Letizia Leone: Nota di lettura  sulla poesia di Steven Grieco-Rathgeb in occasione della presentazione del libro Entrò in una perla (Mimesis Hebenon Edizioni, 2016) alla Biblioteca “Nelson Mandela” di Roma il 15 dicembre 2016 con Poesie scelte dell’autore

foto di Steven Grieco

Traffic of Sakurabana

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). Nel 2016 con Mimesis Hebenon è uscito il volume di poesia Entrò in una perla. Indirizzo email:protokavi@gmail.com

steven grieco piccioni sul terrazzo

India

Nota critica di Letizia Leone

L’approccio alla poesia di Steven Grieco Rathgeb necessita di una premessa. E cioè la considerazione che la riflessione estetica nella modernità ha spostato l’interesse della ricerca dall’opera d’arte al linguaggio, tanto che la più grande poesia Europea ed extraeuropea del ‘900 si colloca nell’ambito di una meditazione sulla parola non soltanto emozionale od evocativa ma anche, e soprattutto, filosofica.

Il linguaggio poetico è il punto di tangenza di istanze filosofiche non risolte come testimoniano i testi heideggeriani ( dal ’50 al ’59)  raccolti in  “In cammino verso il linguaggio” o il “Tractatus logico-filosofico” di Wittgenstein. Opere novecentesche, ambedue “creativamente ispirate” che trascendono il genere del saggio filosofico. L’analisi positivista del linguaggio approda ad una dimensione religiosa o mistica se “In cammino verso…” richiama un “peregrinare che ha una metà sacra” (A. Caracciolo) oppure se Wittgenstein giunge ad identificare il concetto di mistico con un sentimento, una “esperienza affettiva”, erlebnis, che non si può esprimere perché estranea alla descrizione scientifica dei fatti ma è qualcosa che si situa nell’ordine esistenziale, estetico, religioso.

La nozione wittgensteiniana di mistico come “ciò che non si può esprimere”, “ciò che è indicibile”, ineffabile, è diverso dall’estasi tradizionale o da una teologia negativa che dimostra l’impossibilità di pensare il Principio. Il logico austriaco afferma a proposito dell’esperienza mistica: “Credo che il modo migliore di descriverla sia dire che, quando io ho questa esperienza, mi meraviglio per l’esistenza del mondo”, ed anche nel “vedere il mondo come un miracolo”.

Comunque sia Heidegger che Wittgenstein giungono alla conclusione che la poesia costituisca l’esperienza più essenziale del linguaggio.

Mi riaggancio qui al lavoro fattivo del poeta, e a quella che è una tonalità emotiva fondamentale della poesia di Steven Grieco Rathgeb: lo stupore, il sentire e percepire il mondo come un miracolo, la tensione verso l’inesprimibile. Quella stessa tensione mistica, o tonalità emotiva, che illumina i versi del nostro poeta. Versi di un itinerario biografico, interiore e poetico, che si snoda nel tempo dal 1977 al 2010 circa (considerando revisioni e pubblicazioni di inediti) e ci conferma della vocazione all’esplorazione, spaziale-geografica e spirituale- creativa, di un autore che continuamente verifica tutti i suoi strumenti per affondare nel magma della scrittura.

La ricerca artistica si confonde con la ricerca esistenziale in questo osservatore affezionato ai dettagli naturali, agli aspetti di un mondo fenomenico vissuto con profonda empatia. Una natura esperita nella sua piena dimensione religiosa, anzi sacrale, in una empatia creaturale che evidenzia l’estraneità inevitabile ad un mondo di contingenze storico-sociali in cui non è più possibile riconoscersi. In Grieco Rathgeb la poesia è il luogo dove l’uomo riesce a trascendere la distruttiva pressione del mondo della prassi e ad esercitare pienamente la libertà individuale perché, in questo caso, il poeta in quanto esploratore dello spirito, lo è anche di civiltà e culture diverse, occidentali e orientali, come quella indiana o giapponese, assimilate nella loro essenza attraverso il medium portentoso della poesia in una condizione di felice sradicatezza in lunghe stagioni vissute in giro per il mondo, eppure in un    confronto serrato con una libertà che a volte può diventare paurosa.

