma, però,
forse, magari in quattro, chissà, o anche a tre.”

Più tardi accompagno Irene ad Islip
il MacArthur dieci del mattino
quasi deserto, come a dirci
inutile partire o ritornare
perché non restate dove siete?

Sylvia che al solito vive soprattutto
per riflessi e riporti era
ansiosa di sapere ogni particolare
del Gala americo-italiota dell’altra sera
dove si è parlato soltanto di quattrini
di genitori di nonni o bisnonni emigrati
fratelli cognati nipoti cugini
esuli trapiantati in questa
terra di tutti e di nessuno, l’unica
secondo loro che Dio ha benedetto
e bontà sua continua a benedire, e anche
di misfatti e di glorie
di sacrifici e di guadagni
di successi folgoranti per sé e per altri
amici e parenti più o meno benestanti.

Uno dei due festeggiati
ha raccontato della sua fortuna
di ricco palazzinaro, oggi
più che ottantenne, fiero
della sua collezione di 32 Ferrari
(dico trentadue), mentre
con affettata indolenza (o senile demenza)
ha annunciato d’aver già ordinato
la trentatreesima del 2012
e quella del 2013 e del 2014, sicuro
sicurissimo, senza alcuna paura
della sua sopravvivenza. Tutto qua
il discorsetto della sua cultura.

Arrivo infine alla Penn, gente-matassa
s’addensa a fiotti sulle scale, tanta
ch’i’ non avrei mai creduto
che morte tanta n’avesse disfatta
culi diversi e deformi davanti a me
ascendono in fila, striscianti
semoventi silenziosi sudoranti
come animali da carneficina.
Mi sono improvvisamente rivisto
34 anni prima quando
da Princeton arrivavo in questa
Caina mezzo imbambolato
tra migliaia di volti muti e stravolti
e mi avviavo verso la Columbia. Primavera
millenavocentosettantasette.

Il taxi-driver guida incurante
di niente e di nessuno
infilando a memoria
uno dopo l’altro versetti del Corano:
un sordo brontolio senz’altro segno
che mi accompagna
fino alla settantaduesima. L’appuntamento
per l’intervista al Cafè Aroma
è con un tale mezzo giornalista mezzo professore
un po’ saccente un po’ seccante un po’ deficiente.
Dopo qualche melenso convenevole
comincia non richiesto
a sciorinarmi notizie indizi indirizzi
e perfino familiari ascendenze
del mio borgo natio Carifi:
località del tutto inesistente
in qualsivoglia carta stradale
della nostra italica peninsula
“Vi nacque Ovidio Serino
uno dei Mille, che da prete
si fece rivoluzionario garibaldino.”
Questa, in effetti, l’unica
gloria della mia angusta contrada,
fatta di un’unica stradetta
che tutta la taglia a metà
ove mio padre nel settembre del ’43
trovò rifugio insieme con la sua
sposa bambina, una diciottenne
fresca e aulente cresciuta
nel Cilento ma di origine vaporina
sùbito incinta del suo
Luigi Augusto e molto poco Guerriero…
(Ora che sono andato negli anni
rimpiango non averli mai
interrogati – né lui Tenente della nostra
regia armata né lei bellissima e nullatenente –
su quella rocambolesca fuga dal porto di Salerno
tra i continui bombardamenti
dei neo-alleati, sul come
di quello sfollamento, sul perché
di quello spostamento
proprio a San Severino
e in quella borgata Carifi…).

Soprappensiero intanto la mia controfigura
risponde con sufficiente convinzione
alla prevedibili domande
del questuante, mentre lui – faccia da mastino –
mi guarda con occhi bolsi e sospetti
fingendo di prendere qualche inutile appunto.

Arrivano due sfigati
si siedono alla mia sinistra, sgombrando
bruschi e sgraziati il mio cappotto
e le mie carte, accelerando di fatto
la fine di questa stolida intervista.

Un’ora più tardi sono da Alfredo
incartato nel suo bugigattolo.
Ed eccoci qualche minuto dopo
sulla Sesta all’incrocio con Bleeker
e poi in Cornelia Street.
Presso l’omonimo Cafè ci aspetta
Luigi con il suo fido Gil
che ama ritrovare l’odore del Chianti
e del sigaro del nonno nel suo Connecticut.
Il mio amico si ostina da anni e io con lui
a tradurre e catalogare
non so con che ragione
autori espatriati, per poi ritrovarci
periodicamente in questa oscura
cantinetta buio budello del Village
ove ci leggiamo addosso i nostri versi. Una sfida
che sfiora un’eroica incoscienza
o la più gratuita demenza
della nostra tribù. Ma forse
solo un pretesto per ritrovarci
insieme a cena nella chiassosa Lupa Romana
o al Pitti sulla Sesta, immaginando
d’essere in qualche trattoria
di Trastevere o San Frediano.

