DIBATTITO A PIÙ VOCI: NON LA POESIA È IN CRISI MA LA CRISI È IN POESIA – ALCUNE QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA – LA QUESTIONE MONTALE-PASOLINI – ALLA RICERCA DI UNA LINGUA POETICA: TOMAS TRANSTRÖMER 

locandina antologia 3 JPEGGiorgio Linguaglossa

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Due verità si avvicinano l’una all’altra. Una viene da dentro, una viene da fuori
e là dove si incontrano c’è una possibilità di vedere se stessi
*
Talvolta si spalanca un abisso tra il martedì e il mercoledì ma ventisei anni possono passare in un attimo: il tempo non è un segmento lineare quanto piuttosto un labirinto, e se ci si appoggia alla parete nel punto giusto si possono udire i passi frettolosi e le voci, si può udire se stessi passare di là dall’altro lato.
*
Che cosa sono io? Talvolta molto tempo fa
per qualche secondo mi sono veramente avvicinato
a quello che IO sono, quello che IO sono.
Ma non appena sono riuscito a vedere IO
IO è scomparso e si è aperto un varco
e io ci sono cascato dentro come Alice
*
Lasciare l’abito / dell’io su questa spiaggia, / dove l’onda batte e si ritira, batte // e si ritira.
*
Una fessura / attraverso la quale i morti / passano clandestinamente il confine
*
Ho fatto un giro attorno alla vita e sono ritornato al punto di partenza: una stanza vuota
*
… una mattina di giugno quando è troppo presto per svegliarsi e troppo tardi per riaddormentarsi…
*
… e dopo di ciò scrivo una lunga lettera ai morti
su una macchina che non ha nastro solo una linea
d’orizzonte
sicché la parole battono invano e non resta nulla
*
Io sono attraversato dalla luce
e uno scritto si fa visibile
dentro di me
parole con inchiostro invisibile
che appaiono
quando il foglio è tenuto sopra il fuoco!
*
Leggevo in libri di vetro…
*
Stanco di tutti quelli che si presentano con parole,
parole ma nessuna lingua
sono andato sull’isola coperta di neve
[…]
La natura non ha parole.
Le pagine non scritte si estendono in tutte le direzioni!
*
…la baia si è fatta strana – oggi per la prima volta da anni pullulano le meduse, avanzano respirando quiete e delicate… vanno alla deriva come fiori dopo un funerale sul mare, se le si tirano fuori dall’acqua scompare in loro ogni forma, come quando una verità indescrivibile viene fatta uscire dal silenzio e formulata in morta gelatina, sì sono intraducibili, devono restare nel loro elemento

Sono versi di Tranströmer… il problema è che il «vuoto» c’è, e chi non lo ha mai intravisto non lo metterà mai nella propria arte… il problema è percepirlo e saperlo mettere sulla pagina bianca. Il «vuoto» della civiltà moderna non lo ha inventato la NOE, c’era già prima della NOE.

Giorgio Linguaglossa Antonio Sagredo

Giorgio Linguaglossa

SU ALCUNE QUESTIONI INTORNO ALL’ESSERE E AL NULLA, LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/05/gino-rago-arte-dello-scrivere-due-frammentisti-vociani-a-confronto-clemente-rebora-aldo-palazzeschi-e-pier-paolo-pasolini-un-contributo-alla-rilettura-del-novecento-poetico-italiano-e-un-c/comment-page-1/#comment-19052

Vorrei tornare ai miei spunti e appunti spersi su questa Rivista intorno alla questione del Nulla, del Vuoto e dell’Essere ai fini di una corretta impostazione metodologica della N.O.E. – Il tratto caratteristico e per me fondante, il tratto di distinguibilità io lo rinvengo nella percezione del Nulla, del concetto filosofico e scientifico che il termine Nulla ha. La N.O.E. recepisce questa gigantesca problematica di oggi, comune anche alla filosofia recentissima.

La questione del Nulla non è stata inventata dai redattori dell’Ombra, ma è da più di un secolo che la filosofia e la scienza pensano questa “Cosa”.

Si dice comunemente che «Il Nulla non è» e che «l’Essere è», ponendo il Nulla come originario e fondante l’essere; ebbene, questa impostazione ha il sapore di vecchia scolastica, oggi noi ipotizziamo l’indistinguibilità del Nulla e dell’Essere come dato di fatto filosoficamente inconcusso. Il Nulla significa e, in quanto positivamente significa è equiparabile alla significazione vuota del non-essere, il suo darsi è «vera e indeterminatissima negazione dell’essere»1] – È paradossale che la negatività assoluta, il Nulla, significhi anche qualcosa, proprio come l’Essere il quale significa anch’esso qualcosa. Ovvero, il positivo significare e il negativo significare sono su un piano di assoluta parità ontologica, nessuno dei due riveste un ruolo di priorità ontologica: «la positività del significato ‘albero’, non è assolutamente più originaria di quella predicabile dal nulla».2] Ovviamente, parlando di positività del nulla noi intendiamo la sua assoluta indeterminazione che non assume alcun ruolo prioritario nella individuazione di un qualunque essere dal punto di vista ontologico.

Questo «è» consiste nella SUA assoluta mancanza di determinazione e dunque costitutivamente connaturato con il Nulla. Così, Prima dell’Inizio, il nulla che è e l’essere che non è, si danno simultaneamente la mano.

Con le parole di Severino: «pensare “quando l’essere non è“, pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l’essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell’essere e del nulla».3]

Lo stesso Severino afferma che il principium firmissimum riesce a strutturarsi «solo in relazione con il negativo, e l’incontrovertibilità può esser posta solo in quanto originariamente implicante una relazione con il nulla». Il Nulla di cui il filosofo italiano parla «non è il non-essere determinato ma il nulla in quanto «nihil absolutum», l’assolutamente altro dall’essere».

Ciò significa che anche l’Originario è auto contraddittorio, esso si dà quando non si dà, cioè quando non è Principio di alcunché: di qui la natura intimamente antinomica e paradossale dell’Originario. L’Originario non è un ente che si costituisce in ente ma è qualcosa connaturata al suo non-essere e, quindi alla sua stessa inconsistenza dal punto di vista dell’ente…

Da quanto precede, è ovvio che leggere la mia poesia Preghiera per un’ombra, presuppone il porsi nella dimensione esistenziale di accoglimento del Nulla e del non-essere (e quindi del tempo) sullo stesso piano ontologico di parità indistinta. La Nuova Ontologia Estetica non poteva sorgere che in questo nuovo orizzonte di pensiero filosofico. Questo mi sembra incontrovertibile.

Il problema in ambito estetico è percepire il nulla aleggiare nelle «cose» e intorno alle «cose», percepire il vibrare del nulla all’interno di una composizione poetica così piena di «cose» e di significati… per scoprire che tutte quelle «cose» e quei «significati» altro non erano che il riverbero del «nulla», il solido nulla del nostro nichilismo…

La positività del nulla è la sua stessa nullità, la sua nullificazione. Credo che questo sia chiaro a chi legga la poesia con la mente sgombra, facendo vuoto sul prima della poesia, leggerla come si respira o si guarda uno scricciolo che trilla, come un semplice accadimento che accade sull’orlo di qualcosa che noi non sappiamo… Ascoltare la progressiva nullificazione del vuoto che avanza e tutto sommerge nella sua progressiva forza nientificante. È questo appunto di cui tratta la Nuova Ontologia Estetica, prima ancora di parlare di metro, di parola e di musica… e quant’altro…

1]Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Milano-Udine 2008 p. 183
2] Ivi, p.199
3] Emanuele Severino “Ritornare a Parmenide”, in Essenza del nichilismo, Milano 1982, p.22
4] Emanuele Severino, La struttura originaria, Milano 1981, pp.181-182 e p. 209

Mario Gabriele Maurizio Ferraris

Scrive Maurizio Ferraris:

«A livello ontologico, il quadridimensionalismo come iscrizione della traccia (perché questo, in ultima istanza, è il quadridimensionalismo: che insieme al lungo, al largo e al profondo ci sia anche il passato) assicura l’evoluzione, ossia lo sviluppo delle interazioni. in secondo luogo, a livello epistemologico, quello in cui la memoria ricorda, il quadridimensionalismo permette la historia, la ricostruzione dello sviluppo temporale degli individui. Se Proust ne avesse avuto il tempo, avrebbe potuto scrivere la storia dell’universo. Provo a spiegare questa affermazione magniloquente.

La domanda ontologica “che cosa c’è?” può allora venire articolata in due domande distinte: da una parte “che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spazio tempo?”; dall’altra “che cosa ci sarebbe per un osservatore privilegiato, che osservasse lo spaziotempo dal di fuori?”.»

Cari amici Claudio Borghi e Mario Gabriele,

io sono profondamente convinto che la poesia che dobbiamo scrivere è quella che apre degli spiragli sulla quadri dimensionalità. Come farlo sta al talento di ciascun poeta, al proprio bagaglio di esperienze storiche, la NOE non pone alcuna recinzione a questo compito, tutte le strade sono possibili e percorribili, quello che a noi della NOE sembra indiscutibile è che in questo modo si aprono per la poesia possibilità ed esiti inattesi e potenzialmente ampi per l’espressione poetica. Io penso (ma è solo un mio pensiero) che per far questo sia indispensabile costruirsi un proprio metro, il cosiddetto «libero», che poi non è libero affatto, l’importante è abbandonare la visione monoculare della poesia pentagrammatica e fonetica che dà luogo ad un verso unilineare e temporalmente condizionato da una mimesi filosoficamente ingenua. In questo modo si mette in archivio la impostazione unilineare del tempo e dello spazio. Quel tipo di poesia lì si è fatta per secoli e per tutto il novecento, adesso è venuto il momento di cambiare registro.