Esauritasi l’illusione e il miraggio moderno dello scientismo e del tecnicismo rimane insoluta e nuda la profonda domanda sul senso (sul senso dell’Essere, della vita), interrogativo delegato in toto al dire poetico: “Le tue parole si schiusero come un grande fiore” recita un verso alare di “Sfogliavo le pagine”, testo che apre la raccolta e contiene quei semi poetici che germoglieranno, si ramificheranno e disperderanno nell’intera produzione del poeta. Numerosi gli elementi naturali come alberi trasfigurati, alberi dalle sembianze umane che diventano alter ego dell’autore se rifuggono bagliori e strade affollate: “…tre gingko ingialliti erano nessuno, / radicati come stoici in questo frastuono”; oppure una “foglia verde” che scende come una piuma “sui vecchi…assorti in questa grande angoscia”. Sembra quasi che solitudine e alienazione umane vengano spiate e soccorse nella dimensione di un altro regno, quello vegetale: “la veglia degli alberi, tutto il giorno, tutta la notte / nei loro giardini senza tempo”. Così scrive Grieco Rathgeb in “Purusha” (Termine della lingua sanscrita (“essere umano”) e nell’induismo nell’accezione di “Uomo cosmico” o “Spirito”).

Un senso di estraneità con i propri simili e di pieno pathos con alberi e fiori, gli elementi naturali e gli animali, quei regni placidi e sotto assedio, minacciati nella precarietà della loro esistenza dal disumano Leviatano tecnocratico.

Così come un’altra figura in bilico, quella del poeta, naufrago nel gurgite vasto  delle tensioni globalizzanti.

Sfogliavo le pagine, cercando
La parola φαινόμενον.

Tu dicesti: “il mondo è stato tutto scoperto.
Conosciuto i mari e i continenti,
le piante e gli animali classificati.”

Le tue parole si schiusero come un grande fiore.

Testo di apertura dichiarativo con la parola φαινόμενον, traslata dalla tradizione filosofica: participio sostantivato del verbo φαίνομαι («mostrarsi»). Ciò che appare o si manifesta ai sensi. Fenomeno. Fenomenologia. Fenomenologia come tentativo di catturare il mondo. Tentativo destinato al fallimento:

Questo mondo, riflettevo, o soltanto
Un’immagine? Ero incerto anch’io.

Finché la presenza è questo corpo oscuro
Che il pensiero intesse…
Dove il pensiero, oscuro nuotatore,
nuota al largo
respirando indicibile oscurità.

La parola dichiara il fallimento della presa concettuale sulle cose.

Il linguaggio, sostiene Heidegger, non è segno ma “cenno” (Wink).

“I cenni hanno bisogno di un campo di oscillazione amplissimo…nel quale i mortali si muovono in un senso e nell’altro sempre solo con ritmo lento”.

Il pensare del poeta, in questo caso, è lento. E se la poesia è intuitiva, ha tempi di maturazione lentissimi. Un verso, un pensiero “poietico” ci dice Steven, può balenare all’improvviso con un impeto creativo disturbante e rimanere nel suo bozzolo per anni, come un grumo interiore non risolto, finché non arriverà la soluzione espressiva dopo un lungo e silenzioso lavorio inconscio e magmatico. 

Ma il “campo di oscillazione” non è solo nel modo evocativo del linguaggio, l’oscillazione afferra esistenzialmente l’uomo: “Essere vivo è una continua incertezza. È continua oscillazione fra il pieno e il vuoto, fra ciò che mi appartiene e ciò che è negazione di ogni proprietà” scrive Le Clézio in “Estasi e materia”.

E quando Heidegger parla del linguaggio come “senso” vuole connotarlo come “istanza di Eternità” in quanto la parola è un “dire originario” del quale il poeta “viene faticosamente cogliendo la voce”.

Che cos’è la poesia se non un’uscita dal silenzio? Uscita dal silenzio e ritorno al silenzio. Parola attraversata dal silenzio.

L’io che parla, il soggetto lirico, non è un io psicologico ma diventa il limite del mondo. Limite, soglia, porta, (elementi ricorrenti nella poesia di Steven Grieco) margine di un continuo interscambio con un oltre, al di là dell’esprimibile e del pensabile.

