Laboratorio di Poesia de L’ombra delle parole, Roma 8 marzo 2017 – Libreria L’Altracittà – Lettura  del libro di Steven Grieco-Rathgeb Entrò in una perla (Mimesis Hebenon, 2016) Nota di lettura di Luciana Vasile: I due protagonisti l’Io che legge, il Tu che scrive – Nota di lettura di Letizia Leone del libro di Steven Grieco-Rathgeb Entrò in una perla 

Steven Grieco 8 marzo 2017 Luciana Vasile

Laboratorio di Poesia Roma, 8 marzo 2017 Libreria L’Altracittà Steven Grieco Rathgeb e Luciana Vasile

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). Nel 2016 con Mimesis Hebenon è uscito il volume di poesia Entrò in una perla. Indirizzo email: protokavi@gmail.com

Steven Grieco Giorgio LInguaglossa Letizia Leone 15 dic 2016Nota di Lettura di Letizia Leone

L’approccio alla poesia di Steven Grieco Rathgeb necessita di una premessa. E cioè la considerazione che la riflessione estetica nella modernità ha spostato l’interesse della ricerca dall’opera d’arte al linguaggio, tanto che la più grande poesia Europea ed extraeuropea del ‘900 si colloca nell’ambito di una meditazione sulla parola non soltanto emozionale od evocativa ma anche, e soprattutto, filosofica.

Il linguaggio poetico è il punto di tangenza di istanze filosofiche non risolte come testimoniano i testi heideggeriani ( dal ’50 al ’59)  raccolti in  “In cammino verso il linguaggio” o il “Tractatus logico-filosofico” di Wittgenstein. Opere novecentesche, ambedue “creativamente ispirate” che trascendono il genere del saggio filosofico. L’analisi positivista del linguaggio approda ad una dimensione religiosa o mistica se “In cammino verso…” richiama un “peregrinare che ha una metà sacra” (A. Caracciolo) oppure se Wittgenstein giunge ad identificare il concetto di mistico con un sentimento, una “esperienza affettiva”, erlebnis, che non si può esprimere perché estranea alla descrizione scientifica dei fatti ma è qualcosa che si situa nell’ordine esistenziale, estetico, religioso.

La nozione wittgensteiniana di mistico come “ciò che non si può esprimere”, “ciò che è indicibile”, ineffabile, è diverso dall’estasi tradizionale o da una teologia negativa che dimostra l’impossibilità di pensare il Principio. Il logico austriaco afferma a proposito dell’esperienza mistica: “Credo che il modo migliore di descriverla sia dire che, quando io ho questa esperienza, mi meraviglio per l’esistenza del mondo”, ed anche nel “vedere il mondo come un miracolo”.

Comunque sia Heidegger che Wittgenstein giungono alla conclusione che la poesia costituisca l’esperienza più essenziale del linguaggio.

Mi riaggancio qui al lavoro fattivo del poeta, e a quella che è una tonalità emotiva fondamentale della poesia di Steven Grieco Rathgeb: lo stupore, il sentire e percepire il mondo come un miracolo, la tensione verso l’inesprimibile. Quella stessa tensione mistica, o tonalità emotiva, che illumina i versi del nostro poeta. Versi di un itinerario biografico, interiore e poetico, che si snoda nel tempo dal 1977 al 2010 circa (considerando revisioni e pubblicazioni di inediti) e ci conferma della vocazione all’esplorazione, spaziale-geografica e spirituale- creativa, di un autore che continuamente verifica tutti i suoi strumenti per affondare nel magma della scrittura.

La ricerca artistica si confonde con la ricerca esistenziale in questo osservatore affezionato ai dettagli naturali, agli aspetti di un mondo fenomenico vissuto con profonda empatia. Una natura esperita nella sua piena dimensione religiosa, anzi sacrale, in una empatia creaturale che evidenzia l’estraneità inevitabile ad un mondo di contingenze storico-sociali in cui non è più possibile riconoscersi. In Grieco Rathgeb la poesia è il luogo dove l’uomo riesce a trascendere la distruttiva pressione del mondo della prassi e ad esercitare pienamente la libertà individuale perché, in questo caso, il poeta in quanto esploratore dello spirito, lo è anche di civiltà e culture diverse, occidentali e orientali, come quella indiana o giapponese, assimilate nella loro essenza attraverso il medium portentoso della poesia in una condizione di felice sradicatezza in lunghe stagioni vissute in giro per il mondo, eppure in un    confronto serrato con una libertà che a volte può diventare paurosa.

Esauritasi l’illusione e il miraggio moderno dello scientismo e del tecnicismo rimane insoluta e nuda la profonda domanda sul senso (sul senso dell’Essere, della vita), interrogativo delegato in toto al dire poetico: “Le tue parole si schiusero come un grande fiore” recita un verso alare di “Sfogliavo le pagine”, testo che apre la raccolta e contiene quei semi poetici che germoglieranno, si ramificheranno e disperderanno nell’intera produzione del poeta. Numerosi gli elementi naturali come alberi trasfigurati, alberi dalle sembianze umane che diventano alter ego dell’autore se rifuggono bagliori e strade affollate: “…tre gingko ingialliti erano nessuno, / radicati come stoici in questo frastuono”; oppure una “foglia verde” che scende come una piuma “sui vecchi…assorti in questa grande angoscia”. Sembra quasi che solitudine e alienazione umane vengano spiate e soccorse nella dimensione di un altro regno, quello vegetale: “la veglia degli alberi, tutto il giorno, tutta la notte / nei loro giardini senza tempo”. Così scrive Grieco Rathgeb in “Purusha” (Termine della lingua sanscrita (“essere umano”) e nell’induismo nell’accezione di “Uomo cosmico” o “Spirito”).

Un senso di estraneità con i propri simili e di pieno pathos con alberi e fiori, gli elementi naturali e gli animali, quei regni placidi e sotto assedio, minacciati nella precarietà della loro esistenza dal disumano Leviatano tecnocratico.

Così come un’altra figura in bilico, quella del poeta, naufrago nel gurgite vasto  delle tensioni globalizzanti.

Sfogliavo le pagine, cercando
La parola φαινόμενον.

Tu dicesti: “il mondo è stato tutto scoperto.
Conosciuto i mari e i continenti,
le piante e gli animali classificati.”

Le tue parole si schiusero come un grande fiore.

Testo di apertura dichiarativo con la parola φαινόμενον, traslata dalla tradizione filosofica: participio sostantivato del verbo φαίνομαι («mostrarsi»). Ciò che appare o si manifesta ai sensi. Fenomeno. Fenomenologia. Fenomenologia come tentativo di catturare il mondo. Tentativo destinato al fallimento:

Questo mondo, riflettevo, o soltanto / Un’immagine? Ero incerto anch’io.

laboratorio-steven

laboratorio di poesia L’Altracittà, Steven Grieco Rathgeb

La parola dichiara il fallimento della presa concettuale sulle cose.

Il linguaggio, sostiene Heidegger, non è segno ma “cenno” (Wink).

“I cenni hanno bisogno di un campo di oscillazione amplissimo…nel quale i mortali si muovono in un senso e nell’altro sempre solo con ritmo lento”.

Il pensare del poeta, in questo caso, è lento. E se la poesia è intuitiva, ha tempi di maturazione lentissimi. Un verso, un pensiero “poietico” ci dice Steven, può balenare all’improvviso con un impeto creativo disturbante e rimanere nel suo bozzolo per anni, come un grumo interiore non risolto, finché non arriverà la soluzione espressiva dopo un lungo e silenzioso lavorio inconscio e magmatico. 

Ma il “campo di oscillazione” non è solo nel modo evocativo del linguaggio, l’oscillazione afferra esistenzialmente l’uomo: “Essere vivo è una continua incertezza. È continua oscillazione fra il pieno e il vuoto, fra ciò che mi appartiene e ciò che è negazione di ogni proprietà” scrive Le Clézio in “Estasi e materia”.

E quando Heidegger parla del linguaggio come “senso” vuole connotarlo come “istanza di Eternità” in quanto la parola è un “dire originario” del quale il poeta “viene faticosamente cogliendo la voce”.

Che cos’è la poesia se non un’uscita dal silenzio? Uscita dal silenzio e ritorno al silenzio. Parola attraversata dal silenzio.

L’io che parla, il soggetto lirico, non è un io psicologico ma diventa il limite del mondo. Limite, soglia, porta, (elementi ricorrenti nella poesia di Steven Grieco) margine di un continuo interscambio con un oltre, al di là dell’esprimibile e del pensabile.

“La visione del mondo sub specie aeterni è la visione del mondo come totalità – delimitata-. Il sentimento del mondo come totalità delimitata è il sentimento mistico.”(Wittgenstein):

Finché la presenza è questo corpo oscuro
Che il pensiero intesse…
Dove il pensiero, oscuro nuotatore,
nuota al largo
respirando indicibile oscurità.

 

Steven Grieco 8 marzo 2017

Laboratorio di Poesia 8 marzo 2017 Steven Grieco Rathgeb

Nota di lettura di Luciana Vasile: I due protagonisti l’Io che legge, il Tu che scrive

 Abbasso lo sguardo. Su un tavolinetto circolare, appoggiati un po’ alla rinfusa, tanti libri. L’occhio di bue si accende su “Entrò in una perla”. Mi cattura. È un Caso – nel quale non credo – che abbia messo a fuoco solo quella copertina, il resto nella nebbia? In effetti quel titolo conferma la mia convinzione che sia il vuoto a disegnare il pieno. Il pieno della perla disegnato dal vuoto rarefatto del pensiero che si fa parola. Anima contenuta nel corpo, e non viceversa, come istintivamente saremmo indotti a pensare. Ingrandisco ancora l’immagine: l’autore Steven Grieco-Rathgeb.

Ora quel libro ce l’ho fra le mani. Lo sto per aprire. Sono curiosa. Scoprire in me le sensazioni che mi donerà la sua lettura. Perché la parola prima di tutto è comunicazione. Sono consolatori i momenti nei quali si supera la solitudine, alla quale è condannato l’essere umano, quando si trova consonanza, vicinanza fra l’IO che legge e il TU che scrive. Dipende da ciò che si tatua nella nostra sensibilità e comprensione nell’anelito di ri-conoscersi che è un attimo e/o del conoscere che è molto più lento. Sono pronta a dedicarmi all’ascolto.

Scorro con lo sguardo i segni neri e gli interstizi. A gruppi di non più di tre/quattro versi la distribuzione sul foglio bianco. Eloquenti le pause, geografia nel mare aperto del non detto. Anche la poesia ha una sua rappresentazione grafica, il disegno-progetto partecipa al significato. Io assorta. Non resto colpita nei sensi, ma il desiderio è di penetrare il frammento di un pensiero che a distanza rincorre altro pensiero, dove la mente divaga libera, galleggia nelle immagini e lancia concetti.  Dice il poeta (pag. 61): Nel silenzio la poesia parlò/ le sue parole come liane/ di un rampicante/ che saliva/ ogni nodo più alto/ verso un aprirsi, una trama/ sorpresa/ in altro esistere/ … Primo attore del libro è l’IO-pensiero che dialoga e palpita con la natura, gli alberi, i fiori; con lo sciabordio dell’acqua; con la realtà del mondo nelle sue molteplici espressioni; con l’inseguire la luna e raccontarne, attraverso lo stupore, il mistero della sua pienezza (pag. 19):

Ora che sei sorta, luna-cenere,/ quasi invisibile nella notte appena fatta,/ nel tuo silenzio, simile alla quiete del pensiero,/ mi chiedo come questo orlo di luce/ esprima l’oscura pienezza: l’oscurità vicina/ del tuo sferico splendore./ … Possa io stanotte/ dimenticando la distanza/ dire l’oscura sfera della tua pienezza.

Da parte del poeta una continua attenzione alla parola, che esiste nella sua stessa negazione, nel suo stesso inganno (pag. 35) :

Impara l’etimo di leggere./ Significa raggiungersi dentro e oltre se stessi,/ sfiorare in ogni attimo la follia?/ O esiste chissà dove la soglia/ che varchiamo verso un’origine nascosta?/ Le parole che da ogni lato si volgono false,/ non ti mostreranno tutto il visibile/ (ché lo stesso guardare così presto vanifica)/… (pag.39) … così le parole mi volano dalla bocca/ e qualcuno tende un filo/ di sillabe al cielo/ e non so come farle/ ricadere giù, una dopo l’altra,/ sprofondate nel sonno.

Steven Grieco 8 marzo 2017-3

Laboratorio di Poesia Roma, Libreria L’Altracittà 8 marzo 2017

Da parte del poeta una intensa riflessione filosofica nell’approfondimento del (pag. 41):

come se il nostro rischioso oscillare/ fra l’identità e il suo inganno,/ fosse “noi”,/ scissi per sempre fra questo e quello:/ … E ancora fino a spingersi all’orlo dove alberga l’anima (pag.43): …  E se l’universo fosse”un basamento intorno/ alla bocca del pozzo”: un basamento/ di pietre tratte dall’unico splendore/ delle sue stelle remote;/ con quanta fiducia/ ci spingeremmo all’orlo, per scorgere/ acqua limpida in fondo a quel baratro,/ berla profondamente con i nostri occhi!.

Rallegra la sintonia fra il TU che scrive e l’IO che legge, che un giorno parlò della liquidità dell’anima, indicando che bisogna fare una capovolta di 180° per immergersi in quel pozzo senza fondo, con coraggio esplorarlo.

Steven Grieco Rathgeb rifiuta la metrica come prigione, evita la musicalità come distrazione, il pensiero è libero – anche da se stesso? -. Privilegia la prosa poetica che meglio si addice a ricreare la frammentarietà del linguaggio interiore fatto di immagini flash non necessariamente conseguenti l’una all’altra, con un nesso logico o seguendo una trama, ma che esprimono lo spazio “dentro” arredato di ricordi, esperienze, visioni, in un tempo dell’IO senza cronologia, incurante del battere le ore della pendola. Tutto si dilata in un eterno presente. Il qui e ora è il tempo della scrittura (pag. 89) : …     

 I giorni si muovono veloci o pesanti,/ contraddicendosi: identici/ in come tornano sui propri passi,/ La loro irreplicabilità mozza il fiato./ Mirabile, il poema che narra questo/ inesausto rinnovarsi,/ Ciò che nelle sue pagine hai appreso ieri/ lo ascolti oggi, e forse avrà un altro senso./…

Come lettore è più diretto individuare in sé le emozioni, le suggestioni dell’Altro che scrive quando riescono a coinvolgerci, pizzicare l’anima senza intermediari. Steven Grieco Rathgeb invece ci costringe, attraverso i suoi versi, ad un impegno più faticoso, e forse per questo intrigante. Quasi una sfida. Ci invita ad entrare, senza timore, nel mondo a volte celato, criptico dell’immagine-pensiero-parola e i suoi estrosi giochi. Ma non tutto sta scritto è decifrabile ed è dato capire. Anzi, si dice, che la poesia possa essere anche mistero, che affascina e fa scattare in avanti, alla ricerca. Partendo dal fatto che istintivamente adoro le cose semplici, ma non mi piacciono le cose facili, mi dico, forse si può arrivare alla verità che, io penso, sia semplice – oppure alle emozioni, che ci fanno intravedere la verità quando lacerano i sensi – anche attraverso la complessità?

Ultimata la lettura, introitate le parole – da quale parte sono entrate? dagli occhi, dalle orecchie, dai pori della pelle che si alzano attenti, dalle sollecitate papille gustative o olfattive, dalla mente che ragiona o dallo stomaco centro dell’IO? – tanti gli interrogativi e le domande, soprattutto a chi come Grieco Rathgeb si muove nella ricca esperienza di diverse civiltà e realtà, e nel percorrere la parola di più lingue madri. Per esempio, Steven in quale idioma pensa? in quale idioma sogna? Per quanto mi riguarda, io, continuerò a ruminare. Ci sto prendendo gusto.

