Chiara Catapano UN POEMA: Alìmono con un Appunto dell’autrice e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto-tritticoChiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina. Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca. Collaborazioni recenti: Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino. Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad. Michele Obit). Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.

http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241 L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature.”

Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone. +A ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni. A novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.

Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice. Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana. Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.

Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari- Catalogo della mostra personale di Jara Marzulli (http://www.jaramarzulli.it/) Come bocca di pesce i pensieri”; “Di là dal bosco”, ed. Le voci della Luna, 2012; Le voci della Luna, rivista: n. 55 “L’inutile bellezza, il senso di colpa nella poesia di Maria Barbara Tosatti”, marzo 2013; n. 56 “L’artista primordiale, omaggio a Odysseas Elytis”, luglio 2013.

“A Topolò, questa dolce sera…”, e “Oggi a Udine è risorto un poeta” apparsi sul sito ufficiale del poeta Gian Giacomo Menon, voluto e curato dal giornalista Cesare Sartori. http://www.giangiacomomenon.it/testimonianze/oggi-udine-e-risorto-un-poeta/ Intervista sul sito “World War I Bridges”, http://www.worldwarone.it/2015/12/rediscovering-italian-intellectualsnew.html?m=1 “Giovanni Boine: la punta dell’iceberg”, nel blog di Alberto Cellotto, LibrobreveHa presentato nell’ambito del FestivalTrieste Poesia” la raccolta “La graziosa vita”, presso lo storico caffè San Marco. Presentazione-intervista con Michele Obit, presso il Festival internazionale “Stazione Topolò”, luglio 2014.

 

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Appunto di Chiara Catapano

Alìmono

 Maria Nefèli, la nuvola, il fàntasma, vaga tra Oxòpetra e Itaca. Accompagna le voci dei cento e cento ritorni, gli echi nelle vuote case, di chi scoprì, partendo, di non essersi mai allontanato.

Quale inganno, e chi ingannò, in fondo?

Elena fu sostituita da un fiato modellato da Era, per confondere i Greci; e Ulisse, giunto in patria dopo più di cent’anni scorge, attraverso la solitudine, la propria giovinezza ormai inutile. Mai mai siamo partiti, nessuno di noi.

Maria Nefèli è fuoco, il Logos di Eraclito. E nel suo specchio, nelle profondità da lei indicate (nel suo condensarsi fiato nel fiato del mito), tornano a vivere Elena, Medea, Ulisse; si intersecano alla mia biografia come aghi che ricamino un percorso. Questo percorso io indico a chi mi ascolterà. Non sarà giusto o sbagliato, o non completamente giusto o sbagliato: vuole essere una misura con la quale attingere, ognuno a suo modo, dal proprio specchio.

«Viaggio (la Grecia per me è una condizione dello spirito, come racconta Elytis) rivissuto attraverso il mito. Ho “adottato” Maria Nefeli, personaggio e alter ego di Elytis nel suo poema omonimo, a mo’ di Beatrice per i personaggi che si intersecano nel poemetto».

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Heidegger nella sua opera In cammino verso il linguaggio (1957), scrive: «Il Dire originario è il modo in cui l’Ereignis [l’evento] parla: modo non tanto come maniera, quanto piuttosto come melos, come il canto che dice cantando». Heidegger postula un «Dire originario», ma noi sappiamo, dopo Derrida che esso può esistere soltanto come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Il filosofo tedesco non dice che le Muse sono nove e che il loro canto è «discorde», e che ciascuna di esse canta un proprio canto incomprensibile alle altre. Oggi noi sappiamo che dietro quel «Dire originario» non c’è nulla, non c’è una struttura originaria se non in qualcosa di simile alla onda gravitazionale di fondo dell’universo che ha avuto inizio all’atto del big bang. Non c’è alcun dire originario al quale il canto degli aedi ritorna. Non c’è nessun canto e basta. Ci sono una molteplicità di canti dacché i poeti sono stati deprivati di quella antica relazione privilegiata che li univa al «Dire originario»…

La «traccia», scrive Emmanuel Lévinas, è «un passato che non è mai stato presente», cioè la dimensione di un Altro che non si è mai presentata né potrà mai presentarsi, che Derrida non esita ad assimilare alla nozione psicoanalitica di inconscio: «con l’alterità dell'”inconscio” abbiamo a che fare non con degli orizzonti di presenti modificati – passati o a venire – ma con un “passato” che non è mai stato presente e che non lo sarà mai, il cui “avvenire” non sarà mai la produzione o la riproduzione nella forma della presenza. Il concetto di traccia è dunque incommensurabile con quello di ritenzione, di divenir-passato di ciò che è stato presente. Non si può pensare la traccia – e dunque la différance – a partire dal presente, o dalla presenza del presente».1 Come la nozione freudiana di inconscio, il concetto di traccia assume una funzione antifenomenologica, nel senso che costituisce un ordine di alterità per definizione irrappresentabile, o rappresentabile soltanto attraverso un insieme di sostituzioni: «e per descriverle, per leggere le tracce delle tracce “inconsce” (non c’è traccia “cosciente”), il linguaggio della presenza o dell’assenza, il discorso metafisico della fenomenologia è inadeguato».

La scrittura poetica di Chiara Catapano è questa ricerca di un «Dire originario», è una «traccia» o «frammento-specchio» di altre scritture, di altre «storie» omeriche, di un passato che è stato un presente, di un «presente» non vissuto se non per indiretta esperienza, attraverso la narrazione di altre «storie». Storie su storie che si intersecano e si corrispondono; una «traccia» di «storie» che proviene da un «non-luogo»: la grecità, che si è dispersa nei secoli, che proviene dal periechon (infinito) dello Spirito, dall’infinito del «sacro» per depositarsi, come una polvere invisibile, nella «traccia-specchio» del presente assoluto, o ablativo dei nostri giorni. «Storie» come simulacri, simulacri come «storie», l’«io» che si è dissolto nelle svariate «storie» e nei numerosi personaggi («Che m’importa: mi chiamino Elena o Ulisse. Io già lì non son stato!»).

C’è in Chiara Catapano il richiamo esplicito alla poesia epica di Elytis, la consapevolezza che «nella pausa tra il gesto e la parola vive l’eternità». Parole grandi che la Catapano pronuncia con la tranquilla consapevolezza di chi ha della poesia un concetto di alta nobiltà denominativa, la «chiara» cognizione che occorra ritrovare il coraggio di una dizione forte, alta, impegnativa, lontana mille miglia marine dalle poetiche acriliche del minimalismo, che occorra ricostruire una tradizione poetica, quella italiana, ormai esausta ed esangue. «Siamo vivi per puro caso», scrive la Catapano. Ed è questo il senso profondo del «frammento simbolico» che è il senso profondo della operazione poetica della poetessa e  che noi ci sforziamo di veicolare nelle pagine di questa rivista. Un «frammento» in rovina, è ovviamente questo poema di Chiara Catapano («A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita»).

