Odisseo Elytis POESIE SCELTE a cura di Chiara Catapano – La metafisica della luce – Lezione tenuta al Laboratorio di poesia de L’Ombra delle Parole presso la Libreria L’Altracittà di Roma l’8 marzo 2017

grecia scene di omero

Scene di vita omeriche

Odisseo Elitis, poeta greco, premio Nobel per la letteratura nel 1979. Dopo l’opera monumentale, Τὸ ‘Àσιον εϚτί’ (1959), che segna un traguardo nel progetto poetico di E., un punto culminante in cui esperienze intime e collettive si trasmutano in glorificazione delle cose modeste, vengono le poesie di ῞Εζη ϰαὶ μία τύψειϚ γιὰ τὸν οὐϱανό (“Sei e un rimorso per il cielo, 1960) composte nel medesimo periodo, che assicurano invece il proseguimento del disegno lirico iniziale, confermato in Τὸ ϕὗτόδεντϱο (L’albero luce, 1971). Amore sensuale ed esoterismo emanano da ricordi d’infanzia, mentre il poeta vive nei disagi di un esilio volontario a Parigi (1969-71). La rivoluzione giovanile in nome dell’immaginazione incoraggia la realizzazione dell’opera teatrale Μαϱία Νεϕέλη (Maria Nefeli, 1978) e la stesura di prose saggistiche. Nelle poesie più recenti il tema della morte, che il poeta aveva eluso nelle opere precedenti, dà risultati di grande fascino lirico, come in ῾Ο μιϰϱὸσ ναυτίλοσ (Il piccolo nocchiero, 1985).

Tra le sue opere sono state edite in traduzione italiana: Poesie, a cura di M. Vitti (1952); 21 poesie, a cura di V. Rotolo (1968); Sole il Primo, a cura di Nicola Crocetti (1979); Poesia, prosa, a cura di M. Vitti (1982, con studio introduttivo e bibliografia).

Odysseas Elytis, 1911-1996

Odisseo Elytis (1911-1996)

Chiara Catapano

In questo mio primo intervento al Laboratorio poetico, ho deciso di raccontare qualcosa del poeta greco Odysseas Elytis, degli esiti altissimi della poesia greca nell’ultimo decennio del XX secolo.

La poesia greca è poco conosciuta, mal conosciuta, ma a mio avviso è estremamente interessante per aprire nuove possibilità, proprio di fronte alla crisi che la poesia italiana sta conoscendo ormai da molti anni. Sono profondamente convinta che una rilettura della tradizione poetica europea attraverso la lente se volete “deformante” dei poeti greci, ci offrirà nuove prospettive.

Dico “deformante”, perché – cosa che non suonerà del tutto nuova – la poesia greca non è poesia europea. Si trova tra due mondi: erede dell’uno (l’orientale) e capostipite dell’altro (il nostro occidentale), ha accesso a un microcosmo le cui dimensioni, quantisticamente parlando, paradossalmente sono infinite.

Non si tratta di una questione puramente storico-geografica; è la lingua che ci offre la maggior parte delle risposte. La lingua greca vive il fenomeno della “diglossia” (di cui solo la lingua araba in modo similare partecipa). Per comprendere meglio il fenomeno, dobbiamo immaginare l’evoluzione delle lingue neolatine, con un punto di origine e diverse linee che vi si distaccano in varie direzioni, ognuna con un suo vettore. La greca invece va immaginata come due linee orizzontali parallele. Si è andata creando, nei lunghi secoli bizantini e della turcocrazia, una doppia lingua, che per semplificare all’osso indichiamo come parlata/popolare da una parte, e scritta/aristocratica dall’altra. Il tutto è molto più complesso, ma diciamo che ad un certo punto, molto avanti nel tempo, la lingua parlata (la vera erede di una naturale trasformazione di quella antica) ha fatto la sua apparizione in documenti scritti. La questione della lingua ha provocato scontri anche violenti durante il corso del 1900 in Grecia, e una sua parziale soluzione è arrivata appena negli anni ’70.

Questo per spiegare quanto intimamente l’uomo greco e la sua lingua vivano anche traumaticamente la loro comune evoluzione.

Dunque la diglossia, vissuta come handicap per decenni, in alcuni letterati ha dato il via a un processo profondissimo di revisione delle istanze poetiche. Lì dove c’era il limite, è apparsa una ricchezza inestimabile.  Tra tutti, Elytis ha portato al massimo grado le possibilità del greco, dando vita alla fine della sua esistenza, negli anni ’80 e ’90, ad una lingua poetica nuova che ha spezzato e ricostituito quella fino ad allora esistente.

Pensate di poter raggiungere, come bucando il tempo, vocaboli usati più di 3000 anni fa; parole che oggi sono scritte – spesso pronunciate – nello stesso modo, e che conservano lo stesso identico significato. Poterle recuperare nella loro forza primigenia, nella loro purezza, e contemporaneamente cariche dell’esperienza dei secoli; se volete, anche cariche delle scorie del tempo. Questa è l’operazione che ha attuato Elytis.

Credo che questi esiti siano stati possibili per il fatto che il greco popolare, parlato, nei secoli minacciato dall’egemonia della katharevusa, ha mantenuto anch’essa – ma in modo più vivo, più reale – un rapporto molto stretto con il greco antico, nel timore di una dissoluzione definitiva.

***

LETTURE

Quando dico METAFISICA SOLARE intendo certamente la metafisica della luce, e questo è un tema difficile, impossibile da trattare in modo divulgativo. Comunque l’aggettivo “solare” lo adopero per indicare la conformazione nucleare del poema, qualcosa che ha a che fare non solo con il contenuto ma anche con la tecnica.

