NANNI BALESTRINI (1935) “I Novissimi” (1961). La poesia  del primo periodo di Nanni Balestrini: DUE POESIE da «Azimuth» (1959),  TAPE MARK I, TAPE MARK II (1961),  con stralci dei Commenti di Oreste del Buono, Umberto Eco, Livio Zanetti, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti e un Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

Nanni Balestrini è nato nel 1935 a Milano e vive a Roma. Ha fatto parte della neoavanguardia e degli scrittori intorno all’antologia I Novissimi, che negli anni Sessanta presero la denominazione di Gruppo ’63. La sua vasta produzione comprende poesie sperimentali (è stato il primo autore ad usare il computer per comporre una poesia) e romanzi impegnati politicamente riguardanti le lotte degli anni sessanta e gli anni di piombo. A seguito dell’ondata di arresti che ci furono a partire dal 7 aprile del ’79 per quelli che erano i presunti capi delle organizzazioni sovversive, ha evitato il carcere rifugiandosi in Francia. Sugli argomenti degli anni 70 ha scritto anche il saggio L’orda d’oro in collaborazione con Primo Moroni (Sugarco, 1988). Il saggio è stato ristampato da Feltrinelli (1997, 2003) con l’aggiunta di ulteriori contributi di Umberto Eco, Toni Negri, Rossana Rossanda e molti altri. Ha contribuito alla nascita di riviste quali Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zooom. Di poesia, ha pubblicato: Come si agisce (Feltrinelli, 1963), Ma noi facciamone un’altra (Feltrinelli, 1966), Poesie pratiche (antologia 1954-1969, Einaudi, 1976), Le ballate della signorina Richmond (Coop. Scrittori, 1977), Blackout (DeriveApprodi, 2009), Apocalisse (Scheiwiller, 1986), Il ritorno della signorina Richmond (Becco giallo, 1987), Osservazioni sul volo degli uccelli, poesie 1954-56 (Scheiwiller, 1988), Il pubblico del labirinto (Scheiwiller, 1992), Estremi rimedi (Manni, 1995), Le avventure complete della signorina Richmond (Testo&Immagine, 1999), Elettra (Luca Sossella, 2001), Tutto in una volta, antologia 1954-2003 (Edizioni del Leone, 2003), Sfinimondo (Bibliopolis, 2003), Sconnessioni (Fermenti, 2008), Blackout e altro (Deriveapprodi, 2009), Lo sventramento della storia (Polìmata, 2009). Ha pubblicato i romanzi: Tristano (Feltrinelli, 1966), Vogliamo tutto (Feltrinelli, 1971), La violenza illustrata (Einaudi, 1976), Gli Invisibili (Bompiani, 1987), L’editore (Bompiani, 1989), I furiosi (Bompiani, 1994), Una mattina ci siam svegliati (Baldini & Castoldi, 1995), La Grande Rivolta (Bompiani, 1999), Sandokan, storia di camorra (Einaudi, 2004), Liberamilano (DeriveApprodi, 2011); e i racconti: Disposta l’autopsia dell’anarchico morto dopo i violenti scontri di Pisa (in Paola Stacciali, In ordine pubblico, 2002. pp. 25-31), Girano Voci. Tre Storie (con disegni di G. Baruchello, Frullini, 2012). Ha pubblicato inoltre le Antologie Gruppo 63 (con A. Giuliani, Feltrinelli, 1964), Gruppo 63. Il romanzo sperimentale (Feltrinelli, 1965), L’Opera di Pechino (con L. Paolozzi, Feltrinelli, 1966); il radiodramma Parma 1922 (DeriveApprodi, 2002) e il saggio Qualcosapertutti. Collage degli anni ’60 (Il canneto editore, 2010).

dalla Introduzione di Oreste del Buono

Succedevano allora in Italia, nei dieci anni 1968-1978, cose che oggi non ci si crede. Scioperi generali; rivolte nelle carceri di San Vittore e di Poggioreale; manifestazioni operai-studenti all’Italsider, al Petrolchimico di Porto Marghera, alla Piaggio di Ancona, all’Apollon di Roma, alla Pirelli Bicocca di Milano, alla Fiat di Torino; occupazioni lunghe due mesi alla Bocconi, esami collettivi alla facoltà di Architettura a Milano; spaccature fra gli anarchici, convegni del movimento studentesco; occupazione del Duomo di Parma da parte di cattolici dissidenti (inclusa Lidia Menapace). E più tardi l’immagine d’Italia appariva quella di una società mortifera e necrofila: sedi del potere presidiate da armati, esercito e mezzi corazzati impiegati in funzione di ordine pubblico, moltiplicazione delle polizie private, carceri speciali, iconografia guerresca, dibattiti fra intellettuali concentrati su concetti desueti quali il coraggio e la paura, riti funebri, gruppi di lotta armata (Avanguardie comuniste rivoluzionarie, Brigate di fuoco, Nuclei armati proletari e Nuclei di contropotere territoriale, Brigate Rosse, Ronda proletaria). Parole di Cossiga: “L’Italia è il Paese più democratico del mondo”. Parole di Enrico Berlinguer: “Il momento è tale che tutte le energie devono essere unite e raccolte perché l’attacco eversivo sia respinto con il rigore e la fermezza necessari”. Parole di Moro: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Parole di Sciascia: “C’è una classe di politici che non muta e che non muterà se non suicidandosi. Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito o contribuire a riconfortarla”. Fra questi e altri avvenimenti, la signorina Richmond, testimone e visionaria, utopista e cronista, trascorreva come portatrice d’una nuova forma di poesia civile: appassionata quanto Pasolini, ironica furente e sentimentale quanto quei cantautori che esprimevano le emozioni dei ragazzi, forte nell’energia e nei ritmi quanto i danzatori di tango. Già era straordinaria l’impresa di rispecchiare quel tempo in versi. Ancora più straordinario il linguaggio, che mescola frasi quotidiane colloquiali, motti proverbiali alterati da minime variazioni capaci di cambiarne il senso, discorsi diretti, invettiva, allusioni a titoli, battute o sentenze di film, canzoni, giornali o romanzi, spiegazioni razionali dei fatti, giochi di parole, una sconosciuta comicità, eco remota di sogni, slogan, suono aspro dissonante: e tutto, miracolosamente, con una sapienza letteraria che non allontana il lettore facendolo sentire ammirato però impari, suggestionato ma secondario, che ne facilitava invece l’identificazione, la partecipazione. La novità caratteristica dei romanzi dell’autore si riversava nelle ballate della signorina Richmond, intatta e differente. Nel fatale decennio 1968-1978, attraversava i fatti pure Nanni Balestrini: con i suoi modi calmi e dolci, i suoi sorrisi leggeri appena accennati, le sue apparizioni e sparizioni di fantasma galante e combattente, il suo parlare soft, la sua resistenza. Insieme con i lavori dell’antologia poetica I Novissimi, del “Verri”, di “Alfabeta”, del Gruppo 63, di “Quindici”, da Feltrinelli, da Marsilio e nella Cooperativa Scrittori, ha proceduto quel lavoro politico che rende Balestrini uno dei pochi intellettuali della sinistra davvero impegnati (nell’opera come nel movimento), uno dei pochi irriducibili senza enfasi e senza ostentazione, impossibili da scoraggiare, tenaci senza pathos. Uno dei fondatori di Potere Operaio e dei sostenitori di Autonomia, incriminato per appartenenza a banda armata, esule politico a Parigi e in Germania, assolto dalle accuse, tornato in Italia: del tutto indenne da rimpianti, rimorsi, nostalgie, cedimenti.

Appunto impolitico di Giorgio Linguaglossa

Per I Novissimi l’arte tradizionale, la poesia tradizionale non ha più alcun senso, la lirica è diventata un genere obsoleto, l’unica strada percorribile appare quella della dissacrazione e di una rottura totale con gli antiquati generi artistici della tradizione. L’arte deve essere de-strutturazione dell’arte in quanto essa è una funzione del mercato e delle logiche del consumo della società capitalistica. La poesia può essere scritta da chiunque, anche da un computer. Detto fatto, l’intento dissacratorio di Balestrini viene tradotto in opera: pubblica delle poesie elaborate da un computer mediante un programma apposito. La neoavanguardia proclama, con una abilissima regia a tutto campo, che interi generi poetici e modelli narrativi sono ormai ancillari al sistema capitalistico del mercato editoriale. Nel 1961 esce l’antologia I Novissimi. Poesie per gli anni ’60, che raccoglie testi di Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini e Antonio Porta. Da quella prima manifestazione si dà vita a un vero e proprio gruppo d’avanguardia, il «Gruppo 63», che nasce dall’incontro di poeti, scrittori e intellettuali durante un convegno a Palermo tenutosi nell’ottobre del 1963. I Novissimi intendono riallacciarsi alle avanguardie storiche in funzione di una eversione dei linguaggi poetici e narrativi; al romanzo tradizionale di Cassola si oppone l’antiromanzo, alla poesia l’antipoesia, si vuole rendere evidente la mancanza di senso del mondo contemporaneo attraverso una sperimentazione radicale. Il testo poetico si apre al caos verbale, ai collage di frammenti linguistici – è il caso di Come si agisce, poemi piani di Nanni Balestrini -, alla mescidanza dei generi come nella Lezione di fisica e Fecaloro di Elio Pagliarani, a una successione di elenchi e iterazioni, addirittura al computer che viene delegato a scrivere poesie mediante un programma appositamente creato. Se Alfredo Giuliani con Povera Juliet e altre poesie e Antonio Porta con I rapporti si abbandonano a un linguaggio frantumato e privo di senso, Edoardo Sanguineti con Laborintus porta alle estreme conseguenze il plurilinguismo, immergendosi in una palus putredinis propria della società contemporanea. Vero e proprio terremoto che si abbatte sulla letteratura tradizionale.

