Werner Aspenström (1918-1997) SEI POESIE. VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Traduzione di Enrico Tiozzo da Antologia di poeti svedesi contemporanei Edizioni Bi.Bo., 1992, con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: Che cos’è un oggetto? Che cos’è una «cosa»?  E come si fa ad entrare dentro la «cosa»? Le «cose» ci si presentano nella loro nuda «cosalità»

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foto di gunnar-smoliansky-1976

[Werner Aspenström è nato nel 1918, un piccolo villaggio della Svezia del Nord ed è morto nel 1997. Dopo studi irregolari e lavori saltuari, fra cui quello del boscaiolo, Aspenström ottiene la licenza liceale come privatista a Stoccolma nel 1940 e, nello stesso tempo, entra in contatto con l’ambiente letterario della capitale svedese e stringe amicizia con poeti come Karl Vennberg ed Erik Lindegren e con loro fonda la rivista “40-tal” (Anni Quaranta) caratterizzata da un vigile pessimismo e da un crescente senso di angoscia per i futuri destini dell’umanità. Nel 1943 esce Preparazione,  nel 1946 Il grido e il silenzio e nel 1949 Leggenda innevata di tono simbolista ed ermetico, che suscitarono qualche discussione nell’ambiente letterario svedese per l’oscurità enigmatica di certi passaggi. Nelle raccolte successive degli anni Cinquanta e Sessanta Aspenström ha continuato a muoversi fra i poli opposti di un senso disperato di impotenza e paura, tipico delle prime liriche, e di una tendenza all’idillio rasserenatore, percepibile soprattutto nella descrizione di momenti magici a contatto della natura. Negli anni Ottanta pubblica Presto una mattina (1976-1989) e Sussurro nel 1983.]

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il «tempo interno» in Poesia; Che cos’è un oggetto? Che cos’è una «cosa»?  E come si fa ad entrare dentro la «cosa»?

Proviamo ad avvicinarci ad una idea inconsueta, alla idea di far diventare gli «oggetti», «cose». Forse siamo troppo adulti, troppo abituati a considerare le «cose» gli equivalenti degli «oggetti» che non sappiamo più la differenza tra gli «oggetti», e le «cose». Che cos’è un oggetto? Che cos’è una «cosa»?  E come si fa ad entrare all’interno della «cosa»? Come si fa ad adoperare una «cosa»? Ma, una «cosa» si può adoperare? Quando è che una «cosa» diventa un evento esteticamente tracciabile? Che rapporto c’è tra un «evento» e una «cosa»? – Ecco, io direi che la poesia italiana ha trascurato da sempre questo piccolo problema: quando gli oggetti cessano di essere «oggetti» e diventano «cose». È soltanto a quel punto che può sorgere una tracciabilità per la poesia. Io la metterei così: la «cosa» è un oggetto simbolico che ha iniziato ad irradiare segnali significativi. Ad un certo punto avviene che un «oggetto» è muto per il linguaggio ordinario ma non per il linguaggio simbolico per eccellenza quale è il linguaggio poetico, e comincia a «parlare». E questo suo «parlare» è il discorso poetico. Un «oggetto» diventa «cosa» quando viene dotato di temporalità. Voglio dire che, fino ad un certo punto, gli oggetti di tutti i giorni non hanno ancora acquisito una propria temporalità ma convivono con noi e in mezzo a noi nella confusione della dimensione della confusione, dell’inautenticità, nella temporalità del presente; ad un certo punto della loro condizione di esistenza gli «oggetti» restano muti, non emettono segnali simbolici significativi, almeno fino a quando vengono, per una ragione o per l’altra, dismessi. E allora diventano oggetti simbolici, dotati di una propria temporalità significativa. Soltanto a questo punto possono fare ingresso nel linguaggio poetico. Leggiamo tre versi di Aspenström:

Il frutto che cade si ferma a metà strada
tra ramo e erba e chiede:
Dove sono?

L’esserci del soggetto è il nullo fondamento di un nullificante, fatto di quel solido nulla che è il soggetto degli oggetti.

C’è una bella differenza: le «cose» sono fatte di «tempo» mentre gli «oggetti» sono fatti di tempo di lavoro. Ad esempio: C’è una differenza abissale tra una poesia fatta di «oggetti» e una poesia fatta di «cose». Capisco di riuscire un po’ metafisico e misterioso, ma qui si cela una evidenza importante che vorrei esplicitare. Per farla breve, dirò che una poesia fatta di oggetti la si dimentica nel giro di qualche anno o di qualche generazione, la poesia fatta di cose invece resiste al tempo, non si cancella. Come mai avviene questo? La risposta la dobbiamo cercare nell’ingresso del Fattore tempo all’interno della «cosa», e quando io dico «tempo» intendo qualcosa di difficilmente definibile, qualcosa che riguarda tutto ciò che c’è nel creato e in noi. Come diceva Agostino se nessuno me lo chiede so benissimo che cos’è il tempo, ma se qualcuno me lo chiede, allora non lo so più. Appunto, il paradosso del tempo è questo; che noi pensiamo intuitivamente, dando credito al senso comune, di sapere che cos’è il tempo, ma in realtà non sappiamo nulla di esso, siamo ancora al livello dei trogloditi.

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Per semplificare, dirò una evidenza: che la Lingua e la Parola sono entità fatte di Tempo. Non soltanto il Tempo le penetra dall’esterno, ma direi che le penetra anche dall’interno, ma anche e soprattutto che il Tempo è la cosa stessa, che non c’è cosa nel nostro universo che non sia «tempo» irrelato. Ma, dicendo questo mi rendo conto che ho proferito una tesi estrema, che dovrebbe avere il supporto della scienza e del pensiero filosofico, ma tant’è, lo scrivo egualmente, in modo ingenuo, nella speranza che qualcuno che ne sa più di me voglia tentare di spiegare questa «evenienza»… Da questo punto di vista, l’idea anceschiana di una «poesia degli oggetti» è destituita di fondamento filosofico. In realtà, nella migliore poesia moderna sono le «cose» che si palesano nella loro «cosalità»; una «poesia degli oggetti» è un non senso filosofico, è una sciocchezza filosofica. La poesia abita le «cose», non conosce gli «oggetti». La «metafora tridimensionale» di Mandel’štam tratta di «cose», non di «oggetti», e così la poesia di Aspenström. Il «laboratorio di impagliatura» degli oggetti dei simbolisti viene da Mandel’štam sostituito con le «cose» vere, con le «suppellettili» con cui ha a che fare l’uomo nella sua vita quotidiana di tutti i giorni. Gli «oggetti» sono quelle entità di cui sono piene le nostre vite quotidiane, ma la poesia rigetta gli «oggetti», è loro estranea; o meglio, li ricrea e li sostituisce con le «cose». Soltanto le «cose» possono abitare il discorso poetico. La poesia è irrimediabilmente nemica della civiltà degli oggetti del capitalismo inoltrato.

Ma che cos’è questo «secondo tempo», non più parametro (come nella meccanica classica) ma operatore di una descrizione probabilistica che Prigogine chiama «tempo interno»? È singolare che per spiegare questo concetto scientifico così singolare Prigogine ricorra a una vera e propria riabilitazione ontologica della percezione immediata quando afferma che «è essa a renderci consapevoli dell’esistenza nella nostra stessa vita, di una freccia del tempo […] La giustificazione di questo punto di vista sta nell’osservazione che la natura, così come appare intorno a noi, è asimmetrica rispetto al tempo. Tutti noi invecchiamo insieme! E nessuno ha finora osservato una stella che segua la sequenza principale a rovescio».1

Quando gli «oggetti» sono saturi di tempo, allora vuol dire che sono diventati delle «cose».

Per caso oggi ho aperto una antologia di Poeti svedesi contemporanei nella traduzione di Enrico Tiozzo del 1992. Guardate il modo con cui il poeta svedese tratta gli «oggetti», qui non c’è alcuna topologia utilitaristica. Ecco come gli «oggetti» non più utilizzati ridiventano «cose» misteriose. Un semplicissimo «momento in pizzeria», una esperienza quotidiana e irrisoria, diventa epifania di una diversa collocazione delle «cose» nel mondo e nel «tempo». Attenzione, qui non si tratta di epifania estatica alla maniera dei primi simbolisti europei, di Ungaretti, per intenderci, che sta in posizione estatica in attesa dell’epifania, qui si tratta di una nuova e diversa collocazione del nostro essere nell’universo e nel tempo. Le «cose» ci si presentano nella loro nuda «cosalità». Le «cose» sono frammenti del mondo e del «tempo» e la cosalità è quell’alone che avvolge le cose come la carta stagnola avvolge i regali delle persone care.

