LA PRECARIETA DEL MODERNO, L’OBLIO DELLA MEMORIA, E IL GRANDE PROGETTO PER LA POESIA ITALIANA – DIBATTITO A PIÙ VOCI INTORNO ALLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Mariella Colonna, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Donatella Costantina Giancaspero – Una poesia di Iosif Brodskij, Odisseo a Telemaco (1972) e una poesia di Kjell Espmark Quando la strada gira (1992)

locandina antologia 3 JPEGGiorgio Linguaglossa
16 aprile 2017 alle 8:25 

LA PRECARIETA DEL MODERNO L’OBLIO DELLA MEMORIA E IL GRANDE PROGETTO PER LA POESIA ITALIANA

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Cara Mariella Colonna,

quello che tu hai scritto è importantissimo, perché mostra con chiarezza auto evidente la nostra piattaforma concettuale del Grande Progetto. In proposito, informo che ho sulla mia scrivania un mio lavoro psico-filosofico dal titolo eloquente: La precarietà del Moderno, nel quale inizio la mia investigazione filosofica dal 1972, dalla data di pubblicazione della poesia di Iosif Brodskij, Lettera a Telemaco, il primo documento poetico su quel fenomeno abissale che va sotto il nome di “Perdita della memoria”. Concetto che considero importantissimo per la Nuova Ontologia Estetica, perno centrale della nuova piattaforma. Voglio anticiparvi quanto ho scritto su questa poesia, perché la considero non soltanto una delle più belle del 900 ma anche un documento della crisi spirituale che ha inizio nel secondo Novecento. Buona lettura.

Testata polittico

Alcuni poeti della NOE, grafiche di Lucio Mayoor Tosi

L’oblio della memoria

Nella poesia Odisseo a Telemaco del 1972 di Iosif Brodskij abbiamo il primo esempio di una poesia che abita la distanza inabitabile e inarrivabile. Una poesia sulla distanza. Non più una poesia su un luogo, un personaggio, un oggetto, vari oggetti; direi non più una poesia linguistica fatta di polinomi frastici che si organizzano attorno ad un nucleo tematico o intorno ad un «io» ingenuamente supposto effettivo ed effettuale come ci ha insegnato un certo novecento, qui siamo davanti ad una poesia argomentante che medita da una distanza fitta di temporalità e di spazi temporalizzati. Ormai nel nostro mondo gli spazi sono diventati troppo grandi, le temporalità si sono moltiplicate in modo vertiginoso e l’uomo si accorge che tutto ciò ha nuociuto alla sua memoria, e la memoria si è indebolita e poi dissolta. Il poeta russo si accorge che l’uomo della fine del novecento non può più abitare la distanza, alcun luogo della distanza, perché questa distanza è diventata abissale, vertiginosa e l’uomo non può che perdersi in essa e perdere la memoria, e con essa perdere la propria identità; la sua stessa ragione di vita non è più nel viaggio o nella ricerca dell’ignoto, come ancora era possibile da Odisseo fino a Brodskij, adesso tutto ciò non è più possibile. Anche il turista più irresponsabile può ingenuamente credere di abitare i luoghi che ha visto e conosciuto; alla fine del viaggio egli si scopre un estraneo a se stesso e a tutti i luoghi che ha frequentato, il viaggio è stato un allontanamento da se stesso e il protagonista di esso si scopre un estraneo, uno straniero. L’uomo del nostro mondo non può che prenderne atto, la sua condotta lo ha portato in prossimità di un pensiero nichilistico, in prossimità di un abisso, in prossimità di un orizzonte degli eventi. Forse mai nessun pensiero è stato così totalmente nichilistico come questo che Brodskij ci ha lasciato in eredità: l’uomo contemporaneo non può più abitare alcuna distanza, anzi, la distanza ha annientato la sua volontà di potenza, gli mostra il nulla di cui è fatta la sua esistenza. È questa la straordinaria scoperta di Brodskij. D’ora in avanti l’uomo dovrà fare i conti con se stesso, abituarsi all’idea di non poter più abitare alcuna distanza, il mondo è diventato troppo vasto e incomprensibile e inabitabile e la memoria, quel fragile vascello con i suoi marinai sperduti nel gurgite vasto, si è inabissata nel fondo del mare.

La guerra di Troia è finita ormai da tanto tempo che il protagonista, Odisseo,

non ricorda più chi l’abbia vinta. Il mondo è diventato ampio, talmente ampio che l’uomo ha perduto la concreta esperienza dello spazio («Dilatava lo spazio Poseidone») e del tempo («mentre laggiù noi perdevamo il tempo»), il ritorno è diventato problematico («la strada / di casa è risultata troppo lunga»). Non c’è più un «ritorno» poiché esso è possibile soltanto in un orizzonte dove il tempo e lo spazio possono essere conteggiati e vissuti, ma in un mondo debordante e ampio non è più possibile alcuna esperienza del tempo e dello spazio, e quindi della storia. La storia si è allontanata così tanto che la memoria vaga alla rinfusa alla vana ricerca di un appiglio, di un ricordo. Nel mondo di Brodskij la memoria ha perduto il contatto con la storia, e anche con la propria storia personale. Nel mondo vasto e globale tutti abbiamo perduto la memoria, è un accadimento che ci riguarda tutti, e il periscopio della poesia di Brodskij lo ha avvistato per tempo.

L’oblio della memoria

è una dimenticanza intesa non come fenomeno temporaneo ma duraturo, non dovuto a distrazione o perdita temporanea di memoria ma come stato stabile e duraturo, come scomparsa o sospensione irreversibile del ricordo e dei ricordi, da non confondersi con il concetto di amnesia in quanto non condivide con questo la durata del fenomeno tipicamente temporanea nell’amnesia. L’oblio è dunque un nuovo modo di essere dell’esserci non più modificabile o revocabile.

La poesia di Brodskij è scritta in forma di epistola, una lettera che il padre Odisseo scrive al figlio Telemaco. Una semplice missiva, che Odisseo scrive al figlio Telemaco. La convenzione poetica, la validità letteraria del genere missiva, permettono di accettare la retorizzazione di una lettera che probabilmente non raggiungerà mai il suo destinatario. Chi scrive è Odisseo, il primo verso è formato dal normale inizio di una lettera, con quell’aggettivo possessivo che da subito introduce alla affabilità di un affetto chiuso nel pudore di un padre sconsiderato: «Mio Telemaco»; il secondo verso rispetta la composizione di una lettera sul foglio bianco, inizia alla riga successiva dopo uno spazio lasciato bianco, esattamente dopo la virgola: «la guerra di Troia è finita. Chi ha vinto non ricordo». Odisseo, l’astuto, colui che ha escogitato lo stratagemma che ha posto fine alla guerra di Troia, è diventato talmente debole di mente che non ricorda chi sia stato il vinto e chi il vincitore. Questi versi, apparentemente assurdi, sottolineano il lunghissimo lasso di tempo già intercorso dalla fine della guerra, da quando la nave di Odisseo ha lasciato le coste di quella Tracia dove la tradizione colloca l’antica città di Troia. Il viaggio durerà dieci lunghissimi anni, una lunghezza davvero inverosimile se consideriamo la distanza relativamente breve che separava la città di Troia dall’isola di Itaca.

In questa lettera il padre dice al figlio delle cose importanti,

a propria giustificazione lo dichiara libero da Edipo; è un’autodifesa e una autocritica della propria posizione nel mondo. Odisseo tenta di scagionare se stesso dall’accusa di aver trascurato i doveri di un padre di famiglia, tenta di giustificare la propria «assenza». Avrebbe potuto dire qualcosa a propria discolpa circa la guerra giusta e doverosa per il tradimento e l’oltraggio subito per il rapimento di Elena, ma non lo fa; è palese che ai suoi occhi non sarebbe quella una buona ragione che lo possa scagionare dalle sue responsabilità, e comunque non ritiene di dover far ricorso a quella giustificazione. La poesia va esaminata in questo quadro giuridico psicologico e filosofico, e solo entro questo contesto. È una poesia ragionamento, una poesia di riflessione nell’orbita della più grande poesia europea da Leopardi in poi. Una poesia che ci riguarda tutti, o almeno chi è stato padre e chi ha intrapreso un viaggio di allontanamento. Il perché della lunga assenza del padre dal tetto familiare, il perché il padre sia stato costretto (magari contro la propria volontà) a vagare per il mondo, andare in guerra (quale guerra? Tutte le guerre?). E qui il senso della poesia si dilata fino a diventare cosmico, universale. La poesia si rivolge a tutti i padri che hanno abbandonato il figlio in tenera età per andare in guerra, parla di loro, parla di noi. Di qui il tono lievemente nostalgico dell’ «epistola», un messaggio in bottiglia che il padre invia al figlio. E poi quell’incipit dichiarativo (il tono di una persona che vuole nominare le cose), quell’andante largo che introduce il tema universale dei tanti morti che è costata la guerra.

Edith Dzieduszycka e Mariella Colonna

C’è anche un’altra poesia sulla guerra, di Bertolt Brecht,

anche lì si dice che nell’ultima guerra ci sono stati dei vincitori e dei vinti che il tempo della Storia li confonde; anche lì il poeta non ricorda bene chi siano stati i vincitori e i vinti, ma nella poesia di Brecht siamo ancora all’interno di una visione del mondo duale e dualistica, oppositiva, nel mondo della guerra fredda… nella poesia brodskijana invece siamo dentro una visione monistica, il mondo è diventato uno, interamente freddo, ogni angolo della terra è simile all’altro e tutte le guerre sono il duplicato di quella antica guerra, e tutti gli uomini sono condannati a navigare su un mare periglioso senza poter illudersi che vi possa essere un «ritorno» all’isola beata di Itaca. È il grande tema della riflessione sul proprio auto esilio, sulla propria auto alienazione, sulla storia degli uomini condannati all’auto esilio, sul significato profondo della guerra, di tutte le guerre e su quell’intimo collegamento tra le stragi e l’oblio della memoria. È una poesia che ha del sacro, che tocca profondamente il «sacro», qui si trovano i centri nevralgici e problematici della nostra civiltà, della civiltà occidentale.

L’evento che ha sconvolto le vite dei greci e dei troiani, che ha distrutto una civiltà e una città florida, l’evento da cui inizia la civiltà occidentale, è stato dimenticato, forse rimosso dalla coscienza dell’eroe; inutilmente la memoria fluttua alla ricerca di quell’evento: in essa non c’è nulla, il ricordo di quella guerra si è affievolito e spento.