Annamaria De Pietro Stefanie Golish

Claudio Borghi 

9 aprile 2017 alle 13:54 

Questo è il punto critico, Giorgio. Tu sostieni (coerentemente parli di un tuo libero pensiero, che non pretendi imporre) che “l’importante è abbandonare la visione monoculare della poesia pentagrammatica e fonetica che dà luogo ad un verso unilineare e temporalmente condizionato da una mimesi filosoficamente ingenua”, ecc. Ma in che senso la poesia novecentesca è monoculare? In quanto interpreta il tempo come unilineare e non lo sente appartenere a una struttura quadridimensionale? L’esperienza del tempo psicologico, in quanto prolunga la mente nella memoria, è per tutti quella di una quarta dimensione vissuta dall’interno: ritenere di fondare su questa consapevolezza una rivoluzione estetica è a mio avviso ingenuo, soprattutto laddove si ritiene di caratterizzarla sul verso libero, sul metro vario in antagonismo con la presunta statica “unilinearità” dell’endecasillabo. Il novecento è stato il secolo delle sperimentazioni linguistiche, il verso libero e la poesia in prosa sono, come sai, un portato ottocentesco, del simbolismo francese in particolare (Aloysius Bertrand, Baudelaire, Rimbaud…), ma il problema non è tanto questo. Tu ribadisci la necessità di andare oltre, lasciarsi indietro Bertolucci, Bacchini, ecc., come si trattasse di esponenti di una poesia che ha esaurito le sue potenzialità in quanto legata a una concezione ingenua del tempo lineare. In che senso il tempo interiore è non lineare? Forse che si ritiene psicologicamente di poter sperimentare il tempo come legato a una struttura quadridimensionale? Non è chiaro questo aspetto (lo stesso Ferraris in sostanza non ha risposto laddove la Giancaspero l’ha sollecitato su questo punto, ha fornito un’analisi impeccabilmente fenomenologica in quanto, credo, ha sentito il pericolo del possibile anomalo legame tra ontologia ed estetica, che dovrebbero restare sempre separate), sembra una volontà e una dichiarazione di intenti confusamente quanto suggestivamente legata alla scienza. La relatività è costruita su una varietà quadridimensionale, lo spaziotempo, ma il tempo relativistico nulla ha a che fare col tempo della coscienza o con la memoria. Dal mio punto di vista, e a questo è orientata la mia ricerca sia in fisica che in poesia, il problema è come avvicinare la scienza e l’arte o la scienza e la filosofia, dopo che le rivoluzioni della fisica teorica hanno stravolto la rappresentazione che del mondo gli uomini si sono fatta fino all’ottocento. E’ questo che, in particolare nelle sezioni in prosa di Dentro la sfera, ho cercato di fare, e mi sono sentito dire (incredibile, vista una realtà che a me pare piuttosto oggettiva) di essere legato all’unilinearità novecentesca, quindi, in un certo senso, a una percezione ingenua del reale. L’arte, Giorgio, è il portato di un’esperienza spirituale profonda: non si supera l’arte del novecento, in ispecie quella dei suoi esponenti più ricchi di forma immaginativa e di pensiero, sostenendo che hanno indagato il mondo alla luce di una “mimesi filosoficamente ingenua”, in quanto nessuna visione del mondo è ingenua se nasce da un’esperienza di vita spiritualmente autentica. Per far dialogare arte e scienza occorre conoscerle entrambe, non lasciarsi guidare da suggestioni teoretiche tentando esperimenti di quadridimensionalità di cui, almeno così a me pare, non è chiaro lo scopo, a parte l’intenzione esplicita di “cambiare registro”. Oltre allo spazio in cui nuotano i nostri sensi c’è il tempo in cui nuota la memoria e più in generale la mente, di cui la memoria è una componente necessaria. L’arte è grande se riesce a sondare questa profondità non spaziale, a innescare luce in un baratro scuro in cui l’io, cerino acceso, riesce a vedere ben poco con le sue povere forze, ma ugualmente tenta sintesi, cerca contatti, indaga forme, inventa armonie, elabora teorie.

Osip Mandel’stam Georg Trakl

Giuseppe Talìa

9 aprile 2017 alle 19:54 

Il maestro Hoyko riversò per terra un sacchetto pieno di monete d’oro e disse agli allievi: “prendetele e usatele”. E gli allievi, come scalmanati, si accapigliarono fra di loro per procurarsene il più gran numero.
Quando non rimase più alcuna moneta il maestro Hoyko disse: “C’è tra di esse una moneta falsa ma non la riconoscerete dal tinnire del metallo, né dal suono fesso, né dal modesto brillio, né dal peso in sé, né dalla grandezza della moneta, né dall’effige del re”.
“Oh, maestro” chiese il migliore tra gli allievi “come potremo allora noi discernere il grano dal loglio se non c’é differenza alcuna?”

G. Linguaglossa, La Filosofia del Tè, 2015

Steven Grieco Rathgeb Donatella Costantina Giancaspero

Donatella Costantina Giancaspero

 13 aprile 2017 alle 20:54

gentile Inchierchia,

le rispondo semplicemente trascrivendo due poesie di Transtromer che hanno tutti i requisiti di una nuova ontologia estetica (e non “estetica ontologica” come da lei erroneamente riportato). Come vede la nuova ontologia è abbastanza vecchia considerando che queste poesie sono state scritte diversi decenni or sono.

SULLA STORIA (PARTE V)

Fuori, sul terreno non lontano dall’abitato
giace da mesi un quotidiano dimenticato, pieno di avvenimenti.
Invecchia con i giorni e con le notti, con il sole e con la pioggia,
sta per farsi pianta, per farsi cavolo, sta per unirsi al suolo.
Come un ricordo lentamente si trasforma diventando te.

MOTIVO MEDIEVALE

Sotto le nostre espressioni stupefatte
c’è sempre il cranio, il volto impenetrabile. Mentre
il sole lento ruota nel cielo.
La partita a scacchi prosegue.
Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
Il sole ruota lento nel cielo.
La partita a scacchi si interrompe sul pari.
Nel silenzio di un arcobaleno.

Cesare Pavese Gino Rago

Lucio Mayoor Tosi

13 aprile 2017 alle 21:31

A proposito di realtà percepita nella realtà stessa:
«Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?».

Tratto da un articolo di Andrea Cortellessa.

Alfredo de Palchi W.H. Auden

Giorgio Linguaglossa

NON LA POESIA È IN CRISI MA LA CRISI È IN POESIA 

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/05/gino-rago-arte-dello-scrivere-due-frammentisti-vociani-a-confronto-clemente-rebora-aldo-palazzeschi-e-pier-paolo-pasolini-un-contributo-alla-rilettura-del-novecento-poetico-italiano-e-un-c/comment-page-1/#comment-19042

Non la poesia è in crisi ma la crisi è in poesia. Il mondo è andato in frantumi. È andato in frantumi il principio di identità, quella identità si è poi scoperto che era una contraddizione e il soggetto non può che percepire gli oggetti in frantumi come altamente contraddittori e conflittuali. Lo stesso Severino, il filosofo per eccellenza della identità, ha rilevato che porre A=A è ammettere che A sia diverso da A. che cioè l’identità implica in sé la diversità e la non-identità. Anche Derridà invocava a pensare l’orizzonte della rimozione come dell’accadere di un evento, secondo «una nuova logica del rimosso». L’epoca in cui la crisi è in crisi, richiede alla poesia risposte nuove, che si affranchino dalle risposte che sono già state date, pensare l’orizzonte della parola come un orizzonte del rimosso, una parola che anche quando la riusciamo a profferire, risulta in sé divisa in schisi, solcata dalla scissione…

Gli oggetti esterni sono percepiti frantumati, al pari degli oggetti interni. Anche il metro della poesia ne è uscito frantumato, il metro della nuova ontologia estetica, per eccellenza. Per il fatto di avere questa relazione doppia con se stesso, il soggetto è sempre intorno all’ombra errante del proprio «io», ci gira intorno dall’esterno, lo circumnaviga, sospettoso e distratto. Quello che nella nuova poesia ontologica si presenta è l’allestimento di una scena, di varie scene nelle quali il soggetto e l’oggetto sono irrimediabilmente separati da se stessi come in preda di una diplopia, figura essi stessi della loro schisi, della loro deiscenza all’interno del mondo – quell’oggetto che per essenza distrugge l’«io» del soggetto, che lo angoscia, che non può raggiungere, in cui non può trovare alcuna riconciliazione, alcuna aderenza al mondo, alcuna complementarità. Tra «oggetto» ed «io» si è instaurata una scissione, una Spaltung.