La serata tra una sbevazzata e una risata
volge presto al termine. Alfredo
alla mia sinistra fruga invano nel piatto
alla ricerca dei suoi ricci di mare, Beppe
ora diventato Joseph alla mia destra
è un gemello rovesciato
eterno ragazzo strapaesano, proprio con lui
cominciai trent’anni fa la mia recitazione. Ora
mi sembra impossibile che
tra un boccone e l’altro parliamo ancora di poesia
cinema donne sesso viaggi un improbabile congresso e…
della prossima pensione. Seguo non seguo
l’incessante chiacchiericcio e già
penso al dopo, all’ansia di non
perdere il treno…

“Alla prossima”
mi dice l’amico presso la Penn
quasi parlando a se stesso
… sì alla prossima… fra un mese
o fra un anno, che importa? Sono già
seduto nel treno, spalle rivolte
alla mia destinazione, mentre
davanti ai miei occhi socchiusi
tutto vertiginosamente regredisce, sfuma
e si fa sogno
oblìo
ombra
aria
illusione.

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17 commenti

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17 risposte a “Luigi Fontanella da Lo scialle rosso (Moretti & Vitali, 2017) con una citazione della prefazione di Paolo Lagazzi e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Una ‘quotidianità’ nella quale si infiltra un indistruttibile sentimento di bellezza.

  2. Giuseppe Talìa

    In Efemeridos, dedicata a a Alfredo de Palchi, trovo alcune note, en passant, del rapporto tra l’autore Fontanella e il Poeta de Palchi. Essendo in corrispondenza diretta, spesso telefonica e confidenziale con Alfredo, sono a conoscenza di altri retroscena.
    La poesia mi ricorda certi racconti di mio padre, vissuto negli USA per parecchi anni, in arte pizzaiolo, con una Ford station wagon e cumuli, anzi muri, di neve nelle polaroid che ci inviava. Inizio anni settanta del ‘900.
    Non frequentava certo poeti, mio padre, emigrati arricchiti di certo, v’è n’erano tanti.
    Efemerides, efemeridos, dos=due in spagnolo.

    1811
    El gobierno de Buenos Aires dicta el primer reglamento sobre libertad de imprenta.

  3. rosa dontoni

    “Dittico di Praga”…..
    e perché mancano gli accenti ad alcune parole ceche?

  4. rosa dontoni

    “Václavské náměstí” e non Václavská Námestí –

    “Smetanovo nábřeží” e non Smetanovo nábrezí –

    “Křížovnická” e non Krízovnická

    ecc.

    e poi perché Moldava e non “Vltava”, visto che ha usato termini cechi?

  5. rosa dontoni

    ancora sul “Dittico di Praga”:
    —-
    è: Karlův most e non Karlüv most (non vi è una dieresi sulla “u”)

    Široká e non Siroká

  6. “Come fanno vecchi amici/frattanto divenuti amici vecchi”: in questi due versi c’è l’ironia intelligente di Fontanella, il suo sguardo che vede ben oltre l’epifania fugace delle cose,la loro precarietà inevitabile, e va alla ricerca di ciò che resta,di ciò che si salverà oltre ogni diluvio; e perciò ci invia un messaggio positivo,il “non omnis moriar” di chi conosce il mondo,e sa starci dentro.

  7. rosa dontoni

    Signora Ventura,
    per me sono più importanti quegli errori che ho elencato, che il Suo commento (che rispetto ovviamente, ma non mi fraintenda)… peccare di presunzione e di leggerezza nel riportare la trascrizione grafica-fonetica di parole straniere in lingua italiana purtroppo è una malsana tradizione di scrittori e poeti italiani, dai meno noti ai più noti (compreso Montale) da tantissimi decenni. (ultimo in ordine di tempo p.e. l’articolo sul quotidiano ” la Repubblica ” di Valerio Magrelli per la morte di E. Evtušenko) . Eppure basterebbe sfogliare uno dei tantissimi seri saggi su autori stranieri scritti da specialisti, dove all’indice dei nomi vengono riportate le trascrizioni di cui dico.
    —————————————————————————
    Mi permetto di dire anche che nella fattispecie – intendo queste poesie di Fontanella – non trasmettono quelle atmosfere, se non i fantasmi, oggi anche questi oramai sbiaditi (e forse per questo non trasmettono!) – atmosfere ecc. che presuppongono anni e anni di studio, di traduzioni, di maniacale e passionale conoscenza dei luoghi, ecc. – esempio classico è il “Praga magica” di Ripellino e di altri valenti bohemisti; e ci metto anche (come piccolissimo contributo) una decina di poesie – sullo stesso tema – di Antonio Sagredo che a Praga visse per studio… e spero non me ne voglia per quel”piccolissimo”.

  8. Giuseppe Talìa

    Rosa pitosa
    fimmina di casa
    si veni tò maritu
    ti pizzica e ti basa

    Un filastrocca che mia nonna mi cantava spesso.