I filosofi possono parlare liberamente e a livello teorico, ma il poeta deve sintonizzare la teoria con la pratica, ovvero la sua teoria deve poter apparire realizzata nell’opera.

Se ci s’immagina la coscienza al posto del sole, da un lato, e dall’altro tutti i fattori che convergono dentro l’espressione poetica – immagini, similitudini, metafore, pensieri – in luogo dei pianeti, si vedrà come il movimento che presenta questo insieme acquisti il medesimo carattere di un sistema solare. In questo senso dicevo che è la conformazione nucleare del poema.

Così la luce, inizio e fine di ogni fenomeno apocalittico (rivelatore), dichiara attraverso il conseguimento di una maggiore continua visibilità, una definitiva trasparenza dentro il poema che consente di vedere allo stesso tempo dentro la materia e dentro l’anima. Questo è anche l’obbiettivo finale secondo il mio parere, di un poema.

A Patmo lo si comprende meglio. Si comprende cioè come San Giovanni è giunto fino all’apocalisse.”

(da Audioritratto, Upsilon Biblia) trad. Chiara Catapano

Odysseas Elytis, 1911-1996_1

Odisseo Elytis (1911-1996)

Cosa avranno dunque provato gli uomini quando chiamarono per la prima volta il cielo “cielo” e il mare “mare”? Sarà sgorgato un po’ di colore azzurro? Si saranno sollevate le onde irruenti? Questo ha importanza. Spesso accade di pensare che una donna non sarebbe mai stata tanto bella se il suo nome fosse stato diverso; un’illusione, certo, che però nasce dall’amore e che per questo non è affatto da ignorare. Il corpo influisce sul nome e il nome sul corpo secondo una legge che ci sfugge. Lo stesso accade al poeta con le parole e la loro reciproca attrazione. Non dimentichiamoci che scavalca cadaveri su cadaveri per rendersi infine degno di un neonato vivo e che lotta un’intera vita per lui: per il neonato della sua voce. Dio mio, quanto è difficile!

Mi è stato concesso, cari amici, di scrivere in una lingua parlata solo da qualche milione di persone. E purtuttavia una lingua che è parlata da 2500 anni senza interruzione e con differenze minime. Questo scarto spazio-temporale, in apparenza sorprendente, trova il suo corrispettivo nelle dimensioni culturali del mio paese. Che è ridotto nella sua area spaziale, ma infinito per estensione temporale. Non lo ricordo certo per inorgoglirmi ma per mostrare le difficoltà che affronta un poeta quando, per nominare le cose che più ama, deve ricorrere alle stesse parole usate da Saffo o da Pindaro, ad esempio, senza tuttavia avere la loro fama, riconosciuta da tutta l’umanità.

Se la lingua fosse semplicemente un mezzo di comunicazione, non vi sarebbe alcun problema. Ma talora accade che essa sia anche uno strumento di “magia” carico di valori morali. Ancora di più, nel lungo corso dei secoli, la lingua ha fatto proprio un certo modo di essere altamente morale. E questo modo di essere crea degli obblighi. Non va dimenticato che nei suoi venticinque secoli non ve n’è stato neppure uno, neppure uno lo ripeto, in cui non si sia scritto poesia in greco. Ecco qual è il grande peso della tradizione che questo strumento solleva. La poesia greca moderna ne offre un’immagine oltremodo incisiva.

Grecia eroi-di-Troia

Scene di vita omeriche

(da Il metodo del dunque, Donzelli) trad. Paola Maria Minucci

Da Elegie di Oxòpetra, 1991 (Crocetti)

Intrepido, fiducioso, audace

Ora io guardo dalla barca che arriverà sempre vuota
Ovunque tu salga, a un Cimitero lontano sul mare
Con Core di pietra che stringono fiori in mano. Sarà notte e agosto
Quando cambiano guardia le stelle. E le montagne leggere
Piene di vento buio sono appena sopra la linea dell’orizzonte…
Intorno odore di erba bruciata. E una pena d’ignota stirpe
Che dall’alto
scende in un rivo sul mare addormentato

Risplende dentro di me tutto quel che ignoro. E tuttavia risplende

Ah bellezza anche se mai ti concedesti intera
Qualcosa sono riuscito a carpirti. Parlo di quel verde della pupilla che per primo
Entra nell’amore e dell’oro che ovunque lo posi infuoca luglio
Ritirate i remi voi usi ad una vita dura. Portarmi là dove vanno gli altri
Non si può. Nacqui per non appartenere a nulla e a nessuno
Vassallo del cielo chiedo di tornare di nuovo là
Nei miei diritti. Lo dice anche il vento
Da piccolo lo stupore è fiore e quando cresce morte

Ah bellezza tu mi consegnerai come Giuda
Sarà notte e agosto. Enormi arpe si udranno di tanto in tanto e
Con il poco turchino della mia anima l’Oxò Petra comincerà a
Emergere dal buio. Piccole dee, da sempre giovani
Frige o Lidie con corone d’argento e ali verdi intorno a me si raduneranno cantando
Quando le pene di ognuno saranno scontate
Con colori di amari ciottoli: tanto
Con fibule di dolore tutti i tuoi amori, tanto
La torba della roccia e l’orrendo crepaccio del tuo sonno non recinto due volte tanto

Finché una volta il fondo del mare con tutto il suo plancton invaso di luce
Si rovescerà sulla mia testa. E altre cose fino ad allora non svelate
Appariranno come viste attraverso la mia carne
Pesci dell’aria, capre dall’esile corpo erto contro le onde scampanio di San Demetrio il Profumato

Mentre in fondo lontano continuerà a girare la terra con una barca nera perduta al largo e vuota.

