LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Mario M. Gabriele: Una poesia testamentum. Inedito. Le parole con le quali è scritto questo rogito testamentario sono fantasmi linguistici, rottami, spezzoni, frammenti che un tempo hanno abitato l’universo mediatico – Il Fantasma è così al contempo un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della «Cosa significata», al declassamento ontologico del Soggetto parlante

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Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. E’ presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poetidi Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzario, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Dieci sue composizioni sono presenti nella Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016) a cura di Giorgio Linguaglossa. Sempre nel 2016 è stata pubblicata la raccolta di poesia L’erba di Stonehenge (Progetto Cultura). Si sono interessati alla sua opera: G.B.Vicari, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Luigi Fontanella, Giose Rimanelli, Francesco d’Episcopo, Giuliano Ladolfi,e Sebastiano Martelli. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.

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Mario M. Gabriele

Mario M. Gabriele

Inedito da In viaggio con Godot
(di prossima pubblicazione nelle edizioni Progetto Cultura di Roma)

Il Decalogo è chiaro, il Codice pure.
I convenuti furono chiamati all’appello.
Chiesero perché fossero nel Tempio.
A sinistra del trono c’erano angeli e guardie del corpo.
Solo il Verbo può giudicare.
L’occhio si lega alla terra.
Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola.
Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
separava la pula dal grano,
chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
Fermo sul binario n. 1 stava il rapido 777.
Pochi libri sul sedile. Il viso di Marilyn sul Time.
– Quella punta così in alto, che sembra la Torre Eiffel cos’è? -,
chiese un turista.
– È la mano del mondo vicina all’indice di Dio -, rispose un abatino.
Allora, che salvi Barbara Strong,
e il dottor Manson, l’abate De Bernard,
e i morti per acqua e solitudine,
e che non sia più sera e notte finché durano gli anni,
e che ci sia una sola primavera
di verdi boschi e alberi profumati,
come in un trittico di Bosch.
Ecco, ora anch’io vado perché suona il campanaccio.

Ci furono mostre di calici sugli altari,
libri di Padre Armeno e di Soledad,
e un concerto di Rostropovic.
Usciti all’aperto prendemmo motorways. .
Nella terra di miti, dove ci si scorda di nascere e di morire
c’erano cartelloni pubblicitari e blubell.
A San Marco di Castellabate
la stagione dei concerti era appena cominciata.
Il palco all’aperto aspettava il quintetto Gospel.
Si erano perse le tracce del sassofonista del Middle West.
Il primo showman raccontò la fuga d’amore di Greta con Stokowski.
Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
di fronte alle arti visive di Cornelis Esher.
Un relatore rimandò ad una nuova lettura
I Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez.
Quest’anno il postino non suonerà più di tre volte.

Et c’est la nuit, Madame, la Nuit!. Je le jure, sans ironie.

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa.
Il declassamento ontologico del «Soggetto parlante»

  L’io è letteralmente un
oggetto – un oggetto che adempie a una certa funzione
che chiamiamo funzione immaginaria

J. Lacan – seminario XI 

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante.

J. Lacan – seminario XI

L’idea del «Soggetto parlante» è qualcosa che è in viaggio, qualcosa di inscindibile dal linguaggio, anch’esso sempre in viaggio nell’accezione mutuata dalla linguistica e in particolare da de Saussure, di un soggetto nel linguaggio, ovvero di quel soggetto colto nella sua inferenza con il significante in quanto condizione causativa del Soggetto. Questa premessa, se ricondotta nel campo psicoanalitico, implica che non vi sia ambito del desiderio, e che dunque non si possa dare propriamente parlando alcun  fenomeno dell’esistenza, se non all’interno di una dimensione che potremmo definire con Lacan «originariamente linguistica», determinata cioè dall’«Altro» come luogo della parola fondata così sulla totalità dell’ordine simbolico in quanto ordine causativo del Soggetto.

Il frasario:

«Solo il Verbo può giudicare»

indica sardonicamente il tema della poesia e della intera raccolta di Mario Gabriele, il dogma implicito del «Verbo» unico depositario del «giudizio». L’autore capovolge sardonicamente questo assunto dogmatico sul quale si è retto il potere dell’Occidente con il semplice indicare a dito il «Verbo», il vero falsario della storia degli uomini. Il soggetto quindi parla metonimicamente in quanto pronuncia una ordalia, scopre la nudità del «re», di che stoffa è fatta la sua menzogna.

Ormai non c’è più da aspettare Godot, siamo già da un pezzo in viaggio con Godot, solo che non ce ne siamo accorti; o meglio, le belle anime della poesia non ne hanno voluto prendere atto. Ormai il «Verbo» è un involucro vuoto, un significante con dentro il vuoto.

Il linguaggio, ci dice Agamben, deve necessariamente presupporre se stesso. Il linguaggio, ci dice Mario Gabriele, è fatto con la stoffa di un altro linguaggio, è linguaggio di linguaggi, frantumi di linguaggi rottamati. Non c’è meta linguaggio se non nel linguaggio. Non c’è linguaggio che non sia metalinguaggio sembra dirci Gabriele.

Gif lichtenstein peace through chemistry.jpgIl Parlante è il Soggetto declassato

il quale tiene in piedi le fila del proprio discorso rispetto all’indicibilità come condizione assoluta  della dicibilità. Non si dà indicibilità senza dicibilità. Essa dà, per così dire, figura alla «Cosa significata», le dà una struttura narrativa, una scena in cui possa apparire come oggetto perduto. Perché è il Soggetto ad essere perduto per sempre, che si è smarrito nella selva oscura della linguisticità della civiltà mediatica.

Il linguaggio del fantasma di Mario Gabriele rappresenta la finzione che dischiude la verità del soggetto come mancanza, vuoto, abisso, finzione attraverso cui si articola quell’al di là del desiderio – desiderio di nulla e nulla del desiderio al contempo – che Lacan designa, sulla scorta della nozione freudiana di istinto di morte, come «godimento», la beanza irraggiungibile della identificazione tra la parola e la cosa.

Mario Gabriele presta moltissima cura alla messa in scena del testamentum.

Una sorta di testamento. Come in un testamento che si rispetti c’è di tutto, c’è tutto l’essenziale: i beni immobili e quelli mobili, i beni materiali e quelli immateriali, il tutto riunito in una sola composizione. Un Aleph. Che brilla di luce sinistra, spettrale. Fermo restando che una poesia così è simile ad un rinvenimento di un cratere istoriato di epoca ellenistica o più antico ancora, e il critico deve vestire i panni dell’archeologo per riportare in vita una parvenza di ciò che tutti quei frammenti richiamano alla memoria. Più che lavoro di restauro (e non solo) qui occorre un lavoro di ricostruzione di tutti quei frammenti sparsi e disarticolati che un giorno lontano significavano qualcosa…

Le parole con le quali è scritto questo rogito testamentario sono quei «fantasmi» che un tempo hanno abitato l’universo linguistico mediatico e il nostro immaginario e che, in quanto tali, prendono possesso della pagina bianca.

«Il linguaggio del fantasma»

Nel «linguaggio del fantasma» noi vediamo allestita la messa in scena del venir meno del soggetto-autore di fronte al mancare della «significazione», quella sorta di estrema quanto inconscia riparazione simbolico-immaginaria a un cedimento strutturale avvenuto a livello ontologico, cedimento da cui proviene ciò che Lacan chiama, nel suo significato più generale, il «soggetto parlante». Il fantasma è così al contempo un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della «Cosa significata» come fondamento dell’esserci del soggetto, ma anche un «venire in presenza» di qualcosa che dimorava nel regno delle ombre dell’inconscio. Ciò che qui importa è proprio  l’aspetto scenico, il luogo retorico in cui il soggetto si ritrova come osservatore e autore (assente), regista e attore (assente) al contempo di quello che può a tutti gli effetti essere definita la  narrazione della sua mancanza. Il «fantasma» è infatti, in ultima istanza, una frase. A livello linguistico, simbolico, si presenta come una proposizione; a livello immaginario, si presenta come una scena. Il «linguaggio del fantasma» è legato a una dimensione liminale, una sorta di sipario chiuso oltre il quale resta velato quel nulla dell’infondantezza del soggetto, quel vuoto di significanti in cui si manifesta  l’abisso del metalinguaggio di Gabriele.

Siamo qui davanti ad una esemplificazione tra le più brillanti della poesia contemporanea che abbiamo definita «Nuova poesia ontologica», indicando questo tipo di poesia come appartenente alla «Nuova ontologia estetica» che stiamo investigando da qualche tempo su questa rivista.

L’inconscio del fantasma linguistico di Gabriele si manifesta, seppur attraverso il velo di sintomi, lapsus, citazioni, frammenti; il suo manifestarsi consente di avvertirne la presenza. Presenza che non si confonde mai con l’esser presente, con un darsi. Tuttavia è un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote il soggetto, o sarebbe forse meglio dire lo coglie a tergo nel suo discorso cosciente, nel suo voler-dire, nei suoi atti, nei suoi desideri, nelle sue intenzioni, lo coglie cioè in un vacillamento che non è nulla di superficiale ma lo concerne e lo coinvolge nel suo stesso, nel suo più radicale essere.

L’inconscio del fantasma linguistico di questa poesia è un inter-detto, esso non ha nulla della oscurità, dell’abissale o di una qualsiasi sorta di magma pulsionale. L’inconscio pensa cose e le pensa linguisticamente agghindate.

gif-xmas2011_keith-bates_peace_through_christmas_treeIl disorientamento

Ho scritto in altra occasione riferendomi ad alcune eccezioni sollevate da Claudio Borghi:

«comprendo molto bene il tuo «disorientamento» dinanzi alla nostra ricerca di una nuova ontologia estetica, io è dall’inizio degli anni Novanta del Novecento che tento di indagare la crisi della forma-interna della poesia, l’ho fatto con la rivista “Poiesis” che avevo fondato nel 1993 e tenuta in vita fino al 2005. Complessivamente ne sono usciti 34 numeri. Ma è accaduto che in questi ultimi 29 anni la crisi delle forme estetiche (e non solo) si è andata aggravando, la crisi ha impresso una accelerazione forsennata al crollo delle forme estetiche tradizionali, non è affatto colpa mia e dei miei compagni di strada se la crisi si è abbattuta come un maglio sulle forme estetiche che abbiamo conosciuto in poesia. Così, è avvenuto che quell’endecasillabo della tradizione che va da Bertolucci de La camera da letto al Bacchini degli ultimi libri, ormai non ha nulla da offrirci, è una forma estetica del passato e noi non possiamo restare fermi a dirci come erano belli i tempi nei quali scrivevamo e vivevamo come Attilio Bertolucci e Bacchini, con tutto il rispetto per quelle forme poetiche e la loro poesia.

Del resto, oggi, non vedo in giro in Italia ricerche alternative a questa che abbiamo messo in campo. Tenterò di spiegarmi. La «nuova ontologia estetica» è nata da una presa d’atto della crisi irreversibile della forma-poesia che abbiamo conosciuto nel secondo Novecento e in questi ultimi anni del nuovo secolo, è una risposta che è partita dai «fondamenti» della scrittura poetica, e, in particolare, da un nuovo concetto dei due elementi fondanti la forma-poesia: la «parola» e il «metro», entrambi visti non più come «contenitori» di grandezza fissa ma come entità a grandezza variabile; sia la «parola»che il «metro» sono entità elastiche, mutanti, noi percepiamo queste unità come enti dotati di tempo e di spazio «interni», non solo «esterni» come intendeva la poesia tradizionalmente novecentesca ed epigonica.

Che cosa voglio dire? Che spetta a ciascun poeta offrire una propria soluzione a questa crisi della forma-poesia e interpretazione a questi nuovi modi di intendere sia la «parola» che il «metro», e si tratta di quello che abbiamo denominato «tempo interno», che non è da intendere come un tempo interno fisso valido per tutti ma come una temporalità interna all’oggetto e al soggetto e una spazialità interna al soggetto e all’oggetto, per dire così.

Non era Tynianov che 100 anni fa ha scritto che «si può scrivere poesia anche senza una unità metrica»?

Cito a memoria. se noi accettiamo questo assioma possiamo concludere che oggi si può parlare non più di unità metrica ma di «unità metriche», ciascun poeta ha il diritto di sperimentare nuove e diverse «unità metriche», non dobbiamo farci intimidire da coloro i quali stigmatizzano che la nostra non è poesia ma prosa travestita da poesia, questi rilievi li restituiamo volentieri ai mittenti.
È di questi giorni la scoperta scientifica di una nuova forma di esistenza della materia: un «cristallo temporale» che ha una struttura atomica che cambia nel tempo: l’itterbio. Incredibile, vero? la scienza ci viene in aiuto mostrandoci che anche la materia può avere una struttura atomica mutagena. E perché non possiamo pensare allo stesso modo la poesia? Perché non possiamo pensare ad una poesia che è retta non più da una struttura atomica fissa ma da una mutabile nel tempo? (esterno ed interno?)».

Il frammento e la citazione nella poesia di Mario Gabriele rappresentano, in quanto finzione, il limite dell’ordine simbolico, un ordine simbolico che abita la zona anestetizzata dall’esistenza dell’universo mediatico.

Ecco la ragione della assoluta modernità della poesia di Gabriele.

