Pier Paolo Pasolini, Franco Di Carlo legge Trasumanar e organizzar (Garzanti, 1971)- Intervento di Franco Di Carlo tenuto al Laboratorio di Poesia dell’8 marzo 2017 Libreria L’Altracittà, Roma –  Il momento di svolta della poesia italiana del secondo Novecento – Un articolo di Francesco Erbani e alcuni brani poetici del libro

 

Laboratorio di poesia 8 marzo 2017 G. Linguaglossa prospettiva

Laboratorio di Poesia, Roma, Libreria L’Altracittà 8 marzo 2017

Nota critica di Franco Di Carlo

Trasumanar e organizzar (Garzanti, 1971) rappresenta un momento di importanza decisiva, non solo per la storia personale di Pasolini poeta, ma anche per quello, generale, della poesia italiana del secondo Novecento; infatti, proprio nel 1971 vengono alla luce libri di poesia di un certo rilievo, dei vari Montale, Penna, Bertolucci, Luzi, Ottieri, ecc., dai quali Pasolini si vuole distinguere, soprattutto per la dichiarata volontà dell’autore di progettare e attuare una poesia in cui emerga, tra i suoi diversi caratteri distintivi, quello esplicito ed evidente, della «letteratura», dell’abilità e del «mestiere del poeta». Schemi e modelli letterari «correnti»: «frammenti» diaristici e autobiografici; il viaggio, la quotidianità, la cronaca e l’attualità, discorsi metapoetici e metalinguistici in cui vengano esibiti il «lavoro», la «professione» del poeta-letterato, i temi politici ed «eretici, la nostalgia, non-reazionaria, del Passato, l’affiorare di una «nuova gioventù» non umile né ribelle né ubbidiente né rassegnata né rivoluzionaria, senza speranza alcuna, insomma.

Un libro libero e soggettivo, molto «privato» e auto-speculare, esistenziale, trasumanar e organizzar, ma anche, per modo di dire, oggettivo, nel senso che tutto quello che è al di fuori del soggetto pensante e di se stesso poetante, viene filtrato attraverso l’esperienza (ineffabile) dell’io-poeta-poetante sembrerebbe, quindi, una poesia in qualche modo neutra o neutrale, ma che, in realtà, è auto referenziale rispetto alla persona di Pasolini, in quanto a figura del desiderio, specchio di Narciso, anche quando nella seconda parte o libro di Trasumanar, risulta essere, come suggerisce lo stesso Pasolini, un canzoniere per una donna», «Maria» (Callas), dove il narcisismo, proprio del Poeta, deve fare i conti con l’altruismo e il rapporto di «affectus» (Spinoza).

Un libro, quindi, privo di ogni speranza o anche utopia o sogno idealistico o idealizzante, ma che, nonostante ciò, considera il fare poesia un’azione, un atto che incide sul reale, organizzandolo in termini di versi e di struttura espressiva: la poesia non è più qualcosa di ineffabile e astratto, ma punta tutto sul dire e sul fare concreto del comportamento linguistico-poetico, una poesia activa e pragmatica, con una sua organizzazione» e un suo Progetto, un Modello, un Paradigma, e anche, però, un suo Mysterium, una sua connotazione oscura e anfibologica, enigmatica: il Progetto dell’Ambiguo.

E già nelle terzine dantesco-pascoliane del penultimo poemetto di Poesia in forma di rosa (1964), «Progetto di opere future», emerge un tema simbolo tutto pasoliniano: il ritorno «al verde aprile», alla sua pre-espressiva nudità, alla «mistica filologia», cui fanno riscontro le ricerche progettuali per «BESTEMMIA» e «La Divina Mimesis», un’opera «mostruosa» e non deludente, una «nobile broda / d’ispirazioni miste…», realistica e misteriosa: l’oxymoron e la sineciosi, come ha indicato Fortini, sono e saranno la rappresentazione, per via retorico-figurale, del tratto caratteristico e fondamentale, della continuità, in senso oppositivo, accumulatorio e non-dialettico, dell’eterno coesistere della tesi e dell’antitesi espressive e stilistiche, non conciliabili e mai conciliate, da Poesie a Casarsa al non-finito «poema narrativo Petrolio: è «la nozione di Inespresso esistente senza di cui ogni cosa è mistero», una «PASOLINARIA / SUI MODI D’ESSERE POESIA», finché l’«AMBIGUO sarà in vita».

Laboratorio di poesia 8 marzo 2017

                       Laboratorio di Poesia, Roma, Libreria L’Altracittà, 8 marzo 2017

Trasumanar e organizzar è, dunque, una forma di oxymoron: il MISTERO e il PROGETTO (a cui Pasolini penserà come sottotitolo di Petrolio): la via e la «vita dello Stile» accumulate nella propria storia personale particolare e in quella, generale, della Storia, ed anche della storia della letteratura e della poesia. Un Progetto, perciò, metapoetico e metalinguistico, che mette in scena due opposti inconciliabili, che restano doppi (come l’essere e il Non-essere): l’utilità-l’inutilità della poesia e, come afferma lo stesso Pasolini, «l’accettazione totale della letteratura il rifiuto totale della letteratura»: la possibile «attualità» di questa contraddittoria affermazione, risiede, quindi, nel ribadire perentoriamente la natura principalmente pragmatica e insieme soggettiva di questa poesia ( del fare e dell’agire) ed anche esistenziale, la sua esplosiva e disperata vitalità, espresse e rese esplicite, ambiguamente e anfibologicamente, ma quasi teatralmente messe a nudo, attraverso il ricorso al leopardiano sentimento del patetico e ad una raffinata e squisita, ironica e auto-ironica letterarietà e poeticità.

Una poesia «attuale», dunque, quella di trasumanar, rischiosa e «pericolosa», e non «storica», senza prospettive apparenti, se non quella sua complice «a-temporalità e vitalistica auto referenzialità: realistica e insieme forse perduta e disfatta in una inventata e compiaciuta non-realtà, sul punto quasi di decomporsi e morire, ma ancora presente nella sua passionale ed emozionale fisicità, corpo vivo di un’anima in declino e in crisi. Si intrecciano, così, ancora ossimoricamente, qualche verità ed alcune goffe ipocrisie, l’assurdità di voler dire sempre e solo la verità, quando di vero non c’è più nulla; verità assolute-verità parziali-verità inesistenti, da desiderare, da tentare, da afferrare e capire o solo da distruggere, per paura di conoscere.