Poesie da Entrò in una perla (2016)

He entered a pearl

He entered a pearl inside the world
passed through walls muffling all cries

someone called it stealth
but the blue-lit night station was full of tears

The estrangement between you and me
wasn’t him – we
forgot each other standing face to face,
while He sat threading
this wrecked dream’s own escape
through good turned bad turned
good
through the same places that came back
and back

On such a rugged upward path
the way was changed into air!

into a dome of twilight, with persons
going in and going out,
as each fashioned
his own swarm of thoughts,
cocooned phantoms and naiads of image,
hanging them
in a white wilderness

Slowly he encompassed, slowly
encompassed us
till he hid

Oh, my I, now my clown,
on a fingertip spin the ball
I balance on
My heaven has split from top to bottom

And then we, unknowing prisms,
returned in brilliance
to our prisons

ill I thought this life will last forever

Entrò in una perla

Entrò in una perla dentro il mondo
attraversò muri che tacquero ogni grido

qualcuno ne parlò come di un segreto
ma l’azzurra stazione di notte era piena di lacrime

L’estraneità fra te e me
non era lui: noi
ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
nella cruna della sua stessa fuga,
attraverso il bene che volge al male che volge
al bene,
attraverso gli stessi luoghi che tornarono
e ritornarono

Su un sentiero così impervio
la via si tramutò in aria!

in una cupola d’ombra
con persone che entrano ed escono,
mentre ciascuno si fabbrica
il proprio sciame di pensieri,
larvati spettri e naiadi d’immagine,
e li appende
in una bianca desolazione

Lui lentamente ci circondò,
circondò da ogni parte
finché rimase nascosto

Ah, mio Io, mio pagliaccio ormai,
sulla punta del dito fai ruotare
la sfera su cui oscilloIl mio firmamento si è squarciato da cima a fondo

E allora noi, prismi ignari,
tornammo a splendere
nelle nostre prigioni
finché pensai che questa vita durerà in eterno

*

Hesperiidae’s embroidered wings – Mani Kaul in dream

You, standing there, in some colourless shadow-life I had attained
– always so decisive – and every blacknight moth alive
every magical moth in stealthy flight – flew to the otherworld
astronomer beyond thin partitions wondering,
every moth a mystery I flew inside to the highest night skies:
You, in the unlit room I inhabit – colourless space of wonder –
expounding on expression – art – on the blood in our veins
And every one of your words came as some hurled verbal fragment
– tangible, visible splinters to unseen frontiers
and they were sound cried out—brilliant bits of nothing, and
came hurtling like cries!
Whistling, whining shrapnel – Flung! at my blank sheets of paper
with unheard-of energy, with your thrust at forbidden barriers
yet, a mere game… “the aesthetics of meaninglessness”
Fragmented – unheard of!
hurled – flung at the white sheet

Via Merulana, 11 February 2013

Ali ricamate delle esperidi: Mani Kaul in sogno

Tu lì, in qualche incolore umbravitae da me raggiunta
– sempre così decisivo – ed ogni notturna, viva falena
ogni magica falena segretamente in volo, volava all’altromondo
astronomo meravigliato oltre sottili pareti – ogni falena
un mistero in cui volavo verso i cieli altissimi della notte:
Tu, nella spenta stanza che abito, incolore spazio meraviglioso
discorrevi di espressione – arte – del sangue nelle nostre vene
E ogni tua parola giungeva come frammento verbale, scaraventato:
tangibili, visibili schegge al varco di celate frontiere
ed erano suono urlato – lucenti briciole di nulla – mi giungevano
lanciate come grida!
Fischi, sibili di frantumi – Scaraventati! contro i miei fogli bianchi
inaudita l’energia, il tuo urto alle barriere proibite –
eppure, semplice gioco… “l’estetica dell’insignificato”
Frantumi – inauditi!
lanciati – scaraventati al foglio bianco

Via Merulana, 11 febbraio 2012

Bottling wine on a high balcony
to a learned friend in Tokyo

Your flowering plum… a fragrance not of scholars!
Delusion, madness lifted you into the sky
where Heian poets wander forever
in their disembodied yearning:
the petals of those phantom minds mingling
with your dark, three-quarters sterile mind!
And time, devotion, labour: smouldering ashes.
What can I offer you but the wine I decant
on this moonless night of March:
this open-ended sky, black-starred origin
high in the numinous ravine;
this wine I translate into a whirlwind
streaming out the drunken inner blossom…
And the wakas, now, breathing depth –
subtlety – fascination!

Supersymmetries – Florence, 1999

*

Imbottigliando vino su un alto terrazzo
per un amico erudito a Tokyo

Il tuo susino fiorito… profumo non di filologi!
Con l’auto-inganno e la follia hai scalato il cielo
dove i poeti Heian vagano per sempre
nel loro anelito spettrale;
i petali di quel pensiero sfuggente, frammisti
alla tua mente buia, sterile per tre quarti!
E il tempo, la devozione, la fatica: brace morente.
Cosa posso offrirti, ho solo il vino che travaso
in questa notte di marzo senza luna:
questo cosmo a imbuto, alto lignaggio,
tenebra di stelle sul dirupo numinoso:
questo vino, che traduco in un turbine,
spira dall’inebriato, più interno fiore …
E dei waka, adesso, il respiro –
il fascino sottile!

Supersimmetrie – Firenze, 1999

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012).

Luciana VasileLuciana Vasile è nata a Roma è architetto. Nel 2002, nella sua esperienza di aiuto volontario nel terzo mondo per la costruzione di case per gli ultimi e che dura da quindici anni, ha  scoperto il piacere di scrivere. E’ fondatrice e Presidente della HO UNA CASA-Onlus.Ha conseguito numerosi premi per la prosa e la poesia. E’ membro delle associazioni internazionali degli scrittori: P.E.N. Club Italiano e Svizzero. “Per il verso del pelo” suo primo romanzo, 2006 Editrice Nuovi Autori di Milano, ha ottenuto riconoscimenti in otto Premi Letterari. “Lo sguardo senza volto” 11 poeti del disincanto, 2008  Fermenti Editrice, volume antologico, curatore Donato Di Stasi.

“Danzadelsé” – Ho ballato per Paparone e altre storie, 2012 ProspettivaEditrice, pubblicato come opera vincitrice al concorso di narrativa per inediti Interrete, anche in ebookHa vinto il Premio Internazionale Lago Gerundo 2013 e premiato in altri quattro concorsi. Di prossima pubblicazione la raccolta di poesie “Libertà attraverso… eros, filia, agape”.

luciana.vasile@tin.it

www.lucianavasile.it

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  1. QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA: LA POESIA DI STEVEN GRIECO RATHGEB
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18539
    In un’altra pagina di questo blog sul termine “mistico” si è già parlato per ricondurre il significato alla vera espressione e che in Wittgenstein si riassume ad esempio, nella bellezza di un libro, di un’opera, di un concerto, di un quadro, di una realtà che porta alla illuminazione e al “significato vero delle cose”; quei veli occulti che celano il doppio fondo da cui estrarre la “perla”. E’ in altre parole la stessa meraviglia mistica che invase Einstein scrutando l’universo.Conosciamo Steven Grieco Rathgeb, per la sua doppia cultura occidentale e orientale, per averci fatto avvicinare e transitare in un mondo filosofico e poetico di rara espressione. Ora, mi chiedo, dopo l’entrata in questa “perla” quale potrebbe essere il suo linguaggio futuro, perché di questo bisogna parlare, se non si vuole fermare la punta della penna o del mouse, sui risultati ottenuti, ma andare oltre questo muro, ricapitalizzando i sensi, le voci, i nomi, le onde psichiche, ovvero tutte le frazioni segrete di un corpo linguistico già armonizzato, per superare la stessa agglutinazione dei frammenti verbali, nella circonferenza del divenire del tempo e dello spazio: l’esplosione di un nuovo Big Bang letterario e poetico, perché la poesia e momento autre, espansivo, in continua evoluzione, e che se si ferma, finisce anche il concetto di “mistico” . Per questo crediamo a una scrittura in perenne stato di evoluzione e di riformulazione del piacere del testo per dirla con Barthes. E qui, Steven Grieco Rathgeb è un giocatore d’azzardo a cui bisogna concedergli tutte le fiches in nostro possesso.

  2. gino rago

    LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA SULLA BASE DEL VUOTO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18542
    “Entrò in una perla” è la composizione poetica forse più ambiziosa di Steven Grieco-Rathgeb perché ci fornisce una sorta di resoconto pieno dei rapporti dialettici tra l’anima e l’Io: “Ah, mio Io, mio pagliaccio ormai…/
    (…)E allora noi, prismi ignari,/ tornammo a splendere…” E lo scontro fra i due termini del binomio Io-anima si avverte nello sfregamento repentino del passaggio rapido dall’Io pagliaccio al “noi” prismi ignari.
    Sotto questo aspetto, Steven Grieco-Rathgeb lo sento come il più whitmaniano dei poeti fin qui letti, soprattutto quando approdo a un altro suo verso rivelatore:”… un mistero in cui volavo verso i cieli altissimi
    della notte” ove le due parole-chiave “mistero-notte”, ma verso cieli altissimi, possono essere nella mitologia segreta del poeta una oceanica assenza (madre, padre) assenza, bene espressa da forza inventiva e padronanza metaforica.
    E poi Steven Grieco-Rathgeb, in altri versi, ci dà il suo incantamento di fronte al susino in fiore. Ed è anche il nostro incanto. Anche se in “Quando i lillà fiorivano l’ultima volta nel prato davanti alla casa” Walt Whitman negli ultimi versi confessa:

    “Da quella pianta dai fiori dal colore delicato
    con le foglie a forma di cuore d’un verde intenso

    Stacco un rametto fiorito”, Steven al contrario si arresta di fronte al miracolo dell’albero fiorito. Gli basta il miracolo e lo dice in una pacatezza “soprannaturale.”, in una intima ontologia estetica, avendo ogni poeta una propria, specifica, unica, irripetibile cartografia psichica.
    Di alto spessore le note interpretative di Letizia Leone e di Luciana Vasile.
    Da meditare, in profondità e a lungo, il commento di Mario Gabriele.
    Gino Rago

  3. Letizia Leone ha scritto, a ragione, che la poesia di Steven Grieco “predilige la circolarità”, “elude le linee rette”, e porta “al massimo grado l’erranza dell’intuizione”- questo in particolare per “Supersimmetrie” e “Dimensioni di un cerchio”, ma io sento presente questo contrarsi allargarsi dell’immagine poetica, anche nelle sue poesie più lontane nel tempo. Mi spingo un po’ oltre al movimento circolare, ovvero ad un doppio movimento: quello del muscolo cardiaco nella sua complessità e circolarità di flusso. Così la sua poesia, portando linfa in tutte le periferie del corpo-poetico. E’ il punto di fuga che fugge, appena intravisto. La direzione, quando la si può cogliere, è quella dell’onda nello stagno, dopo il tuffo del fatidico sasso.
    Il suo nuovo linguaggio è – sarà? – all’uscita dall'”acquitrinoso labirinto di lingue”, misteriosamente nascosto sotto la luce.

  4. Rita Mellace

    Che bel gruppo intorno all’Ombra delle Parole, quante energie !
    Ho pensato, in questi giorni, a Virginia Woolf e mi sento come dentro al Bloomsbury Group.
    “Io tendo a un diverso tipo di bellezza, a raggiungere una simmetria per mezzo di discordanze infinite, mostrando tutte le tracce del passaggio della mente attraverso il mondo; ottengo infine una sorta di insieme, composto di frammenti palpitanti; a me sembra questo il processo naturale, il volo della mente.”
    Virginia Woolf

  5. Giuseppe Talìa

    I VASI COMUNICANTI DELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18556
    Non ho letto il libro di Grieco, almeno non in modo approfondito, gli ho dato un’occhiata a casa di Giorgio Linguaglossa (ah, la casa di Giorgio, c’è un recente book fotografico fatto da Federico Forconi sulla casa di Giorgio, su Giorgio stesso, su quel disordine di libri che scompaiono e ricompaiono e che diventano vivi e parlanti, comunicanti, nei suoi scritti), così come alcune traduzioni di Steven di poeti italiani contemporanei. Notai, in un caso in particolare, che le traduzioni di Steven fossero più interessanti degli originali in italiano. Ecco, Steven Grieco- Rathgeb si nutre di “osmosi poetica”, riversa nei suoi versi tutta l’antitesi e la conciliazione delle diverse culture che ha vissuto in prima persona. E la sua voce, come anche gli occhietti furbi e intelligenti, i silenzi (non posso esimermi da una visione psicologica e letteraria) dicono più di tante parole.
    Ecco la mia sestina omaggio.

    Steven Grieco-Rathgeb

    Felice notte O Bon e se ne avverte l’ottima fattrice
    Quel caustico minuscolo dragone o delfino dello Yamuna
    Body Rolling, a Roma come a Calcutta, a Kyōto o nel papiro
    Dell’Epiro, la stella subgigante di Cerere e di Viṣṇu
    In animella persa in una cassetta di sicurezza nel giaggiolo
    Dell’arcobaleno che arde dei nostri stessi sogni

  6. IL VERSO LIBERO FIGLIO BASTARDO DEL NICHILISMO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18575

    Chi sogna ad occhi aperti sa molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto ad occhi chiusi.
    Il verso di Steven Grieco Rathgeb è il verso libero privo di unità metrica. È un verso libero che è stato privato della sua libertà. È un verso libero prodotto del nichilismo compiuto.

    Il verso libero si è finalmente liberato di se stesso, ed è diventato qualcos’altro che fatichiamo a riconoscere. Ecco perché è così difficile, oggi, distinguere la poesia dalla prosa. È per via della libertà, quella libertà che i poeti si sono conquistata, che hanno pagato a duro prezzo durante il Novecento e che ancora stanno pagando. Quella antica libertà oggi si è tramutata nella peggiore delle reclusioni: la reclusione del verso liberato, cosiddetto «libero», in realtà zoppo e frammentato. Fatto sta che quel verso, rectius, quel frammento di verso, quel relitto malmostoso, ci parla molto meglio di quanto potrebbe fare un verso sinuoso e rotondo, un verso compiuto, ammesso che esista e sia possibile, oggi, scrivere un verso rotondo e compiuto!

    Scrive Sergio Givone:

    «Potremmo dire che il nichilismo altro non è che una forma di ateismo in cui Dio non è più un problema, come non è più un problema il male – Dio è morto, e questa sarebbe l’ultima parola, non solo su Dio, ma anche sul male. Questo nichilismo amichevole e pieno di buon senso, oltre che perfettamente pacificato, continua a essere la cifra del nostro tempo. Lo sarà finché nella morte di Dio vedremo un fatto che per noi non significa più nulla e non invece quel che intravide Nietzsche: un evento la cui portata è ancora tutta da esplorare».1]

    La poesia di Steven Grieco Rathgeb già nel titolo «Entrò in una perla», rende manifesto il senso della precarietà che la domina, la percezione della non abitabilità del mondo («il mio firmamento si è squarciato da cima a fondo»), è un esistere intempestivo, fuori tempo, fuori spazio quello che qui viene messo a fuoco, il senso di un abitare un luogo disabitabile, non idoneo alla abitazione, un luogo che non è più un luogo ma un contenitore per quanto vasto di una esistenza che non ci appartiene più. Il mondo diventa uno sfondo sempre più lontano, i dettagli nitidamente percettibili si fanno più distanti, l’estraneazione e la disumanizzazione diventano sempre più palpabili:

    L’estraneità fra te e me
    non era lui: noi
    ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
    mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
    nella cruna della sua stessa fuga,
    attraverso il bene che volge al male che volge
    al bene,
    attraverso gli stessi luoghi che tornarono
    e ritornarono

    Il pudore e l’epoché abitano la poesia di Steven Grieco Rathgeb. Il pudore è quel movimento o atto di sospensione che ci impedisce di abitare interamente il «reale» e, al contempo, ci consente di transitare oltre la «soglia» della inabitabilità del mondo; questo trattenimento è anche intrattenimento con i tempi morti e i tempi lunghi, con il tempo dell’indugio e dell’attesa, così che la poesia abita questi quartieri dell’indugio e della perplessità dove il ritorno appare veramente possibile e l’impossibile dimora accanto al possibile, l’evento accanto al non-evento… e la poesia abita il contromovimento del rammemorare e della libertà fantasmatica così tipica del periodare arioso di questa poesia.