Sul «Frammento»

Riporto un frammento di una mia riflessione già apparso su questa Rivista sulla poesia di Mario Gabriele:

“Mario Gabriele utilizza il «frammento» come una superficie riflettente, un «effetto di superficie», un «talismano magico», una immagine di caleidoscopio, un «cartellone pubblicitario»; impiega il «frammento» e la composizione in «frammenti» come principio guida della composizione poetica; ma non solo, è anche un perlustratore e un mistificatore del mistero superficiario contenuto nei «frammenti», ciascuno dei quali è portatore di un «mondo», ma solo come effetto di superficie, come specchio riflettente, surrogato di ciò che non è più presente, simulacro di un oggetto che non c’è, rivelandoci la condizione umana di vuoto permanente proprio della civiltà cibernetico-tecnologica. È una poetica del Vuoto, una poesia del Vuoto. E il Vuoto è un potentissimo detonatore che l’innesco dei «frammenti» fa esplodere. La sua poesia ha l’aspetto di un fuoco d’artificio  che si compie in superficie; si ha l’impressione, leggendola, che si tratti di una diabolica macchinazione della simulazione e della dissimulazione, ci induce al sospetto che sia la nostra condizione umana attigua a quella della simulazione e della dissimulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo, non riusciamo più a distinguere la maschera dalla «vera» faccia. La poesia diventa un gelido e algebrico gioco di simulacri, di simulazioni e di dissimulazioni, una scherma di sottilissime simulazioni, citazioni, reperti fossili, lacerti del contemporaneo utilizzati come se fossero del quaternario. È una poesia che ci rivela più cose circa la nostra contemporaneità, circa la nostra dis-autenticità di quante ne possa contenere la vetrina del telemarket dell’Amministrazione globale, ed è legata da analogia e da asimmetria al telemarket, danza apotropaica di scheletri semantici viventi…

Ricevo da Ubaldo de Robertis questa citazione di Osip Mandel’stam sulla poesia. Credo che si attagli perfettamente alla poesia di Mario Gabriele e alla nostra sensibilità:

“Non chiedete alla poesia troppa concretezza, oggettività, materialità. Questa pretesa è ancora e sempre la fame rivoluzionaria: il dubbio di Tommaso. Perché voler toccare col dito? E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica? La cosa è forse padrona della parola? La parola è psiche. La parola viva non definisce un oggetto, ma sceglie liberamente, quasi a sua dimora, questo o quel significato oggettivo, un’esteriorità, un caro corpo. E intorno alla cosa la parola vaga liberamente come l’anima intorno al corpo abbandonato ma non dimenticato. […] I versi vivono di un’immagine interiore, di quel sonoro calco della forma che precede la poesia scritta. Non c’è ancora una sola parola, eppure i versi risuonano già. È l’immagine interiore che risuona, e l’udito del poeta la palpa.

(Osip Mandel’stam, in La parola e la cultura).

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Il treno del tempo: successione, salto in avanti, salto all’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa, reversibilità, irreversibilità

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18242

Torniamo alla lettura della poesia. Precisamente a questi versi della poesia di Mario Gabriele:

Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
separava la pula dal grano,
chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
Fermo sul binario n. 1 stava il rapido 777.
Pochi libri sul sedile. Il viso di Marilyn sul Time.

In questo testo poetico la profondità del tempo è diventata profondità dello spazio. Il treno del tempo: successione, salto in avanti, salto all’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa, reversibilità, irreversibilità etc., è diventato il treno dello spazio. Il lettore nell’atto della lettura è costretto a cambiare continuamente il suo registro temporale, con l’effetto che il tempo diventa, magicamente, spazio. Il tempo si è spazializzato, ha assunto profondità spaziali. E lo spazio si è temporalizzato.

L’esperienza umana del Soggetto è scomparsa, è uscita fuori dell’orizzonte degli eventi della poesia. La poesia di Gabriele si è liberata del pesante fardello di un orizzonte di lettura unilineare e unitemporale, qui si aprono diversissime direzioni temporali che diventano direzioni spaziali. La spazializzazione del tempo è una delle caratteristiche precipue di questo tipo di poesia che io ho indicato con la denominazione di Nuova Ontologia Estetica perché i suoi assunti sono, in guise diverse da ogni autore, adottati da vari poeti che seguono questa nuova ontologia ciascuno con modalità stilistiche proprie. Così, il tempo diventa visibile attraverso lo spazio. Accostare tessere diversissime in un insieme, in un mosaico, diventa un puzzle, un Enigma che può anche non essere interpretato perché è prioritario per l’Enigma essere vissuto. Per sua essenza, l’Enigma rifugge da atti di padronanza categoriale, e rifugge da letture unidirezionali. Il «tempo interno» è nient’altro che questo processo che interviene tra l’autore e il lettore, ma è anche una caratteristica di ogni singola «tessera» o «immagine»; in fin dei conti, ogni «immagine» è analoga all’altra, c’è nell’orizzonte degli eventi del mondo e non ha bisogno di essere spiegata ma è un darsi e un moltiplicarsi di superfici riflettenti nelle quali l’uomo contemporaneo può riflettere la sua Assenza, la sua mancanza ad essere. Una problematica di carattere squisitamente esistenzialistica..

Il tempo può essere percepito ed esperito soltanto come una delle dimensioni dello spazio, ed esso spazio è la modalità con la quale l’esistenza è stata vissuta ed esperita. Dunque, l’esistenza è dentro lo spazio e dentro il tempo come una serie di scatole cinesi.

Qui siamo davanti ad un «tempo interno» che è diversissimo dalla visione retrospettiva e memoriale di un Proust, ma più simile a ciò che nel romanzo hanno fatto narratori come Salman Rushdie con i suoi romanzi Versetti satanici (1988) e Midnight’s children (1981) e Orhan Pamuk con Il mio nome è rosso (2000) e Il museo dell’innocenza (2008). L’utilizzazione dei frammenti nel romanzo moderno è una procedura assodata da tempo, in poesia l’accademismo e la tradizionalizzazione delle forme estetiche ad opera di letterati conservatori, in poesia dicevo questa nuova forma di pensare la scrittura letteraria qui in Italia è stata osteggiata e ritardata.

Platone nel Timeo parla del Tempo Cronos come di una «icona in movimento di Aion, come di una «immagine mobile dell’eternità». È singolare che Platone per indicare il «Tempo-Cronos» ricorra alla parola «immagine». Singolare ma significativo in quanto noi possiamo afferrare qualcosa intorno al «tempo» soltanto se ce lo rappresentiamo come una «immagine», cioè attraverso una figurazione spaziale.

Chi sogna ad occhi aperti sa molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto ad occhi chiusi. La poesia di Mario Gabriele è simile ad un sogno ad occhi aperti. Ne L’interpretazione dei sogni Freud ci dice che il sogno «è una messinscena originaria», anteriore alla stessa distinzione tra «soggetto» e «oggetto». Le immagini mobili che fluttuano sulla superficie riflettente degli attimi temporalizzati della poesia di Mario Gabriele sono messe in scena sostitutive di quella originaria, sono la traduzione di concetti temporali in figurazioni spaziali.

Scrive Giacomo Marramao:

«il tempo baudeleriano si è spogliato di tutte le prerogative spaziali. Per il semplice fatto di costituire una dimensione reale dell’esperienza umana, il tempo vissuto non può assolutamente darsi indipendentemente dallo spazio. Ed essendosi in tal modo spazializzato il tempo, tutta l’esperienza vissuta appare come spazializzata. Anzi: identica allo spazio. Lo stesso tempo può rendersi propriamente visibile, essere ‘sinestesicamente’ percepito ed esperito, solo come una delle dimensioni dello spazio, che viene pertanto complessivamente a coincidere con la stessa estensione dell’esistenza […] Questo movimento è esattamente un movimento prospettico “l’atto con cui, per giungere alla profondità, si apre nel campo visivo una strada che lo sguardo percorre”. Si spiega così il significato recondito delle “magiche prospettive” che Baudelaire dispone nelle sue memorabili descrizioni paesaggistiche e che fa corrispondere le sue analisi delle tele di Delacroix alle proiezioni che l’esperienza organizza nei “quadri” del suo vissuto: “evaporazione e centralizzazione (o condensazione) dell’Io: è tutto qui (Oeuvre, II, 642). evaporazione inebriante e condensazione nel ricordo e nel rimpianto rappresentano i confini, i termini estremi, di un movimento del vissuto che tende a coincidere con lo spazio. Un’esistenza spazializzata è un’esistenza evaporata in numero: “Il numero – sottolinea Baudelaire – è una traduzione dello spazio (ivi, 663). E poiché sempre di spazio vissuto si tratta, anche il numero andrà inteso nel senso di numero vissuto. Sta qui la chiave segreta dell’immagine baudeleriana di “ripetizione”: essa prospetta la virtualità di esperire una moltiplicazione dell’esistenza attraverso un’infinita estensione di campo delle sensazioni. La moltiplicazione dell’esistenza divenuta numero dipende così da quella misteriosa facoltà di ripetere il suo salto lungo tutta la superficie dell’essere: di rimbalzare come un’eco lungo la misteriosa curva di uno spazio tempo i cui confini non sono mai tracciati definitivamente. Non per nulla i versi più belli e significativi di baudelaire sono proprio quelli che esprimono il riecheggiamento:

Comme des longs éclos qui de loin se
confondent…
C’est un cri par mille sentinelle…

Non si dà, pertanto, né reale né possibile esperienza del tempo a prescindere dallo spazio. La grande intuizione baudeleriana circa la costruzione di una profondità di campo quale condizione imprescindibile per afferrare-insieme (null’altro se non questo è il significato di “comprendere”) gli eventi che ci accadono sopravanza, in questo senso, la nozione di “tempo vissuto” di Bergson: non più Spazio come morte del tempo, estinzione della sua fluente autenticità nel rigore esclusivo della misurazione cronometrica, ma spazializzazione come conditio sine qua non per poter fare esperienza…
[…]
Poiché solo all’apparire del “perturbante” si dileguano gli idoli. Exeunt simulacra».1]

*
Il nostro modo di esistenza ha prodotto la moltiplicazione degli istanti, la moltiplicazione delle temporalità, la moltiplicazione delle immagini.
Che cos’è l’immagine? L’immagine è l’istante.
Che cos’è l’istante? Per Parmenide l’istante, o meglio l’istantaneo è: «L’istante. Pare che l’istante significhi (…) ciò da cui qualche cosa muove verso l’una o l’altra delle due condizioni opposte [del Passato e del Futuro]. Non vi è mutamento infatti che si inizi dalla quiete ancora immobile né dal movimento ancora in moto, ma questa natura dell’istante è qualche cosa di assurdo [atopos] che giace fra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo…» (Parm., 156d-e).

La moltiplicazione dell’esistenza tipica della nostra civiltà post-moderna ha prodotto la conseguenza di una moltiplicazione di superfici riflettenti quali sono le immagini nella civiltà telemediatica. Questo processo è esploso in questi ultimi decenni a velocità forsennata ed ha prodotto una profonda modificazione del nostro modo di percepire e recepire il mondo; il mondo si è frantumato in una miriade di spezzoni. Fare un processo al mondo per quanto accaduto non è nelle nostre intenzioni, questo della moltiplicazioni delle superfici riflettenti è un dato di fatto incontrovertibile e noi e Mario Gabriele non altro abbiamo fatto che prenderne atto e fare una poesia di superfici riflettenti. Questo processo epocale fra l’altro ha prodotto una conseguenza anche sull’idea di Soggetto e di Io (idea teologica e filosoficamente destituita di fondamento già da Freud e dal sorgere della psicanalisi). Il Soggetto è scomparso. È diventato un fonatore. Anche l’enunciato è qualcosa di diverso dal Soggetto enunciatore. Il predicato si è scollegato dal Soggetto. Si tratta di questioni che la filosofia del nostro tempo ha chiarito in modo ritengo sufficientemente credibile. Fare oggi una poesia del Soggetto che legifera nella sua sfera di influenza, è, a mio avviso, una ingenuità filosofica ed estetica. La poesia dell’Io è un falso, e una banalità.

Quanto ai concetti di armonia, di eufonia, di musica del verso musicale, di poesia e di anti poesia etc. sono concezioni tolemaiche legate ad una visione tolemaica e ingenua della poesia che ha fatto il suo tempo e verso i quali mi viene da sorridere, anzi, provo addirittura nostalgia per quell’età in cui si scriveva credendo ingenuamente in quelle categorie estetiche. La nuova ontologia estetica di cui qui si parla lascia questi concetti semplicemente come abiti dismessi sulla sedia a dondolo per chi vuole ancora dondolarsi in ozio intellettuale. Pecchiamo di arroganza? Forse. Non lo so. E neanche mi interessa.

G. Marramao Minima temporalia luca sossella ed. 2005 pp. 95 e segg.

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67 risposte a “LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Mario M. Gabriele: Una poesia testamentum. Inedito. Le parole con le quali è scritto questo rogito testamentario sono fantasmi linguistici, rottami, spezzoni, frammenti che un tempo hanno abitato l’universo mediatico – Il Fantasma è così al contempo un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della «Cosa significata», al declassamento ontologico del Soggetto parlante

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18158 Cari Amici,
    qui siamo davanti ad una Poesia Manifesto del nuovo modo di fare poesia, oggi. Mario Gabriele è un grande maestro di poesia, su questo non ci sono dubbi, e il mio scritto vuole essere soltanto una problematologia di ciò che è stato scritto, e non so neanche se sono stato all’altezza di questa poesia. Cmq ho tentato.

  2. Aspettando un commento più meditato, l’emozione mi porta a sottolineare “Non ha altro appiglio se non la rosa e la viola”. Dopodiché penso a quel che si dice della morte, della vita che scorrerebbe in un attimo, lucidamente, come un nastro che si riavvolge, memorie visive che ci abbandonano. Ecco, mi dico, un altro poeta dalle altezze per me inarrivabili, dal quale posso solo apprendere. Il complimento è sempre crudele per chi lo riceve, ma è così. Ancora non so quante volte vorrò rileggere, sicuramente nei momenti più impensati.

  3. Non mi curo di nuova ontologia estetica, perché non ci credo. Il poeta è il non plus ultra dell’individualità e dell’individualismo e, solo, si pone di fronte all’universo, traendone tutto dalla musica ai lacerti. Mario Gabriele è dotato di lucidità e capacità di sintesi fuori dal normale e riesce, grazie al suo talento a produrre lavori come questo, fatti di tanto che diventano un tutt’uno. La poesia può anche essere narrazione, la poesia moderna festeggia giusto quest’anno il centenario del Canto d’amore di J. Alfred Prufrock di T.S. Eliot e lo porta a una continua evoluzione, facendolo impallidire, quindi il suo lavoro non è epigonico, ma una voce nuova. Singola, tengo a precisare.