Come sarà anche per i saggi teorico-estetico-critici su Lingua Letteratura Cinema di Empirismo eretico (1972 ma comprende interventi a partire dal 1954-65), così anche per le poesie di Trasumanar e organizzar (dal 1965 al 1970), per le opere teatrali e cinematografiche e gli articoli e interventi critici di questo periodo, domina l’inconciliabile carattere ossimorico, elemento costitutivo ed essenziale, basilare dell’opera di Pasolini, come se esistesse una doppia persona che crea scrive inventa e sviluppa il suo pensiero, dicotomico e ancipite: due scrittori e pensatori conviventi, contrastanti, che coesistono ambiguamente, in una sola vita di artista, in un unico Autore, contemplativo, risorico e pragmatico, interventista eroico-combattivo contestativo e poeta-lirico, «conformista» (nei confronti del «lettore nuovo») e rabbioso corsaro ribelle e luterano, eretico e anarchico, solo e isolato; il marxista gauchista e rivoluzionario, e l’idealista deluso «reazionario» e nostalgico; il nuovo Dante-personaggio-uomo e la sua tetragona «volontà di essere poeta». Un primo e un secondo autore, una doppia persona, un duplice personaggio. Come sarà per empirismo eretico, così è stato per Trasumanar: la rivolta e la contestazione studentesca del ’68, la «divisione storica» e lo sdoppiamento della persona e dell’autore Pasolini, faranno sì che i due libri (di teoria e critica, di poesia), non si ridurranno a mera «produzione», ma assumeranno un autonomo e profondo valore culturale e quindi, anche agli occhi del poeta e non solo, un disperato e intransitivo significato di «in-attualità» e di originalità, di vitalità senza speranza.

Mistero del Progetto e Progetto del Mistero, dunque, come sarà poi anche per Petrolio: organizzazione ordinamento (anche come istituzione), costruzione del Mistero, sua attuazione (il trans-umano, l’andare oltre la natura umana, eternarsi ed anche misticamente santificarsi). Il Progetto deve essere segreto, nascosto, non-chiaro né esplicito, ma solo immaginato, anche se adempie teoricamente ad una precisa funzione e azione, attività: quella progettata «Divina Mimesis» e dimensione trans-umana? Attraverso una scrittura ed un linguaggio necessariamente criptici e volutamente ancipiti: di qui il ricorso (a partire da Poesia in forma di rosa fino a Petrolio, passando naturalmente per Trasumanar, ed anche Empirismo eretico) a elementi ridondanti, sospensivi (come avviene nei racconti gialli), ellittici, devianti e fuorvianti, inseriti nel tessuto linguistico, strutturale e retorico delle opere, al fine di creare una tensione continua nel corpus interno di questa nuova forma-(informale) di poesia-prosa e di prosa-poesia: la sintassi il lessico e il metro vengono scompagnati e destrutturati e perdono quasi completamente la loro tradizionale, chiusa, composta canonicità. Basti pensare alle forme aperte presenti in Trasumanar, tutte o quasi volutamente non concluse, in chiave di prove «commissionate», «propositi», «rifacimenti», appendici», «recensioni» e «Charte (SPORCHE), zoppicanti», «Piccoli poemi politici e personali», «testamentarie», «oratoriali» e apocalittiche» («Patmos»), «continuate», «appunti», «comunicati all’Ansa», «riassunti», «sineciosi», «Cose successe», «Code», ecc. Tutti elementi tesi a caratterizzare la struttura metrica, sintattica, versale, lessicale del «discorso» poetico, in senso apertamente e volutamente libero, deciso dall’Autore-«Inespresso vivente» «e finché è vivo l’Ambiguo». Egli consegna la realtà Trascendente e Trans-umana, la Divina Mimesis, l’In-diamento santificante attraverso la sua Organizzazione mimetica e attiva, funzionale, costruttiva, ordinativa e progettuale, inevitabilmente in-espressa e misteriosa quando era ancora in vita, ma che diverrà chiara e comprensibile nell’azione nell’opera nel comportamento e nell’atteggiamento linguistico ed espressivo, visibile manifesto e presente soltanto con e dopo la Morte. Quello che egli esprime da vivo deve essere necessariamente non chiaro e depistante rispetto alle vere intenzioni del suo Progetto: il discorso (poetico critico ed anche filmico e teatrale) di Pasolini, diviene quindi libero-indiretto, diaristico, da laboratorio, appendicolare, denotativo, spesso giornalistico, volontaristico, come se la «sceneggiatura» (della sua vita) si voglia o debba «manifestarsi» in una nuova «struttura che vuole essere altra sceneggiatura, Empirismo eretico, (cit.) della sua Morte, cioè attraverso «la lingua scritta della realtà» (cit.), dove «Essere è naturale» (cit.) e reale, dove Essere è più importante che Non-Essere-Poco-o-Nulla. Non deve affatto direttamente essere percepibile che res sunt nomina, ma la sua affermazione resta fondamentale e si pone come essenza nucleare se Pasolini sa bene che le cose valgono e sono al di là dei loro riscontri nominali e afferma perentoriamente che il cinema e la sua «sceneggiatura» è la lingua scritta delle cose reali, e che il reale è il «Manifestar» (Trasumanar) di un Nuovo Teatro, di una Nuova Parola (poetica e vitale).

Laboratorio 8 marzo Franco Di Carlo

        Laboratorio di Poesia, Roma, Librreria L’Altracittà 8 marzo 2017, Franco Di Carlo

A questa nuova filosofia del linguaggio (anche poetico, narrativo, cinematografico e critico), oltre che l’assiduità dell’«Organizzar» (San Paolo), Pasolini giungerà attraverso la lettura e lo studio en poète dell’opera di Freud, de Sassure, dei Formalisti russi e Jakobson (la teoria dello straniamento) in particolare, ma anche di Bremond, Barthes e Wittgenstein.

Il pro-fetare della sua opera in versi-vita, è in Pasolini mitico e filosofico, un atto antropologico-linguistico e rientra quindi nel campo della dimensione del Sacro e della Sacralità: anche la vita, perciò, oltre che la Morte, fa parte della fenomenologia «miracolosa» della Realtà. Il Mistero, così, non va mai perso, ma fatto ri-nascere, sempre nuovo, attraverso la meticolosità, anche didattica e pedagogica, del Progetto: il linguaggio deve risultare, quindi, ricco di frammenti, di rottami, andato in pezzi, franato, frazionato, quanto resta, insomma (della Realtà della storia e del Privato) per creare un’opera anti-canonica e manieristica citazionistica, fatta di «appendici» fratture sezioni imitazioni, accenni di riassunti, scarti e riesumazioni: una sorta di «orgia» espressiva e linguistica, (quasi «bestiale» e incisivamente stilistica) che rappresenti l’Essenza del Nulla, personale, storico e del Linguaggio. Citazioni, residui letterari, strutture de-strutturate, riprese testuali fuorvianti ma significative con appunti per un poema politico con arringa insensata /«La restaurazione di sinistra»); scelte lessicali e stilistiche comunicate all’Ansa sulla libertà espressiva e sopra tutto «Comunicato all’Ansa (Ninetto)» nella sezione (del Libro primo) che dà il titolo all’opera in versi di Pasolini, dove vengono utilizzati, con fini mimetici destabilizzanti e devianti rispetto al significato vero della poesia (il Mito come realtà e viceversa), gli schemi strutturali dell’analisi narratologica di C. Bremond: dalla iniziale realizzazione del «Compito» alla eliminazione dell’avversario, dall’«aggressione» al «sacrificio» al «castigo», dove il «ciclo narrativo si disperde tra l’erbe», come accadde per il ragazzo che uccise Marlowe.