Ecco un modo di fare poesia veramente moderna con le «cose» e il «tempo».

1 Marramao Giacomo, Minima temporalia, luca sossella editore, 2005, p. 20

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6 poesie di Werner Aspenström

Un momento in pizzeria

Le lampade hanno la stessa forma dei caschi.
Illuminano crudelmente i tavolini
e formano un cerchio di penombra
intorno ad ogni avventore.
L’orologio a quarzo secerne secondo dopo secondo.
Ci vuole almeno un mese
prima che il Lui grosso ritorni dall’equatore.
Ogni tanto ricevo lettere da un ingegnere
che ha calcolato che l’universo ha 14 miliardi di anni.
Io non sono un matematico,
devo fidarmi delle sue equazioni.
Per me qualche volta il tempo esiste,
qualche volta no.
Il frutto che cade si ferma a metà strada
tra ramo e erba e chiede:
Dove sono?
Tutti gli avventori nel locale, compreso il padrone
che in piedi maneggia la pasta bianca della pizza,
sono in parte nuovi arrivati, in parte immortali.
Il Lui grosso si trova in parte qui,
in parte all’equatore.
Esiste un tempo così?
Esiste un tempo così, un punto nel tempo.

La camera d’albergo

Adesso parlo.
Le tre lampadine rimangono:
quella del soffitto
quella vicino al letto,
quella sopra il lavandino.
Poiché non fumo
né le tendine
né la sovraccoperta a quadri
mi ricorderanno.
Mi volto.
L’albergo assomiglia ai più
della stessa categoria.
Succede talora che ci svegli una lampada
che non appartiene alla stanza.
Qualcuno dispiega una carta.
La luce circoscrive una certa città,
una certa isola o un certo monte,
dove possibilmente dovremmo andare.
Tutto avviene in fretta
e presto è scomparso.

.
La cavalletta

Alba,
Alzarsi di venti.
Una cavalletta si sveglia
e intende meravigliare il mondo.
Le erbe gialle al margine della strada
hanno lo stesso nome di Giovanni.
Assai prima del Verbo era il Principio.

.
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Werner Aspenström

Il palo del cancello

È una sensazione abbastanza triste
sebbene io né stia andando
o stia tornando da un funerale
ma sto soltanto presso un cancello,
sì divenuto un palo stesso del cancello
che vede come le rondini, giovani rondini,
si lanciano nello spazio
e bambini rincorrono
le loro ombre.

Il cavallo di legno

Sono nato nella parrocchia di mora nell’anno 1840.
nel villaggio di Bergkarlas mi hanno dipinto di rosso.
Molti mi hanno cavalcato.
Molti carri ho tirato.
A lungo sono rimasto sotto il cassettone
e ho pensato a tutti i bambini che sono affogati.

Concerto a richiesta

Il giacinto sul davanzale
fiorisce nella stagione sbagliata.
Poco fa nel letto accanto è morto
un uomo nell’età sbagliata.
In profonda narcosi, nel lenzuolo avvolti
dormono i tigli del parco.

Tutto una confusione
e un sogno del contrario.
Suona il disco con l’uccellino, sorella!
Con l’orecchio attaccato al ricevitore
sentiamo il canto raschiante dell’allodola
alzarsi ed abbassarsi
sui cespugli del salice.

(Trad. Enrico Tiozzo, da Poeti svedesi contemporanei, 1992 ed. Bi Bo)

enrico tiozzo

enrico tiozzo

Enrico Tiozzo è nato a Roma, dove si è laureato nel 1970 con una tesi sulla ricerca di Dio in Pär Lagerkvist, pubblicata lo stesso anno da Bulzoni. Da oltre trent’anni è professore ordinario di Lingua e letteratura italiana presso l’Università di Göteborg, in Svezia. È autore di numerosi studi sulla letteratura italiana del Novecento (Bonaviri, Bertolucci, Sciascia) e sulla lirica svedese contemporanea (Espmark, Forssell, Tranströmer). A partire dagli anni Settanta ha collaborato alle pagine per la cultura prima dei quotidiani “Il Tempo” e “Il Messaggero” di Roma, e successivamente a quelle del “Dagens Nyheter” di Stoccolma. Attivo anche come traduttore, è stato premiato nel 2003 dall’Accademia di Svezia per la qualità del suo lavoro. Tra le sue opere piú recenti figura Il premio Nobel e la letteratura italiana (Catania, La Cantinella, 2002).

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34 commenti

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34 risposte a “Werner Aspenström (1918-1997) SEI POESIE. VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA Traduzione di Enrico Tiozzo da Antologia di poeti svedesi contemporanei Edizioni Bi.Bo., 1992, con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: Che cos’è un oggetto? Che cos’è una «cosa»?  E come si fa ad entrare dentro la «cosa»? Le «cose» ci si presentano nella loro nuda «cosalità»

  1. Questo è uno di quei momenti in cui vorrei saper leggere lo svedese!

  2. VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17953

    Gentile interlocutore, non c’è bisogno di saper leggere lo svedese, la traduzione di Enrico Tiozzo rispetta la lunghezza del verso dell’originale e la fedeltà necessaria e inevitabile alla parola svedese allorquando essa basta.

    Nel mio trentennale cammino verso una «Nuova ontologia estetica», questa cosa misteriosa e incomprensibile per un letterato italiano privo di cultura filosofica, mi sono per fortuna imbattuto nelle poesie dei poeti svedesi. Essi fanno da tempo (non so se in modo consapevole o parzialmente consapevole), fin dal 1957 quando Tomas Tranströmer pubblicò la sua opera di esordio, 17 poesie, ciò che io avrei voluto fare con la poesia italiana, essi sono riusciti a coniugare la questione del «tempo interno» del discorso poetico e della «parola» con l’altra questione dello «spazio» visto come differenziatore degli eventi temporali quali sono le parole. E sono giunto alla paradossale conclusione che il tempo ha una realtà ontologica superiore (più antica) di quella dello spazio. È questo il punto centrale della «nuova ontologia estetica». Se si accoglie questo dato, avremo una poesia e un romanzo e una pittura etc. diversi da quelli tradizionali che non si pongono e non si sono mai posti la questione del «tempo interno» e la questione delle «cose».

    È paradossale che questa mia ricerca, alla fine mi ha fatto imbattere nella questione mai posta dal pensiero estetico in Italia (non so nel resto del mondo) della differente qualità ontologica degli «oggetti» rispetto alle «cose».

    È solo attraverso la modellizzazione del tempo che noi possiamo cogliere il «tempo interno delle cose». Sì, è vero, le «cose abitano lo spazio, ma è solo attraverso la modellizzazione del tempo che noi possiamo coglierle.
    Questo lo ritengo un punto importantissimo per la «nuova poesia».