Ad un bilancio attuale di oggi, Anno domini 2017, la rivoluzione di Balestrini deve essere letta come un momento della storia letteraria del Novecento, un momento particolarmente ricco e fertile di proposte alternative e di rinnovamento dei parametri letterari, una sorta di incunabolo di quel sommovimento che poi invase l’Italia e l’Europa che fu il ’68. Alcuni poeti ne traggono delle conseguenze: Pasolini e Montale capiscono che la storia della poesia è arrivata al capolinea e scriveranno quasi-poesia o poesia d’occasione o poesia giornalistica, insomma, tutto tranne che «poesia», altri come Sanguineti si impegneranno a fare della neoavanguardia una sorta di rivoluzione permanente, contribuendo in tal modo alla definitiva museificazione della neoavanguardia e alla sua accademizzazione in sperimentalismo permanente.

Oggi, nel 2017, in epoca di stagnazione e di omologazione delle idee e delle pratiche esistenziali, non possiamo non guardare con una certa invidia e mal celata tenerezza a quell’epoca di sommovimenti e di ribellismi letterari, sociali e politici.

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Nanni Balestrini con Ungaretti

Alfredo Giuliani nella introduzione a I Novissimi scrive:

“Le parole già scritte che Balestrini preleva dal fuggevole mondo quotidiano sono pezzetti di realtà di per sé insignificanti e destinati a scomparire nella ruota del consumo; recuperati e sorpresi nella loro inattesa libertà e capacità di sopravvivenza, essi vengono montati nel più stupefacente e ordinato disordine che si possa immaginare […] il giuoco, offerto deliberatamente contro gli abituali modi di pensare, rigidi e grammaticali, ricorda, sotto i tratti eleganti e disimpegnati, l’angosciosa elusività di un Scott Fitzgerald; cadrebbe in errore chi lo considerasse un affare privato, talvolta piacevole ma in sostanza incomunicabile e gratuito. Stando invece a vedere gli sviluppi della sua pericolosa manipolazione linguistica, dal tono indiscutibilmente lirico-umoristico, si deve concludere che l’apparente gratuità di Balestrini ha un significato precisamente rivoluzionario […] Il non-significato diventa fantasiosamente semantico…”

da «Azimuth», 1, 1959

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Nanni Balestrini e Valeria Magli

Nanni Balestrini
Innumerevoli ma limitate

Quante volte me lo
al cavallo che si era avvicinato
al rumore del muro crollato
e afferrò la maniglia scricchiolante
col pacco sotto il braccio e posarlo
dove l’aveva preso e nessuno
(ci sono tante sedie) lì c’era
a ricevere, controllare, a dire.
Che cosa. Mi disse: risolvi.
Dunque un po’ di silenzio, dunque la
colazione: e prenderne per conservare
la razza, il sesso, la statura
a manciate per fare più
in fretta galoppi anche se
appiccica alla pelle, poiché ha fine.
La seconda ragione (fu
sul punto di andarsene, ma vivacemente):
. . . . . . . . . . . .

Frammenti dal Narciso

.
È un po’ come dire che c’è poco da bruciare, oramai,
lo zeppelin è sgonfiato, il fusto è nudo
che fa spavento
io ho avuto tutti i numeri per finir male,
l’amore vizioso, l’ingegno e più l’ambizione pudica
e al momento opportuno un buco nei pantaloni
che ci passano due dita
allora bruceremo pali di ferro
il nostro paese aggiornato, la draga la gru l’idroscalo.
. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh, la nostra razza è la più tenace, sia lode al suo fattore,
l’uomo è l’unico animale che sverna ai poli e all’equatore
signore di tutte le latitudini che s’accostuma a tutte le abitudini,
così ho violenta fiducia
non importa come lo dico – ah l’infinita gamma dei toni
che uguaglia solo il numero delle anime sensibili delle puzze della terra
ho violenta fiducia, non importa, che tu mi trovi in mezzo alla furiana
e dopo, quando le rotaie del tram stanno per aria.
. . . . . . . . . . . . . . .

Nel suo articolo «La forma del disordine» (1961), scriveva Umberto Eco:

“Questo è molto importante: in altra parte dell’Almanacco troveremo le poesie elettroniche di Nanni Balestrini. Con la complicità di un poeta e di un ingegnere programmatore, il cervello IBM ha sparato più di tremila variazioni dello stesso gruppo di versi, tentando tutte le combinazioni che le regole di partenza gli davano come possibili. Se andiamo a cercare tra i tremila risultati ne troveremo alcuni insulsi, altri (pochi, mi pare) di altissima temperatura lirica, che non avremmo esitato ad attribuire ad un cervello umano. Ma è proprio qui l’errore: questi pochi risultati elettissimi, probabilmente Balestrini sarebbe stato in grado di ottenerli da solo a tavolino; scelti i versi, poco ci voleva a metterli insieme nel modo più acconcio “alla maniera di”, o comunque in armonia con certe correnti di gusto. L’opera del cervello elettronico, e la sua validità (se non altro sperimentale e provocatoria) consiste invece proprio nel fatto che le poesie sono tremila e bisogna leggerle tutte insieme. L’opera intera sta nelle sue variazioni, anzi nella sua variabilità. Il cervello elettronico ha fatto un tentativo di “opera aperta”. (…).

Con questo tali esperimenti si allineano a molti altri e attraverso tutti l’arte contemporanea adempie una delle sue funzioni principali, col provvedere cioè all’uomo d’oggi traduzioni immaginative della realtà naturale che la scienza gli definisce.” (Almanacco, 1961).

Il tono del commento di Eco, rispetto a quello del contiguo resoconto di Balestrini, è molto meno “tecnico” e giustificatorio, e l’interpretazione offerta ha un sapore di stimolo polemico e provocatorio ben preciso, nei confronti del lettore di formazione umanistica. Non solo il “cervello elettronico” si può sostituire al poeta nella produzione artistica: la “sua” poesia, con la compresenza “simultanea” di molteplici varianti, modifica profondamente le modalità costitutive della produzione estetica, manifesta l’obsolescenza delle opere “chiuse” prodotte artigianalmente a tavolino, contribuisce a fornire all’uomo contemporaneo le “traduzioni immaginative” atte a comprendere ed interpretare la realtà “scientifica” che lo circonda.

La linea interpretativa provocatoriamente proposta da Eco non mancò di influenzare il tono delle recensioni all’esperimento di Balestrini. I recensori, invece di dirigere la propria attenzione verso un’analisi del testo “elettronico” e delle forme di produzione di esso, considerarono per lo più l’esperimento di Balestrini come un “segno” delle trasformazioni del mondo letterario e culturale dovute all’avvento della “civiltà delle macchine”, evidenziando così la propria appartenenza al partito (non troppo affollato, in verità) degli apologeti del progresso scientifico e tecnologico oppure a quello degli scandalizzati custodi della tradizione umanistica.

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La recensione di Livio Zanetti sull'”Espresso” del 10 dicembre 1961 sfugge a tale dicotomia, descrivendo con una certa cura le caratteristiche dell’esperimento, e dimostrando anche una ricchezza di informazioni su di esso di gran lunga superiore a quella dei critici che se occuperanno in seguito. Il titolo della recensione, “Bompiani ordina poesie a macchina“, è supportato da un occhiello che afferma con sicurezza: “Il cervello elettronico entra nella storia della letteratura“. Un certo sensazionalismo traspare anche dai primi capoversi dell’articolo, che peraltro precisano meglio l’affermazione contenuta nel titolo:

Milano. La macchina che fa le poesie si chiama Mark I, sta in via Verdi 21, in un ufficio della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde. Alta pressappoco come un uomo piccolo e larga quattro metri e mezzo, a vederla sembra un gigantesco flipper con migliaia di scatti, accensioni, magnetismi, piccoli rantoli, e con attorno una mezza dozzina di tecnici in camice bianco. (…).”