La poesia della Nuova ontologia estetica eredita tutta questa frantumazione del frammento, questa polverizzazione dell’«oggetto», e non potrebbe essere altrimenti. E questa è la sua forza, la forza percussiva delle sue icone semantiche ridotte ai minimi termini dell’azione semantica.

alcuni poeti della NOE

Donatella Costantina Giancaspero

5 aprile 2017 alle 20:36 

NON LA POESIA È IN CRISI MA LA CRISI È IN POESIA 

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Grazie a Gino Rago per questo suo excursus critico sull”ars poetica” di autori che ritengo fortemente innovativi nel Novecento. L’accostamento che ne fa mi pare senz’altro appropriato: Clemente Rèbora, l’ “espressionista” Rèbora, annoverato tra i cosiddetti “vociani”, anche loro (come noi oggi) spinti verso la ricerca di un nuovo linguaggio (una Nuova Ontologia Estetica diremmo noi) dall’esigenza di abbandonare gli schemi tradizionali del secolo precedente; Aldo Palazzeschi, confluito nella rivista La Voce dopo l’esperienza futurista: uno scrittore e poeta controcorrente, nei cui versi Marinetti leggeva «un odio formidabile per tutti i sentieri battuti, e uno sforzo, talora riuscitissimo, per rivelare in un modo assolutamente nuovo un’anima indubbiamente nuova». Intellettuale fervido e lungimirante, mi pare giustamente accostabile a Pier Paolo Pasolini: «insoddisfatto del linguaggio e della forma-poesia del suo tempo – così analizza Gino Rago – già avvertiva in sé l’aspirazione di far muovere i suoi versi in un’area espressiva più vasta di quella fino ad allora esplorata e attraversata». Dopo di lui (e dopo il Montale di Satura), “la crisi nella poesia”, il “mondo in frantumi”, come scrive Giorgio Linguaglossa: quarto e ultimo autore citato, col quale Gino Rago ci conduce alla contemporaneità. La sua «febbrile ricerca poetica» lo pone senz’altro un passo in avanti, oltre la linea consunta di tanta poesia letta e riletta. È il passo in avanti richiesto dai tempi, dall’epoca in cui viviamo. Lo ripeto con le parole stesse di Giorgio Linguaglossa: «l’epoca in cui la crisi è in crisi, richiede dalla poesia risposte nuove, che si affranchino dalle risposte che sono già state date, pensare l’orizzonte della parola come un orizzonte del rimosso, una parola che anche quando la riusciamo a profferire, risulta in sé divisa in schisi, solcata dalla scissione…».
Per questo e per molto altro ancora, la nostra poesia deve procedere con i tempi verso una Nuova ontologia estetica: “Nuova” perché in grado di accogliere tutta la “frantumazione del frammento”, la “polverizzazione dell’«oggetto»”. Ancorché indebolirsi, di questo la poesia si fa forte: «questa è la sua forza, la forza percussiva delle sue icone semantiche ridotte ai minimi termini dell’azione semantica».

Helle Busaccca Roberto Bertoldo

giorgio linguaglossa

7 aprile 2017 alle 8:57 

NOI NON SIAMO SACERDOTI DELLA POESIA, SIAMO DEI POETI CHE VOGLIONO RICOMINCIARE A SCRIVERE POESIA. (LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA).

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/05/gino-rago-arte-dello-scrivere-due-frammentisti-vociani-a-confronto-clemente-rebora-aldo-palazzeschi-e-pier-paolo-pasolini-un-contributo-alla-rilettura-del-novecento-poetico-italiano-e-un-c/comment-page-1/#comment-19072

Quanto scrive Gabriella Cinti mi conforta e mi spinge ad andare avanti nella riflessione sulla Nuova poesia, giacché la poesia deve rinnovarsi altrimenti rimane prigioniera e subalterna di impostazioni concettuali che appartengono ad altre stagioni spirituali e stilistiche.

Quello che tento e tentiamo di fare è costruire una base (anche) filosofica per la nuova poesia, dimostrare che c’è già in atto una nuova filosofia. Citare i filosofi contemporanei, quelli che si occupano dei problemi di cui, su un altro versante, si occupano i poeti di oggi, significa esplicitare che qualcosa di essenziale è cambiata rispetto alle impostazioni di cento anni fa, quelle reboriane e anche quella di Pasolini, il quale non ha potuto portare a compimento il suo progetto di riforma radicale del linguaggio poetico per intervenuta cessazione della sua vita ad opera di assassini di cui ancora oggi sconosciamo nomi e identità. E mi sia consentito dire una cosa molto semplice, anche Montale, con la poesia “Lettera a Malvolio” si è reso corresponsabile del linciaggio di Pasolini. Diciamolo con schiettezza: Montale non avrebbe mai dovuto scadere così in basso e additare l’equazione Pasolini=Malvolio. Era vero il contrario: Montale=Malvolio.

Lo dico e lo ripeto ancora una volta: Montale con Satura (1971) e poi con il Quaderno dei quattro anni del 1971 e del 1972 (1973), mette la poesia italiana in discesa, apre il rubinetto della falsa poesia in discesa, apre alla demagogia di una forma-poesia che si adatta e si arrende alla nuova barbarie mediatica. Si trattava di una resa intellettuale, di una smobilitazione generale, di un rompete le righe e di un si salvi chi può. Quella poesia era una poesia in minore, una pseudo poesia. E questo sia sempre detto con la massima chiarezza e sia ripetuto per i più giovani. Era una falsa sirena ammaliatrice perché Montale metteva in circolo i virus della disintegrazione della poesia a fronte della civiltà mediatica. Montale chiudeva la poesia non in una nicchia ma nel passato remoto. E questo atto di resa intellettuale risulta ormai chiarissimo a circa 50 anni di distanza da Satura.

Mariella Colonna Edith Dzieduszycka

Montale pubblica il Diario del ’71 e del ’72 due anni dopo Satura, mentre le raccolte precedenti avevano visto passare tredici-quattordici anni di pausa tra l’una e l’altra. Nel febbraio del 1971 Montale aveva dichiarato: “Non si tratta di intervalli programmati […]. Non credo sia possibile che appaia un mio quinto libro. Ciò dovrebbe avvenire nel 1985. Non è augurabile né a me né agli altri”[1].

Quanto dichiarato in questa auto intervista, all’uscita di Satura, non è un depistaggio perché in effetti l’autore, che spesso aveva espresso dubbi sulla prolificità della propria ispirazione, compose il Diario, tranne otto poesie, a partire dalla primavera del ’71 e già a fine luglio la prima metà della raccolta (45 poesie), l’intero Diario del ’71, era pronta, tanto che Scheiwiller la pubblicò in occasione del Natale dello stesso anno. Anche il Diario del ’72 ha una genesi breve, divisa in due tempi: il primo da gennaio a marzo; il secondo, dopo una malattia, da settembre a fine ottobre.

Nel Diario del ’71 e del ’72, Montale si allontana dal tono polemico che aveva trovato posto già nelle prose degli anni ’50 e ’60 per poi mostrarsi a pieno in Satura. I temi di cui si compone l’opera spaziano da riflessioni dell’autore sulla poesia stessa (A Leone Traverso, L’arte povera, La mia musa, Il poeta, Per una nona strofa, Le Figure, Asor, A caccia), alla polemica contro l’opportunismo dei suoi tempi, espressa nel genere della lettera in versi (dalle Botta e risposta di Satura a, soprattutto, la Lettera a Malvolio, uno dei componimenti fondamentali dell’opera, polemicamente indirizzato a Pier Paolo Pasolini), i testi che Montale popola di piccoli eventi quotidiani osservati dalla finestra del suo appartamento milanese e quelli di argomento metafisico-teologico. Esistono anche precisi luoghi del Diario che richiamano Satura e la restante produzione del poeta, come dimostra chiaramente soprattutto Annetta, per esempio con la citazione, tra le altre, de La casa dei doganieri.

«La mia voce di un tempo – si può sempre paragonare la poesia a una voce – era una voce, per quanto nessuno l’abbia detto, un po’ ancora ore rotundo diciamo così; anzi dissero che era addirittura molto prosastica, ma non è vero, riletta ora credo che non risulti tale. La nuova invece si arricchisce molto di armoniche e le distribuisce nel corpo della composizione. Questo è stato fatto in gran parte inconsciamente; poi, quando ho avuto alcuni esempi, diciamo, di me stesso, allora può darsi che io abbia seguìto degli insegnamenti che io mi ero dato. Ma all’inizio no, è stata veramente una cosa spontanea»[1].

Nelle prime tre raccolte Montale aveva utilizzato un linguaggio a volte criptico, con molte allusioni. A partire da Satura, le sue poesie diventano più facilmente comprensibili anche per un lettore che non conosca l’evento biografico che sta dietro il testo poetico.

Angelo Jacomuzzi ha parlato di “elogio della balbuzie”[2], in riferimento alla fase della poesia montaliana iniziata con Satura. Da allora tutta la restante poesia italiana ha parlato il linguaggio della balbuzie. Dobbiamo dirlo con franchezza: tutta la poesia posteriore a Satura parlerà un linguaggio dimidiato, balbuziente, affetto da impotenza. Non credo che c’entri nulla la questione della perdita di fiducia di Montale nei confronti della poesia, forse nessuno come noialtri della Nuova Ontologia Estetica ha più s-fiducia di Montale, io personalmente non ho alcuna fiducia nella poesia, molto meno di quella di Montale, ma la sfiducia, come anche la fiducia, sono atti di fede e io non sono un credente: non devo fare nessun atto di fede verso nessuna deità, tanto meno verso la Musa. Montale è ancora un poeta legato ad una cultura che vedeva nella poesia un luogo «sacro» in cui inginocchiarsi e pregare, io e i miei compagni di strada pensiamo che il «sacro» della poesia non ha nulla a che fare né con i miei (NOSTRI) atti di fede né con la fede purchessia. Io (NOI) non faccio (FACCIAMO) poesia perché sono (SIAMO) dei sacerdoti della poesia. Dio ce ne scampi e liberi dai sacerdoti della poesia! Questo era ancora il concetto che aveva Montale della poesia. Che non è il nostro. Noi non abbiamo alcuna fiducia verso alcuna cosa, tanto meno verso quella cosa chiamata poesia. Non scriviamo poesia per un atto di fiducia o di s-fiducia ma per un disegno intellettuale preciso.