“La visione del mondo sub specie aeterni è la visione del mondo come totalità – delimitata-. Il sentimento del mondo come totalità delimitata è il sentimento mistico.”(Wittgenstein):

Poesie di Steven Grieco Rathgeb

Sulla veranda: Meena e Beena Mathur

Due sorelle sulla veranda, in vestiti giallo-sera.
(Fuori, un giardino.)

Dopo il tramonto la loro quiete
si ritira dal cielo rosa pieno di aquiloni
mentre scende la notte –

e nell’incrocio-intreccio, intessersi di traiettorie
su vanno i triangoli e rombi di carta
mentre da ogni terrazzo gesticolano i festanti

Pensiero furtivo, sorvola la Jothwara Road, verso Gangori Bazaar
radioso di nude lampadine, stoffe, folle che si muovono, pigiano mescolano

perfino un albero morto in un terreno deserto si agghinda di colori

Il grido umano di questa terra troppo complessa, sale
nel cielo frenetico, strisciato di rosa

agli stormi di piccioni in volo

agli aquiloni che danzano più su

alle rondini nel più alto

Meena: «ho fatto un sogno della
nostra madre morta.
Da 25 anni, ormai.
la incontro in altri luoghi.»
La veranda incupita piange questa perdita di visibilità,
i prodigi che la nostra psiche non illumina.

«Ti sento cantare quando fai il bagno la mattina.»

Ma io dico che siamo già venuti qui
smemorati, disarmati – benché dicano, È, non È –
soltanto per affermare la vita (e vivere).

Nudo, il cuore percorre un gelido corridoio.

E così, a poco a poco, l’imbrunire ruba
i lineamenti dei loro visi – ma ancora invia

(un riflesso incantevole)

Jaipur, Makar Sakranti, gennaio 2006

Steven Grieco_A Shilp Gram, Udaipur  India

.

Entrò in una perla

Entrò in una perla dentro il mondo
attraverso muri che tacquero ogni grido

qualcuno ne parlò come di un segreto
ma l’azzurra stazione di notte era piena di lacrime

L’estraneità fra te e me
non era lui: noi
ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
nella cruna della sua stessa fuga,
attraverso il bene che volge al male che volge
al bene,
attraverso gli stessi luoghi che tornarono
e ritornarono

Su un sentiero così impervio
la via si tramutò in aria!

in una cupola d’ombra
con persone che entrano ed escono,
mentre ciascuno si fabbrica
il proprio sciame di pensieri,
larvati spettri e naiadi d’immagine,
e li appende
in una bianca desolazione

Lui lentamente ci circondò,
circondò da ogni parte
finché rimase nascosto

Ah,, mio Io, mio pagliaccio ormai,
sulla punta del dito fai ruotare
la sfera su cui oscillo

Il mio firmamento di è squarciato da cima a fondo

E allora noi, prismi ignari,
tornammo a splendere
nelle nostre prigioni

finché pensai che questa vita durerà in eterno

Prakriti – queste piante, questi animali

Qualcuno parla di questi esseri,
e le sue sillabe sono bianche, come loro, e vanno
nell’aria pacata
di mezzogiorno

perché ogni albero possa ascoltare e risplendere
immoto
                                raccogliersi nella foresta chiarissima

e questo essere lo spazio più chiaro
un non-spazio
come di tronchi abbattuti

e l’ascolto allargarsi fra le case radiose,
quasi un grido fanciullesco che
tutto questo È
è il perfetto e puro
                                                        “irrealizzato”

e perché ogni essere irreale venato d’azzurro,
immarcescibile radice erbosa
del sempre-presente

possa chinarsi
reale ed incorrotto,
discendere in questo tempo finito

queste migliaia in ogni dove
egrette in una danza
abbagliate dal reciproco bianco delirio,
questi esseri che vivono vividi, occhieggiandosi
in magica fissità.