  4. Giuseppe Talìa

    I maestri si possono solo imitare, per questo a Mario M. Gabriele, che riesce ad unire e a far combaciare alto e basso, autenticità e contraffazione del contemporaneo, va questo mio ritratto:

    Mario M. Gabriele

    Ramsay disse che alla ciambella mancava il buco nero
    James appese il cappotto di Gogol mentre Godot
    En attendant discettava col sarto Petrovič sul modello
    Senza cuciture dei collant Stonehenge di Eveline
    Servirò dunque il pudding and pie direttamente sulla pietra
    Ollare, pensò Patsy, per i nuovi convitati di Georgie Porgie

  5. Giuseppe Talìa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18177
    Non curarsi di nuova ontologia significa non prendersi cura di se stesso. E’ come riflettersi in un vetro a cui mancano i matalli riflettenti. Possibile intravedere l’ombra ma non la figura nella sua interezza. Lo specchio, diceva Freud, rappresenta la costruzione dell’io, costruzione del senso di appartenenza, almeno nei bambini. Negli adulti, invece, la mancanza di una appropriata fase dello specchio (Lacan 1939) indica una mancanza di scoperta del sé, un clima emotivo in cui il gioco e l’allegria dello sguardo ha subito nel tempo una distorsione della superficie riflettente.
    Il poeta individuale e individualista ha un sapore ottocentesco, meglio diremmo prendere a prestito il ‘700, magari il Parini, (Dieci lustri ormai compito/ho di questa inferma vita./Sempre in favole ho vivuto,/e vivrò fin ch’è finita).
    La vita è una vedovanza, un harakiri della vedovanza, e non è certo un crimine la vedovanza quanto fare harakiri che presuppone un atto proprio e deliberato. Ci fosse stato lo specchio al posto del vetro, magari l’autogol ( e usiamo un pure un termine calcistico, via) sarebbe stato scongiurato. Il poeta si pone di fronte all’universo, ma deve stare attento al nodo della cravatta altrimenti si rischia che la lente di Hubble o la recente scoperta delle tre sorelle della Terra nella costellazione dell’Aquario sia in posizione e che lo scatto non risulti sfocato. Il poeta deve saper separare la crusca dal grano, ma conoscere la Crusca quale intendimento purista alla macinazione del grano. Fatti inculcare, per esempio è crusca o grano?

  6. giorgio linguaglossa
    5 gennaio 2017 alle 19:24

    LA NUOVA ONTOLOGIA POETICA

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/05/la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-dialogo-tra-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-il-quadridimensionalismo-il-senso-maurizio-ferrar/comment-page-1/#comment-17085
    premesso che sono un apprendista filosofo, ritengo che non sia immediatamente utile parlare del «frammento» come il risolutore del fare poesia. Il «frammento» è importantissimo, ma bisogna intendersi DI CHE COSA il frammento è lo «specchio». Da questo punto di vista, ci rendiamo conto che il «frammento» non è così semplice da afferrare, altrimenti tutti diventeremmo poeti e pittori e scrittori, ma è un qualcosa che c’è e non c’è, per afferrare il «frammento» io penso che dobbiamo ricorrere al concetto di messinscena. Non c’è «frammento» senza messinscena. Il «frammento» è ragguagliabile ad un attore tra tanti attori che, tutti insieme, rendono possibile una messinscena.

    Noi sappiamo che la realtà non è il reale per Lacan. La realtà è il reale coperto dall’immaginario e dal simbolico. La freccia che va dall’Immaginario al Simbolico è la freccia del senso. La dimensione della verità implica il rapporto tra immaginario e simbolico. La verità si dà come simbolizzazione dell’immaginario. Ogni volta che accade la simbolizzazione dell’Immaginario c’è effetto di verità. Ecco, io direi che il «frammento» è ciò che rende possibile la simbolizzazione, e tramite di essa, il significato, e quindi il senso. È come un treno composto di tanti scompartimenti, di tanti vagoni. Non ci sarebbe il treno se non ci fossero gli scompartimenti.

    Andare alla ricerca del «frammento» è come andare alla cattura di farfalle senza l’acchiappafarfalle. Ad un poeta che per tutta la vita ha pensato e poetato in modo tradizionale non ci sarà «frammento» che tenga, non ci sarà dimostrazione filosofica che sia ritenuta sufficiente. E qui la penso come Mario Gabriele. Credo invece più sensato approcciarsi al problema del «frammento» dal punto di vista di una nuova ontologia estetica, qui sono tutti i valori ad essere cambiati. In questo senso parlare di metro, verso, rime, associazioni di assonanze e di rime e di tanto altro è semplicemente privo di senso; nella nuova ontologia estetica siamo fuori della vecchia ontologia novecentesca. Questo è il punto. È che per un tolemaico non sarà mai possibile pensare in termini di un copernicano. In questo senso credo che il divario tra la poesia classica del Novecento e questa che stiamo scandagliando è massimo, non c’è alcun punto di intesa, o si sta di qua, o di là.

    gino rago
    5 gennaio 2017 alle 19:25 Modifica

    Lucio,
    se poetica è intenzione d’arte dell’Autore ed estetica è dottrina della percezione del reale, passando dalle due categorie al reale fare poetico
    per frammenti non restano molte vie da percorrere se non quelle di:
    – ri-valutare già il titolo del componimento la cui importanza può essere decisiva per fare coincidere il sole dell’autore con il sole del lettore;
    – ripudiare l’Io poetante se l’io stesso si è disgregato fino a smettere d’essere l’unità di misura degli eventi e della Storia; a meno che l’io
    non si percepisca che vada dall’hic et nunc al periechon, dall’intimo quotidiano all’universale;
    – ri-sentire il fattore tempo;
    – resistere alle lusinghe degli avverbi;
    – usare tappi di cera negli orecchi per non cedere al richiamo delle sirene degli aggettivi;
    – rifondare la pregnanza dei sostantivi;
    – affidare il proprio linguaggio alla forza del punto fermo;
    – dare a ogni verso una propria compiutezza;
    – rivolgersi per come si sa e si può fare al mito per aggirare l’indicibilità della realtà contemporanea, una matrice per acqueforti deturpate;
    – superare il linguaggio come strumento di trasmissione del pensiero e della emozione nell’atto poetico in modo che sia lo stesso linguaggio
    in grado di generare significati nuovi, irripetibili…
    E’, caro Lucio, il viaggio intrapreso senza conoscere la meta; ma già il viaggio e il voler viaggiare contano non meno della meta…
    Gino Rago

    Rispondi
    Lucio Mayoor Tosi
    5 gennaio 2017 alle 19:59

    Sono d’accordo. Così, su due piedi, mi viene da aggiungere solo la rivalutazione del punto e virgola; che poi significa, ma senza ammetterlo, che si sta adottando la prosa… come una serva, perché così fanno i poeti. Al che Sagredo avrebbe da obiettare, lui che il frammento lo fa con le metafore – in parallelo con Bertoldo, anche se Roberto va per altre strade.
    Ma che avete detto al convegno di Roma?

  7. giorgio linguaglossa
    5 gennaio 2017 alle 14:21

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/05/la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-dialogo-tra-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-il-quadridimensionalismo-il-senso-maurizio-ferrar/comment-page-1/#comment-17069
    FORSE VIVIAMO TUTTI ALL’INTERNO DI UN OLOGRAMMA GIGANTE

    Fisici di tutto il mondo stanno iniziando a pensare: che quello che noi vediamo come un universo tridimensionale potrebbe essere l’immagine di un universo a due dimensioni proiettato lungo un enorme orizzonte cosmico. Sì, è roba da pazzi. La natura tridimensionale del nostro mondo è il fondamento del nostro senso della realtà tanto quanto l’idea dello scorrere del tempo. E ora, alcuni ricercatori tendono a credere che le contraddizioni tra la teoria della relatività einsteiniana e la meccanica quantistica potrebbero essere conciliate se considerassimo ogni oggetto tridimensionale del nostro mondo come la proiezione di minuscoli byte subatomici contenuti in un mondo piatto.

    Il principio olografico è stato postulato per la prima volta più di 20 anni fa come una possibile soluzione al famoso paradosso dell’informazione del buco nero di Stephen Hawking.” (Il quale sostiene, essenzialmente, che i buchi neri sembrano inghiottire informazioni, cosa impossibile secondo la teoria dei quanti.)

    Ma se il principio non è mai stato formalizzato matematicamente per i buchi neri, il fisico teorico Juan Maldacena ha dimostrato diversi anni fa che l’ipotesi olografica reggeva per un tipo di spazio teoretico chiamato spazio anti de Sitter. A differenza dello spazio del nostro universo, che su scala cosmica è relativamente piatto, lo spazio anti de Sitter ha una curvatura interna che ricorda una sella.

    Il Direttore del Fermilab Center for Particle Astrophysics Craig Hogan ha recentemente ipotizzato che il nostro mondo macroscopico sia come uno “schermo video a quattro dimensioni” creato da pezzetti simili a pixel di informazioni subatomiche trillioni e trillioni di volte più piccoli degli atomi. Ai nostri macroscopici occhi, qualsiasi cosa sembra a tre dimensioni. Ma esattamente come avvicinare la faccia allo schermo fa sì che i pixel diventino visibili, se scrutiamo abbastanza a fondo nella materia a livello subatomico, la bitmap del nostro universo olografico potrebbe rivelarsi.

    A questo punto. Se questa definizione di spazio è corretta, allora, come per qualsiasi computer, la capacità di contenere e processare dati dell’universo è limitata. Inoltre, questo limite si porterebbe dietro segnali rivelatori—il cosiddetto “rumore olografico”—che possiamo misurare.

    Come ha spiegato Hogan a Jason Koebler di Motherboard, se davvero viviamo in un ologramma, “l’effetto primo è che la realtà ha un numero di informazioni limitato, come un film su Netflix quando la Comcast non ti da abbastanza banda. È tutto un po’ sfocato e a scatti. Niente resta fermo, mai, si muove sempre un pochino.”

    Il rumore della banda della realtà, si può dire, è esattamente ciò che sta cercando di misurare il laboratorio di Hogan, usando uno strumento chiamato Holometer, che è fondamentalmente un puntatore laser molto grande e potente.

    È come se il nostro mondo tridimensionale + il tempo fosse all’interno di quattro specchi che riflettono il tutto.
    Ecco, io nelle mie poesie ultime tento di cogliere con sottilissime antenne il «vuoto». Ciò che per gli altri esseri umani è il «pieno», per me altro non è che una variante del «vuoto». Le figure retoriche individuate con acutezza da Giusepe Talia, che qui ringrazio, sono un prodotto della nuova visione del mondo (e della poesia) che sto mettendo in piedi. Francamente, mi ero annoiato della poesia che hanno scritto i poeti del Novecento italiano ed ho cercato in una nuova direzione. Esattamente in una nuova concezione dell’ontologia poetica. In base alla considerazione che non c’è nuova poesia senza una nuova concezione dell’ontologia poetica.
    Faccio una poesia brutta? Anzi, facciamo io Mario Gabriele, Steven Grieco Rathgeb e altri una poesia brutta? Non ci interessa, a noi interessa fare poesia in base ad un nuovo concetto della «realtà».

    Rispondi
    Angela Greco – AnGre
    5 gennaio 2017 alle 14:27

    “Faccio una poesia brutta? Anzi, facciamo io Mario Gabriele, Steven Grieco Rathgeb e altri una poesia brutta? Non ci interessa, a noi interessa fare poesia in base ad un nuovo concetto della «realtà».”
    (Giorgio Linguaglossa)

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18185 Cari Amici e lettori,
      la poesia non sempre trasmette emozioni. Spesso si fa portatrice di nuove identità, dopo l’inflazione del verso novecentesco, dove qualche voce costantemente ripete: “ Qui stiamo, è qui che resteremo” in un cannibalismo esterno nei confronti di ogni proposta poetica. La verità è che andando di questo passo si negano i risultati estetici, pur di rimanere nel lutto della poesia, mentre la vita evolve, si trasforma ad ogni avanzamento culturale e scientifico, nonostante le prese di posizione, cautelative e attendiste di alcuni scienziati che, se in qualsiasi teoria e forma artistica esposte non entra Dio, allora l’interrogazione (Frangwurdigkeit) dell’uomo sul mondo diventa bestemmia e desacralizzazione. La quotidianità non consente di avvertire l’avanzamento tecnologico, mentre lo smartphone finisce con l’essere superato da altre invenzioni e il peso del lavoro passa ai robot, liberando l’uomo dalla dura condanna divina. Non c’è domanda più domandabile, perché la Storia ormai l’ha definita il tempo. Solo la logica determina la conoscenza e quando essa non raggiunge tale scopo allora l’uomo ricorre alla religione. Il nostro essere nel futuro è nella evoluzione dei fenomeni. Gli stati d’animo sono minimi frammenti rappresentati dall’ansia e dal nihil. La nostra malattia è il ristagno del pensiero, la non vicinanza al collettivo. L’inerzia culturale (Tradizione) è decadimento di fronte alla (Evoluzione) .Il poeta, secondo Heidegger, “non è colui che compone versi per la consolazione di ragazzette trepidanti, né una stimolazione per esteti che credono che l’Arte sia destinata al godimento e al lezioso compiacimento”.Queste cose possono essere espresse da ogni poeta con il linguaggio che gli è proprio, senza ritenere il pensiero il centro della Verità, perché una cosa è credere alle illusioni, e un’altra è accettare la realtà così come essa si presenta. Nel suo commento critico, Giorgio Linguaglossa ha tracciato un percorso dagli innumerevoli raccordi estetici, aprendo visioni del tutto inedite su strofe e frasari. Di questo non posso che essergli profondamente riconoscente, anche perché questo modo di incidere su una lettura a più sfaccettature, mette in un angolo incomprensioni di qualsiasi natura, favorendo il passaggio poetico al lettore in modo da non lasciarlo nel deserto della interpretazione.

  8. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18186 L’io rimuove lo spiacevole dal piacevole. Con la poesia per frammenti le parti, e gli opposti, tornano a riunirsi. Si forma una danza, all’inizio un po’ zoppa. Poi si volteggia come fa Gabriele. La mente duale cambia, non è conflitto ma risorsa. Comprendo quindi che Ologramma è l’unità composta da frammenti di “senso”. Ora sappiamo – perché vediamo a distanza ma allo stesso tempo all’interno coinvolti – che il “senso” come l’intendevamo era frammento di senso. Talvolta un singhiozzo, talaltra un asteroide.

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18188 La poesia inedita di Mario M. Gabriele
    inizia senza preamboli con dei frammenti, scanditi da punti; tuttavia sembra prestarsi per uno svolgimento lineare: I convenuti, Chiesero, A sinistra.
    Da “Solo il Verbo può giudicare.” ( verso tagliente e avviso per naviganti) in poi – come per avvertire il lettore e quasi sulla falsariga della Commedia – sarà opportuno lasciar ogni speranza perché i motori a turbina rallenteranno solo sul finire, per arrestarsi dolcemente sul francesismo. In discesa son parecchi piani, 40 per l’esattezza.
    Ecco, io più di questo non saprei dire. Ma penso che anche un critico professionista avrebbe molti problemi da risolvere, perché LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA è nuova critica, e si ha la sensazione di stare alla costruzione delle fondamenta. Compito immane per il nostro stimatissimo e amato Giorgio Linguaglossa. Preziosissime saranno le riunioni alla libreria romana.