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17954
    Sul piano esistenziale l’attenzione alle cose, e al tempo interno – che possiamo cogliere solo adeguandoci a questa loro dimensione – dimostra che voltiamo le spalle a qualche migliaio d’anni di storia e (in)civiltà. La nuova ontologia estetica, proprio perché fondata su un nuovo inizio, è quindi anche l’espressione di una rivolta radicale, estrema, verso un mondo concepito dalla sola ragione illuministica; ragione che ancora non ha risolto nulla, sia sul piano dei conflitti tra le nazioni che per quel che attiene alle naturali esigenze degli individui. Le “cose” sono portatrici del tempo intoccato dalla storia, perché non viste o ritenute socialmente irrilevanti. Ma nelle cose, come anche nelle rovine di Palmira, dimora la tristezza dell’umanità. Penso che, esistenzialmente, la nuova ontologia estetica sia un atto d’amore; necessario, prima ancora che sentimentale.
    Non mi sorprende che in Svezia si scrivano poesie come queste, di Werner Aspenström, la strada gli è stata indicata da Tomas Tranströmer. Nelle poesie di Tranströmer c’è tutto quel che si può dire sul frammento come espressione di tempo interno ed esterno. Ma ogni individuo è portatore, consapevole o no, di questo diverso ordine mentale. Non si tratta solo di curiosità intellettuale, qui è questione di sopravvivenza. C’è una scienza amica che aiuta, e nelle cose tutto il tempo che ci serve.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17956
    Grazie, Giorgio, per la segnalazione di un articolo molto interessante anche per la mia poesia e che riporta la mia attenzione sulla Rivista. Al di là del tuo studio, sul quale devo tornarci senza dubbio, dal punto di vista di un estraneo alle filosofie, quale sono io ad esempio, la differenza tra cosa ed oggetto, secondo me è nella definizione dell’immagine, argomento che ci sta praticamente tutto nel discorso pratico della scrittura poetica. Una “cosa” non ha un contorno ben definito ed è come la si vedesse sfumata, tra tante; invece un “oggetto” lo identifichi prima di tutto per la forma, per il perimetro netto che lo distingue dalla massa informe. Credo che questo discorso si accordi bene anche con l’esperienza poetica italiana dove, vedi ad esempio il minimalismo lombardo, si è costruito un’intera poetica sulla definizione in senso proprio dell’oggetto, sull’attenzione eccessiva ad esso data, trascurando grandemente il simbolo (quindi l’oggetto nel tempo, come dici tu). Attenzione che ha elevato, di contro, gli oggetti al rango di cose, poiché non recanti più tratti di originalità che li distinguesse dalla massa. E questa poesia degli oggetti, in effetti, non è un caso che in Italia abbia tanto successo, perché non richiede più alcuno sforzo al lettore.
    In questo poeta svedese, come nelle posate d’argento di Tomas Tranströmer, non si perde la connotazione degli oggetti, poiché ognuno di essi chiamato in causa apre ad una differente lettura.

  5. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17957
    Ha ragione Linguaglossa quando scrive che non è necessario conoscere la lingua originale poiché si riconosce subito il Poeta di gran valore dalla traduzione, e da questa pure il talento del suo traduttore, ed è tale l’armonia che si instaura che li rende interdipendenti per sempre: quindi gran merito ha l’eccellente Enrico Tiozzo.
    Poiché nella presentazione si scrive di “cosa” e di certo si riferisce alla Poesia come “Cosa”, per associazione ho pensato a una celebre poesia del poeta ceco Jiri Orten “La cosa chiamata poesia”. Orten ( morto a 22 anni investito da una auto-ambulanza tedesca) fu rivelato da Angelo Maria Ripellino nel 1950 al lettore italiano ( a quel rarissimo avvertito e curioso di poesia non italiana, perché il provincialismo e lo sciovinismo italici sono tuttora duri a scomparire) in “Storia della poesia ceca contemporanea” edizioni D’Argo – Roma (alle pp.98-100); il celebre slavista aveva appena 25 anni.
    Riporto qui sotto notizie da internet solo per chi voglia avere notizie sommarie:
    ———————————————————————
    Jří Orten – Wikipedia
    https://it.wikipedia.org/wiki/Jiří_Orten
    Jiří Orten (vero nome era Jiří Ohrenstein) (Kutná Hora, 30 agosto 1919 – Praga, 1º settembre 1941… (raccolta poetica); La cosa chiamata poesia, a cura di Giovanni …
    Jiří Orten – Interno Poesia
    https://internopoesia.com/2016/12/27/jiri-orten/
    27 dic 2016 – Jiří Orten. jiri_orten. Di chi sono? Io sono dei piovaschi e delle siepi … La cosa chiamata poesia (Mondatori, 1991) a cura di G. Giudici, V. Mikes …
    ——————————————————————–
    A proposito del volume einaudiano – 1969 (prima edizione) – dedicato alle poesie di Jiří Orten (che consiglio vivamente di leggere) con prefazione traduzione di G. Giudici e V. Mikeš… certo restai interdetto quando accanto al nome del validissimo italianista ceco Vladimir Mikeš figurava il nome del “traduttore”, il poeta Giovanni Giudici, che non conosceva il ceco; e né il russo e pure ebbe l’ardire di “tradurre” addirittura il poema-romanzo “Onegin” di Puškin (come fece !!!???) – ma tutto mi fu chiaro quando venni a sapere che dietro il Giudici c’era la slavista, russista, Giovanna Spendel). Fatica vana poiché la migliore traduzione dell’opera del poeta russo resta a tutt’ora quella di Ettore Lo Gatto.
    Scrivo questo da anni per sollecitare i vari sedicenti traduttori a non affrontare le acque perigliose di lingue a loro ignote… recentemente i sedicenti Paolo Ruffilli con Mandel’štam e Franco Buffoni con Pasternàk.
    I rimbrotti che rivolse Ripellino sia a Montale (Pasternàk) che a Pasolini (Vladimir Holan) non hanno insegnato nulla: si continua a perseverare…
    Non nascondo il desiderio di leggere i poeti svedesi antologizzati dal Tiozzo.

  6. Giuseppe Talia

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17959

    I Sentieri Interrotti di Martin Heidegger (1950) non è un libro facile. Con la scoperta della grecità e in generale la riscoperta delle problematiche originarie riguardo al tema dell’”essere”, il secondo Heidegger entra nella disciplina della “fenomenologia” tracciandone una visione assai diversa rispetto a quella indicata da Hegel (fenomenologia dialettica) oppure da Max Scheler (Ordo Amoris, o sfera passiva e/o ricettiva rispetto al mondo, al suo manifestarsi). Heidegger, invece, ci parla della comprensione dell’essere che sta dietro a tutti gli “enti”. E cosa è l’Ente? L’Ente è tutto ciò che ci circonda, noi stessi e gli oggetti, il mondo intero conosciuto. E cosa è l’Essere secondo Heidegger? L’essere è l’apertura per mezzo della quale e dalla quale gli enti sorgono e possono apparire. Heidegger ha usato la metafora dei colori per spiegare cosa è l’essere: vediamo le stelle di notte solo perché non c’è luce e il fondo è scuro. E’ una metafora, come molte altre metafore costellano il pensiero del secondo Heidegger (ribadisco secondo Heidegger per sostanziarlo rispetto al primo, essendo questo primo periodo del filosofo contradditorio per la sua presunta aderenza al nazismo), ad esempio quella che permea lo scritto Holzwege “i sentieri nel bosco… ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra l’altro…legnaioli e guardaboschi sanno cosa significa “trovarsi in un sentiero che, interrompendosi, svia”.
    Ho letto i Sentieri Interrotti alla fine degli anni ‘80 del Novecento per un corso monografico all’università, ma, a onor del vero, l’avevo archiviato in qualche scaffale della mia memoria, fin quando Giorgio Linguaglossa, con graduale insistenza, orami da diversi anni, qui sull’Ombra delle Parole, non l’ha progressivamente portato alla luce. Per usare una stessa metafora, Io (ente) ho recuperato dallo scaffale della mia esperienza l’essere, ho riportato alla luce un altro “ente” che giaceva polveroso in un meandro di memoria.

    Nella casa, materna o paterna, che dir si voglia, nella casa d’estate dico io, quella delle vacanze e dove ho trascorso la prima parte della mia vita, ogni estate, come un ritorno, recupero la mia prima memoria, apro attraverso l’essere gli enti che lì giacciono. Tra questi Heidegger che rileggo solo per pochi giorni all’anno, nel giardino del grecoro. Come anche Sartre, la nausea. Tra cose e oggetti, insomma. Le cose che hanno una loro cosità e gli oggetti, manufatti e/o artefatti che invece hanno un loro senso rispetto all’uso che se ne fa. Ma cos’è, dunque, la “Cosa”? La Cosa è l’essere. E cosa sono gli oggetti? Citando Maurizio Ferraris, Emergenza, Einaudi 2016, diremmo che gli oggetti sono le cose poste di fronte a noi e che possono essere distinti in più categorie: vi sono gli oggetti sociali (ad esempio le monete); oggetti naturali che esistono nel tempo e nello spazio indipendentemente dagli individui; oggetti ideali; gli artefatti. L’opera d’arte, per esempio in quale di queste categorie rientra? E’ una cosa oppure un artefatto? Heidegger nei Sentieri Interrotti ne traccia i contorni e la definisce. Io, meno, molto meno, ma spesso avverto di trovarmi nella medesima Foresta Nera.