Nasce un nuovo modello di poeta-«buffone»-«dilettante» e narcisista, che non considera più le sue parole some preziose e spaziali e piene di «grazia» e di «bontà», ma solo «qualcosa di scritto» in continuo unilaterale movimento, con ironici umoristici distaccati epigrammatici «motti di spirito». «L’inutilità di ogni parola» che non scandalizzerà più nessuno, e di versi ormai abitudinari usuali ed anche banali, scritti da un poeta «boccheggiante», umile, ingenuo e affaticato, a cui basta rileggere l’Orestiade, Jakobson e i formalisti russi («Il Gracco»). La «volontà di essere chiaro» diviene perciò oscura, stanca, non esplicita, in un «Progetto» ormai silenzioso («Proposito di scrivere una poesia intitolata ‘I primi 6 canti del Purgatorio’»), ma  che non manca di ripudiare il tono alto del canto e trasgredire l’accuratezza e la tradizionalità dello stile, tipiche dell’opera pasoliniana negli anni Cinquanta, trasformando la sua poesia in senso narrativo, discorsivo, prosastico, finanche critico e di polemica (civile, sociale, politica, culturale), che prefigura il futuro scrittore eretico, corsaro, luterano, lucidamente aggressivo, volutamente e provocatoriamente scandaloso.

Laboratorio di Poesia, Roma, Librreria L’Altracittà 8 marzo 2017 Antonio Sagredo e Steven Grieco Rathgeb

L’«ambizione» dell’ultimo Pasolini, in realtà, è quella di scrivere un’opera in stile dantesco, plurilinguistico, ma non-finita, aperta, che non conosce un termine, e quindi «infernale», in cui l’Essere ha un cedimento a favore del Non-essere e, perciò dell’Apparire: in questa realtà e situazione magmatica e negativa, la poesia non può che essere-e-non-essere, ossimorica, contraddittoria, priva di dialettica e di sintesi; non può che interrogare senza avere risposte, essere utile e inutile, vera e falsa e, perciò, interminabile, invariabile. Anche questo spiega il motivo per cui Trasumanar e organizzar incontrò pochi favori e molta indifferenza sia tra i critici sia tra i lettori, sopra tutto perché Pasolini faceva convivere, nella sineciosi permanente, intenerimenti elegiaco-crepuscolari, mordenti ironie, aspri furori e rabbiose polemiche, passioni, invettive, sottili rimandi filosofici e allegorici, metalinguistici, lirismi, quotidianità, quasi al limite di un apparente, ma in realtà voluto e progettato, fuorviante Caos: e ciò lo consegue mediante o sconvolgimento della sintassi, del ritmo e del metro tradizionali, per cui il verso viene ora dilatato ora accorciato, movimentato o allentato o anche spezzato, dimostrando così un’indubbia e sicura abilità tecnica e virtuosistica che rende la sua poesia, a suo modo «manieristica», ma che serviva a rendere il significato della sua opera ancora più ambiguo e meno esplicito. L’amato Jakobson, insomma, sembra prendere il posto o almeno affiancarsi a Marx (e Freud): la teoria e lo strumento dello «straniamento», infatti, cerca di limitare o anche capovolgere, anzi distruggere la normale funzione e fruizione della poesia, per cui si può così pervenire ad una interpretazione autentica del reale.

La percezione, la coscienza, l’ideologia e la filosofia della «mutazione antropologica» e dell’omologazione sociale linguistica esistenziale imposero a Pasolini, necessariamente, la ricerca di un codice espressivo nuovo, di una nuova forma priva di forma, di una nuova sintassi del periodo addensata o accorciata o fatta di frammenti, escludente anche il soggetto e/o il predicato (stile nominale); un metro sregolato e completamente libero ed eslege, un lessico prevalentemente parlato e quotidiano, anche se non rinuncia alla professione della retorica. un «discorso» poetico, insomma, iniziato già in parte in Poesia in forma di rosa e definitivamente raggiunto in Trasumanar e nei non-finiti La Divina Mimesis e Petrolio) fatto di descrizioni narrazioni cronache diaristiche, notizie e comunicati, e misticismi narcisistici, cogitazioni trascendentali, con la morte… antitetica e antagonistica al Pensiero Dominante e all’alienazione invasiva e oppressiva del nuovo ipertrofico Turbo-Tecno-Capitalismo. Il paolino potere «istituzionale» del «Trasumanar», eccede sempre l’Organizzazione, per cui l’organizzazione è necessaria per andare oltre ed essere trascesi, e l’essere trascesi serve all’istituzione (edonistica e tollerante), per essere organizzati e controllati. Il «Doppio» (come avverrà in Petrolio) diviene il tema-simbolo e l’espressione fondamentale di questo necessario e ossimorico destino di con-vivenza.

L’ineffabile e ascetico itinerario della mistica e della metafisica (dantesche) e il «Corpo», il «pragma», le azioni e gli atti della contingenza (la polis gramsciana), e l’urgenza e gli obiettivi pratici della «lotta rivoluzionaria», sembrano emergere e organizzarsi alla fine degli anni Sessanta. Dicotomia e antitesi che Pasolini mutua anche e sopra tutto da Dante: visione teologica-indagine sociologica, rifigurazione mimetico-allegorica, rapidità-lentezza, luce-oscurità, narratore-personaggio, lingua poetica-lingua prosastica (1965, La volontà di Dante a essere poeta, poi in Empirismo eretico, cit.).

D’altra parte è lo stesso Pasolini ad affermare che l’ascesi mistica e spirituale, la santità (Trasumanar) è il risvolto speculare dell’azione pragmatica del fare, funzionale e utilitaristico degli atti (politici) e della loro organizzazione (del «Manifestar»).

La poesia diviene così ludica e arbitraria, contraddittoria e gratuita espressione del Nulla e del Vuoto (e della sua Santità), «disperata vitalità», «tetro entusiasmo», generati dalla fine di ogni speranza.

Roma, 8 marzo 2017

Pier Paolo Pasolini e Franco Di Carlo, 1969

Franco di Carlo e P.P. Pasolini Biblioteca Genzano di Roma gen 1975 (foto inedita)

 Pier Paolo Pasolini, “Versi del testamento”

da Trasumanar e organizzar (1971)