    S. Givone Trattato teologico-poetico il melangolo, 2017:

  7. Claudio Borghi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18579
    E’ interessante il riferimento simultaneo di Letizia Leone al pensiero di Heidegger successivo a “Essere e tempo” (con particolare riferimento, credo, al saggio “L’origine dell’opera d’arte”) e al Wittgenstein del Tractatus, che denota il mistico come esperienza del mondo come un tutto limitato che suscita stupore, dell’essere come miracolo, che “mostra sé” nell’immediatezza della percezione sensibile. Su questo tema, che avevo proposto in un messaggio (caduto nell’oblio e stigmatizzato hegelianamente come “nebbia del misticismo” in cui tutte le vacche diventano nere) alcuni giorni fa, mi farebbe davvero piacere se potesse nascere un confronto aperto. Dal Tractatus, fondato sull’implicita corrispondenza speculare tra il mondo e la sua immagine logica, il pensiero, la filosofia di Wittgenstein si è poi sviluppata nella direzione di una ricerca specifica sul linguaggio e sui giochi linguistici, nell’ottica di una imprevedibilità delle corrispondenze che possono scaturire nell’interazione tra la mente e il mondo. Io sono convinto che la nuova ontologia estetica muova nella stessa direzione del secondo Heidegger e del secondo Wittgenstein, che colgono l’importanza fondamentale dell’esperienza mistica come fondante e costitutiva del nostro essere nel mondo, non come ricerca di un contatto con una trascendenza inattingibile, bensì come possibile rivelazione sensibile, come un darsi del mondo direttamente all’anima, che si fa e si manifesta nel linguaggio poetico e in tutte le forme d’arte, tramite le quali l’anima esprime il contatto con la realtà, che è materiale e spirituale al contempo. A mio avviso, pur in forme e con sensibilità diverse, i poeti dell’Ombra delle parole che si riconoscono in una nuova ontologia estetica stanno cercando di esprimere questa esperienza di contatto con il mare metafisico che si dona nel mondo fisico e filtra attraverso l’esperienza sensibile, dilagando in una dimensione imprendibile non appena l’io tenta di afferrare quello che non è alla sua portata. Su questo occorre riflettere (l’ha indicato Giuseppe Talia in un suo ironico quanto pertinente ed efficace commento qualche giorno fa): l’inessenzialità dell’io, il suo essere un contenitore provvisorio, e la simultanea necessità di rendere l’anima un recipiente vuoto che si apre e si predispone ad accogliere la molteplicità e la meraviglia del mondo. La poesia di Steven a mio avviso nasce da questa necessità e la traduce in forme di diversa quanto profonda suggestione.

    Versi come:

    Ah, mio Io, mio pagliaccio ormai,
    sulla punta del dito fai ruotare
    la sfera su cui oscillo
    Il mio firmamento si è squarciato da cima a fondo
    E allora noi, prismi ignari,
    tornammo a splendere
    nelle nostre prigioni
    finché pensai che questa vita durerà in eterno.

    sono una tra le tante tappe della ricerca, che nasce dal molteplice fenomenico, di una epifania unitaria, in cui si risolve la sua complessa fenomenologia poetica, che punta alla parola che, nel frammento, sia lo specchio prismatico del tutto, libero dall’io, come l’anima potesse finalmente respirare una realtà altra, oltre il mondo che i sensi filtrano e registrano.

    In quest’ottica credo sia importante cercare un possibile rinnovamento della scrittura poetica non nel frammento come atomo scisso dal tutto, ma come cuore di potenza, diamante dai molteplici riflessi di senso, come l’ologramma che contiene intera la figura di cui è parte. La ricerca di tanta musica contemporanea, come della filosofia e della letteratura che tenta di risalire la corrente del vuoto e dello smarrimento, è nella direzione di trovare la totalità nel frammento, da intendersi, però, non come guscio inespressivo, ma come densità di emozione che trattiene, in una sintesi di potenza, l’origine dimenticata del corpo cosmico da cui l’io si è staccato, trovandosi a vivere, pulsare e respirare come creatura. Scelsi e Feldman sono paradigmatici in questa prospettiva, la loro è una ricerca nel nulla in senso profondamente mistico: basta leggere le riflessioni di Scelsi sul suono per averne una nitida conferma. In tal senso, credo occorra ripensare attentamente al valore del frammento proprio alla luce dei testi che si leggono su questa rivista. Sono, a mia volta, profondamente convinto che un libro debba potersi leggere dall’inizio come dal centro o dalla fine, debba poter essere scisso dalla continuità e linearità del tempo, in quanto ogni riga, ogni aforisma, ogni verso dovrebbero poter esprimere l’emozione interiore del tutto (ecco il tempo interno), senza aver bisogno del tutto per significare e risaltare.

  8. Claudio Borghi

    Se si sta rivolgendo a me (perché confesso che faccio fatica a capire), io di certo non intendo offendere né dare consigli a nessuno. Se intende replicare, la prego di entrare nel tema e attenersi a quello che ho scritto, non fare allusioni generiche che, quelle sì, sono offensive. Ma lei dice “non abbiamo bisogno di consigli e di inquinamenti estetici da chicchessia”, quindi ha già espresso un giudizio, senza entrare nel merito del mio intervento. Presupposti pregiudiziali proprio non ne ho, sono piuttosto convinto che solo nel confronto dialettico ci possa essere evoluzione. Il resto di quello che ha scritto, in particolare l’allusione a un intervento della censura, lo accolgo con grande amarezza.

  9. Donatella Costantina Giancaspero

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18585
    caro Borghi,
    ciascuno è libero di interpretare il frammento come meglio crede. Credo, non mi sembra che nessuno di noi abbia delimitato con il filo spinato il concetto di frammento. Certo, il frammento svolge un ruolo fondamentale nella nuova ontologia estetica, ma un ruolo altrettanto importante lo svolgono anche i nuovi concetti di “parola” e di “metro”, nel senso che la parola viene ad essere pensata nel suo peso specifico, nel suo tempo interno, nella sua forza gravitazionale, e così anche il metro viene concepito come una entità elastica, che si allunga e si raccorcia a seconda del discorso. In considerazione di ciò, sia il frammento che la parola e il metro, tutti questi tre fattori svolgono un ruolo primario tutti e tre contemporaneamente. Io non interpreterei questi concetti in senso “mistico”, però nulla toglie che si possano interpretare anche in senso mistico. L’aspetto incredibile è che, come per magia e per caso, tutti ci siamo ritrovati sulle pagine di questa rivista a pensare cose molto simili pur provenendo da punti diversi e con diversissime esperienze personali. E questo ha un significato, significa che questi concetti erano da tempo nell’aria, circolavano…

  10. Donatella Costantina Giancaspero

    APPUNTI DI ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18586
    Per riprendere il tema sollevato da Sergio Givone, ritengo che la famosa frase di Nietzsche “Dio è morto” abbia finalmente tolto di mezzo una querelle che dura da almeno due millenni, la querelle tra laici non credenti e religiosi credenti; dato che “Dio è morto” tutti quanti, credenti e ferventi e non credenti, siamo tutti precipitati nella stessa condizione esistenziale. Dio è morto per tutti, non soltanto per i credenti, siamo tutti nella stessa condizione. E che dio sia morto forse, alla fin fine, è un bene: da adesso siamo tutti proiettati deiettati in un comune destino che non conosce più salvazione né resurrezioni varie, finalmente possiamo dirlo: siamo, siete tutti morti viventi che credono di vivere e invece siamo siete morti. Ma è una morte positiva questa di dio, positivamente dobbiamo e possiamo emendarci da questa intollerabile debolezza…

    • “Ormai non sei più al coperto delle religioni che ascrivono tutte queste cose a una volontà superiore. E’ arrivato il momento di sostituirti a esse, con piena cognizione dei diritti che ti sono stati dati e che non hai mai acconsentito a mettere in atto. Nessun dono ti verrà mai offerto se non avrai l’anima pronta ad accoglierlo. Perché o ti salvi dentro la tua stessa morte o rimani e ti logori nel commercio quotidiano, come se un insetto ti succhiasse piano piano.
      Ma il poeta alla fine chi è? A chi appartiene? Qual è la sua identità? Il poeta attinge la vita dagli altri e la trasmette di nuovo agli altri.”
      Cito ancora Elytis, che qui, sotto le tue considerazioni e le poesie di S.G.R. è a mio avviso corolla d’una infiorescenza definitiva.

  11. Claudio Borghi

    QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA E NON
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18587
    Sono d’accordo, soprattutto sul fatto che ci stiamo ritrovando a condividere un clima culturale e un’area di interessi e di comune sentire. Il fatto è che io sono stato accusato di formulare “pensieri atavici con burka e polvere di Palmira” e di sferrare “un attacco di pensiero musulmano”, laddove il mio intervento era incentrato su Heidegger e Wittgenstein, che sono filosofi occidentali, il cui pensiero ha una connotazione fortemente mistico-spiritualistica. Non si può disconoscere il fatto che il pensiero di Heidegger sia fortemente ispirato (per non dire che ne ha solo proposto una versione storicamente attualizzata) dal pensiero di uno dei massimi pensatori-mistici medioevali, Meister Eckhart, e che Wittgenstein sia considerato da Marco Vannini, uno dei massimi esperti italiani di mistica occidentale, come una figura sui generis di grande mistico del ventesimo secolo, insieme, pur da lui diversissima, a Simone Weil. L’importante è non farsi influenzare dalla nebbia di falsi significati che il termine implica, ma leggere a mente serena il pensiero dei filosofi alla luce dei testi. Soprattutto, occorre pensare che la libertà di ognuno è sacra, e non è corretto considerare acriticamente chi esprime un pensiero libero e documentato come un ostacolo, laddove sta fornendo in assoluta sincerità uno stimolo al confronto e alla crescita. Spero che il suo intervento, gentile Donatella, sia il primo di una serie, nell’ottica di un franco e sereno dibattito culturale, non di una difesa corporativa di posizioni cristallizzate.

    Quanto alla morte di Dio di Nietzsche, il problema è a quale Dio si fa riferimento quando se ne decreta la morte. Nietzsche certo si riferiva al Dio cristiano che, per come ha influenzato, tramite il potere temporale della chiesa, l’evoluzione del libero pensiero in Occidente, è solo un bene che sia morto. L’esperienza del trascendente è tuttavia ancora ben viva in tutte le culture, e lo era di certo anche in Nietzsche, ed è legata proprio al sentimento di cui parla Letizia Leone citando Heidegger e Wittgenstein, il sentimento della sproporzione tra l’io e il mondo, a cui ogni creatura, a meno di non implodere in deliri di onnipotenza, non può restare indifferente. Come diceva Meister Eckhart (si legga “Del distacco”), è necessaria la massima umiltà per rendersi disponibili ad accogliere il divino, e le grandi opere, del pensiero come dell’arte, non nascono da un io dilatato dalla propria volontà di potenza, ma da un io che è riuscito a farsi filtro di qualcosa che lo trascende, di cui deve diventare luogo di accoglienza, riducendosi a ”puro nulla”, quale è ogni creatura particolare, prigioniera nel circolo terribile del tempo, del dolore e della contingenza.

  12. Noto che cita Meister Eckhart, per sintonizzarsi con un pensiero sul divino con il quale trova la massima adesione, altrimenti non l’avrebbe riportato. Mi sa tanto che sta producendo un chiacchiericcio da sacrestia, incantato da un mistero così grande,da superare qualsiasi condizionamento dell’emisfero sinistro. Si tenga con umiltà le sue personali convinzioni, senza aprire un discorso sul divino e sul frammento, inserendo, ad ogni giro di posta, il suo punto di vista, ma lei, come sempre, supera ogni limite, partendo da uno stato di fascinazione universale per declassare il positivismo, mentre il Blog ha bisogno di altre illuminazioni.

    • Davide Inchierchia

      Sono un ricercatore in scienze filosofiche, lettore appassionato di poesia pur consapevole di non esserne un esperto. Consultando questa prestigiosa Rivista, mi sono soffermato sul presente scambio trovandovi un interessante spazio di discussione dialettica in cui affiorano questioni teoretiche fondamentali e autori a me cari del pensiero contemporaneo, quali Heidegger e Wittgenstein. Tuttavia sono rimasto sbalordito (e deluso) dall’esternazione a dir poco sopra le righe dei suoi commenti, Gabriele, dove si allude addirittura al fondamentalismo religioso e terroristico per stigmatizzare posizioni alternative o non allineate con le sue.
      Anzitutto trovo molto strano, e per certi versi ingenuo, che una persona letterata e colta giunga a confondere la spiritualità con una qualsivoglia specie di devozionismo eccelesiastico o dottrinario.
      Al contrario, il concetto wittgensteiniano di “mistico” – qui posto al centro di numerosi interventi – rinvia invece ad un approccio radicalmente critico e laico allo spirituale: come è evidente dalle note proposizioni finali del “Tractatus” (e ancor più nelle “Ricerche Filosofiche”), Wittgenstein si rivolge infatti ad una trascendenza del tutto immanente al “manifestarsi” della realtà, che si configura come una totalità sensata agli occhi e alla mente dell’Io sensibile del poeta-filosofo. Ma come già fu per le “briciole” di filosofia di Kierkegaard, il pensiero del “frammento” che ne deriva – anziché forma assoluta di illuminazione esoterica riservata a pochi eletti – si rivela solo una fra le molte possibili forme di risonanza o di rifrazione dell’umano sentire che si sforza di corrispondere, con altrettanta energia, alla forza dell’incessante “poiesi” universale intrinsecamente connaturata all’esistente.
      Trovo pertanto più che pertinenti e acute le analogie (sottolineate da Borghi) con la grande tradizione mistica che – attraverso nomi del passato come Eckhart e Silesio o, a noi più vicini, come Rosmini e Weil – consentono di far dialogare il secondo Wittgenstein con l’ultimo Heidegger. Non è forse proprio Heidegger (nelle suggestive pagine dei “Contributi alla filosofia, dall’Evento” dedicate alla poesia metafisica di Holderlin) a rivendicare l’urgenza di un ritorno a ciò che sta “al di qua” – si noti: non al di là! – di ogni linguaggio, compreso il linguaggio poetico? Si tratta anche in questo caso di un platonico ritorno all’ “apparire” dell’essere, a quel “presentarsi” del reale già in atto che precede ogni potenziale
      rap-presentazione umana e la cui intelligenza fa segno ad una parola ancora inaudita: è il passo decisivo d’abdicazione dello stesso “dire” filosofico verso un’ontologia sempre meno semantizzata che tuttavia – anziché precipitare nell’abisso dell’irrazionale – assurge a pensiero rammemorante in ascolto di una razionalità “altra” che attende ancora di essere enunciata.
      Un “passo indietro”, nel discorso heideggeriano, che mi sento di indirizzare a quanti come lei, Gabriele, si ritengono i detentori esclusivi del vero senso delle cose e (nei termini di Massimo Cacciari) dimenticano quanto la Verità non appartenga a nessuno, pur costituendoci tutti nel nostro più autentico aprirci alla luce dell’Altro.

      • Giuseppe Talìa

        La Simone Weil, gentile Inchierchia? La prima catto-comunista riconosciuta dalla storia. Bisognerebbe canonizzarla.
        Riguardo al resto della sua epistula, visto che è indirizzata, lasciamo al destinatario la replica.

      • GRAZIE di cuore, gentile Davide Inchierchia, per le sue puntualizzazioni colte e approfondite, da studioso. Musica per le orecchie della conoscenza di chi, come me, vuole morire alunna. Non mi fido dei depositari della Verità. I pensieri unici sono pericolosissimi come tutti i totalitarismi.
        Nascondono solo paura.
        Quella paura che, insieme all’egoismo, è causa dell’infelicità dell’essere umano.
        Luciana Vasile

      • Gentile Davide Inchierchia,

        noi qui stiamo parlando del Cambio di Paradigma. Almeno una volta ogni cinquanta anni spero sia ammesso parlare di questo problema.

        • Davide Inchierchia

          Catto-comunismo? Temo che queste siano ormai categorie del tutto obsolete, poco efficaci ai fini della comprensibilità del discorso poetico o filosofico (ma anche scientifico e in generale di ogni ambito della conoscenza).
          Ritengo infatti che oggi ci troviamo nella condizione culturale per poter apprezzare gli autori in libertà, trasvalutando le eventuali implicitezze ideologiche che il tempo storico inevitabilmente lascia irriflesse: è il caso dei “Quaderni neri” dello stesso Heidegger (recentemente tornati all’attenzione degli interpreti), la cui adesione politica all’ideologia nazista, moralmente inaccettabile, non inficia per nulla la rilevanza teoretica della riflessione heideggeriana che ogni responsabile ermeneutica è chiamata a restituire.
          Quanto al “cambio di paradigma”, naturalmente legittimo ed anzi sempre auspicabile, non sono sicuro che possa però avvenire “ex nihilo”: ciò che è (o si autodefinisce) moderno non è di per sé garanzia di novità o di autenticità. Ogni nuovo linguaggio, nelle arti come nelle scienze, può essere inteso piuttosto con Cassirer nei termini di una “forma simbolica” in continuo scambio relazionale con i linguaggi che lo hanno preceduto: concreta “forma di vita” wittgensteiniana che trova la misura della propria sensatezza – anziché dall’annullamento – dalla integrazione dialettica della tradizione.
          La “morte di Dio” è segno di progresso per una civiltà culturalmente evoluta. Ma come Nietzsche ben sapeva, essa non giunge mai se non all’alba di quell'”eterno ritorno dell’identico” che distingue il vero pensare dal superomismo nichilistico incapace di rinunciare alla propria vuota volontà di potenza: il pensiero non certo arcaico, bensì “archeico”, che è dunque (in)attuale laddove si mostra audace nel riconoscere la novitas dell’origine “impensata” (Foucault) da cui proviene. Diversamente, dal nulla solo il nulla può venire.