    Diciamo che alcuni refusi rendono umano l’inumano, come nel caso del mio commento sopra “v’é n’erano” in luogo di ve ne erano o ce ne erano (fretta e non rilettura prima dell’invio), ma sbagliare gli accenti, l’ortografia, quando si citano parole straniere in una pubblicazione è imbarazzante. Meno male che Rosa ha messo gli accenti giusti ed eliminato le dieresi di troppo.

    Si trova a casa lorda
    ti pigghjia cu la corda.
    Si trova a casa netta
    ti pigghjia cu na paletta.

  9. Gentile Signora Dontoni, le Sue osservazioni e le mie possono tranquillamente convivere; ognuno è libero di cercare nei testi letterari quello che preferisce; io vengo da studi classici severissimi, eppure sono passata a preferire un approccio più dolce alla letteratura:che è come un grande fiume che scorre,in cui ognuno può cercare, e talvolta trovare,quella risposta di cui aveva bisogno.I miei amici filologi classici non hanno condiviso questa mia scelta,all’inizio; ma poi hanno capito che era giusta e inevitabile.Leopardi tradusse testi classici complicatissimi, per poi approdare alle “vaghe stelle dell’Orsa”; io ho tradotto moltissimo dal Latino, prima di arrivare ad una poesia che cerca nel quotidiano più semplice le risposte all’assoluto.

  10. rosa dontoni

    Signora Ventura,
    (come temevo mi ha frainteso) sono d’accordo con Lei, e non ho nulla contro, conosco la Sua serietà.
    Ma è che non posso sopportare l’arroganza (non Sua), la presunzione (non Sua) a tal punto che si maschera di tale sicumera che viene pubblicata per quella che è, e il povere editoriello che non sa nulla,pubblica..
    e non “refusi”, ma veri e propri orrori.

  11. Gentile amica Rosa,il discorso sulla scrittura,i suoi orrori e le sue delizie,potrebbe continuare all’infinito. Marquez sfornava i suoi scritti con tale foga, che i tipografi e i correttori di bozze si doveva occupare di emendarli; ho raccontato questa cosa a mio nipote, geniale ma noncurante di ogni regola grammaticale o sintattica; i genitori si sono rabbuiati.Il ragazzino ,invece, ha preso a scrivere allegramente,talvolta cose bellissime.Per Talia: la cantilena della nonna la dice lunga su tante cose,non solo letterarie;la vita va sempre oltre la letteratura.

  12. rosa dontoni

    si continua coi fraintesi senza fine: ho scritto che il Fontanella è presuntuoso e arrogante (come tanti altri poeti, che quando si tratta di citare nomi stranieri di autori specie slavi, incorrono in errori per ignoranza, e che basta riferirsi all’indice dei nomi…. ma questo ho già scritto, e basta così)
    quanto a Marquez o altri scrittori: non capisco perché li tira in ballo.
    “i tipografi e i correttori di bozze ” ? : ma che significa: mica che nel caso Fontanella hanno sbagliato loro!

  13. Giuseppe Talìa

    Cara Anna, la filastrocca della nonna non è stata inserita a caso nel contesto. La dice lunga sul rapporto uomo-donna. Le donne italiane che nonostante le piccole o grandi molestie o violenze tacciono. W le donne italiane, comunque. W le poetesse italiane, comunque.

  14. antonio sagredo

    Caro George,
    non conoscere gli accenti “stranieri” significa non conoscere la poesia e la letteratura di cui si dice, nonché i luoghi, i tempi, ecc. mi dispiace, non transigo e ha ragione la collega di studi Rosa Dontoni. Ricordati che Ripellino riprese sia Montale (per Pasternàk) che Pasolini (per Holan), non soltanto per gli accenti, ma innanzitutto di come scrivevano: temi e contenuti.

  15. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/20/luigi-fontanella-da-lo-scialle-rosso-moretti-vitali-2017-con-una-citazione-della-prefazione-di-paolo-lagazzi-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-19618
    E’ importante che accenti e nomi e cognomi stranieri siano trascritti con esattezza. Spesso li storpiamo o addirittura italianizziamo. Una curiosa nota storica del Rinascimento riferisce che al condottiero John Hawkwood, gli italiani del periodo italianizzarono il suo nome e cognome in Giovanni Acuto. John diventò facilmente Giovanni; invece Hawkwood in versione sonora all’orecchio dell ‘italiano non famigliare con la lingua inglese tramuto in Acuto. Ben altra cosa dall’originale che significa falcone. . .
    Voglio dire che acce nti e nomi errati, per quanto siano errati in versione italiana non dovrebbero scatenare orrori. Si dica quello che si vuole, senza esagerare sugli accenti e sulle accenti estorpiaturesenza però esagerare sugli accenti e sulle storpiature di nomi, ma si dia piuttosto l’impressione che ciascuno può dare sul lavoro poetico, in questo caso sullo stile dei due racconti in versi.

  16. mi dispiace delle ripetizioni non viste prima di spedire

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