Iosif Brodskij e Gino Rago

Iosif Brodskij

Lettera a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.
Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.
Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

Che cos’è la memoria? Forse è un luogo? Un punto infinitesimale? Una zona del nostro cervello? Forse è un evento immaginario che noi rimodelliamo di continuo? O è una forma del tempo interno? Chissà. La memoria è l’essenza del nostro tempo interno. Questo fenomeno lo si potrebbe definire anche all’incontrario: il tempo interno è l’essenza della memoria. Non c’è l’uno senza l’altro, sono due lati della stessa medaglia. Se perdiamo la memoria perdiamo con essa anche il tempo interno, vivremmo interamente in un tempo esterno, cosa orribile a dirsi e anche a pensarsi, come sarebbe impossibile vivere interamente in un tempo esterno, sarebbe come una parete che al di qua non contiene nulla: impossibile a dirsi e a pensarsi. Un incubo. La memoria è il nostro vero luogo perché è un senza-luogo, è il luogo dell’Altrove realizzato, che un tempo è accaduto. Con il pensiero dell’«Io» possiamo soltanto circumnavigare quel luogo senza-luogo ma non potremo mai entrare in esso perché lì dentro non c’è nulla, null’altro che fantasmi e traveggole, pulsioni cieche, rappresentazioni mute. Così, la memoria ha bisogno del pensiero dell’«Io» per potersi muovere, vivere, respirare.

Enrico Castelli Gattinara scrive: «Già Bergson aveva parlato della memoria come di un vero e proprio non-luogo, un altrove che avvolge costantemente il presente ma che appartiene come a un’altra dimensione. Perché, diceva, non sono le cellule nervose ad essere la sede dei ricordi, ma solo ciò che permette di attivarli o meno. Così, allo stesso modo, un neurone o una delle sue numerose terminazioni non vengono “riempiti” o “svuotati” quando c’è o scompare un ricordo: di cosa sarebbero riempiti o svuotati nel processo di memorizzazione e di oblio? Di cosa è fatto un ricordo?».1

1 http://www.aperture-rivista.it/public/upload/Castelli10-2.pdf

Onto Espmark

Kjell Espmark, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Di Kjell Espmark a proposito del tema dell’Oblio della memoria, trascrivo questa composizione da Quando la strada gira (Ed. Bi.Bo, 1993) nella traduzione di Enrico Tiozzo:

Kjell Espmark

Quando la strada gira

Inaspettatamente siamo di nuovo nel villaggio
fra case accennate e oche senza tempo
sotto rade lastre di cielo:
la tela è nuda fra le pennellate.

Che è successo?
Siamo stati per un attimo fuori della vita?
Come se un subito coltello da macellaio
con quattro esperti tagli
avesse diviso occhio, gola, cuore e sesso
da tutto ciò che è diretto a capofitto
giorno dopo giorno da nessuna parte
e li avesse riuniti ad un capitolo
per il quale siamo già passati.

Tutto come prima, Tranne la luce scatenata.
Come se la strada fosse strada per la prima volta:
ogni odore è più forte, ogni colore più pieno –
il senza significato ci ha toccato.

Madame ci guarda indulgente
e mette in tavola dei pezzi di Chevre,
un sapore che fiorisce ampio
intinto nella cenere.

Cerco di ricordare. Presumo che il previo
capitolo ancora sia valido.
Ricordo in un brivido una carreggiata zuppa,
una voce e un profumo di caprifoglio.
Senza veramente ricordarli:
come se ci si fosse corsi incontro
a braccia aperte
e ci si trova ad abbracciare un estraneo.

Ciò che cerco nella memoria si tiene nascosto
come un mostro che viene dallo spazio.
Solo qualche schizzo di sangue fa la spia.

Ma certo siamo vissuti prima?
Dipende da ciò che si intende per vita.
Sparsi bagliori di ricordi narrano
di un grandioso paesaggio
con un gusto retroattivo di cenere.

Le lenzuola della camera d’albergo sembrano usate:
riconosciamo quella macchia
anche se non siamo stati mai qui prima.
Un posto logoro per l’inizio.
I polpastrelli cercano la tua bocca.
e sentono crearsi le labbra.
La lingua crea una fossa sulla spalla.
Come quando un intaccato rituale
riceve in visita un dio sconosciuto.
Così diventa il nostro amore
amore per la prima volta.

Mario Gabriele, Antonio Sagredo

Mariella Colonna

16 aprile 2017 alle 1:38 
L’ONTOLOGIA ESTETICA OLTRE A ESSERE UN PROGETTO BEN PRECISO È ANCHE UN CAMPO APERTO DI GRANDI POSSIBILITà

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-1/#comment-19352

Caro Borghi, sono d’accordo con te quando sostieni le opere di autori del ‘900 del livello di Rebora Palazzeschi e Pasolini,che non sono “unidirezionali”, anzi, anticipano l’esplosione di novità che caratterizza “La nuova ontologia estetica”; però, diversamente da come credo di aver compreso dalle tue parole, l’Ontologia estetica, oltre ad essere un progetto ben preciso (vedi ripetute affermazioni di Giorgio Linguaglossa,) esprime anche la sintesi poderosa tra il pensiero poetico tridimensionale e la dimensione del tempo da intendersi come “memoria”. Memoria che conferisce profondità interiore all’”evento” collocandolo in un momento qualsiasi delle storia del soggetto o dell’oggetto poetico: e qui vale la libertà del poeta che, rompendo la continuità temporale e passando (o volando) da un tempo all’altro, crea un tessuto quadrimensionale e, in tal modo, dilata anche lo “spazio interno” in cui si pone la ricerca poetica: non ho mai sentito Linguaglossa parlare di “Relatività di Einstein” alludendo alla quadrimensionalità della NOE! Io comunque credo che, da tutelare e proteggere, nel nostro gruppo o in altri, sia soprattutto LA LIBERTA’ del poeta. Non mi sono mai sentita una traditrice dei sacri principi enunciati da Giorgio L. quando ho creato un verso di sospetta “unidirezionalità” e nessuno me lo ha contestato: magari, nel verso successivo, mi è servito per innescare un rapido salto nel tempo o inserire un imprevedibile rivoluzionario frammento. Perciò io non riesco proprio a capire tutta questo timore di accettare una sigla, peraltro significativa e aperta a novità ulteriori, che oltretutto introduce il tema dell’ “essere” nella poesia accostandolo all’estetica (è un grosso passo avanti!).

Penso però che “LA CRISI NELLA POESIA” NON DEBBA SOFFOCARE LA POESIA, imprigionarla negli schemi di un mondo in disfacimento! Oltretutto il fatto che “il nulla è” , clamorosa contraddizione, non deve allontanarci dal “tutto” che è altrettanto compreso nell’essere e in cui la ricerca dell’ Essere misterioso o Deus Absconditus non può non essere compresa (mi si perdoni la ripetizione, anche se con significati diversi!). Perciò mi sembra la polemica, utile perché accende gli interessi e appassiona, non debba fermarci sulla via della ricerca.

VI FACCIO UNA DOMANDA: QUALCUNO HA MAI PENSATO CHE IL NOME DI CUBISMO POTESSE FRENARE I TRE GRANDI ARTISTI CHE LO HANNO RAPPRESENTATO?
Io non credo proprio, tanto è vero che il suo esponente più illustre, Picasso, ha abbandonato la sintassi cubista per il suo personalissimo nuovo linguaggio della disintegrazione della forma. Perciò, andiamo avanti, io per lo meno lo desidero perché mi è congeniale, con la Nuova ontologia estetica che non ci impedirà di trovare, col tempo e l’esperienza, nuovissime forme di linguaggio.

Giorgio Linguaglossa, Stefanie Golisch

Giorgio Linguaglossa

14 aprile 2017 alle 12:57

il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia

(Vincenzo Vitiello)

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-1/#comment-19295

caro Claudio Borghi,

tu sai bene che intorno a questioni filosofiche non c’è una disciplina, come tu ti esprimi,, “scientifica” che possa dirimere le anitinomie e le contraddizioni. Quanto alla ontologia estetica, tu ti ostini a negare in toto che vi possa essere una nuova ontologia (estetica), scusami ma ritengo questa tua posizione apofantica e irragionevole, tu neghi la stessa possibilità di pensare una diversa e altra ontologia (estetica), semplicemente, tu in questo modo ti tagli fuori dal dibattito e dalla ricerca teorica e pratica (praxis poetica).
Non c’è nessun «schieramento contrapposto» tra di noi, perché la tua posizione è una non-posizione, una posizione apofantica, è di negazione radicale che vi possa essere un pensiero diverso e altro intorno alla ontologia (estetica), e questo è un aut aut che rivela la tua opposizione (politica) al progetto che si può esprimere, con una parola: oscurantismo, tu vuoi calare un velo di oscurità sulla NOE, senza peraltro riuscirci perché i risultati estetici della NOE sono sotto gli occhi di chi vuol vedere.
Quanto alle indicazioni di Inchierchia, le ritengo intrise di genericismo e di errori concettuali che non è il caso di trattare qui perché non ho interesse a correggere gli errori concettuali e filosofici altrui (ognuno si tiene i propri).
E poi credo che la contro prova di quello che andiamo dicendo e facendo te l’abbia fornita Donatella Costantina Giancaspero pubblicando due poesie di Tranströmer di alcuni decenni fa che sembrerebbero scritte dalla NOE.
Leggi qui questi versi della NOE scritti 40 anni fa:

Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte
sul tavolo da cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti.
I vicini venivano ad ascoltare.

*

Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
giù nel profondo dove l’Atlantico è nero.

*
[…]

La gondola è vestita a lutto. Carica di morti. Affonda.
Nella picea onda del Canal Grande.
Ponte degli Scalzi.
L’appartamento di Anonymous sul Canal Regio.
Uno spartito aperto sul leggio: “La lontananza nostalgica”.
Il vento sfoglia le pagine dello spartito.

[…]

Tre finestre. Lesene bianche. Canal Regio.
Due leoni all’ingresso divaricano le mandibole.
[Se ti sporgi dalla finestra puoi quasi toccare
il filo dell’acqua verdastra]
Madame Hanska si spoglia lentamente nel boudoir.
Ufficiali austriaci giocano a whist.