Ah, il vostro attimo di panica creazione

Ma attraverso il mio Io,
attraverso la zolla di fango che mi racchiude

di quando in quando
                                 va il raggio luminoso
l’alto fischiare di parole…

Faridabad, ottobre 2004; Delhi, dicembre 2005

steven-grieco-giorgio-linguaglossa-letizia-leone-15-dic-2016

da dx Letizia Leone, Steven Grieco Rathgeb e Giorgio Linguaglossa Biblioteca Nelson Mandela in occasione della presentazione del libro il 15 dic. 2016, Roma

 

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Dieci sue poesie sono comprese nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012).

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19 commenti

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19 risposte a “Letizia Leone: Nota di lettura  sulla poesia di Steven Grieco-Rathgeb in occasione della presentazione del libro Entrò in una perla (Mimesis Hebenon Edizioni, 2016) alla Biblioteca “Nelson Mandela” di Roma il 15 dicembre 2016 con Poesie scelte dell’autore

  1. “Finchè pensai che questa vita durerà in eterno”, mi rimanda a Marquèz(tenacemente il mio preferito),quando conclude”L’amore al tempo del colera”:”La vita è più sterminata della morte”.Potrebbe perfino essere vero.

  2. gino rago

    “persone che entrano ed escono” di vago sapore eliotiano, “sciame di pensieri” del Montale de “La casa dei doganieri” conducono per mano un certo tipo di lettore verso il correlativo oggettivo, cifra ben presente nella ricerca poetica di Steve Grieco-Rathgeb, accanto alle altre ben individuate da Letizia Leone nella sua dotta nota di lettura.
    Tuttavia, sono i 6 recentissimi versi proposti ieri su L’Ombra a restituirmi uno Steven Grieco-Rathgeb pienamente intercettante l’attuale mio gusto estetico perché sono 6 versi nei quali è stato ridotto al minimo l’attrito e ogni verso scorre sull’altro senza nessuna dispersione, o dissipazione,
    a tutto vantaggio dell’alta densità linguistica del componimento.
    (Ho detto 6 e non 7 versi poiché “Fra gli interstizi” non ha alcuna autonomia
    e deve per forza inglobarsi nel verso sottostante per giungere a un suo senso compiuto).
    Gino Rago

  3. L’ONTOLOGIA ESTETICA DELLA POESIA DI STEVEN GRIECO RATHGEB
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/08/letizia-leone-nota-di-lettura-sulla-poesia-di-steven-grieco-rathgeb-in-occasione-della-presentazione-del-libro-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-edizioni-2016-alla-biblioteca-nelso/comment-page-1/#comment-17844

    ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
    mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
    nella cruna della sua stessa fuga,
    attraverso il bene che volge al male che volge
    al bene,

    Mi soffermo su questi versi perché illuminano con un fascio di luce una delle esperienze impercettibili della vita quotidiana: quando stiamo con una persona faccia a faccia e, all’improvviso, ci distraiamo, pensiamo ad altro, la fantasia corre, il pensiero anche, si verifica una assenza, un vuoto… tutto questo può accadere in un istante di tempo o in un tempo più lungo, alcuni secondi… ciò per l’inconscio è assolutamente irrilevante, il tempo del subconscio non coincide con quello della vita quotidiana regolato dagli orologi. C’è nella vita di noi tutti, in ogni istante di tempo, come una sfasatura, una discronia. Ecco, la poesia di Steven Grieco Rathgeb si concentra spesso su questi momenti di discronia, entra nei meandri di questa fenomenologia, entra dentro, tra gli spazi vuoti del fenomeno. ecco la ragione del suo ossessivo ritornare al pensiero del “fenomeno”:

    ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,

    C’è oggi bisogno di una ripresa dell’ontologia, qualcuno, dopo Heidegger, che metta mano ad una nuova analitica dell’esserci. Ancora non si vede all’orizzonte chi possa essere questo filosofo, ma la poesia più avvertita di oggi in Europa questo lo sta già facendo, si interroga sugli smarrimenti improvvisi che prende gli uomini del XXI secolo nella loro vita quotidiana, sulle smagliature (non più montaliane, non più simboliche, tipiche della poesia del primo Novecento), ma sulle smagliature che riguardano la saldezza della nostra psiche e della nostra compagine sociale, quelle piccole inavvertite fenditure-smagliature che si aprono all’improvviso nelle nostre menti, che sono il risultato di qualcosa che affiora alla superficie della coscienza, di qualcosa che avviene giù in profondità, e che noi non sappiamo, non avvertiamo, se non nella veste di fenditure, aperture dell’esserci… È questo il valore della poesia ontologica di Steven Grieco Rathgeb, che è una poesia interrogante, che interroga l’esserci, che indaga (poeticamente) la nostra ontologia dell’essere dell’esserci direbbe Heidegger.