  7. Giuseppe Talia

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17960
    Per applicare la teoria alla pratica, visto il poeta Aspenström oggi preso in considerazione, possiamo analizzare alcuni versi in questo modo:

    Le lampade hanno la stessa forma dei caschi.
    Lampade e caschi= enti
    Hanno la stessa forma= essere

    L’orologio a quarzo secerne secondo dopo secondo.
    L’orologio a quarzo=ente
    Secerne secondo dopo secondo=essere e Tempo

    Per me il tempo qualche volta esiste, qualche volta no= essere

    Il frutto che cade si ferma a metà strada
    Il frutto=ente
    Che cade= Tempo
    Si ferma a metà strada= essere.

  8. Lucia Gaddo Zanovello

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17961
    Le considerazioni altamente interessanti esplicitate nel commento di Giorgio Linguaglossa e le poesie meravigliosamente icastiche e suggestive di Werner Aspenström mi invitano a questa riflessione. Qualunque oggetto e anche utensile, credo possa trasformarsi in cosa, solo che solitamente non riusciamo ad accorgercene. Inoltre lo spazio le disperde e il tempo le muta, anche se a volte molto poco, dato che tendenzialmente le cose sopravvivono alle creature, sfiorando in un certo senso l’eternità.
    Forse anche lo spazio è cosa, ma è il tempo a vincerla su tutto. Proprio il tempo, l’imprendibile, l’incatturabile, ‘l’immisurabile’ (con buona pace degli orologi) per via della relatività della sua percezione.
    Potrebbe essere che proprio una peculiarità svedese di ambiente, di arredo e di oggettistica (che rispecchia forse la mentalità delle persone) apparentemente spoglia, minimalista ed essenziale (rispetto ad altri contesti più complicati, dannunziani e barocchi) creando un ‘vuoto’ nitido, un ‘ordine’ prima interiore che visivo, più facilmente possa trasformare l’oggetto in ‘cosa’, così accade che essa prenda vita e attraverso il poeta parli.

  9. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17962
    Ritengo necessario rivolgere un appello alle centinaia e centinaia di lettori, amatori, curiosi, ecc. di questo-blog-rivista di intervenire alle varie diatribe, discussioni, riflessioni ecc. … poiché renderebbero più vivaci, più eloquenti, più dialetticamente interessanti gli scambi di pensiero, del parlare di tantissimi poeti e scrittori e artisti, ecc. .. anche a noi stessi sconosciuti… come se tutti noi facessimo parte di una assemblea plenaria e tenere lontane le minacce di una apocalissi: la Poesia è ogni Cosa contro qualsiasi genere di sopraffazione…
    e tutto ciò per rendere più universalmente conoscibile l’intero mondo della Poesia stessa che, credetemi, è il vero Uni-Verso senza limiti; distruggere i limiti significa anche uscire fuori dai nostri personali confini, conoscere e spargere ovunque il proprio sapere… non è UTOPIA, non è MISTICISMO: è soltanto rendere testimonianza della propria presenza così che ogni assenza e mancanza -dovunque! – potessero mutarsi in vivente e vitale attività creativa.

    Ogni Vostro apporto sarà ben accetto, come accetteremo Vostre proposte di qualsiasi genere che riguardano la stessa Poesia e tutti gli altri mondi dell’Arte e della non-Arte. Cercheremo dunque di diffondere dovunque i semi della Creazione Conoscitiva… questo fu il desiderio massimo che volle lasciarci ion eredità il grande filosofo-poeta Andrzej Nowicki; pochi mesi prima della sua morte nel 2011, a 91 anni, scrissi un componimento dedicato a lui e che riassumeva (senza essere esauriente) il suo Pensiero:

    a Andrzej Nowicki

    FRAGMENT…AZIONE

    Ti stai avvicinando al più lontano dei pensieri radianti:
    – quello che non esiste ancora e che possiede il tutto
    – quello che sarà in tutti i luoghi ancora sconosciuti
    – quello che rimanda la conoscenza ad altra conoscenza,
    come una risacca senza requie e che sa il mobile infinito.

    Il traguardo è già dietro alle tue spalle ed è un luogo
    conquistato, ma altri luoghi affollano nuovi pensieri
    e molteplici spazi aspettano i soggetti: quante filosofie
    ancora abbiamo da conquistare! Le Muse vogliono baciare
    l’ultimo frammento, invano! Brunite sono le parole nei cieli!
    L’imperfezione giuliana trionfa sul concetto monolitico:
    spazza via l’assoluto indegno, le totalità inutili!

    La parola-ingresso frantuma l’autostrada in milioni di sentieri!
    Rivoli di culture s’intrecciano, si assorbono, si superano…
    Lo specchio degli Artefici s’è rotto! Si spargono dovunque luminose
    scintille di pensieri: volano via le vele dei Saperi – per altre terre!

    Antonio Sagredo
    Vermicino, 16 settembre 2010

    —-

  10. Giuseppe Talia

    Lo specchio degli Artefici s’è rotto! Si spargono dovunque luminose
    scintille di pensieri: volano via le vele dei Saperi – per altre terre!

    Che dire? Perfetta!! Se ci fosse il like lo metterei_ per altre terre.

  11. Annalisa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17964
    Penso che Linguaglossa abbia fatto un’osservazione molto acuta quando fa intervenire il concetto di tempo col fine di differenziare gli oggetti dalle cose. L’oggetto per divenire cosa ha bisogno del fattore tempo, o di un elemento che noi percepiamo, definiamo come tempo. Per entrare nel territorio della fisica, è come se la cosa avesse una coordinata in più rispetto all’oggetto, ossia la coordinata temporale. E solo per questo diventa qualcosa di più complesso. Ci si potrebbe chiedere se tutti gli oggetti “possono” diventare cose, e non essendo certo un’esperta nel settore, oso rispondere di sì, dal momento che esistono le poesie di Aspenström.
    Nel commento Linguaglossa dice che non c’è cosa nel nostro universo che non sia “tempo” irrelato. Non so come risponderebbe un esperto a questa affermazione, se ci si riferisce ad un tempo fisico o filosofico. Certo è che si tratta di un’affermazione che porta ad una vitalità nuova, che conferisce un vissuto, una dimensione storica all’insieme degli oggetti. Progogine, citato nel commento, ha aperto un mondo nuovo sul concetto di tempo. Il tempo non come semplice parametro per descrivere il moto di un punto materiale ma legato all’evoluzione del mondo. Un mondo costituito fisicamente da oggetti. È Prigogine stesso ad andare oltre col pensiero vedendo limitante la concezione della fisica classica in cui, più che ricercare come si manifesta l’esistenza del tempo, lo si usa come un parametro. In realtà, le osservazioni successive dell’universo, dovute ai contributi delle varie scienze, hanno svelato una complessità che non può fare a meno di nulla: del tempo, della casualità, dell’ordine e del disordine. E sicuramente di altro ancora.
    Il tempo può essere osservato secondo varie prospettive, e possiamo supporre che ci sia posto anche per una visione che nella mia ingenuità oso chiamare “poetica”.
    Nelle poesie di Aspenström c’è un silenzio di fondo evidente. In questo silenzio, rintracciabile a mio parere anche in Tranströmer, gli oggetti, che sono muti, hanno più evidenza. L’immaginazione si innesca più facilmente. Mi sembra quasi che gli oggetti vengano visti e poi pensati di nuovo, ma in questo pensiero essi non sono statici, si avvicinano all’uomo che li pensa, diventano simbolo di altro. Ma per poter pensare agli oggetti occorre tempo. L’oggetto presente, consumato immediatamente e dimenticato subito, non ce la fa a diventare cosa.
    Visto l’importanza e la vitalità dell’argomento spero che vemga affrontato di nuovo nel blog.