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
È il mondo che così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente; allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe esser più soddisfatto,
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere,
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.
Panagulis (*)
Questa volta no. Non deve succedere.
Siamo sopravvissuti ormai tante volte a cose simili.
Ma eravamo ragazzi: il diavolo ci tentava.
Essere dalla parte degli uccisi significava sperare.
Una fucilazione aumentava la vitalità: si cantava.
I martiri erano comodi: il PCI non era in crisi.
La garrota e il cappio erano buoni argomenti
dovuti alla stupidità del nemico.
Ma ora non siamo più ragazzi.
L’URSS è uno stato piccolo-borghese.
Non ci sono più speranze; non ci sono buone ragioni per sopravvivere.
L’avere ragione non rende più innocentemente ricattatori.
Non vogliamo fare alcun uso della morte di Panagulis.
Vogliamo che Panagulis non muoia, come il ragazzo Meneceo.
Gli Dei dicono che occorre un sacrificio umano
per la buona riuscita di qualcosa che riguarda l’intera città?
E il ragazzo indicato per il sacrificio, lo accetta?
Niente affatto, niente affatto. L’Inferno non è reale.
Tu, Meneceo, resterai qui con noi. La tua sete di morte
non deve essere accontentata. I tiranni non dovranno commettere
questo errore, e noi non dobbiamo sfruttarlo.
Dobbiamo piangere la tua morte prima che tu muoia.
Perché? Perché i duemila veri comunisti impiccati a Praga
non hanno più nulla da dire: e quindi nessuno ne dice nulla.
Perché Panagulis non vale sei milioni di Ebrei
del cui silenzio tutti approfittiamo per non parlarne.
E’ andata a finire che il ragazzo Meneceo è morto;
Tebe ha vinto; e al potere è restato chi c’era.
Siamo impotenti, è vero. Ma le parole valgono pure qualcosa.
Se tu morirai, noi ammazzeremo. Sceglieremo una vittoria significativa:
che non vuole morire, conoscendo la dolcezza di prima della rivoluzione! (1)
Non ci limiteremo ai digiuni come Danilo Dolci.
Sono passati i tempi dei bivacchi coi morti o dei digiuni.
Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni, è l’ora della violenza.
Della violenza, aggiungo, senza speranza, arida, impaziente.
Ci hanno deluso tutti: chi ha torto e chi ha ragione.
Tuttavia siamo con chi ha ragione: ma senza illuderci.
Amici che non sventolate bandiere, ma siete diventati seri
come gente che rimugina senza dolore l’idea del suicidio,
non ci sono argomenti: l’unico argomento
è negli occhi neri di Panagulis, che rinuncia alla vita.

Nella fascetta editoriale che accompagnava l’edizione di Trasumanar e organizzar (1971), Pasolini scriveva:

«Chi è la persona che ha scritto questo libro? Non lo so bene. Comunque essa è stata certamente guidata da una mezza dozzina di “principi” dettati da chissà che istinto.

Il primo di questi principi è stato quello di resistere contro ogni tentazione di letteratura-azione o letteratura-intervento: attraverso l’affermazione caparbia, e quasi solenne, dell’inutilità della poesia.

Il secondo principio di tale persona è stato quello di non temere l’attualità (in nome di qualcos’altro che la vanifica, e in cui peraltro essa crede).

Il terzo principio è stato quello di concedersi una certa libertà linguistica rasentante talvolta l’arbitrarietà e il gioco (cose in precedenza mai avvenute, perché le sue mistificazioni furono sempre ingenue, appassionate e zelanti).

Il quarto principio è stato quello di considerare fatale da parte sua la rassegnazione di fronte al persistere dell”oxymoron”, o della “sineciosi” (vedi “Sineciosi della diaspora”).

Il quinto principio è consistito nella scoperta, quasi improvvisa, che la libertà è “intollerabile” all’uomo (specialmente giovane), che si inventa mille obblighi e doveri per non viverla.

Il sesto principio (molto meno importante) è consistito nel non voler fare di tutti i principi sopraddetti, e di una forma di fedeltà a se stessa, necessaria ad adempiersi, un contributo alla restaurazione».

(*) La poesia fu pubblicata per la prima volta in “Il Tempo” del 30 novembre 1968, con notevoli varianti e intitolata Panagulis: questa volta no. Vi si leggono numerose varianti. Ora è in Trasumanar e organizzar (pubblicato da Garzanti nel 1971). 

(1) Al contrario di Meneceo che non aveva una lira, benché figlio dello zio del Re. Quando si è al verde e si possiede solo ciò che si ha addosso, allora si è eroi: Euripide lo sapeva, e sapeva anche che mai nessuno avrebbe riso delle sue tirate retoriche attribuite agli eroi- ragazzi che volevano obbedire all’oracolo e morire. Nelle Fenicie di Euripide, Meneceo è il giovane eroe, figlio di Creonte, che decide di sacrificarsi perché solo così, secondo una profezia di Tiresia, Tebe si salverà.

Laboratorio di Poesia Libreria L’Altracittà, 8 marzo 2017 Donato Di Stasi e Donatella Bisutti

Articolo di Francesco Erbani pubblicato da “la Repubblica” il 17 maggio 2000 e la poesia di Pasolini Comunicazione schizoide all’ANAC contenuta nell’Appendice a Trasumanar e organizzar

“Smetto di essere poeta originale”, scrive Pier Paolo Pasolini negli anni a cavallo fra il 1968 e il 1969, “costa mancanza / di libertà: un sistema stilistico è troppo esclusivo. / Adotto schemi letterari collaudati, per essere più libero. / Naturalmente per ragioni pratiche”. Sul finire del decennio Pasolini spinge la sua poesia verso un punto estremo. La scompone sino a concepire il suo rifiuto, rigettandone l’ ordine e la stessa struttura, smantellando ciò che ancora la rende diversa dai tanti linguaggi che assordano la società di quegli anni – quello dei media, della politica o della contestazione.

Quei versi appartengono alla raccolta Trasumanar e organizzar, pubblicata nel 1971, due anni dopo la loro stesura avvenuta nel pieno di un turbamento fra i più laceranti della biografia pasoliniana: la scoperta di quanto sia perversa l’opera della borghesia italiana che, spinta dall’euforia neocapitalista, ha occupato ogni anfratto sociale, compresi quelli un tempo abitati dalle culture proletarie e sottoproletarie. Anche se non smetterà di scrivere versi, Pasolini considera che la lirica sia morta. E infatti in quella raccolta accoglie non solo la versione finale di alcuni testi, ma anche le redazioni originarie: supremo smacco alla poesia come forma assoluta.

Da quel gruppo Pier Paolo scarta un consistente numero di versi che chiude in una cartellina con la dicitura “Escluse”. Quelle poesie, finora inedite, vedranno la luce su Poesia ‘ 99, annuario a cura di Giorgio Manacorda in uscita presso Castelvecchi.

Sul perché Pasolini le abbia accantonate è possibile avanzare alcune ipotesi. Secondo Walter Siti, curatore dell’ opera pasoliniana nei Meridiani Mondadori, “il taglio è dovuto all’indole stessa di Trasumanar e organizzar, così tesa intorno ad un impianto civile da non ammettere toni intimistici o troppo legati ad occasioni o emozioni contingenti”.

In questi versi Pasolini si interroga sul futuro stesso della poesia.

“Perché esiste la poesia lirica? Perché solo io / e nessun altro per me, sa quali lunghe tradizioni / ha il dolore nascente dalla tinta dell’ aria che si oscura; / la sera e le nuvole annunciano, insieme, notte e inverno”.

Ma in essi risuona comunque il rombo di quegli anni. Dopo le contestazioni studentesche a Valle Giulia, Pasolini scrive la celebre Il Pci ai giovani, in cui striglia il conformismo borghese che permea la protesta. Gli umori si infiammano e il poeta prende fuoco. Fra queste poesie ne compare una, Esposto, in cui Pasolini replica con veemenza alle critiche rivoltegli su ‘Paese sera’ da Elio Pagliarani, poeta vicino al Gruppo 63 che lui vede come il fumo negli occhi (ricambiato di analoga considerazione). Scrive Pasolini in una nota al primo verso: “Ho esposto agli studenti ciò che andava esposto con vecchio amore al Partito comunista, ed essi mi hanno relegato tra gli Infrequentabili; ho poi esposto al Partito comunista ciò che andava esposto con inevitabile amore per gli studenti: e il Partito comunista mi ha relegato fra gli Infrequentabili”.