***

Da Il piccolo marinaio, 1985 (Donzelli)

Incenso al migliore

II

Ho abitato una terra che sorgeva dall’altra, la reale, come il sogno dai fatti della vita. L’ho chiamata anch’essa Grecia e l’ho incisa sulla carta per vederla. Sembrava così piccola, così inafferrabile.
Mano mano che il tempo passava la mettevo alla prova: con qualche improvviso terremoto, con antiche tempeste naturali. Cambiavo posto alle cose per togliere loro ogni valore. Studiavo l’Insonne e l’Eremita per poter creare colline castane, piccoli monasteri, fonti. Ho fatto persino un frutteto pieno di agrumi con la fragranza di Eraclito e di Archiloco. Ma il profumo era tale che ho avuto paura. E piano paino ho cominciato a legare parole come fossero diamanti e a nascondere il paese che amavo. Perché nessuno ne vedesse la bellezza. O sospettasse che forse non esiste.

IV

La primavera non l’ho trovata tanto nei campi o, diciamo, in un Botticelli quanto in una piccola icona rossa della Domenica delle Palme. Così pure un giorno, l’ho sentito il mare guardando una testa di Giove. Quando scopriamo le segrete relazioni dei concetti e li penetriamo sin nel profondo arriviamo a un’altra forma di chiarezza che è la Poesia. E la Poesia è sempre una, come uno è il cielo. La questione è da quale parte uno vede il cielo.

Io l’ho visto proprio stando in mezzo al mare aperto.

***

Da Sei rimorsi più uno per il cielo, 1960 (Donzelli)

L’autopsia

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo stillato sulle foglie del suo cuore.

E delle molte volte che aveva vegliato accanto al candeliere, aspettando i primi albori, una strana vampata gli aveva preso le viscere.

Appena sotto la pelle, la linea azzurra dell’orizzonte intensa per colore. E numerose tracce di celeste nel sangue.

Le voci degli uccelli, ripetute in ore di grande solitudine a memoria, irruppero sembra tutte insieme, tanto che il bisturi non riuscì a incidere a fondo.

Forse l’intenzione bastò per il Male.

Che affrontò – è evidente – nell’atteggiamento atroce dell’innocente. Spalancati, fieri gli occhi, e tutto il bosco che si agitava ancora sulla retina immacolata.

Nel cervello niente, all’infuori di una distrutta eco di cielo.

E soltanto nella cavità del suo orecchio sinistro, poca sabbia minuta, fine, come dentro le conchiglie. Segno delle molte volte che aveva camminato solo lungo il mare, con la pena d’amore e l’urlo del vento.

Quanto a quelle scintille di fuoco sul pube, mostrano che davvero andava avanti per ore, ad ogni suo nuovo amplesso con la donna.

Avremo raccolti precoci quest’anno.

***

Da Sole il primo, 1943 (Donzelli)

Non la conosco più la notte, atroce anonimia di morte
Una flotta di stelle approda in fondo alla mia anima.
Espero, sentinella, brilla accanto alla brezza
Turchina di un’isola che sogna
Mentre annuncio l’alba dall’alto degli scogli
I miei occhi ti fanno navigare abbracciato alla stella
Del mio cuore più giusto: Non la conosco più la notte.

Non li conosco più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Chiaramente leggo conchiglie foglie stelle
L’inimicizia mi è superflua nelle strade del cielo
A meno che non sia il sogno a guardarmi
Attraversare con lacrime il mare dell’immortalità
Espero, sotto l’arco del tuo fuoco d’oro
La notte che è soltanto notte non la conosco più.

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Chiara Catapano

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina.

Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca.

Collaborazioni recenti:

Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino.

Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di Per metà del cielo, della poetessa sovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit).  Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241

L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature”.

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta Apice stretto in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. A ottobre 2011 esce la sua raccolta La fame edita da Thauma Edizioni, A novembre 2013 pubblica la raccolta La graziosa vita (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la omonima casa editrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana.

Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito Alìmono, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon.

Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari, quali:

blog di intercultura italo-slovena La casa di carta-Papirnata hisa, “Poeti e poesia” e “AbsolutePoetry” (http://www.absolutepoetry.org/il-figlio) a cura di Francesca Matteoni (2011); Fiabesca”, blog di Francesca Matteoni;

Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/) Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta” apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/

Intervista sul sito “World War I Bridges”, http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1

“Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del FestivalTrieste Poesia” la raccolta La graziosa vita, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014

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15 commenti

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15 risposte a “Odisseo Elytis POESIE SCELTE a cura di Chiara Catapano – La metafisica della luce – Lezione tenuta al Laboratorio di poesia de L’Ombra delle Parole presso la Libreria L’Altracittà di Roma l’8 marzo 2017

  1. In una lettera all’amico poeta Andrea Embirikios, Elytis afferma: “Si tratta appunto di questo. La Poesia è nata per correggere gli errori di Dio; o se no, perlomeno per mostrare quanto abbiamo frainteso il suo dono”.
    Va sottolineato che Elytis non era credente, nel senso che la religione esige; ma gli era naturale il movimento verso il sacro, senza che ciò coincidesse mai con alcun credo. La Poesia come manifestazione dell’infinita capacità dell’uomo di consegnarsi alla vita, e di accoglierla in sé.
    Dalla breve selezione di testi (ma davvero basta aprire a caso tra le pagine della sua vasta produzione poetica) subito ne comprendiamo il coraggio: di osare immagini che non sono pura immaginazione in poesia. Coraggio di credere nei sensi che affermano l’esistenza di un mondo al di là, perfettamente vero. Qualcosa che la fisica quantistica ci ha suggerito, tempo dopo la stesura dei suoi versi.
    Tutto ciò è molto importante, possiamo osservare con precisione chirurgica lo schiudersi del primo giorno di primavera, battendo i sentieri inesausti della Poesia.
    Di questo coraggio c’è bisogno oggi, forse più di qualsiasi altra cosa. E di durezza. Il Poeta deve essere durissimo, chiedere l’impossibile.