    • Ecco, io più di questo non saprei dire”. Non è vero, Lucio, Tu oltre ad essere un ottimo pittore e poeta sei anche un Globebuster delle parole coperte di metafore, così come le hai disvelate dal mio testo.Grazie

  10. Claudio Borghi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18193 In un ologramma ogni frammento contiene il tutto: se si taglia in parti un ologramma, ciascuna contiene l’oggetto intero. La nuova ontologia estetica si direbbe fondata in non trascurabile misura sul principio olografico, spesso citato da Giorgio Linguaglossa. Chiedo un chiarimento circa una possibile contraddizione. Nella poetica del frammento ogni verso si direbbe formare un universo a sé, denso e autonomo aggregato di senso (il concetto è stato espresso da Linguaglossa ma anche da Gino Rago, e trova fertile applicazione nel testo qui postato di Mario Gabriele, ma anche in tanti altri dello stesso autore, e non solo, che ho letto sulla rivista), non contiene quindi il tutto, ma funziona come atomo autonomo, come una goccia iperdensa che racchiude immagine, emozione (più in Rago che in Linguaglossa o Gabriele) e narrazione, a testimoniare la lacerazione e l’indicibilità dell’essere. Il principio olografico, quale è stato concepito in fisica (nell’ambito della gravità quantistica, da Gerard Van ‘t Hooft), contiene a ben vedere un’idea contraria, nel senso che ogni frammento di realtà è in un certo senso un microcosmo compiuto, in un’ottica oserei dire neorinascimentale. Come si giustifica, nella nuova ontologia estetica, fondata sulla crisi dell’io che può solo gestire particelle di sé che mai più potranno ricomporre un’unità coerente e rassicurante, il richiamo a un principio nelle cui fondamenta (perlomeno per come è concepito da Van ‘t Hooft a partire dall’interpretazione di David Böhm della meccanica quantistica) è contenuta la possibilità di una nuova sintesi armonica, su base scientifica, del cosmo, in profondo accordo con le filosofie orientali, a cui lo stesso Böhm si era avvicinato (vedi la teoria dell’ordine implicato e il confronto mistico-scientifico con Krishnamurti), costruendo un dialogo quanto mai intenso e proficuo, nell’ottica di un confronto aperto e di una possibile sintesi tra fisica e spiritualità?

  11. L’universo si espande, la memoria é gravità? Chi o cosa é l’universo,una trama, tanti frammenti la formano ,e questa non é scissa ma coesa e sta nello spazio tempo vissuto

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18198 Caro Claudio Borghi,
    se invece di sollevare vere o presunte contraddizioni nelle teorie scientifiche dell’ologramma, tu cercassi di entrare nell’ordine di idee della «Nuova ontologia estetica», penso che la tua poesia ne otterrebbe grandissimi vantaggi. Figurati che io ritengo che la contraddizione (contraddirsi) è un momento positivo del filosofare; non si contraddicono soltanto i filosofi dogmatici e chi pensa con il pensiero dell’Identità: che tutto sia uguale a tutto. Falso idolo delle religioni rivelate e delle filosofie fasulle.
    La tendenza infuturante del tempo storico progressivo, la cui prospettiva volge al futuro la fronte (e non le spalle, come l’angelo di Klee, il cui viso è invece rivolto al passato) e trasforma la catastrofe della storia in una trionfale «catena di eventi», rappresenta il fattore X che ha espropriato gli uomini non solo del passato (ridotto a una immagine saponetta, l’immagine della tradizione illusoria e neutralizzato dall’idea del Museo e del patrimonio culturale), priva gli uomini ANCHE della dimensione del Futuro.
    Caro Claudio Borghi, il Futuro infuturante si è svuotato. Anche il passato si è svuotato. Quello che tu stimi in poeti della trascorsa civiltà letteraria (come si diceva una volta) Bertolucci e Bacchini, semplicemente non c’è più (lasciamo stare se sono stati dei poeti grandi, piccoli o medi). Oggi per fare poesia dei nostri tempi dobbiamo accettare questo assunto, che «La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini», e che «i popoli felici non hanno storia» (Queneau).

    Stavo pensando alla profondità di quel pensiero di Benjamin sulla JETZTZEIT, SULL’«ADESSO» O «TEMPO-ORA» come rottura del continuum del «Progresso», del «C’era una volta nel bordello dello storicismo e la Rappresentazione del passato».

    Tutto sommato, caro Claudio Borghi, quella speculazione benjaminiana trova un calzante inveramento nelle tesi che abbiamo sviluppato come Fine delle Storia e Fine della Modernità sulla scorta del pensiero di un Lyotard (1979)… Insomma, tutte queste superfici riflettenti, tutti questi specchi per le allodole che sono i frammenti di Mario Gabriele, in fin dei conti sono uno dei momenti più alti della poesia italiana di oggi, dopo un sonno durato cinque decenni e più, non credi?
    Piuttosto, sarei curioso di sapere cosa ne pensi della poesia qui postata di Mario Gabriele.

  13. Claudio Borghi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18199 Caro Giorgio,

    io non ho sollevato contraddizioni nella teoria scientifica, ma nell’uso che se ne fa all’interno della nuova ontologia. Ho posto una questione a mio avviso importante nell’ottica di una chiarificazione concettuale, al solito serenamente, senza alcun intento provocatorio. Tu non mi rispondi rilanciandomi un’altra domanda. Confesso l’ennesimo disorientamento. In definitiva, laddove vengono toccati punti critici, la discussione si arena e si crea la barriera: di qua gli innovatori, di là i tradizionalisti, che dovrebbero mettere da parte poeti e poetiche ormai superati. “Futuro infuturante svuotato” e “passato svuotato” sono enunciati di cui confesso che mi sfugge, a parte l’effetto, il senso effettivo. Non c’è futuro senza passato e senza tensione dialettica che nasce dal passato. L’evoluzione è sempre sofferenza, in quanto nasce dalla vita. Chi sarebbero (domanda retorica, a questo punto…) i popoli o i presunti artisti felici (in quanto inconsapevoli) a cui, citando Queneau, tra le righe alludi?

    Quanto a Mario Gabriele, ho già avuto modo di apprezzarne la scrittura, e colgo con piacere in questo testo la citazione (chiaramente precedente il nostro confronto) di Escher, a cui avevo fatto riferimento in un mio commento circa un suo lavoro su cui mi aveva chiesto di esprimere un parere. La ricerca letteraria che nasce da una autentica vicissitudine esistenziale e da una profonda ricerca formale suscita sempre in me il massimo rispetto.

  14. LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18200
    Caro Claudio,
    io non sono un filosofo sistematico, un filosofo dell’Identità, io non devo difendere alcun pensiero… sono un autore che riflette sul proprio tempo e sulla poesia dei poeti di oggi. In tal senso, è ovvio che se tu estrapoli una frase da un commento a un poeta X e un’altra frase da un commento a un poeta Y, troverai delle differenze e delle contraddizioni, il problema non è mio ma del «reale» il quale è molto complesso e ci pone continuamente davanti a delle contraddizioni, delle diversità…

    La teoria dell’ologramma della nuova poesia ontologica vuole spingere a pensare un nuovo modo di pensare quello che è il simbolo, il frammento, la parola, il metro etc. Poi, se nel frammento di Mario Gabriele c’è o no il Tutto, questo lo lascio volentieri ai filosofi dell’Identità e della Incontraddittorietà dell’Essere; certo, il frammento è un microcosmo che abita il macrocosmo, certo, il frammento di Mario Gabriele è diverso dal frammento di una mia poesia o di quella di Gino Rago o di Mayoor Tosi etc. ciascuno vive e interpreta il frammento secondo la propria sensibilità estetica, in ciò non ci vedo alcuna contraddizione… La nuova ontologia estetica non è un dogma che una volta posto diventa incontraddittorio, si tratta di un pensiero estetico in divenire, in mutazione costante… è questa la sua ricchezza, credo.

    «IL PUNTO CHE è POSTO COME IDENTICO è UN NON IDENTICO» (SEVERINO). Dimoriamo nel bel mezzo del nichilismo, ne abbiamo preso atto. Il nostro modo di essere contemporanei è essere completamente nichilisti: non vogliamo istituire né restituire né ricomporre l’infranto, né un pensiero infuturante né un pensiero del passato perché ricadremmo nelle stesse contraddizioni del pensiero dell’Identità, non vogliamo alcuna «armonia», come tu scrivi, per il semplice fatto che stiamo (dimoriamo) da tanto tanto tempo al di fuori di qualsiasi «armonia». Quel concetto di «armonia» di un tempo non ci interessa più

  15. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18201 E’ quella che Harold Bloom ne “Il canone occidentale” ha identificato come
    “la metafora del vuoto” – interpretando i versi di Emily Dickinson e legandoli a quelli di Emerson e soprattutto di Stevens – la cifra dominante della poesia di Mario Gabriele, sapientemente peraltro letta in tutti i commenti presenti in questa pagina.
    E Giorgio Linguaglossa coglie il centro di gravità di questa lirica di Mario Gabriele quando la indica come innegabile “Manifesto” del nuovo fare poetico, tenuto a battesimo e sostenuto dalla nostra Rivista. Lirica che è frutto finale e assai succulento di un lungo lavoro di forbici e di lima di Mario Gabriele, lavoro incentrato su una sorta di rivoluzione formale della nuova poesia, del nuovo fare poesia (poesia della nuova ontologia estetica)
    Perché, fra le altre consapevolezze di Mario Gabriele, ( come del resto cogliemmo anche nelle poesie di Giorgio Linguaglossa, di Steven Grieco-Rathgeb, in alcune di Antonio Sagredo, di Letizia Leone, di Lucio Mayoor Tosi, di Giuseppe Talìa, di Costantina Donatella Giancaspero, di Angela Greco, fra gli altri/e), il “vuoto” non coincide con il “nulla”, essendo il “vuoto”
    da questi poeti inteso, riguardato, come un’altra forma di materia, con un altro tempo che Giorgio Linguaglossa a più riprese ha indicato come “tempo interno”, quel tempo astorico e che fra i versi non genera attriti.
    Poiché i versi di Mario Gabriele, essendo tutti “versi compiuti” e ben sostenuti dal punto, scivolano gli uni sugli altri senza dissipazioni né di significato né di emozioni né di pensieri. Un po’ come succede nelle poesie
    degli scandinavi, con Espmark in testa “(…) la creazione non è ancora finita./ Dev’essere aiutata./ E’ piena di tracciati che aspettano i passi.”
    Cioè, Mario Gabriele come Espmark ha il futuro alle spalle, il passato dinnanzi agli occhi ma ancora troppo distante per esser colto e il presente
    nel pensiero, nelle emozoni, nelle suggestioni remote e vicine al punto che ogni evento si verifica in Gabriele adesso e qui e soltanto in lui, per lui…
    Gino Rago

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18202
    “Le passioni minime vennero con gli umori di Medea,
    di fronte alle arti visive di Cornelis Escher.”
    Confermo: ogni frammento contiene il tutto: della poesia di cui si sta parlando, nonché il tutto di Medea e dell’arte di Escher. Ma proprio perché frammento, rinuncia a scrivere trattati esaurienti su ciascuna unità. Si suppone che il lettore ne sia già al corrente. E poi non è di questo e quest’altro che si vorrebbe parlare:
    Et c’est la nuit, Madame ( e caro Borghi), la Nuit!. Je le jure, sans ironie.

    All’inizio della poesia – son due agglomerati – assistiamo ad una conversazione, tanto sofisticata quanto squinternata, tra un turista e l’abetino; nel mentre che “Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
    separava la pula dal grano ” e appare Marilyn; “verdi boschi e alberi profumati, / come in un trittico di Bosch”. E quel “campanaccio” è ancora “la nuit”.
    Tutto è mostrato, anche quel che vien detto.

  17. Cari Amici,
    a chiusura dei vostri commenti, che ho molto apprezzato nella profonda e qualificata diversità estetica, relativa alla lettura del mio testo, desidero esprimere la mia riconoscenza e gratitudine per quanto avete scritto, in particolare a Lucio Mayoor Tosi, ad Almerighi al quale auguro un ben tornato nel Blog con tanti auguri per il suo nuovo volume bilingue, a Giuseppe Talìa, a Claudio Borghi, a egillarosabianca Kartine, a Gino Rago e a Giorgio Linguaglossa, che ad ogni post mette il meglio della conciliazione e della dialettica democratica tanto da far meritare a questo Blog 2064 digitalizzazioni, che sono un vero primato, e infine a coloro che interverranno dopo questo ringraziamento. A voi un augurio di buona produzione poetica e grazie.

  18. Claudio Borghi

    Credo che questa discussione possa trovare una sintesi solo in quello che ha scritto, con la perspicacia e l’arguzia che lo contraddistinguono, Flavio Almerighi: ogni poeta è un universo a sé e non c’è poetica unitaria che possa comprenderne tanti in modo coerente. Una poesia semplicemente mostra sé. Non esistono né la filosofia né la scienza. Esiste il mondo. E il mondo mostra sé. E’ il mistico, direbbe Wittgenstein. Il mistico non va cercato in un oltre trascendente. Il mistico è il reale, nel senso di supremo mistero che si dona in ogni istante e che la poesia cerca, nei limiti del possibile (cioè nei limiti del linguaggio) di dire.

  19. caro Claudio,
    non condivido la tua conclusione semplicizzante: nella nebbia del misticismo tutte le vacche diventano bigie scriveva un tempo Hegel. Così facendo, potremmo chiudere qui tutte le ricerche e andarcene a casa. E invece le cose sono molto più complesse, la ricerca in arte è indispensabile. Lo ripeto ancora una volta: qui si tratta di una nuova ontologia estetica, fondata su concetti nuovi… Poi, chi vuole restare a cullarsi che la poesia è ciò che viene all’improvviso calata dal cielo… senza sforzi né ricerche, si accomodi…

  20. Claudio Borghi

    No, Giorgio, chiaramente non intendevo questo. La mia allusione al mistico è nel senso di Wittgenstein, non della hegeliana “notte in cui tutte la vacche sono nere”. Ho esplicitamente scritto che il mistico in cui lo intende Wittgenstein è il reale che mostra sé, non una vuota entità trascendente.
    Il cielo non c’entra.
    Il mio è l’ennesimo tentativo di fare sintesi e trovare un punto di contatto caduto in un fraintendimento. Evidentemente non riesco a spiegarmi.