Pier Paolo Pasolini Life                                                     Pier Paolo Pasolini

Comunicazione schizoide all’Anac

È ora di finirla.
Questa vostra tacita tema di tradimento da parte di chi non è come voi
mi fa comportare forzatamente sempre come se fossi sull’orlo del tradimento
Fatto questo preambolo
Più che di schizofrenia è il caso di parlare
del linguaggio fatico
Le clausole conative son tutte nelle forme interne
Restano appunto i perché e i percome, bel tempo,
«Poesie pratiche» sarà il titolo della mia prossima raccolta di versi,
in concorrenza a «Poesie comuniste» o «I primi sei canti del Purgatorio»
Il titolo più plausibile sarebbe, certo, «Da pubblicare dopo la mia morte»
ma come potrei resistere alla tentazione di pubblicarlo prima?
Questa lettera segue una rapida decisione subito declinata
forse stupidamente. L’avevo presa in un sogno mattutino:
«Mi dimetto dall’ANAC e mi iscrivo al Pci»

Dovete sapere
Da parte del soggetto che vive le cose, e non le rivive,
attraverso le informazioni, la realtà ha sempre un aspetto infernale.
Fu nell’Inferno che una corte mi condannò
per aver diviso due litiganti (adesso ogni volta che vedo
gente che litiga, taglio la corda. Grazie, Patria,
per avermi insegnato a tagliare la corda e commettere
almeno in caso di rissa – reato d’omissione, che nessuno m’imputerà.
È stato nel mio Inferno,
non ancora in quello della Repressione,
che un Pubblico Ministero (commedia dell’arte)
mi accusò di voler fondare una nuova religione
sostenendo che:
Stracci ejaculava fuori campo.
Inoltre fui condannato per essermi messo un cappello nero
in testa, essermi infilato dei guanti neri
nelle mani, aver caricato con una pallottola d’oro
una pistola, e così aver rapinato un cristiano di duemila lire.
In altre parole sono stato condannato per un’azione
accaduta nel sogno di un altro.
Accennerò solo di sfuggita
a un’altra condanna subita
per aver consegnato una sceneggiatura
che essendo apparsa brutta e scandalosa
Il produttore disse di non aver potuto fare il suo film
perché la mia sceneggiatura era brutta e scandalosa,
e pretendeva quindi i danni. Il tribunale gli diede ragione!!
Cari, colleghi, questo è un precedente: e siamo nel ’62 o ’63.
Il Libro Bianco delle Sentenze
stilato contro di me dalla Magistratura Italiana
sarà il libro più comico
Per me è stata una tragedia:
ma non temete. Fingo che le mie spalle siano fragili:
in realtà sono più forti di quelle di Simone.
Ma fatemi fare il bravo cittadino per qualche mese
se no, non potrò fare più il cattivo cittadino per tutta la vita.

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria(1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013)

 

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20 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, Poesia del Novecento, poesia italiana, poesia italiana del novecento

20 risposte a “Pier Paolo Pasolini, Franco Di Carlo legge Trasumanar e organizzar (Garzanti, 1971)- Intervento di Franco Di Carlo tenuto al Laboratorio di Poesia dell’8 marzo 2017 Libreria L’Altracittà, Roma –  Il momento di svolta della poesia italiana del secondo Novecento – Un articolo di Francesco Erbani e alcuni brani poetici del libro

  1. Pasolini eroe in bilico,tra il pio e il problematico

  2. DA P.P. PASOLINI DI TRASUMANAR E ORGANIZZAR (1971) ALLA POESIA ONTOLOGICA DI OGGI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18705
    Trasumanar e Organizzar è un libro che taglia in due la poesia italiana del Novecento, e la taglia per una ragione di fondo: perché finalmente un poeta italiano, dagli anni della Commedia di Dante, rinuncia a scrivere con il linguaggio dei «chierici», dei letterati, per intenderci, della «borghesia» e della sua rappresentanza intellettuale, tanto per utilizzare una parola di Pasolini che oggi sembra della lingua dei marziani, con la lingua della «falsa coscienza» dei letterati italiani, con la lingua della tradizione stilistica della poesia italiana. Pasolini intuisce prima di tutti gli altri intellettuali italiani che la società italiana è ad un punto di svolta: corruzione, malaffare, servizi segreti deviati, stragi di stato, nesso mafia-politica, corruzione della Chiesa, conformismo del P.C.I., conformismo degli intellettuali italiani, sistema della corruttela giunto alle sue estreme propaggini, insomma Pasolini capisce che giunti a questo punto, occorre rinunciare a scrivere nella lingua dei «chierici» per adottare il linguaggio di tutti i giorni, quello parlato dalla medietà degli italiani, quello mediato e divulgato dalla televisione di stato, quello di largo uso e consumo, in una parola: il volgare, senza rifiiutare il linguaggio di «Carosello» (fortunatissima e popolarissima trasmissione pubblicitaria dell’epoca) purché miscelato come una miscela esplosiva con il linguaggio colto e con il linguaggio giornalistico, «un Progetto, perciò, metapoetico e metalinguistico», come acutamente annota Franco Di Carlo.
    Trasumanar e Organizzar è un libro che taglia in due la poesia italiana del Novecento, e la taglia per una ragione di fondo: perché finalmente un poeta italiano, dagli anni della Commedia di Dante, rinuncia a scrivere con il linguaggio dei «chierici», dei letterati, per intenderci, della «borghesia» e della sua rappresentanza intellettuale, tanto per utilizzare una parola di Pasolini che oggi sembra della lingua dei marziani, con la lingua della «falsa coscienza» dei letterati italiani, con la lingua della tradizione stilistica della poesia italiana. Pasolini intuisce prima di tutti gli altri intellettuali italiani che la società italiana è ad un punto di svolta: corruzione, malaffare, servizi segreti deviati, stragi di stato, nesso mafia-politica, corruzione della Chiesa, conformismo del P.C.I., conformismo degli intellettuali italiani, sistema della corruttela giunto alle sue estreme propaggini, insomma Pasolini capisce che giunti a questo punto, occorre rinunciare a scrivere nella lingua dei «chierici» per adottare il linguaggio di tutti i giorni, quello parlato dalla medietà degli italiani, quello mediato e divulgato dalla televisione di stato, quello di largo uso e consumo, in una parola: il volgare, senza rifiiutare il linguaggio di «Carosello» (fortunatissima e popolarissima trasmissione pubblicitaria dell’epoca) purché miscelato come una miscela esplosiva con il linguaggio colto e con il linguaggio giornalistico, «un Progetto, perciò, metapoetico e metalinguistico», come acutamente annota Franco Di Carlo.