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18790
    Au
    Heidegger ha scritto: i filosofi abitano l’essere, i poeti nominano il sacro (citato a memoria).
    Per troppi anni abbiamo dimenticato questo semplicissimo insegnamento. Da senza dio io mi attengo fermamente a questo principio, non soltanto perché «Dio è morto», cosa ovvia ormai, ma perché dio è stato dimenticato, cosa a mio avviso ben più grave…
    Non soltanto abbiamo dimenticato chi ha vinto la guerra di troia, ma abbiamo dimenticato anche dio… e il sacro oggi per un senza-dio come sono io non può che nominare questa dimenticanza…

    • Grazie Giorgio Linguaglossa, è uno spunto importante.
      C’è un passo nelle “Nozze di Cadmo e Armonia”, in cui Calasso ci racconta del regime moderno del rapporto con il divino: l’indifferenza. Indifferenza che, al di là dall’essere una liberazione dell’umano nei confronti di una “religo” coercitiva, è la perdita del senso intimo, della capacità poetica stessa. Dio non è mai nato, per spingerci un po’ oltre. Ciò che possiamo dunque osservare attraverso i nostri sensi è – seguendoli nella loro ricerca del sacro che certo è, e non richiede patenti di credo – l’illuminarsi del racconto, che è manifestarsi di quanto materialmente celato. Materia che ci fornisce, peraltro, i materiali con cui edificheremo la realtà viva e pulsante sotto l’altra.

      • Caro Giorgio e Chiara,
        il vostro discorso è di grande interesse, ma va chiarito nei termini esatti perché è troppo importante per l’uomo d’oggi che sbanda paurosamene in un mondo in cui non si riconosce più. Giorgio dice:
        “…Heidegger ha scritto: i filosofi abitano l’essere, i poeti nominano il sacro (citato a memoria).
        Per troppi anni abbiamo dimenticato questo semplicissimo insegnamento. Da senza dio io mi attengo fermamente a questo principio, non soltanto perché «Dio è morto», cosa ovvia ormai, ma perché dio è stato dimenticato, cosa a mio avviso ben più grave…”
        Osservazione profonda: Dio è stato dimenticato; che sia “morto”…un Uomo, Gesù di Nazareth, che fece molti miracoli risuscitando anche persone da morte e che moltissime persone hanno creduto fosse il Figlio di Dio è stato ucciso per una serie di tragiche combinazioni; ma non credo che Giorgio si riferisse a Gesù Cristo, penso invece che abbia dato per scontata “la morte di Dio”, idea diffusa oggi nella società occidentale, “morte che potrebbe essere “reversibile” nel caso si dovesse riscoprire (cosa che penso avverrà) che è morto non il Dio vero, ma quello deformato e raggelato in una serie di regole dall’Ideologia religiosa. In questo secondo significato che condivido, si conferma vera la 2° ipotesi di cui Giorgio Linguaglossa ha parlato: più grave è la dimenticanza di Dio, di quello vero contraddetto dai suoi stessi devoti e seguaci con modi di vita ed azioni che gridano vendetta al cielo. Molto profonda è anche la citazione che Chiara che va nella stessa direzione:
        …C’è un passo nelle “Nozze di Cadmo e Armonia”, in cui Calasso ci racconta del regime moderno del rapporto con il divino: l’indifferenza. Indifferenza che, al di là dall’essere una liberazione dell’umano nei confronti di una “religo” coercitiva, è la perdita del senso intimo, della capacità poetica stessa…”
        I tempi della religione coercitiva sono finiti: oggi “o si rifa la Chiesa o si muore”. La Chiesa deve tornare ad essere assemblea dei credenti che siano testimoni di come è presente e agisce Dio nella loro vita. Soltanto la testimonianza di vita può ricordare agli uomini che, se vogliono, la loro esistenza può radicalmente cambiare “grazie a Dio, riconosciuto per quello che è, un’Energia che genera e alimenta tutte le cose”, ma per moltissime altre sue qualità a noi sconosciute, al vertice delle quali è L’Amore. Dante, 33° del Paradiso “E già volgeva il mio disire e il velle / sì come ruota che igualmente è mossa / l’Amor che muove il sole e l’altre stelle”. La difficoltà sta nel voler cambiare veramente la propria vita: a volte si crede di volere, ma poi si viene distratti da mille problemi inutili e pubblicità acquisti che non servono a niente, solo a riempire il vuoto un vuoto che poi rimane tale. Questo ricordo vivo dedicato al poeta greco credo vada nell’idea che Elytis ha della poesia come organismo strutturato intorno ad un nucleo vitale-analogo al sistema solare che, attraverso la luce (del sole, probabilmente simbolo di Dio stesso), consente di vedere
        allo stesso tempo dentro la materia e dentro l’anima: è questa è la mia idea della poesia, che adesso si realizza nelle NOE CON LE DUE MPORTANTI MODALITA’ DEL FRAMMENTISMO E DELLA TECNICHE E APERTURE DELLA NUOVA ONTOLOGIA CHE VUOLE RESTITUIRE ALL’UOMO UNA VISIONE PIU’ PIU’ REALISTICA, VERA E COMPLETA DEL MONDO. Grazie ai due poeti e ad Elytis!!