[…]

Sulla parete a sinistra del soggiorno e in alto sul soffitto
è ritratta la Peste.
La Signora Morte impugna una pertica
che termina con una falce.
Ammassa i morti e taglia loro la testa.
E ride.
Ritto sulla prua il gondoliere afferra il remo.
E canta.
Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.

[…]

Wagner e List giocano a dadi
in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
Tiziano beve un’ombra con la modella
dell’«Amor sacro e l’amor profano».

[…]

Madame Hanska al Torcello riceve gli ospiti
nel salotto color fucsia.
I clienti della locanda del buio.
Siberia.
Evgenia Arbugaeva osserva la distesa di neve.
La Torre del faro in mezzo alla neve.
«Il bacio è la tomba di Dio», c’erano scritte queste parole
sopra l’ingresso della torre.

[…]

Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
Non c’è anima più viva.
Una sirena canta dalla spiaggia dei morti:
«Non c’è più lutto tra i morti».
«Non c’è più lutto tra i morti».

[…]

Due città

Ciascuna sul suo lato di uno stretto, due città
l’una oscurata, occupata dal nemico.
Nell’altra brillano le luci.
La spiaggia luminosa ipnotizza quella scura.

Io nuoto verso il largo in trance
sulle acque scure luccicanti.
Un sordo suono di tromba irrompe.
È la voce di un amico, prendi la tua tomba e vai.

Donatella Costantina Giancaspero, Alfredo de Palchi

Donatella Costantina Giancaspero

14 aprile 2017 alle 14:30 

IL NULLA NON ESISTE COME NULLA (il suono del silenzio) La NOE (Nuova Ontologia Estetica)

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-1/#comment-19299

Ho piacere di unirmi al dibattito e introdurre una mia riflessione sul Nulla, con queste parole di Gillo Dorfles, al quale ieri abbiamo augurato buon compleanno per i suoi formidabili 107 anni!

“Malauguratamente solo pochissimi intendono questa fisiologica necessità del vuoto e della pausa. La maggior parte degli uomini è ancora profondamente ancorata all’errore del pieno e non all’orrore dello stesso. Carichi di troppi elementi che s’accavallano nella nostra mente – spesso subliminarmente – finiamo per confonderli e annegarli in un lattiginoso e amorfo amalgama”

Credo che finché continueremo a dare una connotazione negativa al Nulla, pensandolo come Nulla, non potremo mai coglierne la vera essenza: non potremo sentirlo necessario, riconoscendolo nella realtà che ci circonda; non potremo percepirlo “aleggiare nelle «cose» e intorno alle «cose»”, come scrive Giorgio Linguaglossa. Perché il Nulla, ciò che diciamo “Non Essere”, esiste al pari dell’”Essere”. Non è difficile intendere questo. Occorre soltanto guardare alle cose semplici con la stessa semplicità di “uno scricciolo che trilla”…
Il Nulla, lungi dall’essere “vuoto”, è, al contrario, “pieno” di cose, di sottilissimi, sofisticati elementi. Il Nulla è il Silenzio di tanta musica contemporanea, che poi, in realtà, tanto contemporanea non è più… Il pensiero va a John Cage, a quel suo “vuoto apparente”, ovvero un silenzio nel quale si riverbera il suono: ossimoricamente parlando, lo diremmo un “silenzio sonoro”, carico di linguaggio.
Ne sia di esempio la sua celebre composizione “4’3” (“Quattro minuti, trentatré secondi”), in tre movimenti, composta ed eseguita nel 1952: questa, insieme ai White Paintings del suo amico Robert Rauschenberg, rappresenta una delle opere più importanti del Novecento. L’incontro fra Cage e Rauschenberg, infatti, avvenuto negli anni Cinquanta, darà luogo un nuovo concetto positivo di vuoto tra musica e pittura.

Il pianista David Tudor si sedette al pianoforte e per poco più di quattro minuti e mezzo suonò tre lunghe pause, senza produrre alcun suono, limitandosi ad aprire e chiudere la tastiera per segnare i tre movimenti della composizione. Lo spartito infatti riportava un tacet per qualsiasi strumento o ensamble.
In seguito, ripensando alla prima esecuzione (nella Maverick Concert Hall, una sala da concerto a tre chilometri da Woodstock), John Cage disse così:

Il silenzio non esiste. (…) Durante il primo movimento si sentì il vento che soffiava fuori dalla sala. Durante il secondo, qualche goccia di pioggia cominciò a picchiettare sul tetto, e durante il terzo la gente stessa produsse i più vari rumori mentre parlava o usciva.”

Sabino Caronia, Italo Calvino

Gino Rago

14 aprile 2017 alle 19:16 

Antefatti estetici a Laboratorio Poesia Gratuito Roma, 30 marzo 2017.

Il poeta della NOE medita da anni sulla “Teoria estetica” di T. W. Adorno. Fa suo l’assioma adorniano secondo cui: “I segni dello sfacelo sono il sigillo di autenticità dell’arte moderna”. Per tale via maestra egli adotta la poetica del “frammento” come elemento costitutivo d’una sua personale ontologia estetica. La quale, partendo dalla “morte di Dio”, assume in sé la constatazione della fine della visione platonico-cristiana del mondo e della conseguente scomparsa del “centro dell’uomo nel mondo”. La sua ricerca d’arte ne prende atto e si muove nella persuasione della decadenza della “verità assoluta”, della impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad una unità di senso. Entrando nella filosofia del frammentismo, il poeta della NOE assume il “frammento” come la cifra caratteristica della modernità poiché alla sua personalissima lettura il mondo moderno si pone sotto il segno della deflagrazione del “senso”, della dispersione, dell’astigmatismo scenografico, della moltiplicazione delle prospettive, della crisi e della inadeguatezza espressiva di un “unico”linguaggio. Nella teoria estetica dell’opera moderna il poeta della NOE interpreta il prospettivismo di Nietzsche come una promozione della “frammentarietà” contro le tesi di quell’ordine metafisico incentrato sulla verità dogmatica, sulla verità indiscutibile.

La poetica del frammentismo tende a esiti estetici del tutto nuovi poiché la “filosofia del frammento” è in grado di restituire “dignità estetica” a quelle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno perché il frammento è l’”intervento della morte nell’opera d’arte”. Rifondando l’opera, o distruggendola, la morte da essa elimina la macchia dell’apparenza. Ma ciò che conta è che per il poeta della Nuova Ontologia Estetica e dello Spazio Espressivo Integrale***, il “frammentismo” va oltre il significato di “poetica”, va oltre le intenzioni d’arte. Il frammentismo in lui è una Weltanshauung. E’ uno stato d’animo. E’ il suo modo di sentire il mondo, di sentirsi egli stesso “frammento” di questo mondo poiché risiede in lui stesso l’unico punto di convergenza e di fusione di quella che Harold Bloom ha definito “la cartografia psichica” dell’artista: l’agonismo perenne tra l’ “Io me stesso – l’anima – l’Io reale”.
Il poeta della NOE, nel suo fare poetico all’ interno dello Spazio Espressivo Integrale, sa che:

– il vuoto non è assenza di materia;
– l’assenza di musica non è l’affermarsi del silenzio;
– il ” Campo Espressivo Integrale ” è l’unica regione in cui la poesia può inglobare spazio e tempo, filosofia e mito, musica e silenzio, metafisica e scienza, memoria e armonia delle sfere, meraviglia e sapienza, in una unità di linguaggio di numerosi linguaggi differenti…
– ciò che è perduto può essere ritrovato soltanto in forma di “frammento”, che non indica il Tutto, nella dialettica fra le parole e le cose di Michel Foucault, ma un tutto frantumato e disperso da cui deriva il “dolore” della poesia;
– esiste un “tempo assolutamente creativo”. Un tempo che crea la vita poiché (secondo Prigogine) è il tempo delle infinite metamorfosi della vita nella biologia ed è il tempo delle infinite creazioni delle opere d’arte. Un tempo despazializzato, un tempo ” qualitativo ” e non ” quantitativo ” e che come tale non sa che farsene degli orologi;
– l’ Estetica non può ignorare questi nuovi orizzonti delle scienze ed è
chiamata anzi ad orientarsi essa stessa verso una “forma” scientifica per essere in grado di tener conto delle strutture dissipative nelle quali trionfa
l’infinita possibilità delle equazioni non lineari ( Prigogine ), equazioni con
all’interno il “tempo creativo” e, dunque, la cosiddetta possibilità progettuale
della esperienza artistica;
– il mondo non è più “ciò che è” ma è “ciò che diviene” ed è “il possibile”
il nuovo strato della cultura contemporanea;
– la nuova Estetica non può che appropriarsi di tali indicazioni.

Roma, 7/13 aprile 2017

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49 risposte a “LA PRECARIETA DEL MODERNO, L’OBLIO DELLA MEMORIA, E IL GRANDE PROGETTO PER LA POESIA ITALIANA – DIBATTITO A PIÙ VOCI INTORNO ALLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Mariella Colonna, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Donatella Costantina Giancaspero – Una poesia di Iosif Brodskij, Odisseo a Telemaco (1972) e una poesia di Kjell Espmark Quando la strada gira (1992)

  1. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Senza bandolo
    eppure in corsa consapevole
    rebloggo il pensiero ed io
    in questo mi fingo.

  2. Cari Amici,

    stabilisco, dopo accuratissima ricerca e meditazione, la data di nascita della NOE, cioè della Nuova Ontologia Estetica, il 1972, l’anno di pubblicazione della poesia di Iosif Brodskij Odisseo a Telemaco, un documento stilistico e spirituale dove c’è già, in nuce, la diagnosi della nostra epoca: l’Oblio della Memoria.

  3. Anche se rimarrà nella storia dell’inesistente-questo commento- leggendo la poesia “lettera a Telemaco”
    si percepisce -questo preambolo è post rivoluzionario-
    la dissoluzione è quella del padre:intesa come la perdita della memoria, della fedeltà e della fecondità.
    La liberazione da tutti gli infanticidi, da tutte le guerre!
    L’inesistenza del padre la nostra emancipazione!
    Grazie.
    Mauro Pierno

  4. Caro Mauro Pierno,,

    mi fa piacere che un giovane poeta condivida questo discorso. Riporto qui una frase che George Steiner scrisse nel 1958 in Linguaggio e silenzio, poi tradotto e pubblicato in italiano nel 1972 Rizzoli, p. 41)

    «il fatto che l’immagine del mondo si stia sottraendo alla presa comunicativa della parola – ha avuto la sua influenza sulla qualità del linguaggio. A mano a mano che la coscienza occidentale si è resa più indipendente dalle risorse del linguaggio per ordinare l’esperienza e dirigere il lavoro della mente, le parole stesse sembrano aver perso in parte la propria precisione e vitalità. So bene che questo è un concetto controverso. Presume che il linguaggio abbia una “vita” sua in un senso che va oltre la metafora…».