  4. Il primo incontro con Steven Grieco è stata una “musata”, di quelle che si prendono quando distrattamente camminiamo e pof! andiamo a sbattere contro l’unico palo presente, dritto dritto sulla nostra traiettoria. Mi riferisco a “Felice notte O Bon”: tra sollevamenti e planate, inanellarsi d’immagini, “l’acquitrinoso labirinto di lingue” in cui il poeta si dibatte ha innescato un approfondimento auto-prodotto, ovvero era la scrittura che si concentrava su di me, e non il contrario.
    Ma proprio la ricchezza, eccola: l’oro inesauribile delle lingue e dei viaggi, dei luoghi conosciuti e dei volti si trasforma in un acquitrinoso labirinto. Tutto qui, racchiuso in un verso, mi son detta, qualsiasi possibile sviluppo. Non è fastidio momentaneo, non è deragliamento mentre si corre da una parte all’altra; è la ricerca impossibile di un’origine. Se Felice notte era una Teogonia estrema, non meno le poesie raccolte negli anni rappresentano proprio quel εμφανίζονται, quel mostrarsi e apparire qua e là, da un capo all’altro del mondo, tra una superficie (επιφάνεια) e l’altra. Ma il labirinto poi ha il suo mostro, e il suo filo. Qui si intravvede la salvezza.
    Poi c’è una grazia diffusa, con naturalezza emerge tra verso e verso. χάρη, la grazia è il filo, la gentilezza etimologica con cui la realtà viene nominata.
    “Mirabile, il poema che narra questo/inesausto rinnovarsi” (Esperienze frammentarie): mirabile, mentre tutto si rinnova, agguantare il filo e con paziente febbrile virile ardore, intessere i propri versi.

    Letizia Leone davvero brava, nel seguire gli sviluppi e l’avvilupparsi conseguente infinito delle esperienze rispecchiate in sé, del procedere suo deciso rispettoso, in un terreno illuminato e oscurato dalla stessa identica parola.

  5. Due righe emotive. Non certo critiche.
    Nella poesia di Steven avverto l’univeralità del singolare.
    La vita è visibile, udibile, palpabile, una seta che srotola a mare.
    Tutto è accaduto, può riaccadere, perduto per sempre, ma detto in una amplificazione del significante dalla vasta portata evocativa.
    Forze opposte si annullano fra loro, anche la crudeltà e la tolleranza.
    Il lettore è incalzato da un senso di attesa, da squarci di memoria improvvisi.
    Mondi lontani si uniscono, si sovrappongono, possono allucinare, vibrare in sospensione avanti al corpo di chi guarda.
    La voce del poeta si dilata su un fondale rimosso: una mappa del destino.
    La perdita si trasforma nella significazione della mancanza.
    Ogni verso è scritto sui righi di una partitura dal duplice effetto di evocazione e protezione, di rivelazione e velatura. Ogni verso pare scritto fuori casa, avanti a un panorama-stanza.
    La parola di Steven “scaturisce dall’abisso” (Ungaretti) costeggia i suoni del silenzio, lacera il tessuto della “parola vuota” e attraverso un movimento di spola tra il detto e il non detto giunge alla “parola piena” (Lacan) .