        Mariella

  3. copio e incollo tre poesie inviatami da una poetessa, Anna Boero. C’è qualcosa che merita di essere portato alla attenzione dei lettori. Si nota una certa maestria, un talento che deve però essere educato e deve ancora trovare la sua strada espressiva. Questo vuole essere un incoraggiamento all’autrice ad andare avanti nell’apprendimento delle tecniche e del linguaggio poetico:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18791
    Resonabilis Nymphae
    -Corpus adhuc Echo
    Non vox erat-

    La piovosa la sento che sgrondava
    da ombrelli, da embrici ripullulava
    e la brada perfetta si incagiona
    oggi per la città esitante, esausta
    mi sono rimescolata alla piovorna
    nella vetrata che batte,
    come specchio da redimere,
    mentre all’alba tessuta da grigiore
    picchia la diluviante imprigionata, l’acqua.
    Liquefacendosi le donne
    si aprono al petto come battiti;
    La sussultante esulta, si scagiona
    l’Eco dai loro corpi. Esclamano
    -piove!-

    *
    Passata è la tempesta

    Dell’amaca percorsa dai tuoi occhi
    di piogge premature, come i pregi
    dei mogani squassati dai cicloni,
    ti sorprende l’acume. I fotogrammi
    che attestano i giornali, come quelli
    nelle tue palpebre ricordano la luce
    che hai cerchiata tra i polsi, ed ora
    quei bracciali li infondi con lo sguardo
    come gli embrici ai grani della terra,
    quelle tue iridi intricate alle radici
    delle tue ciglia, mentre poteva il sonno
    addormentarti e il maestrale
    scoperchiava le case.

    *
    Mattine invernali

    All’ora nuda, nelle mattine invernali,
    Soltanto una era la nostra sorpresa
    tra noi protesi in riflessi ubiquitari,
    apprendere che il lago ci rileva.
    Anche la quiete è breve dopo il fiume,
    L’acqua che deve snaturarsi
    ora divaga i lineamenti, a duplicarli
    un intervallo di piume.
    Sciolta, la linea non è più sé stessa,
    che la deforma è un’abulia che nuota
    nell’onda; l’obliquo che ondula i rami
    lubrifica l’anatra e il vento
    che la smorza.

  4. gino rago

    Due passaggi, ben evidenziati da Chiara Catapano nel suo eccellente lavoro sull’autore di “Sole il primo”, nella dichiarazione di poetica di Elytis
    mi hanno impressionato, mettendo in moto in me riflessioni, antiche suggestioni, meditazioni, anche verso l'”eurocentrismo poetico” a lungo
    rivendicato:
    – Un poeta ( moderno ) deve ricorrere alle stesse parole usate da Saffo o da Pindaro…
    – Se la lingua fosse semplicemente un mezzo di comunicazione, non vi sarebbe alcun problema; ma talora accade che essa (la lingua) sia anche
    uno strumento di “magia” carico di valori morali…

    “Valori morali”…di una lingua che toccano l’etica dello scrivere, ma anche,
    ed è ciò che più conta, la “durata” nel tempo della poesia.
    Gino Rago

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18797
      Caro Gino Rago, vai a toccare il punto cardine di tutta la produzione poetica di Elytis.
      Mentre in Italia si alternavano movimenti e sperimentazioni (funzionali certo perché il paese uscisse da quel pantano di provincialismo dal quale raramente è riuscita ad alzare la testa), in Grecia si faceva altissima poesia: penso non solo a Elytis, ma anche a Sefèris, Ritsos, Gatsos, Patrikios, Thèmelis… procedendo a ritroso nel secolo XX. Dando un’occhiata alle date, accanto alle poesie qui antologizzate, si può vedere che son partita dalle ultime raccolte (anni ’90-’80), giù giù fino agli anni ’40. Ed è facile capire (persino la traduzione ce ne ragala il senso) che le ultime prove sono quelle in cui la lingua è totalmente domata dal Poeta, lo segue, docilmente risponde alla sua penna.
      Certo, la situazione di diglossia, la sua storia, fanno della piccola Grecia un caso a sé: tuttavia sono persuasa che la sua esperienza possa regalarci un punto di vista assolutamente inedito per guardare anche noi in direzioni ancora non esperite. Insomma, che la lingua italiana sia capace di soluzioni poetiche non ancora espresse; e la Nuova Ontologia raccoglie poeti che stanno tentando questi sentieri – ognuno con il proprio personalissimo linguaggio.
      Che la lingua torni ad essere strumento morale, sì – senza moralisimi, non vorrei si confondessero i termini! Il Poeta deve essere duro, e, per dirla ancora con Elytis, pretendere “l’impossibile”.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18798
    A proposito del «tempo interno» della poesia

    Connesso in qualche modo al concetto di tempo è quello dell’autenticità, sono convinto che la materia vivente, la materia biologica, e quindi anche l’uomo, sia un congegno del tipo: orologio biologico e, in quanto tale, un oggetto fatto con la stessa stoffa del tempo. Noi non possiamo uscire fuori dal tempo, perché ci siamo dentro in quanto orologi biologici temporali e il nostro cervello anch’esso traduce tutto in ordine temporale, subisce la coazione del fattore biologico temporale a decodificare tutto ciò che vede e sente in ordinamento temporale.

    Così chiosava qualche tempo fa Claudio Borghi su questa rivista a proposito dell’effetto della «dilatazione del tempo»:

    «L’effetto noto come dilatazione del tempo consiste nella diversa durata di uno stesso fenomeno osservato da riferimenti inerziali in moto relativo, laddove per uno di essi (O’) gli eventi iniziale e finale si producono nello stesso punto dello spazio, mentre per l’altro (O) si producono in punti diversi. L’effetto è simmetrico, nel senso che se la coincidenza degli eventi estremi è tale per O, è O’ che misura un intervallo di tempo dilatato rispetto a quello misurato da O».