L’idea di usarla per una tipica operazione poetica come quella di mettere insieme parole e contare sillabe e accenti, venne sei mesi fa a un funzionario della casa editrice Bompiani, che quest’anno dedica la parte centrale del suo ‘Almanacco letterario‘ a un panorama delle applicazioni di calcolatrici elettroniche alla ricerca filologico-letteraria.” (Zanetti,1961).

Zanetti, dopo aver tracciato un breve ritratto ironico del Balestrini “poeta d’avanguardia”, delinea i presupposti ed i vincoli che hanno guidato l’utilizzo dell’elaboratore, prima di descrivere le modalità operative dell’esperimento:

In che modo impiegare la macchina? Fino a che punto? Praticamente (Balestrini,ndr) avrebbe potuto infilarle dentro il vocabolario e mettersi ad aspettare. Ormai il vecchio aforisma di Einstein, che se si prende uno scimpanzè e lo si mette davanti alla macchina da scrivere dopo qualche milione di anni esce fuori l’ ‘Amleto’, oggi è diventato verificabile. Ma ci vuole sempre abbastanza tempo, e lavoro. Balestrini ha preferito semplificare i compiti alla macchina Mark. Gli è parso più opportuno adoperarla come una volta si usava il rimario, cioè come espediente tecnico con funzioni limitate. Così ha preso alcuni pezzi di periodo (una quindicina) e ha ordinato a Mark di rimetterli insieme secondo tutte le combinazioni e secondo determinate cadenze tecniche.” (ibidem).

1) I versi che seguono sono corredati da questo commento di Alfredo Giuliani:

In questa poesia brani di giornale, frammenti di conversazione, còlti nel loro essere puramente lessicale e asintattico, sono spinti istericamente (talvolta con grande delicatezza) in un mare di ambiguità. Ad esempio, l’accenno alle ‘otto posizioni’ è un punto di passaggio dal precedente tema sessuale al morto che giace ‘con gli occhi supini’; ma è anche in relazione al ‘cono d’ombra’ (posizioni astronomiche). Del resto, questa osservazione – così come molte altre che si potrebbero fare (violando in un certo senso l’intimazione contemplativa e l’assoluta agibilità del testo) – non esaurisce evidentemente la capacità di significato non lineare delle immagini e dei loro stravolti lineamenti. Nella molteplicità di lettura vanno infatti considerati gli scambi grammaticali di numero e di genere e quelli di tempo e luogo. Perché la scelta di queste misure? ‘Per continuare’, lo dice il testo.” (Giuliani ed., 1961, p.159).

2) Ne è un esempio l’introduzione all’antologia dei “Novissimi”, dove Giuliani scrive:

la vena claunesca di Balestrini s’è venuta sempre più rivelando nel fatto che a questi bits di parole già usate egli mescola, mediante assurde mosse sintattiche, i più involontari frammenti della comune conversazione (…) e a tale livello inserisce, quando gli capita, il particolare dotto o erudito, il passo di uno scrittore classico, del tutto destituiti dal loro valore contestuale. Il giuoco, offerto deliberatamente contro gli abituali modi di pensare, rigidi e grammaticali, ricorda, sotto i tratti eleganti e disimpegnati, l’angosciosa elusività di uno Scott Fitzgerald; cadrebbe in errore chi lo considerasse come un affare privato, talvolta piacevole ma in sostanza incomunicabile e gratuito. Stando, invece, a vedere gli sviluppi della sua pericolosa manipolazione linguistica, dal tono inconfondibilmente lirico-umoristico, si deve concludere che l’apparente gratuità di Balestrini ha un significato precisamente rivoluzionario. L’asintassia delle sue poesie è un pungolo che sprona il discorso ad accogliere i suggerimenti del caso, è una sensibilissima e inventiva forma di reattività agli elementi più strutturali di una lingua.” (A. Giuliani ed.,1961,p.28).

3) Sanguineti parla, a questo proposito, di una “capacità di significato espressivo indiscriminatamente conferibile, per puro gesto, alla totalità del dicibile, una volta che intervenga uno straniamento dal contesto pratico” (Sanguineti, 1966, p.85).

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Nanni Balestrini

4) La presentazione editoriale in copertina recita:

PER IL GROSSO PUBBLICO

Nanni Balestrini è stato il primo a scrivere versi servendosi (scandalo!) delle facoltà combinatorie di un cervello elettronico della IBM

PER LA BUONA SOCIETA’ LETTERARIA

è uno dei cavalieri dell’Apocalisse della post-avanguardia in Italia

dal ‘Sasso appeso’ a ‘Classificazioni’, a ‘Lo sventramento della storia’, un’accanita volontà di sperimentare il materiale fantastico estratto dal cadavere del linguaggio di massa percorre le forme esasperate di una claunesca Vita nova, d’un ‘novissimo’ manuale di metrica”.

5) Scrive a questo proposito Sanguineti:

L’obiezione immediata e facilissima è, naturalmente, che operazioni di quest’ordine, e cioè di questo disordine, di poesia per montaggio, visiva, elettronica, o tradizionalmente materializzata con neri inchiostri, ha senso una sola volta, la prima: esperimentata in un’occasione, essa finisce per assumere quel carattere, piuttosto fantascientifico che parascientifico, per il quale, nella mutevolezza delle combinazioni singole, nelle ripetute incarnazioni, nelle metempsicosi del processo produttivo e del suo principio formale, si ritrova, proprio come avviene nella deduzione verificante, sempre la medesima legge. Una volta accettata e compresa l’infinita possibilità di essa, la replica diviene necessariamente inutile, priva di contenuto conoscitivo, ridotta a mera riprova del già noto e del già accertato: l’infinita possibilità è la peggiore tra le cattive infinità.” (Sanguineti, 1964).

6) Le opere di Bense e Moles, in effetti, vennero tradotte in italiano solo in un periodo successivo; ma, a parte segnalazioni e recensioni apparse su riviste specializzate, Opera aperta (1962) di Eco e Simbolo comunicazione consumo di Gillo Dorfles (cfr.2.2) ne attestano la diffusione e la capacità di stimolo negli ambienti intellettuali legati al “Verri” ed alla neoavanguardia già all’inizio degli anni sessanta.

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Nanni Balestrini

Appendice: I prodotti degli esperimenti.

 Dall’Almanacco letterario Bompiani 1962, p.151

TAPE MARK I

La testa premuta sulla spalla, trenta volte
più luminoso del sole, io contemplo il loro ritorno
finché non mosse le dita lentamente e, mentre la moltitudine
delle cose accade, alla sommità della nuvola
esse tornano tutte, alla loro radice, e assumono
la ben nota forma di fungo cercando di afferrare.

I capelli tra le labbra, esse tornano tutte
alla loro radice, nell’accecante globo di fuoco
io contemplo il loro ritorno, finché non muove le dita
lentamente, e malgrado che le cose fioriscano
assume la ben nota forma di fungo, cercando
di afferrare mentre la moltitudine delle cose accade.

Nell’accecante globo di fuoco io contemplo
il loro ritorno quando raggiunge la stratosfera mentre la moltitudine
delle cose accade, la testa premuta
sulla spalla: trenta volte più luminose del sole
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra assumono la ben nota forma di fungo.

Giacquero immobili senza parlare, trenta volte
più luminosi del sole essi tornano tutti
alla loro radice, la testa premuta sulla spalla
assumono la ben nota forma di fungo cercando
di afferrare, e malgrado che le cose fioriscano
si espandono rapidamente, i capelli tra le labbra.

Mentre la moltitudine delle cose accade nell’accecante
globo di fuoco, esse tornano tutte
alla loro radice, si espandono rapidamente, finché non mosse
le dita lentamente quando raggiunse la stratosfera
e giacque immobile senza parlare, trenta volte
più luminoso del sole, cercando di afferrare.

Io contemplo il loro ritorno, finché non mosse le dita
lentamente nell’accecante globo di fuoco:
esse tornano tutte alla loro radice, i capelli
tra le labbra e trenta volte più luminosi del sole
giacquero immobili senza parlare, si espandono
rapidamente cercando di afferrare la sommità.