  6. Steven Grieco-Rathgeb

    Rispondo a tutti ringraziando per l’attenzione. A Anna, a Giorgio, a Gino, a Silvana!
    Un grazie molto speciale a Letizia, che scava sempre così profondamente nel mio scrivere.
    (A proposito, andate a vedere il mio commento sul post di ieri e l’altro ieri sul laboratorio di poesia che abbiamo fatto il 1 febbraio scorso. Riguarda una questione sollevata da Giorgio, piuttosto importante.)
    E mi riallaccio anche in particolare ad una frase nel commento di Chiara Catapano, che dice della mia poesia: “un terreno illuminato e oscurato dalla stessa identica parola”.
    Una frase così precisa capita abbastanza di rado.
    Devo spiegare: quando, nel primo di quattro viaggi, passai due mesi a Tokyo nell’autunno del 2004, mi ammalai moltissimo, ebbi la febbre alta per dieci giorni, tutto gli organi furono colpiti da una infiammazione così forte, che arrivai a temere di finire arso vivo. La convalescenza durò mesi e mesi. Quando mi ristabilii più o meno (avendo follemente rifiutato la visita di un medico) uscivo per fare una passeggiata nel pomeriggio, ma ero così debole che un giorno non ebbi la forza di tornare. Una fortuna invisibile mi fece trovare subito lì, quando stavo per cadere in terra, un giardinetto: mi sedetti per un’oretta, poi tornai a casa del mio amico. Questa volta presi un’altra strada, che passa sotto tre o quattro viadotti incrociati, sopra la testa hai, mi sembra di avere contato una quindicina di corsie in due direzioni, su tre piani di strade sopraelevate. Era un luogo tenebroso, pieno dell’incredibile fascino del buio, della perdizione, del rombo insopportabile di macchine e furgoni e camion sparati a velocità sopra di te, e tu giù sulla terra, dove c’erano altre 6 corsie. Un luogo non per esseri umani. Con mio sommo stupore, lì crescevano tre gingko, apparentemente impervi a tutto questo frastuono. Stavano in fila, umili e silenziosi, proprio come Anna Ventura descrive i suoi dirimpettai nella bellissima poesia “Hic et nunc”. E sotto di essi uno straccione dormiva un sonno impervio fra le sue coperte strappate. Mi sarei subito sdraiato anch’io lì. Se solo per solidarietà.
    Quello per me era un luogo affascinante. Ci ritornai mille volte, per una sete inesausta. Un pò avanti di lato da questo nodo impazzito di strade, si saliva un po’ sulla collina di Roppongi, lateralmente, fino ad arrivare in un luogo, vicinissimo, forse 7-800 metri, che invece dimora sempre in una luce piena, insistente, colma di grazia e armonia.
    Ecco, con quella malattia e questi due luoghi uno di tenebra e uno di luce, capii una volta per tutte con estrema chiarezza che anche la mia particolare situazione creativa, la mia stessa poesia nasce da quel buco davvero profondissimo al mio interno.
    Ecco perché sono affascinato da un carattere, kage, che può significare luce e ombra nello stesso momento!
    E appunto, con la sensazione forte che il luogo oscuro aveva, pur nel frastuono, una impensata dolcezza, mentre l’altro luogo, quello luminoso, che così spesso mi sorrideva come soltanto può la luce in un mite pomeriggio di ottobre a Tokyo, e cadono lievi le foglie dagli alberi, tutta quella luce fosse insondabile, anche crudele.
    La sensazione crebbe ancora di più nelle visite successive, sempre lunghe, e ahimè più volte funestate da incidenti abbastanza gravi, uno dei quali mi tenne quasi immobile per 2 mesi nella casa del mio amico (mentre però continuavo a lavorare sui waka). Durante il terzo viaggio conobbi una signora giapponese, e più volte uscimmo insieme, tanto per andare a bere un caffè e parlare un po’. Lei abitava vicino al luogo baciato da tutta quella luce. Mi disse che proprio lì, dove sorgono due grattacieli relativamente bassi (non più di 30 piani) in mattone rosso, molto belli, con appartamenti costosissimi, c’era stata la strage dei 39 Ronin, samurai senza padrone, un fatto storico del forse 17 secolo o giù di lì adesso non ho tempo di controllare, poi ripreso in un film non ricordo se di Kurosawa o di un altro grande regista giapponese. Ebbene, questa signora aveva degli amici, e amici di amici, che abitavano in quei due grattacieli, ed erano andati via tutti. Perché dopo un po’ che ci stavano iniziavano a fare sogni molto brutti, pieni di violenza e di uccisioni e sangue. Finalmente vendevano e se ne andavano. Si venne a sapere di questa cosa, mi disse, e per anni gli appartamenti rimasero vuoti.
    Ecco, Tokyo è così: un incredibile ammasso di creatività oscura e luminosa. Ci vorrebbero cento New York per iniziare ad avvicinarsi alla capacità che ha Tokyo di trasfigurare la realtà, mettere a nudo la verità delle cose.