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A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita,
Dovrò presto fare i conti con quanto fa pendere la bilancia
Oltre i confini estremi della misura.
Quando morirò vorrei leggessero Elytis al mio capezzale:
Nessun Cristo migliore della sua Maria Nefèli potrebbe ungermi la fronte
Prima che il nero mi raggiunga con l’ultimo respiro.
Accompagnatemi a Oxòpetra e abbandonatemi distesa sulla roccia
Come un frutto di mare aperto.
Lasciate che mi dissipi l’aria e non siano i vermi giù in profondità a svezzarmi:
Sia la natura a pedinarmi e, in segreto, mi assolva
Benché – anche per un sol giorno – avrò creduto che concretezza è male.
Basterebbe levarsi di torno l’opinione come gli abiti la sera:
Invece stiamo ancora a implorare l’un l’altro approvazione
Per il modo in cui mordiamo il frutto appena spiccato.

Non esiste religione che non comprenda in segreto violazione
Nelle segrete stanze della fede.

Ho chiuso gli occhi come per un miracolo.
Era gennaio e dentro l’estate già s’apre un varco:
Il mio errore sta nell’imporre un tempo unico alle cose
Ed io viverci male, col ritmo del rammendo.
In silenzio l’uomo raccoglie dalla bianca roccia piante selvatiche,
E il poeta dà loro un nome:
E nella pausa tra il gesto e la parola vive l’eternità iterata mille e mille volte,
Finché anche l’oro dell’icona non avrà rivelato il tuo stesso volto dipinto da Dio
Sulla tavola nel legno della croce.

Finiamola qui. Voglio abbandonare la paura al crocevia
Dove con mani leggere accetterò la soma della Sfinge
E i quesiti che valgono anche quando ormai tutto è svelato.
Tebe è chiusa in un morbo d’ignoranza, nessun assedio abbastanza definitivo
Per abbattere le mura ed espugnare la città affamata.

Siamo vivi per puro caso: divinità luminosa liofilizzata in equazioni
O deposta con velluti e porpora nel più remoto dei remoti cieli,
Porterai sempre il nostro nome.

Cerchiamo comprensione,
Per non doverci assumere la responsabilità di noi stessi.

II
Abbandoniamo i ricordi lì dove possano germogliare
Anemoni nella cui bocca s’aprono cori d’angelo.
Ho visto ciò che non sorge e tramonta se non negli occhi del poeta
E quella visione s’è stretta intorno,
È divenuta muta rampicante del mio vivere: la mia poesia.
Non esiste dialogo più acceso di quello tra due corpi,
Sia esso di carne ed ossa
O stelle, o di quello stupore che dà una montagna
Che s’alza dal mare.
A Nea Skiòni per la prima volta ho capito il senso dell’ethos
Speso con tanta saggezza ai bordi frastagliati dell’akrochoriò.
I pomeriggi ricoprono le terre col profumo di tchài tu vunù.
Ricordo S., che parlava a quel vecchio alla fermata del bus
E i suoi grossi sacchi di iuta parevano offerte per antichi dei.
Ma l’infinito s’è perso alle porte di Salonicco, quand’ero ancora bambina,
E ricomporlo in pochi giorni di gioia così viva
Mi è difficile come credere che tutto questo un giorno finirà.

Ad avere importanza è il movimento, il movimento parallelo dell’anima:

Lo storpio nostro desiderare offeso dalle schiere dei sani.
Quando, nella sabbia, m’è bastato sprofondare il piede
Fino a raggiungerne l’intimità che pareva nudo di donna
Le stagioni seguivano il respiro e l’amore era disperso dal meltèmi
Che durava a lungo, e tutto assieme lo legava al paesaggio.
Qui intorno giunge squillante il colore azzurro, i gialli,
I blu cobalto e il blu di Ioulìta e la bianca folgore di una barca sul mare.
Davanti a tutto questo, tremante, mi sono coperta il capo
E senza esitare ho pregato in una lingua che non conoscevo
Fino a quando non mi ha pronunciata: occhi capelli sangue
Per insegnarmi che umile è chi chiede d’essere pregato.
Questa è l’offerta, il sacrificio richiesto da Dio per abitarci.

III

Ora dimmi: a quale Nazione credere,
Perché e dove l’io prigioniero sale
Scortato dall’esercito d’Alessandro verso il suo Oriente.
Questa fotografia, precisa come un frutto, e dolce
Mi ritrae un pomeriggio di molti anni fa, alle porte di Màdaba:
Vado più lontano con la penna e pochi fogli sotto il braccio
Ma credo che in quei luoghi qualcuno abbia seppellito la mia seconda anima.
Quegli arabi sulla porta di San Giorgio mi guardano
Come chi comprenda meglio il gesto che la persona:
Non ho creduto fosse un luogo di culto fino a quando
Alcuni giovani ortodossi non sono entrati a pregare:
Osservai a lungo i mosaici di Terrasanta discorrere con Sefèris
Sui luoghi della Fede.

Confidami di quale polpa siamo fatti, a quale occasione rispondiamo?
Mentre fuori è un altro me tutto distinto, in cui m’appresto a vivere.
Sono partita alla volta di Tiberiade
Con la certezza d’essere estranea a ogni cosa;
Poi laggiù, quell’azzurro torbido dentro la calura
M’ha suggerito una pena tanto antica, ch’io non fui capace di rinnegare
Per tre volte il mio essere cristiana.
L’occhio si spinge più lontano dello spirito
Così verso l’interno si ribaltava la vista
E uno scavo memorabile mi prese gli anni che stavano nascendo.

Questa è stata la mia cattività tra le coste del Mediterraneo,
Con il giallo degli agrumi che saluta il viandante e ne tramuta i pensieri in oro.
Ho imparato dalle notti brevi e stellate la purificazione
Che t’affila sulla pelle la tagliente verginità degli antichi:
Ma tutto questo ha un prezzo che, insieme, i frammenti d’Ossirinco han colato
Nel nero di poche sillabe tramandate dentro il movimento
Che chiamiamo: storia.

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Perdona giovane barbara creatura, se pronunciare il tuo nome
Ancora mi crea sconforto: perdona la nostra bianca disperazione d’uomini.
Danza sull’amara lingua delle lettere, M-E-D-E-A
senza sforzo l’approssimarsi del dolore.
È come rompersi di guscio deglutito nel becco-pellicano
La tua ombra sul mio capo.
Da questi lidi, partire e tornare sempre da stranieri
Corrompe la natura tua non meno di quella del falco
Che nuota nella luce sopra le nostre teste.
Medea, fil di voce piegato come pallida guancia sulla spalla dell’amato
Perduto,
E sulle carni dei teneri figli,
Andati anch’essi come navigli senza timoniere.