  21. L’ASSENZA DEL RE E LA NUOVA RAPPRESENTAZIONE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/05/la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-dialogo-tra-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-il-quadridimensionalismo-il-senso-maurizio-ferrar/comment-page-1/#comment-17055
    Ecco come, attraverso la lettura del quadro di Velazquez Foucault spiega che cosa c’è nella rappresentazione del quadro Las Meninas:

    Questa lacuna è dovuta all’assenza del re – assenza che è un artificio del pittore. Ma questo artificio cela e indica un vuoto che è invece immediato: quello del pittore e dello spettatore nell’atto di guardare o comporre il quadro. Ciò accade forse perché in questo quadro, come in ogni rappresentazione di cui, per così dire, esso costituisce l’essenza espressa, l’invisibilità profonda di ciò che è veduto partecipa dell’invisibilità di colui che vede – nonostante gli specchi, i riflessi, le imitazioni, i ritratti.

    Tutt’attorno alla scena sono disposti i segni e le forme successive della rappresentazione; ma il duplice rapporto che lega la rappresentazione al suo modello e al suo sovrano, al suo autore non meno che a colui cui ne viene fatta offerta, tale rapporto è necessariamente interrotto.

    È questa lacuna, questo vuoto, oggetto di sguardi, ciò intorno a cui la rappresentazione sorge. Nel quadro si ha un principio di dispersione, in modo che per chi osserva sia innestato in un gioco di rimandi continuo, sfiancante, entro cui si dà la scena del quadro: lo sguardo del pittore sull’oggetto della rappresentazione, la piccola principessa colta nel momento in cui sembra stornare gli occhi dalla coppia reale, la governante che riserva invece tutta la sua attenzione alla piccola principessa, e dietro le due figure di un uomo e di una donna, l’uno con sguardo compiaciuto ma quasi cancellato, l’altra che sembra in atto di rivolgerli parola distraendosi da quel che accade. Più avanti una coppia di nani, anche in questo caso, come nota Foucault, uno dei due guarda la coppia regale mentre l’altro svia lo sguardo affaccendato in altro. Sulla sinistra invece, ecco parte della scena che il pittore va dipingendo, al confine fra la tela, di cui vediamo il telaio, e il presunto oggetto della rappresentazione, ci sono i due regali. Nello specchio s’incornicia l’immagine riflessa dell’assenza, di quanto resta invisibile allo spettatore e di cui, in verità, non si può dedurre la natura di riflesso: se sia cioè immagine del dipinto o immagine diretta della coppia regale che giace in posa dietro la tela. E infine sul fondale, dietro una porta, appare una figura vestita di nero, che sembra di passaggio, ferma sulla soglia, come se fosse emersa da altrove. Resta lì, immobile, assumendo la posa di uno sguardo che si dispiega su tutta la scena a mo’ di osservatore distratto ma incuriosito. È lì, forse, che si raccoglie, magari non nelle intenzioni del pittore, la dimensione visiva della rappresentazione, quanto insomma oltre a dare profondità al dipinto sembra alludere a una sorta di mise en abîme.

    (A. Ciappa)

    • Mi permetto di osservare che la figura sul fondo, dietro la porta, non è altro che l’immagine riflessa in uno specchio del re mentre fa il suo ingresso in scena: non si tratta di un’apertura ma di uno specchio riflettente quel che non possiamo vedere: il davanti all’opera. Questa interpretazione ci permette di apprezzare la coraggiosa ironia dell’artista nel porre come ultimo, in grado di importanza, niente meno che il Re – tenuto conto che era il committente dell’opera! – Ma potrebbe essere che Filippo IV abbia chiesto espressamente a Velazquez di realizzare un dipinto celebrativo della famiglia reale, e l’abbia chiesto a Velazquez proprio perché sapeva delle capacità innovative dell’artista. Dico questo non per invalidare le considerazioni di Giorgio che prendono spunto da Las Meninas, solo vorrei sottolineare l’ironia: la stesa che non viene mai a mancare nelle poesie di Mario Gabriele.

  22. Ripropongo un Commento di MARIO GABRIELE:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/05/la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-dialogo-tra-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-il-quadridimensionalismo-il-senso-maurizio-ferrar/comment-page-1/#comment-17068
    Caro Flavio,
    il tuo intervento ha aperto la strada a molte considerazioni, tutte esplicative del nuovo modo di procedere per frammenti, considerato dai più, come anomalia stilistica. La spezzettatura è una interruzione di un discorso largo e omogeneo. Una sorta di collage espressivo, che non è vaniloquio, sia chiaro, ma trapianto lessicale che si immette in ogni confine e spazio, come identità, struttura polivalente, e sinergismo identitario di un humus che ricrea l’impossibilità dell’essere. Più dettagliatamente sono i percorsi “didattici” sui frammenti, espressi da Linguaglossa , che vanno seguiti attentamente, altrimenti si corre il rischio di non metabolizzarli, confondendoli con qualcosa di astruso, di estraneo, come una sobillazione ideologica e strutturale.Questa forma stilistica ,proprio perché è avant -garde rispetto alla poesia di 50 anni fa,è il naturale evolversi del linguaggio poetico, che assembla in sé anche le derivazioni di un mondo in continua evoluzione e tecnicismo. L’impossibilità di collocarsi in questa dimensione da parte di altri poeti, deriva dal fatto che l’esperienza sensoriale del reale acquisita nel passato non si connette con la “nuova ontologia estetica”. Quando si scrivono testi come quelli di Steven Grieco Rathgeb, di Sagredo, di Linguaglossa e di altri, e se mi è permesso di citare anche i miei Cantos, accolti in questa sede, non si può essere titubanti a tal punto da nullificare questi risultati inserendoli in una “black list” da parte di chi crede che la poesia debba appartenere solo al passato e ai vecchi argomenti.Se la fortuna ci assiste, ci impegneremo a superare anche questa linea poetica alla quale siamo pervenuti con grande disponibilità, lasciando dietro di noi le tombe poetiche di Tutankhamon.

  23. LA NUOVA ONTOLOGIA POETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/05/la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-dialogo-tra-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-il-quadridimensionalismo-il-senso-maurizio-ferrar/comment-page-1/#comment-17085
    premesso che sono un apprendista filosofo, ritengo che non sia immediatamente utile parlare del «frammento» come il risolutore del fare poesia. Il «frammento» è importantissimo, ma bisogna intendersi DI CHE COSA il frammento è lo «specchio». Da questo punto di vista, ci rendiamo conto che il «frammento» non è così semplice da afferrare, altrimenti tutti diventeremmo poeti e pittori e scrittori, ma è un qualcosa che c’è e non c’è, per afferrare il «frammento» io penso che dobbiamo ricorrere al concetto di messinscena. Non c’è «frammento» senza messinscena. Il «frammento» è ragguagliabile ad un attore tra tanti attori che, tutti insieme, rendono possibile una messinscena.

    Noi sappiamo che la realtà non è il reale per Lacan. La realtà è il reale coperto dall’immaginario e dal simbolico. La freccia che va dall’Immaginario al Simbolico è la freccia del senso. La dimensione della verità implica il rapporto tra immaginario e simbolico. La verità si dà come simbolizzazione dell’immaginario. Ogni volta che accade la simbolizzazione dell’Immaginario c’è effetto di verità. Ecco, io direi che il «frammento» è ciò che rende possibile la simbolizzazione, e tramite di essa, il significato, e quindi il senso. È come un treno composto di tanti scompartimenti, di tanti vagoni. Non ci sarebbe il treno se non ci fossero gli scompartimenti.

    Andare alla ricerca del «frammento» è come andare alla cattura di farfalle senza l’acchiappafarfalle. Ad un poeta che per tutta la vita ha pensato e poetato in modo tradizionale non ci sarà «frammento» che tenga, non ci sarà dimostrazione filosofica che sia ritenuta sufficiente. E qui la penso come Mario Gabriele. Credo invece più sensato approcciarsi al problema del «frammento» dal punto di vista di una nuova ontologia estetica, qui sono tutti i valori ad essere cambiati. In questo senso parlare di metro, verso, rime, associazioni di assonanze e di rime e di tanto altro è semplicemente privo di senso; nella nuova ontologia estetica siamo fuori della vecchia ontologia novecentesca. Questo è il punto. È che per un tolemaico non sarà mai possibile pensare in termini di un copernicano. In questo senso credo che il divario tra la poesia classica del Novecento e questa che stiamo scandagliando è massimo, non c’è alcun punto di intesa, o si sta di qua, o di là.

  24. LA VENUTA DELL’ESTRANEO – UNA POESIA DI GIORGIO LINGUAGLOSSA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/05/la-nuova-ontologia-estetica-la-nuova-poesia-dialogo-tra-giorgio-linguaglossa-e-mario-m-gabriele-una-poesia-inedita-di-giorgio-linguaglossa-il-quadridimensionalismo-il-senso-maurizio-ferrar/comment-page-1/#comment-17095
    A differenza di Salvatore Martino, trovo la poesia di Linguaglossa, bellissima, egli ha raggiunto una sua classicità, questa è una poesia non-ritmica, non-musicale eppure così piena di ritmo, scansione, e musicalità. Un coltello che taglia quello che intende tagliare. Immagini folgoranti, smaglianti, che scavano nei vuoti trovando nuovi vuoti.
    Per un giovane poeta una vera e propria lezione e ispirazione, e oltretutto limpida, chiara come l’acqua.
    Ho però un problema con il quadridimensionale, perché penso in questo di non condividere affatto il pensiero filosofico occidentale, che nei momenti più delicati non manca di mostrare quella sua tipica infantilità di fronte al mistero del cosmo. E spiego perché.
    Tre anni fa io ho introdotto su questo blog la nozione di poesia tri-dimensionale non perché fosse una mia idea scaturita dal nulla, ma perché è quello che io e il mio amico erudito di Tokyo abbiamo potuto evincere studiando a fondo il waka del periodo Heian. In quei waka, come in nessuna poesia di nessuna altra tradizione poetica o di nessun altro tempo, in quel waka, dico, si può come lettore o critico o traduttore entrare virtualmente, e osservare ciò che il poeta stava facendo quando la concepì e vi dimorò per il tempo necessario per ultimarla. E’ una cosa spettrale, ma tutti gli oggetti sono,come dire, al loro posto. Il lettore può anche aggiungere i pezzi non collocati là dal poeta: questo significa la perfezione della poesia: lasciare che il lettore la completi.
    Quindi “tri-dimensionale” solo in stretto senso poetico, non ontologico. La poesia si fa sempre da sola e senza voli che la estrapolano fuori di se stessa. La poesia è una cosa brutale, semplicissima: o funziona o non funziona: o è un gioco di parole, o dischiude orizzonti. La poesia di Giorgio lo dimostra ampiamente!
    Per quanto riguarda la quadridimensionalità di cui si parla in questo post, non mi posso trovare d’accordo, perché mi iscrivo piuttosto al pensare e sentire di queste due citazioni di un Maestro di filosofia giapponese del XII sec.:

    “Essere-tempo (uji) significa che il tempo è l’essere, l’esistenza è tempo…”

    “Il significato centrale dell’essere-tempo è che tutti gli esseri nel mondo intero sono in relazione reciproca e non possono essere mai separati dal tempo.”

    Dice il musicologo G. Pasqualotto nel suo saggio “Musica e risveglio”: “In questi due passi… è condensata ed implicita l’dea secondo la quale è inutile porsi il problema dell’esistenza o meno del tempo come realtà indipendente dagli esseri e dalle cose, perché il tempo non è un ‘recipiente’ in cui esseri e cose possano essere poste o tolte, ma è un fattore costitutivo degli esseri e delle cose, una loro componente essenziale.
    Detto per via ‘negativa’: esseri e cose ‘fuori’ dal tempo non esistono, ma nemmeno esistono ‘nel’ tempo.
    Detto per via ‘positiva’: esseri e cose esistono solo in quanto sono tempo, pienamente intrisi di tempo.
    In generale le conseguenze di questa idea possono sconvolgere non solo l’opinione che il senso comune ha del tempo in rapporto alla realtà, ma anche le conclusioni a cui sono pervenute, specialmente in Occidente, molte delle filosofie che si sono dedicate a riflettere sul problema del tempo.”

  25. ELOGIO DELLA LENTEZZA DELLA POESIA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/07/donatella-costantina-giancaspero-la-nuova-ontologia-estetica-due-poesie-con-una-riflessione-di-gianfranco-bertagni-per-unetica-del-pudore/comment-page-1/#comment-17145
    Il punto zero del «dovere» è il non dovere niente a nessuno, essere libero di non «dovere», essere esentato da debiti e da crediti, da doveri e da poteri, innanzitutto dai Poteri del Linguaggio, rinunziare alla volontà di potenza di chi crede di essere «padrone in casa propria» (Mandel’stam). Ma siamo davvero sicuri di essere padroni in casa propria? Siamo sicuri che la via verso l’autenticità sia la «padronanza» o il «padroneggiamento» delle parole e degli oggetti?- Ma, se io sono «padrone» delle parole, quelle parole saranno soltanto mie? Le posso reclamare come di mia proprietà? Ecco che si vede chiaramente come questa sia la vera follia, quella di dichiararsi «padrone» delle «parole», di reclamare implicitamente la sudditanza dei sudditi i quali devono accedere alla Potenza della mia parola farisaica, farisaica perché proviene da un «atto di proprietà», come se l’io, il soggetto potessero davvero essere padroni di una parola! Farsesca cogitazione di ombre!!! È qui che si denota la follia di questa volontà di potenza di chi crede di operare in nome della parola, fratellino minore del dio biblico, della vendetta e della Potenza!
    La poesia della Giancaspero ha questo di buono: ha questa particolare fraganza e flagranza della inappartenenza della parola: che ha rinunciato una volta per tutte alla Potenza detonante della «Parola»; che ad ogni rigo ti trovi davanti alla problematica del «dubbio» se oltrepassare il «confine», la «soglia», il «limite», il «limen»… in fin dei conti, la poesia ci deve richiamare ogni momento al senso della misura delle «cose», alla nostra (della poesia) estrema prossimità con l’indicibile e l’ineffabile, con il limite e con la soglia. E con l’ombra.