  7. Steven Grieco-Rathgeb

    Sì, è vero, le epifanie si compiono quando luce e tenebra si mescolano così perfettamente nell’immaginario da rappresentare per un attimo la profondità inaudita della psiche umana.

  8. antonio sagredo

    i due distici iniziali di ” Entrò in una perla” l’avrei voluti scrivere io….

  9. L’ONTOLOGIA ESTETICA DI STEVEN GRIECO RATHGEB
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/08/letizia-leone-nota-di-lettura-sulla-poesia-di-steven-grieco-rathgeb-in-occasione-della-presentazione-del-libro-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-edizioni-2016-alla-biblioteca-nelso/comment-page-1/#comment-17861

    Anche in quest’altra poesia di Steven Grieco Rathgeb che inizia così, non possiamo non chiederci: di che cosa parla il poeta?

    Su per la strada che si aggrappa al versante franoso
    sorge una domanda urgente – riguarda un albero prodigioso,
    smisurato intrico di rami, l’albero che io pensavo
    sovrastasse ogni cosa, progenitore sulle cui fronde
    si posavano a migliaia uccelli gorgheggianti;
    e la sua prole senza numero, i suoi figli titanici
    sparsi per tutto il mondo, alti fino al cielo,
    uno per ogni villaggio, uno per ogni boschetto;

    Che cosa significa questo «albero prodigioso»? Si sta parlando di un «albero» o di qualcosa d’altro che non si può dire? È forse questa una poesia di paesaggio? Una poesia da natura morta? Da cavalletto? – Niente affatto, direi io, qui si sta parlando di un’altra cosa che non si può dire se non per mezzo dello spostamento metonimico e simbolico. Qui si sta parlando dell’Essere. E del senso della nostra esistenza.

  10. LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA CI PARLA DELLA CRISI CHE STIAMO VIVENDO

    Steve Bannon il Guru di Trump ha dichiarato di essere un fautore dell’Apocalisse https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/08/letizia-leone-nota-di-lettura-sulla-poesia-di-steven-grieco-rathgeb-in-occasione-della-presentazione-del-libro-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-edizioni-2016-alla-biblioteca-nelso/comment-page-1/#comment-17863

    Bannon, che adesso siede nell’Ala Ovest della Casa Bianca in qualità di principale consigliere del Presidente, è stato descritto come l’uomo dietro le idee centrali della politica di Trump. Ma nelle interviste, nei discorsi, nei pezzi che ha scritto (e soprattutto nel suo appoggio alla teoria di Strauss e Howe) ha dichiarato senza mezzi termini di essere, in primis, un fautore dell’Apocalisse.

    Secondo Bannon, siamo nel bel mezzo di una guerra esistenziale, e ogni cosa è parte di questo conflitto. È necessario rompere gli accordi, fare i nomi dei nemici, cambiare la cultura. La conflagrazione globale, se dovesse accadere, proverebbe solo la validità della teoria. Per Bannon, la Quarta Svolta è arrivata. Il Gray Champion (il “Paladino Canuto”, da un racconto di Hawthorne), figura messianica di uomo forte, potrebbe già essere tra noi. L’Apocalisse è adesso.

    “Stiamo assistendo”, ha dichiarato Bannon al Washington Post il mese scorso, “alla nascita di un nuovo ordine politico”.

    Huffington Post ‏@HuffingtonPost · 3 h3 ore fa
    Paul Ryan says he and Steve Bannon are “different kinds of conservatives” http://huff.to/2kJwAGl

  11. antonio sagredo

    “Su per la strada che si aggrappa al versante franoso
    sorge una domanda urgente – riguarda un albero prodigioso,
    smisurato intrico di rami, l’albero che io pensavo
    sovrastasse ogni cosa, progenitore sulle cui fronde
    si posavano a migliaia uccelli gorgheggianti;
    e la sua prole senza numero, i suoi figli titanici
    sparsi per tutto il mondo, alti fino al cielo,
    uno per ogni villaggio, uno per ogni boschetto;”
    ——————————————————————-
    una sensazione…:
    fraseggio primitivistico, da naif… mi fanno pensare a certi versi di Chlebnikov che sconfinano nell’epica quasi arcaica, forse un novello Rousseau ma molto più robusto, più carnalmente vicino alla Natura per agire su questa e non solo pura rap-presentazione assoggettata…. ecc.