Per come vanno le cose nel solco della vita,
Per come vi si conficcano, eterne:
A questo non troverai rimedio in nessuna religione.
Il tuo corpo è il ciborio che andavi cercando, gli schiavi da liberare i sensi
Prostrati sotto veli di dubbi.
Ci hanno ascoltati tutti gli dei del poeta,
Ascoltati ed esauditi eppure
Brancoliamo esauste nello stesso buio:
Tu ed io, Medea, scortate dalle falangi d’Alessandro
Il cuore afflitto come terra dopo il temporale.
Non comprendiamo il perché certi giorni di così cupa disperazione.

V

Varcate infine le porte di Morea,
Lasciati alle spalle i miti per la solida terra,
Ritrovai il poeta steso sopra una roccia, le braccia aperte
E palpebre rovesciate da cui scaturiscono cieli.
‘Ho ricevuto un battesimo di fuoco, cavato a forza
Dall’anima stessa delle cose’, mi disse in un alito.
Vacillai sotto il peso di quella verità.
L’anima nostra, distillato sapiente della più grande,
S’agita e ruggisce sotto la sferza del vento, nei freschi arcipelaghi.
Metti il piede fuori da questa fusoliera di siccità e pascoli,
Tra le schiume perla dell’Egeo.
Sono scudi le montagne d’Epiro, la lunga cresta di Negroponte
Con le sue poche valli:
Questo il miracolo più grande, che dentro i nostri mari
Sono cresciute isole, e promontori spezzati
Che hanno sfamato senza sosta popoli sobri e aperti, con profumi d’alloro e menta,
Ma questi popoli ci sono cresciuti dentro, perché l’osceno del mondo altro
Non li costringesse all’estinzione.

Occhio come calce la cui luce s’accende se s’accende il cielo:
La tua vista ha polpastrelli che mi auscultano
Senza ferocia.
Un giorno, ricordo, lo sguardo puntato nel sole dell’akrochoriò,
La Calcidica pronunciò il mio nome ed era l’elenco
Di tutte le cose cadute nella mia bocca aperta:
Vi fu una silenziosa rivoluzione, che dura.

Il paesaggio cresciuto dentro il respiro,
Allevato come s’alleva un tenero agnello
Ha raggiunto con i suoi denti le ossa.
Come dire che ancora e ancora protrae la sua furia Prometeo
Per l’ingiusta punizione.
Tra sonno e veglia e viceversa, s’accende e consuma
Come fuoco il nostro vegliare.
In quel pertugio offuscato è la nostra rinascita
Fuori da ogni impropria manifestazione di fede
Fuori dal tempo che chiede l’obolo al sogno,
Fuori dalla recisione.

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VI

Allora entrai nella mia casa vuota.

Torna Ulisse dopo cent’anni.
Torna alla sua casa vuota dove morti son tutti:
Morto Telemaco, intonaco d’infiniti viaggi in cerca del padre,
Morta Penelope appesa al legno dell’attesa-croce-telaio;
Morti i Proci e nessuno ricorda più tirannia o l’odore di schiavitù.
Morto anche il fido Eumeo ed Argo, che mai più rivedrà il suo padrone.
Cent’anni, egli ancora fresco gagliardo: nessuno ad attenderlo, nessuno
Che infine imparò ad addomesticare la morte.

Sono di vento le stanze: la luce gli scuce le palpebre.
Dietro i gradini imperlati di notti antiche, la nostra memoria;
Dietro i vagiti di statue corrotte come bambini alla guerra,
Lì sorge la nostra dimora. Mia gioventù…
Non sono solo, sotto l’arco dell’uscio: con me cupi trafficanti di schiavi
Stringono in pugno qualche piuma di palpitante cutrettola,
E i loro palmi graffiano al cuore la viva mia porta.
Mie stanze.
Una sordità puerile incide latte sui capezzoli ad Artemide;
Un’età che vale quanto una vita intera, affilata falce dell’incomprensione.
Ecco, vedo avanzare Maria Nefèli, fiocco di neve che sposta l’equilibrio del mondo.
Questa sorte mi son tirato in grembo e filo e fuso
Perché vi sia chi un giorno recida ogni mia conoscenza.
Così Maria Nefèli dispiega sulle sue gambe le minute ali della cutrettola.

Parla ad un’ombra. Dentro di lui il mare ha corroso ogni cosa.
Non esiste destino che possa alloggiare nell’immobile gesto del tempo
Come in questa mia casa.
Questo rifugio, non porta neppure ricordo di guerra.
Ah, non poter morire! Mentre ogni cosa cara ci viene a mancare.
La casa come chiusa palpebra, trema.
Quale l’oscurità nell’assenza?
Qualcuno ha acceso dei ceri nelle stanze disabitate,
Attende lo schiudersi minimo, un’inflorescenza
Dopo tanto vagare.
Ecco la prima radice dell’uomo, suggerisce Maria Nefèli:
La prima radice è di sale.
A questa altre seguono, e come solide dita agguantano
Della terra resurrezione.

VII

Così credete vera l’illusione?

A Màdaba il sole che si levava fu sparo
E noi di nulla ci accorgemmo.
Colombe s’alzarono alte, le loro pallide ali che meglio comprendono
Quant’è tremendo il silenzio di un dio.
Ci crebbe dentro non so quale disagio:
A te, ch’eri di là, la tua stirpe chiusa dentro mantelli
Attraversava chissà quante volte il deserto
Per approdare a questo sogno indomabile.
Dimmi, quale il senso?
A me, straniera ovunque anche qui non meno che a casa,
Con San Giorgio anche qui
Che uccide il drago anche qui
Ovunque io vada il drago del sogno non muore.
Anche qui.
Eppure…

Occhi bolliti nella paura, ma era la febbre del sogno:
Quanti crebbero intorno a quel sogno, si torsero presto le mani.
Ulisse preme forte sul petto un pezzo di carta bagnata,
Ricorda i compagni d’un tempo e gli affetti
Tutti caduti (che importa se a casa o in battaglia)
E me che, portandolo presto alle labbra,
Avevo adorato il mio cielo.
Il segreto sotto il mio naso:
A che serviva partire, farsi belli in mezzo alla guerra?
Cerulee piovono lettere magre distorte, cadaveri sotto le mura di Troia.
Nel sogno -urla Ulisse- ho creduto di vedere un po’ meglio,
E tu Maria Nefèli, dov’eri?

VIII

Si comunica qualcosa per mezzo di un’azione.

La tua fodera dura d’uomo, quella la sfilò via il tempo.
Con queste parole Elena parla: ànthropos, m’appella.
Vennero poi le stagioni ma ci sfiorarono appena le tempie;
Ci mancava distacco, allora avremmo potuto capire,
Capire e amare.
(Inutili favole, non crederò a una tua sola parola)
Eppure com’era bello il sogno! Com’era bianco, chiaro il suo petto.