Gezim Hajdari  Kjelll Espmark

SIAMO DEI POETI CHE VOGLIONO RICOMINCIARE A SCRIVERE POESIA

Montale scrive: «Incespicare, incepparsi / è necessario / per destare la lingua / dal suo torpore. / Ma la balbuzie non basta / e se anche fa meno rumore / è guasta lei pure. Così / bisogna rassegnarsi / a un mezzo parlare»[3]

Montale scrive una «poesia del dormiveglia» come è stata battezzata ma con l’animus di chi ha perduto la fede nel suo dio:

La mia Musa è lontana: si direbbe
(è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.
Sventola come può; ha resistito a monsoni
restando ritta, solo un po’ ingobbita.
Se il vento cala sa agitarsi ancora
quasi a dirmi cammina non temere,
finché potrò vederti ti darò vita.
La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una manica
e con quella dirige un suo quartetto
di cannucce. È la sola musica che sopporto.[5]

Io (NOI) invece scrivo (SCRIVIAMO) una «Preghiera per un’ombra», nella quale, e voglio dirlo, con un «pieno parlare» rimetto (RIMETTIAMO) in piedi la poesia italiana del dopo SaturaLa Nuova Ontologia Estetica è questo: per chi non l’abbia ancora compreso: rimettere in piedi la poesia italiana, Noi non siamo i sacerdoti della sacra Musa, fare i sacerdoti non è il nostro mestiere,

E su questo punto sarei curioso di conoscere i punti di vista degli interlocutori della rivista (Mario Gabriele, Steven Grieco-Rathgeb, Giuseppe Talia, Lucio Mayoor Tosi, Donatella Costantina Giancaspero, Gino Rago, Letizia Leone, etc.) e dei lettori tutti.
Grazie.

[1] Montale, Il secondo mestiere: arte, musica, società, p. 169.
[2] a b c Jacomuzzi, La poesia di Montale. Dagli “Ossi” ai “Diari”, pp. 146-73.
[3] a b c d e f Montale, Diario del ’71 e del ’72, p. 194.
[4]. Montale, Satura, 1962-1970.
[5] Montale, Diario del ’71 e del ’72, pp. 75-6.

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137 risposte a “DIBATTITO A PIÙ VOCI: NON LA POESIA È IN CRISI MA LA CRISI È IN POESIA – ALCUNE QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA – LA QUESTIONE MONTALE-PASOLINI – ALLA RICERCA DI UNA LINGUA POETICA: TOMAS TRANSTRÖMER 

  1. 50 ANNI DI STALLO DELLA POESIA ITALIANA E IL DISASTRO È BEN VISIBILE, NON CREDI?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19436
    Caro Claudio,
    da parte mia, tra me e te non c’è alcuna acredine né volontà di aggredire l’interlocutore, anzi, la tua resistenza mi stimola, so bene che sei in buona fede e che hai una onestà di fondo che ti ispira… Le nostre posizioni non sono una fede che devi abbracciare in tutto e per tutto ma derivano dalla presa d’atto di porre un termine alla deriva epigonica della poesia italiana iniziata 50 anni or sono… Cinquanta anni sono tanti, non possiamo più permetterci di attendere oltre. Pensa tu che disastro sarebbe se vi fossero altri 50 anni di poetini alla Lamarque, alla Filippo Strumia e alla Magrelli… Il disastro si assommerebbe al disastro… il vuoto al vuoto…Dunque, tengo molto alla tua presenza tra queste colonne e sono disposto a difendere il tuo diritto alle tue opinioni e alle tue idee fino all’ultimo respiro… Finora la nostra dialettica è restata, mi sembra, sempre nell’alveo delle buone maniere e tale deve restare.
    In fin dei conti, noi abbiamo bisogno di te almeno quasi quanto tu hai bisogno della NOE. Cmq, credimi, non c’è bisogno di attendere trenta anni per capire quanto le righe della Lamarque siano risibili e trascurabili e quanto questa prosa poetica postata qui sopra da Sagredo sia semplicemente geniale, non credi?

  2. Davide Inchierchia

    LA NUOVA ONTOLOGIA E IL MITO DEL “NULLA SIGNIFICANTE”
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19437
    Caro Giorgio Linguaglossa,
    nonostante lei non si sia curato minimamente di rispondere alla mia precisa richiesta di chiarimento in merito alla sua accusa a me rivolta di presunti “errori concettuali” (nonché “genericismo”) nel mio precedente commento sul tema della percezione, la ringrazio comunque per il suo vivo interessamento.
    D’altra parte, come ho precisato con chiarezza fin dalla mia prima incursione, non sono un poeta, né mi ritengo un esperto di critica poetica (semmai un semplice cultore e lettore di poesia). Lascio pertanto l’analisi dei componimenti e il giudizio sulla loro attualità – o inattualità – “epocale” a chi ne è davvero competente. Sono invece un ricercatore di scienze filosofiche ed è in questa veste che mi propongo e che spero di offrire qui il mio contributo, laddove l’apertura interdisciplinare sembra essere (ma mi auguro di non sbagliarmi) la caratteristica precipua che contraddistingue lo stile plurale della presente Rivista.

    Dagli interventi che si sono succeduti credo di aver compreso, in modo sempre più circostanziato, l’orizzonte speculativo italiano in cui si riconosce la N.O.E.: l’ermeneutica post-gadameriana di Vattimo, il decostruzionismo post-derridiano di Ferraris e, in quest’ultimo scorcio della discussione, il neo-parmenideismo di Severino. Così, nella fattispecie non è certo una particolare sorpresa che sia proprio la questione del Nulla ad affiorare quale punto nevralgico del recente confronto.
    Scrive in proposito Linguaglossa, in consonanza con il dictat severiniano:

    «È paradossale che la negatività assoluta, il Nulla, significhi anche qualcosa, proprio come l’Essere il quale significa anch’esso qualcosa. Ovvero, il positivo significare e il negativo significare sono su un piano di assoluta parità ontologica, nessuno dei due riveste un ruolo di priorità ontologica».

    Ora, pur nella consapevolezza dell’enorme vastità che il problema ha assunto almeno a partire dalla seconda metà del Novecento filosofico, mi limiterò a ricordare quanto scrisse un grande logico e metafisico italiano, oggi quasi del tutto dimenticato: Giovanni Romano Bacchin, attualista di scuola gentiliana, che negli anni 80 si confrontò su queste stesse tematiche proprio con Emanuele Severino. Ecco uno fra i possibili esempi in cui il filosofo padovano stigmatizza (con stringente argomentazione) la tesi del collega bresciano in merito al senso del “nulla”:

    «Comunque, per Severino, il “non essere” appartiene allo stesso significato “essere”. (…) Bene, proprio per questo (…) il significato “essere” (o meglio, l’essere nel semantema “essere”) è contraddittorio. È contraddittorio nel senso che la NEGAZIONE, insopprimibile dal significato “essere”, è originariamente nella domanda “è o non è?”, la quale insorge perché “è e non è” è impossibile, o non insorge affatto, ossia il suo stesso insorgere è l’impossibilità di “è e non è”. Così quell’asserto di Severino è – come ogni asserto – risposta alla domanda “è o non è?”, “è così o altrimenti da così?, e dunque INTENDE che non possa insieme essere e non essere; ma ciò che esso asserisce è, invece, che il “non è” appartiene allo stesso “è”, sì che esso – e proprio come asserto – si contraddice.
    In altre parole, quell’asserto di Severino insorge come asserto per rispondere alla domanda sottesa “che cosa è l’essere?” (la quale, come ho detto, presuppone l’asserto “l’essere è” che, a sua volta, è risposta alla domanda sottesa “l’essere è o non è?”), ma non risponde affatto: non risponde perché – lo veda o no Severino – trascrive in termini assertori la domanda, appunto quella in cui sono posti in alternativa lo “è” e il “non è”.
    Con ciò ho già detto anche a proposito del preteso “apparire del nulla” (…) sì che il semantema “nulla” (o niente, non ente) trascrive quello “è e non è” in cui il NON si colloca a condizione che sia posto lo “è” e, insieme, appunto contraddittoriamente, nega lo “è” senza di cui, per usare espressione severiniana, non “appare” e con cui non può “apparire”. (…)
    Così, lo “apparire della contraddizione”, è inseparabile dal SAPERE che “contraddizione” è altra parola per dire “impensabile” e, quindi, pretendere di pensare la contraddizione è tutt’uno con il pretendere di separare l’inseparabile, di separare cioè il pensiero dal pensiero. (…) Così con il semantema “nulla” non si pensa il nulla, non si pensa cioè l’impensabile, e pensare l’impensabile è contraddire ciò che si ritiene di pensare e, dunque, contraddirsi. Questo pertanto è il senso preciso con cui diciamo – ma non senza fiducia nell’intelligenza del lettore – che pensare il nulla è non pensare.
    (G. R. Bacchin, A proposito di metafisici “classici”, “neoclassici” e “veteroparmenidei”, in Giornale di metafisica VI (1984), pp. 420-24)».

    Asserire dunque che il nulla costituisca in qualunque senso un “significante” – data l’unità e inscindibilità logica appena mostrata tra essere e significare, che toglie fondamento alla «struttura originaria» severiniana – contraddice la premessa medesima che il nulla “sia” tale.
    Laddove pertanto – e concludo – la Nuova Ontologia pretenda di avvalorare la propria originalità su una tale istanza “nichilistica”, la novità estetica dell’operazione (anch’essa comunque tutta da dimostrare, giuste le ragioni altrove illustrate in sede di teoria della sensibilità) non potrà mai disgiungersi dall’intrinseca aporeticità teoretica delle proprie premesse categoriali.
    Altrimenti – a differenza del mare leopardiano – la poesia che qui ne scaturisce è destinata a naufragare nell’infinito del non-senso…

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19439
    Gentile Inchierchia,
    Le volevo chiedere: come legge lei il “Nulla” di questa poesia?
    ECCO UNA POESIA CON RIME BACIATE DI FILIPPO STRUMIA tratto da Marciapiede con vista Einaudi 2016:

    Sono solo come un cane
    sono solo e mangio il pane
    qui ci sono solo io
    sono solo come un dio.

  4. Mariella Colonna

    Ci sono tante cose , infinite cose che non conosciamo e pochissime, rispetto alle prima che crediamo di conoscere: nonostante ciò abbiamo la consapevolezza e la spinta ad andare avanti, a scoprire quello che forse altri hanno scoperto ma a cui noi aggiungiamo la passione della nostra vita- esperienza per amara che sia. Questo patrimonio conquistato con “timore e tremore”, con sofferenza e anche gioia limpida della scoperta, è nostro e di nessun altro e sono sicura che, in qualche parte del misterioso universo, rimarrà per sempre. Per me, caro Antonio Sagredo, questo dare “un senso” a quello che facciamo, significa tutto. (Naturalmente questo, in parte, vale anche per il non-senso!) E non penso che si tratti di un’illusione, anzi lo sento in me con una certezza sconcertante.Siamo tutti illusi? Se ci aiutano a vivere e ci danno anche una stilla di gioia…viva le illusioni!