  13. Claudio Borghi

    Chiacchiericcio da sacrestia, invito all’umiltà, lei supera ogni limite, caro Gabriele, in quanto non rispetta l’interlocutore e la cosa più grave è che non se ne rende conto. Va bene, le lascio libero il campo, scriva quello che vuole, su di me, su chi le si rivolge in modo critico o dialettico. Un’altra occasione persa, mi dispiace doverlo dire, ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Lei giudica gli interlocutori in modo troppo superficiale. E soprattutto non sostiene il confronto sul piano del dibattito, ma sminuendo il pensiero altrui dall’alto di un’assurda presunzione di superiorità che mal si sposa con la sua cultura e la sua maturità. Evidentemente si sente molto sicuro di sé. E la cosa, glielo dico in tutta sincerità, mi spiace molto, per me ovviamente, ma anche per lei.

  14. Claudio Borghi

    Visto che mi accusa di declassare il positivismo sulla base di uno stato di fascinazione universale, rifletta su quello che lei ha scritto a proposito della poesia di Steven Grieco: “E’ in altre parole la stessa meraviglia mistica che invase Einstein scrutando l’universo”. Frase che io condivido in toto, ma non trova che ci sia contraddizione con quello che scrive qui sopra? Einstein è stato portatore di un pensiero positivista, radicalmente deterministico, ha osteggiato fino alla morte il probabilismo indeterministico della teoria quantistica, eppure lei parla di meraviglia mistica a proposito di Einstein! Come la mettiamo, Einstein è forse un positivista mistico? Il fatto è che realtà non è bianca o nera, emisfero destro o sinistro, è conflitto perenne di antinomie e certo la miglior scienza è stata ispirata da idee molto artistiche circa la struttura del cosmo, su cui a ben vedere non abbiamo certezze. Non le sembra che, portata su questo terreno, la questione ci possa far trovare un punto di convergenza?

  15. renato gasodino

    la sacrestia lasciamola ai preti ecc., noi crediamo più che pensiamo alla Poesia… dunque non de-cadete in sterili e insulsi ragionamenti. la critica deve divenire oggettiva, dopo esser passata o trascorsa nella singole soggettività.

    • Rimanere in silenzio non è nelle mie prerogative. Mi piacerebbe allargare il discorso su Einstein quale positivista-mistico, ma divergerei dal tema principale che riguarda Steven Grieco. L’opinione di Renato Gasodino, mi pone in un momento di riflessione, e di pausa, anche se questo interlocutore sollecita a estraniarci da certe cadute sterili e insulsi ragionamenti, che non condivido affatto per come li ha dequalificati.

  16. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18599
    Gentile Gasodino,
    perché li declassa a “sterili e insulsi” i ragionamenti in atto fra Claudio
    Borghi, Mario Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Chiara
    Catapano? Al contrario: i loro ragionamenti, anzi le loro riflessioni, hanno chiaramente il supporto della Cultura, della saggezza da spendere anche nel quotidiano, e non ultima della padronanza linguistica, e altro…
    Piuttosto, Lei, gentile Gasodino, ha pienamente ragione quando richiama
    alla necessità dell’arte della critica nel suo etimo vero da applicare ai
    versi di Steven Grieco-R.che, sulla pagina odierna de L’Ombra, con le note
    di L. Leone e di L. Vasile, sono i veri protagonisti della pagina stessa.
    Ma se Lei torna a leggere bene i commenti lasciati in tutti gli interventi, in tutti, nessuno escluso, non Le è
    difficile trovare semi e vibrazioni linguistiche di autentica critica letteraria.

    Piuttosto, tornando ai versi di Steven G.-R, se a essi,( è la mia opinione
    ma è anche la mia maniera di accostarmi ai versi altrui), non si applica
    la triade Io-Anima-Io “me stesso”, o Io “reale”, si rischia di non cogliervi
    non pochi elementi di novità poetiche. Novità, ed è quel che conta, che
    possono essere destinate a durare e a influenzare prossime e presenti
    esperienze poetiche (i versi recenti di M. Gabriele e di G. Linguaglossa
    stanno già operando così…)

    Gino Rago

  17. gino rago

    QUESTIONI DI SPICCIOLA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18600
    Avenarius e il Signor Pistorius non dialogano da tantissimo tempo.
    Poi, rompendo gli indugi, decidono di incontrarsi in uno dei tantissimi venerdì della città , di quelli nei quali l’amico parla dell’ultimo libro dell’amica/o e l’amica del più recente libro dell’amico/a.
    Alla fine di uno di questi incontri, defilandosi elegantemente, Avenarius
    chiede al Signor Pistorius: “Ma è questa udita stasera quella che si dice
    esegesi della poesia contemporanea? Quella che più diffusamente viene
    detta critica letteraria?”
    Il Signor Pistorius, dopo un lieve sbandamento, risponde: “Devi
    saperlo, in nome della nostra solida amicizia devi saperlo: non sono
    guarito da quel male, da quella patologia che da sempre mi perseguita…”
    “Quale, per la precisione, a quale patologia ti riferisci ?” chiede
    allarmato e quasi in apnea Avenarius.
    “L’etimomania. E’ terribile, credimi”, soggiunge il Signor Pistorius.
    Avenarius prima tace e poi lo incalza: “A che proposito confessi questo
    male?” E il Signor Pistorius laconico risponde: ” A proposito di ciò che si dice “critica letteraria… Vedi, tutto nasce dall’orzo o dal grano o dal riso.
    Dai cereali che vanno chicco a chicco. Bisogna, dopo il raccolto, “ripulirli”
    come dice sempre un mio amico poeta di Campobasso, “dalla pula”.
    Bisogna selezionarli, sceglierli, vagliarli, per separare i chicchi buoni
    da quelli marci. E, soprattutto, per separare quelli ottimi da destinare
    alla semina da quelli buoni destinati a farsi cibo quotidiano.
    E’ il primo “vaglio critico”, con un vaglio appunto o un setaccio o un crivello. E’ il primo gesto di separazione e di giudizio.
    Sbagliare questo primo gesto può mettere in pericolo la sopravvivenza
    di una famiglia o di un intero villaggio…E i contadini furono i primi
    accorti critici…” Avenarius ascolta, intuisce, ma non è ancora sicuro.
    Poi chiede al Signor Pistorius: “E’ bello e saggio ciò che dici. Ma parlavamo prima di critica letteraria…”
    E il Signor Pistorius con un filo di voce, come un fiato sottile
    suggerisce: “La critica è proprio questo. E’ proprio quest’arte di
    scegliere, di dare giudizi, di giudicare. E vale, credimi, con i chicchi di
    grano come anche in altri casi e in altri campi, come quelli politici,
    quelli giudiziari, quelli pratici. Ma soprattutto vale in campo estetico…”
    “Ma allora…” cerca di ribattere Avenarius.
    “Perdonami, il viaggio mi ha stancato. Se hai voglia di ascoltarmi e non ti annoio possiamo continuare un’altra volta…”

    Etimomania: un dialogo fra due creature linguaglossiane sul significato di
    “critica”
    Gino Rago

  18. renato gasodino

    non penso di declassare o dequalificare, era solo un deterrente per non veder scritto alterazioni linguistiche.

  19. Giuseppe Talìa

    Carissimi tutti,
    quando Renato Gasodino (alias…alias…alias) indossa la cravatta regalatagli da Riperllino, non può altro che affermare che.. “noi crediamo più che pensiamo alla Poesia…”
    Quanto a Borghi e ai Sermoni tedeschi di Eckhart, e non me ne voglia, la battuta sorge spontanea: Borghi orabat dominum deum suum.

  20. antonio sagredo

    QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18607
    DEDICO questi antichi miei versi a Steven Grieco, che già dedicai ad un grande Poeta: T. R. >> privilegio che concedo rarissimamente.
    —————————————————–
    ARLECCHINATA MARINA

    Bambino orientale, ginocchio d’allodola, l’avorio nei sonagli,
    negli stracci di segale, abbraccia grondaie e razziate colombe
    salmastro
    “Di vino nei letarghi sono pazzo. Sono pazzo di fate e…
    di leggende.”
    Cavalli nei chiostri, avventure boriche fra criniere di fango, strelitzie e smorfie incoronate, ostensori e talloni di platani e pellicani
    greggi, razzolate canicole, rugiada imbavagliata, tenerezza fra
    corridoi di feltri.
    “Carri e sberleffi, ossa e corolle scaglio, fra bottoni e pinete,
    fra gabbiani del pianeta Antares, una zamina germoglia, amata Bruna d’infanzia!”

    Ecco gli anni dei funghi nelle città d’oriente!

    Un giunco con drappi e muraglie, precisa cristalli sulla vetta dei turaccioli
    della vanità.
    Marine gioie, la staffa rotta a sognare, bagliori e grucce che odia,
    il mosaico raccolto dai passeri è un madrigale oscuro: balocchi e inverno,
    e parole.

    La città aveva ciglia violette. Di mattino, finestre e corvi danzavano,
    sottovoce parlavamo dei labirinti, ma la rugiada invecchiava, vanità
    delle lune!

    Libertà è un inverno e non vi puoi indugiare. Ah, gli alberi! Il sentiero granato stimolava le orme…
    “Quando i nostri figli ameranno i morti… grideranno i corvi,
    si scioglieranno… queste strane parole staccate dal corpo, fra un pianto e
    un rubino…”

    Sulle vette sterrate dai sogni, sulle teste che presero a battere nelle foglie innocenti, monti della rosa di fiocco, create leggende, filastrocche,
    cateratte scheggiate: bordelli e zaffate, chiarori di mulesche
    nei sacri cortili!
    Io, girino di lumache moresche – nei sogni dei galli – proclamo inutilmente
    Amore.

    Coronato, e con le mani che puoi, se vuoi scoprire il sole,
    i campi frinivano di capelli notturni la torre. Ombre, le doglie
    di neve e gridi di iena. Lei, brillante scioglieva duelli d’ulivo,
    tornei di grano.
    “Amica, entrerò calpestando la tenerezza, pazzo se amerò il futuro!
    Parleremo sottovoce dei fiocchi di neve…”
    Uva epica, un antico poeta cantò:
    “udrai persino cristalli franare nei sogni.”

    Questo silenzio il cuore, la partenza, sull’orlo calmo e vulcanico: un po’
    prima degli alberi, al di là dei vetri: questo volto gioca rosso
    d’ombra nel vento! Sospetti: questo, questo oblio.
    “Lascia, Marta, che le voci tornino!
    Senza fine e fra noi questo passaggio è un’eco,
    un’incisione il sangue!

    Salivano a migliaia nel riverbero oscuro. Dal rovescio di fuoco mi bruciava
    la notte, nel bosco di un idolo di ferro torturato, e lei succhiava nella
    mia bocca secca la sua vita.
    Era come il cielo il suo veleno, quel dolore lento e intelligente…
    “Tu, su la lama di un coltello rosso non sei la mia memoria!”

    Dove nulla è toccato dal sole, c’è un’incisione nel vuoto cancellato:
    come un bambino di vetro nella corteccia ucciso, fuori del dolore luminoso,
    il fiottìo si raccoglie e aspetta, frena il coltello di questa città, nel crollo
    degli echi, sola e invisibile.

    Disarcionare i re degli atroci amori, capelli di gesso dalle labbra, tappeto
    di stami, marine fenici. Secchio di prugne, battaglie delle Lucie!
    Sovrana filigrana dall’alto scirocco, farsa di sterili gemme bruciate alle sbarre
    di nicchie nere, in ghirlande su bianchi rosoni. Bambino levigato, ossicino,
    come ciocche granata i galli e le scale, sono gocce puntellate fra spalle
    infantili e il talco di questo cranio di foglie!

    Cavaliere, tu ascolti un eco:
    “Silenzio è antica neve, o forse di rugiada – direbbe la rosa – mai soltanto
    è un ombra.”
    Ed io ti dico:
    “Sui bastioni ci vuole il cuore!”

    Addio è una giovane donna coronata.
    Marta, sono tornei di tenerezze vere.
    Cristina, sono tornei fra i misteri: teatri di rugiada, rosari di canicola
    dove smania la tortora.

    “Scovate meglio regine fra i sigilli la spada, le coppe spumose, il calpestìo,
    la fuga!”
    Arlecchino impazzisce e plana dove il nespolo abbandona le gemme, gli aghi
    e i mirti e le rocce. Se autunno fosse un bacio. Quando calda neve non
    fiocca, come vorrebbe una donna pazza amare i venti e gli amici!
    Autunno e i tuoi occhi sono una follia splendida, le tue labbra, due confini
    esemplari, e dirai alle lucciole, per me, nella strada
    disperato!
    “Baciami, con gli stiletti aguzzi di una trappola!
    Come un pazzo ho smarrito la follia”.

    “Sirio, Regina!, ruberò gli equinozi a deserte contrade di contrappunti e… violini.
    Ruberò magli di sferruzzanti baci, dove piagati liquidi sogghignano e un guanto
    di foreste gialle fiocca sincero. Ruberò baciate marionette e tarlati frac.
    Mani pazze, pazze, fra i castelli e le arcate”.

    Incasellato autunno, Arlecchino appollaiato, lucida cateratta, frescura
    e fregio di vigne, spirale d’alghe di nidi marini.
    “Fra i papaveri, balconi a groppa di madreperla, sogno giardini rosa, scabrosi
    oleandri. Giullare illusione, catapecchia di sole e di licheni a stormo, staffe
    di zucche e calici fischianti dalle bocche, nelle feste di muschio!”.

    Sulla pietra tenaglia marina, (vede) navi uncinate, pavoni di boschi e bicchieri:
    “Io ti farò lampada, Arlecchino: Don Giovanni, Poesia, Mare!”.

    a.s.
    Roma, 1969-1974

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Bellissimi versi! E io, onoratissimo!
      Nel bel mezzo di una furiosa disputa sul misticismo… che forse è una parola che nemmeno avremmo dovuto usare… troppo carica di ambiguità

  21. QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18609
    Tutto molto interessante e ringrazio. Resta da capire se un Dio morto possa resuscitare nella sproporzione, divario tra noi infinitesimali e l’universo, ma sarebbe questione, se non di poco conto, sicuramente fuorviante. Invece vorrei cogliere l’opportunità per esporre qualche riflessione sulla poesia “Entrò in una perla”. Bellissima poesia, ma quel che vi trovo di sorprendente è il modo in cui Steven Grieco utilizza lo scarto, la frammentazione: senza l’utilizzo evidente di punteggiatura, solo inserendo immagini. E fin dall’inizio: “ma l’azzurra stazione di notte era piena di lacrime” verso che avrebbe l’intonazione di una metafora, ma non lo è. Questo modo di procedere – di una frammentazione poco evidenziata, come compresa nell’apparente svolgimento di un pensiero lineare – sembra indicare la cifra del suo particolare frammento. Frammento che a volte sembra venir meno ma, come un fiume sotterraneo, ecco che ricompare quando meno te l’aspetti. Dunque contano moltissimo le immagini e la loro frequenza. Date però le caratteristiche di Steven, uomo evidentemente portato a riflettere filosoficamente oltre che esistenzialmente, vien da riflettere sul modo in cui la scrittura per frammenti gli sia necessario: cambi frequenti di tempo interno ed esterno, altrimenti difficilissimi da concepire. Non è poesia che nella forma potrebbe scandalizzare, ma nella sostanza ci riesce benissimo.

  22. Steven Grieco-Rathgeb

    QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18610
    Ringrazio tutti i commentatori! Non sta all’autore contestare o ragionare “oggettivamente” su una qualità o non-qualità che gli viene attribuita dal lettore-commentatore. L’autore non può, non potrà mai essere un osservatore di se stesso totalmente distaccato. Questo rimane il privilegio di chi lo sa leggere con spirito critico.
    Ma l’autore può soggettivamente riconoscersi o non riconoscersi nelle valutazioni fatte di lui. Questo sì.
    Mi soffermo sulla parola “mistico”, usata qui da diversi commentatori. Se il termine indica una volontà del poeta di far entrare nel cerchio del suo mondo poetico tutto quello che di solito sta oltre il confine, oltre la frontiera, del brutalmente “razionale”, del “verificabile”, allora sì, mi trovo d’accordo. Se “mistico” è chi riconosce la realtà parziale di ogni cosa – i mondi paralleli, sovrastanti e sottostanti e interni alla normale realtà quotidiana che viviamo – e inoltre riconosce queste realtà parziali come facenti parte di una realtà davvero grande, la mente dell’uomo, smisuratamente grande e sempre un mistero a se stessa – allora sì, in questo mi riconosco
    Forse sto eccessivamente tirando per i capelli il senso della parola “mistico”. Ma forse no. Diciamo che è un atteggiamento di umiltà di fronte alla vastità del cosmo, di fronte al rischioso palesarsi del senso delle cose.
    E’ un discorso lungo. Vorrei farlo con tutti voi. Perché subito ci porta alla seguente domanda: quale è, esattamente, la materia grezza della poesia? Da quali regioni del reale possiamo trarre questa materia? E comunque quali regioni del reale rimangono in ombra, quali escono in piena luce, e perché? Queste sono le domande che vorrei fare.
    Grazie a tutti voi.

    • QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18621
      Caro Steven, innanzi tutto grazie. Spero che queste tue domande si possano ripresentare presto sulla rivista perché le considero anch’io di notevole importanza. Solo vorrei soffermarmi sulla premessa, perché non mi ci ritrovo: non provo infatti alcun senso di umiltà nei confronti della vastità del cosmo; sarà che per me Dio è morto definitivamente, e con lui la percezione del “creato”, o è perché mi sento parte più che legittima di quel che esiste, lascio scegliere a te. Ma la differenza non è da poco, tra di noi, nel modo di porci nella ricerca e nella conoscenza; che per me è empirica, vale a dire che non esiste conoscenza che non si possa anche sperimentare (perché tutto è manifesto). Se umiltà c’è, non ha a che vedere con la comprensione ma con la pazienza che ci vuole nell’attendere il dissolvimento di CHI comprende. In altre parole, sarei un mistico nel senso più crudo del termine.
      Le tue domande sono un far poesia. Quante volte me lo sono chiesto: perché tornare a scrivere se scrivere è pensiero, io che tanto mi sono tanto adoperato per farlo zittire? Spero con questo di averti fatto almeno sorridere. Un abbraccio fraterno.

      • Steven Grieco-Rathgeb

        Caro Lucio,
        Mi vien da pensare che la parola e il concetto “Dio” non possono che essere entrambi stati inventati dall’Uomo. Questo è il mio intimo pensiero, che non vuole essere in alcun modo dissacrante.
        Ecco perché ho sempre avuto forti dubbi su questo famosissimo dictum di Nietsche: che è stato importante per aprire le teste di legno occidentali di fine Ottocento, ma di pochissima importanza se andiamo un passo oltre la chiusura mentale di chi allora si credeva di detenere il primato mondiale intellettualmente, filosoficamente, socialmente, eticamente, etc, etc.
        In quale modo questa parola e questo concetto sono stati inventati dall’uomo? Un inno dei Veda di tremila anni fa si chiede: “Chi ha creato tutto questo mondo, questo cielo, questa terra, questi orizzonti, e gli alberi e le gli animali, e così via? Lo solo sa solo lui che sta nel cielo altissimo. E, forse, nemmeno lui lo sa.”

        • SPICCIOLE QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
          https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18628
          Sinceramente non mi perderei in questi sofismi, caro Steven. La morte di Dio, in senso nietzschiano è l’annuncio di un cambio paradigmatico, tutt’ora in divenire, la cui portata va ben oltre le nostre aspettative. Senza saperlo scopro di essere un suo derivato: un senza-Dio, ma come lo fu anche Buddha il quale mai ne parlò né, credo, si sia mai posto il problema. La questione però è sottile e ci riguarda, perché ci riconduce all’insondabile nella forma che dà ragione a Claudio Borghi, con il quale mi sento in disaccordo, non tanto per quel che va sostenendo – per altro dimostrando ammirevole volontà nel comprendere – ma per il punto di vista che a mio parere è posto troppo in alto; e si andrebbe nel vago dove non c’è paradigma che tenga e va a finire che si cade in ginocchio. Tanto varrebbe tenersi Dio con tutta la metrica e i paramenti. Poesia non sta nel vago, hai ragione tu, ci sono domande alle quali è necessario rispondere: “quale è, esattamente, la materia grezza della poesia? Da quali regioni del reale possiamo trarre questa materia? E comunque quali regioni del reale rimangono in ombra, quali escono in piena luce, e perché? “. Domande alle quali mi piacerebbe tentar di rispondere. Sono certo che ci troveremmo su molti punti in comune accordo.

  23. Come avrete capito dalle mie riflessioni su “Entrò in una perla” – scrivo quando SENTO e sono incuriosita – sto qui, all’ombra delle parole, per ascoltare, leggere, approfondire, apprendere, chiarirmi. E di questo, certo, fa anche parte un dibattito costruttivo. Ma dopo aver letto i vostri commenti – alcuni dei quali faticosamente criptici – che asseriscono, che smentiscono, che dissentono, che polemizzano, a volte offendono… sono più confusa che mai. Mi chiedo, o meglio chiedo a tutti voi, dai quali ho solo da imparare: questo è la poesia? Tutto ciò che fa bene alla poesia? Eppure ho sentito dire che la poesia è “bellezza”. E la bellezza tutti dovrebbero riconoscerla. Ho anche sentito dire che la poesia, unica, può salvare il mondo. Ma come? Quali sono i suoi strumenti? Quale il percorso, il senso di direzione? Un esempio in altro campo: per capire dovrò destrutturare l’idea di comunicazione che ho del linguaggio espressivo che, per me architetto, è il disegno? Se il progetto – anche quella una narrazione – non è esplicativo attraverso la sua rappresentazione grafica la costruzione è destinata a crollare.
    Sono sempre più confusa. AIUTATEMI!

    • QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18615
      Gentile Luciana,
      la sua domanda mi fa pensare a Luigi Manzi, poeta che stimo immensamente. Anche lui nella vita è architetto, anche lui dà grande importanza al “disegno” del verso. Infatti il suo verso libero è un sofisticato e continuo azzardo di linee; ogni sua costruzione pare un edificio pensato per l’abitabilità del lettore al fine di favorirlo e sorprenderlo, ma la costruzione è solida, e infine bella senza essere stravagante; e modernissima in quanto ogni suo “‘edificio” è narrato, o se vuole “guardato”, cinematograficamente. Sì, leggendolo si ha proprio l’impressione che non si possa fare un ulteriore passo in avanti, pena l’instabilità e poi il crollo dell’intero edificio.
      Sono certo di non sbagliare se dico La Nuova Ontologia Estetica osa quel passo in avanti: non si vuole destrutturare un’idea, la si vuole rifondare; per prima cosa bisogna demolire, e quindi ripartire da altre fondamenta. Nel nuovo edificio ogni finestra è un mondo a sé, ogni finestra è pensata per poter raccontare una storia, offrire una propria visuale. Ne deriva che l’abitare ( leggere) è continuo sorprendersi. Ma non è quel che accade a tutti noi, vivendo? Se non accade è perché ci muoviamo da sonnambuli, rassegnati e assuefatti al già visto e alla ripetizione. Si tentano castelli in aria, non per scelta di astrattezza ma perché questo modo di intendere la poesia consente all’essere di poter evadere dall’ambito ristretto dell’io, dove si intenda per IO l’intero edifici; di fatto un casermone, come se ne vedono tanti, purtroppo, nelle periferie. Il nuovo edificio sarà risultante di diversi punti di vista, delle diverse prospettive che si otterranno lungo il percorso. Ma resta pur sempre un edificio, tanto quanto lo è la vita, l’esistenza.
      Si ha la consapevolezza che l’intera comunicazione sia chiacchiera, e in quanto tale la si possa dissolvere, scomporre, moltiplicare a piacimento. E’ la comunicazione nell’aere che va considerata, approfonditamente e nel suo insieme. Tempo interno ed esterno. Figurativamente non si otterranno soltanto derivati di linee perpendicolari tra di loro, non si cercherà la massima stabilità. Il disegno, come la scrittura, è creazione. E la materia è istante: dove lo si può collocare l’istante, in quale parte del tempo?
      Quanto alla comunicazione si preferisce l’evento; perché la comunicazione è irreale, fittizia, a pensarci bene anche del tutto illusoria; sempre funzionale ad uno scopo. Ma guardi che se ne stanno accorgendo perfino quelli della pubblicità. Solo in poesia si va in ritardo, i più aggiornati solo un passo dietro l’evento, quando è già accaduto, sicché ogni poesia scritta oggii pare già un reperto.

    • Fabio, se posso permettermi un consiglio, non perderti in rancorose nostalgie, c’è molto, moltissimo da fare. Un abbraccio.

      • Lucccio, mi chiamo Flavio. Nessuna nostalgia e nessun rancore, se ne avessi avuto anche solo un po’, avrei raccontato in che modo sono stato messo nelle condizioni di andarmene. Quindi evita, e continua a edificare la tua piramide.

  24. Steven Grieco-Rathgeb

    QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18619
    Cara Luciana, cari lettori e redattori,
    Lucio ha centrato in pieno la questione.
    Cara Luciana, tu dici:
    “Mi chiedo, o meglio chiedo a tutti voi, dai quali ho solo da imparare: questo è la poesia? Tutto ciò che fa bene alla poesia? Eppure ho sentito dire che la poesia è “bellezza”. E la bellezza tutti dovrebbero riconoscerla. Ho anche sentito dire che la poesia, unica, può salvare il mondo. Ma come? Quali sono i suoi strumenti? Quale il percorso, il senso di direzione? Un esempio in altro campo: per capire dovrò destrutturare l’idea di comunicazione che ho del linguaggio espressivo che, per me architetto, è il disegno? Se il progetto – anche quella una narrazione – non è esplicativo attraverso la sua rappresentazione grafica la costruzione è destinata a crollare.
    Sono sempre più confusa. AIUTATEMI!”
    Intanto, ti rigrazio molto per il tuo bellissimo commento, per me illuminante. Vorrei però anche che tu capissi che i vari commenti di Mario Gabriele, Chiara Catapano, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayur Tosi, Rita Mellace, tutti, tutti, sono volti a continuare ad aprire, aprire, aprire, la nuova poetica in ci siamo impegnati. Mai fermarsi.
    Per aprire, spesso bisogna rompere, spesso bisogna mettere in forse tutto quello in cui abbiamo un tempo creduto.
    La Nuova Ontologia Estetica è la punta, anche meravigliosa, di un iceberg antico, cara Luciana. I nostri dubbi e le nostre ricerche verso una nuova poetica tornano indietro nel tempo agli anni Novanta, Ottanta, Settanta… Questo il dovere del poeta. Sempre cercare, sempre girare nuove pagine, sempre porsi più vicino al mondo che pulsa tutto intorno a noi. E così è sempre stato, e in questo non siamo diversi affatto da quelli che ci hanno preceduto.
    Nel tuo commento dici esattamente quello che stiamo facendo qui. Sì! Stiamo radicalmente mettendo in dubbio la poesia scritta negli ultimi 50 anni, compresa la nostra, stiamo radicalmente rivedendo lo stesso concetto di cosa E’ la poesia. In tempi confusi, minacciosi, illegibili come i nostri non potrebbe essere diversamente. L’ottimismo del “miglior mondo possibile” lo lasciamo agli altri.
    Quindi, ottimo, cara Luciana, prendi pure tutti i tuoi strumenti e gettali dalla finestra. L’abbiamo fatto anche noi. Soprattutto abbiamo buttato le idee che incatenano la poesia, la tengono ferma a paradigmi e moduli di tempi anteriori. Sì, è necessario anche gettare la Bellezza con la B maiuscola. Non sono gesti nuovi, sono stati fatti tante volte in passato. Ogni volta che alcuni lo hanno ritenuto necessario. In questo senso, ci iscriviamo in una tradizione poetica che esiste da sempre.
    E poi, la Bellezza non è mai nostra. Viene in visita solo quando vuole lei.

  25. Steven Grieco-Rathgeb

    QUESTIONI DI ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18620
    Il commento piu’ su di Lucio Mayur (मयूर) Tosi vale per tutti:
    “Sono certo di non sbagliare se dico La Nuova Ontologia Estetica osa quel passo in avanti: non si vuole destrutturare un’idea, la si vuole rifondare; per prima cosa bisogna demolire, e quindi ripartire da altre fondamenta. Nel nuovo edificio ogni finestra è un mondo a sé, ogni finestra è pensata per poter raccontare una storia, offrire una propria visuale. Ne deriva che l’abitare ( leggere) è continuo sorprendersi. Ma non è quel che accade a tutti noi, vivendo? Se non accade è perché ci muoviamo da sonnambuli, rassegnati e assuefatti al già visto e alla ripetizione. Si tentano castelli in aria, non per scelta di astrattezza ma perché questo modo di intendere la poesia consente all’essere di poter evadere dall’ambito ristretto dell’io, dove si intenda per IO l’intero edifici; di fatto un casermone, come se ne vedono tanti, purtroppo, nelle periferie. Il nuovo edificio sarà risultante di diversi punti di vista, delle diverse prospettive che si otterranno lungo il percorso. Ma resta pur sempre un edificio, tanto quanto lo è la vita, l’esistenza.”

    Un nuovo paradigma, una nuova Weltanschauung, che è poi quella visione che anima le recenti intuizioni in campo scientifico, sociale, tecnologico, etc. Perché la poesia dovrebbe rimanere indietro, ancorata ad antiquati concetti del Bello, del Vero, del Reale? Potrebbe una poesia antiquata dirci qualcosa di noi nel tempo presente?
    Ripeto che io non credo nel Progresso come tale – la scala luminosoa che sale in cielo – ma credo che le cose vanno sempre avanti, questo sì. Ogni mattina tutto è nuovo, tutto è vergine, tutto è promessa sconfinata. Di cosa? Non lo sappiamo.
    Inoltre: dico in modo diverso quello che ha detto Lucio: l’opera (vedi artistica) è pur sempre un’opera e sempre resterà un’opera. Una forma totalmente aperta al mondo si mescolerebbe al mondo e perderebbe ogni sua individualità. Anche Cage questo lo sapeva bene. Ascoltate, per stupire, questo pezzo di Cage, “Birdcage” che ci dice tutto, proprio tutto quello che si può dire sulla questione della opera aperta, dove invece un’opera aprendosi intermanete torna nell’indistinto formicolio della vita tutta. Io trovo Birdcage una delle opere più illuminanti per capire i limiti, i confini ontologici dell’Opera Artistica

  26. gino rago

    COS’E LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18622
    Un grande critico ha definito il Romanticismo come “la capacità di aggiungere la bizzarria alla bellezza”.
    Un altro critico, la cui Opera è stata tradotta in quasi tutte le lingue del mondo, si è chiesto che cosa rendesse “canonici” gli autori e i loro lavori.
    La risposta è stata per lo più la “singolarità”, che vale molto di più della
    sola “originalità”, la quale, anche in poesia, è già essa stessa una qualità alta, ma non bastante.
    “Tutta la scrittura canonica, il ciclo di produzione che va dalla
    Divina Commedia a Finale di partita, procede di singolarità in singolarità
    con la bizzarria aggiunta alla bellezza…Per chi affronta per la prima volta
    l’Amleto, il Paradiso perduto, il Faust… Foglie d’erba, Ulisse, Canto general
    s’avvede che sono lavori accomunati dalla misteriosità, dalla capacità
    di far sentire il lettore un estraneo a casa sua…” (Harold Bloom)
    Gentile Luciana Vasile, in fondo in fondo è questa la consapevolezza
    diffusa in quelli della N.O.E e che Steven G.-R. meglio non poteva rimarcare
    nel suo commento dl 13 marzo 2017 ore 10.18, in cui cita
    L.M. Tosi, M.Gabriele, C. Catapano, R. Mellace, G. Linguaglossa. E chi scrive questo commento, Gino Rago, il quale aggiungerebbe anche G.Talìa e D.C. Giancaspero. Senza dimenticaree A. Sagredo con i suoi versi…

    Gino Rago

  27. gino rago

    …E infine senza dimenticare, va da sé, il contributo di C. Borghi che volge, tuttavia, così mi pare, verso altri esiti tematico-estetici.
    Gino Rago

  28. Donatella Costantina Giancaspero

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18629
    John Cage (1912-1992)
    “Bird Cage” (1972), per 12 nastri distribuiti da un solo esecutore in uno spazio dove le persone sono libere di muoversi e gli uccelli di volare.
    PERDONATEMI, è UN MODO COME UN ALTRO DI CHIEDERE CHE LA POESIA ITALIANA ESCA FINALMENTE DALLA GABBIA IN CUI è STATA RINCHIUSA. Su, con un po’ di coraggio possiamo spiccare il volo… e volare… là fuori ci sono spazi infiniti, c’è la libertà, Su, coraggio…

  29. antonio sagredo

    da:

    9° poema (di un) idiota

    Cosa ne pensate
    di quel poeta
    che origlia i versi
    dalla strofa
    con indicibile stanchezza dinamica?