Salute a te, casta Elena! Salute alla tua perfezione.
Intatta, conchiglia mai aperta.
A Creta anch’io ero alito, anch’io
Profanazione d’ombra e di nome.
Tu e l’idolo cantate con mille voci di cicala, innalzate sul mare color del vino;
Poco importa se sopra il cuscino mescolate al sogno il sudore,
Poco importa…
Era l’11 agosto del 1999, ci regalarono degli occhialini,
Ci chiamarono fuori, all’aperto, studenti e insegnanti;
Tra Gàllos e Panorama, ognuno teneva in mano l’occhiale,
Si strozzò improvvisa la luce, mancò la sua forma un istante.
Il sole era solo più esangue ma gelo levò dalle tombe.
Chiesi a qualcuno dov’eran finiti i suoi suoni
(Svaniti anch’essi assieme alla luce, rispose).
Si ultimò sotto i nostri occhi, è certo
Un’azione.

IX

e dove andare
girando per paesi stranieri, come pietra rotonda?

Dove andare, che poi uno sull’altro t’investono
I sogni.
Ho usato anch’io simulacri, sempre: me ne accorgo non ora
Non prima. Ma nel dolore, sì:
Esso t’intaglia più della gioia.
Le città attraversate tutte s’incendiano, stanotte:
Che m’importa: mi chiamino Elena o Ulisse. Io già lì non son stato!
A casa, anni e anni sono rimasto con l’ancora al collo:
I volti tutti s’agitano sotto le palpebre.
Credo, credevo d’agire. Più fermo ero del solido mare.

Perdona: la memoria travalica.
Tracima nel vuoto, stasera: è il mio bene senza difese.
Ricordo luoghi e visi irraggiungibili: percorsi…
Maria Nefèli, levigata reminiscenza, mio ciottolo antico:
Il tempo barattato alla vita non torna, non torna…
Soffoco… Odio la mia posizione! Lo scudo, la spada, per cosa?
Vagar nelle stanze convinto di possedere un assedio?
Ed essere invece posseduto dal tempo.
Perdona, perdona…
Non son momenti questi per piangersi addosso,
Né per stringerti forte, sentire caldi i tuoi seni,
Legare alle mie le dita della tua mano e pregare
Che gli dei tutti sappiano quale destino… Ma che importa, ora.
Tu non ascolti, Maria, mio ciottolo;
Come schiuma di mare ti lavorano i venti di questa mia casa.
Guardo gli anni passati, li guardo avanzare:
Essi precedono, Maria! Ah l’avessimo capito all’inizio!
Invece a noi tocca sempre partir dalla fine!
A noi tocca iniziar dalla fine.

X

Quanto ai bambini, nasceranno già sradicati.

Guardai lontano, il precipizio della mia anima,
Colonne ioniche l’attraversano: brillavano
Nell’inquieto barbaglio di sole.
Fu quando il fresco della mattina entrò nel respiro
Allora compresi. Compresi, e amai.
Cercai il ritorno come tutti, ma fu un po’ più mio,
Perché in me si agitavano in viola le ombre del sogno.

Elena intanto, da parte a parte mi trafiggeva
Con la sua sorte di donna due volte rubata.
Non esiste al mondo altro uomo capace d’amare così
Il suo triste destino.
Anche per lei è la casa, le pietre che rotolan cupe
Dentro il giardino.
Anche per te sono le stanze, schiava d’Egitto, morbida creatura di fiato:
Entrambe andrò proteggendo altri cent’anni
Perché la morte, se ancora non m’ha conquistato,
È già avvenuta.

Rèthimno aperta vena:
Vi scorgo le forze vane di tutta la Grecia.
E il contagio infelice rapprende sopra il mio corpo
Miliardi di piccoli fiordi di rabbia.
Ebbra estate, ebbro strascico.
C’è un uomo ad ogni alba che suona l’ud sotto le nostre finestre.
Vedo e non vedo, sono cieca sotto la luce,
Finisco per affilarmi di dentro un coltello.
Maria Nefèli, vapore e oro sull’avorio dei giorni,
Sporgevi dalla violenza, dall’imprecisione.

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Non venni a Troia, ero solo un fantasma

E pure con parole, nulla, da nessuna parte,
Da cima a fondo: nulla.
Crebbi convinta di crescere ma ferma a ritroso nel tempo
Dunque avanzavo.
Da cima a fondo, legato a un filo
Mani e piedi da capo a piedi,
E sottosopra:
Ecco il destino osservato alle mie latitudini.
E poi il Nòtos che soffia, tutta mi spogliava
Del nome.

Sotto le unghie quell’onda, accenno appena profondità:
L’irrisorio lo tengo celato
Quel tanto che basta a salvarci.
Salvàti, il sogno s’è sciolto,
E dagli occhi che stringi come pietre nella mia mano
Parla antica l’icona che fui.
Elena… sussurri gorgogliando all’orecchio:
Gravida di vento rispondo per simboli.
Mia vita mortale, mio sogno!
Scortecciata presenza che cola sua resina ai piedi.

Fantasma, vuota forma
Sostanza senza spigoli o impronte:
A quale appartengo, a quale i lutti e i dolori?
Perché in due finzioni sprofondo
E non dentro un’unica polla cui ceder l’immagine
Infine disciolta.
Lubrificata parola, adatta al fluido mio dire:
Ogni spicchio di corpo comanda all’altra da me.

Il tempo scandito dal corpo è tempo di guerra,
Mia cara.
Giambi furiosi s’inarcano sopra le ciglia
Con schianti parole risuonano il muto mio dire;
Paziente, costante avanza col suo esercito piano
La vuota assonanza che detta non detta mi riempie.

Mi ha pronunciata sul filo tagliante della ragione,
Spolpata e recisa:
Proferita in soffio di dolore-cristallo,
Fuso vetro in bottega d’Olimpo
Un dio raddoppiò la mia sorte.
Mai mai a Troia io venni,
Quanto avvenne fu per un’ombra.
XII

Anche il mare a loro sarà muto.

Sarà muto bianco sale
Deserto inapprodabile, futile virgulto
Vezzo:
Sul niente edificato.

Gerico fiorisce anche in estate,
Dove schiere d’angeli s’ammassano sopra capitelli
Sugli archi antichi, su fregi deposti dai secoli;
Da Sodoma allungano il passo
Spossati con Orfeo nel voto segreto,
Anch’essi statue, anch’essi svuotate ombre
Se non innanzi ma altrove volgessero gli occhi.
Un angelo più grande, mentre il mare si contrae
Prese a mischiare la terra:
Tuonò il giudizio in viso alle città maledette,
Tuonò, con l’ala aperta come cucchiaio
Estrasse il suolo alla propria sede.
Sottosopra: ciò che sopra sotto e viceversa,
Il sotto sopra, ogni angolo di mondo
Qui sradicò e a noi restituì il suo contrario.