    L’atteggiamento poetico della Giancaspero è quello di sostare presso qualcuno, qualcosa, un divisorio, una soglia, un limite temporale e/o spaziale, un esitare, un arretrare trattenuti da un pudore che impedisce di sentirsi pienamente padroni in casa propria; questo senso timoroso di aver incontrato l’Estraneo, di averlo frequentato per lunghissimi anni senza avvedersene, senza averlo potuto riconoscere; di aver perduto una casa propria con la conseguente angoscia di non poterla più ritrovare, di non riconoscere più il vasellame, le suppellettili di casa propria, con il conseguente senso di spaesamento, di coabitazione spaesante con l’io, di essere stati con se stessi ma lontano da se stessi, di aver detto addio all’addio, e di aver prorogato l’addio fino al punto estremo del «limite»…

  26. ELOGIO DELLA GENTILEZZA IN POESIA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/07/donatella-costantina-giancaspero-la-nuova-ontologia-estetica-due-poesie-con-una-riflessione-di-gianfranco-bertagni-per-unetica-del-pudore/comment-page-1/#comment-17295
    Ringraziando tutti gli amici per il loro contributo critico, vorrei aggiungere qualche altra considerazione.
    Nella presentazione a un libro di Ferdinando G. Menga (La passione del ritardo), a cura di Fabio Ciaramelli, ho trovato la citazione di un testo di Heidegger, “Il sentiero di campagna”. Ne sono riportate alcune frasi conclusive:
    “A lungo, quasi esitando, si affievolisce, nella notte, il suono di undici rintocchi. […] Con l’ultimo rintocco la quiete diventa ancora più silenziosa. Raggiunge anche coloro che in due guerre mondiali sono stati sacrificati prima del tempo. Il Semplice è diventato ancora più semplice. Il sempre Medesimo desta meraviglia e libera. La benevolenza del sentiero di campagna è ora del tutto chiara. Parla l’Anima? Parla il Mondo? Parla Dio?
    Tutto parla della rinuncia nel Medesimo. La rinuncia non prende. La rinuncia dona: dona la forza inesauribile del Semplice. La benevolenza rende familiare in una lunga provenienza.”

    A spiegazione di questa riflessione di Heidegger (peraltro molto suggestiva), Ciaramelli scrive: “Nella quiete silenziosa della notte, quando finalmente «le cose che sono» tacciono, si lascia intendere la semplicità dell’essere, cioè quella risonanza verbale che nella vita quotidiana viene per lo più occultata dalle maschere ontiche del linguaggio identificante. Solo rinunciando al molteplice, la sua provenienza lontana può rendersi familiare: solo allora ci si sente a casa nella semplicità dell’originario”.

    La tesi filosofica alla base di questa descrizione è dunque la seguente: “il semplice, e solo il semplice, è l’originario.” (cit.).
    Ora, dopo un’approfondita riflessione, mi sono domandata se anche la mia poesia “È domani” si potesse leggere nella stessa chiave del brano citato: vale a dire, se, come dalla “quiete silenziosa” del sentiero di campagna caro al filosofo, anche dal silenzio notturno che io descrivo nei miei versi, da quell’atmosfera di sospensione in cui «le cose che sono» tacciono, potesse emergere la “semplicità dell’essere”, ovvero il Semplice che Heidegger identifica con l’Originario. Bene: la risposta è affermativa, poiché alla “veglia ostinata” e ai “rituali del fare” è senz’altro possibile attribuire lo stesso senso che ha la vita quotidiana in Heidegger, ovvero di condizione in cui il linguaggio identificante maschera appunto la semplicità dell’essere.

    Ma posso aggiungere che nella mia poesia c’è anche di più: accanto al silenzio (condizione per il manifestarsi dell’essere), c’è il buio, c’è il vuoto: in una parola, c’è il Niente, che, però, come sappiamo da Heidegger, non equivale al Nulla, non è nihil absolutum, ma una realtà posta né nel mondo, né fuori da esso. Il Niente, ossia quella “soglia” che, così bene, individua e descrive Giorgio Linguaglossa, il “limen” che si rivela nell’Angoscia, vale a dire in quel senso sospeso di spaseamento, dove «tutte le cose e noi stessi sprofondiamo, in una sorta di indifferenza […] non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi le cose si rivolgono a noi […] non rimane nessun sostegno» (Heidegger). Azzardando un parallelismo, si potrebbe citare Montale: “in questi silenzi in cui le cose/ s’abbandonano e sembrano vicine/ a tradire il loro ultimo segreto” (I limoni)…
    La mia poesia, in definitiva, si presta a una lettura filosofica in linea con i principi ispiratori della Nuova ontologia estetica. Per questo motivo, io credo che Giorgio Linguaglossa l’abbia riproposta ne L’Ombra, pur avendola già pubblicata.
    Grazie!!

  27. ABITARE LA DISTANZA IN POESIA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/07/donatella-costantina-giancaspero-la-nuova-ontologia-estetica-due-poesie-con-una-riflessione-di-gianfranco-bertagni-per-unetica-del-pudore/comment-page-1/#comment-17311
    Il libro di Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza (2007) è una indagine sulla nostra condizione esistentiva, caratterizzata dal paradosso: siamo dentro e fuori, vicini e lontani, abbiamo bisogno di un luogo, di una casa dove “stare”, ma poi, quando cerchiamo questo luogo, scopriamo il fuori, la distanza, l’alterità. Nello scenario del pensiero contemporaneo, il filosofo interroga i pensatori che guardano in questa stessa direzione – Heidegger, Derrida, Lacan, ma anche Merleau-Ponty, Ricoeur, Bateson –, non solo descrivendo una condizione “impossibile” ma soprattutto indicando un modo, un atteggiamento, un “come” stare nel paradosso.
    La poesia di Donatella Costantina Giancaspero è una indagine, fatta con i mezzi della poesia, sulla condizione esistentiva dell’uomo, sul paradosso della condizione umana: siamo dentro e/o fuori? Siamo vicini e/o lontani? Stiamo in un luogo? O abitiamo luoghi diversi? Siamo nella distanza? Siamo nell’Altro o fuori dell’Altro? Siamo nel pieno e/o nel vuoto? Ma davvero cerchiamo una «casa»? O cerchiamo qualcosa d’altro che non possiamo confessare? –

    La poesia dell’autrice romana punta ad un punto essenziale: il mistero fitto dell’esistenza, sul tragitto che ci conduce continuamente fuori luogo, perché soltanto il fuori luogo ci dà la nitida cognizione del luogo cui aneliamo, e questo fuori luogo è la distanza che ci separa e ci unisce all’Altro. Il fuori luogo, dunque, è costitutivo all’esserci, è la sua dimensione più propria.

    La poesia «È domani» è forse la più emblematica del libro, la più misteriosa, per quella individuazione che ha del rabdomantico del «paradosso» rovattiano: l’essere oggi già domani, l’anticipazione del tempo (vissuto e non vissuto) «a quest’ora fonda della notte». Dunque, è «la notte» la situazione esistentiva che consente il disvelamento del «paradosso». La «notte» e il «tempo» costituiscono le due metafore guida della composizione e della poesia gigancasperiana in genere, e sono anche le chiavi interpretative della condizione esistentiva dell’uomo contemporaneo. Riproporre alla lettura la poesia «È domani» voleva avere il significato di una rilettura più ponderata di questa poesia, perché qui c’è una indagine significativa sulla condizione esistentiva dell’esserci. La poesia giancasperiana gira sempre intorno al «paradosso dell’esistenza», ossessivamente, con tutte le sue forze, vorrebbe rischiarare questo punto, questa «zona d’ombra» che contraddistingue la nostra condizione esistenziale:

    Lontano da qui,
    dove s’ingorga la vita, vanno abiti
    privi di corpi…

    *

    Dentro una zona d’ombra…

    *

    Un abito interiore

    *
    Ben vengano, dunque, le riflessioni degli autori sulla propria poesia, perché aiutano l’interprete a capire…

    Oggi, per scrivere poesia veramente «moderna» bisognerebbe porsi in ascolto di ciò che noi siamo diventati dopo la fine del modernismo. Forse, la crisi economica che da diversi anni sta sconvolgendo le economie occidentali ci induce a riflettere sugli esiti indotti dalla crescita economica dei decenni trascorsi, su quella bolla speculativa che ha contaminato anche l’esistenza di milioni di individui. La risposta a questa crisi la poesia la deve e la può dare con i mezzi della poesia, non ricorrendo a stentorei squilli di tromba… l’epoca delle avanguardie è finita da cento anni almeno, bisognerebbe prenderne atto.

    Oggi che il modernismo si è esaurito, è chiaro che non si può procedere oltre di esso senza avere chiaro il quadro di riferimento storico e ideologico che aveva costituito le basi del modernismo. Il modernismo, che era il prodotto del mondo occidentale in disfacimento che aveva condotto alle tre guerre mondiali, oggi ha più che mai voce in capitolo dato che siamo entrati nella IV guerra mondiale in uno stato di belligeranza diffusa e di apparente normalità. Nelle città dell’Europa occidentale si vive in uno stato di apparente tranquillità, ma la minaccia è ovunque. Ben venga dunque una poesia della normalità apparente come questa della Giancaspero, che ha consapevolezza che quella normalità è finta, fittizia, prodotto di una illusione ottica. E ideologica.

  28. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18217
    Ogni teoria scientifica col tempo è soggetta all’azione della falsificabilità e ciò, mi porta a citare il nuovo studio di Roger Penrose che ha rivisto, a colpi di logica, alcuni pilastri della cosmologia moderna:(1) la teoria delle stringhe:(2) la repentina espansione dell’universo:(3) l’applicazione della teoria quantistica al macrocosmo:(4) l’accomodamento della scienza moderna alla fede, alla moda e alla fantasia. Se la filosofia e le teorie scientifiche sono soggette a revisione, non vedo perché ciò non debba coinvolgere la poesia con l’introduzione della Nuova Ontologia Estetica. La poesia del passato non può essere la testimonianza di un dogma dominante, né imporre restrizioni e violazioni del pensiero altrui creando un conflitto fra le parti.Non a caso la Scienza è vista come Arte secondo P.K. Feyerabend, e proposizione, e come tutte le Arti e le filosofie si intersecano e si rinnovano, passando per il check-in della falsificabilità. Staticità e movimento sono due categorie divergenti, ognuna con una propria ragione d’essere. Ma quando l’una sovrasta l’altra si crea una chiusura verso il naturale evolvere di nuovi approdi estetici che sono il prodotto del tempo e del naturale ricambio linguistico. Difendere la Tradizione, come unica depositaria della poesia, è una tesi autocratica. Tutto ciò porta alla persuasione occulta e dominante di un aspetto della poesia che vuole essere struttura principale della storia formale e linguistica nei confronti di altri Progetti alternativi. Questa concezione totalizzante chiude il discorso ad ogni operazione di intervento modificatore, ritenuto arbitrario. Lo sviluppo linguistico, sempre più necessario, per l’azione di ricambio psicoestetico, è come lo studio della Scienza col suo incremento cognitivo. L’evoluzione della lingua e delle sue forme rientra nella cosiddetta “Logik der Forschung” o “Logica della ricerca”senza la quale ogni concetto di progresso non ha senso. E’ necessario, pertanto, riprogettarsi con una nuova determinazione dell’Essere Parola, Evento, e Umanesimo Linguistico, al fine di accedere ad altre perlustrazioni dell’inconscio, senza le quali la lettura del reale diventa fobia della conoscenza.Ecco perché la Nuova Ontologia Estetica si presenta come sviluppo necessario e alternativo alla vecchia prassi linguistica.

    • D’accordo con te, ma vorrei ringraziare Claudio Borghi perché nel contraddittorio ci offre l’opportunità di approfondire, qualora servisse, i molti aspetti riguardanti la definizione de La nuova ontologia estetica. Particolarmente quelli riguardanti “l’ispirazione”, che suo dire non può essere incasellata nella pre-definizione di una poetica. A questo proposito, e alla prova dei fatti, se non ho capito male si va a sostenere, sì, vi è la possibilità di un’innovazione, ma si contesta il fatto che si possa trattare di un cambio di paradigma. D’altra parte è comprensibile: è in dubbio che aspetti quali la musicalità e la definizione del “senso” nella poesia legata al pensiero lineare, nella Nuova ontologia estetica vengono completamente ribaltati…

    • Intanto la ringrazio per avermi citata tra i commentatori,ma io sono solo di passaggio e valgo poco come commentatore. Le pongo solo domande, brevi osservazioni,la poesia del passato é scritta da umani,siamo ancora umani come prima,amiamo odiamo percepiamo la magia della Natura.Intrecciare modificare all’occorrenza i concetti inizia dalla Patristica, l’Iperuranio platonico diventa il Paradiso cattolico,e ancora Aristotile con il motore immobile Dio. E Bruno con i fili sottili e gli infiniti mondi non anticipa forse la teoria delle stringhe? Campanella e la sua “Città del Sole”E ancora in disordine sparso come é mio costume,perchè Edison e non Tesla?
      I suoi frammenti mi piacciono perchè sono “suoi” ma, quanti potrebbero scrivere inautentici, non -sense ? Fare una poesia per robot.In fondo ed é un mio parere ma,molto risponde Dante che traduce in versi la conoscenza di Aristotile e non solo,nel Paradiso.

      • Gentile egilllarosabianca-Kartine, Lei ha globalizzato molto bene l’universo poetico in diversi frammenti estetici e culturali, e ciò mi porta a considerare che è dentro il focus della questione. Sul dibattito, attualmente centralizzato sulla Nuova Ontologia Estetica. mi corre l’obbligo di dirle che qui si vuole soltanto evidenziare la necessità di incorporare nel tessuto linguistico la particella del frammento, dando una indicazione sulla sua implantologia, come cessazione del flusso narrativo e retorico. Non abbiamo nulla di ostile, ma rivendichiamo una azione riformatrice della struttura linguistica e poetica.Spesso, a fronte di una dialettica, spinosa, si corre sempre il rischio di essere fraintesi, perché ci sono commentatori che interpretano la Tradizione come Illuminismo poetico, mentre la Nuova Ontologia Estetica, con annesso il frammento, è considerata, puro e semplice Medioevo.

  29. La poesia da sempre argomenta della qualità del pensiero corrente.
    Mutando questo, che poi é il riflesso della mutazione del reale scilicet l’espressione del processo diveniente, muta é mutata mutera’ l’espressione poetica.
    Il “frammento” di cui si parla altro non è che la modalità con cui si esprime questo presente atomizzato in un molteplice non più riconducibile all’uno.
    Questo frantumarsi si lascia vedere cinicamente mentre procede con assoluta indifferenza.
    Se ne può parlare, soffrirne quali teatranti di una rappresentazione conosciuta ma estranea appunto Godot.
    Viverla come essa si vive é la differenza.