    Cosa ne pensate
    degli occhietti
    domenicali
    che il futuro spogliano dei secoli?

    Non si dileguano migliaia di sensi
    dietro la pazzia di innocue suggestioni
    per fondersi col primo gelo
    di una foglia autunnale?

    Elemosina per versi di carattere?
    Vogliamo ficcarci, per caso, la poesia nella testa
    per sublimare la materia?

    Conservando i vostri costumi
    vi siete persi un genio per via
    schizzando il male
    dalle vostre orbite.

    Rabbia e mortiloquio avete conficcato
    nei marosi del cervello.
    Divenire
    è attaccare inutilmente la parola.

    Appollaiato
    scalando sto
    i miei pensieri.
    …………………………………
    ………………………………..
    Il poeta
    sfascia la parola
    con le trame dei versi.
    Crisi del tuo linguaggio
    il tuo calvario.

    Invocazione a un Dio:
    mistica
    o pigrizia della storia?
    Simulazione
    tra schizzi, lampi, bagliori!

    Marine sono le gioie dei venti,
    sono viventi profumi.

    È un risultato unico
    balbettare
    le proprie infanzie sociali.

    Io vorrei infine
    una pace
    che non sia rovente,
    qualcosa che dica:
    ben più triste è la vita che vera…
    ma… dall’alfa all’omega
    dove la gente che cerco nel dolore
    distorce lo sguardo lontano.

    Che errore la tenera fossa
    quando il ricordo è un bianco che vola!
    È l’antico trionfo dello spazio…
    un Mortiloquio!

    Una conchiglia
    una bottiglia
    il mondo e la gioia
    l’amore e la famiglia
    il mondo è una conchiglia
    l’amore è una bottiglia.

    Roma, 1971
    (rev. 1986)

  30. LE TRE CATEGORIE BASE DELLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    Scrive Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus *:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18633
    «Il nome significa l’oggetto. L’oggetto è il suo significato.» 3.203
    «Il nome è rappresentante nella proposizione dell’oggetto. Gli oggetti li posso solo nominare. I segni ne sono rappresentanti. Posso solo dirne, non dirli. Una proposizione può dire solo come una cosa è, non che cosa essa è.» 3.221

    «Solo la proposizione ha senso; solo nella connessione della proposizione un nome ha significato». 3.3

    «L’immagine è un fatto». 2.141

    «L’immagine è così legata con la realtà; giunge ad essa». 2.1511
    «Essa è come un metro apposto alla realtà». 2.1512

    «Il linguaggio traveste i pensieri. e precisamente così che dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far riconoscere la forma del corpo». 4.002

    «La proposizione è un’immagine della realtà». 4.01

    «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». 5.6
    *
    Penso che anche in poesia bisogna cominciare col ripensare che cosa sono i nomi, che cos’è una immagine e che cos’è una proposizione. Ogni nuova poesia parte da un diverso modo di pensare a queste tre categorie.

    Wittgenstein Ludwig nel Tractatus logico-philosophicus Einaudi, 1964 pp. 5 e segg.

  31. Claudio Borghi

    appunti di ontologia estetica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18635
    6.5.4 Le mie proposizioni illustrano così: colui che le comprende, alla fine le riconosce insensate, se è salito per mezzo di esse, su esse, oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare la scala dopo esservi salito). Egli deve superare queste proposizioni. Allora vede rettamente il mondo.

    E’ la penultima proposizione del Tractatus, preliminare alla famosa chiusa

    7. Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

    Oltre il Tractatus, fondato sulla presunta corrispondenza biunivoca tra la realtà (i fatti), e la loro immagine logica (il pensiero), oltre il silenzio della ragione matematica ci sono le Ricerche filosofiche, la filosofia dei giochi linguistici, la poesia, che non necessariamente è immagine speculare della realtà. La poesia è imprevedibilità, liberazione dell’anima nel flusso antinomico dell’essere, che si sviluppa in molteplici direzioni, oltre la filosofia sistematica e la ragione scientifica, tutte vere, tutte false, tutte vive.

  32. NOTERELLE SU UN ASSIOMA DEL TRACTATUS E LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18641
    caro Claudio Borghi,
    io modificherei il penultimo assioma del Tractatus così:

    Di ciò di cui non si può parlare, si deve pensare.

    Inoltre, penso che le tre categorie fondamentali della nuova ontologia estetica e di qualsiasi ontologia estetica siano: il nome, il metro e l’immagine. Dimmi come tratti queste tre categorie e ti dirò che poesia fai. È semplice? Direi di no. È sommamente complicato.
    Mi piacerebbe chiedere ai poeti invitati che idea hanno di queste tre categorie; ne verrebbe fuori il caos completo, temo, perché quasi nessuno dei «poeti» ha chiara idea di come interpretare e trattare nel proprio lavoro queste tre categorie. Categorie peraltro fondamentali per poter porre la matita sulla carta.

    L’assioma di Wittgenstein è stato fin troppo citato, anche a dismisura, ed è stato interpretato come un aut aut, o di qua: per l’indicibilità, o di là: per la dicibilità. Io invece penso che quell’assioma fosse diretto soltanto alle proposizioni filosofiche e non alle proposizioni poetiche, perché il linguaggio poetico esula da questa gabbia di ferro, le proposizioni poetiche possono anche svariare nella indicibilità, ma lo devono fare per mezzo delle «immagini», questo è il punto. Come usi una «immagine», questo è il vero atto politico, intendo di politica estetica.

    Per questo nutro grande rispetto per quelle strade, come ad esempio quella seguita e perseguita da Vincenzo Mascolo, lastricata di parole «povere» e «deboli», una poesia fatta di «cose» concrete, riconoscibili, ma ordinate in un nuovo modo. Capisco le difficoltà di scrivere poesie nel modo di Vincenzo Mascolo, perché devi fare i conti con la poesia della tradizione recente del novecento, il peso di quella tradizione epigonica non aiuta a mettere a fuoco il problema e i problemi, direi il problema dei problemi. Per questo nutro stima anche del tentativo della poesia di Claudio Borghi di salvare il salvabile, di salvare il bambino con i suoi vestiti, la «musica» e la musicalità del verso tardo novecentesco (quello che va da Saba a Bacchini, per intenderci), con i nuovi postulati della nuova poesia ontologica (non mi sembra che sul campo ci siano altre proposte diverse da quella della ontologia estetica propugnata da questa rivista).
    Per questo nutro grande rispetto e anche simpatia per quell’atto di modestia e di responsabilità profferito da Vincenzo Mascolo quando dichiara di non essere neanche degno di una minima menzione nella garzantina ufficiale…

    Il problema è comporre uno «spazio espressivo integrale» dove far collidere e comporre quelle tre categorie fondamentali del linguaggio poetico in un modo nuovo. Tutto qui. Detto così, sembrerebbe semplice, ma semplice non è affatto. È per questo che stiamo qui a pensare l’impensato e lì’impensabile e a fare una poesia che coniughi in modo nuovo il nome, il metro e l’immagine.

    Cito di nuovo dal Tractatus:

    «L’immagine è un fatto». 2.141
    «L’immagine è così legata con la realtà; giunge ad essa». 2.1511
    «Essa è come un metro apposto alla realtà». 2.1512
    «Il linguaggio traveste i pensieri…» 4002

    Ecco qui esemplificati i punti filosofici dai quali ogni nuova ontologia estetica deve ripartire.

    Forse il concetto più importante della nuova ontologia estetica è il concetto di Evento (Ereignis) inteso come rottura della temporalità linguistica. Concetto neanche sfiorato dagli esegeti della poesia moderna e dagli addetti alla poesia. È su questo punto che vorrei attirare l’attenzione dell’uditorio, se qualcuno ha delle idee in proposito. E certo è che ogni poeta ha un suo modo di intendere la «rottura spazio-temporale» dell’evento: Steven Grieco Rathgeb ne ha uno, Lucio Mayoor Tosi ne ha un altro, Mario Gabriele ne ha un altro ancora…
    L’Evento è un istante privilegiato…

  33. Claudio Borghi

    Con l’ultima proposizione Wittgenstein intende, a mio parere, che il pensiero logico non riesce ad andare oltre le sue strutture: il silenzio è della mente logica, non dell’anima o del pensiero, che può continuare a cercare ed esprimersi anche laddove la ragione è costretta a tacere. Wittgenstein va interpretato attentamente, non alterato, a meno che non si voglia contestare quello che afferma, ma allora occorre riferirsi ai testi e controbattere colpo su colpo. Il rischio è di fraintenderlo o di adattarlo in modo arbitrario alle proprie esigenze.

    Quanto al mio presunto voler salvare il novecento, la sua musicalità, ecc, e alla esplicita volontà della nuova ontologia estetica di prenderne le distanze, vorrei far notare che i miei due libri editi, Dentro la sfera e La trama vivente, ai quali ci si dovrebbe riferire dopo averli letti attentamente, non ripropongono temi staticamente novecentisti, nascono da una profonda riflessione sulla poesia, la filosofia e la scienza del novecento. Sono convinto del fatto che una rivoluzione, quale si configura, ormai piuttosto chiaramente, la nuova ontologia, non debba staccarsi dal passato per mettere in evidenza la propria novità, ma prendere dal passato la ricchezza da cui è necessario alimentarsi per rinnovarsi e crescere. In un’ottica bergsoniana, il tempo della vita (quindi il tempo della poesia) è evoluzione creatrice, non procede per salti o discontinuità, non ha natura quantistica, come forse vorrebbero alcuni autori che scrivono qui. E il passato deve essere letto con grande attenzione critica, non semplificato nell’ottica di far risaltare la propria novità: è nel dialogo dialettico che si produce pensiero, mai nell’isolamento o nella censura del diverso.

  34. Claudio Borghi

    Caro Giorgio, quando scrivi

    “Io invece penso che quell’assioma fosse diretto soltanto alle proposizioni filosofiche e non alle proposizioni poetiche, perché il linguaggio poetico esula da questa gabbia di ferro, le proposizioni poetiche possono anche svariare nella indicibilità, ma lo devono fare per mezzo delle «immagini», questo è il punto. Come usi una «immagine», questo è il vero atto politico, intendo di politica estetica.”

    mi trovi perfettamente d’accordo. Si torna, in definitiva, al mio intervento di due giorni fa sul secondo Wittgenstein e il secondo Heidegger, circa il quale Mario Gabriele ha invocato addirittura l’intervento della censura. Il fatto che tu non sia intervenuto e, anzi, mi sia implicitamente venuto incontro, mi conforta e mi fa ben sperare.

    • Signor Borghi,
      non pensi minimamente che io non abbia fatto i miei passi.Tengo a precisare che non censuro il suo pensiero su Wittgenstein, ma l’idea che lei ha del frammento e della Nuova Ontologia Estetica, che a tappe costanti riconferma pregiudizialmente, martellando idee e pensieri altrui, e questo da parte sua è davvero inaccettabile e deprimente, come dimostra anche il suo attendismo nella evoluzione della scienza e del progresso umano. Dunque questa discussione con lei, per me non è più preziosa, in quanto non si conclude in qualcosa di positivo, come nei dialoghi platonici, ma lascia la diatriba di fronte ad una proposizione per lei discutibile, quale è appunto l’essere della NOE e la spettacolarità dell sua Bewunderung verso il mondo che più le aggrada.

  35. Claudio Borghi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18653
    Se lei non vuole portare avanti il dialogo, non c’è problema, il dialogo si chiude. Il fatto evidente è che lei si arrocca su posizioni di rifiuto o su atteggiamenti fastidiosamente liquidatori, laddove io sto tessendo, con pazienza e disponibilità, un confronto dialettico. Lei in sostanza è convinto di possedere una verità che io non posso o non riesco a valorizzare. Il richiamo a Platone è quantomai inopportuno, in quanto nei dialoghi platonici la verità emerge maieuticamente dal confronto, senza che sia evidente e chiara in partenza. Lei ritiene che la nuova ontologia sia la strada dell’avvenire e giudica implicitamente chi non la condivide non all’altezza (per ragioni tutte sue) di coglierne la novità. Se mi permette il problema è suo, non mio, ma per fortuna ci sono altri interlocutori che mi sembra stiano cominciando a cogliere gli stimoli che da diverso tempo sto proponendo. Un’ultima nota, prima di lasciarla. Il mio attendismo nei confronti della scienza viene dal fatto che sono un fisico teorico e un ricercatore, e qualcosa di scienza penso di conoscere.

  36. NOI, GLI INNOVATORI DEL VECCHIO NOVECENTO POETICO FINITO NELL’UFFICIO DEI BAGAGLI SMARRITI
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18654
    caro Claudio Borghi,
    il fatto nudo e crudo è questo: siamo noi gli eredi testamentari della migliore eredità della poesia italiana del Novecento, noi, gli innovatori.

    L’ho detto in modo crudo, ma te lo dovevo dire. Per rinnovare dobbiamo per forza di cose mandare all’Ufficio bagagli smarriti la tradizione recente che fa capo al minimalismo romano-milanese e la linea bertolucciana betocchiana, compreso il tardo sperimentalismo; altra cosa è Laborintus (1956), opera a suo modo dirompente e anticonformistica che però nel lungo periodo si è rivelata operazione velleitaria e di corta gittata perché non andava in profondità nella destrutturazione dei linguaggi poetici del suo tempo.

    Quella «musicalità» del novecento che tu vuoi perpetuare, temo che sia già stata messa in rottamazione non da me ma dalla poesia europea più avanzata, caro Claudio; e poi, non so a quale musicalità tu ti riferisci: ecco, io non ho ancora capito di quale «musicalità» tu stai parlando, dovresti spiegarti meglio, dovresti indicare a quale linea «musicale» ti riferisci, quale linea ascendente e discendente della tradizione del novecento vuoi continuare, Di qui è facile che nascano equivoci e intruppamenti e attriti.
    Ho la sensazione che il tuo concetto di «musicalità» sia stato museificato dalla storia; quella musicalità è stata messa in liquidazione dalla civiltà telematica, questo credo che sia il punto, quel punto che temo ti sfugga di continuo dalle mani e dalla penna…

    Vedi Caro Claudio, con quel tipo di «musica» (forse sbaglierò) ma credo che non si vada da nessuna parte, è un endecasillabo stanco e goffo, antico e pigro, non è più uno strumento adatto a rappresentare il moderno, e noi qui stiamo costruendo una nuova e più aggiornata topologia del moderno, una nuova iconologia poetica del moderno… lo stiamo costruendo… stiamo avanzando… (lo so, siamo una sparuta minoranza a fronte delle centinaia e migliaia di scriventi organizzati in piazzuole di combattimento e di auto amatori della propria poesia allo specchio…)

    Ho letto le tue due opere: La trama vivente e Dentro la sfera… di esse ne dirò più compiutamente nel prossimo post che metteremo sull’Ombra, ma qui ti posso anticipare le mie conclusioni: che esse opere sono ancorate ad un tipo di strumentazione sonora e architettonica già acquisita, già sperimentata… a mio modesto avviso, per quella via non si può fare altro che dell’epigonismo forbito e musicalmente ineccepibile, ma niente di più…

  37. Claudio Borghi

    Caro Giorgio, leggi le parole che seguono come dettate da amicizia, riconoscenza e stima. Non c’è acredine alcuna, nonostante il tono che hai usato potesse innescarla; c’è, in minima parte, solo una giustificatissima ironia.

    La poesia è viva se nasce dalla luce del pensiero, non dai manifesti, che quasi sempre sono dettati da istanze di rinnovamento più formale che sostanziale. Un pensiero profondo scarta necessariamente dall’epigonalità, in quanto nasce da uno scavo, da una visione, da una sintesi e da una esplorazione intellettuale ed emotiva che poco si curano della forma in cui, occasionalmente, potranno risolversi. Si può scrivere utilizzando, come scrivi, “un tipo di strumentazione sonora e architettonica già acquisita, già sperimentata”, ma, se le idee che di quel tipo di strumentazione si fanno veicolo sono originali, trascendono il verso o la prosa (quest’ultima, nel mio caso, coltivata in misura decisamente maggiore rispetto al verso, per cui non capisco la tua insistenza sulla mia propensione per l’endecasillabo, per quanto di certo non disdegni a priori nessun metro) in cui occasionalmente si sono condensate, e vivono e splendono di luce propria. Io mi ritengo non poco privilegiato dall’aver avuto l’occasione di confrontarmi, grazie alla rivista, con tanta ricchezza di personalità e cultura, in primis con Salvatore Martino che, pur essendo un poeta ai tuoi occhi troppo tradizionale, ha un’anima di grande profondità e coltiva una poesia percorsa da un’energia quanto mai rara nel quadro dell’estenuazione emotiva e di pensiero di troppa poesia italiana degli ultimi anni. E, insieme a Salvatore, Flavio Almerighi, Alfredo De Palchi, Luigi Manzi, amici da cui ho ricevuto tanto e che ho cercato di ricambiare al massimo delle mie possibilità, e tanti altri che devo solo ringraziare, tra cui Gino Rago, Antonio Sagredo, Lucio Tosi, Giuseppe Tali, Angela Greco e Steven Grieco e, prezioso ricercatore e poeta, tu stesso. Il dialogo poetico è un dono, Giorgio, proclamare ” il fatto nudo e crudo è questo: siamo noi gli eredi testamentari della migliore poesia italiana del Novecento, noi, gli innovatori” suona perlomeno stonato quanto presuntuoso. Di quale poesia siete i migliori eredi se ne rifiutate gli autori più significativi, accomunando Luzi e Zanzotto, Bertolucci, Betocchi e Bacchini come bagagli smarriti in uno stesso ufficio? Ma non voglio davvero innescare altre polemiche, non ha più senso. Mi stai in sostanza dicendo di farti strada. Bene, lascio il passo alla Nuova Ontologia Estetica.
    Buona fortuna.