Occhi enormi, come sentenze
Bianche pupille adagiate su ruvida pietra.
Morto anche il mare; ogni singolo gesto
Fatica invece a perire.
Neppure l’onda amara risuona
L’eco a terra piano risuona.

Poco più oltre, fuori da questo recinto
Dove tutto asciutto oscurato anche il cuore
Pare nodo estirpato, ecco
Il mare diviene sospiro;
Si zittiscono le trombe in grembo a Gerico
Tesi all’ascolto angeli separano il nero dall’ombra
Cospargono sale sulle ferite dell’anima.
XIII

Liotrìvi

Su quegli occhi avrei potuto scrivere in qualsiasi momento,
Dicevo.
Mentivo, perché vi si poteva accedere solo restandovi appesi
Come ad un amo.

Sono gli anni in cui dal deserto si alzano nuvole e fango
E sussultano con la piccola vena del polso
Gli ombrosi muti arcipelaghi:
Oh! Calarsi nel pozzo degli occhi, in quel sereno perfetto
Celeste d’icona.
La Chòra non esiste se non quando l’invochi
Stretto abbaglio del cielo da cui fuoriesce
Come figlia d’un raggio disperso.
Un luogo che si gonfia d’acqua, bianco e salato:
Qui un santo ha deposto due occhi schiusi come un’offerta,
E dentro vi cala tutte le offese del mondo!
Sono gli occhi del Cristo venuti a galla dai secoli,
Emersi sbattuti con forza contro appuntite scogliere.

Il vento cambia volto a tutti
Tranne a Lui, che in lenta decrescita assorbe
Le metamorfosi.
La Chòra battuta da raffiche orrende,
E due occhi fermi come spade l’arretrano
Timorosi, pur timorosi nel desiderio.
XIV

Alla dea dagli occhi azzurri disse intanto Telemaco,
Accostando la testa alla sua perché non udissero gli altri

Perché lenta si spande la voce, e dolce
Se desiderio di casa ci prende.
Canta ogni cosa in noi, come asse di nave scricchiola l’anima;
E canta battuta dall’onda.
Siamo ormai lontani da tutto, guarda le luci della città:
Intorno è un mare oscuro, denso sonno di memorie smarrite
Lungo la via che gli avi percorsero a ritroso, fino a noi.
Nel nostro setaccio raccolgono i giorni,
E quanto ci resta è quanto infine stringiamo.
Non Scilla e non Cariddi, non mostri di terra o marini;
Io più ancora temo il ritorno, sciabordio ruvido contro lo scafo
Che significa diminuzione del tragico,
Dimezzare il verbo a mezzo avvenire.
Ma è lì che punta la nostra rotta,
Verso il comando sicuro, verso cuori cucinati
In solide stanze di marmo.

Rincorrevamo il vento, e poi ancora
Le bianche creste rincorrevamo;
La testa coperta di spruzzi, casa era la meta.
Però io mai mossi il piede fuori da Itaca rigogliosa,
Mai venni alle porte di Ilio.

 

 

 

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21 commenti

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21 risposte a “Chiara Catapano UN POEMA: Alìmono con un Appunto dell’autrice e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Una personalità forte,questa di Chiara Catapano,che entra nei penetrali del mondo antico con vigore e mezzi moderni.Troppa audacia, forse,per esprimere al meglio una cultura alla quale ci avvicinammo (noi dell’altra generazione) con la prudenza e l’umiltà del neofita: che non era lo scudo dell’odiato minimalismo,ma la coscienza di trovarsi di fronte ad una grandezza perduta, che richiedeva tempo e sacrificio per essere nuovamente avvicinata.

  2. gino rago

    Chiara Catapano propone una ricerca di poesia la quale, densa com’è di cultura epico-onirica, coinvolge i cinque sensi senza pose. Ed è poesia
    scritta non già per essere letta ma per essere “detta”:una poesia che
    richiede la giusta vocalità per esprimere pienamente l’energia semantica ed emotiva chiusa in ogni parola. Il commento di Giorgio Linguaglossa così com’è articolato diviene parte integrante del poema catapaniano giacché di poema trattasi, per quella omogeneità tematico-stilistica che sorregge e dà fiato a tutta l’opera proposta oggi da L’Ombra delle Parole. E anche se la Catapano non l’avesse strappato dalle labbra di Odisseas Elitis, lo stesso
    avremmo sentito, come il mare in una conchiglia, che per lei la Grecia è soprattutto uno stato d’animo…
    Gino Rago

  3. La Grecia – ma questo luogo che esiste in una parte dell’essere può avere nomi differenti, benché alberghi in ognuno di noi – è proprio la Patria di primogenitura in cui senza sospetto, senza imbarazzo, mi sono sentita pienamente e perfettamente in sintonia con quel tutto che solo se percepito e pronunciato diviene presente. Come dire, lì da dove sono partita esiste una terra tutta gorghi, insenature, che vivrà finché sarà pronunciata nella lingua che fu di Omero, così come dei guerrieri e dei pastori, o del popolo di oggi. Questa Grecia è possibile non sempre coincida con quella geografica: credo sia bello e necessario esigere che la nostra Patria lontana emerga.
    Permettetemi di lasciar parlare Odysseas Elytis, che ha approfondito per tutta la sua vita questo tema. Ed è toccante, smuove proprio qualcosa che altrimenti non potrebbe essere dissepolto e che in qualche modo ci coinvolge tutti:
    “La grecità altro non è che un modo di vedere e di percepire le cose, sia su vasta che su piccola scala. Intendo dire sia se che si pensi al Partenone, sia ad una lampada a olio. La cosa assolutamente importante è la nobiltà, la qualità, di contro alla dimensione e alla quantità che caratterizzano il mondo occidentale. Il popolo europeo è fiorito sui valori greci per giungere al suo Rinascimento. Ma il loro Rinascimento è qualcosa di profondamente diverso da quello che avremmo potuto sviluppare noi, se solo non ci avesse arrestati la Turcocrazia. Anche questo lo possiamo vedere su piccola scala, che è d’altro canto l’unica che ci è toccata in sorte: sotto un certo punto di vista il cortile esterno di una casa isolana, secondo la mia modesta opinione, o il cortile di un monastero sono, percettivamente intendo, molto più vicini allo spirito in cui nacquero i Partenoni e le Madonne, piuttosto che tutte le colonne e le metope dei palazzi reali europei. Il che significa che se ci fosse stato qualcuno capace di dare un seguito alla sensibilità greca, questo sarebbe stato esclusivamente il nostro popolo. ”