  12. Franco Campegiani

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17973
    Il poeta resta immobile e si paragona al palo di un cancello, mentre gli ruota intorno una gazzarra di rondini e bambini… Tutto si modifica e tutto resta uguale. E’ uno scenario che si ripete nelle sei poesie qui presentate: “Per me qualche volta il tempo esiste / qualche volta no”. “Tutti gli avventori… /… / sono in parte nuovi arrivati, in parte immortali”. E se è vero che “Tutto avviene in fretta / e presto è scomparso”, è altresì vero che “Assai prima del Verbo era il Principio”. Il Moto e la Stasi, l’Essere e il Tempo… il dubbio amletico delle origini, fertilissimo, purtroppo abbandonato nel corso della storia in nome di una Metafisica e di una Fisica razionalistiche, squilibrate. Leggendo Aspenstrom (“Tutto una confusione / e un sogno del contrario”) non può non tornare alla mente Eraclito, con quella sua feconda armonia dei contrari che faceva arrabbiare Parmenide. Ci troviamo nel cuore del Mito, di quella visione primigenia e aurorale del mondo (non ancora decaduta a mitologia) che è sempre duale, complementare ed armonica. Fu Lévi-Strauss a mostrare come tutti i miti abbiano la capacità di chiudersi in punti complementari, secondo la necessità originaria dell’uomo di ragionare per contrasto (successivamente soppiantata dalla logica-illogica del Principio di Non-Contraddizione). I miti sorgivi sono sempre bifronti, come bifronte è la weltanschauung di Aspenstrom, suggestivamente sospesa tra superficie e profondità, tra essere e apparire. Gli “oggetti” diventano “cose” quando assumono valenze simboliche dando origine ai miti. “Soltanto a questo punto, dice Linguaglossa, possono fare ingresso nel linguaggio poetico” mostrando la loro essenza, la loro “cosità”, la loro natura. Fin quando restano muti, vengono travolti dallo spaziotempo, ma nel momento in cui “emettono segnali simbolici significativi”, essi resistono al tempo e si ricollegano agli archetipi, a dispetto del loro essere caduchi.
    Franco Campegiani

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17974
    “…che la Lingua e la Parola sono entità fatte di Tempo. Non soltanto il Tempo le penetra dall’esterno, ma direi che le penetra anche dall’interno, ma anche e soprattutto che il Tempo è la cosa stessa, che non c’è cosa nel nostro universo che non sia «tempo» irrelato.”
    Trovo che Giorgio abbia, in questo punto, aperto un luminoso pertugio verso una questione oltremodo oscura. Pare ovvio, ad una prima lettura – e forse lo si comprende meglio quando dice che il tempo penetra la lingua dall’esterno. Ho, proprio in questi giorni, tradotto una (a mio avviso) delle più belle poesie che la Grecia abbia prodotto nel ‘900: “Sopra un verso straniero”, di Giorgio Seferis. In questa poesia Seferis incontra Odisseo, e ad un certo punto afferma: “Se ne stava in piendi, enorme, sussurrando tra la candida barba, parole della nostra lingua, così come la parlavano tremila anni fa”
    Vi dirò in che modo questa affermazione sgusci felicemente dal suddetto pertugio, perché è una mia convinzione (cercherò col tempo di avvicinarmi più possibile ad una dimostrazione) che esistano soluzioni importanti per la poesia contemporanea italiana/europea, proprio in una rilettura dell’arte in chiave greca. La lingua greca è portatrice di un problema in parte irrisolto, ovvero della “diglossia”: e non si intende solamente come il tempo abbia agito esternamente sulla lingua, ma anche e sopratutto internamente. I versi di Seferis celano un dolore quasi metafisico raccolto tutto in questo scarto. Perché non del semplice accavallarsi di due piani linguistici si tratta (la questione non è proprio così semplificabile: “dimotikì”, lingua popolare-parlata, contro “kathareusa” lingua posticcia echecciante un passato ormai spento): la diglossia ha radici profondissime, poiché il greco non è entrato nel corso di una evoluzione paragonabile a quella delle lingue neolatine. Il tempo, per dirla con Giorgio (Linguaglossa), l’ha lavorata dall’interno. Allora il dialogo seferisiano con il suo illustre compatriota non risente più – “in un momento di profonda beatitudine” – dello sfasamento temporale; i tremila anni vengono dichiarati, e il tempo non si annulla ma si identifica.

    Questa incredibile possibilità della lingua agita nel tempo, crea delle possibilità impensate altrimenti, nel recuperare “oggetti” lontanissimi ma vivi, per portarli a parlare all’interno del discorso poetico come “cose” altamente significanti. Sono oggetti non saturati dal tempo, la lingua li agguanta su piani temporali diversi.

    Per quel che riguarda Aspenström, ecco mi pare giunga lì, alla naturalità delle “cose”. Cito Giuseppe Talia, più in alto: “Lo specchio degli Artefici s’è rotto!”. Son d’accordissimo.

  14. Secondo me le cose vivono sempre a sproposito, in qualunque contesto, portando memoria e quindi tempo. Il poeta che se ne accorge è fortunato, gli parrà di avere una cassaforte piena di parole già pronte all’uso dei significati. Le cose aiutano la comprensione, e nell’immediato l’epifania. Altrimenti è un arrovellarsi dentro dentro la gabbia del sé.

  15. SUL «TEMPO INTERNO» NELLA NUOVA POESIA ONTOLOGICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17976
    Scrivevo in un recente post:

    «Connesso in qualche modo al concetto di tempo è quello dell’autenticità, sono convinto che la materia vivente, la materia biologica, e quindi anche l’uomo, sia un congegno del tipo: orologio biologico e, in quanto tale, un oggetto fatto con la stessa stoffa del tempo. Noi non possiamo uscire fuori dal tempo, perché ci siamo dentro in quanto orologi biologici temporali e il nostro cervello anch’esso traduce tutto in ordine temporale, subisce una coazione del fattore biologico temporale a decodificare tutto ciò che vede e sente in ordine temporale».

    Claudio Borghi, nello stesso articolo, scriveva:

    «L’idea di fondo de Il tempo generato dagli orologi è che sia possibile rifondare operativamente il concetto di tempo a partire da un’indagine rigorosa degli strumenti di misura delle durate. Alla luce dell’ipotesi del tempo termico (Carlo Rovelli, 2008) e di considerazioni sulla possibile esistenza di orologi reali (in particolare radioattivi) il cui periodo proprio non sia in accordo con le previsioni relativistiche, viene formulata l’ipotesi circa l’esistenza, in natura, di tempi fisici diversi e di orologi non relativistici. In particolare si ipotizza l’esistenza di un tempo interno termodinamico, di cui la relatività einsteiniana e le teorie quantistiche non hanno saputo o potuto cogliere la novità e la profondità rivoluzionaria».1]

    Sono convinto che possiamo comprendere meglio la struttura della Lingua se assumiamo la Lingua quale espressione della temporalità senza la quale non ci sarebbe l’ente chiamato l’homo sapiens. La stessa sintassi di qualsiasi lingua conosciuta sembra fondata sulle stesse leggi che scandiscono il tempo e le temporalità. Soggetto, oggetto verbo sono attanti, ma il verbo è un attante particolare che ci svela la sua conformazione sul modello temporale. E la stessa distinzione di soggetto-oggetto è uno schematismo mentale, un modello mentale sul quale le lingue basano la loro esistenza temporalmente determinata.

    La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la stoffa del tempo.

    Per esplicitare questi concetti lascio la parola a Giacomo Marramao il quale scrive:

    «Coordinata-tempo e coordinata-spazio si intersecano nell’hic et nunc, nel qui-e-ora dell’ego. Tale modello è documentabile non solo in sede metaforologica e iconologica, ma anche linguistica e glottologica. È sintomatico al riguardo che non soltanto filosofi come Henri Bergson o Heidegger, ma anche epistemologi e scienziati contemporanei, come per esempio René Thom, si siano appellati al linguaggio naturale per comparare le relative “profondità ontologiche” dello spazio e del tempo.:

    “Lo studio delle lingue – ha notato Thom in una relazione tenuta a un importante convegno internazionale su ‘le frontiere del tempo’ organizzato nell’aprile 1980 da Ruggiero Romano – mostra che in quasi ogni lingua – se non in tutte – esiste una classe di parole indispensabili alla costituzione di una frase semanticamente autonoma, quella che nelle nostre lingue indoeuropee si designa con il VERBO. Il verbo ha con la localizzazione temporale una affinità evidente, che spesso si manifesta attraverso una morfologia esplicita (i tempi del verbo); non si può dire altrettanto dello spazio, che sembra avere il solo ruolo – molto implicito – di differenziare gli attanti che intervengono nella sintassi di una frase”. Per questa via Thom ritiene di poter venire alla conclusione che “il tempo abbia una profondità ontologica superiore a quella dello spazio”.
    Un opposto scenario ci viene prospettato da quei glottologi che si sono soffermati sugli aspetti linguistici della modellizzazione del tempo. Essi non si limitano a constatare che il principale ostacolo nel cogliere l’enigma della dimensione temporale sta nel fatto che i “percetti” che la compongono “possono essere confrontati fra loro solo memorialmente”: e che pertanto a essere comparate sono “le esperienze portate dal tempo, non la dimensione che lo porta”. ma ritengono addirittura di poterne concludere che il solo modello “percepibile nella sua interezza”, a cui ricondurre l’ “insieme dei riferimenti temporali”, sarebbe, per l’appunto, “lo spazio” (Giorgio R. Cardona)».2]