    • Mariella Colonna

      N.B. Questo mio breve intervento non è in risposta a Giorgio Linguaglossa, ma in risposta ad Antonio Sagredo il cui intervento, per motivi legati alla dinamica delle pagine dell’Ombra, è rimasto in un’altra parte (precedente a questa) della Rivista.

  5. LA SIGNIFICATIVITA DEL NULLA IN TERMINI DI NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19448
    Gentile Inchierchia,

    non ho capito, mi spieghi, la sua è una stroncatura, per intermediario, della posizione severiniana sul nulla o è una stroncatura della NOE? In quest’ultima ipotesi lei ha tracciato un buco nell’acqua perché la nostra posizione è fondata sull’assunto della significatività del «nulla» e del «vuoto» in termini di poetica.

    Cmq Le rispondo anch’io per intermediario. Cito uno stralcio sulla questione di un articolo di Adalberto Coltelluccio che riassume filosoficamente la questione da lei tratteggiata:

    «Partire dalla concezione di Severino ci offre lo spunto per alcune considerazioni che sono, in parte, uno sviluppo di tesi proposte da Donà e Vitiello, e proprio in un confronto con la posizione severiniana. In particolare per Donà, se si dovesse rispettare in modo rigoroso il divieto parmenideo di “non dire il nulla”, si cadrebbe inevitabilmente nell’aporia, in quanto “neppure questo può infatti essere detto del nulla (ossia: che “non è”) – per il semplice fatto che lo si tratterebbe comunque […] come un “essente”». 1] Nei confronti del nulla, quand’anche lo si potesse intendere come un “essente”, “il principio di determinazione […] non riesce ad evitare un esito risolutamente aporetico”.2] Lo stesso Severino rileva che vi è una contraddizione implicita nel significato di nulla, giacché il nulla significa (qualcosa), e dunque significando in qualche modo è. E così, il nulla, essendo, sarebbe trattato “come una positività”. Il problema, è però – obietta Donà – che così il nulla “non riuscirebbe a valere come nulla. Ma, allora, come si può dire che il nulla, pur significando, riesce a valere come semplice non-essere?”.3]

    Vi sarebbe un solo modo, per Donà: riconoscendo la insuperabile coincidenza di essere e nulla, la loro radicale indistinguibilità. Sebbene affermando che “il nulla significa nulla, si dice in realtà che il nulla ‘è’ nulla”, vale a dire si riconduce il nulla a uno dei modi dell’essere. Donà chiarisce che “esso esiste come nulla ‘in uno’ con il suo esistere”, nel preciso senso non che non si dia il nulla, bensì che anzi si dà proprio in una indistinguibile coincidenza con l’essere. Infatti, “neppure il nulla è in alcun modo distinguibile dall’essere”. Questa indistinguibilità non vuol dire, ovviamente, che tra essi non vi sia nessuna differenza perché altrimenti non avrebbe valore nemmeno il loro coincidere contraddittorio, in quanto rimarrebbe solo l’identità di un unico indiscernibile essere. Ma, allora, quale deve essere il significato autentico di “nulla”, il suo significato non potrà mai ridursi al semplice essere.

    Infatti, dire che “il nulla è” equivale a dire che “l’essere non-è”. L'”è” della prima predicazione dicendo cioè la stessa positività del negativo che dice anche la seconda – secondo la quale è anche (reciprocamente) vero che l’essere è nulla, cioè “non-è”.4]

    Proprio perché occorre anche distinguere essere e nulla nell’indistinguibile identità loro, è necessario riconoscere che il significante del nulla non solo è un positivo significare, ma è al tempo stesso l’indeterminazione assolutamente vuota del non-essere, il suo darsi in quanto puro nulla, che, in ogni caso, non perde il tratto di “vera e indeterminatissima negazione dell’essere”. 5] Si tratta della negatività nella sua assoluta indeterminatezza, seppure paradossalmente significhi anche un qualcosa di determinato. Solo in questo modo paradossale, del resto, il non-essere può finalmente significare la propria non significanza; […] significarla attraverso un indeterminatissimo “non””.6]

    Sia il niente, come correlativo dell’ente, sia il nulla assoluto, nihil negativum irrepraesentabile, si danno. La differenza tra id essi consiste colo nel darsi del nulla in un modo immediato, in un caso, e in uno mediato, nell’altro. E così, “la positività del significato albero non è assolutamente più originaria di quella predicabile del nulla”.7] Attenzione qui: la positività di un qualsiasi ente non è più originaria di quella relativa al nulla. Sebbene qui Donà parli, in entrambi i casi (e cioè nel caso dell’ente – per es., l’albero – e nel caso del nulla), di ‘positività’ occorre ribadire che la positività del nulla è la sua stessa nullità, ossia la sua pura indeterminazione. Non è che l’entità, in quanto tale, cioè in quanto determinazione, sia qualcosa di privilegiato dal punto di vista ontologico. Anzi, il fondamento non consiste affatto nella determinazione, e dunque nel non-contraddittorio. Semmai, nel fato che “si è”. ma questo puro “è” immediatamente consiste dell’assoluta mancanza di determinazione, e dunque è costitutivamente connaturato con il Nulla.

    Dunque, il fatto che la determinatezza, per es., dell’albero, non sia più originaria di quella del nulla vuol dire che non è più originaria la determinazione di quanto non sia simultaneamente l’indeterminazione. Cosicché, per Donà, non si può sfuggire alla struttura del paradosso in cui prima dell’Inizio il nulla che è e l’essere che-non-è si danno simultaneamente: “il nulla (non essere) oltre a non significare ‘essere’ (così come non significa essere l’espressione ‘albero’), non significa essere significando esplicitamente il significare altro dall’essere”.8]

    Anche per Vincenzo Vitiello, nel nulla il momento “negativo” e quello “positivo” sono indistinguibili. Questo perché il nulla in quanto ‘è’, include in sé un’auto-contraddittorietà inevitabile, stante che deve significare qualcosa che non è, ma al tempo stesso pur sempre ‘qualcosa’. Certo, nella misura in cui escludiamo il nulla dall’essere non facciamo altro che ‘fissare’ la sua determinatezza, e questo “perché ciò che si pensa come non-essere ‘fuori’ dell’essere, ‘limite’ dell’essere è solo qualcosa di determinato, parte del tutto”.9] Tuttavia, in esso il momento determinato, positivo, non è affatto scindibile da quello indeterminato, negativo: “non si può davvero distinguere il nulla momento incontraddittorio dal nulla sintesi autocontraddittoria”.10]

    Di conseguenza, come l’auto-contraddittorietà è essa stessa per un qualche senso non contraddittoria, così la stessa non contraddittorietà è auto-contraddittoria. Questo aspetto assolutamente indiscernibile della nullità che è, e ciò che in qualche modo prelude alla cosiddetta “contraddizione della contraddizione”, espressione paradossale di Vitiello. Con questa ardita formula, Vitiello intende sostenere che l’identità originaria, pur restando solamente identità, finisce per ‘ritrarsi’ in una sorta di ‘irriflessione’ auto-esclusiva della differenza, che la rende in sé differente non solo da ciò che essa non è, ma anche paradossalmente da ciò che essa stessa è, in quanto essa stessa deve farsi altro (“sciogliersi in altro” scrive Vitiello). L’identità, così, inverte se stessa, si fa differenza, e perciò è differente anche da sé, dal differente che in se stessa istituisce nel farsi altro da ogni differenza. Da qui l’inevitabile natura auto-contraddittoria dell’identità originaria… certo, queste riflessioni me-ontologiche approdano a tutt’altri lidi metfisici rispetto alla dottrina di Severino; ma sono indicativi di alcuni nodi teoretici fondamentali che affiorano – malgrado tutto – già nel pensiero severiniano. Persino Severino rileva che nello stesso principio di non-contraddizione è insita la contraddizione, giacché nella sua formulazione si accetta implicitamente che ci possa essere anche un solo momento in cui l’essere non sia: “…pensare ‘quando l’essere non è’, pensare cioè il tempo del suo non essere significa pensare il tempo in cui l’essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturna dell’essere e del nulla […] Severino del resto riconosce che «proprio e solo nella relazione con il negativo il principium firmissimum riesce a strutturarsi»11]

    tratto da Anterem n. 89 Adalberto Coltelluccio, L’autocontraddizione dell’Originario pp. 85 e segg.