    • Beckett, Ionesco, appartengono al novecento, Delirio a due l’impossibilità di comunicare veramente di riconoscersi se non in piccolezze nel banale dei rituali ossessivi e ripetitivi del quotidiano, in Godot si aspetta… cosa? Perchè dovremmo celebrare frammentazione già trascorsa, senza contare che comunque nessun poeta(quasi) oggi scrive servendosi interamente della sintassi di Luzi o Montale. Comunque il mondo attorno cambi, e forse proprio per questo l’esigenza del “ritorno”, si fa pressante, togliendo il superfluo il finto, si fa sentire più che mai.Se ha valore massimo mostrare il niente, allora va bene ma, la poesia non é un partito e non è un lavoro. Se non si vive, non si scrive, che sia poesia o noir, giallo o fantascienza. La poesia non deve fissare concetti,argomentare altrimenti parliamo, d’altro ossia di scritti colti.

      • Alfonso Cataldi

        Parole giustissime.

      • La poesia costruisce, indica nei diversi modi che vediamo mutare perché è in questo movimento che vive la vita ed in questa il resto anche la poesia. Non credo alla valenza del “ritorno” che consapevolmente evita lasciando il suo profumo mentre metanoia stravolge. Il vincente che non c’è resta Godot.

        • Il vincente non c’é e nemmeno Godot,mai identificato nemmeno dall’autore,potrebbe essere un Bene che si aspetta, “ritorno” intendo, non l’eterno ritorno di Nietzsche,ma un appropriarsi della nostra umanità così in pezzi,che la metanoia non capisco a cosa serva non c’é rimasto più nulla da stravolgere,solo costruire,ridando vigore al senso morale,al pensiero,alle parole e opere,solo in questo caso

          • Il vincente che non c’è resta Godot, che non c’è né ci sarà.
            Il movimento di qualsiasi qualità è dal tempo di Parmenide che agisce e trasforma quel che c’è. Piaccia o no.
            Le perorazioni per il ritorno o recupero o il riappropriarsi debbono confrontarsi con il senso del vincente di cui sopra.

            • Lasciando da parte Parmenide da Lei citato che a me non sembra entrarci più di tanto,giacchè
              ci sarebbe spazio anche per Eraclito se proprio si vuol forzare sui presocratici,cos’é il vincente se non la Fine dell’entropia basata sul bisogno primario e senza speranza,Vladimiro ed Estragone somigliano più a due animali da circo o da laboratorio incoscienti di essere nell’esperimento di un Dio Gorgo, di Lovecraftiana memoria un dio cieco pazzo e idiota un caos strisciante,se non c’è Umano non c’é Tempo
              manca la Coscienza di esistere, se non allo stadio di cavie,di guscio
              si può chiamarla metanoia,e chi sarà solleverà questa fiaccola,chi il portatore un altro Eroe,che si batte col Niente parmenideo?

  30. Claudio Borghi

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18222
    Grazie, Lucio, per esserti accorto della necessità del contraddittorio e aver valorizzato i miei interventi. Una teoria, nel caso specifico la nuova ontologia estetica, migliora solo nella discussione e nel confronto con chi vede le cose in modo diverso. Al riguardo colgo l’occasione per muovere alcuni rilievi a Mario Gabriele, con l’intenzione (come in ogni mio intervento) di creare una discussione costruttiva, nella speranza di non essere ancora frainteso. Mario cita Penrose e il nuovo paradigma cosmologico, che avrebbe soppiantato il vecchio “a colpi di logica”: come è possibile soppiantare un paradigma cosmologico laddove non possiamo fare osservazioni sul divenire dell’universo dalla sua origine? La cosmologia è per definizione congetturale e i vari paradigmi sono più o meno in accordo con le osservazioni astrofisiche sullo stato attuale dell’Universo. Secondo Popper una teoria scientifica è falsificabile solo se è possibile effettuare un esperimento (riproducibile) che ne smentisca gli assunti. In questo senso, quello che è accaduto all’universo non è riproducibile, quindi una teoria cosmologica non è falsificabile. Diverso il discorso sulla gravità quantistica o la teoria delle stringhe, che sono a loro volta teorie, allo stato attuale, altamente congetturali (per quanto, nel caso della gravità quantistica, vedi Rovelli, di grande qualità speculativa dal punto di vista della concezione teorica, in particolare alla luce del superamento delle contraddizioni circa l’accordo tra meccanica quantistica e relatività generale), ma possono essere falsificate in quanto propongono una visione teorica che può essere messa al vaglio dell’esperienza. Secondo punto: la falsificabilità della vecchia ontologia estetica è un controsenso, in quanto le teorie estetiche non si falsificano, al limite possono essere considerate più o meno capaci di esprimere il proprio tempo, quindi, nel caso specifico, come scrive magyarfarkas, di essere in sintonia con il “presente atomizzato in un molteplice non più riconducibile all’uno”. In questo senso, d’accordo con Giorgio, una poesia che vivesse astratta dal dolore e dall’alienazione dell’uomo contemporaneo sarebbe colpevolmente in difetto, in quanto non in grado di coglierne gli aspetti esistenziali e spirituali più problematici e drammatici. E’ tutto da dimostrare tuttavia che la nuova ontologia estetica intercetti meglio della poesia del Novecento, da cui vuole prendere nettamente le distanze, il disagio della civiltà di cui si fa portatrice: ecco perché continuo a sollecitare autori e critici a una disamina più lucida e serena della letteratura italiana (e non solo) del recente passato, da cui ci si vuole distanziare, a mio avviso senza recuperarne, con sana ed equilibrata attenzione, i valori etici ed estetici: non si tratta di difendere o rifiutare la Tradizione, ma di conoscerla a fondo, per trarne elementi utili all’innovazione e all’evoluzione. Un’ ultima nota, riguardo al progresso, termine che a me suona piuttosto inquietante. Gabriele cita Feyerabend, secondo il quale la scienza è vista come arte, nel senso (vedi “Contro il metodo”) che le idee scientifiche nascono come intuizioni artistiche: nella mia ottica, trasversale tra fisica e poesia, mi sembra un’ottima prospettiva, un “antimetodo” estremamente fertile di possibili idee nuove. Il problema è che Mario, a mio avviso erroneamente, ribalta l’assunto di Feyerabend, sostenendo che “tutte le Arti e le filosofie si intersecano e si rinnovano, passando per il check-in della falsificabilità.” No, qui non ci siamo, in quanto, se una teoria scientifica può nascere da un’intuizione rivoluzionaria (artistica, nel senso propugnato da Feyerabend), necessita comunque del vaglio dell’esperienza, mentre una teoria (un’ontologia) estetica non può essere smentita da nessun esperimento. Sostenere il contrario, quindi confondere i piani, mi sembra un’operazione culturalmente scorretta. Una teoria scientifica, fra l’altro, non ne soppianta un’altra: la amplia. La meccanica quantistica e la relatività einsteiniana non hanno scalzato la meccanica newtoniana, l’hanno ampliata a contesti empirici in cui non funzionava. Invito gli amici dell’Ombra delle parole a riflettere con particolare attenzione su questo aspetto, visto che continuano a criticare in modo spesso poco lucido il pensiero altrui (non di rado interpretandolo in modo riduttivo e superficiale), in quanto ritenuto troppo legato alla Tradizione, come fosse il Male.
    Ritengo molto istruttiva, al punto da poterci costruire un nuovo confronto aperto, la lezione divulgativa di Richard Feynman sul metodo scientifico, reperibile su YouTube al link:

  31. Claudio Borghi

    Una precisazione. Feynman, rivolgendosi a una platea di non specialisti, parla di “teoria sbagliata” nel senso che la natura può smentirla e dice, per creare effetto, che la teoria di Newton è sbagliata. Ovviamente sa benissimo che sbagliata, in senso scientifico, è da intendersi nel senso che “non funziona in tutte le situazioni sperimentali”. Prova ne sia che i calcoli sulle orbite dei satelliti artificiali o delle astronavi vengono fatti con la teoria di Newton, non con la relatività generale, che viene utilizzata solo in casi molto particolari (onde gravitazionali, buchi neri, sincronizzazione degli orologi atomici del GPS, ecc.)

    • Tuttavia una diversa concezione del tempo, l’abbandono di canoni estetici quali la priorità di ritmo e musicalità, la predominanza dell’immagine e dell’accadimento, nonché la stessa frammentazione che rende possibile e contemporanea la molteplicità del senso, non possono essere considerati alla stregua di una semplice innovazione.

  32. Claudio Borghi

    Lucio, c’è un diverso sentire l’arte, in particolare la poesia. Da qui a considerare la poesia novecentesca come il vecchio da eliminare e la nuova ontologia come la modernità necessaria, come avesse avuto la meglio grazie a un esperimento di falsificazione estetica, ce ne corre. Devi ammetterlo, occorre rifletterci bene.

    • Dal momento che “il vecchio” per molte ragioni non è compatibile con le nuove procedure, non vedo possibile una mediazione. E’ un fatto che puoi verificare tu stesso, Claudio, semplicemente provando (visto l’importanza che attribuisci alla verifica). Dopodiché, forse, potresti meravigliarti delle cose quando non vengono soltanto descritte, nominate o meditate, ma vengono colte nella dinamica degli accadimenti. Certo, lo spazio della riflessione si restringe, e per te che sei un ricercatore questo potrebbe essere un problema, ma proprio qui sta l’abilità dell’autore: nella capacità di inseguire i propri enigmi là dove si trovano veramente, non nello spazio escludente del proprio pensiero.

  33. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18231
    Vorrei dire al caro amico Claudio Borghi,
    con molta chiarezza che nessuno di noi è un poeta improvvisato e che ciascuno di noi ha percorso la letteratura, la poesia e la vita in lungo e in largo, abbiamo tutti una età che supera le sei decadi, quindi non siamo dei giovanotti e non abbiamo velleità di sfondare, non vogliamo fare rumore o ciarlare di cose che non abbiamo meditato e pensato da decenni. Quando Mario Gabriele scriveva le sue poesie “alternative” io e lui non ci conoscevamo, e così con Donatella Costantina Giancaspero, l’ho conosciuta soltanto da pochi mesi, e così con Steven Grieco Rathgeb il quale abitava in India e percorreva il mondo dalla Svizzera al Giappone e così con Lucio Mayoor Tosi il quale scriveva poesie sul suo conto e con il quale c’è uno scambio di idee franco e schietto da un paio di anni. Insomma, per farla breve, la «Nuova ontologia estetica» o la scrittura per «frammenti», non è nato da un patto fatto a tavolino, non ci siamo seduti un giorno e abbiamo deciso di fare una operazione di «cabotaggio», né tanto meno «pubblicitaria» come lo sono state le poetiche che ci sono state in Italia in questi ultimi 50 anni, questa nuova piattaforma teorica o dispositivo estetico (per favore abbandoniamo la parola “poetica” troppo compromessa e invalidante)¨ha preso atto dell’enorme arretratezza della «questione poesia» che si faceva e si fa in Italia, almeno della poesia cosiddetta «maggioritaria». E affermando questo so bene che provochiamo il silenzio ostile e l’aperta nemicizia di quei letterati i quali hanno tutto da guadagnare dallo status quo delle idee e dalla stagnazione della ricerca perché altrimenti verrebbero sbalzati di sella. Questo è comprensibile. Ma dimmi: perché mai io e i miei compagni di strada dovremmo abitare la prudenza? O, ancora peggio: l’opportunismo letterario? Non ne abbiamo abbastanza di questa stagnazione che sta uccidendo il paese? e poi, detto molto francamente. sappi che io in ogni caso non potrò mai pubblicare in Einaudi perché c’è un insormontabile ostacolo che mi impedisce di accedervi. Una vera e propria censura. In proposito ho un documento scritto che non posso pubblicare perché coinvolgerei una personalità poetica che pubblica poesia da Einaudi, ma un giorno pubblicherò la lettera di 4 pagine sul Corriere della sera a mie spese perché si sappia a che livello di viltà e di bassezza i letterati italiani sono capaci di toccare.
    Quindi, caro Claudio, perché mai dovrei ammorbidire i miei pensieri? Qui te lo dico chiaro e tondo: la poesia che si fa oggi in Italia, intendo quella maggioritaria, è ben poca cosa, non può stare a confronto con la poesia europea più avvertita.
    Noi andiamo per la nostra strada. Non ci pubblicheranno presso le case editrici a maggiore diffusione nazionale? Come si dice con un eufemismo? Bene, non ci importa granché di queste miserie. Noi continuiamo. E poi, devo dirti una cosa con estrema chiarezza: chiunque si avvede e si avvedrà che un poeta come Mario Gabriele è di un livello nettamente superiore a tutti coloro i quali pubblicano in edizioni a grande diffusione nazionale.

  34. Claudio Borghi

    Caro Lucio, io mi ritengo un ricercatore sia in fisica che in poesia, le mie ricerche nell’una si riflettono nell’altra e viceversa. E’ di questa interazione e reciproco alimento che il mio pensiero si nutre per creare. Ho incontrato fisici aperti e altri meno alla novità del mio pensiero teorico, altrettanto è accaduto in poesia. La ragione? Un atteggiamento più o meno esplicitamente dogmatico verso quella che si ritiene la verità che, a ben vedere, non esiste. Io sono molto sensibile alle passioni e alle ricerche altrui, in quando credo che esista una sola realtà (l’enigma) e infinite possibili interpretazioni e visioni: tra queste, la fisica e la poesia, modi diversi di sentire e leggere i fenomeni.

  35. Claudio Borghi

    Caro Giorgio,

    sai bene che hai il mio assoluto rispetto. Forse dovresti attenerti di più a quello che scrivo, non leggere tra le righe intenzioni che non ci sono, in quanto i miei interventi sono sempre mirati a costruire un dibattito e a intavolare un confronto, non a mettere in discussione il valore di chicchessia. E fai, fate bene a continuare. La poesia ha bisogno di passione e ricerca e il lavoro che state facendo è oltremodo importante, per la competenza e la qualità che lo contraddistingue.

  36. IL TRENO DEL TEMPO: SUCCESSIONE, SALTO IN AVANTI, SALTO ALL’INDIETRO, CAMBIAMENTO, CONTINUITÀ, DISCONTINUITÀ, INTERRUZIONE, RIPRESA, REVERSIBILITÀ, IRREVERSIBILITÀ
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18242
    Torniamo alla lettura della poesia. Precisamente a questi versi della poesia di Mario Gabriele:

    Un gendarme della RDT, lungo la Friedrichstraße,
    separava la pula dal grano,
    chiese a Franz se mai avesse letto Il crepuscolo degli dei.
    Fermo sul binario n. 1 stava il rapido 777.
    Pochi libri sul sedile. Il viso di Marilyn sul Time.