    Steiner vuole dire un concetto molto importante: che il mondo si sta sottraendo al linguaggio, che il linguaggio non rappresenta e non può più rappresentare tutta la complessità e variabilità del mondo…di qui all’oblio della memoria che il linguaggio avrebbe di sé il passo non è poi molto lungo…

    • Il rinvenimento della parole
      passa attraverso la nostra storia ovvero quando comunichiamo non “sbagliamo” più emozioni:

      -tiriamo tutti la stessa coda-

      é quando con estrema precisione puntiamo al centro, al nevralgico nesso, che il presente ci annienta:

      -diciamo tutti la stessa cosa-

      la storia, il linguaggio,si fortificano nella
      deflagrazione:

      appunto il profumo fragrante -non defragrante – dell’azione, pop.

      (Poetica ontologicamente pacifista)

      -Linguaggio e silenzio-
      di George Steiner: appunto d’acquisto.
      Grazie con stima,
      Mauro Pierno.

    • Mariella Colonna

      Caro Giorgio Linguaglossa, citando le parole icastiche di Steiner, hai fatto emergere daall’indistinto e dato corpo ad una mia ventennale (almeno) inquietudine: la perdita graduale dei valori, in occidente, si è pesantemente abbattuta sul destino del linguaggio , determinandone il progressivo allontanamento dalla prassi – quotidiana e non – della comunicazione: le parole, non sostenute da significati vitali ed emergenti, hanno perso il loro mordente sulle cose e soprattutto sulla vita dell’ “homo faber”, allontanandolo dall” “homo sapiens”: tu, caro Giorgio, con le tue iniziative rivoluzionarie, hai risollevato i destini del linguaggio ricorrendo all’ “homo creans”, quasi annullato dal consumismo e dal conseguente “pensiero unico”! Sarai anche “calzolaio della parola”, attività utilissima per ridarle una forma, però sei anche molto altro, non lo dimenticare!

      Quale altra attività della mente umana può salvare il linguaggio dall’insignificanza e mediocrità in cui è sprofondato, se non La Nuova Poesia che intende ricreare i rapporti intimi tra l’Essere -(come Spazio Tempo Verità Idea Pensiero Vita) trascendente e immanente – e gli esseri umani cose eventi etc., a cui la Poesia si rivolge, con l’effetto di riportare in vita il rapporto tra linguaggio e realtà? Qui si colloca l’importanza del lavoro sulle (e con) le parole aiutate a nascere di nuovo, per l’ennesima volta, dall’impulso dell’immaginazione creativa e cultura dell’uomo, e destinate, a loro volta, a far rinascere la cultura umana e l’uomo abbrutito dal non senso, dal vuoto e dalla prassi idolatrica del consumismo che ha ridotto perfino l’amore all’usa e getta così comodo per gli oggetti di largo consumo. E PENSARE CHE L'”EROS” NASCE DAL CERVELLO e offre emozioni che forse la poesia riesce amantenere in vita, tanto intensa può essere la frza di evocazione delle parole! Ma adesso basta parole parole parole. Facciamo POESIE CAPACI DI TRASFORMARE IL LINGUAGGIO, lo so che già ne avete (abbiamo) fatte tante, ma non basta mai!

  5. UNA POESIA DI KJELL ESPMARK SUL TEMA DELL’OBLIO DELLA MEMORIA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19412
    Di Kjell Espmark a proposito del tema dell’Oblio della memoria, trascrivo questa composizione da Quando la strada gira (Ed. Bi.Bo, 1993) nella traduzione di Enrico Tiozzo:

    Kjell Espmark

    Quando la strada gira

    Inaspettatamente siamo di nuovo nel villaggio
    fra case accennate e oche senza tempo
    sotto rade lastre di cielo:
    la tela è nuda fra le pennellate.

    Che è successo?
    Siamo stati per un attimo fuori della vita?
    Come se un subito coltello da macellaio
    con quattro esperti tagli
    avesse diviso occhio, gola, cuore e sesso
    da tutto ciò che è diretto a capofitto
    giorno dopo giorno da nessuna parte
    e li avesse riuniti ad un capitolo
    per il quale siamo già passati.

    Tutto come prima, Tranne la luce scatenata.
    Come se la strada fosse strada per la prima volta:
    ogni odore è più forte, ogni colore più pieno –
    il senza significato ci ha toccato.

    Madame ci guarda indulgente
    e mette in tavola dei pezzi di Chevre,
    un sapore che fiorisce ampio
    intinto nella cenere.

    Cerco di ricordare. Presumo che il previo
    capitolo ancora sia valido.
    Ricordo in un brivido una carreggiata zuppa,
    una voce e un profumo di caprifoglio.
    Senza veramente ricordarli:
    come se ci si fosse corsi incontro
    a braccia aperte
    e ci si trova ad abbracciare un estraneo.

    Ciò che cerco nella memoria si tiene nascosto
    come un mostro che viene dallo spazio.
    Solo qualche schizzo di sangue fa la spia.

    Ma certo siamo vissuti prima?
    Dipende da ciò che si intende per vita.
    Sparsi bagliori di ricordi narrano
    di un grandioso paesaggio
    con un gusto retroattivo di cenere.

    Le lenzuola della camera d’albergo sembrano usate:
    riconosciamo quella macchia
    anche se non siamo stati mai qui prima.
    Un posto logoro per l’inizio.
    I polpastrelli cercano la tua bocca.
    e sentono crearsi le labbra.
    La lingua crea una fossa sulla spalla.
    Come quando un intaccato rituale
    riceve in visita un dio sconosciuto.
    Così diventa il nostro amore
    amore per la prima volta.

  6. antonio sagredo

    RUBRICA FUORI LUOGO E TEMA:

    propongo un indovinello… chi indovinerà l’autore vincerà un volume dei miei CAPRICCI.
    ——————————————–
    Fuorché gli innamorati freschi freschi o quelli alla frutta
    che vogliono cominciare dalla fine molte cose si dànno
    che finiscono dal principio così che il principio cominci a
    finire dalla fine l’epilogo sarà che gli innamorati e gli altri
    finiranno per cominciare a ricominciare dal principio che
    finirà per essere nient’altro che la fine ritornata che co-
    mincerà ad essere uguale all’eternità che non ha principio
    né fine e finiràper essere finalmente uguale alla rotazione
    della terra dove non riuscirà più a distinguere dove co-
    mincia la fine e dove finisce il principio che è fine d’ogni
    principio uguale a ogni inizio di ogni fine che è il principio
    finale dell’infinito definito dall’indefinito – Valga da epi-
    taffio valga da prefazione e viceversa.
    ———————————————————————
    dunque tradotto dal… ma non è difficile indovinare l’epoca e l’autore:
    buona fortuna!

  7. antonio sagredo

    “Come se un subito coltello da macellaio…”
    “Presumo che il previo/capitolo ancora sia valido.”

    da : Quando la strada gira di Kjell Espmark

    Gli aggettivi scelti dal traduttore: “subito” e previo” sono davvero infelici.
    ……………………………………………………………………………………..
    Per : “L’inesistenza del padre la nostra emancipazione!” (Mauro Pierno)
    mi son venuti in mente questi versi:

    nel 1969/70 scrivevo nel mio “ 5° Poema (di un) idiota”:

    Ho già concordato:
    fortuna è avere un padre morto
    per trovare un posto di lavoro.
    ……………………………..

    Perplesso scesi le scale per costruire portali,
    specchi che, sorpresi, declamarono visioni:
    noi, fossili, costruttori di traguardi proviamo
    su calchi d’argilla gli occhi che cantiamo nudi

    e che, se vivi, li perdiamo prima dei patiboli,
    come il leopardo che sulla croce condannò il Padre
    al rimorso, e inchiodò il Poeta alla nuova parola,
    all’innocenza che non sopportò la sintassi della Legge.

    da: Interdizione -2003

    …………………………………………………………….

    > E io ritorno in una pozza nera di periferia
    Per un groviglio di dettagli nel mio volto
    E celebrare fra me e gli Universi
    Infine un armistizio…
    E siamo insieme…
    E insieme è questo vincolo…
    È la vera comunione come nell’infanzia la carezza inesauribile di una Madre…
    E di un padre tollerato.
    E la risposta sono gli occhi che con le mani cercano uno simbiotico Sguardo.<
    —-
    da Parole Beate – 2016 – di A. Sagredo
    ……………………………………………………

    ………………………………………………………………..
    quanto riguardo l'indovinello, la traduzione è fatta dal francese (da R.R.P.) di un poeta che…. – ma basta così!
    ………………………………………………………………………………………..

  8. Questi discorsi, molto interessanti,mi ricordano due grandi letterati: Petrarca, quando dice “passa la nave mia colma d’oblio…”, e Flaiano:”Nella vita, pochi giorni contano; gli altri fanno volume”.Si può parlare all’infinito del tempo; io resto in una convinzione personale: il tempo non esiste, esiste la metamorfosi.Possiamo tentare di salvare qualcosa dalla metamorfosi,il “ciò che resta”dopo ogni diluvio.Spesso è solo fango; ma non è dal fango, che nascono i fiori?

  9. gino rago

    Omaggio a due grandi anelli mancanti nella poesia e negli studi di estetica
    del Novecento italiano: Lorenzo Calogero e Francesco Piselli.
    Breve nota bio-bibliografica di Francesco Piselli

    Francesco Piselli (1930/2015)), fu filosofo, saggista, poeta. Ordinario di Estetica nelle Università di Salerno e di Parma, si segnalò per contributi che spaziarono dall’Estetica teorica, alle poetiche, agli studi filologici. Fondamentali fra questi le ricerche su Baumgarten e su Mallarmé.
    La produzione letteraria con la quale egli affiancò l’attività accademica ebbe inizio negli anni cinquanta e sessanta (I gatti di Corinto,Rebellato, Padova, 1960) e trovò sistemazione in raccolte molto recenti.
    In via di pubblicazione le ultime opere.