    1] M Donà, L’aporia del fondamento, Milano-Udine 2008, p. 183
    2] Ibid.
    3] Ivi, p. 193
    4] Ivi, pp. 195-196. Per Donà l’identità tra essere e nulla non è una semplice “relazione” tr essi, ma un coincidere che rende impossibile la distinzione dei due momenti (Ivi. p. 196))
    5] Ibid.
    6] Ivi, p. 198
    7] Ivi p. 199
    8] Ibid.
    9] Vincenzo Vitiello, Topologia del moderno, Genova 1992, p. 224
    10] Ibid.
    11] Emanuele Severino La struttura originaria, Milano 1981 pp. 181-182

    • Davide Inchierchia

      Gentile Mariella Colonna,
      fa piacere trovare un’interlocutrice con cui è possibile un minimo dialogo razionale.
      So bene cosa ha scritto l’illustre (ma alquanto poco cordiale) poeta Mario Gabriele: “irrazionalità ideologica” non era una mia diretta citazione, bensì un tentativo di sintesi dell’accusa del tutto sproporzionata e fuori luogo a me rivolta. Se avessi riportato “irrazionalità teoretica”, come da lui letteralmente affermato, avrei dovuto sottolineare che si tratta di un sintagma privo di senso compiuto (al massimo un ossimoro): teoresi è infatti di per sé razionalità, un’irrazionale teoresi non esiste in questo universo (ma credo in nessun altro).
      In ogni caso, al di là di queste puntualizzazioni abbastanza ridondanti su cui possiamo anche soprassedere, vengo alla questione della mia persona.
      Francamente mi sembra estraneo alla natura di questo blog (qui mi rivolgo anche a Giorgio Linguaglossa) e non reputavo fosse requisito necessario né essere un poeta riconosciuto, né in generale avere all’attivo delle pubblicazioni letterarie. D’altra parte, fin dal mio primo intervento di qualche settimana fa sul concetto del “mistico” wittgensteiniano, non ho mai finto di essere ciò che non sono (né la mia identità è fittizia, come insinua in modo arrogante Gabriele): mi chiamo davvero Davide Inchierchia, non sono un autore, ma un laureato e ricercatore in Scienze Filosofiche. Notando la grande eterogeneità contenutistica e stilistica degli articoli in questa Rivista, nonché la presenza di numerosi riferimenti espliciti al sapere speculativo (come nel caso dell’intervista di Donatella Giancaspero a Maurizio Ferraris), mi sono persuaso che qui si potesse dialogare liberamente in uno spazio dialettico aperto, in cui la poesia fosse una sola fra le molte forme espressive di un “pensiero” più vasto. Del resto confortano e vanno proprio nella medesima direzione gli interventi a carattere multidisciplinare di Claudio Borghi, che alterna con acutezza (senza alcun pregiudizio settoriale) riflessioni epistemologiche ed osservazioni teorico-artistiche.
      Mi auguro pertanto di continuare a partecipare alle presenti discussioni, evitando di essere costretto dalle provocazioni altrui a scendere in banali e sterili competizioni intellettuali, ma nemmeno (all’opposto) essere obbligato ad una mera celebrazione di una presunta “etica comunitaria” a cui non appartengo, né desidero appartenere.
      Il Logos non è proprietà di nessuno, né dei poeti né dei filosofi, pur costituendoci tutti – senza faziose parzialità – nell'”intelligenza” dell’Intero.

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19489
        gentile Claudio Borghi, ehm, mi scusi, Davide Inchierchia,

        ma si può sapere di che cosa sta parlando? del vuoto, penso, del vuoto di idee che avete… a queste Vostre proposizioni non saprei cosa replicare se non che sono tautologiche ed elefantiache ed enfatiche (avete la stessa stilematica): ma di cosa parlate? Si può sapere? Aspetto ancora una Vs. puntualizzazione sul concetto di «Nulla» a partire da San Tommaso (passando per Gentile) ai giorni nostri fino ad Adalberto Coltelluccio, Donà, Vitiello e Severino… Credetemi, gentili Davide e Claudio, il gioco sta diventando stucchevole. Fate una cosa: proponetevi di affrontare un argomento sul nulla, sul vuoto, sulla vostra ontologia (estetica o etica, fate voi, non importa), su Dio, su quello che volete purché abbia una attinenza non incidentale con la letteratura, e postate il relativo commento.

        Più democratici di così si muore, no?

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19492
        Mi riferisco a quanto lei riporta nel suo censorio quando dichiara: “D’altra parte, fin dal mio primo intervento di qualche settimana fa sul concetto del “mistico” wittgensteiniano, non ho mai finito di essere ciò che non sono (né la mia identità è fittizia, come insinua in modo arrogante Gabriele). Si rende noto che questa definizione è apparsa tempo fa, quando Davide Inchierchia non era presente nel Blog, trattandosi di una discussione esclusivamente tra me e il Borghi. sul “mistico”, agli atti di questo Blog. la cui asserzione sembra stranamente riconducibile a lui.E’ strano che combacino asserzioni come configurazione di elementi molto associativi, tra Davide Inchierchia e Borghi, a meno che non siano cloni di qualche Istituto di ricerca.

        • Davide Inchierchia

          Mario Gabriele, prima di fare (per l’ennesima volta) insinuazioni prive di fondamento, si vada a ricontrollare il dibattito sul “mistico” wittgensteiniano relativo ad una riflessione su un testo di Grieco.
          Agli atti noterà – in calce alla discussione tra lei e Claudio Borghi – un mio commento sulla questione della trascendenza in Wittgenstein: si dà il caso che fu il mio primo intervento in questo blog, e io già in quell’occasione le contestai l’uso eccessivo di epiteti – quale ad esempio “pensieri col burka” – con cui lei si rivolgeva al suo interlocutore.
          Ebbene, a quel mio primo commento lei non si curò di rispondere. Che lei possa non ricordarsi è legittimo, ci mancherebbe. Ma almeno non dica falsità, prima di essere certo di quanto afferma.

        • Claudio Borghi

          https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19497
          Ieri sospettavo quello che ora mi sembra evidente quanto incredibile: Linguaglossa e Gabriele stanno insinuando che io stia intervenendo con due nomi diversi!? Se le cose stanno così, e temo davvero stiano così, mi sento preso dentro un gioco paradossale quanto insensato. E chiedo pronte scuse. Io rispondo solo a quello che scrivo io. Il solo fatto di aver messo in campo simili insinuazioni coinvolgendo me mi dissuade dal continuare a frequentare questo blog. Mi spiace, ma io ho cercato sempre mediazione e chiarezza e ogni mio intervento è stato improntato a discrezione e misura: li si vada a rileggere uno a uno e ci si renderà conto del fatto che ho sempre rispettato i miei interlocutori, anche quando questi non hanno rispettato me. Mettere ora addirittura in dubbio la mia onestà intellettuale è inaccettabile, e credo che chi sta facendo queste insensate provocazioni, che ritengo pesantissime, debba fare un profondo esame di coscienza.

          Non c’è margine purtroppo che consenta una mia ulteriore collaborazione.

          Grazie a tutti. Buona avventura.

      • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19495
        Signor Davide Inchierchia,
        secondo il mio modo di pensare la sua citazione di Mario Gabriele doveva comunque essere esatta, anche a costo di rilevare quella che lei considera un “inesattezza” nell’espressione di Gabriele “irrazionalità teoretica”: secondo me l’ “inesattezza” di Mario Gabriele, ok, è un ossimoro, ma è giustificata dal momento dell’acceso contrasto di idee che c’è stato tra voi e, in quelle occasioni si sa che può sfuggire un’espressione che non risponde totalmente a quello che si vuole dire. A parte questo, mi lasci dire, caro filosofo: (anche io amo la filosofia : il mio secondo esame all’Università l’ho fatto con Il Professor Ugo Spirito su “La teoria generale dello spirito come atto puro” di Giovanni Gentile e (mi si perdoni la poca modestia, ma quando ce vo’ ce vo’, si dice a Roma) ho preso un bel 30 e lode!…dicevo che anche lei non è stato tanto “gentile” con Gabriele: prima di tutto ha insinuato che il Poeta avrebbe potuto ignorare la differenza tra “ontologia” e “”metafisica” , infine ha detto che, forse, detto Poeta non aveva mai sentito parlare del mito platonico della Caverna. LA GENTILEZZA NASCE DAL RISPETTO DELL’ALTRO CHE DEVE ESSERE RECIPROCO. Comunque, passati i bollori dello scontro, oh focosi protagonisti del dibattito, dovreste provare a comunicare in modo sereno e costruttivo perché il Logos appartiene soprattutto a chi lo mette al centro dei propri interessi culturali, in compagnia con la Verità la Giustizia, mettendo a tacere il proprio “Ego”.
        Se ho fatto qualche errore mi perdoni: è molto tardi e sono stanca di computer!

        • Franco Campegiani

          https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19499
          La poesia è sempre poesia della crisi. Nasce da un’insoddisfazione, da una mancanza, e come tale ha sempre due facce: incanto e disincanto fusi tra di loro. Si sbaglia a credere che la crisi corrisponda ad uno stato d’animo negativo a senso unico. Il negativo chiama il positivo, e viceversa, in un sano stato mentale, ovvero nello stato mentale della crisi. Quando sperimentiamo, per dirla con Linguaglossa, che “il mondo va in frantumi”, non facciamo altro che prendere atto della nostra lontananza da una pienezza che paradossalmente viene risvegliata proprio dal nostro oblio. E’ questo il desiderio più o meno consapevole che ci anima nelle fasi, anche le più acute, dolorosamente scisse della crisi. “Scissione” da cosa, se non da noi stessi, dalla consapevolezza e padronanza di noi stessi? E quando, al contrario, ci capita di cogliere attimi di pienezza, non facciamo che aprire le strade di quella nostalgia per il vuoto, che sappiamo fertilissimo di fermenti e conquiste interiori. Siamo fatti così. Abbiamo bisogno del Nulla e del Tutto, siamo i nani e i giganti di noi stessi. Per questo c’è sempre un al di là: al di là della notte il giorno, al di là delle montagne il mare, al di là del maschile il femminile, e viceversa. E cosa c’è al di là di noi stessi, se non un altro se stesso, e poi un altro e un altro ancora? Quando l’identità va in frantumi, è l’ego a dissolversi, non il se stesso: quell’l’alterego ultrafisico che vive al di là, e al di là dell’al di là, e al di là dell’al di là dell’al di là. Dio non c’entra, chissà dov’è Dio! E’ di noi che parliamo, della nostra più segreta e smarrita identità, di quell'”altro”, e di quell'”altro” ancora che noi stessi siamo e che non finiremo mai di conoscere, ma che intanto veniamo conoscendo e concretamente conosciamo. Un atto di fede, indubbiamente, ma un atto di fede in noi stessi, che non è fideismo, perché pretende umiltà, autocritica, demolizione degli schemi mentali, delle gabbie, dei pregiudizi, di ogni sovrastruttura. Una fede che è conquista, ricerca, dubbio, macerazione interiore. Fede nell’Essere, che è anche, e necessariamente, fede nel Nulla, consapevolezza che ad ogni affermazione corrisponde una negazione (e viceversa). Fede nell’Equilibrio, pertanto, che è anche un atto di logica elementare, di quella logica fondata sulla complementarità e sull’armonia dei contrari. Che cosa abbia a che fare tutto questo con la poesia può risultare evidente solo pensando che ogni atto creativo è distruttivo e costruttivo nello stesso tempo. E’ così da sempre. La poesia nega e afferma, afferma e nega. Ti fa piangere quando ti fa ridere, e viceversa, perché lei evoca sempre il suo contrario. Poesia e crisi sono sinonimi, ma occorre superare la crisi della poesia per poter trovare la poesia della crisi.
          Franco Campegiani

          • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19501
            CARO FRANCO CAMPEGIANI,

            CONDIVIDO OGNI PAROLA CHE HAI SCRITTO,
            hai scritto come meglio io non potrei dire. Se il mondo è andato in frantumi, non è certo colpa della Nuova Ontologia Estetica, se la nostra stessa identità è andata in frantumi, perché prendersela con i frantumi, perché cercare in noi la contraddizione e la colpa? Io vorrei dire amichevolmente a Claudio Borghi (e al suo alter Ego Inchierchia), che non c’è assolutamente nulla di male nello sdoppiarsi e scrivere sotto due nomi, l’ho fatto anch’io in passato, anzi, mi sono sdoppiato e triplicato anche in tre identità e le ho fatte confliggere tra di loro… devo dire che mi sono divertito. È stata una ginnastica salutare, mi ha insegnato molte cose. Quindi io chiedo a Claudio Borghi, se gli fa piacere, di sdoppiarsi tranquillamente in un Alter Ego, anzi, di triplicarsi, così potremo dialogare con una molteplicità. Quello che non condivido nel ragionamento di fondo,, assiomatico, del modo di ragionare di Borghi e dell’Inchierchia è il loro volersi appuntare su presunte quanto inesistenti «contraddizioni e antinomie». E se anche ci fossero? Ripeto: e se anche ci fossero delle contraddizioni e delle antinomie? Perché, chi ha imposto all’homo sapiens di non contraddirsi mai? Forse, dio? Non so, non mi pare, e cmq non me ne importa niente (niente=non-ente), anzi un fico secco.
            Ma, Chiedo: ma fa tanta paura la Nuova Ontologia Estetica? davvero credete che qui si stia facendo qualcosa di sccandaloso? È forse scandaloso rimettere in moto il pensiero estetico, rimettere in moto la poesia?

            Il Borghi e l’Inchierchia si difendono affermando che loro non si peritano di esternare valutazioni estetiche sui poeti proposti. E chiedo loro: Perché? Perché loro dicono che bisogna aspettare 30 anni per dare un giudizio estetico ponderato. ripetono a pappagallo la formula di Benedetto Croce. No, io (NOI)) credo (crediamo) che bisogna esprimere oggi,, ADESSO, il nostro giudizio intorno alle poesie di Tranströmer, di Espmark, di Mario Gabriele, di Gino Rago, di Antonio Sagredo, di Luigi Fontanella etc. di cento altri autori di poesia (come abbiamo fatto oggi: io non mi sono mai tirato indietro di fronte alle responsabilità di esprimere un giudizio estetico, tant’è che li intitolo “Commenti impolitici”). Suvvia, un po’ di coraggio, un po’ di autenticità, non trinceriamoci dietro le parole d’ordine, dietro ai compromessi politici, dietro la politica delle lettere, dietro i piccoli gruppi di potere chiesastico, dietro le camarille,, di queste cose ne abbiamo le tasche piene, ricolme.

            Io adesso sto per partire, andiamo a Milano a presentare la Antologia di poesia “Come è finita la guerra di troia non ricordo” (Progetto Cultura, 2016), nella prefazione ho preso una posizione aperta, franca schietta: mi chiedo interessa a qualcuno, interessa a Claudio Borghi, a Inchierchia? No, a voi interessa soltanto arrestare la riflessione, arrestare un pensiero di ontologia estetica, ripeto: di ontologia estetica come l’abbiamo messo in campo. Purtroppo, mi dispiace deludervi: non ci arrestate, anzi, ci date una forte motivazione ad andare avanti, a procedere con la ricerca e la riflessione.

            Qualcuno ha ritenuto di commentare il mio pezzo su “L’oblio della Memoria” che ho scritto commentando la poesia di Brodskij Odisseo a Telemaco? No, non ho letto alcun commento, mi ha solo mandato una email elogiativa il filosofo Enrico Castelli Gattinara. Ho l’impressione che a molti autori di poesia non importi un fico secco di quello che si dice e si scrive, importa soltanto il proprio inguaribile narcisismo, il proprio Ego..

            F.to Il calzolaio di poesia (come è scritto nel mio profilo FB)

            • Davide Inchierchia

              Egregio Giorgio Linguaglossa,

              faccio un ultimo tentativo di mediazione, appellandomi al suo buonsenso e alla sua intelligenza.
              So benissimo che di per sé non vi è nulla di straordinario o di male nell’utilizzare identità virtuali, nei vari social network o nei blog generalisti della Rete, per gli scopi più disparati. Ma che senso avrebbe in un contesto come questo, dove ci si confronta su argomenti culturali, di interesse conoscitivo, e sulle proprie rispettive competenze?
              Nondimeno, al di là di ciò, a lei sembra corretto che qualcuno metta in dubbio la veridicità di un altro? A che titolo? Si può essere in disaccordo su un argomento, su un’interpretazione concettuale o sul significato artistico di un’immagine: ma perché arrivare fino all’estremo di aggredire l’esistenza individuale di una persona?
              Ad ogni modo, per quanto riguarda il mio caso specifico, sembra essere ora necessario chiarire ulteriormente il tipo di collegamento reale che sussiste tra me e Claudio Borghi, per dissipare ogni altro eventuale dubbio di sorta: Borghi è stato semplicemente il mio professore di fisica ai tempi del liceo. Oggi c’è un rapporto di amicizia e di stima reciproca, che si sono via via alimentate anche grazie ai numerosi interessi letterari, filosofici e scientifici che abbiamo scoperto di condividere. E’ stato lui stesso, come è evidente, a darmi contezza della presenza on-line di questa Rivista. Nulla di più naturale, pertanto, se le nostre posizioni teoretiche in molti punti si trovano solidali.

              Mi auguro che la disponibilità e l’onestà che sto dimostrando (peraltro molto maggiori del dovuto) trovi qualche riscontro in chi qui è ancora capace di mostrarsi altrettanto aperto alla trasparenza di un dialogo autentico, e faccia riflettere chi invece si è spinto ben oltre i limiti dell’educazione, del rispetto e dell’umana “ragione”.
              Davide Inchierchia

              • Giuseppe Talìa

                Ieri ero un altro. Ieri è morto il mio totem,
                forse oggi, non so. E’ che ieri il totem
                mi sorrideva dal tronco d’albero
                da cui l’ho intagliato. Oggi, invece,
                è un tabù. Un’animella. Una entelechia.
                Il mio totem si chiama Davide Inchierchia.

              • Egregio inchierchia,
                devo far presente, e chiudo per sempre la querelle, facendole notare, che il suo ingresso nella Rivista è stato sollecitato dal Borghi che le ha illustrato le finalità estetiche dell’Ombra delle parole. Ma lei, invece di attenersi a queste prerogative, è entrato nei commenti, assumendo i panni di difensore d’ufficio del suo ottimo professore Borghi, venendo meno all’ampio discorso sulla poesia, che qui di questo si discute, ossia della NOE, che richiede una apertura mentale non da tutti recepibile. Qui finisco per sempre il mio dibattito con lei, introducendo un breve inserto di Abram Terz (Sinjavskij, da Una voce dal coro ,Garzanti 1975, che spero lo tradurrà nella giusta misura. “Sulla terra corrono colonne di polvere, come trombe d’aria. E il nonno che celebra le nozze. Preparativi per la partenza. Addii. Ultimi incontri. Ultimi libri. Anche i libri si disperdono per i lager e si vorrebbe finire di leggerli, sfogliarli, prendere appunti, ritagli. Dovrei attraversare tranquillamente, da solo, tutta la zona, salutare tutti gli angoli che sono stati così accoglienti. Non ce la farò. C’è troppa gente. In momenti del genere è consigliabile leggere Plutarco: Ma anche “Le cronache bizantine” non sono male. Le immagini e lo sfondo coincidono, si confondono, si affrontano. Trambusto, via vai, non si sa dove sedersi. Molte parole. Discorsi d’addio. Stamattina mi sono svegliato alle cinque per fare in tempo a finire le cronache di Bisanzio. Una strana frase, da cui risulta che il male porta la salvezza, purifica l’anima, ma non tramite il pentimento o il castigo, come si potrebbe pensare. La via d’uscita è nel crimine stesso. Io ho cacciato via il male da me e adesso sono tranquillo e non ho rimpianti.Altrimenti me lo sarei portato dentro per tutta la vita.Mi sono ricordato di G.: lo steso tipo psicologico. E, di nuovo, ne risulta che l’anima sarebbe qualcosa di estraneo all’uomo. E che la nostra anima è buona, mentre noi siamo cattivi. Durante questi anni ho accumulato molti ritagli su etnologia, archeologia. Dove mettere tutta questa roba? Il pellicciotto lo lascio qui.Tanto non durerebbe comunque.Nel ventesimo secolo tutto è meccanizzato. Di manuale c’è stato solo l’accoppiamento. Un assalto di nervi. La segheria. Elettroannientatore. Tu leggi riviste, leggi giornali, leggi tutto quello che si può leggere. Ma lo sai tu che cos’è la scienza?.La scienza sono i diesel, sono i compressori, sono i trattori. I libri e tutto il resto. Perché dovrei stare a sentire uno scienziato? (un filosofo?) E’ fatto uguale a me. E’ una persona istruita. Ma per bene. E’ difficile per chi è istruito essere anche per bene”.