    Chiara Catapano

  4. gino rago

    Elitis. Metafisica della luce. Metafisica del sole.
    “…la nostra sorte non la dirà nessuno/ il destino del sole lo diremo noi…”
    grazie cara Chiara Catapano, e grazie a Giorgio L. per questa sua proposta poetica , per avere propiziato in me l’incanto e il mistero
    del sole, del mare, della luce, del vento di Elitis:”Questo vento che gioca
    tra i cotogni/ Quest’insetto che succhia le viti..”
    Grazie ancora,
    Gino Rago

  5. Autentica nello scrivere e nel proporre le vere radici dell’Occidente, quelle che ogni giorno rinneghiamo in nome di una moneta falsa. Bravissima Catapano, Copio e incollo

  6. A proposito della dimensione fantasmatica nella poesia di Chiara Catapano

    dico che nel fantasma vediamo allestita la messa in scena del venir meno del soggetto di fronte al mancare della Cosa, quella sorta di estrema quanto inconscia riparazione simbolico-immaginaria a un cedimento strutturale avvenuto a livello ontologico, cedimento da cui proviene ciò che Lacan chiama, nel suo significato più generale, il “ soggetto parlante ”. Il
    fantasma è così al contempo un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della Cosa come fondamento dell’essere del soggetto.
    Mipreme sottolineare che è proprio il suo aspetto scenico, la sua natura pressoché letteraria in cui il soggetto si ritrova come osservatore e autore al contempo di quello che può a tutti gli effetti essere definita la
    narrazione della sua mancanza. Il fantasma è infatti, in ultima istanza, una frase. A livello linguistico, simbolico, si presenta come una proposizione. A
    livello immaginario, esso è una scena e si presenta in maniera statica, ricorsiva, quasi raggelata in un singolo istante sempre ripetuto.

    Si veda, J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti, Einaudi, p. 625: “Il desiderio si produce nell’aldilà della domanda perché, articolando la vita del soggetto alle sue condizioni, essa ne sfronda il bisogno; ma esso si scava anche nel suo aldiquà perché, domanda incondizionata della presenza e
    dell’assenza, essa evoca la mancanza ad essere sotto le sue tre figure del niente (rien) che costituisce il fondo della domanda d’amore, dell’odio che giunge a negare l’essere dell’altro, e dell’indicibile di quel che s’ignora nella sua richiesta. In questa aporia incarnata […], il desiderio si afferma come
    condizione assoluta ”.
    – “Diciamo che il fantasma, nel suo uso fondamentale, è ciò grazie a cui il soggetto si regge al livello del proprio desiderio evanescente, evanescente perché la stessa soddisfazione della domanda gli sottrae il suo oggetto ”.

    Si veda J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti, cit. p. 633.

  7. antonio sagredo

    Non c’è dubbio che la grecità e la conoscenza della cultura media-orientale supportate dalle filologie rispettive siano di certo il supporto sostanziale ai suoi versi, che avrebbero avuto possanza sublime se di un personale coinvolgimento più passionale ed epico fossero state più intrise non solo le sue parole, ma la stessa rievocazione, anche interiore. Come se mancasse un pathos, come se dunque avesse avuto timore di un sentimentalismo che si sarebbe mutato in cosa spicciola… (assente questo pericolo nei suoi versi).
    La Catapano aborre la superficialità nella conoscenza: i suoi versi dunque si dispiegano sicuri entro i confini degli eventi storici; qua e là si inceppa il ritmo dovuto forse a una riflessione istantanea interna al verso stesso, ma forse è dovuta a una forzata descrizione storica-culturale più che poetica; nell’esempio che riporto sottolineata da quel
    “Che significa diminuzione…”
    in:
    Io più ancora temo il ritorno, sciabordio ruvido contro lo scafo
    Che significa diminuzione del tragico,
    Dimezzare il verbo a mezzo avvenire.
    ——–
    Sappiamo più o meno dalla presentazione quali siano le sue frequentazioni culturali: in primis quella greca: Elitis più che Ritsos e lo si vede che nel verso più o meno raramente spira un vento solare che slacci e inviti i polmoni a respirare imitando i marosi (qui, quelli dello Jonio da me tanto amato)… ripeto quello dunque di una epicità che sarebbe stata necessaria e presente ad ogni verso e sotto-strato a d’ogni parola, come per esempio nella ispirata chiusa:
    —–
    Rincorrevamo il vento, e poi ancora
    Le bianche creste rincorrevamo;
    la testa coperta di spruzzi, casa era la meta.
    Però io mai mossi il piede fuori da Itaca rigogliosa,
    Mai venni alle porte di Ilio.
    ——————
    In questi versi prevale Ritsos sul suo Elitis: questa la mia impressione, suscettibile di essere mutata.
    Quindi accetto i versi della Catapano, anche per alcune similitudini reciproche. La mia grecità salentina ben si sposa alla sua città natale, che da quando ero bambino, a Brindisi, mi incuriosiva tanto (e non solo per la “Valigia delle Indie”), e che soltanto 5 anni fa potei visitare entusiasta… felice di incontrare anche Joyce!

    Il corpo di una donna mi tallona ed è una rovina
    la figura di una congettura fuori le mura oriane.
    Deformi le visioni acrobatiche di un falco in contumacia
    che con gli artigli si è scrollato il tempo in mille specchi.

    Non è stato il calcolo indecifrabile a disertare
    il numero immaginario, perché dal destino
    un grido di un uccello non puoi declinare
    dai marosi alle rocce, come un triviale gioco.

    E se dai rancori un attore sottrae una memoria alta
    per due meschini atti di una commedia greca,
    non devi ai gradini di un anfiteatro chiedere
    se prima di un applauso c’è un fiasco meritato.

    Così le quinte conteggiano i nostri passi piombati coi sigilli
    per mendicare voci, maschere e danze, canti, e grecori trionfali
    che da portali di scoperta sono in viaggio con l’irlandese ulisse,
    che, commosso lui, una volta incontrai sul ponte triestino!

    Antonio Sagredo
    Campomarino, 22 luglio 2011

    • Gentile Antonio, citi Ritsos e riprendo in mano i Tre poemetti. Grazie per questo “affondo” poetico. Trieste – e son ben felice tu l’abbia infine visitata – e una città molto bella, difficile. Non voglio fare il solo citazionismo prendendo di mira il buon Saba: però quella scontrosa grazia di cui ci parla esiste, e viverla dal di dentro può creare macchie di sconforto. Io Trieste ho imparato ad amarla da adulta. E mi diverto a pensarla alla Cergoly, dentro una mitologia mitteleuropea un po’ scapestrata, con una lingua tutta sua e però universale. Un caro saluto Antonio

  8. letizia leone

    (Oggi) La Grecia è un paese vuoto, scriveva Moravia nei suoi reportage di viaggio. Dunque doppiamente ambizioso questa progettualità scritturale di Chiara Catapano, nel raffronto propulsivo con il fantasma di una civiltà fondante e nell’intrecciare la propria vicenda biografica ai disiecta membra dell’epica, antica e contemporanea, come quella di Elitis o Walcott. Poesia di cultura che veleggia nel mare della poesia classica, tra relitti e risonanze, anzi interferenze tra le macerie (nostre e quotidiane…)