    LORENZO CALOGERO
    Lorenzo Calogero: (Opere Poetiche, volume I. Milano, Lerici Editori, 1962)

    So di quali nostalgici rami
    pigri la vita è piena e pura
    fatta per ricordo; non so in quali plaghe
    col volto delle stelle di sé priva
    e lungo il viale, solo accesa
    dai desideri della notte, da lei deriva
    la nudità nascente umida a volte.
    Scintillano scarni abbigliamenti
    su la lievità d’un ramo, un vaporoso
    calore lucido e casto: e, se io ti chiamo
    lungamente dal tuo viso lungo
    e folto, pallido è già il senso
    piú vano.
    Se io sono qualche cosa non è vero.
    Vedi! Io miro lontano a qualcosa
    che non ritorna indietro; perché ella
    dal bianco al nero così sperduta e pallida
    splendente era e morbida sul seno.
    Piangevano con folte ciglia
    in tenui palpiti nascenti gli amanti
    che in sé soli credevano spandendo
    per volontà solamente il ricordo.
    Lacrime, lacinie lasciate in disparte
    non sono più accadute.

    Questa è poesia di Lorenzo Calogero. Lacrime-lacinie: atrofia di un pianto appartato. E poi il resto, talmente difficile da scindere fra sogno e vita, quando la testimonianza non è molta, l’esegesi deve cominciare ancora, e quando la morte ha sprigionato appena lo sfortunato.
    Ecco un primo fatto, la sproporzione appariscente fra la povera avventura di Calogero, e la quantità di forza che egli evocò, scatenò, dominò; non ne voglia dunque, quel piccolo numero che fu presso al poeta nei giorni faticosi, a colui che ora sottolinea debolezza e miseria: egli vuole distaccarne subito un aspetto ardito e sicuro pienamente padrone del suo lessico e della sua sintassi, dotato d’una prensilità atta a bloccare senza sciuparle le piú sfumanti percezioni.
    Colto: Leggo di studi severi, molto accurati, Kierkegaard, Sartre, Croce, Heidegger, Jaspers, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Joyce, Pound, e poi praticamente tutta, dicono, la poesia italiana del Novecento e altro ancora. Tous les livres.

    Pensiamo al 1910, l’anno di nascita di Calogero: si stavano per aprire le chiuse di quel ristagno, un po’torbido sebbene fervido, che fu il simbolismo, e ne sarebbe derivato il delta dai rami espressionista e surrealista. Erano gli anni che Croce aveva da poco strette teoreticamente le istanze all’autonomia lirica maturate nel secolo di Baudelaire e, mentre Apollinaire correggeva Alcools, Ungaretti ventiduenne e Campana di venticinque, preparavano forse già Porto Sepolto, Canti Orfici; poi nel decennio trenta-quaranta dei primi esercizi di Calogero, nepenti e virus, dopo l’allevamento alla temperatura alta dei laboratori surrealisti, riposano nella ghiacciaia ermetica, buoni magari per la profilassi, e che insomma l’esplorazione dei poeti si avvia a diventare piú intima e quieta, conscia di chiudere un’era.

    Eccolo pel momento, nel 1937, che si è fatto dottore medico, ha pubblicato Poco Suono, corrisponde con Bargellini e Betocchi nel tentativo di pubblicare qualcosa su Frontespizio. L’insuccesso lo induce a ritirarsi, dal 1939, in un intero silenzio al mondo; fra 1942 e 1943, non so bene, si spara.
    Il mancato suicidio non è che lo scuota via dalla un po’ matta, dicono, ostinazione poetica. Si era astretto al solo conforto della madre – leggo di un epistolario intenso, delicato, tutto amore e superstizione – adesso lo assilla un’immutevole indifferenza. Non sta quieto, fugge da Melicuccà, vi ritorna lirico e pleuritico, ricompare a Milano, per postulare presso una grande firma editoriale.

    Una fotografia ce lo esibisce in Piazza Duomo fra i colombi: la bocca larga e spiovente, gli enormi occhiali, il capo reclinato, ed in mano una borsa sformata (poesie, qualche fazzoletto, una camicia: l’emigrante). Ed è il 1955, al fine della carriera sanitaria e con un barlume di quella letteraria. Una delibera comunale a Campiglia d’Orcia dove è medico condotto ad interim, lo ha dismesso al cessare del periodo di prova, perché “la popolazione non gli ha dimostrato fiducia tanto che nella quasi totalità si astiene dal ricorrere alle sue prestazioni”. Mi persuado eppure che Calogero avrebbe potuto essere un ottimo diagnosta: attento com’era ai segnali imponderabili, alla minuzia del sintomo, perspicace nell’associare il disparato per cavarne una sintesi intuitiva e certa.

    La prima mano amica si tende intanto, che lo aiuterà sino alla fine, gli stilerà una prefazione, farà che vinca, nel 1957, il premio di poesia di Villa San Giovanni: è di Leonardo Sinisgalli. Che vale? Calogero giace clinicizzato per “malattie nervose”, ha tentato di tagliarsi, classicamente, i polsi. Il 9 settembre del ‘57, sopravvissuto assiste alla morte della cara madre , non ce la fa a resistere cosí solo, torna in clinica dove resta fino al 1959, innamorato vanamente d’un’infermiera Concettina. Dice: “Anche il rapporto amoroso, fra uomo e donna, non so considerarlo altrimenti che come un rapporto puramente angelico… se dovessi augurami di incontrare ma una donna.. questo… non dovrebbe accadere che per la possibilità dell’afferramento di lei da un lato puramente angelico…”.

    Gli ultimi due anni: Un villino a Melicuccà, angelicamente. Alcune sue poesie, la cui pubblicazione ritardano su L’Europa letteraria banali motivi redazionali, non lo raggiungono a tempo. L’uomo si allontana , in un giorno non so precisare dal 22 al 25 marzo 1961. Il fratello Francesco, che accorse per una specie di monito telepatico, e trovò Lorenzo morto, adduce motivi per escludere un terzo suicidio.
    Piú fitto, il tessuto di questa storia potrà esser rintracciato nella biografia preposta da Giuseppe Tedeschi al volume di poesia, curato da Roberto Lerici, e che resta per ora unica fonte anche di queste righe. Qui conviene soffermarsi sul caffé densissimo di cui Calogero faceva continuo abuso, alternato o unito a talofen, miltaun, luminal, il tutto complicato dal tabagismo e dal digiuno. Il medico, cui non sfuggiva, certo, a quali deterioramenti profondi andasse sottoponendo la sua stabilità fisica e psichica, aveva deliberato lucidamente di sgretolare il suo campo di coscienza?
    Resta il bagliore continuato, la lettura magico-estetica dell’essere, che è nei risultati lirici tutta la sua storia, e dalla cui unità derivano l’arco coerente e commovente d’una vita, e la melodia ininterrotta e il caratteristico contesto omogeneo consecutivo dell’espressione.
    Francesco Piselli

    Ringrazio Ethel Manuela, lettrice assidua della nostra Rivista, la figlia di Francesco Piselli, per questo dono
    che ho desiderato condividere con i colti e competentissimi lettori e frequentatori de L’Ombra delle Parole, sottraendo questo lavoro poetico, interpretato da un maestro di Estetica, dall’ingiusto e muto sonno d’una e-mail, la mia.
    Gino Rago

    • gino rago

      Francesco Piselli: nota bio-bibliografica

      Francesco Piselli, nato ad Oristano nel 1930, dopo gli studi classici, e una laurea in chimica conseguita a Napoli (1952), si occupò per alcuni anni di chimica dei silicati e di chimica tessile e tintoria, passando nel 1958 dall’impiego privato all’insegnamento.
      Laureatosi in filosofia presso l’Università Cattolica di Milano (1966), prestò servizio nella stessa come incaricato di Storia della Filosofia quindi di Storia della scienza.
      Dal 1976 insegnò Estetica in qualità di associato e, dal 1986 al 1997, di ordinario nelle Università di Salerno e di Parma. Dal 1997 continuò a operare come libero studioso.
      I suoi contributi, sostenuti dalla vasta preparazione interdisciplinare, hanno impresso un segno significativo in diversi ambiti:
      La ricerca mallarmeana, ch’egli iniziò già dagli anni sessanta con l’edizione francese e italiana di “Un Coup de Dés jamais n’abolira le hasard” (Rebellato,1961), con l’edizione italiana delle “Opere in prosa” di Mallarmé (Lerici,1963) e con la monografia “Mallarmé e l’Estetica” (Mursia,1969), e che non abbandonò mai, fino a “Interpretazioni di Mallarmé e Poe” del 2000 (ed. Tempo lungo) e ad una nuova intepretazione di “Un Coup de Dés” del 2913 (Sardini).

      La storia della scienza e la cosmologia, dalle “Note cosmologiche” del 1969 (Ed. Istituto di filosofia Università Cattolica), alla “Nota sulla Chemeia” (ed. Circolo di Studi Tomistici, 1972) dedicata alla chimica antica come alchimia, alla monografia diderotiana “L’orologio vivente” (C.E.L.U.C., 1974), a “Scenari di Estetica e Cosmologia” (Vita e pensiero, 1995).

      La ricerca sulla genesi dell’estetica con gli studi su Baumgarten, condotti dagli anni ottanta in poi. Ricordiamo solo l’ “Edizione latina e italiana di Akexander Gottlieb Baumgarten” (Palermo, Aestetica, 1985) e ” Alle origini dell’estetica moderna” (Vita e pensiero, 1991).

      Agli studi specialistici Francesco Piselli affiancò un’intensa attività di tipo pubblicistico, con scritti su Lorenzo Calogero, su Marcuse, Adorno, Marx, Nietzsche,sull’educazione artistica, sulla musica, sul teatro ,ecc.
      Meno conosciuto, l’impegno letterario, con una produzione poetica giovanile che gli valse una segnalazione, nel 1952, al Concorso Nazionale Castaldi e, nel 1967, al Premio Cervia di poesia.
      Negli ultimi anni egli sistemò una parte delle poesie che lo accompagnarono per tutta la vita in “Viaggio alle isole”, del 2011 e in “Testi poetici”, del 2013, (editi entrambi da Sardini).

      Scomparve nel 2015, lasciando pronti per la pubblicazione ulteriori contributi su Mallarmé, Baumgarten, Diderot, una scelta di articoli su giornali e riviste, e un gruppo di poesie, già edite per la cura della figlia, che scelse di intitolarle: “Da che sapendo di non più tornare”, Sardini, 2016).