  3. gino rago

    DA P.P. PASOLINI ALLA LINGUA DEI «CHIERICI» DA «TRASUMANAR» AL CONFORMISMO TELE MEDIATICO DI OGGI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18706
    Ottimo lavoro critico questo di Franco Di Carlo sul Pasolini di “Trasumanar e organizzar”, forse la raccolta poetica pasoliniana che più d’altre sconcertò critica e pubblico nello stesso tempo.
    Ma questi spunti di Franco Di Carlo, che ci richiamano a una più pacata e approfondita meditazione sull’autore forse più problematico e complesso del secondo Novecento italiano, almeno dalla fine degli anni ’40 fino alla sua tragica, solitaria uccisione del ’75, sanno restituirci un poeta alle prese con la terribile domanda finale che in sintesi è Se rimangono solamente trasgressione e religione come esclusiva speranza, allora grazia e poesia vanno inseguite altrove”. Oggi possiamo aggiungere ” e con un nuova proposizione in quello che Giorgio Linguaglossa, di recente, ha battezzato come “spazio espressivo integrale”, la cui esistenza negli anni pasoliniani forse veniva percepita, ma che non venne da nessuno adottato.
    Oggi quella lirica “sporca”, o meglio quella “prosastica liricità” pasoliniana può essere reinterpretata ri-collocandola nel linguaglossiano “spazio espressivo integrale con profitto? Io credo di sì…
    Queste riflessioni su “Trasumanar…” confermano un Franco Di Carlo come colto, raffinato studioso di poesia, anche se per me, per vastità di respiro e ricchezza di esplorazioni (da Carducci a Zanzotto e fino alla fine del Novecento letterario italiano, passando per tutto il “Secolo breve”) la sua prova più alta rimane il “Leopardi fra ‘800 e ‘900…

    Gino Rago

  4. antonio sagredo

    Pasolini (solo come poeta intendo)…

    ….purtroppo è un libro che taglia molto male la poesia italiana… l’aggravante massimo della lucidissima critica pasoliniana è la presenza ideologica in qualunque suo atto, gesto e scritto. Davvero un limite che Carmelo Bene si sentì di denunciare pubblicamente e di dirlo ripetutamente all’amico Pasolini – un vero compagno di strada – >> a me personalmente allora mi dava un fastidio a cui non sapevo dar risposta e che mi provava che poco aveva letto e molto superficialmente i formalisti e strutturalisti russi ( e non solo) che quasi 50 anni prima avevano affrontato il problema, e cioè di escludere dalle tematiche della poesia e comunque di qualsiasi attività artistica creatrice la presenza ideologica e questo fu raggiunto proprio da questi studiosi che la vivevano sulla loro stessa pelle.
    Pasolini (e non solo lui, e anche tanti studiosi europei) rii-propone sull’Italia di allora una tema già così vecchio e superato, e le sue analisi anche se brillanti e ripeto lucide sui particolari culturali-sociali-politiche ecc. – italiani ed europei – non colpiscono il bersaglio più importante, che consiste nel realizzare una opera d’arte che trascenda qualsiasi ideologia… non comprendendo che l’opera non ha necessità ideologica perché già la contiene in se consapevole o no come uno dei tanti aspetti della sua natura.
    —–
    affrontando altro problema che tende a minare – invano di certo – la navicella della Poesia che la vela bianca – non certo nera – dell’Ombra conduce e traduce senza tentennamenti le proprie Parole a tanti lidi di diverse longitudini e latitudini… le cassandre si sono infrante contro le fiancate di questa navicella non accorgendosi che è pure una corazzata!

  5. SAI, QUANDO SI TAGLIA UNA MELA MARCIA NON SAI MAI COSA C’È ALL’INTERNO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18713

    caro Antonio Sagredo,

    sai quando si taglia una mela marcia, non sai mai cosa c’è all’interno. Il problema Pasolini, il Pasolini di Trasumanar e organizzar non può essere, a mio avviso, liquidato come una azione «ideologica», come lo liquidò il tuo Carmelo Bene. Che cosa vuol dire quella parola? Dobbiamo cercare di contestualizzarla nell’orizzonte delle idee di fine anni Sessanta, E ti dico che Pasolini fu l’unico poeta e intellettuale italiano che aveva compreso con grandissima lucidità che la poesia italiana per quella via che aveva imboccato si sarebbe messa in una strada tutta in discesa che la avrebbe condotta in un vicolo cieco a sbattere contro un muro. Non so se il muro fosse di gomma, di plastica o di ferro, ma un muro.

    Le contraddizioni stilistiche e non che attraversano il libro sono antinomie, riflettono le antinomie della istituzione poetica e della storia italiana di quell’epoca. Se leggi con attenzione la risposta socialdemocratica e opportunistica di Zanzotto, quelle quattro righe dicono molto ma molto di più sullo sbalordimento e sulla presa di distanze del poeta di Pieve di Soligo (lui sì, il più grande petrarchista dello sperimentalismo italiano) di fronte ad un testo che rompeva e frantumava tutti i luoghi dello scrivere retorica in bella poesia. Sappiamo della contrarietà del gran sacerdote Montale a quel libro di Pasolini, sappiamo della avversione e del rifiuto di tutto il mondo accademico e del mondo sperimentale per quel libro… ci fu un levarsi di scudi in difesa dello status quo e del perbenismo opportunistico sia degli sperimentalisti sia dei betocchiani. E questo, caro Sagredo, come lo chiami? Anche Carmelo Bene sbagliava quando individuava nella «ideologia» il punto debole di Trasumanar, anche la sua critica era «ideologia» nella misura in cui criticava il libro da un altro punto di vista che aveva la propria postazione nella stessa temperie di quegli anni ideologici e ideologizzati. Il ’68 era appena finito e iniziavano gli anni di piombo e l’austerità a seguito della fine del boom economico e del sogno di una ascesa progressiva dello sviluppo capitalistico

    Adesso la questione è diversa, l’ideologia dominante è l’anti ideologia e l’assenza di ideologia, contraltare della stagnazione, ma il punto è lo stesso, anche l’assenza di ideologia è una ideologia, anzi, è una ideologia ancora più fuorviante, sotterranea, vilmente conformistica. Hai notato come l’ideologia della buona educazione letteraria dei poeti del «cerchio magico», di coloro che si credono di stare nel «cerchio magico», di coloro che vogliono salvare tutta la tradizione del novecento (e poi, tutta!?), dicevo hai visto come questa ideologia a-ideologica è invasiva e pervasiva? Il «Nuovo», qualsiasi nuovo, fa paura. La stessa politica di questi ultimi cinque lustri si è mossa su questa categoria: la paura del nuovo. e così il paese ristagna da almeno 25 anni. Questo vale per la politica come per la poesia, caro Antonio.

    Trasumanar secondo me ha avuto un merito inestimabile: che si è posta come opera di rottura totale dalla quale non si poteva più tornare indietro. E invece la viltà intellettuale dei letterati italiani ha fatto muro e sponda per impedire a tutti i costi questa rottura, per ricucire lo strappo, ha messo in un cassetto Trasumanar e l’ha chiuso a doppia mandata. E non è quello che i letterati di oggi tentano di fare con «la nuova ontologia estetica»? – È sempre lo stesso comportamento, caro Antonio, si fiuta il pericolo del «diverso» e della «rottura» e lo si silenzia, lo si passa sotto silenzio.