    Io sono del parere che l’effetto della dilatazione e del restringimento del tempo sia cosa nota e ben visibile nella nostra vita quotidiana di tutti i giorni, tutti noi abbiamo provato questa strana sensazione in momenti particolari della nostra esistenza, è un effetto universalmente noto. Quello che io tento di dire è che in poesia accade non soltanto un «effetto» ma accadono svariati «effetti» di percezione del tempo: c’è il «tempo interno» di ogni singola parola, c’è il «tempo interno» di una immagine, di una proposizione, ci sono i «tempi interni» delle immagini a solenoide come accade spesso nella poesia di Tranströmer… Voglio dire che tutti questi «tempi interni», in una poesia della Nuova ontologia estetica, vengono ad interagire per creare quell’effetto multiplo dato da tutte le percezioni del tempo contemporaneamente. La ricchezza delle possibilità fornite da questa nuovo concetto del «tempo interno» è sotto gli occhi di tutti, è cosa palpabile e comprensibile da tutti. Si tratta di un modo nuovo e diverso di considerare la forma-poesia nella sua costituzione ontologica.

    Da questo punto di vista, la metafora altro non è che una immagine in movimento, una immagine mobile, che si muove nel tempo. Una immagine mobile del tempo.

    • Non posso non tornare all’amatissimo Boine, al suo romanzo “Il peccato”. Cito Boine: “L’intenzione generale era di rappresentare quel lirico intrecciarsi di molto pensiero sulla scarsezza di pochi fatti: quel continuo sconfinare della poca cronistoria esteriore nella contraddittoria, nella dolorosa, angosciata complessità del pensare che è la vita di molti e la mia; – intenzione di esprimere una complessità, una compresenza di cose diverse nella brevità dell’attimo, dentro una apparente povertà di vita. Ma son tentativi: restan tentativi.”
      La strada Boine l’aveva aperta (prima che il romanzo novecentesco prendesse una sua forma); frequentò per un periodo a Parigi le lezioni di Bergson, non va scordato. Insomma, un obliato della nostra storia letteraria, che però aveva imboccato una strada su cui oggi ancora si fatica a transitare (qui da noi, almeno).