2 – Da Come si agisce, pp. 213-230

TAPE MARK II (parte iniziale)
AB

chi mancava da una parte all’altra si libra ad ali tese
aspettando che finisca l’aria da respirare facendo finta
le parole non dette nella bocca piena di sangue tutto tace
fino ai capelli appiccica alla pelle non capiterà mai più
lo sgombero della neve ora gialla ora verde nessuno voleva restare

attraversando bocconi la distanza esatta per farne a meno
la folla camminava adagio non capiterà mai più le dita immerse
nell’istante inatteso montaci sopra ora gialla ora verde
l’aria da respirare aspettando che finisca i passi necessari
fino ai capelli l’estate fu calda nelle nostre tenebre

tutto tace nella bocca piena di sangue lo sgombero della neve
su tutta la strada i passi necessari perché non entrino i leoni
si libra ad ali tese sull’erba fuori l’estate fu calda
non capiterà mai più la folla camminava adagio da una parte all’altra
l’aria da respirare facendo finta immobili giorni

ora gialla ora verde montaci sopra fino ai capelli
nessuno voleva restare da una parte all’altra il tendine è spezzato
per farne a meno sputa anche il miele facendo finta
i passi necessari su tutta la strada la distanza esatta
non capiterà mai più le dita immerse guardando bene
[…]

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  1. Guido Galdini

    A integrazione di questo post, mi permetto di raccontare una storia abbastanza curiosa.
    Alcuni informatici statunitensi, tempo fa, hanno scritto un programma che produce articoli scientifici privi di senso, che hanno messo in rete: basta inserire i nomi degli autori, e viene subito sbrodolata qualche pagina con formule, richiami e bibliografia.
    Al di sotto ci sono studi serissimi di grammatiche context-free e altre quisquiglie del genere.
    L’aspetto divertente (o inquietante?) è che hanno inviato a un congresso alcuni articoli ottenuti in questo modo, uno dei quali è stato prontamente accettato. La conseguenza, dopo che hanno rivelato il trucco, è che in seguito i loro articoli (serissimi e veri) sono stati costantemente rifiutati.

    Per chi è interessato a una carriera scientifica, questo è il sito per produrre i propri articoli
    https://pdos.csail.mit.edu/archive/scigen

  2. Donatella Costantina Giancaspero

    Nanni Balestrini artista

    Per introdurre il libro “Qualcosapertutti. Collage degli anni ’60” (Genova, Il Canneto Editore, 2010), una raccolta delle sue prime opere verbo-visive, Nanni Balestrini scrive:

    «All’inizio degli anni ’60 scrivevo poesie in cui facevo un uso abbondante di citazioni, anche di titoli di giornale, e mi è venuto così spontaneo di ritagliarli, combinarli, incollarli su dei grandi fogli. Un’operazione che mi permetteva di uscire dalla soffocante pagina del libro, non a caso chiamata gabbia, con la sua banale linearità tipografica che permette un’unica direzione di lettura. Quei collage aprivano invece a una lettura molteplice, in tutte le direzioni possibili, su una superficie in cui gli occhi si potevano muovere come guardando la pittura di un quadro. E offrendo anche una visione complessiva, grafica e materica: un’altra dimensione estetica che si aggiungeva a quella della parola, letta e intesa come suono, ritmo e significato […]».

  3. antonio sagredo

    misero Balestrini : questi collages (poi “frottages, ecc. e altre decine di termini derivati ) già le avanguardie artistiche ceche le avevano realizzate dagli anni ’30 in poi. Ripellino (negli anni ’50 del secolo scorso) e poi Dierna (anni ’80 e ’90 fino ai nostri giorni) ne danno ampia informazione nei loro saggi, specie quelli dedicati a Jiri Kolar e vari gruppi di artisti cechi; qui si tratta che Balestrini è in cattiva fede, poiché di certo era a conoscenza dei risultati artistici delle avanguardie ceche e in più fidava nella ignoranza culturale dei critici d’arte e letterari italiani!); Balestrini questi suoi esperimenti li ha fatti negli anni ’60 pagando col “ventennio” il ritardo di 25-30 anni, che si ripercuoterà in tutte le arti, compresa la Poesia. –
    Riguardo al primo intervento, quello di Galdini… anche qui più o meno la medesima critica: esperimenti dal punto di vita teorico (le macchine erano agli albori delle loro possibilità) già furono realizzati dal Karel Capek (l’inventore del termine “robot”; egli immaginò di essere una creatura che al posto di un cervello “umano” avesse invece migliaia di fili elettri e similari nel proprio cervello, e comandò di generare risultati linguistici). Dal termine robot (ceco) si passò al termine russo “robotat” di triste memoria: robotat’ è lavorare come uno schiavo privo di cervello ”umano”: dunque gulag! –
    Per quanto mi riguarda questi “scrivieri” come Balestrini e compagni non mi dicono nulla.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17904 Esercizi sterili, come ha ben osservato Umberto Eco, destinati a ripetersi, all’infinito, inconcludenti. Eppure hanno prodotto l’azzeramento del modo tradizionale di intendere la poesia. La gente, in Italia, quasi non se n’è accorta perché siamo in un paese da sempre votato al sentimentalismo, come del resto accade in tutti i paesi mediterranei, dal Portogallo alla Grecia ( per cui da noi valgono le poesie di Pavese finché scrive “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e il resto è nebbia). L’azione di azzeramento è stata importante per i poeti di oggi: almeno questo compito ce lo siamo evitati e possiamo procedere pensando ad un nuovo inizio. Inoltre, e principalmente con Balestrini, s’è dimostrato che i poeti non temono la tecnologia: pur muovendosi in modo critico, l’affrontano con curiosità, subito ben disposti a trarne benefici di tipo creativo.
    Ho un debito personale verso Nanni Balestrini perché, sedicenne, lessi Vogliamo tutto, un libro che m’aiutò a cambiare destinazione; ma in generale, in quegli anni tra il ’60 e il ’70, malgrado il “piombo”, culturalmente si respirò aria fresca, di rinnovamento ( l’azzeramento è una considerazione di poi). A molti poeti piace sperimentare, almeno finché non ci si accorge del “trucco” e ne va dell’autenticità. Ma allora, secondo me, il poeti del Gruppo ’63, autentici lo erano eccome. Ne approfitto per ricordare un poeta oggi messo in disparte, Corrado Costa, perché operò nel solco di Balestrini con esiti di tutto rispetto. Erano molto creativi.

    • … finché la palla passò a Raboni, e tutto tacque.

      • Balestrini si associa al Gruppo 63 emulandone lo scardinamento del verso, e la volontà di dissacrare a freddo lo statuto sinergico di certa poesia prenovecentesca e degli anni 40-50. Sarebbe anche il caso, a distanza di tanti decenni, riconoscere la sua poesia come un tic elettronico, dodecafonico (?), un sadismo linguistico che flagella la tradizione mettendola in un angolo, pur nel rispetto della intelaiatura metrica e sintattica. Il risultato e la desocializzazione della poesia, verso la comunicazione, e l’impersonalità del verso da cui poi nascono scintille eversive di linguaggio, come tante startup da mercatino, senza codice a barre.

        • Sì, io ho fatto tutt’uno di Gruppo’63 e Novissimi. Giusto dire le cose come stavano. Fu alla fine degli anni ’70 che conobbi alcuni di loro, la Niccolai e Rosselli. Ma in quegli anni il mio metro – misura di velocità – era ancora la Beat generation; più i poeti russi, e pochi italiani, più o meno gli stessi che ha nominato Sagredo. Le mostre di poesia visiva, viste oggi (ricordo quella di Barcellona, credo al Museo d’arte contemporanea), un po’ riesco a capirle, cosa non facile dal momento che le opere esposte sono per lo più illeggibili e inguardabili. Però, se interpretate come azzeramento, molte sottigliezze saltano fuori. Certi impaginati, vissuti ad arte… Be’, non era ancora il momento di Basquiat e Haring. E la poesia italiana chissà dove.

  5. antonio sagredo

    Raboni, chi è costui?
    in un video facilmente “trovabile” si sente il Carmelo Bene dare delle batoste mortali a questo sedicente poeta… il salentino disse in altri scritti che i suoi versi erano “mortali” e tali da considerarli non appena scritti. Il sedicente se ne stette zitto per tutto il tempo che in diretta TV dovette subire il suo attacco troppa importanza, e già , secondo me, fu tanto il fatto che gli dette troppa importanza. Il sedicente era colui che faceva il bello e cattivo tempo (cancellare il bello) nella poesia italiana con tutto il suo potere assoluto, d’accordo con le maggiori case editrici, ora il testimone è passato al Cucchi e figli e nipoti, degno il suo successore e a sua volta eminente epigono!

    • Carneade chi é costui Molto manzoniano invero Raboni é poeta, Bene mi pare abbia scritto “Sono apparso alla Madonna” ma, quando leggeva
      MaJakovsij,mi piace Bene un artista, forse abbassando il minimo che certa politica gli ha fatto salire come una febbre alta, sarebbe stato meglio?