    Ergo, caro Antonio Sagredo, non fare anche tu l’errore (tattico e strategico) di replicare i comportamenti dei letterati italiani i quali sanno per viltà intellettuale da almeno trecentocinquanta anni, dal Concilio di Trento in poi, come comportarsi verso chi vuole smuovere le loro acque stagnanti. Pasolini grazie alla sua autorevolezza se lo poteva permettere, ma poi lo hanno silenziato e sepolto per bene. Attento che silenzieranno anche te e la tua poesia. Non commettere questo errore!

  6. gino rago

    Attento, caro Antonio Sagredo, attento a non farti silenziare con la tua ricerca di poesia. I difensori dell’ordine stagnante temono l’acqua che si mette in moto, come l’acqua della Nuova Ontologia Estetica, e per non essere loro in grado di mettersi in moto tramano perché tutto resti immoto.
    Mi associo convinto all’esortazione di Giorgio: ” Attento. Non commettere
    questo errore anche tu”

  7. antonio sagredo

    non certo io nego la lucidità critica di Pasolini, anzi quando mi trovai e mi trovo tutt’ora – mio malgrado – a rispondere lo difendo, e come! – E non faccio di certo anche l’errore di cui dite, e che se trovo in giro (come dice un mio verso), come frequentemente accade ed è reale una “accidia di lagune”… questa accidia la muto in fuoco e le lagune in oceani tempestosi. Statene sicuri… dai miei primitivi versi:

    E la violenza, allora, vinca su tutte le cose,
    dovrà morire un giorno per collasso
    quando tutti gli uomini sapranno
    di non sapere essere che bestie!
    1970

    fino all’ultimo mio verso:

    Che potevo fare, io, se il mio corpo era una squarciata bocca
    che urlava alle stagioni recidive le sue variopinte maschere.
    L’umido malumore delle foschie autunnali,
    Le mortali e desolate primavere dei lillà,
    Le terrifiche nevi che tracciano le assenze di abbandonate civiltà
    E i soli che liberati dai propri raggi la Terra divoravano come Saturno!

    Roma, 21 ottobre 1970
    —————————————–
    “la Via della Quiete è senza quiete”
    V. Š.

  8. gino rago

    Bravissimo Antonio, questo è l’Antonio Sagredo che ha saputo farsi
    imperdibile nella economia poetica de L’Ombra delle Parole…
    Gino Rago

  9. Steven Grieco-Rathgeb

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18719
    Uno dei post più interessanti delle ultime settimane. Rileggiamo Pasolini a distanza di molti anni, e scopriamo che questo estremo svestire il dettato poetico ridona al lettore momenti forti, momenti di autentico lirismo, di tremendo realismo, direi. E di pathos. Leggiamo e stupiamo di verso in verso, o di riga in riga come dir si voglia, stupiamo di questo cursore poetico, la mente di questo P. P. Pasolini, questo periscopio sul mondo, scrutatore del dato umano, che avanza, avanza inesorabile in tutte le direzioni.
    In passato l’ho criticato fortemente per essersi, allora, sottratto al suo preciso compito di istruire i poeti più giovani, di indicare loro una via in un periodo in cui la poesia, la letteratura e la cultura in genere andavano sempre più banalizzandosi.
    E rimango fermo in questo pensiero.
    Ma aveva anche trovato e con quale genialità, il modo di schivare, nei suoi momenti migliori, ogni ideologia riduzionista (e quindi non concordo con Sagredo su questo punto): strano ma vero: e questo gli ha consentito di dire il mondo esattamente brutto com’è, meraviglioso com’è.
    Grazie di queste poesie, e del commento illuminante di Franco di Carlo.
    Mi vien da pensare che forse mi sono un po’ sbagliato…

  10. antonio sagredo

    correggo la data dell’ultima strofa, scusatemi:
    è del dicembre 2016:

    Che potevo fare, io, se il mio corpo era una squarciata bocca
    che urlava alle stagioni recidive le sue variopinte maschere.
    L’umido malumore delle foschie autunnali,
    Le mortali e desolate primavere dei lillà,
    Le terrifiche nevi che tracciano le assenze di abbandonate civiltà
    E i soli che liberati dai propri raggi la Terra divoravano come Saturno!

    ma se volete sapere il continuo, eccovelo:

    E mi sentivo orfano degli applausi inesausti della stoica Natura,
    Come il defunto di un requiem qualsiasi…
    Sorella, tormentarsi?
    Perché davvero sappiamo chi siamo, ora!
    Come se le nostre destinazioni non più dal Nilo nacquero,
    ma dalle necropoli!
    E non più s’addice ai morti il libro se l’ibis e lo sciacallo lottano fra di loro!

    Mi afferravo agli anelli erranti che clementi come in una zana mi dondolavano
    E in quel cantuccio, sotto una nera scala di servizio come il poeta
    Vivevo e pensavo a ciò che dell’ignoto conoscevo…
    E non era un errore questo mio viaggiare con loro
    Come nel grembo la creatura si agita per il volto della madre che non sa
    E per questo già vive nel mistero… proprio lui che è mistero del segreto!
    Così noi viviamo in un linguaggio che non sa chi noi siamo!

    da Parole Beate, 2016
    ——————
    a chi voglia che continuo, me lo dica espressamente, e non nascondo che io stesso mi commuovo a leggerli questi versi, che non sono più miei, ma dell’intera Terra!
    Questo commento si avvicina molto a certe estasi pasoliniane, penso p.e. alla sua ideologia mistica del Golgotha.
    a. s.

  11. Steven Grieco-Rathgeb

    Dobbiamo rileggere Pasolini alla luce di questo secondo decennio del XXI secolo. Molta acqua è passata sotto i ponti da quei miseri anni ’70, e le parole di Pasolini oggi ci appaiono da una angolazione nuova e molto interessante.

  12. antonio sagredo

    conservo in una cameretta nella mia piccola campagna ionica quasi tutta l’opera di Pasolini (parte l’ho regalata ad un amico, parte alla biblioteca comunale del paese limitrofo)… ebbene, ritorno ogni anno in estate a rileggere a caso alcune pagine del resto della opera del Poeta, e vi trovo sempre spunti da cui ripartire e da cui rifar(si)e i conti. Ci teneva Pasolini ad una Europa unita, ma non come si è unita… aborriva gli egoismi nazionalistici (come del resto io)… il fatto è che bisogna rileggere (ho presente per ora solo gli italiani) p.e. di Dante, Machiavelli, Guicciardini, gli scritti civili di leoparsi, il Beccaria e il Giusti perfino, insomma gli spiriti che illuminano, ma di questa luce gli europei invece di prendere vigore ne sono accecati, ma negativamente: questo è triste: non sono bastate due grandi guerre, vogliono di più: uno sterminio universale!
    adieu!