      Gino Rago (a cura di)

  10. Mi piacerebbe conoscere le valutazioni di Claudio Borghi e di Inchierchia sulle due poesie “ontologiche” postate qui: di Iosif Brodskij e di Kjell Espmark, invece di tentare confutazioni filosofiche tanto inutili quanto sterili della piattaforma di ontologia estetica…

  11. “Attach sta caciot!”:
    INCOGNITAE NATURAE
    -il sorpasso-

    L’appartenenza affabile
    ad un incrocio di braccia,
    ad un semaforo pure inutile,
    spento, nella rotatoria
    di un senso, unico.
    Mani che lampeggiano frenetiche.

  12. Salvatore Martino

    Dopo tutte le lunghissime, dottissime, coltissime elucubrazioni filosofiche e scientifiche aspetto con ansia di leggere ancora e sempre la Nuova Poesia ontologica partorita in una gestazione felice, capace di rivoluzionare il modesto panorama della poesia italica , con iniezione di talento, di pensiero e di tecnica, verso un meraviglioso approdo già cominciato…e i marinai cantano con gioia alle vele agli alberi alle gomene-
    Certo se Brodskji o Espmark facessero parte di codesta cordata saremmo a cavallo data la loro statura di poeti.

    • E’ inutile che tu adotti i superlativi assoluti e alla fine con ironia elevi Brodskji e a Epsmark a veri poeti che possono rendere la NOE degna di tale nome.Ti sbagli dear Martin, siamo noi IO e LINGUAGLOSSA e gli altri, quelli che hanno dato vita alla Nuova Ontologia Estetica..Ti ricordo, se mai tu l’abbia dimenticato, che Giuseppe Zagarrio non ti considerò neppure nel suo importante Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980, Mursia Editore, collana diretta da Giovanni Getto, Squarotti ed Edoardo Sanguineti.in Febbre, furore e e fiele, citando solo il tuo nome e cognome a pag.302, dedicando a me le pagg.309 e 385, mentre Vittoriano Esposito ti dedicò solo una citazione, nome e cognome a pag, 163 e a me le pagine 165-166-632-633 e 634 in Poesia del 900 Italiano.Questo per dirti che la critica non ti ha mai considerato neppure con la sfilza di premi che vanti nei curriculum. La tua, secondo il mio giudizio, è una poesia egocentrica, anatomopatologica, dichiarativa dell’IO, delle piccole cose di pessimo gusto, una vera allucinazione quella di considerare la tua la più bella poesia, rispetto alle altre, Sei un poeta apoetico, chiaramente biografico (e che ce ne frega delle tue cose psichiche e deformanti) di stagione superata, di stato patemico, pietoso,come uscito da un Hospital Day da codice rosso, se continui nelle tue sclerotiche asserzioni quando ti esprimono giudizi amichevoli e controbatti con i tuoi pieghevoli apprezzamenti tipo:”sono confuso (e lo credo),emozionato commosso, mi date le emozioni, ecc. ecc.

    • Caro Martino,
      ti potevi risparmiare questa ironia molto telefonata, la risposta di Gabriele tela sei proprio cercata…

      • Salvatore Martino

        Carissimo Giorgio tu sai bene che le motivazioni offensive date da Gabriele sono dettate soltanto da acrimonia e mi meraviglia che tu applauda …un po’ di ironia a volte può essere anche producente. Le mie non erano considerazioni malevole, la lunghezza e la ripetitività delle attestazioni filosofiche sono a tutti evidenti e mi auguro sfocino in realizzazioni tese a cambiare come dico il panorama della mediocre poesia italica. Caro Gabriele i critici che hanno parlato della mia poesia nel corso di molti anni si chiamavano Ruggero Jacobbi,,Giacinto Spagnoletti,, Lucio Zinna, Gaetano Salveti, e si chiamano Giovanni Occhiipinti,, Sergio Campailla,, Fabio Pierangeli, Giuseppe Panetta,
        Anna Maria Carraroli, Giorgio Linguaglossa, Luciana Vasile,Donato di Stasi e qualcun altro che mi sfugge a quest’ora tarda della notte.Ma l’importante non sono le lodi dei critici, ma l’aver fatto in luogo di non aver fatto come scriveva Ezra Pound, l’avere scritto soltanto pochi versi memorabili. Comunque caro Gabriele io non ti ho mai offeso come ripetutamente hai fatto tu ricorrendo talvolta persino al turpiloquio, raccomandandomi passaggi in farmacia per tranquillanti o addirittura supposte..e io non ho mai risposto a codeste tue provocazioni. Chissà forse Linguaglossa non ha mai letto i tuoi commenti velenosi nei miei riguardi, spesso conditi da parole disdicevoli in bocca ad un poeta della tua età, guarda caso che è anche la mia. Rimanere su sponde diverse di pensiero e quindi di poetica non autorizza la cosiddetta controparte non solo ad insultare, invece che tentare un bagno di umiltà, considerando che anche gli altri possono avere ragione in qualche cosa.Torniamo a cancellare la violenza, almeno quella verbale, farebbe bene a tutti. Con una certa amarezza scrivo queste parole anche se la notte volge al suo primo sorriso.

        • gino rago

          Filosofia del frammentismo : l’Arte contemporanea
          verso una nuova Estetica

          – I segni dello sfacelo sono la cifra di autenticità dell’arte moderna.

          – Dalla ‘morte di Dio’ e dalla crisi della visione platonico-cristiana, l’arte contemporanea registra la fine del “centro” e della verità dogmatica, con la conseguente deflagrazione del senso.

          – L’arte contemporanea assume il ‘frammento’ come il sigillo del mondo contemporaneo e della moltiplicazione della prospettiva.

          – Il ‘frammento’ è l’intervento della morte nell’opera d’arte.

          – La filosofia del ‘Frammentismo’ non è una tecnica ma è la visione del mondo dell’Artista.

          – Il ‘frammento’ quindi è nella nuova estetica la Weltanshauung dell’artista, da tradurre in opera d’arte.

          – Il “Tutto” è ormai frantumato, disperso. Può essere ritrovato soltanto in forma di frammento.

          – Il frammento, dunque, come parte del “Tutto”, ma come parte compiuta e finita.

          – Pertanto, spostando nell’opera su una tela un frammento da una posizione a un’altra, l’economia estetica generale dell’opera rimane intatta, inalterata.

          – L’Opera nell’arte contemporanea fondata sulla ” filosofia del frammento” annulla l’effetto d’ogni dislocazione sulla tela d’un frammento da un punto a un altro e conserva inalterata tutta la sua resa estetica poiché tale filosofia assume l’assioma che “ogni frammento contiene in sé il tutto disgregato”. Da qui il dolore che irrompe nell’arte moderna frammentata.

          – Non l’arte moderna è in crisi ma è la crisi nell’arte contemporanea.

          Gino Rago

          • gino rago

            Caro Salvatore Martino, se un artista fa sue, nel suo operare nell’arte, i punti a comporre una sorta di manifesto-estetico, e in armonia con questi punti realizza la sua opera, è secondo te un bersaglio sul quale scagliare dardi o sparare pallottole? Se sì, continua pure a farlo verso la NOE e soprattutto contro Mario Gabriele. Altrimenti dovresti spiegare anche tu, con la chiarezza richiesta, perché continui a scrivere sul piano “forma – estetica”, la stessa poesia da 50 anni.
            E’ un fatto di etica e di verità, verso se stessi e verso gli altri. O no?
            Gino Rago

            • Salvatore Martino

              https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19528
              Carissimo Rago con una certa meraviglia e una sorta di amarezza raccolgo le tue parole perché quello che scrivi viene da persona e poeta che stimo molto: Non ho niente contro la cosiddetta NOe se non il fatto che non credo possa avere la esclusiva del verbo. Quanto a Mario Gabriele come ho già detto non mi sono mai peritato di controbattere le sue parole offensive profuse a piene mani nel corso di vari commenti. Ho solo notato che mi era molto piaciuta e l’avevo oltremodo stimata la sua poesia del recente passato e che queste ultime prove non mi sembravano all’altezza delle precedenti. Non un peccato di lesa maestà! E dato che anche tu fai parte della NOE non puoi non ricordare quanto ho scritto sui tuoi versi. Infine la cosa che mi addolora di più è la tua affermazione :perché continui a scrivere sul piano-forma estetica, la stessa poesia da cinquanta anni. E questa mi pare una solenne bugia, o forse tu non hai letto tutta la mia opera…comunque tra “Attraverso l’Assiria” e “La fondazione di Ninive” e i “Sonetti” e “Libro della cancellazione” e “La metamorfosi del buio” ci sono delle differenze profondissime, che stranamente tu non sembri cogliere. Mi procurerebbe un vero dolore ritrovarti aggressivo nei miei confronti. Ti prego non dirmi che mi avvalgo di strali per ferire i poeti che cercano una loro strada costruendosi un “manifesto”, o quantomeno delle direttive, non hanno bisogno di nessuna mia autorizzazione per farlo, i gruppi di rinnovamento sono sempre esistiti e hanno fatto progredire in questo caso la poesia Io chiedo soltanto il rispetto per chi viaggia su binari diversi, e che gli amici che si sono riuniti in un gruppo di ricerca non pretendano di possedere il verbo. Caro Gino. Spero di essere stato chiaro e corretto e che tra noi due si possano dissipare eventuali malintesi. Affettuosamente Salvatore Martino

              • gino rago

                https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19530
                Accolgo con la quieta saggezza del sale e con la calma sapienza dell’acqua di mare, quando il mare è calmo, lo spirito del tuo commento,confidandoti la mia tristezza profonda per il ferimento in te provocato
                da qualche affermazione presente nel mio commento, caro Salvatore Martino.

                Gli è, tuttavia, e ne sono persuaso, che soltanto operando sulla “forma-poesia” si può aspirare a qualche esito nuovo, inconsueto, persino singolare, della poesia, spostandone il baricentro lirico verso nuovi paradigmi e approdi estetici.
                Del resto, caro Salvatore, eri presente anche tu, e come gradito ospite d’onore, per giunta, la sera del 30 marzo 2017 in Laboratorio Poesia Gratuito quando, commentando “Preghiera per un’ombra” di Giorgio Linguaglossa ho segnalato e salutato la forza di quell’autentica novità linguaglossiana ormai nota come “Spazio Espressivo Integrale” dal quale non è più possibile derogare se si vuole davvero aspirare a una poesia che non esito a definire o più semplicemente a indicare come “nuova”.