              • Gentile Inchierchia,
                penso che il suo contributo di intelligenza non potrà che giovare all’approfondimento delle questioni estetiche (e non) in un paese come il nostro dove vige un sentore rancido di cloroformio che tutto appiattisce e volgarizza…

  6. 5
    Eppure sederti accanto è una mistica comprensione
    il rimirare assorto quell’infinito che danza.
    La stessa, sorreggiti, fluttuante immagine lunare.
    Mi porto dove il cuore ondeggia la mente
    e le tue braccia afferrate hanno alito di autunno,
    quei sospiri* quei sussulti di foglie spazzate, ubriache.

    * leggi pure babà, dolce più indicato d essere imbevuto,
    ma meno poetico.

  7. vincenzo petronelli

    Salve a tutti voi amici dell’Ombra,
    mi inserisco con ritardo in questo dibattito a più voci ed intervenendo “fuori traccia” rispetto alla scia polemica che mi ha preceduto, semplicemente per esprimere il mio profondo riconoscimento al lavoro incessante che la NOE tenta di apportare sulla strada del rinnovamento linguistico, stilistico, estetico ed in definitiva appunto, ontologico della poesia italiana e che trovo mirabilmente sintetizzato in quest’articolo:lavorio che peraltro trovo estremamente stimolante e direi persino “catartico” e per meglio precisare quest’affermazione, sento l’esigenza di una breve precisazione di carattere personale. In effetti, a condurmi sui sentieri dell’ Ombra è stata l’ammirazione per l’opera di divulgazione del nostro Giorgio Linguaglossa, che avevo già avuto modo di apprezzare attraverso varie fonti, attirato da quest’intento “palingenetico” nei confronti della stato di sclerosi in cui versa la poesia italiana contemporanea, perfettamente combaciante con un mio inquieto percorso interiore di ristrutturazione dei miei modesti tentativi versificatori; nella mia vita intellettuale questi momenti di ricerca interiore hanno sempre siglato gli incontri e gli approfondimenti più stimolanti per la mia crescita ed in effetti in tale contesto l’approccio con l’opera di “alfabetizzazione” poetica dell’Ombra ha assunto la connotazione di una vera “folgorazione sulla via di Damasco”. Tutto ciò potrebbe apparire sorprendente in relazione ai miei scritti che Giorgio ha avuto la bontà di pubblicare in questa rivista meno di un mese fa, ma c’è in realtà una coerenza; se effettivamente la struttura delle mie composizioni pubblicate può apparire – ed è senz’altro così – più improntata al segno della tradizione (peraltro anche in quest’ambito mi sono sempre proteso verso la diversificazione dei miei itinerari di scrittura con una scelta prevalente verso una tipologia di poesia più narrativa) è vero anche che si tratta di poesie scritte diversi anni fa e che ho cominciato a divulgare in quanto sono quelle che hanno maggiormente beneficiato di un adeguato lavoro di cesello. Ho deciso di sottoporvele, auspice Giorgio, poiché mi interessava che un contesto che seguo con grande coinvolgimento come l’Ombra ne potesse giudicare l’eventuale dignità poetica; di fatto però il mio afflato è attualmente più rivolto ad un’operazione sperimentale mirante alla ricerca di nuovi moduli espressivi, essendo peraltro da sempre attratto dalla sperimentazione nel sapere, come forma ineludibile di arricchimento e progresso. Trovo entusiasmante in primo luogo, la confluenza della riflessione sullo statuto ontologico e vorrei dire epistemologico della poesia, nel campo della speculazione filosofica, in una koinonia interdisciplinare che da cinquant’anni almeno costituisce una cifra specifica del sapere occidentale, finalmente liberatosi dagli steccati accademici di matrice positivistica (e che hanno ampliato enormemente la gnoseologia del nostro sapere) ma rispetto alla quale i critici poetici in Italia continuano a mostrare un evidente disinteresse, ponendo la poesia su di un piano trascendente, quasi fosse estranea al panorama intellettuale circostante. In realtà appare evidente come anche le opportunità di espansione espressiva e di compulsazione del mondo per la poesia (anche nella sue dimensioni metafisiche, come ben evidenzia Giorgio e secondo quello che dovrebbe sempre essere il fine ultimo di ogni anelito poetico reale) si accrescano infinitamente, come si evince dall’applicazione alla poesia del concetto di quadridimensionalità in contrapposizione alla sua consueta monocularità. Anche dal punto di vista della struttura linguistica ho trovato semplicemente estasiante l’idea di una destrutturazione della materia poetica “avita” tramite modelli quali il frammento; lo trovo non soltanto straordinariamente creativo strutturalmente, ma persino avvincente da un punto di vista – per così dire – funzionale e contenutistico, potendo amplificare a dismisura l’orizzonte del “dicibile” poetico. Ovviamente, ed è logico che sia così, non sento miei tutti gli esempi proposti, ma sono indiscutibilmente tutti estremamente interessanti (anche in taluni casi come semplice opportunità di conoscenza di nuove voci, pane per un onnivoro quale mi definisco) ed in particolare per ciò che concerne il frammento, sono affascinato letteralmente dai componimenti di Mario Gabriele, Gino Rago e Steven Grieco Rathgeb (non voglio fare torto a nessun altro autore, ma sono quelli che ho avuto modo di approfondire maggiormente finora) i cui componimenti trovo siano come degli itinerari ammalianti capaci di trascendere il tempo sino a risucchiarci in un cono vertiginoso che ci spinge fino al nulla, cioè all’origine del tutto. In quest’orizzonte mi colpisce ulteriormente la totale mancanza di qualsiasi forma di snobismo culturale o di ostentazione intellettuale, cui pure il tipo di versificazione potrebbe indulgere e dunque si può persino ipotizzare (forse è una mia farneticazione) che tale modello possa assurgere ad un esempio di poesia come (mutuando alla poesia un concetto proprio degli studi socio-antropologici) “un fatto culturale totale” o “poesia antropologica”, espressione che mi è particolarmente cara; in fondo, disponiamo di esempi di una tale capacità comunicativa del frammento nella letteratura, ma forse ancor di più nella musica, dove il frammento è riuscito a dar vita anche ad esperimenti di una sorta di “poesia musicale popolare alta” (sia chiaro, si tratta di un’analogia concettuale con i nostri autori, non stilistica). Tale connotazione ci (mi permetto un plurale maiestatis) differenzia dalla storia delle avanguardie sperimentaliste che invece si sono spesso contraddistinte per il loro ricercato arroccamento culturale. Trovo di una grande fecondità l’incontro con il cosmo poetico dell’Ombra e promettendo di continuare a seguire i vari contributi assiduamente, colgo l’occasione per ringraziarvi per avermi reso parte di questo grande progetto di rinnovamento della poesia.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19683
      caro Vincenzo,
      siamo molto contenti che la piattaforma teorica e pratica presente nell’Ombra sia stata recepita come innovativa… come si dice, noi non stiamo qui a pettinare le bambole, i nodi della poesia italiana di questi ultimi 50 anni sono venuti al pettine: i poeti di talento sono stati e sono dislocati nel silenzio, circondati da sospetto e incomprensione, mentre la poesia maggioritaria, intendo quella istituzionale continua ad officiare i suoi riti apotropaici, è tempo di uscire allo scoperto, di mostrare che la poesia italiana è viva e ha ripreso a camminare con le proprie gambe, che si è rimessa in moto. Come dice Antonio Sagredo, si è accinta a questo compito l’Avanguardia senile, senile perché siamo dei poeti di età non propriamente verde, abbiamo tutti o quasi una età che gira intorno alle 60 candele e più… ma questo non lo considero affatto un limite, anzi, questo dimostra una volta di più la nostra tesi: che per molti decenni la poesia italiana è rimasta immobile, non si è fatta più alcuna ricerca, e così è accaduto che una marea di professionisti del verso facile si sono dedicati alla poesia facile facile… È mancato un poeta di livello internazionale che fungesse da direttore d’orchestra, e così tutti gli strumentisti se ne sono andati per i fatti loro… o meglio,, hanno suonato la musica che solleticava le trombe di Eustachio delle istituzioni…

  8. vincenzo petronelli

    Chiedo scusa per alcune incongruenze sintattiche nella digitazione, ma ho composto il messaggio proprio come un frammento, assolvendo contemporaneamente i miei impegni di lavoro.

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/04/14/dibattito-a-piu-voci-non-la-poesia-e-in-crisi-ma-la-crisi-e-in-poesia-alcune-questioni-di-ontologia-estetica-la-questione-montale-pasolini-alla-ricerca-di-una-lingua-poetica-tomas-transtromer/comment-page-2/#comment-19710
    Caro Vincenzo,

    ritengo che la poesia italiana abbia oggi degli ottimi poeti, che però non sono quelli editati dagli uffici stampa degli editori a maggiore diffusione perché lì i giochi sono fatti in base alle regole non scritte della coappartenenza a lobbies e ad apparati dove vige la regola della cooptazione e della filiazione. L’ombra delle Parole vuole essere un progetto di rinnovamento della poesia italiana rimasta ferma da 50 anni. L’assenza della circolazione di idee nuove ha fatto sì che il tessuto della poesia si sia necrotizzato e narcotizzato…

    Comprendo anche che questo fatto possa piacere a chi ha interesse a non far progredire la ricerca e a fotografare lo status quo, eternizzarlo… insomma che possa far piacere agli esponenti in vista lo trovo naturale, ovvio, loro saranno sempre avversi alle novità del linguaggio poetico… Però è anche ovvio che i loro interessi non coincidono con i nostri.

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