  13. IL MONITO DI FRANCO FORTINI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18725
    Scriveva Franco Fortini nei suoi «appunti di poetica» nel 1962: «Spostare il centro di gravità del moto dialettico dai rapporti predicativi (aggettivali) a quelli operativi, da quelli grammaticali a quelli sintattici, da quelli ritmici a quelli metrici (…) Ridurre gli elementi espressivi. La poesia deve proporsi la raffigurazione di oggetti (condizioni rapporti) non quella dei sentimenti. Quanto maggiore è il consenso sui fondamenti della commozione tanto più l’atto lirico è confermativo del sistema».
    Ritengo queste osservazioni di Fortini del tutto pertinenti anche dopo cinquanta anni dalla loro stesura. I problemi di fondo, da allora ad oggi, non sono cambiati e non bastano cinquanta anni a modificare certe invarianti delle istituzioni stilistiche. Vorrei dire, per semplificare, che certe cattive abitudini di certe istituzioni stilistiche, tendono a riprodursi nella misura in cui tendono a sclerotizzarsi certe condizioni non stilistiche. Al fondo della questione resta, ora come allora, il «consenso sui fondamenti della commozione». Insomma, attraverso la lettura e l’ingrandimento di certi dettagli stilistici puoi radiografare e fotografare la fideiussione stilistica (e non) che sta al di sotto di certe valorizzazioni stilistiche; ed anche: che certe retorizzazioni sono consustanziali alle invarianti del gusto, del movimento delle opinioni, alla adesione intorno al fatto poetico… insomma.

    Scrive Franco Fortini ne L’ospite ingrato (1966): «La menzogna corrente dei discorsi sulla poesia è nella omissione integrale o nella assunzione integrale della sua figura di merce. Intorno ad una minuscola realtà economica (la produzione e la vendita delle poesie) ruota un’industria molto più vasta (il lavoro culturale). Dimenticarsene completamente o integrarla completamente è una medesima operazione. Se il male è nella mercificazione dell’uomo, la lotta contro quel male non si conduce a colpi di poesia ma con “martelli reali” (Breton). Ma la poesia alludendo con la propria presenza-struttura ad un ordine valore possibile-doveroso formula una delle sue più preziose ipocrisie ossia la consumazione immaginaria di una figura del possibile-doveroso. Una volta accettata questa ipocrisia (ambiguità, duplicità) della poesia diventa tanto più importante smascherare l’altra ipocrisia, quella che in nome della duplicità organica di qualunque poesia considera pressoché irrilevante l’ordine organizzativo delle istituzioni letterarie e, in definitiva, l’ordine economico che le sostiene».

    Vogliamo dirlo?
    Ancora una volta Pasolini e Fortini, gli ultimi due poeti in grado di porsi anche come critici del loro tempo. In Italia si è smesso di pensare sulla poesia, i poeti di questi ultimi cinquanta anni si sono dimostrati non all’altezza del compito che la Musa aveva messo sulle loro spalle, e si sono limitati a fare poesia dell’immediatezza, hanno ricominciato a parlare di Bellezza, di Musica, di Ispirazione, di Grazia… etc, con tanto di benedizione di un pensiero estetico acritico, inesistente, inconsistente.

    • Da consapevole lettore se fosse possibile chiedervi degli interventi piu brevi…per brevità & sintesi.
      Difficile vero??? Grazie…
      Però tutto davvero molto interessante!
      Universita, università della seconda età!

  14. Giuseppe Talìa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/15/pier-paolo-pasolini-franco-di-carlo-legge-trasumanar-e-organizzar-garzanti-1971-intervento-di-franco-di-carlo-tenuto-al-laboratorio-di-poesia-dell8-marzo-2017-libreria-laltracitta-roma/comment-page-1/#comment-18726
    In Transumar e Organizzar, Pasolini arriva alla “immemoratezza” (Benjamin), perde cioè la Storia, o la sacrifica, per una “attualità giornalistica”, creando un cortocircuito, una rottura netta con gli stilemi che fin lì avevano retto la poesia italiana. Lo stesso fece Montale con Satura (1971) privilegiando la cronaca, le occasioni quotidiane, ma a differenza di Pasolini, Montale ha preferito dare un taglio ironico al suo dettato poetico. Luzi, invece, con Su Fondamenti Invisibili (1971) perde l’alone ermetico per recuperare una dimensione storica, collettiva ed esistenziale.

    Mentre Pasolini e Montale, nello stesso anno, perdono la memoria, Luzi è come se l’acquistasse attraverso i temi della felicità, dell’infelicità e le catastrofi del novecento (I morti male, coloro che cadono/quando non ci sono più lacrime/se non i lucciconi del piccolo,/ dopo Hiroshima, dopo Mauthausen…).

    Però il vero innovatore della forma poesia italiana rimane Pasolini, con Trasumanar e Organizzar siamo nel pieno della prosa (E, poiché questa è semplicemente una lettera, anche se l’ora/è quella di rito in cui i poeti non seri scrivono poesie).

  15. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Lezioni, lezioni per università della seconda età!

  16. Giuseppe Talìa

    Beh, visto che siamo all’università (poco importa se prima seconda o terza età) bisogna far bella figura con i gggiovani che ci leggono, all’inizio del mio commento ho scritto transumanar in luogo di trasumanar, avendo in testa la transumanza, la migrazione stagionale, le cassandre che si cassano e altri paralipòmeni che omettono o tralasciano.

    L’arte – scrive Benjamin – è solo un momento di passaggio delle grandi opere. Sono divenute qualcos’altro (nella fase del loro divenire) e diventeranno qualcos’altro (nella fase della critica)».

  17. antonio sagredo

    —————–
    Se dovessi….
    Se dovessi scrivere sulla importanza della “citazione” per il poeta russo Osip Mandel’stam oppure dei perché e dei come le “Elegie” del poeta praghese
    Jiri Orten siano superiori a quelle di R. M. Rilke… non scriverei affatto, perché la brevità non s’addice a siffatti “fondamentalia” – la sintesi è altra cosa! – così chi ha voglia di seguirmi, mi segua, altrimenti vada a digitare su Sant’Internet: qui i miracoli sono possibili.

    Questo è qualcosa di più che il parlar chiaro, che a Dante, p.e., non importava affatto, e che la “brevità” divina ha mutato in “trionfo” con la sua Commedia. Quindi consiglio di leggere una breve Divina Commedia!
    Le università poi non hanno età alcuna, come la parola stessa “universalia” spiega bene.
    Ricordo che a un professore supplente dell’università della Sapienza di Roma durante il mio esame di critica letteraria – che aveva per oggetto di come il formalismo e strutturalismo russo-sovietico avesse attecchito nella cultura occidentale (come se la Russia Europea non fosse mai esistita!) praticamente quasi quasi rinnovandola fin dalle radici. E allora mi disse d’esser più breve… al che cominciai a parlare in russo e in ceco e poi alternando le due lingue finii in un minuto la mia prolusione… avreste dovuto vedere il volto di quel babbeo così noto studioso! Ebbe timore di punirmi e allora partorì con un gemito un 110 e lode.
    Dovete dunque sapere che esistono lingue brevi e lingue lunghe.
    Adieu.
    a.s.

  18. antonio sagredo

    “gli scritti civili di leoparsi” . scusate “gli scritti civili di Leopardi”,

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