    In questo testo poetico la profondità del tempo è diventata profondità dello spazio. Il treno del tempo: successione, salto in avanti, salto all’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa, reversibilità, irreversibilità etc., è diventato il treno dello spazio. Il lettore nell’atto della lettura è costretto a cambiare continuamente il suo registro temporale, con l’effetto che il tempo diventa, magicamente, spazio. Il tempo si è spazializzato, ha assunto profondità spaziali. E lo spazio si è temporalizzato.

    L’esperienza umana del Soggetto è scomparsa, è uscita fuori dell’orizzonte degli eventi della poesia. La poesia di Gabriele si è liberata del pesante fardello di un orizzonte di lettura unilineare e unitemporale, qui si aprono diversissime direzioni temporali che diventano direzioni spaziali. La spazializzazione del tempo è una delle caratteristiche precipue di questo tipo di poesia che io ho indicato con la denominazione di Nuova Ontologia Estetica perché i suoi assunti sono, in guise diverse da ogni autore, adottati da vari poeti che seguono questa nuova ontologia ciascuno con modalità stilistiche proprie. Così, il tempo diventa visibile attraverso lo spazio. Accostare tessere diversissime in un insieme, in un mosaico, diventa un puzzle, un Enigma che può anche non essere interpretato perché è prioritario per l’Enigma essere vissuto. Per sua essenza, l’Enigma rifugge da atti di padronanza categoriale, e rifugge da letture unidirezionali. Il «tempo interno» è nient’altro che questo processo che interviene tra l’autore e il lettore, ma è anche una caratteristica di ogni singola «tessera» o «immagine»; in fin dei conti, ogni «immagine» è analoga all’altra, c’è nell’orizzonte degli eventi del mondo e non ha bisogno di essere spiegata ma è un darsi e un moltiplicarsi di superfici riflettenti nelle quali l’uomo contemporaneo può riflettere la sua Assenza, la sua mancanza ad essere. Una problematica di carattere squisitamente esistenzialistica..

    Il tempo può essere percepito ed esperito soltanto come una delle dimensioni dello spazio, ed esso spazio è la modalità con la quale l’esistenza è stata vissuta ed esperita. Dunque, l’esistenza è dentro lo spazio e dentro il tempo come una serie di scatole cinesi.

    Qui siamo davanti ad un «tempo interno» che è diversissimo dalla visione retrospettiva e memoriale di un Proust, ma più simile a ciò che nel romanzo hanno fatto narratori come Salman Rushdie con i suoi romanzi Versetti satanici (1988) e Midnight’s children (1981) e Orhan Pamuk con Il mio nome è rosso (2000) e Il museo dell’innocenza (2008). L’utilizzazione dei frammenti nel romanzo moderno è una procedura assodata da tempo, in poesia l’accademismo e la tradizionalizzazione delle forme estetiche ad opera di letterati conservatori, in poesia dicevo questa nuova forma di pensare la scrittura letteraria qui in Italia è stata osteggiata e ritardata.

    Platone nel Timeo parla del Tempo Cronos come di una «icona in movimento di Aion, come di una «immagine mobile dell’eternità». È singolare che Platone per indicare il «Tempo-Cronos» ricorra alla parola «immagine». Singolare ma significativo in quanto noi possiamo afferrare qualcosa intorno al «tempo» soltanto se ce lo rappresentiamo come una «immagine», cioè attraverso una figurazione spaziale.

    Chi sogna ad occhi aperti sa molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto ad occhi chiusi. La poesia di Mario Gabriele è simile ad un sogno ad occhi aperti. Ne L’interpretazione dei sogni Freud ci dice che il sogno «è una messinscena originaria», anteriore alla stessa distinzione tra «soggetto» e «oggetto». Le immagini mobili che fluttuano sulla superficie riflettente degli attimi temporalizzati della poesia di Mario Gabriele sono messe in scena sostitutive di quella originaria, sono la traduzione di concetti temporali in figurazioni spaziali.

    Scrive Giacomo Marramao:

    «il tempo baudeleriano si è spogliato di tutte le prerogative spaziali. Per il semplice fatto di costituire una dimensione reale dell’esperienza umana, il tempo vissuto non può assolutamente darsi indipendentemente dallo spazio. Ed essendosi in tal modo spazializzato il tempo, tutta l’esperienza vissuta appare come spazializzata. Anzi: identica allo spazio. Lo stesso tempo può rendersi propriamente visibile, essere ‘sinestesicamente’ percepito ed esperito, solo come una delle dimensioni dello spazio, che viene pertanto complessivamente a coincidere con la stessa estensione dell’esistenza […] Questo movimento è esattamente un movimento prospettico “l’atto con cui, per giungere alla profondità, si apre nel campo visivo una strada che lo sguardo percorre”. Si spiega così il significato recondito delle “magiche prospettive” che Baudelaire dispone nelle sue memorabili descrizioni paesaggistiche e che fa corrispondere le sue analisi delle tele di Delacroix alle proiezioni che l’esperienza organizza nei “quadri” del suo vissuto: “evaporazione e centralizzazione (o condensazione) dell’Io: è tutto qui (Oeuvre, II, 642). evaporazione inebriante e condensazione nel ricordo e nel rimpianto rappresentano i confini, i termini estremi, di un movimento del vissuto che tende a coincidere con lo spazio. Un’esistenza spazializzata è un’esistenza evaporata in numero: “Il numero – sottolinea Baudelaire – è una traduzione dello spazio (ivi, 663). E poiché sempre di spazio vissuto si tratta, anche il numero andrà inteso nel senso di numero vissuto. Sta qui la chiave segreta dell’immagine baudeleriana di “ripetizione”: essa prospetta la virtualità di esperire una moltiplicazione dell’esistenza attraverso un’infinita estensione di campo delle sensazioni. La moltiplicazione dell’esistenza divenuta numero dipende così da quella misteriosa facoltà di ripetere il suo salto lungo tutta la superficie dell’essere: di rimbalzare come un’eco lungo la misteriosa curva di uno spazio tempo i cui confini non sono mai tracciati definitivamente. Non per nulla i versi più belli e significativi di baudelaire sono proprio quelli che esprimono il riecheggiamento:

    Comme des longs éclos qui de loin se
    confondent…
    C’est un cri par mille sentinelle…

    Non si dà, pertanto, né reale né possibile esperienza del tempo a prescindere dallo spazio. La grande intuizione baudeleriana circa la costruzione di una profondità di campo quale condizione imprescindibile per afferrare-insieme (null’altro se non questo è il significato di “comprendere”) gli eventi che ci accadono sopravanza, in questo senso, la nozione di “tempo vissuto” di Bergson: non più Spazio come morte del tempo, estinzione della sua fluente autenticità nel rigore esclusivo della misurazione cronometrica, ma spazializzazione come conditio sine qua non per poter fare esperienza…
    […]
    Poich* solo all’apparire del “perturbante” si dileguano gli idoli. Exeunt simulacra».1]

    *
    Il nostro modo di esistenza ha prodotto la moltiplicazione degli istanti, la moltiplicazione delle temporalità, la moltiplicazione delle immagini.
    Che cos’è l’immagine? L’immagine è l’istante.
    Che cos’è l’istante? Per Parmenide l’istante, o meglio l’istantaneo è: «L’istante. Pare che l’istante significhi (…) ciò da cui qualche cosa muove verso l’una o l’altra delle due condizioni opposte [del Passato e del Futuro]. Non vi è mutamento infatti che si inizi dalla quiete ancora immobile né dal movimento ancora in moto, ma questa natura dell’istante è qualche cosa di assurdo [atopos] che giace fra la quiete e il moto, al di fuori di ogni tempo…» (Parm., 156d-e).

    La moltiplicazione dell’esistenza tipica della nostra civiltà post-moderna ha prodotto la conseguenza di una moltiplicazione di superfici riflettenti quali sono le immagini nella civiltà telemediatica. Questo processo è esploso in questi ultimi decenni a velocità forsennata ed ha prodotto una profonda modificazione del nostro modo di percepire e recepire il mondo; il mondo si è frantumato in una miriade di spezzoni. Fare un processo al mondo per quanto accaduto non è nelle nostre intenzioni, questo della moltiplicazioni delle superfici riflettenti è un dato di fatto incontrovertibile e noi e Mario Gabriele non altro abbiamo fatto che prenderne atto e fare una poesia di superfici riflettenti. Questo processo epocale fra l’altro ha prodotto una conseguenza anche sull’idea di Soggetto e di Io (idea teologica e filosoficamente destituita di fondamento già da Freud e dal sorgere della psicanalisi). Il Soggetto è scomparso. È diventato un fonatore. Anche l’enunciato è qualcosa di diverso dal Soggetto enunciatore. Il predicato si è scollegato dal Soggetto. Si tratta di questioni che la filosofia del nostro tempo ha chiarito in modo ritengo sufficientemente credibile. Fare oggi una poesia del Soggetto che legifera nella sua sfera di influenza, è, a mio avviso, una ingenuità filosofica ed estetica. La poesia dell’Io è un falso, e una banalità.

    Quanto ai concetti di armonia, di eufonia, di musica del verso musicale, di poesia e di anti poesia etc. sono concezioni tolemaiche legate ad una visione tolemaica e ingenua della poesia che ha fatto il suo tempo e verso i quali mi viene da sorridere, anzi, provo addirittura nostalgia per quell’età in cui si scriveva credendo ingenuamente in quelle categorie estetiche. La nuova ontologia estetica di cui qui si parla lascia questi concetti semplicemente come abiti dismessi sulla sedia a dondolo per chi vuole ancora dondolarsi in ozio intellettuale. Pecchiamo di arroganza? Forse. Non lo so. E neanche mi interessa.

    G. Marramao Minima temporalia luca sossella ed. 2005 pp. 95 e segg.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/23/la-nuova-ontologia-estetica-mario-m-gabriele-una-poesia-testamentum-inedito-le-parole-con-le-quali-e-scritto-questo-rogito-testamentario-sono-fantasmi-linguistici-rottami-spezzoni-frammenti-che/comment-page-1/#comment-18244
      Caro Giorgio,
      tornando a rileggere i commenti trovo con sorpresa il tuo ultimo appunto critico, che mi ha fatto molto piacere per la sua visione plurale, arricchita di nuovi elementi, che vanno a colpire l’aura originaria da cui partono i miei versi (cosa che ritengo difficile da interpretare),in quanto non ho trasmesso alcuna password al lettore, lasciandolo libero di captarne il significato. Da una strofa di pochi versi hai tratto spunti dicotomizzandone i rapporti: come ad esempio la percezione del “treno del Tempo” la “successione”, il “salto in avanti”, “ il salto all’indietro”, “il cambiamento”, la “continuità”, la “discontinuità”, “l’interruzione”, la “ripresa”, la “reversibilità”, e la “irreversibilità”, che costituiscono l’Essere e il Tempo, il Vuoto, il frammento esistenziale, le stringhe terrestri, la nostra vicinanza ad un mondo evanescente, dove discutere di queste cose non ha senso. C’è l’oggettività della nostra conoscenza sul fatto di essere terribilmente soli. Heidegger ha lavorato molto sull’autenticità e inautenticità. Essere per la morte? o per la vita? Su queste domande ho voluto innestare un altro discorso con il verso: “La mano del mondo vicina all’indice di Dio”, che mi ha riportato al famoso quadro di Michelangelo. Nella plasticità dell’immagine e fuori di essa, c’è il sottinteso desiderio di dialogare con Dio, sollecitandolo a riconsiderare il suo universo e il destino dell’uomo con la sua passiva accettazione della fine della vita, chiedendoGli di rivedere la struttura del suo Progetto, salvando “Barbara Strong / il dottor Manson, e l’abate De Bernard /, i morti per acqua e solitudine /, annullando il buio degli anni e della sera, fino a eternizzare la primavera, e i verdi boschi, come in un trittico di Bosch. Sono lieto che tu abbia aperto questi nuovi significati completando la tua struttura critica di esauriente distinguibilità. Un ulteriore e sincero grazie.

  37. caro Mario,

    ho fatto delle aggiunte al mio appunto critico per renderlo più eloquente.

  38. Questo testo di Gabriele, che ho letto con interesse e non senza turbamento, conferma l’opinione che da tempo ho su un intellettuale appartato ma da non trascurare assolutamente.
    Il soggetto significante brilla di buia luce; si è lasciato alle spalle da tempo, in questi tempi del novissimo Occidente, la ricchezza semantica che connotava il testo poetico. Il senso ha tracimato, esonda l’insignificanza

    • Gentile Eugenio Lucrezi,
      il suo nome mi riporta ad un commento sulle sue poesie nella mia antologia La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli) ed è stato un vero piacere aver riletto i suoi testi, moderni e significativi. Grazie della stima e del giudizio, certamente per me di grande rilievo. E’ un onore averla tra i lettori, e quando qualcosa riesco a infondere nella loro sensibilità, allora il cammino per me non è stato vano.. Grazie ancora e un cordiale saluto.

  39. gentile Alfonso Cataldi,

    non mi sembra che nessuno di noi abbia sollevato al vento alcun dogma… chi vuole scrivere in base ad una pulsione irriflessa lo faccia, ciascuno è libero di farlo, ci mancherebbe. io ritengo che scrivere implica una conoscenza dei fondamentali dello scrivere: che cos’è la parola, il metro, che cosa si intende per peso specifico e tempo interno delle parole, che cos’è il tempo esterno, che cosa rappresenta per noi il frammento, che cosa significa Fine del Moderno, etc. porsi queste questioni non significa sventolare vessilli dogmatici ma adoperare il pensiero.

  40. Mario Gabriele non usa un corsivo, un a capo; sembra abbia messo in soffitta tutte queste cianfrusaglie… queste sottigliezze. Il lettore dovrà sforzarsi un po’ ma gli farà bene; in seconda lettura si metterà a ridere – in prima lettura no, perché c’è dell’amarezza. Come di un animale ferito.

    • Il fatto è, Caro Lucio, che da tempo vivo in una gabbia, come un animale ferito. dove chi comanda è il mio Padrone. Quanto alla tanto discussa azione dialogica sulla Nuova Ontologia Estetica, non intendo aggiungere altro, dopo le informazioni di Linguaglossa, in quanto ci troviamo di fronte, dall’altra parte della discussione, a promoter, o meglio ad Agenti di una poesia andata in default di fronte a nuovi investimenti linguistici ad alto reddito e già pubblicati.

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