                Va da sé – e sento perfino che non è facile accettarlo – che tutto ciò che di esperienza poetica si muove ignorando tale “Spazio Espressivo Integrale” o che vibri al di fuori di esso non dico che è “vecchia” poesia, ma di certo non è “poesia nuova”.

                Ciò perché, e anche queste considerazioni mie personali, ma condivise da Giorgio Linguaglossa, da Mario Gabriele, da Letizia Leone, da Costantina Donatella Giancaspero, da Mariella Colonna, da Chiara Catapano, da Steven Grieco-Rathgeb, da Lucio Mayoor Tosi, da Antonio Sagredo, da Giuseppe Talìa, da Gabriella Cinti, di recente, soltanto
                nello spazio espressivo integrale vengono rifondati o ridefiniti il tempo, il nome, l’immagine e la proposizione…. della poesia, parametri decisivi e ineludibili per quella che può essere percepita come NOE.
                Caro Salvatore, io sono persuaso di ciò e da ciò non derogo, neanche per sogno. E se un poeta che si muove nello spazio espressvo integrale nel suo fare poetico viene attaccato o deriso o sminuito senza le dovute analisi dei testi, la mia postura etica mi impedisce di girarmi da un’altra parte facendo finta di niente…

                Tutto qui, senza cuore amaro né ira. Mi sento al servizio della Poesia con tutto me stesso. E lo sto dimostrando in tutti gli ambiti, non soltanto su L’Ombra…
                Gino Rago

                • Salvatore Martino

                  Carissimo Gino ti ringrazio per le belle parole di “pace” e spero che la nostra amicizia che data da così breve tempo abbia una lunga vita. Sono contento delle tue convinzioni intorno al fare poesia e credo che codesta forza ti porterà a raggiungere le mete che intravedi, insieme ai tuoi compagni di cordata. Ti ricordo soltanto che io già quarantacinque anni fa sperimentavo tecniche anche formali che guarda caso non risultavano troppo lontane dal cammino che state intraprendendo. Con un abbraccio familiare Salvatore

                  • gino rago

                    Le mie, caro Salvatore, non sono parole di “pace”, come tu segnali, per il semplice fatto che io non mi sento “in guerra” con nessuno, e figurarsi con te.
                    Per come posso e so fare, difendo senza risparmio di energie i valori della poesia, ovunque io li senta vibrare, senza neanche conoscerne gli autori o le autrici.
                    Ma lascia che io confidi un mio cruccio, un mio unico motivo di perplessità e quasi di acre stupore: ho proposto due eccellenze, di poesia e di esercizio esegetico, Lorenzo Calogero e Francesco Piselli, e nessuno,
                    ribadisco nessuno, ha loro dedicato una meditazione, una riflessione, una parola di consenso o anche di dissenso… Ne sono quasi addolorato. E ne ho anche paura…
                    Gino Rago

                    • Francesca Dono

                      caro Gino, ma no. A volte non si commenta per mancanza di tempo e (vale solo per me) per quanto espresso in precedenza. Calogero lo conosco. Il Piselli per niente. Mi documento …forse si…e ti ringrazio come Lucio per la segnalazione. Un caro saluto circolare.

                    • Giuseppe Talìa

                      Carissimo Gino, non so Te, ma io, personalmente, dopo otto ore di lavoro, dal lunedì al venerdì, quando va bene, con una famiglia da mandare avanti, lavoro arretrato da recuperare, compiti da correggere, un po’ di vita sociale da perseguire nel fine settimana, poco tempo di ricerca, purtroppo, una domenica di letture private, salti nell’Ombra a scrivere di autori e qualche verso di straforo da scrivere nel poco tempo che rimane, non so proprio come far fronte al tuo commento che ingenera un “grande senso di colpa”.
                      Tu hai addirittura paura che nessuno abbia commentato il Piselli (non conoscevo, per cui ti ringrazio della conoscenza, mi documento e poi dico), quanto al Calogero egli è!
                      Se poi le tua proposta di cui temi non vi siano sufficienti risposte, tu la inserisci tra i commenti, allora la cosa diventa più difficile del dovuto. Significa andare a ricercare costantemente le miriadi di commenti che giornalmente affollano l’Ombra.
                      Perdonaci dunque, ma qualcosa può sfuggire.
                      Con stima e affetto
                      Giuseppe

                  • Mariella Colonna

                    Caro Salvatore Martino, non conosco bene la tua persona e la tua poesia, ma alcuni tuoi versi mi hanno fatto comprendere che hai una fantasia fervida e, cosa molto importante, grande amore per la Poesia. Dovresti frequentare il bog più spesso e cercare il buono che cc’è nella nostra passione per la NOE. a chi ironizza sull’ARCA DI NOE’ vorrei ricordare che …è vero che dentro, oltre a Noe’ e famiglia c’eranotanti animali, ma è anche vero che ha portato alla salvezza i pochi sopravvissuti al diluvio. Mi sembra di aver capito che tu ami l’ironia…allora per me sei più che benvenuto qui da noi , ma ti prego di fare ironia e autoironia (qui ce n’è molto bisogno) non sarcasmo. Il contraddittorio è fondamentale se vogliamo crescere, ma anche troppe parole, magari dette con asprezza, non ci permettono di prendere serenamente in esame i testi poetici e analizzarli per entrare nel loro significato profondo (se c’è, naturalmente).
                    Allora a presto…e portaci la più bella delle tue poesie o falla scegliere a Linguaglossa…che se ne intende!

          • Mariella Colonna

            https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19558
            Caro Gino, la tua acuta e approfondita analisi della filosofia del ‘frammentismo’ chiarisce molti aspetti dell’Arte contemporanea” aiutando il lettore e lo spettatole ad accedere all’apparente incomprensibilità dell’opera d’Arte del ‘900 e oltre. Però c’è da chiedersi se e quando il pittore, ad esempio, riesca a rendere l’idea filosofica che in ogni frammento sia racchiuso il tutto. La cosa mi sembra più accessibile in poesia perché attraverso simboli, metafore, analogie etc. si riescono a legare ed afferrare più parti di realtà e ad intuire il senso globale del tutto, come accade nella musica, almeno in quella dei grandi: bastano poche note e riconosciamo Wagner, Mozart, Bach, Verdi, che rappresentano il “tutto” di quelle singole note. Quello che risalta nell’Arte e in buona parte della Poesia moderna è LA DISGREGAZIONE DEL MONDO CONTEMPORANEO, IL CAOS. L’impegno della Nuova Ontologia Estetica è ricomporre il grande mosaico del linguaggio poetico inserendo il “frammento” come pietra angolare nel recupero dell’essere profondo delle cose in una una Bellezza (alla Dostoevskij) che esprima il nuovo senso della dimensione umana dopo la crisi e il nuovo collegamento con l’Essere. Grazie per il tuo interessante e lucido intervento!

            • Mariella Colonna

              Dimenticavo…ci hai fatto conoscere due poeti molto singolari: Francesco Piselli che, congrande generosità ha parlato, in modo competente documentato e colto, di Lorenzo Calogero: poeta della solitudine sofferta e del rifiuto della vita che pure amava. Francesco Piselli ha sintetizzato così il suo contributo poetico, che si affianca ad un grande impegno di ricerca :”Resta il bagliore continuato, la lettura magico-estetica dell’essere, che è nei risultati lirici tutta la sua storia, e dalla cui unità derivano l’arco coerente e commovente d’una vita, e la melodia ininterrotta e il caratteristico contesto omogeneo consecutivo dell’espressione.” Grazie anche di questa iniziativa, volta al ricordo di Lorenzo Calogero e grazie al gesto gentile della figlia di Francesco Piselli.

            • Cara Mariella, permettimi di non essere d’accordo con quanto hai scritto qui. Penso infatti che “il tutto” non esista; che in pittura il tutto non sta oltre lo spazio delimitato dell’opera bensì nella sua finitezza; esattamente come in poesia il frammento si completa in sé. Non so se la Nuova Ontologia Estetica tenti di “ricomporre il grande mosaico”, sicuramente sta compiendo i primi coraggiosi passi dentro, nel nulla. Personalmente trovo questo comportamento perfettamente conseguente alla comprensione nietzscheana della Morte di dio.

              • Caro Lucio, probabilmente non diciamo cose diametralmente opposte, ma vediamo la struttura ontologica della parte e del tutto da prospettive diverse. A livello di infinitamente piccolo in fisica probabilmente hai ragione tu: nel frammento c’è tutto, nel senso che l’infinitamente piccolo corrisponde l’infinitamente grande perché le stesse leggi della fisica reggono l’ordine dell’universo nel tutto e nella parte. Però nella dimensione dell’Arte le cose cambiano perché c’è l’intervento dell’artista: e l’artista non può esprimere il (senso del) tutto nel frammento, come non riesce ad esprimere l’idea globale dell’universo che la mente limitata dell’uomo non può mai afferrare nella sua pienezza.(ma non eran da ciò le proprie penne, Dante 33° del Paradiso) Le cose cambiano con la parola.(…se non che la mia mente fu percossa/ da una luce in che sua voglia venne…all’alta fantasia qui mancò possa) Ma ne parleremo più a lungo un’altra volta perché adesso è l’una di notte! Grazie per l’intervento chiarificatore.

  13. Mariella Colonna

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19487
    CONVERSAZIONE CON UNA PIETRA

    Busso alla porta della pietra.
    – Sono io, fammi entrare.
    Voglio entrarti dentro,
    dare un’occhiata,
    respirarti come l’aria.

    – Vattene – dice la pietra,
    sono ermeticamente chiusa.
    Anche fatte a pezzi
    saremo ermeticamente chiuse.
    Anche ridotte in polvere
    non faremo entrare nessuno.
    (….)
    Wislava Szymborska

  14. Mariella Colonna

    Speravo che il dibattito prendesse una piega diversa… più aperta e serena…ma non tutto è perduto. La Nuova Poesia è più forte dei NO, farà parlare le pietre, sradicherà le montagne, farà piovere sulle terre aride, farà sorgere la luna perché sorrida al bacio degli amanti. I Poeti pazzi e felici sono sempre stati così…non proprio tutti, per fortuna delle persone serie!

  15. antonio sagredo

    A PROPOSITO DELL’INDOVINELLO:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19490
    Gentile Pierno, non è BORGES.
    Per facilitare, l’autore è europeo, ma non appartenente alla letteratura slava.
    ————————————————————————
    Quanto alla polemuccia – che è una battaglia di Lissa o una vittoria di Pirro -, specie per chi dovrebbe invece incentivare alcune posizioni oltranziste, nel senso che da decenni dichiaro dovunque capiti e davanti a chiunque senza aver peli sulla lingua che la poesia italiana già dagli anni ’70 doveva mutare direzione, stile, linguaggio ecc. Me ne accorsi di quel che andavo scrivendo e come lo scrivevo: i miei “Poemi (di un) idiota” testimoniano la mia inattualità.