    1] https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/13/claudio-borghi-il-tempo-generato-dagli-orologi-lipotesi-di-un-tempo-interno-termodinamico-tempo-e-irreversibilita-il-concetto-di-durata-in-newton-ed-einstein-dilatazione-del-t/

    2] Marramao Giacomo Minima temporalia luca sossella editore, 2005 p. 15

  16. Partiamo dalle evidenze:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17977
    le sei poesie di Aspenström qui postate hanno tutti i verbi declinati al presente, e questa morfologia del verbo attecchisce alla morfologia di tutte le composizioni presentate prestando loro quella caratteristica atemporalità che il presente ha nella vita quotidiana. Il presente infatti sfugge da tutte le parti, appena nominato fa già parte del passato. Questa inafferrabilità e precarietà della condizione ontologica del presente verbale e non è la caratteristica della poesia dello svedese, fondata su quel sottilissimo punto dove la coordinata tempo e la coordinata spazio si incontrano nell’io nell’hic et nunc. E questo conferisce un’aura di illusorietà e di precarietà alle composizioni del poeta svedese, è come se una macchina da presa stesse ferma, immobile per anni e secoli a cercare di captare le immagini esistenziali che scorrono inarrestabili nel presente.
    La poesia svedese, e in particolare quella di Aspenström, è fondata sulla predilezione del presente quale declinazione temporale dell’eternità. Fondare la propria poesia tutta sul presente equivale ad annullare la dimensione del presente, di nullificare la stessa soggettività, rendere evidente la nullificazione di tutte le azioni, della storia, delle ideologie. Questa fissità nell’attimo ha qualcosa di demoniaco ed è terribilmente umana.
    l

  17. Scusate se intervengo da perfetto zuccone ignorante tra queste menti eccelse (sono assolutamente serio non sto facendo alcuna ironia) ma volevo porvi una domanda. per uno come me che crede che il tempo e lo spazio siano solo una perfetta illusione, che di fatto non esistano, ma siano solo una creazione della nostra mente, come per tutto il resto, universo compreso,, dove mi collocherei nel discorso della nuova ontologia estetica?
    Grazie e scusatemi per l’intervento forse del tutto inutile.

    • Gentile Gabriele, se lei, come faccio anch’io, non si identifica con la mente (cosa non facile perché: CHI non si identifica con la mente se non la mente stessa?) significa che la oggettivizza, quindi, a parer mio, è sulla buona strada per sintonizzarsi con il tempo interno ( della cosa mente). Ma non le consiglio un’indagine tanto ravvicinata al sé, si corre il rischio di fare come il gatto ( l’io) che insegue la propria coda.

      • Franco Campegiani

        Se, come credeva Parmenide, la realtà fosse pura illusione, il contrasto tra superfici e profondità (tra Essere e Apparire) sarebbe annullato, con ciò annullando la stessa facoltà mitopoietica (qui definita “nuova ontologia estetica”), da sempre fondata sulla visione del mondo che denominiamo Armonia dei Contrari. Il rischio di fare come il gatto che insegue la propria coda non è corso da chi si accetta integralmente com’è, nelle due dimensioni, ma solo da chi sente irreparabilmente separata la propria mente dalla propria coda.
        Franco Campegiani

  18. antonio sagredo

    Cara Catapano, stai citando me: A. S., non Talia.
    —————————————————
    Cito Giuseppe Talia, più in alto: “Lo specchio degli Artefici s’è rotto!”. Son d’accordissimo.

  19. LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA – L’UNIVERSO OLOGRAMMATICO – PERCHE’ IL NULLA PIUTTOSTO CHE L’ENTE? L’INFINITO NON ESISTE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17988
    caro Gabriele Pepe

    la tua domanda è legittima, ma porre la questione di una nuova ontologia estetica , e quindi porre una questione che rientra nell’ambito più vasto di una ontologia dell’essere sociale e dell’essere quale ente è una questione che deve essere posta anche in una teoria dell’universo come ologramma, e quindi come illusione. Anche se l’universo e il multiverso fosse una, diciamo così, «illusione», ciò significa semplicemente che stiamo parlando di una ontologia dell’illusione e non di una illusoria ontologia. L’ontologia resterebbe anche se fosse validata la teoria del multiverso come illusione della nostra mente.

    Leopardi, la più grande mente filosofica degli ultimi due secoli, era convinto che l’Infinito non esistesse, lui accettava l’idea dell’indefinito ma non quella dell’infinito. Io, molto modestamente, condivido l’idea di Leopardi. Penso che l’Infinito non esista. E il motivo è molto semplice: che è l’idea stessa che fa acqua da tutte le parti, il cervello umano si rifiuta di concepire l’Infinito, esso non è rappresentabile dal cervello umano. La stessa matematica quando si trova davanti al problema dell’infinito, cessa di esistere, la matematica è la sconfessione più radicale dell’idea dell’infinito.

    Perché il nulla piuttosto che l’ente?

    Il filosofo americano Robert Nozick nelle sue Philosophical Explanations1 ha riproposto la domanda di Leibniz: «Perché esiste qualcosa piuttosto che nulla?».
    «Perché esiste qualcosa piuttosto che nulla?». La domanda di Leibniz è una domanda estrema, essa sconfina con i margini del linguaggio metafisico. È la domanda prima. O la domanda ultima, oltre la quale non è possibile andare. Di qui la liquidazione, da più parti, come «mal formulata», «insignificante», «folle». «Ma perché – ha fatto notare Robert Nozick – la rifiutano allegramente invece di osservare con disperazione che essa pone un limite a quello che possiamo sperare di capire?». È una domanda così formidabile che anche uno che di recente l’ha ripresa e l’ha chiamata ‘la domanda fondamentale della metafisica’, Heidegger, non propone risposte e non cerca nemmeno di far vedere come le si potrebbe rispondere.
    L’interrogazione era stata ripresa da Heidegger nella Introduzione alla Metafisica (1953) in una forma sensibilmente modificata: «Perché in generale l’ente piuttosto che il nulla?». È la domanda fondamentale dalla quale dobbiamo partire, la domanda che, per il suo rango, merita il primo posto tra tutte le domande. La domanda per Heidegger «la più vasta, profonda e originaria», alla quale non è possibile sottrarsi.

    Capovolgendo la domanda, io penso che un ipotetico abitante dell’Iperspazio a 10 dimensioni più il tempo, secondo la teoria della meccanica quantistica, così si esprimerebbe: «Perché il generale il nulla piuttosto che l’ente?», in quanto dal punto di vista di un tale abitante l’assurdo sarebbe ipotizzare l’esistenza dell’ente, posto che il nulla sarebbe la modalità normale di esistenza del suo Super-pluriverso simmetrico e stabile.

    Ma ipotizzare un «sistema simmetrico e ordinato», uno stato naturale e privilegiato quale potrebbe essere il Vuoto, lo si può fare soltanto a partire da un universo dissimmetrico quale il nostro, affetto da instabilità, inflazione, fluttuazione e dalla freccia irreversibile del tempo. È possibile ipotizzare, come ha fatto Robert Nozick, l’esistenza di una quantità minimissima di nientità che è sfuggita alla forza di nientificazione e che ha prodotto l’universo; in questa speculazione ci conforta la fisica delle particelle sub-atomiche che, appunto, galleggiano nel nulla e, in quanto tale, esse sono (e non sono). Questa nientità è quindi inerente all’ente come facente parte della sua stessa «sostanza».