  6. Steven Grieco-Rathgeb

    DA NANNI BALESTRINI ALLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17909

    A parte la grandissima nostalgia nel vedere la vecchia 600 taxi, stupendo reperto archeologico!
    (ma quelle macchine funzionavano, eccome.)
    La traiettoria del poeta Balestrini è interessantissima. Io lo conosco. Qualche anno fa egli mi donò un volume Mondadori di tutte o quasi tutte le sue poesie. Un volume leggibilissimo a livello didattico, illeggibile come poesia.
    Dalla pagina “gabbia” alle bacheche nel freddo e asettico museo di Bolzano, è lunga la strada che questa importante figura ha percorso nel campo della poesia.
    Quella bi-dimensionalità dalla quale egli vuole così fortemente sfuggire, e che tutti noi poeti sentiamo talvolta come costrizione e quindi lo capiamo benissimo, può però essere vista anche in un altro modo. Ma questo rimane impossibile finché non siamo in grado di intravedere e poi capire a fondo il miracolo dell’interiorità tridimensionale della poesia. Finché non possiamo capire che la poesia si situa al suo stesso interno, nel suo carattere squisitamente implicito, la strada continuerà sempre a ripiegarsi su se stessa.
    Majakovskij, i futuristi (anche italiani) cercarono anche loro di uscire dalla poesia, di squarciarne i limiti, fuoriuscire negli spazi aperti del mondo. Ci riuscirono, ma in qualche modo non seppero indicare la strada agli altri. (Anche perché presto arrivò Stalin che tradusse l’Avanguardia artistica in realtà sociale – nello Stato Sovietico, così svuotando dall’interno quella grande esperienza, come ci spiega il filosofo Boris Groys). Non per nulla un Malevich, porta tutto ciò in una direzione affatto diversa, sebbene fosse anche lui partito dalle stesse premesse – verso una progressiva e radicale astrazione dell’immagine artistica.
    E questo perché a mio avviso nessuno in ambito poetico aveva, e tuttora nessuno ha, recepito l’importanza dell’arrivo del cinema fra le arti. Che ci insegna una cosa che abbiamo sempre saputo, ma sempre dimenticato: che l’immagine in realtà si muove, è cosa viva, come acqua, ci sono cose che succedono dentro l’immagine, sia nel film sullo schermo, sia nella poesia sullo schermo della mente.
    La volontà di uscire con la poesia dalla forma-poesia l’ho avuta anch’io, in un periodo in cui disperavo della possibilità della poesia di continuare a esistere in questo mondo nella forma che ha sempre avuto.
    Fu la poesia stessa a mormorarmi dove stava la soluzione al dilemma: nella sua interiorità, nei suoi spazi interni, che sono così silenziosi che puoi benissimo non accorgertene. Ora, che la poesia nella sua forma di sempre possa sopravvivere davvero è ovviamente cosa che non può sapere nessuno. La poesia dovrà per forza anche entrare nelle chat rooms – ovvero, essa è già presente là, perché ovunque si trovi l’uomo, là c’è la poesia – ma ovviamente le modalità cambiano e cambieranno, via via che muta ingannevolmente il modo dell’uomo di stare su questa terra. A questo proposito, di recente ho visto un video fatto da un ragazzo molto giovane (13 anni), figlio di una mia amica, e la cosa mi ha fatto cominciare a pensare.
    Tuttavia, se la poesia, così come ci è ancora riconoscibile oggi, dovesse farcela, o se essa si trasformerà in altri modi in futuro, sarà sempre, oso pensare, per quel suo spazio interno, realtà interiore, non probabilmente per una sua ipotetica esplosione nello spazio esterno.
    Ricordo il passo di Tarkosvkij che ho citato nel mio intervento al laboratorio di poesia del 1o febbraio (lo trovate qui sul blog): l’immagine si rivela pienamente soltanto “quando ti rendi conto in modo perfettamente chiaro, che quello che vedi nell’inquadratura [i.e., nell’immagine] non si esaurisce nella successione visuale, ma allude appena a qualcosa che si propaga oltre l’inquadratura, A QUALCOSA CHE CI PERMETTE DI FUORIUSCIRE DAL FILM PER ENTRARE NELLA VITA.”.
    Ecco in questo modo, la poesia fuoriesce SEMPRE quando è realmente compiuta dallo spazio interno verso la vita. Comunque, mutamenti anche fisici del modo in cui la poesia ci arriva sono come ho detto possibili. Poesia visiva, perché no? Poesia orale, gestualizzata etc. senz’altro!
    Ma io sento che per la eccessiva ideologizzazione ed esteriorizzazione della poesia operata dai poeti Anni 50-70, in qualche modo quei poeti non ce l’hanno fatta. Un fallimento però molto importante!
    Una volta capita a fondo l’innata tridimensionalità della poesia, la tridimensionalità sottile, virtuale dell’immagine che si forma nella mente, ecco che essa esplica tutta la sua potenza.
    E rivela inoltre che quella pagina di carta non è affatto una “gabbia”: è invece materialità organica alla poesia. E’ la carta bianca del pittore cinese: il vuoto imprescindibile da cui nasce il tratto, l’atto, il gesto: non quindi cosa inerte, ma quel territorio ineffabile, pre-cogitativo, pre-immaginifico, colmo dell’immagine e del concetto astratto nel loro stato potenziale.
    A questo punto carta, inchiostro, occhio che legge diventano un trio: veicolo scritto (disegnato!) per la forza espressiva del suono, della poesia nella sua forma sonora, fonetica: che a sua volta veicola il “senso”, la suggestione ultrasonora, ultrafonetica, della parola, la quale a sua volta ancora sconfina verso, porta di nuovo verso casa, verso il labirinto interno del senso delle cose.
    Dal tri-dimensionale, ovviamente si passa anche alla quadri-dimensionalità, perché no – ma secondo me questo è un inganno, semplicemente perché il Tempo non sta CON, o DENTRO, ma È le tre dimensioni del nostro vivere e pensare fisico e intimo: non partecipa di esse, non le veicola, non le rappresenta – è la loro stessa essenza.
    E infatti tutta la fortemente cercata tri-dimensionalità della poesia di Balestrini, rischia di rimanere gesto bidimensionale, muto. E lo vediamo dal museo di Bolzano, che mi ha gelato l’anima, mentre rendevo onore a quest’uomo coraggioso, intrepido, che ha vissuto in tempi troppo facili, troppo “spiegati” e scontati, e per questo terribilmente difficili.
    Solo, forse, il suo film “infinito” che vediamo nel video postato da Donatella Giancaspero, riesce a varcare il limite apparentemente invalicabile.
    Ricordo una sola poesia in tutto il volume dei “Novissimi”, una di Cesare Vivaldi, che ahimè non posso citare, perché non ho il libro qui con me a Roma – ma quella unica poesia fortemente immaginifica è più o meno l’unica in tutto il libro dei Novissimi che indica una via per uscire da quella esperienza – via comunque che quei poeti, ebbri di ideologizzazione, scelsero di non prendere.
    (Devo dire però che trovo Sanguineti comunque e sempre un poeta interessante, particolarmente nelle ultime poesie che ha scritto prima della morte prematura.)
    Io adesso ho messo in luce questo che considero il limite della poesia dei Novissimi, ma spero che ci siano altri commentatori su queste pagine, che sapranno meglio di me dire tutta l’inevitabilità “storica” di quella stagione, e quello che di buono ci ha portato. Perché loro sono comunque i nostri antecedenti, padri, letterari.

  7. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17911 Caro Mayoor, a parte i debiti personali, che ognuno di noi ha (io personalmente coi poeti “grecolatini”, titolo di un mio componimento che riporto più sotto), resta il fatto che erano “autentici” nel loro malaffare, tant’è che diversi se ne uscirono fuori da questo gruppetto. A una domanda fattami in una lunga intervista di F. Lenzi nel 2003, dissi quel che pensavo giovanissimo sui Novissimi :
    [ Eravate molti studenti a seguire questo corso?

    Quando arrivai, nel 1968, da Lecce, già conoscevo Ripellino… mi ci volle un anno per capire che direzione volevo dare alla mia vita. Solo un anno dopo decisi di frequentare l’università.
    Alla età di quattordici anni mi piaceva leggere poesia: la capivo più facilmente della prosa. Dopo due/tre anni ebbi un po’ a noia – asfissia – la poesia italiana (tranne Campana, e qualche altro ingiustamente sconosciuto come Villa), anche quando leggevo la critica italiana su di essa (gli studi del Getto su Leopardi, spacciati per innovatori mi lasciavano indifferente, per esempio). Siamo intorno agli anni 1962-1964… il fatto dei Novissimi non mi colpì più di tanto: allora mi sembravano goliardate i loro attacchi al lirismo, comunque qualcosa si muoveva, era ora! Mi capitò un giorno, credo il 1963, d’autunno, a Lecce, tra le mani un libro di poesia, Nuovi poeti sovietici del Ripellino; ne lessi la prefazione, non conoscevo questi poeti, e allora dissi: “ecco, così si trattano i poeti!” ]
    Il componimento che apre il mio primo libro di poesie in Italia, CAPRICCI”:
    (è ovvio ricordare che i miei primi componimenti (tardi anni ’60) di tutt’altro stile,
    ma già s’intravedevano….)
    ———————————–
    Ai poeti grecolatini, i miei debiti

    Quel torpore che agli angeli dona un volo di disarmonie
    è l’istanza di una finzione che reclama un osceno canto,
    un salmodiare che nei miei impuri versi agli Enti Eterni
    lo sguardo distoglie dalle catastrofi tra ceneri di morti.