  38. Bene. E’ così anche per me… in architettura.
    Butto giù tutto: – bisogna saper morire per poter rinascere – questo il mio motto nelle ristrutturazioni. Ma quando dell’oggetto architettonico riconosco la memoria nobile, che non va persa, una sua storia pensiero-progetto da rispettare, ho desiderio di salvarla quella memoria della quale io sono erede. Oggi dove tutto si rinnova nel gusto e nell’esigenza dell’abitare in spazi sempre più ridotti e dei quali non va sprecato neanche un centimetro, trovo la maniera di lasciare nel moderno ambiente aperto, minimalista, il tatuaggio di un ricordo remoto – ad esempio nel disegno di un controsoffitto si rilegge la pianta dell’antico ormai inutile ingresso o del largo-lungo interminabile corridoio, oppure nel recuperare vetrate artistiche alle porte, etc. -. Chi entra non se ne accorge, non riesce a darsi una spiegazione perché si senta bene in quella casa del terzo millennio dall’aroma di anni perduti – ma belli per l’architettura – e si rallegra che non siano cancellati, rifiutati.
    Sente capisce partecipa.
    La memoria fa parte del nostro ex-sistere = stare fuori.

  39. Salvatore Martino

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18663
    Non avrei mai voluto intervenire in questo dialogo tra Linguaglossa e Borghi, ma il fatto che Claudio stesso mi abbia citato in quella maniera quasi commovente mi ha indotto a dire pochissime parole al riguardo.
    Ho letto con raccapriccio il commento quasi offensivo, certamente fazioso e ingiustificato di Giorgio, e la risposta gentile , puntuale e densa di verità declinata da Borghi, che condivido in pieno. Ho sempre stigmatizzato coloro che si ritengono depositari del verbo e il caso dei profeti dell’ontologia poetica e del frammento rientra appieno nella categoria.Certo si può tentare o credere di rottamare e di costruire novità, è stato sempre fatto nei secoli…ma si è sicuri in questo caso di produrre novità?. Non voglio qui ripetere quelle che sono le mie convinzioni sulla poesia, maturate nel corso di decenni,sarebbe una noia insopportabile. Dico soltanto che i risultati che leggo di codesti innovatori mi appaiono estremamente lontani dal mistero poesia.

  40. Salvatore Martino

    il fatto nudo e crudo è questo: siamo noi gli eredi testamentari della migliore eredità della poesia italiana del Novecento, noi, gli innovatori.

    ecco il motivo del mio raccapriccio, quasi non prestavo fede ai miei occhi

  41. P.S. caro Borghi, a questo punto penso che anche a me toglieranno la parola!!!

    • E perché mai, gentile Luciana? Lei non si entusiasma quando le sembra di scorgere una felice novità nel suo operato ? Perché anche di questo si tratta. O in qualità di architetto si preoccupa solo di preservare e fare restauro?
      Tutti sappiamo apprezzare la felice riuscita di una composizione in metrica o la grazia di un sonetto, credo che nessuno qui abbia mai contestato la validità di un testo di Martino o di Borghi, ma questo che significa? Lei contesterebbe Renzo Piano per il fatto che non si è mai preoccupato di inserire nelle sue costruzioni, che so, una fontanella settecentesca, una bella scala in stile liberty?

  42. gino rago

    DOPO IL NOVECENTO, LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18671
    Pensando a Lucio Mayoor Tosi, al “viaggio” della N.O.E anche in sua compagnia:

    “La poesia è un miele che il poeta,
    in casta cera e in miele di rinuncia,
    per sé si fa e pei fratelli in via;
    (…)
    L’ultime cose accoglie perché sian prime;
    nettare, dolorando, dolce esprime…”

    da Canti dell’infermità di Clemente Rebora (1885 – 1957)

    Sono versi esemplari del ” frammentismo vociano”, troppo spesso e troppo superficialmente confuso con la N.O.E. per frammenti.
    La metafora reboriana miele-poesia-poeta-ape si sa che è di antiche origini.

    Ma nell’ars poetica di Rebora funziona come preparatoria alla parola-chiave della composizione: dolorando. La dolorosa saggezza da consegnare agli uomini e al mondo, forse il messaggio più alto di Rebora…
    Il rispetto e l’ammirazione verso questo frammentista vociano sono fuori discussione. Ma oggi, a distanza di quasi 100 anni, un secolo, da questi versi, è inevitabile che la poesia esplori nuovi sentieri estetici,
    che viaggi verso altri approdi “formali”, sentieri e approdi che son chiamati a misurarsi con la idea lanciata da Giorgio Linguaglossa, che io trovo geniale, (perché finora da nessuno studioso di poesia era stata non dico pensata ma neanche sfiorata) tutta nuova di “Spazio espressivo integrale” con tutta la nuova percezione
    di “tempo”, di “nome”, di “immagine”, di “proposizione” con cui il poeta contemporaneo deve fare i conti se vuole sottrarsi al ruolo misero, infelice, infecondo del “seguace”, del giacente supino nella stagnazione.
    Ogni giudizio critico sull’altrui poesia, hai ragione caro Lucio, deve sempre partire dall’analisi dei versi e da qui articolarsi, senza condanne generiche, senza stroncature immotivate né lodi fuori posto.

    Aggiungerei, infine, alla saggezza del commento di Lucio Mayoor Tosi delle ore 6.53 del 15. 03. 2017 verso i timori di L. Vasile che per l’Architetto, ben teso verso la interpretazione della nostra poesia e già con un armamentario di sicuro interesse, sarebbe fonte di arricchimento e di affinamento dei suoi strumenti ermeneutici l’incontro con il libro “Dopo il Novecento” (2013) di Giorgio Linguaglossa, un acuto e limpido monitoraggio della poesia italiana contemporanea da cui partire o, meglio, ri-partire…
    SE VOLETE APPROFONDIRE LA QUESTIONE DELLA POESIA ITALIANA, LEGGETE IL LIBRO, ci sono scritte delle cose molto chiare, ne trarrete giovamento intellettuale.

    Gino Rago

  43. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18672
    Sigg. Martino e Borghi,
    vi confesso che non se ne può più delle vostre asserzioni e guerriglie vietnamite. Siete senza detonatori. State facendo opera di denigrazione, con i vostri selfie. Per la vetustà dei vostri pensieri e delle vostre poesie, sarebbe per voi più divertente andare al giardino comunale e vedere una partita a tennis. Può darsi che vi ritornino gli orgoni e che facciate di meglio,senza ricorrere al solito retrobottega di panni in disuso con vistosi attacchi al lavoro di altri, che certamente non si divertono a dire buscherate, come fate voi, con le azoospermie verbali e poetiche, se questo termine non vi piace o non lo conoscete, consultate un andrologo, o l’Enciclopedia Universale, che vi spiegherà ogni cosa. E se proprio il miracolo non dovesse accadere, prendete qualche integratore in farmacia, meglio se hanno le supposte. Il vostro atteggiamento da “promoter del nulla”, mi ricorda la favola di Esopo sulla volpe, che non potendo raggiungere l’uva, disse: non è matura. Con la mia ironia di sempre, Vi saluto, sperando di non incontrarvi più su queste pagine: piccoli ovetti Kinder e Castagnole del Mulino Bianco.

  44. LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA E LA POESIA DEL CERCHIO MAGICO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18673
    cari amici e interlocutori,

    perché tanto sbigottimento? Perché il «raccapriccio» di Salvatore Martino? Perché tanto spavento e sdegno? Forse perché ho scritto nel mio precedente commento: «il fatto nudo e crudo è questo: siamo noi gli eredi testamentari della migliore poesia italiana del Novecento, noi, gli innovatori»? Ma, gentili interlocutori, forse voi credete che io e i miei compagni di strada stiamo qui a pettinare le bambole del cerchio magico? No, qui si fa la poesia italiana, e ne siamo ben consapevoli.

    Claudio Borghi mi stigmatizza così:
    «suona perlomeno stonato quanto presuntuoso. Di quale poesia siete i migliori eredi se ne rifiutate gli autori più significativi, accomunando Luzi e Zanzotto, Bertolucci, Betocchi e Bacchini come bagagli smarriti in uno stesso ufficio?».

    Caro Claudio Borghi, ti prego di fare le citazioni giuste: io non ho mai messo in uno stesso fascio Luzi e Zanzotto, sono due poeti distinti, Di Luzi ho dichiarato che ha scritto due opere magistrali: Nel magma e Al fuoco della controversia; di Zanzotto ci sono miei numerosi scritti, alcuni li puoi trovare in questa rivista, nei quali espongo una tesi neanche tanto estremista, dico che Zanzotto ha toccato il vertice della sua produzione con un libro pubblicato nel 1968, La Beltà, dopo di allora la sua poesia ha imboccato una parabola discendente culminata negli ultimi libri Meteo e Sovrimpressioni dove ormai si rasenta l’afasia e la balbuzie semantica. Una poetica finita in balbuzie la sua, proprio quando la poesia italiana versava in una crisi profondissima, ma lui non la vedeva, o meglio, non riusciva a fare altro che a pronunziare una balbuzie (che pure è una risposta alla crisi, lo ammetto, ma una risposta del tutto insoddisfacente).
    Non ti nascondo, caro Claudio Borghi, che sarei curioso di conoscere il tuo parere sulla poesia di Pasolini e su questo libro in particolare: Trasumanar e organizzar. E non mi rispondere che non sei un critico, lo sai fare bene il critico, quando vuoi. Conosco molti pseudo poeti del«cerchio magico» i quali dichiarano candidamente che loro non sono critici e che per questo non scrivono mai quello che pensano. Come alibi è fin troppo scoperto, ti pare?

    Quindi, ti prego caro Claudio Borghi di non mettermi in bocca tesi che io non ho mai sposato. Altra cosa è la Crisi della poesia italiana intervenuta dopo la pubblicazione di Transumanar e organizzar di Pasolini nel 1971. Vogliamo dirlo? Vogliamo tentare di ragionare con i libri sotto mano e in maniera critica? A questo proposito abbiamo pubblicato proprio oggi (guarda la coincidenza) un articolo di Franco Di Carlo che fa il punto della situazione con grande lucidità. Pasolini è l’ultimo poeta del Novecento che affronta la crisi di petto, dopo di lui ci saranno i poeti del «cerchio magico» della «canzoncina d’organetto» (dizioni di Sergio Givone).

    Capisco che dopo cinque decadi di sonno della poesia italiana, affermare che il re è nudo e che la poesia italiana in questi cinquanta anni che la separano dal 1971 si è gingillata appresso a poetiche auto pubblicitarie, capisco che questo che andiamo dicendo possa sollevare delle rimostranze, delle esclamazioni, dei Belfagor, che si gridi ai facinorosi etc. capisco tutto ciò, è una reazione ovvia, naturale ma non posso condividere questa posizione, diciamo, di comodo. In fin dei conti si sta bene nella nicchia della poesia, vero?

    Vedi, Claudio, quando tu parli di «anima» a proposito dei poeti, beh, io che vuoi che ti dica? allargo le braccia, l’«anima» è qualcosa che esula dalle attenzioni di un critico (non solo letterario) perché sta racchiusa in una scatola che un critico non può vedere. Magari qualcuno avrà pure un’«anima» bellissima, ma io mi devo attenere agli scritti, ai fatti, agli atti… i bei pensieri che restano nella scatola cranica o nelle pieghe del cuore, non mi interessano.

    Quindi, sì, è vero, qui lo dico e lo ripeto: poeti come Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele, Antonio Sagredo, Gino Rago, Donatella Costantina Giancaspero, Letizia Leone, Lucio Mayoor Tosi, Giuseppe Talia… Ma anche Roberto Bertoldo, Stefanie Golisch, Anna Ventura (che nessuno di voi ha citato ma che io stimo molto), dicevo, tutti questi poeti significa una cosa sola: che la poesia italiana è viva, ha trovato modo di uscire dal guscio, dalla nicchia dei fatebenefratelli, del minimalismo romano-milanese.e dei poeti del «cerchio magico», scrive delle poesie nuove, diverse.
    Tutto questo allarma? Desta meraviglia? Desta raccapriccio?

    E allora, torniamo a pensare, torniamo a pensare un libro significativo come Trasumanar e organizzar, un libro dove esplodono tutte le contraddizioni del fare poesia in Italia, quelle contraddizioni che i poeti che sono venuti dopo Pasolini si sono ben guardati dall’affrontare.

    E poi caro Borghi, andiamo a rileggere seriamente poetesse dimenticate come Fernanda Serragnoli, Giorgia Stecher, Maria Rosaria Madonna, Helle Busacca, usciamo dal solito cerchio magico dei soliti nomi che fanno bon ton: Sereni, Zanzotto ed epigoni di secondo rango… rileggiamo la vera storia della poesia del secondo Novecento senza paraocchi, senza pregiudizi, prevenzioni o timidezze intellettuali. Cominciamo a rileggere un libro emblematico e significativo come Trasumanar e organizzar.

    La Nuova Poesia Ontologica questo lo fa, o almeno si sforza di farlo. Fatelo anche voi.
    Infine un’ultima cosa: io non scrivo «manifesti», come tu scrivi caro Claudio, io ho scritto e pubblicato dei libri di varie centinaia di pagine sulla poesia italiana, argomentati e precisi; ti prego di informarti prima di scrivere; a questo proposito, ti informo che ho appena pubblicato una monografia sulla poesia di Alfredo de Palchi di 144 pagine e sto mandando alle stampe un altro libro di critica di circa 500 pagine. Mi sembra che come scrittore di «manifesti», possa bastare, no?

    • Claudio Borghi

      Caro Giorgio,

      mi scuso per aver accomunato Luzi e Zanzotto, ecc., hai ragione, rileggendo avevi fatto distinzioni precise di cui non ho tenuto conto. E certo non voglio mettere in discussione la tua competenza, non sentirti attaccato, non creare in me un nemico a tutti i costi o leggere tra le righe cose che non intendevo dire.

      Quanto a Pasolini, ho amato molto la raccolta d’esordio, poi aggiornata, mi pare (cito a memoria), nel 1975, La nuova gioventù, inizialmente La meglio gioventù, in cui l’influsso di Machado in particolare si fa sentire nettamente, in una straniante quanto efficace commistione tra poesia popolare friulana e poesia spagnola. Ho amato meno le ultime raccolte, in particolare Trasumanar e organizzar, in cui, come ho avuto modo di rilevare in un post passato, la sua ispirazione si era prosciugata (come nel Montale di Satura), mentre la sua creatività poetica trovava diversa forma espressiva nel cinema.

      Quanto alla contrapposizione che si è creata, la trovo francamente imbarazzante, perché io sono sempre stato aperto a leggere e ad accogliere tutti i poeti che citi, prova ne sia che mi ci sono sempre confrontato criticamente, con attenzione e rispetto. Rispetto che viene tragicamente meno nei miei confronti in questi ultimi scambi, dove si avverte il bisogno quasi fisiologico di isolare l’antagonista e farlo sentire, in qualche forma, in colpa. Quanto al commento tutto sopra le righe di Mario Gabriele, non mi prendo nemmeno la pena di replicare. Ripeto e ribadisco, la scena è vostra, se non volete interlocutori con cui discutere criticamente, non c’è problema. Essere preso dentro una guerriglia del genere mi sembra francamente insensato quanto paradossale.
      Ieri ho ringraziato chi mi sentivo in dovere di ringraziare.