    Possiamo ipotizzare che il Vuoto è un sistema stabile e simmetrico che ospita una gigantesca forza di nientità o di vuotità. Trattasi di un sistema a-dimensionale (secondo alcuni pluridimensionale), un sistema stabile e simmetrico che non ospita il movimento. La stabilità del Vuoto sarebbe il risultato di un sistema di forze in tensione in perenne equilibrio. Il sistema del Vuoto è un sistema abitato da una gigantesca forza di vuotità, una forza in tensione perenne e stabile che, è paradossale, per esistere, ha bisogno di produrre continuamente universi instabili e dissimmetrici abitati dalla freccia del tempo. Ora, è anche possibile ipotizzare che questi infiniti universi non sgorghino dalla sua superficie o dai suoi orli ma che abitino stabilmente in esso Vuoto. E che nel sistema del Vuoto ritorneranno quando si concluderà il viaggio dell’entropia del nostro universo. Insomma, non si dà il tempo senza entropia. Mi sembra ovvio aggiungere, in epigrafe, che da questa ipotesi topografica non c’è alcun posto per dio. Dio, infatti, è stato fatto sloggiare dai suoi stabilimenti nel nostro universo. E anche dagli altri universi; gli resta semmai soltanto un Non-luogo dove abitare: il Sistema a-dimensionale, stabile e infinito del Vuoto.
    Secondo la tesi del famoso fisico Michio Taku, dio è una entità che parla matematica e che abita l’Iper-spazio a 10 dimensioni più il tempo. Solo che ancora non abbiamo una matematica in grado di leggere le frasi che dio pronuncia nella sua dimora nell’Iperspazio. Il problema dell’autenticità nella nostra epoca si pone come l’orizzonte decisivo delle filosofie del nuovo esistenzialismo, proprio perché dio sembra aver abbandonato il nostro piccolo universo e si è ritirato a villeggiare nella sua vasta dimora presso l’Iper-spazio. Sta a noi e solo a noi, dunque, trovare le chiavi di una esistenza giusta e dignitosa. Così oggi si torna a parlare di autenticità come si parla di Iperspazio, cioè di entità distanti quanto la luna da noi semplici enti mortali.

    • Franco Campegiani

      Quello dell’esistenza di Dio è un falso problema razionalistico. Ciò che più conta, dal mio punto di vista, è proprio l’autenticità dell’uomo con se stesso, convinto come sono che “sta a noi e solo a noi trovare le chiavi di un’esistenza giusta e dignitosa”. Se Dio esiste, è come non esistesse, perché io sono chiamato a fare i conti con me stesso. Se non esiste, è come esistesse, perché io sono comunque chiamato a fare i conti con me stesso. Le due dimensioni vivono in me e sta solo a me porle in relazione, armonizzandole in qualche modo tra di loro. Le disquisizioni sull’Infinito possono interessarmi solo se mi riguardano personalmente. E personalmente mi riguardano, dal momento che, nella mia finitezza, io non posso esimermi dall’obbligo con me stesso di essere me stesso. L’armonia dei contrari non è un’astratta teoria, ma è la realtà del mondo, di ogni singola intelligenza dell’universo intero.
      Franco Campegiani

      • Condivido la posizione di Franco Campegiani, il problema dell’esistenza o meno di Dio è un problema squisitamente logico. Ma io porrei un’altra questione: e precisamente questa: già ponendo il fatto inconcusso della ESISTENZA DI DIO noi ontologizziamo Dio, lo rendiamo un Ente che, per quanto dotato di Potenza, è uguale ad un altro ente come una mosca o un giocattolo o una piuma.
        Una diversa soluzione filosofica sarebbe quella di dire che Dio è fuori dall’esistenza, cioè fuori del Tempo… ma allora chi sostiene una tesi del genere dovrebbe indicarci una diversa ontologia, una ontologia separata dalla esistenza.

        • Franco Campegiani

          Non riuscirò mai a comprendere chi vuole dare un nome al mistero, trasgredendo fra l’altro l’obbligo di “non nominare il nome di Dio invano”. Nominarlo, dice giustamente Linguaglossa, significa oggettivizzarlo, ridurlo a Parte, e ciò è contrario alla sua stessa natura. Per me è sufficiente sapere che ci sono leggi che governano me stesso e il creato intero. Da dove vengano quelle leggi è una curiosità legittima, ma oltre la curiosità non è lecito andare. Ci sono e basta, quelle leggi, fanno parte dell’esistenza, anche se provengono da chissà dove. Più che di Dio, pertanto, dovremmo utilmente occuparci del divino che è in noi: della relazione che esiste tra il Mondo e l’Altrove (Armonia dei Contrari). A meno che non vogliamo usare quel nome in forma simbolica, anziché dogmatica, ben sapendo che il simbolo è l’unico modo che abbiamo per nominare il Vero… ma allora è tutta un’altra storia…
          Franco Campegiani

  20. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17990
    a PROPOSITO DEL «TEMPO INTERNO» DELLE COSE E DELLE PAROLE, come riportato su http://www.altrogiornale.org

    è stato inventato un cristallo temporale. Che cos’è?

    Per la maggior parte delle persone, quando si parla di cristalli si intendono diamanti, pietre dure o forse i cristalli di ametista o di quarzo amate dai collezionisti. Per Norman Yao, questi cristalli inerti sono solo la punta dell’iceberg. Se i cristalli hanno una struttura atomica che si ripete nello spazio, come il reticolo di carbonio di un diamante, perché allora i cristalli non potrebbero avere una struttura che si ripete nel tempo? Cioè un cristallo temporale? In un documento presentato on line sulla rivista Physical Review Letters l’assistente professore di fisica della UC Berkeley descrive esattamente come creare e misurare le proprietà di tali cristalli e anche prevedere quali siano le varie fasi che dovrebbero circondare il cristallo temporale, simili alle fasi liquide e gassose nel ghiaccio.

    Una catena monodimensionale di ioni di itterbio è stata trasformata in un cristallo temporale dai fisici dell’Università del Maryland sulla base di un modello fornito da Norman Yao della Berkeley. Ogni ione si comporta come lo spin1] di un elettrone e mostra interazioni a lungo raggio indicate con una freccia. (Crediti: Chris Monroe)

    Questa non è solo mera speculazione. Due gruppi hanno seguito le indicazioni di Yao ed hanno già creato i primi cristalli temporali. I gruppi dell’università del Maryland e dell’università di Harvard hanno riferito nei documenti pubblicati lo scorso anno, di avere ottenuto dei successi usando due configurazioni completamente diverse ed hanno sottoposto i loro risultati alla pubblicazione. Yao è il coautore di entrambi i documenti.

    I cristalli temporali si ripetono nel tempo perché sono spinti periodicamente, come se si spingesse ripetutamente sulla gelatina per farla dondolare, ha detto Yao. Egli sostiene che il punto interessante, non è tanto che questi particolari cristalli si ripetano nel tempo , quanto che essi sono i primi di una grande classe di nuovi materiali che sono intrinsecamente fuori equilibrio, incapaci di stabilizzarsi ad un equilibro immobile come per esempio in un diamante o un rubino .

    “Si tratta di una nuova fase della materia, ma è anche particolarmente interessante perché si tratta di un primo esempio di materia fuori-equilibrio” ha detto Yao. “Nell’ultimo mezzo secolo abbiamo esplorato materiali equilibrati come metalli e isolanti, stiamo ora iniziando ad esplorare nuovi orizzonti della materia non in equilibrio.

    Mentre per Yao è difficile immaginare l’uso di cristalli temporali, altre fasi proposte di materiali non in equilibrio teoricamente sono una promessa per sistemi di memorizzazione quasi perfetta che potrebbe essere usata in computer quantistici.