    • Gentile Letizia, com’è reale quel vuoto. E come incredibilmente i Greci, più dentro un istinto che con ponderata ragione, lo riempiono col canto. Quello che continua a impressionarmi di questo popolo che cavalca l’oriente e fonda l’occidente, è l’assenza di una spaccatura tra coscienze a cultura: tutto intorno è una patria che brucia, e i loro poeti cantano nelle canzoni popolari i loro versi. Pare di non essersi mai mossi dalle rade in cui gli antenati ancoravano le imbarcazioni. Il buio è costantemente rotto dal canto delle cicale, e dalla voce del popolo-poeta. E’ un suono in sottofondo, una nota costantemente vibrata, bisogna stare in ascolto.
      Parlando con un’amica, Agathì Dimitrouka, che scrisse decine e decine di canzoni per Chatzidakis, la realtà greca è sempre più un’incrinatura sulla liscia superficie di questa Europa. Però io sono certa che l’unica vera, umana soluzione, possa venire proprio da lì. Un caro abbraccio, Chiara

  9. Claudio Borghi

    Versi tenuti come vela al vento, alto il ritmo, alta la volontà, ferma la decisione di essere nella musica senza paura di cedere alla forza degli elementi, dono del mare restituito al mare, col sottofondo di miriadi di creature, presenze e assenze, eco che risuona dentro, poesia che nasce da un luogo e a quel luogo ritorna, nell’inappartenenza del canto alla voce di chi lo intona, nel liberarsi dell’opera dall’autore quando inizia a navigare alta e pura nel Mare dell’Essere, in cui nessun io sopravvive con un nome.

  10. Steven Grieco-Rathgeb

    Probabilmente fra le migliori poesie lette quest’anno qui o su qualsiasi altra rivista o libro. Una lingua nuova, un sentire nuovo. E che gioia pensare che il cognome Katapano dice “basso” e “alto” nel contempo. ευχαριστώ πολλοί, Chiara, faccio una stampa di queste poesie e le studiero’ attentamente. Charika polloi! Ci sono anche stin ellinika’?

    • oxi akomi sta ellinikà! ma stiamo lavorando sulla traduzione. La cosa divertente, quando misi piede su suolo greco per la prima volta, fu che esibendo con audacia il mio cognome (il Catapano era una carica bizantina) scatenai mille risate tra i presenti. Perché katapano oggi come oggi può voler dire o sottosopra, oppure verso il basso. Pao katapano significa andare giù… Grazie per le tue parole Steven e grazie per un tuffo nell’amata lngua greca.

  11. Una poesia interamente costruita entro un ordine simbolico

  12. anna maria favetto

    non comprendo questo ultimo intervento

  13. LA CONTESTURA SIMBOLICA NELLA POESIA DI CHIARA CATAPANO

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/12/26/chiara-catapano-un-poema-alimono-con-un-appunto-dellautrice-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-16943

    Gentile Annamaria Favetto,

    cercherò di spiegarmi. Un poeta costruisce sempre il proprio linguaggio entro una contestura simbolica, altrimenti il suo discorso sarebbe un mero idioletto, un linguaggio che ciascuno parla con se stesso. Un linguaggio allo specchio, come dire, un linguaggio frutto di narcisismo e di esibizionismo. E quand’è che un linguaggio diventa idioletto? Diventa idioletto quando si rende manifesto, con il trascorrere degli anni, che quella cosa che i contemporanei credevano fosse poesia, in realtà era invece soltanto un idioletto circoscritto al «Parlante» e ai suoi diretti ascoltatori posti nel Presente. Un idioletto è idioletto perché il Parlante parla e si rivolge ai presenti i quali possono, sono in grado di comprenderlo. Un idioletto, ogni idioletto è privo di risonanza simbolica, magari può mantenere, per un certo periodo, una risonanza semantica più o meno vasta, più o meno circoscritta che con l’andare del tempo è destinata però a dissolversi.

    Proprio ieri, nella libreria L’Altracittà di Roma, leggevo e commentavo con Steven Grieco e Costantina Donatella Giancaspero e Rita Mellace alcune poesie di Paolo Volponi ed io dicevo loro che quelle «poesie» erano diventate incomprensibili, scritte in un italiano che parlava ai contemporanei ma che avevano cessato di parlare ai posteri, erano poesie scritte in un idioletto letterario, con tutti i prestiti letterari dalla poesia del suo tempo. Ma, appunto, si trattava di prestiti presi gratis, prestiti gratuiti perché non convalidati da un linguaggio simbolico, La più gran parte della poesia del passato e del presente cade perché fatta, nel migliore dei casi, di prestiti letterari non filtrati in un proprio universo simbolico. E un universo simbolico lo si ha solo quando è presente un «Fantasma», ecco spiegato il mio intervento che riepilogo qui:

    A proposito della dimensione fantasmatica nella poesia di Chiara Catapano
    dico che nel fantasma vediamo allestita la messa in scena del venir meno del soggetto di fronte al mancare della Cosa, quella sorta di estrema quanto inconscia riparazione simbolico-immaginaria a un cedimento strutturale avvenuto a livello ontologico, cedimento da cui proviene ciò che Lacan chiama, nel suo significato più generale, il “ soggetto parlante ”. Il
    fantasma è così al contempo un’illusione ma anche l’estrema risposta al venire a mancare della Cosa come fondamento dell’essere del soggetto.
    Mi preme sottolineare che è proprio il suo aspetto scenico, la sua natura pressoché letteraria in cui il soggetto si ritrova come osservatore e autore al contempo di quello che può a tutti gli effetti essere definita la
    narrazione della sua mancanza. Il fantasma è infatti, in ultima istanza, una frase. A livello linguistico, simbolico, si presenta come una proposizione. A
    livello immaginario, esso è una scena e si presenta in maniera statica, ricorsiva, quasi raggelata in un singolo istante sempre ripetuto.