  45. E’ interessante encomiabile costruttivo, caro Giorgio, lo studio, la ricerca del nuovo, ma nell’accettazione dell’Altro. Invece sempre siamo portati – pensando cosi di avvalorare i nostri punti di vista – ad andare contro, e non per, verso, con.
    Perché desta raccapriccio, profondo raccapriccio, che per dire tutto ciò tu dici si debba, da parte di alcuni, denigrare personalmente, censurare, ferire il prossimo in un clima litigioso, ineducato, irrispettoso delle idee degli altri, con asserzioni totali e sensazionalistiche di ego ipertrofici e reiteratamente offensivi, dove ogni serenità è preclusa.
    Del resto di che mi meraviglio? Non è altro che lo specchio dell’aria che respiriamo nel quotidiano.
    Mi attardo sul vano della porta d’ingresso, ultima arrivata, invitata da te, Giorgio. Incuriosita mi stavo orientando cercando di dare un’occhiata partecipativa, perché è bello saper stare Insieme e edificare.
    Ma l’inquietudine che mi dona questa atmosfera mi sale dallo stomaco, mi fa indietreggiare. Tengo ben saldo sulle spalle lo zainetto con gli strumenti che Steven Grieco mi invita a gettare dalla finestra e con i quali vivo, progetto, opero, scrivo: la matita, il righello, il compasso, cioè l’essere architetto e il costumino da ginnasta azzurra indossato da adolescente nella palestra che mi ha insegnato il metodo di come fare i muscoli e i salti mortali… oggi nella scrittura? ESSERE LIBERA. Sento che ora non desidero chiudermi in un blog o in una stanza ad altercare animatamente (che non è mai sintomo di forza ma di debolezza delle proprie idee) e mi fa male veder rifiutare gli altri in nome di diktat che hanno l’amaro retrogusto del Verbo. Tutti desidero conoscere e accettare anche quando non condivido. Comunque grazie, a ben vedere tutte le esperienze hanno del positivo. Oggi posso dire di aver capito qualche cosina in più, anche di me stessa.

    • La “ringrazio” io per aver totalmente ignorato le mie risposte alle sue domande. Era un tentativo di dialogo ma forse non se n’è nemmeno accorta. Tempo e fatica sprecati.

      • No, gentile Lucio Tosi, stavo rispondendo anche a lei. Avevo già appuntato su un foglio: – ringrazio Lucio Tosi per le sue parole, per il garbo con il quale sono espresse, e che concordo pienamente e altresì Gino Rago per i consigli di lettura.
        Aggiungo ora: – anche se mi conforta la comprensione di alcuni, la mia inquietudine resta -.
        Pensi, caro Lucio, che io da quando l’8 marzo ho dato in cartaceo le mie riflessioni su “Entrò in una perla” a Steven Grieco sto ancora aspettando un suo e-mail, un suo riscontro! Magari solo un ringraziamento per il tempo dedicato all’attenzione dei suoi versi. Ma evidentemente è gentilezza sconosciuta da chi sta seduto all’ombra delle parole.

  46. IL VERSO LIBERO FIGLIO MALMOSTOSO DEL NICHILISMO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18677
    Il verso di Steven Grieco Rathgeb è il verso libero privo di unità metrica. È un verso libero che è stato privato della sua libertà. È un verso libero prodotto del nichilismo compiuto. Il verso libero si è finalmente liberato di se stesso, ed è diventato qualcos’altro che fatichiamo a riconoscere. Ecco perché è così difficile, oggi, distinguere la poesia dalla prosa. È per via della libertà, quella libertà che i poeti si sono conquistata, che hanno pagato a duro prezzo durante il Novecento e che ancora stanno pagando. Quella antica libertà oggi si è tramutata nella peggiore delle reclusioni: la reclusione del verso liberato, cosiddetto «libero», in realtà zoppo e frammentato. Fatto sta che quel verso, rectius, quel frammento di verso, quel relitto malmostoso, ci parla molto meglio di quanto potrebbe fare un verso sinuoso e rotondo, un verso compiuto, ammesso che esista e sia possibile, oggi, scrivere un verso rotondo e compiuto! Scrive Sergio Givone: «Potremmo dire che il nichilismo altro non è che una forma di ateismo in cui Dio non è più un problema, come non è più un problema il male – Dio è morto, e questa sarebbe l’ultima parola, non solo su Dio, ma anche sul male. Questo nichilismo amichevole e pieno di buon senso, oltre che perfettamente pacificato, continua a essere la cifra del nostro tempo. Lo sarà finché nella morte di Dio vedremo un fatto che per noi non significa più nulla e non invece quel che intravide Nietzsche: un evento la cui portata è ancora tutta da esplorare».1]La poesia di Steven Grieco Rathgeb già nel titolo «Entrò in una perla», rende manifesto il senso della precarietà che la domina, la percezione della non abitabilità del mondo («il mio firmamento si è squarciato da cima a fondo»), è un esistere intempestivo, fuori tempo, fuori spazio quello che qui viene messo a fuoco, il senso di un abitare un luogo disabitabile, non idoneo alla abitazione, un luogo che non è più un luogo ma un contenitore per quanto vasto di una esistenza che non ci appartiene più. Il mondo diventa uno sfondo sempre più lontano, i dettagli nitidamente percettibili si fanno più distanti, l’estraneazione e la disumanizzazione diventano sempre più palpabili:

    L’estraneità fra te e me
    non era lui: noi
    ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
    mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
    nella cruna della sua stessa fuga,
    attraverso il bene che volge al male che volge
    al bene,
    attraverso gli stessi luoghi che tornarono
    e ritornarono…

  47. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per avermi ricordata con la consueta gentilezza, sottraendomi a quel gusto per la latenza che mi mi toglie a dibattiti talvolta un po’ troppo accesi, ma pur sempre utili a capire, scandagliare,indicare strade nuove.Molti intellettuali e poeti validissimi compaiono sul blog,e incontrarli è sempre un piacere; anche se non ne condivido tutte le posizioni.Steven Grieco mi convince sempre, specialmente come poeta; Gino Rago è l’ago della bilancia che coniuga intelligenza e misura; di Sagredo non si può fare a meno.Non ho più spazio per scrivere,ma sappiate che tutti abitate il mio immaginario, e tutti stimo profondamente

  48. gino rago

    Grazie a te, carissima Anna.
    Ma non privare troppo a lungo ” L’ombra…” dell’acutezza pacata dei tuoi
    giudizi. Ne va del nostro arricchimento, leggendoli.
    Gino Rago

  49. UN’ETICA DELLO SPAZIO? UN’ETICA DEL TEMPO? – QUESTIONI DI NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18883
    Questi pensieri di un filosofo italiano, Vincenzo Vitiello, mi pare che siano molto utili per ragguagliarci che una poesia deve essere qualcosa che «abita» un luogo, un tempo e uno spazio, o meglio, più tempi, più spazi, più luoghi e, al tempo stesso, che sta fuori dal tempo e dallo spazio, che si situa sull’orlo divisorio tra queste dimensioni, qualcosa che è e che non è al contempo, qualcosa che conosciamo e che non conosciamo, di familiare e di estraneo. Ed è questo ciò che avverto quando leggo certe poesie di Steven Grieco Rathgeb…

    «noi abitiamo lo spazio, ma non siamo-nello-spazio; noi abitiamo il tempo, ma non siamo-nel-tempo; e cioè: abitiamo il mondo, ma non siamo-nel-mondo – è ben antica: la si legge in forma concisa e straordinariamente efficace in un testo che è all’origine della nostra civiltà, della civiltà dell’Occidente: «autoì en tô kósmo eisín […] ouk eisìn ek toû kósmou» («essi sono nel mondo […] ma non sono dal mondo»). S’aggiunga poi che il mondo moderno, la Neuzeit, l’età nuova – che è pur sempre la “nostra età”, pur quando questa si definisce, per contrasto, “post-moderna” – l’ha ripresa e radicalizzata nella forma di una (metodologica, epperò “possibile”) Weltvernichtung. Quest’ultimo riferimento ci impone di chiarire subito che la tesi, or enunciata, non ha nulla a che fare con la disputa sull’“Io puro”, il “soggetto weltlos”, et similia, non foss’altro perché riteniamo che all’origine di tale disputa vi sia un radicale fraintendimento dell’epoché cartesiana e husserliana del mondo. Anticipiamo pertanto anche la conclusione del saggio: se l’abitare indica la cura per le cose del mondo, quindi il vincolo che ci lega al mondo, il non-essere-nel-mondo sta a significare che questa cura non ci “appartiene”, non è nostra “proprietà” (Eigentlichkeit), non viene da noi, non è-per-noi (ek hemôn), ma viene da “altri”, è per-“altri” (ek állon). Anzitutto: viene da “altro”, è-per-“altro” (ek hetérou).

    Se qualcosa non di “nuovo”, ma di “diverso” il lettore può aspettarsi da questo saggio, che riprende questioni antiche e moderne, non è, pertanto, la via percorsa, ma il modo di percorrerla. Diverse non sono le domande. Diversa è la prospettiva da cui vengono poste.

    2. Le domande, dunque: a) perché il nesso dello spazio col tempo? b) chi sono gli autoí, i “noi” che abitano spazio e tempo, il mondo, e non sono-per-sé nello spazio e nel tempo, nel mondo? E chi gli “altri”, per i quali abbiamo un mondo, abitiamo spazio e tempo? E chi, o “che” è l’“altro”? La seconda domanda, chiaramente, investe quegli stessi che pongono la domanda. Piega la domanda sull’interrogante. Quanto, allora, la domanda e la risposta, che le vien data, dipendono dallo stare nel circolo dell’interrogazione su se stessa ri‑flessa? E non ha senso dire che il problema non è di uscire dal circolo, ma di saper muoversi in esso in modo appropriato, perché anche il giudizio sull’“appropriatezza” del movimento dipende dall’essere-già nel circolo.

    Non resta, dunque, altro da fare che… iniziare avendo già iniziato. Non resta, cioè, che muoversi nel circolo in cui già da sempre siamo, e da dove siamo. Senza però la pretesa di porsi dal punto di vista del circolo. Come in fondo pretese Heidegger, che si pose dapprima nella prospettiva del “chi” si muove nel circolo, in seguito – un seguito già previsto e annunciato nel primo movimento – nell’opposta “visione” dell’“Es”, del neutro esso che muove il circolo. Esaminava gli estremi dall’alto della loro relazione. Perciò era convinto di sapere come muoversi bene nel circolo. Ma – questa la domanda – la “visione” della relazione non è anch’essa interna alla relazione? L’orizzonte del Tutto non è anch’esso una “prospettiva” sul Tutto? E non è questa l’esigenza più propria del “finito” che voglia rispettare la sua finitezza? Ma (ancora un interrogativo): l’affermazione che la “visione” del Tutto è pur essa solo una prospettiva interna al Tutto, non presuppone il Tutto di cui è “parte”? Sembra che del Tutto non si possa fare a meno. Ma cos’è il Tutto presupposto alla visione del Tutto? Son pari il Tutto e la visione del Tutto, o c’è differenza? E quale differenza può stabilirsi tra i due, senza che la “visione” della differenza non inglobi in sé entrambi i termini?

    Ci stiamo muovendo in circolo. Purtroppo in un circolo non virtuoso, anzi vizioso, viziosissimo.

    Ma, si diceva, non c’è scelta; chissà che alla fine il vizio del circolo non si riveli la sua possibile virtù».

  50. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/03/11/laboratorio-di-poesia-de-lombra-delle-parole-roma-8-marzo-2017-libreria-laltracitta-lettura-del-libro-di-steven-grieco-rathgeb-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-n/comment-page-1/#comment-18884
    Due sorelle sulla veranda, in vestiti giallo-sera.
    (Fuori, un giardino.)

    Dopo il tramonto la loro quiete
    si ritira dal cielo rosa pieno di aquiloni
    mentre scende la notte.

    È l’inizio di una poesia di Steven Grieco Rathgeb contenuta in Entrò in una perla (2016). Cosa c’è scritto? Nulla, nulla di veramente importante. Che cosa stanno facendo le tre sorelle? Nulla, nulla di importante, stanno lì, immobili, nello spazio e nel tempo, abitano lo spazio e il tempo, ma in realtà sono fuori dello spazio e del tempo, si trovano in una sottilissima fettuccia dell’esistenza che la poesia ghermisce con la rapacità di un avvoltoio. Compresenza e intreccio di figura e azione, istante della immobilità. Immobilità in movimento. Infatti, soltanto nella immobilità può risaltare il movimento, e viceversa. Il movimento precede lo spazio, lo crea, e lo spazio crea il luogo, e il luogo è abitato da una figura e quella figura siamo noi, sono le «due sorelle». Non c’è altro da dire se non quell’evento di due sorelle che si trovano in un luogo «sulla veranda» «in vestiti giallo-sera», dove non si sa bene se siano i vestiti gialli o sia gialla la sera che incombe. Siamo in presenza della rappresentazione del tramonto dal punto di vista di un punto, un punto interno ed esterno al contempo. La poesia non ha altro scopo che quello di farci abitare in quel punto, di nuovo, insieme alla «due sorelle», un punto misterioso e irripetibile che soltanto tramite la poesia può essere ripetuto e rievocato. E qui sta il senso di una poesia: quello di rievocare e ripetere l’epifania di un punto altrimenti irraggiungibile e inestimabile. Adesso sappiamo che il mondo non ci appartiene, non è nostra «proprietà» (Eigentlichkeit), non viene da noi, ma è-per-noi, possiamo utilizzarlo, possiamo averne cura o distruggerlo ma viene da “altri” e per-“altri”. Il mondo è per noi nella nostra transitiva misteriosa singolarità, ma può anche essere annichilito dalla nostra singolarità.

    Vorrei riprendere da quanto dice Carlo Sini in una recente intervista sul problema dei segni e delle immagini:

    “Si può ipotizzare che diecimila anni fa sulla terra esistesse una sorta di «linguaggio universale», che i nostri antenati utilizzassero «un sistema di espressione comune, fatto della convergenza di gesto, suono, visione, esercitati e vissuti come un atto globale». La differenziazione culturale, la torre di Babele nella quale viviamo sarebbe un’acquisizione successiva.
    Analogamente, la sintassi dell’arte preistorica potrebbe aver generato la nostra attuale forma di scrittura. «La configurazione delle nostre lettere alfabetiche non è affatto arbitraria o convenzionale. Ogni lettera è invece un disegno decaduto o stilizzato la cui origine va rintracciata proprio nelle figure e nei segni del paleolitico e del neolitico».

    Rispetto al passato, dunque, c’è qualcosa che abbiamo perduto. L’unità di scrittura, figura e azione. Le parole si sono separate dalla loro figura, si sono «s-figurate», diventando astratte e autonome. La figura si è svuotata della presenza originaria che l’abitava, il mondo della vita. Come Euridice, essa può essere richiamata in essere, ma il canto capace di risvegliarla è lo stesso che la uccide: quando la figura si consegna al sapere, resta inchiodata a un apparire determinato e oggettivo e, in un certo senso, smette di vivere, di transitare. Il gioco dei segni si mantiene solo nel rimando continuo, molteplice e indefinito, di qualcosa a qualcos’altro.

    Le dinamiche percettive sono complesse e intrecciate; per scoprire cosa significa davvero «sentire», dovremmo considerare la possibilità di «ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie». L’esperienza non è mai univoca. Anche del lattante di poche settimane o di pochi mesi, non si può dire che sia una «tabula rasa», un «foglio bianco» unidimensionale, puramente ricettivo: egli «è già un mondo complesso di emozioni, di immaginazioni e di pensieri, ancorché non verbali». Secondo gli studi di Daniel Stern sulla prima infanzia e sullo sviluppo psichico infantile, la formazione del Sé emerge molto prima dell’avvento del linguaggio. Da sempre siamo circondati dai segni e, grazie ai segni, impariamo a comunicare”.

    Negli haiku come nei waka c’è ancora il ricordo di quella antica «unità di scrittura, figura e azione» che è andata smarrita. Ora, io ritengo che sia difficile assai per un occidentale del XXI secolo ripristinare artificialmente una scrittura che ripristini quella antichissima unità, ma ritengo invece assai possibile scrivere poesia moderna tenendo presente che la poesia non può essere disgiunta da quella complessa unità di «figura e azione», cioè di immagine e di personaggi “in azione”, perché l’azione è assolutamente necessaria non soltanto nel romanzo (come abbiamo visto nel post odierno dedicato a Milan Kundera), ma anche in poesia (ovviamente in forma diversa). Una «figura» è sempre «azione» (attiva o passiva), e una «azione» è sempre anche «figura». Questa dinamicità è interna sia alla «figura» che alla «azione».

    Ho l’impressione (anzi la convinzione) che la poesia italiana si sia allontanata o abbia dimenticato questo assioma e che oggi si scriva poesia copiando la linearità (temporale) della prosa senza tenere conto del problema del dinamismo spazio-temporale di ogni «figura» in movimento.

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