    Eppure io gradisco poco un verso fatto e limato,
    ma tu con le parole mi raggiri, e un patibolo per me,
    distratto, costruisci: tu sei il solo che dà retta alle mie inezie!
    La condanna è irriverente, come l’artiglio di una tragedia.

    La Notte che mi sfidava come il flauto di Marsia
    coronava di spazi strani i punti cardinali
    e la fronte di Antonio che crollava coi suoi natali –
    ma le sue pagine sono eterne, ben oltre la sua fine.

    Era quel rogo terminale fra coriandoli e scintille
    il capezzale dove la Trinità danzava come Valpurga,
    le mie narici si gonfiavano come vele infernali –
    sono stato inquietato dai canti e dai trionfi!

    Il sigillo dei miei canti mai spezzato da nessun oblio,
    né dal sole, non sarà più di una trascorsa terra,
    ma un pianeta altrove su altre cave orbite mi offrirà
    in ginocchio un’altra umanità –e sarò letto, io, ancora!

    E fra crudi inverni e balsami persiani saprò là
    ritrovare le mie cadenze, studieranno i lirici
    le mie canzoni, le elegie domino come i lauri,
    sarò sempre con voi, versi miei: schiavi, signori!

    antonio sagredo

    Vermicino, 28 febbraio 2008
    —————————————

    • Il nuovo Sagredo, che “con le parole mi raggiri”… come tu riesca a mantenerti autentico, con questa tua scrittura, è per me il mistero più grande. Credo sia un principio valido per tutti quello per cui: più ci si rivela e più si è amati. Ammesso che questo conti per la persona.

  8. Steven Grieco-Rathgeb

    Il furto da parte dei regimi totalitaristici nel periodo entre les deux guerres della nuova concezione dell’arte chiamata Avanguardia, che loro vollero usare per trasformare i popoli in società perfette, utopiche (forse un po’ come ha teorizzato F. Fukuyama con il concetto della fine della storia) – questo e la Seconda Guerra e l’Olocausto ci fanno capire bene l’evoluzione storica del secondo dopoguerra in Occidente. Ci fa capire la deriva del Vecchio Continente come depositario di valori umani, e di conseguenza dei disperati e coraggiosi tentativi delle neoavanguardie poetiche di trovare una nuova ratio, un nuovo dire della parola. E’ un retaggio che anche noi ci portiamo sulle spalle. Il tutto ben spiegato da Boris Groys nelle sue opere

  9. Giuseppe Talia

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17916
    A Nanni Balestrini

    Sei pronto? Che faccio, scatto? Ecco, sì, scatto!
    Ma no, ti sei mosso! Ma che fai, ti muovi come le masse?
    Allora, dai, scatto. Fermo. Le Capital qui FIAT la guerre!
    Forza, che ti pixello, ti taggo, ti bloggo, ti ritocco
    O nanni! E stattene un po’ fermo! Ora ti blocco!
    Click. Ce l’ho fatta! Te la dedico: “Alla neoavanguardia permanente”

  10. Giuseppe Talia

    Thanks to George Linguaglossa for the suggestions and tips

  11. Donatella Costantina Giancaspero

    DALLA NEOAVANGUARDIA ALLA RETROGUARDIA PERMANENTE DELL’ETA’ ATTUALE ALLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17918

    Per introdurre il libro “Qualcosapertutti. Collage degli anni ’60” (Genova, Il Canneto Editore, 2010), una raccolta delle sue prime opere verbo-visive, Nanni Balestrini scrive:

    «All’inizio degli anni ’60 scrivevo poesie in cui facevo un uso abbondante di citazioni, anche di titoli di giornale, e mi è venuto così spontaneo di ritagliarli, combinarli, incollarli su dei grandi fogli. Un’operazione che mi permetteva di uscire dalla soffocante pagina del libro, non a caso chiamata gabbia, con la sua banale linearità tipografica che permette un’unica direzione di lettura. Quei collage aprivano invece a una lettura molteplice, in tutte le direzioni possibili, su una superficie in cui gli occhi si potevano muovere come guardando la pittura di un quadro. E offrendo anche una visione complessiva, grafica e materica: un’altra dimensione estetica che si aggiungeva a quella della parola, letta e intesa come suono, ritmo e significato […]».

    La tecnica del collage ha origini lontanissime, nel tempo e nello spazio, che provengono dalla Cina, con l’invenzione della carta. Ebbe impiego (soprattutto, in Giappone, sec. X) ad opera dei calligrafi, che usavano incollare le proprie poesie su superfici polimorfe. In Europa, si diffuse a partire dal XIII sec. e poi, intorno al XV – XVI sec., trovò largo impiego nelle icone, arricchita dalla foglia d’oro e da pietre dure.
    Per questa sua originaria duttilità ed elasticità, si può ben comprendere come poi la tecnica del collage abbia trovato largo impiego nelle molteplici forme dell’arte sperimentale: Braque, Picasso, i Futuristi, il movimento Dada, la Bauhaus, i Costruttivisti, le Avanguardie Russe, Max Ernst, Hannah Höch, la quale inserì anche la fotografia, insieme ad altri artisti, quali George Grosz, John Heartfield, Raoul Hausmann, dando origine a montaggi e manipolazioni di straordinario impatto visivo.
    A mano a mano, la tecnica del collage (“papiers collés”, come la ribattezzarono i cubisti) introdusse una quantità incredibile di materiali, i più diversi: vetro, rifiuti, objet trouvées, lamiere contorte e perfino scarti alimentari.
    In Italia, un esempio di questo allargamento del collage lo abbiamo già dal Primo Dopoguerra, con l’opera di Enrico Prampolini. Ma è nel Secondo Dopoguerra che il collage troverà maggiore dignità artistica con Alberto Burri, Toti Scialoja, Emilio Vedova, Fausto Melotti, sino a generare i “decollages” di Mimmo Rotella e un’arte, alla fine, “fatta con tutto”.
    Carta, colla, mascherine colorate e ritagli di giornale sono gli strumenti dei nostri Alighiero Boetti, Tomaso Binga (ovvero Bianca Menna), Mimmo Paladino e dei protagonisti della Poesia Visiva. Altrettanto accade negli Usa…

    In Cecoslovacchia, l’artista, poeta, scrittore e traduttore Jiri Kolár, uno dei principali esponenti del Gruppo ’42 (fautore dello scambio tra poesia e pittura), sostiene un’estetica del seriale quotidiano. Egli realizza i primi collage già alla fine degli anni Trenta. Proseguendo nella decostruzione della poesia (procedimento già iniziato da Stephane Mallarmé e proseguito da Guillaime Apollinaire), Jiri Kolár, tra il 1959 e il 1961, elabora il suo progetto di “Básne ticha”, “Poesie in silenzio”. Per la sua realizzazione si avvale del collage di testi e immagini stampate, esplorando così, in senso metalinguistico, le innumerevoli varianti offerte da questa tecnica.
    Nel 1968, realizza in forma di collage anche gli avvenimenti della Primavera di Praga e della conseguente invasione sovietica.
    Siamo giunti, così, agli anni Sessanta del Novecento: gli stessi in cui, da noi, opera Nanni Balestrini, insieme ai Novissimi e al Gruppo ’63, contribuendo al rinnovamento artistico e intellettuale del Secondo Dopoguerra, quando ormai il Neorealismo subiva la sua parabola discendente.

    È evidente che i riferimenti artistici di Balestrini fanno capo alle avanguardie storiche ed egli stesso è il primo a dichiararlo. Niente nasce da niente. Ma è particolarmente importante che l’Italia abbia avuto almeno in lui, come negli altri esponenti del citato Gruppo ’63, artisti sensibili alle istanze di rinnovamento che trovavano sviluppo altrove, oltre confine. In particolare, è notevole, ai fini del rinnovamento letterario, la sua scelta di voler lavorare sul principio della rottura della linearità verbale. Sminuzzare la forma significa, anzitutto, aprire la parole a maggiori potenzialità comunicative. E questo anche in conseguenza del mutato quadro socio-economico, che, proprio in quegli anni Sessanta (anni di passaggio da una società rurale ad una fortemente industrializzata), imponeva ritmi nuovi, più frenetici, rispetto al passato. A questo riguardo, vorrei ricordare una dichiarazione dello stesso Balestrini in un’intervista:

    «Rispetto al passato, oggi il tempo è meno lineare, è anzi continuamente frastagliato. Stamattina ero a Roma, prima ero al telefono, poi con un collezionista, ora sono con lei. La giornata è continuamente tagliata e interrotta. Tutte queste rotture devono esserci anche nella poesia, nella pittura, nella musica».