    Nella poesia di Chiara Catapano ci vedo la presenza di questo dialogo con il proprio «fantasma», ma il bello è che qui non si tratta di mero idioletto ma di un «dialogo fantasmatico» che può parlare a tutti noi e anche, oserei dire, a chi verrà dopo di noi, perché non è un semplice dialogo privo di risonanza simbolica. Finalmente siamo davanti a qualcosa che è un vero dialogo e non un semplice soliloquio fatto di cose e di personaggi vari. La formula più usata dalla Catapano è la catacresi [Figura retorica consistente nell’estendere metaforicamente il nome di una cosa a un’altra per mancanza di un termine proprio (il collo della bottiglia), oppure nell’usare una parola il cui significato è in contraddizione con quello originario (brutta calligrafia) dal dizionario di repubblica] impiegata all’interno di un verso lungo di derivazione narrativa che si snoda per affinità e per contatto. 1)
    È chiarissimo quanto vado dicendo se leggiamo a strofa iniziale del poema:

    A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita,
    Dovrò presto fare i conti con quanto fa pendere la bilancia
    Oltre i confini estremi della misura.
    Quando morirò vorrei leggessero Elytis al mio capezzale:
    Nessun Cristo migliore della sua Maria Nefèli potrebbe ungermi la fronte
    Prima che il nero mi raggiunga con l’ultimo respiro.
    Accompagnatemi a Oxòpetra e abbandonatemi distesa sulla roccia
    Come un frutto di mare aperto.
    Lasciate che mi dissipi l’aria e non siano i vermi giù in profondità a svezzarmi:
    Sia la natura a pedinarmi e, in segreto, mi assolva
    Benché – anche per un sol giorno – avrò creduto che concretezza è male.
    Basterebbe levarsi di torno l’opinione come gli abiti la sera:
    Invece stiamo ancora a implorare l’un l’altro approvazione
    Per il modo in cui mordiamo il frutto appena spiccato.

    Non esiste religione che non comprenda in segreto violazione
    Nelle segrete stanze della fede.

    Ho chiuso gli occhi come per un miracolo.
    Era gennaio e dentro l’estate già s’apre un varco:
    Il mio errore sta nell’imporre un tempo unico alle cose
    Ed io viverci male, col ritmo del rammendo.
    In silenzio l’uomo raccoglie dalla bianca roccia piante selvatiche,
    E il poeta dà loro un nome:
    E nella pausa tra il gesto e la parola vive l’eternità iterata mille e mille volte,
    Finché anche l’oro dell’icona non avrà rivelato il tuo stesso volto dipinto da Dio
    Sulla tavola nel legno della croce.

    Finiamola qui. Voglio abbandonare la paura al crocevia
    Dove con mani leggere accetterò la soma della Sfinge
    E i quesiti che valgono anche quando ormai tutto è svelato.
    Tebe è chiusa in un morbo d’ignoranza, nessun assedio abbastanza definitivo
    Per abbattere le mura ed espugnare la città affamata.

    Siamo vivi per puro caso: divinità luminosa liofilizzata in equazioni
    O deposta con velluti e porpora nel più remoto dei remoti cieli,
    Porterai sempre il nostro nome.

    Cerchiamo comprensione,
    Per non doverci assumere la responsabilità di noi stessi.

    1) Jakobson Poetica e poesia Einaudi, 1985 p. 65 «La prosa non conosce un’articolazione volutamente vistosa in segmenti di uguali caratteristiche (il parallelismo), l’impulso fondamentale della prosa narrativa è l’associazione per contatto; il racconto si muove da un oggetto a quello che gli è vicino per vie spazio-temporali e per vie di causalità.»

  14. antonio sagredo

    …ci vorrebbe un grande italianista greco per tradurre i versi della Catapano, spero tanto che ci sia e che si metta a lavorare… credo fortemente che la sua Poesia alta, una volta tradotta, sarà accolta con plausi incontestabili dalla KULTURA greca. Mi sovviene il grande filosofo ateista polacco Andrzej Nowicki, tra l’altro raffinato e profondo conoscitore della grecità antica e moderna, che a leggere i versi della Catapano avrebbe esclamato un evviva senza fine… ma gli stessi poeti greci d’ogni epoca avrebbero plaudito questi versi suoi… insomma qui ci troviamo nel mezzo di un guado dove non sappiamo ove volgere lo sguardo, e ci restiamo in questa scissura culturale che raccomanda un collante slavo-italico-greco-orientale, e altro.
    Da quando lessi la prima volta questi versi – e altri leggerò… sono certo che il mio interesse non scemerà nell’accidia della mia mente e che gli stessi mi risveglieranno i miei primi sospiri greci che mi donarono 14 -enne i marosi dello Jonio mescolati a quelli dell’Adriatico (questo mare così amato dai poeti russi col fiume Brenta!).
    Dunque, infine, ma altri meglio di me scriveranno della Catapano (qui intanto i poeti Rago e Borghi hanno appena scalfito la profondità di questi versi)… bisogna levare dai versi come dai vasi greci sommersi quella patina muschiata e vedrete come brilleranno d’aria e di luce… la Catapano ha già un suo posto degno e rilevante nella Poesia italiangreca e dà lustro tanto alla tradizione di una poesia europea al femminile da cui quella dei poeti debbono prendere lezione. So tanto di poesia europea “fatta” da poetesse. ma quella della Catapano spicca per leggiadria
    e totale assenza di provincialismo… Poesia europea al massimo grado!
    —————
    scusate la mia tracotanza… una tracimazione dal 1969 al 2014
    ————————————————-
    Fu il non sereno vivere l’inferno
    a maledire gli uccelli cantori delle stagioni estive
    quando i sordi suoni dei boschi e dei mari
    straziarono le rive, le dissonanze di luci astrali.

    Stordito da rifrazioni di mattini insidiosi,
    ascoltavo i canti di tutte le creature
    sulle rocce salate, e il calpestio marino
    dei remi sui tramonti… e fuggire volevo dalle città
    necropoli a perdifiato, a polmoni slacciati!

    I miei canti austeri caddero come rigide muraglie,
    disertai allora i campi di fuoco e le glorie,
    ma dietro ai miei passi di carta e di stracci
    era tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    Oltre limiti mai esistiti io dovevo aver amato
    e regnato con povertà di spirito tra brindisi
    di ciarle e spumose coppe… e smeraldino oblio!

    a. s.

    Roma, 1969/70

    ——————————–
    …ma Tu sei nelle fredde langhe come la bellezza di Lucifero
    che m’inguaia, e non sopporto la philautía del camino
    e della cenere che abbraccia e arde di vani amori cilestrini…
    e quella madreperla maschera che m’incipria il volto!

    E il sentiero a tratti mi parlava con labbra di rosa canina
    che spremevo lieve per il succo di una tortura autunnale,
    eppure le mani segnavano quel passo di Chopin in contumacia,
    sfuggendo la mia accidia al cancello m’avvitavo come un raccapriccio.

    E non mi fermerò alla soglia del tuo pulsare come i bocci
    per tutta una vita distrutta dai sepolcri, per il gioco di una giostra,
    per un labirinto dove amori rifiutano alcove numinose,
    come se il prodigio di un capogiro geloso fosse della passione!

    Non temere una mia fuga di catastrofi in quello Ionio che mi
    scompiglia i pensieri, come le greche lotte di un senile Omero
    che se la ride degli eventi fortunosi e delle morti degli eroi.
    Tutti pagliacci, buffoni, marionette e burattini… cibarie –per il riso!

    antonio sagredo
    Roma. 5 febbraio 2014

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