    1] In meccanica quantistica lo spin (letteralmente “giro vorticoso” in inglese) è una grandezza, o numero quantico, associata alle particelle, che concorre a definirne lo stato quantico

  21. Donatella Costantina Giancaspero

    VERSO LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17992
    Scriveva Giorgio Linguaglossa qualche mese fa, presentando, qui, alcune poesie di Kjell Espmark:
    “È interessante andare a computare la topologia della poesia di Espmark; di solito si tratta di interni domestici ripresi per linee diagonali, sghembe e in scorcio; le storie esistenziali sono quelle della grande civiltà urbana delle società postindustriali; le vicende sono quelle del privato, quelle esistenziali, vicende sobriamente prosaiche di una prosaica vita borghese; […] una sobria e prosaica epopea dell’infelicità borghese del nostro tempo post-utopico. Emerge il ritratto di una società con Signore e Signori alla affannosa ricerca di un grammo di autenticità nell’inautenticità generale”.
    Ma la topologia comprende anche gli esterni: il mare, ad esempio, i laghi, con le loro gelide profondità, o anche le sconfinate foreste avvolte dalle nebbie: “le terre del settentrione e degli iperborei, aperte senza soluzione di continuità all’oltre, al doppio, all’antimateria”, come scrive Paolo Ruffilli.
    Elementi analoghi sono presenti in Tomas Tranströmer, in Lars Gustafsson e qui, in queste poesie di Werner Aspenström, dove, più che altro, l’ambientazione privilegia gli interni: una pizzeria, come leggiamo, dove ci sono lampade che “Illuminano crudelmente i tavolini”; oppure, una stanza d’albergo, dove “né le tendine/ né la sovraccoperta a quadri/ mi ricorderanno”.
    In una prospettiva generale, possiamo dire che i luoghi e le atmosfere che essi evocano, pur nelle diversità degli stili e dei linguaggi, sono comuni a questi autori; anzi, a ben guardare, essi sono una costante della letteratura scandinava nel suo insieme. E il modo di rappresentare, di sentire certi luoghi, quello di far parlare, o di far tacere le «cose», le persone, la complessità, l’introspezione che ne scaturiscono, tutto questo e altro ancora, direi che è così comune, diffuso, in quella letteratura, perché fortemente radicato nell’anima delle popolazioni nordiche: lo è per motivi profondi, la cui genesi si colloca alle origini del mito.
    Ora, noi, volendo visualizzare tutto quanto abbiamo letto qui, nelle poesie degli autori scandinavi proposti dalla rivista, potremmo fare riferimento alla filmografia di un grande Maestro del cinema svedese, ovvero Ingmar Bergman: dai primi lavori di esordio, anche in campo teatrale, alle opere che, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, lo porteranno al successo internazionale, come “Il settimo sigillo” e “Il posto delle fragole”; ma altri film meritano di essere menzionati, quali “Il volto”, “La fontana della vergine”; “Come in uno specchio”, “Luci d’inverno”, “Persona”, “Scene da un matrimonio”; “L’immagine allo specchio”, “Sinfonia d’autunno”, e, l’ultimo, “Fanny e Alexander”. I temi di Bergman sono incentrati sui grandi interrogativi che riguardano la condizione umana (la Vita, la Morte, Dio), sulla conflittualità delle relazioni interpersonali, individuando nel sogno e nella memoria il mezzo per scandagliare la realtà.

    “Il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare.
    Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura”.
    (da Il settimo sigillo)

  22. Steven Grieco-Rathgeb

    VERSO LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17995
    Quello che dice Chiara Catapano è meraviglioso per una semplice ragione: mi conferma cose che solo chi conosce la lingua Greca perfettamente può confermare.
    Fin dalla gioventù leggevo i poeti Greci, e stupivo di una sorta di inafferrabile profondità e antica saggezza, una capacità di “guardare oltre l’orizzonte” che non ravvisavo in nessun poeta europeo del XX secolo, per quanto grande. Una sensazione netta, precisa, ma difficile da giustificare.
    Quando poi nel 1984 nacque mia figlia in Epiro, io dovetti mettermi sotto molto velocemente a imparare almeno i rudimenti di questa lingua, e questo per ragioni pratiche. Quando il parlatore di lingue europee inizia ad imparare il Greco, essa gli suona in modo alquanto strano e familiare per la ricchezza di parole antiche che già conosce: ma questo in fondo succede anche con le altre lingue europee per effetto del Latino (e dello stesso Greco) e in Inglese per effetto del Francese e del Tedesco che stanno alla sua radice.
    La differenza sta nella sensazione che abbiamo che in Greco quei vocaboli e l’ethos della lingua in genere risalgano in linea diretta all’antichità: come dice C. Catapano, la lingua Greca ci appare portatrice “diretta” di valori tramandati dai tempi antichi: e sicuramente sporchi alcuni e corrotti dal logorio del tempo e da invasioni di popoli culture e lingue straniere; eppure capace – proprio per quella linea diretta – di ritrovare nella lingua dei poeti moderni la purezza originaria.
    Mentre i poeti europei, con tutta la loro tragica grandezza, si dibattevano fra modernità e un continente di alta tradizione storica e culturale sempre più dedito però a distruggere le proprie tradizioni con rivoluzioni e guerre fratricide, i Greci raccontavano in più il loro dolore per il secolare distacco da quella stessa Europa di cui si sentono padri e (figli), la schiavitù (non tutta negativa però) di 4 secoli e mezzo sotto gli Ottomani, e l’appartenenza in linea linguisticamente diretta ad un passato antico, con i suoi propri legami più arcaici ancora con l’Asia.
    Che è poi quello che precisamente ravviso nella musica di uno Xenakis: lo stesso sguardo creatore in grado di spaziare molto lontano.
    Una lingua culturalmente tanto ricca di suggestioni ed echi da lasciarti stupito. Quante volte gli amici Greci mi hanno detto queste cose: ma io avevo bisogno anche di sentirlo da chi quella lingua la conosce perfettamente ma non è di nazionalità Greca.
    Adesso capisco. Grazie.
    Ancora oggi ciò mi appare quasi come un miracolo. Quasi che la Grecia potesse linguisticamente e culturalmente ricompattare l’Europa, donarle un’identità meno lacerata e distruttiva di quella che da sempre si porta dietro. Certo, questo è impossibile, e mai lo è come adesso che la Grecia per colpe proprie e di altri versa in condizione penosa.
    E’ curioso anche che una parola come “dunya”, parola persiana (Farsi) che significa “vita, mondo, gente” esista in tutte le lingue che si estendono dalla Grecia sull’estremo versante occidentale dell’Asia, fino al Nord India su quello orientale. La parola denota un particolare modo di intendere la condizione umana, la vita e le sue problematiche, che in Europa occidentale trova riscontro soltanto nella parola Francese “monde”, sempre nel senso di “mondo” e “gente”, che ha, anch’essa, questo indefinibile sapore chiaroscuro, infinitamente sfaccettato, quasi un po’ bohème, della vita.

    • LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/14/werner-aspenstrom-1918-1997-sei-poesie-verso-una-nuova-ontologia-estetica-traduzione-di-enrico-tiozzo-da-antologia-di-poeti-svedesi-contemporanei-edizioni-bi-bo-1992-con-un-commento-impolitico-d/comment-page-1/#comment-17996

      A questo proposito, qui da un’intervista a Elytis traduco un punto che si ricollega a quanto tu dici – e che è sicuramente fondamentale per comprendere e approfondire la tua giustissima intuizione:

      “La grecità altro non è che un modo di vedere e di percepire le cose, sia su vasta che su piccola scala. Intendo dire sia se che si pensi al Partenone, sia ad una lampada a olio. La cosa assolutamente importante è la nobiltà, la qualità, di contro alla dimensione e alla quantità che caratterizzano il mondo occidentale. Il popolo europeo è fiorito sui valori greci per giungere al suo Rinascimento. Ma il loro Rinascimento è qualcosa di profondamente diverso da quello che avremmo potuto sviluppare noi, se solo non ci avesse arrestati la Turcocrazia. Anche questo lo possiamo vedere su piccola scala, che è d’altro canto l’unica che ci è toccata in sorte: sotto un certo punto di vista il cortile esterno di una casa isolana, secondo la mia modesta opinione, o il cortile di un monastero sono, percettivamente intendo, molto più vicini allo spirito in cui nacquero i Partenoni e le Madonne, piuttosto che tutte le colonne e le metope dei palazzi reali europei. Il che significa che se ci fosse stato qualcuno capace di dare un seguito alla sensibilità greca, questo sarebbe stato esclusivamente il nostro popolo.”

  23. Per rispondere, provocatoriamente, all’amico Gabriele Pepe, i cristalli di Yao, riportati da Linguaglossa, non sono forse come il “frullato di banane” di un tuo verso.? E non è temporale il frullato di banane? Certo è un tempo convenzionale, quello definito da una convenzione, l’orologio, e potremmo anche dire che il tempo non esiste, potremmo sostituire il tempo con la biologia, si invecchia non tanto per il tempo convenzionale ma perché biologicamente qualcosa si trasforma. E non è a livello linguistico che “trasformazione” implica il tempo? E non è anche a livello spaziale che tale trasformazione avviene? Potremmo, in definitiva, dire che tempo e spazio esistono solo a livello di linguaggio?

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