    Dunque, Nanni Balestrini e Jiri Kolár adottano la stessa tecnica del collage (e Kolár, come tanti altri artisti, anche prima del Nostro): è vero, però i due operano con intendimenti diversi, cogliendo le problematiche delle differenti realtà in cui vivono. In Balestrini, il collage esprime “un controllo della casualità” (come egli stesso dice), all’interno di una realtà che ci sfugge continuamente e nella quale “le parole diventano appigli” con cui afferrarne solo qualche brandello, “per illuderci di comprenderla”.
    In Kolár, invece, il collage esprime la stratificazione del tempo nella nostra vita:

    «La vita – egli dice – pone su di noi sempre nuovi strati di una carta invisibile. Uno strato ci fa dimenticare l’altro. E quando riusciamo a staccare o addirittura a strappar via qualche strato, siamo sorpresi di quante cose stanno dentro di noi. Quante cose che il tempo non ha eliminato ci portiamo dentro! È qualche cosa in grado di risvegliarsi, di resuscitare».

    La carta stampata rappresenta la vera essenza dell’arte di Kolár, nei cui lavori traspare la rottura delle forme grammaticali e l’uso di una lingua libera che utilizza i vuoti e i silenzi.
    In conclusione, riconoscendo al ceco Jiri Kolár i suoi grandi meriti artistici, non si può comunque negare a Nanni Balestrini il pregio di aver inferto uno scossone alla cultura italiana, in anni di crisi d’identità, anni in cui, diversamente, essa sarebbe andata alla deriva. Poi, il suo discorso poetico-estetico potrà piacere o non piacere, potrà, nel quadro artistico generale, aver rappresentato un punto di riferimento più o meno forte riguardo alle correnti successive… Tuttavia, Nanni Balestrini c’è stato: è stato presente in quell’epoca storica-artistica. Anche un italiano ha detto la sua. Anche per questo noi dobbiamo ringraziarlo.

  12. DALLA NEOAVANGUARDIA ALLA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17919

    Se dovessi scegliere una parola per definire la situazione delle arti e della poesia di oggidì sarei tentato di adottare questa fraseologia: EPOCA DELLA RETROGUARDIA PERMANENTE E DEL PERMANENTE CONFORMISMO.

    Se ancora fino alla fine degli anni Novanta guardavo con sufficienza alla neoavanguardia considerandone tutti i limiti e gli aspetti di apriorismo ideologico, oggi, in piena epoca restauratrice e conformistica, sono invece propenso a guardare con attenzione e simpatia al movimento della neoavanguardia e, in particolare, all’opera di Nanni Balestrini, un poeta, uno scrittore, un panflettista irriverente e rivoluzionario, come fu rivoluzionario l’atto di delegare ad un Cervello IBM la responsabilità estetica di scrivere poesie. Un atto dissacrante e rivoluzionario.

    Per quanto riguarda l’argomento sollevato da taluno secondo il quale il ’68 sia stato un movimento da operetta e che molti ex sessantottini in età matura abbiano optato per l’inserimento nel sistema capitalistico, lo considero uno pseudo argomento sostenuto tra l’altro da chi fa parte integrante da sempre dell’accademia del conformismo dei nostri giorni.

    L’argomento specioso adottato da molti letterati della domenica secondo cui la neoavanguardia non ha prodotto documenti poetici di livello, lo lascio volentieri a quei letterati. Anche il Futurismo non ha prodotto documenti poetici di livello. E questo che significa? Il Futurismo è stato un movimento d’avanguardia importantissimo, determinante senza il quale non capiremmo niente del rinnovamento dell’arte europea degli anni Dieci e Venti. Analogamente, l’effetto della neoavanguardia è stato quello di spazzare via dal campo letterario le scritture poetiche e narrative ancorate ad una visione idillica e acritica dei rapporti tra intellettuali e scrittori e l’industria. È stato un movimento importante, importantissimo per lo svecchiamento della letteratura italiana, se non ci fosse stato staremmo ancora qui a fare i nipotini della poesia neorealistica e postermetica e a baloccarci con «la poesia degli oggetti» di anceschiana memoria.
    L’eredità della neoavanguardia è stata importantissima, forse per motivi del tutto estranei alle volontà dei singoli partecipanti a quel movimento e i suoi risultati possono essere visti soltanto alla distanza; certo, non nascondo che la fame di conformismo delle scritture poetiche di oggi, mi spinge sempre più a considerare con interesse l’esperienza della neoavanguardia (pur con tutti i suoi limiti) e a rivalutare in senso positivo i suoi effetti sulla poesia di oggi.

  13. Donatella Costantina Giancaspero

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17920
    … E infine, guardando alla musica classica cosiddetta “contemporanea”, proprio in quegli anni Sessanta di cui discorriamo, assistiamo a quella che Mauro Bortolotto definisce la “Fase seconda” della Nuova Musica. In essa confluiscono compositori quali Luigi Nono, Luciano Berio, Bruno Maderna, Sylvano Bussotti, Aldo Clementi, Franco Donatoni, Niccolò Castiglioni, Franco Evangelisti, con il supporto autoriale e culturale di Franco Nonnis. Spesso formatisi a Darmstadt, alla Seconda scuola di Vienna, oppure a contatto con i musicisti americani viventi in Italia, i nostri compositori tornano protagonisti della scena mondiale, dando vita, a Palermo, alla prima rassegna musicale di respiro internazionale.
    Vorrei ricordare, in particolare, il catanese Aldo Clementi (1925 – 2011) per la sua vicinanza agli ambienti artistico-pittorici quali il gruppo Forma 1, ad artisti come Piero Dorazio, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo ed altri. Questo interesse verso le arti visive sarà di estrema importanza negli anni a venire. Ed infatti, quasi a voler creare un corrispettivo con l’arte Informale, negli anni Sessanta, Clementi produce le opere Informel, le due Varianti ed i Reticoli.
    Qui propongo un suo brano di musica elettronica composto nel 1960, Collage II, per nastro magnetico.
    Buon ascolto!

    • Steven Grieco-Rathgeb

      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17949
      Grazie Donatella Costantina, per aver ricordato questi musicisti. Certo, oggi pochissimi sanno chi siano, ma io ricordo di averli ascoltati quasi famelicamente allora. Erano tutti come miei amici. Erano gli anni 70, vivevo in totale solitudine a Firenze con mia moglie, non avevamo amici. ma io passavo il tempo libero ad ascoltare musica, musica, musica. Un grande insegnamento. Ad esempio, l’opera di Maderna Don Perlimplìn, ecco un lavoro davvero geniale, che anzi rasenta l’incredibile: in esso la creatività e l’innovazione musicale sono al massimo grado. A proposito, Donatella, hai dimenticato il musicista Armando Gentilucci, che scrisse anche un libro edito da Feltrinelli sui nuovi compositori, Guida all’ascolto della musica contemporanea, e poi un altro sulla musica elettronica. C’era molta creatività nella musica italiana allora. Ricordo le trasmissioni radio “La musica nel tempo” di Mario Bortolotto, Diego Carpitella e gli altri musicologi, a cui io mi abbeveravo. Chi voleva poteva farsi una vera e propria cultura musicale solo ascoltando il terzo programma della radio di stato. I musicisti davano nutrimento artistico agli affamati in un modo che i poeti nemmeno si sognavano. Quando il maestro e amico Beppino Bevilacqua cercò di avvicinarmi alla poesia di Zanzotto, io non seppi cosa farmene, era come avere fra le mani un libro in una lingua incomprensibile.
      Essere stati poeti nella nostra generazione, anche nei paesi anglosassoni, è stata una esperienza abbastanza demoralizzante..Ma la musica, spesso così vicina alla poesia,direi che mi ha salvato dal grigiore.

  14. Giuseppe Talia

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17921
    Come si può negare, dico io, l’importanza della neoavanguardia per la sua rivoluzionaria tensione sperimentale, capace di rivalutare il futurismo , il quale, sebbene non abbia prodotto documenti poetici di livello (come giustamente afferma G.Linguaglossa) ha avuto il merito di traghettare la poesia italiana verso la modernità. L’Italia povera e contadina verso un’Italia industriale, in movimento, dinamica.
    Cosa assai diversa, invece, ha portato la neoavanguardia, ma sempre nel solco dell’innovazione, e pace se già negli anni 30 “le avanguardie artistiche ceche” avevano già compreso e fatto, d’altronde non è forse vero che l’arte si nutre della stessa arte?
    Balestrini, per esempio, ha dato la possibilità a me di acquerellare le mie poesie (cosa che ho fatto per un certo periodo) come ad alcuni pregevoli artisti di recuperare il collage. Personalmente non amo questo tipo di artefatto che esclude o riduce fortemente, a mio vedere, l’imprevisto e la non-ripetibilità, l’atto unico come forma di contrapposizione alla pop-art.
    Parlo per esperienza diretta: Balestrini ha permesso ad artisti del calibro di Nunzio Pino a rivedere e rivisitare il collage, come anche aprire alla novità della video-poesia, che si sta sviluppando in modo progressivo e che sarà la nuova frontiera della poesia. Oggi non ha più senso, o quasi, pubblicare un libro, di carta.