    – — Non bastò Pasolini o Sanguineti o qualche altro valente come Manganelli, lo stesso Bene lo avvertì nei primissimi anni ’60…, Fo beffeggiava con arguzia, Arbasino scrisse di ritardi culturali di 15 / 20 anni, Ripellino scrollava le spalle per vari disappunti: sapeva ben vedere con ironia e autoironia il quadro generale,
    altri fuoriclasse avvisano che il tempo per la Poesia italiana era scaduto, ma i grandi editori, grandi in tutto anche nelle loro coglionerie editoriali continuavano a propinare poesiole per i delicati gusti del lettorino… attenti a non sollecitarlo troppo! – Colpevole tutta l’editoria del Nord che sapeva ben fare i suoi affarucci con figure di poetastri che ora sono al potere… queste grandi case editrici pubblicano schifezze di continuo, e si fanno ben pagare dagli autoruzzi a suon di migliaia di euro la pubblicazione: felici entrambi e cretini i lettori che comprano simili schifezze.

    Insomma… il sentimentalismo versificatorio ha tante maschere: una più vuota dell’altra… è il trionfo del vacuo sublime che si nutre di quotidiani drammucci e lacrimucce da far passare come esempi di grandi tragedie classiche o drammoni … e se il lettore italiano per assurdo non comprasse più libri – mi limito ai libri di poesia ufficiale – non sarebbe forse l’inizio di un rinascimento della Poesia stessa?!

  16. antonio sagredo

    INVITO AI GIOVANI DI TUTTO IL MONDO A PARTECIPARE A QUESTO BLOG COI VOSTRI INTERVENTI “GIOVANILI” : QUESTA E’ LA PREGHIERA DELL’ ” AVANGUARDIA SENILE ” !!! –
    VI ATTENDIAMO CLEMENTI E IMPLORANTI… VOGLIAMO LEGGERE I VOSTRI VERSI E VEDREMO SE AVETE GLI “ZIBBIDEI” !!!

    • Mariella Colonna

      Sottoscrivo, in pieno l’invito rivolto ai giovani di Antonio Sagredo,nella speranza che i giovani aderiscano per quel puro e appassionato amore per la poesia che riunisce i collaboratori e redattori dell’Ombra! Io sono sicura che ce ne siano…e anche molto bravi: impegniamoci a cercarli!

  17. Francesca Dono

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19502
    io non so se sono giovane o vecchia, comunque mi alterno tra le due età anche se poi durante il passaggio divento nessuno.

    | |…infine il sofà e la vasca da bagno nel padiglione rosaceo.
    I vermi ci vennero addosso dall’ imbuto
    per l’acqua solida.
    Non tenere la pinza sui capelli.
    Pulisci le mani dopo avere urinato.
    Nell’inerzia dei corpi-fiammiferi la falda di zolfo
    che abbiamo concepito .
    Legno grezzo.
    Caffè e tartare di salmone in un cono di carta.
    Più volte ho dato la cera al linoleum . Fino in cucina le foche affamate di cibo e vento.
    Spiragli-farfalla.
    Sofenidianglosassoni*.
    Mi lascio nel nulla.
    |…Erba refrattaria ad ogni antibiotico|.
    Tu già bagnato dentro la doccia di vetro.
    Bianchi giacinti bluastri scendono.
    L’intorno umido.

    • Complimenti per questa poesia Francesca, adesso devo partire per Milano, ci vorrei tornare sopra quando sarò a casa. È una poesia nata da un altro sguardo, schietta, perfino brutale, ripugnante perfino, drammatica. Bene, hai messo al bando il paroliere dei poetini bene educati, hai scacciato tutte le piovre della bonomia e del bon ton. Continua così.

      Ad Antonio Sagredo, gli dico di non preoccuparsi,, tanto ormai nessuno acquista più un libro di poesia. A questo punto dovevamo arrivare dopo un trentennio di pubblicazioni fatte dagli uffici stampa degli editori a guida cloroformizzata.

    • Giuseppe Talìa

      Questa tua ultima, cara Francesca, solletica molto il mio primo libro di poesie. Anche io, allora, cercai di dare una spatolata alla decadenza-indecenza di certa poesia di cui mi ero nutrito: Sofenidianglosassoni (sofà vittoriano)
      Sarebbe interessante classificare questi tuoi versi attraverso una sorta di psicoanalisi, “I vermi ci vennero addosso dall’imbuto/per l’acqua solida.”, quando chiaramente il testo si rivolge a un rapporto relazionale in cui l’Altro viene lacananiamente rimodellato, riconiato e revisionato (legno grezzo), e sono le tube di falloppio che comandano, “mi lascio nel nulla”. |…Erba refrattaria ad ogni antibiotico|.
      “Bianchi giacinti” (simbologia auto-espressiva)
      Per finire con la chiusa “l’umido intorno”.

      Interessante davvero.

      • Francesca Dono

        grazie Giuseppe. Provo a non farmi influenzare da certa letteratura. Umanamente sarà forse utopistico, ma tentare di creare non nuoce. Gli ingredienti principali su 100 grammi di impasto restano sempre uguali: 30% di ricerca-20% di coraggio – 20% di ribellione-20% di sempredubbi-10%di pocomimportadellacelebrita’- Un caro saluto.

  18. Francesca Dono

    Grazie Giorgio. Si è così.

  19. antonio sagredo

    Non sarei così drastico come Linguaglossa: se i libri di Poesia (P maiuscola) non si venderanno più, questa volta la Poesia è finita davvero, e non come quella volta di cui disse e scrisse Adorno, sbagliando. Si sbaglia Linguaglossa? Ma i libri di Poesia continueranno a vendersi. O si ritornerà alla Poesia orale?

  20. C’è disoccupazione, perché non dovrebbe essere così anche per tanta poesia? Pasolini se la portò al cinema – in fondo i suoi film sono poesie illustrate, storie che si reggono su parole e dialoghi – e questa secondo me è un’indicazione che andrebbe considerata. Siamo circondati da immagini senza parole. Avremmo frammenti per capannoni, tralicci dell’alta tensione, colonne doriche, affreschi… parchi autunnali per innamorati muti, luoghi per l’intrattenimento dove la sola parola aggiunta è “ticket”. E nessuno se ne accorge…

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19543
    Ma no, caro Gino Rago,
    il fatto che nessuno abbia fatto seguito al tuo interessante scritto su Calogero non significa che non lo si sia letto, e volentieri. Figurati, avevo 16 anni quando trovai il suo libro edito dalla Lerici in una bancarella dell’usato – ma si può? – fortuna mia, che anche senza saperne lo acquistai. Oggi mi piacerebbe confrontare certi suoi versi con alcuni di Tranströmer. Son poeti influenzati dal surrealismo. Certo, il clima culturale in cui si trovò ad operare Calogero era ben differente. Di Francesco PIselli non so nulla, ma ti ringrazio per la segnalazione che approfondirò.

  22. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/17/la-precarieta-del-moderno-la-perdita-della-memoria-e-il-grande-progetto-per-la-poesia-italiana-dibattito-a-piu-voci-intorno-alla-nuova-ontologia-estetica-mariella-colonna-giorgio-linguaglossa-gi/comment-page-1/#comment-19547
    Caro Gino,
    Quando Lorenzo Calogero attraverso l’interessamento di Sinisgalli raggiunse Sereni per una pubbliccazione sullo Specchio, ricevette un «no» possibilista e condizionato da alcune riserve… Poi fu pubblicato da Lerici, editore che poi fallì perché aveva stampato libri formidabili, così interessanti che il pubblico di allora non riusciva a capire…..

    Il problema della poesia di Calogero è il problema di sempre: quando un poeta di rango fa una poesia in dissonanza con la poesia del suo tempo e dei suoi interlocutori, allora ecco che riceve dei giudizi negativi e viene respinto. Anche Sereni, che era un poeta intelligente ed onesto intellettualmente, era pur sempre un poeta che non riuscì mai ad avere una concezione comprensiva della poesia italiana ed europea del suo tempo… ma forse questo difetto è quasi inevitabile, non era soltanto un difetto personale di Sereni…

    Il problema oggi del resto è ancor più grave semmai dalla mancanza di un interlocutore attento e sensibile come pur sempre era Sereni, adesso negli uffici stampa degli editori maggiori e minori ci sono dei semplici addetti alla poesia, non hanno né carisma intellettuale né personalità morale intellettuale né una preparazione che li metta in grado di recepire la qualità letteraria, anzi, la qualità dei testi viene vilipesa ogni giorno da persone che cmqsia non sono in grado di esprimere giudizi estetici ponderati. Pensiamo un attimo alla disattenzione della grande editoria verso un poeta di livello europeo come Kjell Espmark, basterebbe questo esempio per far capire qual è la situazione della editoria italiana di poesia….
    Non aggiungo altro. Ho già detto troppo.

  23. 5
    Eppure sederti accanto è una mistica comprensione
    il rimirare assorto quell’infinito che danza.
    La stessa, sorreggiti, fluttuante immagine lunare.
    Mi porto dove il cuore ondeggia la mente
    e le tue braccia afferrate hanno alito di autunno,
    quei sospiri* quei sussulti di foglie spazzate, ubriache.

    * leggi pure babà, dolce più indicato d essere imbevuto,
    ma meno poetico.

    Rispondi

  24. gino rago

    A nome di Francesco Piselli, della figlia Ethel, di Lorenzo Calogero, desidero dire “grazie”, scusandomi per il ritardo, a Francesca Dono, a Giuseppe Talìa, a Mariella Colonna, a Giorgio Linguaglossa, a Lucio
    Mayoor Tosi per avere, con tanta intelligenza e tanto garbo, intercettato
    e in loro accolto il senso del mio “risentimento” che poi tale non era, né mai
    potrà essere, conoscendomi, essendo un fremito interno più simile alla
    tristezza.
    Grazie ancora. Anche questi gesti da vasi comunicanti fanno la cifra
    di questa Rivista, una cifra di stile, di ascolto, di accoglienza.
    Gino Rago

  25. per Antonio Sagredo:
    ARAGON?

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