  12. Dopo aver letto la prefazione di Letizia Leone, dove tra l’altro si fa cenno alla spiritualità, e i commenti, speravo in una illuminazione che mi fornisse la chiave per interpretare queste bellissime poesie di Steven Grieco. Perché non mi è arrivata? Perché queste sue poesie me lo impediscono, come lettore mi disperdono. Giorgio Linguaglossa ha puntato il dito “sull’essere dell’esserci” ed è quanto di meglio, secondo me, si potesse dire; perché si ha un vortice di due forze, una esterna e l’altra interna, ciascuna rivolta verso l’altra ma come di passaggio: instabili. Così è l’io, il testimone, l’umano sensibile… ma tutto gravita intorno, e quel che gravita è illusione. Per riprendere Heidegger, quando parla dell’angoscia, proprio su questo punto io mi ritraggo dalle parole del filosofo: il vuoto rende evidente ogni illusione (tutto è I) nell’uno e nell’altra ci si può stare benissimo, se consapevoli. Non so se Steven Grieco abbia mai praticato tecniche di meditazione, ma una cosa a me sembra certa: la sua poesia E’ meditazione; anzi, come un venditore vorrei dire di più: il frammento crea pause, è tecnica raffinatissima (per l’esserci); come in Vipassana, il respiro che entra ed esce, quando le pause si fanno infinite e s’allontana la paura della morte… dell’angoscia. E il vuoto si fa come per i pesci, acqua. Ecco che una percezione estetica diventa esistenziale. E’ quel che ho sentito leggendo queste poesie. La poetica di Steven Grieco appartiene a tutti. E’ un bene che stia fra noi, ancora in prossimità.

  13. antonio sagredo

    Sono agnelli o lupi, le parole?

    Sulla carta bianca con aghi di pino
    liquide ossa tracciano innominabili sentieri,
    ammassi di linee e deformi prospettive,
    intrighi di quartieri su torbe ingiallite,
    metafore fossili, simboli ancestrali…
    – sono finito! – mi ripeto – non sono io
    che cammino, non sono miei gli occhi
    che m’ascoltano, non so nulla del Nulla
    evanescente, come l’enigma del bardo.

    Fui un giorno lisca, pinna marina e ala,
    osso bucato di liberi uccelli: natura era me
    ed io lei… ma essenze mutarono – come?
    Fu incanto? Canto? – il poeta non sa!

    a.s

    Roma, dicembre 1969

  14. guglielmo aprile

    In effetti sono parole percorse da bagliori che alludono a uno stato di trasalimento: quello in cui la connessione con il cosiddetto reale momentaneamente si spezza, il dovere di servire uno scopo, di essere funzionali a un agire si allenta; ma il baratro e lo sprofondamento della ragione sono riscattati in una direzione che a me pare mistica, nel senso orientale del termine: una calda illuminazione radiante si stende sull’orizzonte, i ‘fenomeni’ su cui lo sguardo si posa assumono la densità simbolica e la potenza salvifica dei mandala induisti (i riferimenti a quella cultura sono dappertutto: le gare di aquiloni del primo testo sono un gioco tradizionale molto seguito nel Subcontinente; e tipiche di quella cultura sono la tendenza a sciogliere in unità le parvenze di male e bene, luce e buio, i dualismi che lacerano la coscienza occidentale; l’imbrunire che porta via colori conferisce alle cose anche un riflesso incantato; l’ego ridotto a pagliaccio del Sé, che fa girare la sua trottola insensata; il raggio del trascendente che penetra anche le zolle di fango della Prakitri…)

    • guglielmo aprile

      …e di cui tutte le cose non sono che prismi; e ancora l’archetipo dell’Albero cosmico, sulla cui contemplazione ricorrono più e più volte le meditazioni degli yogin)

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