  6. Steven Grieco-Rathgeb

    LA METAFORA NELLA POESIA DI ELYTIS E DI TRASTROMER – LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18803
    In questo post vediamo la somma capacità del poeta di operare la trasfigurazione delle parole dal loro senso letterale a quello suggerito e ben oltre, che le fa d’un tratto vibrare invisibilmente ad un livello più alto, proprio della poesia, un livello che non ha più niente a che fare con la prosa “letteraria”.
    Una delle principali chiavi di questo miracolo sta negli accostamenti inaspettati fra diverse immagini, situazioni e concetti, che la poesia è in grado di operare al sommo grado: i quali accostamenti creano la scintilla che a sua volta produce l’ulteriore significazione, l’ulteriore situazione, quella che fugge ed è inafferrabile. E che noi chiamiamo metafora. (Penso che l’Ulisse di Joyce sia di questo un esempio molto più lampante della Terra Desolata di Eliot – laddove Joyce, per decostruire e rivoluzionare la prosa, ha dovuto ricorrere alla poesia, nel senso più antico di questo termine.)
    Oltreché Elytis in questo post, i versi di Tranströmer più volte citati da Giorgio Linguaglossa su l’Ombra esemplificano anch’essi questo pensiero.
    Detto in altro modo: laddove in poesia il significato si assottiglia fino a scomparire, nasce il senso delle cose. Ovvero: laddove in poesia le cose non si curano più di significare, esse diventano lo stesso significato.
    Perché? Perché il poeta si è reso entità sottile, è diventato mero veicolo della sua poesia, non ha frapposto nessuna barriera fra la comprensione della poesia e del lettore.
    Un cruciale aspetto della grande crisi della poesia mondiale sta proprio qui: nel XX secolo il significato si è logorato a tal punto, che se ne è dovuto giustamente celebrare il funerale.
    Ma procediamo per ordine. Quegli accostamenti inaspettati fra immagini, situazioni e concetti che fanno scoccare la scintilla del “senso”, sono quello che noi comunemente chiamiamo “metafora”. A mio avviso, uno dei motivi del funerale più sopra, oltre a tutti gli altri di qui abbiamo parlato così spesso su questa rivista, sta proprio nella incorretta acquisizione del concetto di “metafora” nei nostri tempi. Ancora oggi si pensa (lo vedo dai commenti su questo blog) alla “metafora” come ad un concetto statico, da sempre consacrato, fermo nel tempo.
    Eppure una attenta lettura degli importanti poeti delle seconda metà del XX secolo, quali appunto Rozewicz, Transtroemer, Popa, Ritsos, Elytis dovrebbe far pensare altrimenti. E invece, ancora oggi, la parola “metafora” evoca incrostazione letteraria, eccessiva letterarietà, pachidermici confronti fra cose in cui ogni immagine pesa come il piombo e non è in grado di suggerire altro che la sua stessa pesantezza, anche se ambisce a divenire “densità significante”.
    Tanto che più volte si è voluto decretare la fine della metafora nella poesia contemporanea, celebrarne il funerale, onde scongiurare il funerale più grande, quello della poesia.
    Eppure i poeti che ho menzionato sopra usano tutti la metafora. Eccome la usano.
    Elytis: “Finché una volta il fondo del mare con tutto il suo plancton invaso di luce / Si rovescerà sulla mia testa. E altre cose fino ad allora non svelate / Appariranno come viste attraverso la mia carne / Pesci dell’aria, capre dall’esile corpo erto contro le onde scampanio di San Demetrio il Profumato // Mentre in fondo lontano continuerà a girare la terra con una barca nera perduta al largo e vuota.”
    Confrontiamo con Transtroemer: “Labirinto tardo autunnale. / All’entrata del bosco una bottiglia vuota gettata via. / Entra! In questa stagione il bosco è silenziosi locali abbandonati. / Solo il rumore di battiti: come se qualcuno spostasse piano i rami con una pinzetta.”
    (Notate la lunghezza del verso di entrambi questi poeti.)
    Nel caso di Elytis, possiamo dire che l’atmosfera più rarefatta e più ricca della lingua greca rispetto alle altre lingue europee, agisce con una sua specifica ed unica forza, come ci dice Chiara Catapano nella sua presentazione. Il Greco, lingua piena di vicissitudini eppure cristallina dopo tremila anni, è per noi una preziosa lezione, in tempi di lingue letterariamente (quasi) morte.
    Torniamo alla metafora. Vorrei partire dal livello più semplice, la metafora “l’amore è una rosa”. Qui il tenore è “l’amore”, il veicolo “la rosa”. Cosa sta succedendo? La metafora è anche tentativo di definire, di spiegare. Ora, la parola “amore” è essenzialmente astratta: e l’infinita gamma di sensazioni, emozioni e sentimenti che essa evoca la rende quasi inservibile così da sola. “Rosa” invece denota un oggetto reale, lo vediamo in un giardino o su una siepe, ne conosciamo bene il profumo, il colore, e la “bellezza”: come simbolo è anche carica di associazioni che risalgono nei millenni e che ci suggeriscono tenerezza, morbidezza, calore, eros, attrazione, amore fisico, la spinosità del desiderabile… Ecco perché la rosa è uno dei fiori che più “definisce” l’amore. Accostando questo fiore alla parola amore, ne veicoliamo il senso, ma anche facciamo acquistare a quel senso una velocità altissima. Infatti, dato il bagaglio culturale appropriato, chi non acquisice questa metafora in un istante?
    Questo per quanto riguarda il significato della parola metafora nella sua accezione prettamente occidentale.
    Negli antichi testi indiani la metafora più in generale (ma anche con preciso riferimento alla scrittura) designa anche la rappresentazione di quell’attimo in cui noi esseri umani percepiamo, afferriamo il senso di un oggetto, reale o mentale che sia: in questo attimo chi percepisce, la cosa percepita, e l’atto di percepire sono una cosa sola. Ananda Coomaraswamy parla dell’atto mentale, involontario, della “assimilazione immediata” del percetto o del concetto. (“Assimilazione immediata” allude, anch’essa, alla altissima velocità dei processi mentali di cui sopra) Quindi il significato di metafora (upachaar) si allarga un po’ rispetto a quello che abbiamo descritto sopra: essa allora “consiste nella soppressione della differenza di senso fra due termini ben distinti fra loro: il sovrappiù di corrispondenza (sādrshya) li unifica” Gli esempi dati sono “il giovane è un leone”, “l’alunno è un fuoco”. Notiamo la radicale inconciliabile differenza reale tra un giovane e un leone, un alunno e un fuoco (magari boschivo), l’amore e la rosa. Qui il concetto di metafora si basa sulla radicale e inconciliabile estraneità delle cose fra loro, di tutte le cose fra di loro, come se vivessimo in un mondo di oggetti alieni che non si conoscono. Ed infatti è così. Sono la mamma e gli altri che ci hanno insegnato i nomi delle cose, da soli non avremmo mai acquisito il senso del nostro vivere. E da qui ha origine lo stupore per il mondo, un mondo strano e solo in parte comprensibile, la meraviglia per le cose che sono uniche e sempre vergini, che vediamo e pensiamo: perché una sottile, indefinibile, inspiegabile somiglianza le accomuna, e rende il nostro vivere vivibile, tollerabile, persino familiare.
    In questo senso la metafora è un luogo: è lo specifico contesto in cui due realtà diversissime fra loro si avvicinano fino a toccarsi e far scaturire la scintilla di quella che noi chiamiamo “comprensione”, “l’intelligenza di una cosa”.
    Quindi, una volta ancora, possiamo confermare il senso indiano: le cose forse non esistono in se stesse – o se pure esistono, esse sono “inconoscibili” (Bergson): ma certamente appaiono nella mente, che le percepisce, le intellige. Ed è attraverso la inconciliabile differenza (estraneità) fra noi ed esse, ed è attraverso quella impalpabile somiglianza (familiarità) che esse acquistano senso: che il mondo in genere acquista senso.
    Per questi motivi, la metafora in poesia dovrebbe funzionare come un congegno lievissimo, capace di muoversi con estrema velocità nella mente del poeta e subito dopo in quella del lettore. (E infatti proprio qui vediamo la cruciale importanza che ha la poesia NEL NOSTRO STESSO PROCESSO DI APPRENDIMENTO DEL MONDO! Joyce insegna) Vediamo la metafora in azione qui in Elytis, lo vediamo in altri, come Transtroemer, Ritsos. (E vorrei notare, a questo propsito, che se mai due poeti si sono più somigliati per il loro modo di procedere in poesia, quelli sono Ritsos e Transtroemer. Già solo a questo sarebbe bene dedicare un intero post su L’Ombra.)
    Perché noi poeti di oggi dobbiamo andare avanti non soltanto e giustamente delegittimando i poeti non importanti del passato e presente svelandone la mediocrità, ma ugualmente imparando anche dai pochi veri grandi. Ma questa è un’operazione più difficile. Che comunque Giorgio Linguaglossa e noi tutti cerchiamo da tempo di portare avanti.
    Dopo le grandi rivoluzione poetiche della prima metà del XX secolo, in un’epoca più tarda potevano solo convincere quei pochissimi poeti che sarebbero riusciti a operare il miracolo della depurazione estrema del significante fino a renderlo identico a se stesso. E per questo era appunto necessario scarnire, essenzializzare l’immagine, la situazione e il concetto, fino a farli rasentare il nulla. In quel momento le immagini e i concetti in poesia possono tornare ad essere scintilla evocatrice del terzo stadio della poesia – dopo il niveau letterale, e dopo il niveau figurato – quando la poesia parla se stessa, quando come un fotogramma esprime solo se stessa.
    In questo senso mi sentirei di dire che metafora è sì ciò che “trasferisce (fulmineamente)”, anche in senso prettamente etimologico: ma è anche ciò che il pensiero indiano indica nel concetto del sadrshya, l’assoluta coincidenza (in arte) fra la cosa e se stessa. Operazione che favorisce, come dice Ananda Coomaraswamy, il momento di “immediata assimilazione”.