    Avant-gard: termine francese composto, che entra inizialmente nel gergo militare del XII secolo per indicare coloro i quali combattevano in prima linea, agli avamposti. Dal XVI secolo in poi il termine comincia ad essere usato in senso figurato, anche nell’arte e nella letteratura, per indicare una “posizione ideologica, artistica, tecnica molto avanzata”.

    Balestrini è un esempio formale e informale allo stesso tempo.

  15. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17922
    “non si può comunque negare a Nanni Balestrini il pregio di aver inferto uno scossone alla cultura italiana, in anni di crisi d’identità”.
    Lo “scossone” non l’ho sentito né ascoltato né udito né percepito, ecc. affatto! Ero sordomuto a queste false chimere e sirene, ma avevo occhi che possedevano visioni chiarissime e precise.
    ” in anni di crisi d’identità” : mai avuta! Se mai, quelli che erano malati di monomanie varie…
    ” anni in cui, diversamente, essa sarebbe andata alla deriva”…: addirittura, senza Balestrini sarebbe andata alla deriva? – è ridicolo, se non ridicolizzante! Era già alla deriva anche con Balestrini, e non sapeva di esserlo, il resto è disastro, ma… ma Emilio Villa, il traghettatore, li ha affondati!
    ——————————————————————
    Caro Steven,
    quanto al Tarkosvkij, il suo Andrej Rubjiov sarebbe stato un altro film (di certo migliore) se non vi fossero state delle inesattezze storiche (specie architettoniche) così scrive Viktor Sklovskij, che non di cinema, ma di cinematografia (arte della grafia cinetica) se ne intendeva anche troppo (basta leggere il suo “Sua Maestà Ejzenstejn”, che consiglio di leggere a tutti); quel che cita Steven Grieco di Tarkovskij non è che una parafrasi di Sklovskij; lo Skolvskij bacchetta profondamente un altro troppo celebrato regista, il Goddard, quando afferma “che il concetto stesso di autore è sbagliato, è interamente reazionario” [ Scrive Sklovskij] “che questa affermazione giunge molto in ritardo. Nel 1920 Majakovskij non appose il proprio nome al poema -150 milioni -, dicendo che il poema era stato scritto precisamente da quei milioni di uomini. Cinquanta anni dopo, l’affermazione-negazione dell’autore viene ripetuta da Goddard come qualcosa di nuovo. Non si debbono gridare ai quattro venti delle novità vecchie di cinquanta anni”.
    Questo vale per Balestrini e tutta quella ciurmaglia di artisti, poeti e scrittori ecc. ritardatari (che sono presenti in tutto il mondo e in tutte le arti) che spacciano per novità ciò che non è affatto tale.

    • D’accordo, caro Sagredo, ma serviva che qualcuno ci pensasse anche qui da noi, o no? Diedero una botta di vita (se piacquero persino a me a vent’anni, devi credermi), e qualcosa, se non moltissimo, in fondo gli dobbiamo tutti. O preferivi misurarti tu con Ungaretti e Montale? Non dubito che l’avresti tentato… ma tu sei una felice anomalia 🙂

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Capisco, caro Sagredo, ma Shklovskij non cancella uomini grandi quanto lui, e forse di più. Dobbiamo sempre leggere profondamente le cose, e non prendere per oro quello che solo riluce. Anch’io trovo molto da criticare in Tarkovskij, per me i grandi film rimangono Ivanovo Detstvo, Andrey Rublev, Solyaris, Zerkalo. I film che ha fatto in seguito non convincono.
      Shklovskij non è un dio nemmeno lui, ne ha fatti di sbagli e ha peccato più volte di superificialità. Pur rimanendo lui un grandissimo, io non sono monoteista. Bol’shoe spassibo.

  16. antonio sagredo

    Si, va bene, di vita non lo so; certo avevo circa 20 anni e ho già detto che per me erano goliardate intellettualistiche, ecc. Certo servirono a risvegliare anche – ma non per colpa loro ma del ventennio – se in ritardo.
    Non ci cascai nell’inganno perché già da qualche anno mi leggevo Chlebnikov e gli altri; e allora mi dissi: che vogliono questi, quando i poeti russi già 50 anni fa con le loro acrobazie filologiche-linguistiche ecc. avevano già raggiunto notevolissimi risultati? La loro fortuna fu che straordinari critici e linguisti (divenuti universalmente famosi a ragione; da noi alla fine degli anni ’50; p.e Roman Jakobson e Sklovskji che ho avuto il privilegio di incontrali poi a Roma) lavorarono a fianco dei poeti e scrittori e artisti, perciò sulla materia viva che andavasi man mano formano ed evolvendo.
    Ungaretti più vitale di Montale è un fatto che non si discute; il secondo mi dà il voltastomaco. la critica spagnola già scrisse che in qualche modo ero andato oltre, non so perché – non mi ritengo affatto loro epigono, né seguace, né tanto meno ne sono stato influenzato – ho già detto che Campana e Villa mi sono vicini, e non tocca a me dirVi perché.
    adieu, ant.

  17. Donatella Costantina Giancaspero

    Va bene, Antonio Sagredo, non fa niente… Siamo su posizioni diverse.
    🙂

  18. antonio sagredo

    Va bene, Costantina Giancaspero Donatella, non fa niente… Siamo su posizioni diverse.

  19. IN CAMMINO VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/11/nanni-balestrini-1935-i-novissimi-1961-la-poesia-del-primo-periodo-di-nanni-balestrini-due-poesie-da-azimuth-1959-tape-mark-i-tape-mark-ii-1961-con-stral/comment-page-1/#comment-17932
    Come ci ha ricordato Donatella Costantina Giancaspero:

    Nanni Balestrini scrive:

    «All’inizio degli anni ’60 scrivevo poesie in cui facevo un uso abbondante di citazioni, anche di titoli di giornale, e mi è venuto così spontaneo di ritagliarli, combinarli, incollarli su dei grandi fogli. Un’operazione che mi permetteva di uscire dalla soffocante pagina del libro, non a caso chiamata gabbia, con la sua banale linearità tipografica che permette un’unica direzione di lettura. Quei collage aprivano invece a una lettura molteplice, in tutte le direzioni possibili, su una superficie in cui gli occhi si potevano muovere come guardando la pittura di un quadro. E offrendo anche una visione complessiva, grafica e materica: un’altra dimensione estetica che si aggiungeva a quella della parola, letta e intesa come suono, ritmo e significato […]».

    «Rispetto al passato, oggi il tempo è meno lineare, è anzi continuamente frastagliato. Stamattina ero a Roma, prima ero al telefono, poi con un collezionista, ora sono con lei. La giornata è continuamente tagliata e interrotta. Tutte queste rotture devono esserci anche nella poesia, nella pittura, nella musica».

    Sono affermazioni importantissime che denotano in Balestrini l’esatta cognizione della non linearità del tempo e della necessità di recuperare questa «non linearità» nella forma-poesia ferma ad un concetto di poesia aderente alla cronometria del tempo lineare. Il collage ha avuto questo merito, di aver messo davanti agli occhi dei letterati italiani un fatto evidentissimo: che la poesia italiana era ferma alla poesia lineare, non aveva ancora preso cognizione di un diverso concetto di tempo. L’operazione di Balestrini quindi è stata fondamentale in questa diversa cognizione del tempo metrico e lineare, ha introdotto una discontinuità. Purtroppo la poesia italiana dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, fino alla Nuova ontologia estetica di cui stiamo discutendo, è ritornata al pensiero di una poesia lineare e a un concetto del tempo unilineare a precolombiano, per non dire tolemaico. Che poi Chlebnikov o Mandel’stam fossero giunti in Russia con un anticipo di 40 anni a certi nuovi conccetti della composizione poetica e artistica, ciò non toglie a Balestrini il merito di aver introdotto nella poesia italiana i concetti di aritmia, di un tempo spezzettato e frammentato, una nuova attenzione al collage, la defondamentalizzazione del soggetto lirico, la distassia, la dismetria etc.

    Noi, caro Antonio Sagredo, viviamo in Italia e dobbiamo fare i conti con la poesia che gli altri poeti hanno fatto e fanno in Italia, non credi? Semmai il problema è proprio questo: che noi che nel 2017 abbiamo un diverso concetto della non-linearità del tempo nella forma-poesia, veniamo tacciati di professare concetti non sostenibili. Il problema è che oggi la poesia maggioritaria (ti prego non facciamo nomi, li ho fatti mille altre volte) fa una poesia sostanzialmetne tolemaica, non credi?

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