  7. DA ODISSEO ELYTIS ALLA NUOVA POESIA ONTOLOGICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18804
    “Metafèro” oggi in greco definisce l’atto di “traslocare”. Non sono più qui, ma lì: eppure sono sempre io.
    Elytis risponde perfettamente a questa “immediata assimilazione” di cui Steven Grieco ci parla, citando Ananda Coomaraswamy; operando un più che interessante e concreto avvicinamento delle due culture, passando attraverso la metafora.
    Se analizziamo le opere di diversi tra i più noti poeti greci, vedremo che Elytis muta forma all’immagine, ci consegna solo quella d’arrivo: il “come se” svanito, eppure l’eco del momento iniziale, la ἀρχή, riverbera non soltanto nel luogo in cui si manifesta, ma in tutto il poema, o in tutt la poesia. Sefèris adopera un movimento più lento, ci dà il tempo di sostare sul ponte della metafora; ad esempio, in “Sopra un verso straniero” : “Felice se alla partenza, si sentì forte armato d’un amore, steso sul suo corpo, come le vene dove echeggia il sangue”; e ancora in un’altra sua lirica: “Eco stagnante, vuota, silime alla nostra solitudine,/simile al nostro amore, simile ai nostri corpi.” Nikos Gatsos ci consegna ad una realtà ancora diversa, dove la metaforizzazione persiste ovunque, senza quasi sbocco sulla realtà oggettiva di partenza. Thèmelis, ancora ci regala versi in cui la metafora si consegna a noi nuda, con riverberi alti, matafora-flauto: “Non abbiamo altro sole, altro cielo,/ amtro amore, altro incontro…/siamo come le pietre trafitte e gli animali/muti animali afflitti,/muti animali, pietre nude/con la loro indicibile pena, greve pena”.
    I greci hanno su di noi il vantaggio del popolo conquistato, della cultura non egemonica: loro hanno assimilato tutta le lezione europea, conoscono benissimo ad esempio la poesia spagnola (io intendo dire già a scuola, leggono, traducono, conoscono), per non parlare di qulla francese, che è il loro pane. Lo è stato anche, a maggior ragione, per i grandi nominati anche da Grieco-Rathgeb: Ritsos, Safèris, etc. Da qui l’ariosità, il movimento di una cultura erroneamente definita o identificata con una staticità durata mille anni. Un post interessante per l’Ombra, che spero di poter preparare in futuro, è quello sull’intensa collaborazione tra Sefèris ed Eliot. Come il greco comprese l’autore della “Terra desolata”, come meglio e prima di altri seppe leggere quest’opera con occhio “upereuropeo”, rende perfettamente idea di quanto fin qui si è detto. O di come Elytis lesse Ungaretti.
    Un grazie a Steven Grieco per l’ampissimo spunto di riflessione.

  8. Donatella Costantina Giancaspero

    TEMPO INTERNO E TEMPO ONTOLOGICO NELLA POESIA DI OGGI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/21/odisseo-elytis-poesie-scelte-a-cura-di-chiara-catapano-la-metafisica-della-luce-lezione-tenuta-al-laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-presso-la-libreria-laltracitta-di-roma-l8-marzo/comment-page-1/#comment-18806
    caro Giorgio,
    mi dispiace ma devo fare un distinguo, la questione del tempo e la questione dell’Esserci; due questioni complesse. Il tempo è dissimmetrico rispetto all’uomo. Poniamo mente a questo: tutti gli uomini invecchiano contemporaneamente ma ciascuno di essi percepisce il tempo scorrere in modo differente. Come si spiega questo paradosso? Dobbiamo credere alla unidirezionalità del tempo e alla molteplicità delle temporalità percepite da ogni singolo vivente? Così posta la questione invece di essere semplificata la si complica: davanti al tempo unidirezionale ci sarebbero miliardi e miliardi di temporalità diversissime e personalissime. Paradosso più grande sembra non esistere, eppure è in questa dimensione paradossale che l’uomo percepisce lo scorrere del tempo nelle sue vene: il tempo che si assottiglia e se ne va, e noi con esso.
    Anche la parola e la lingua seguono la dimensione del tempo, ma in sé il tempo è vuoto, è una entità vuota, sono gli enti che abitano il tempo a dare al tempo realtà e consistenza ontologica. Nulla di più vero quindi che una poesia che sia attenta alla questione del tempo sia diversa da una poesia che sconosce la questione paradossale posta dalla dimensione temporale. La poesia è tempo, e sempre tempo interno. La nuova poesia almeno. Vivere con cognizione nella situazione paradossale di un tempo vuoto è diverso da chi pensa al tempo come una dimensione esterna. Il tempo siamo noi, senza di noi non c’è il tempo.

  9. antonio sagredo

    risponde bene la Catapano evidenziando come il tempo esistenziale non è soggetto a un tempo oggettivo

  10. certo, e questo è uno dei temi portanti della NOE. Noi misuriamo il tempo con gli orologi per regolare i ritmi delle nostre vite: ma il tempo interno è inconoscibile, se non grazie all’intuizione della parola poetica.Mi sembra che, per la teoria della relatività, il tempo interno sia la 4° dimensione nella quale siamo inseriti e quindi non possiamo farne esperienza da una prospettiva “esterna”.

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