Claudio Borghi Riflessioni sulla poetica del «frammento» e del «tempo interno». Poesie tratte da Dentro la sfera (2014) con un Commento di Luigi Manzi

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

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Riflessione di Claudio Borghi sul «Frammento»

La poetica del frammento e del tempo interno è un tentativo di superare l’impasse della stagnazione e della mancanza di ispirazione che blocca buona parte della poesia moderna. La ricerca di nuova linfa poetica procede con attenzione al progresso scientifico, in particolare della fisica teorica, dell’astrofisica e della cosmologia, e trova spunti nella riflessione di filosofi come Heidegger e Barthes, o di romanzieri quali Rushdie e Pamuk. L’intenzione è encomiabile, come ogni nuova esplorazione che porti una forma d’arte a indagare territori poco conosciuti e a tentare nuove sintesi e forme di scrittura. Una ricerca implica, tuttavia, perlomeno sapere o cosa si sta cercando o in quale direzione si sta cercando qualcosa che non si conosce ancora bene. Poiché la scienza è considerata un modello di riferimento e una fonte di ispirazione, provo a spiegare con un paio di esempi quali possibili rischi di interpretazione si corrono a sposarne le teorie e, altresì, quale ricchezza può nascere da una riflessione poetica sulla vertigine straniante dei fenomeni naturali.

Il primo esempio riguarda l’atomo, parte essenziale dell’edificio della materia. Nessuno ha mai osservato un atomo, ma abbiamo buone basi sperimentali e teoriche per concepirlo, in modo semplificato, senza cioè entrare nei meandri quantistici, come una sfera al cui centro sta un nucleo che contiene praticamente la totalità della massa, in cui stanno neutroni e protoni, intorno alla quale si muovono (poco importa qui se su orbite classiche o orbitali quantistici) i leggerissimi, impalpabili elettroni. Ora, la cosa sorprendente è che il diametro del nucleo è centomila volte più piccolo della distanza media tra gli elettroni e il nucleo e che tra nucleo ed elettroni c’è, quanto a materia, il vuoto. Questo significa che l’atomo è praticamente fatto di niente in termini di materia: è sede di interazioni nucleari (forte e debole, all’interno del nucleo) ed elettromagnetiche (tra elettroni e protoni), quindi di campi di forza, e sono in pratica questi campi che giustificano la struttura della materia, più che la materia stessa. Sono le interazioni la chiave della fisica, quindi le relazioni tra le particelle. Un’ingenua, statica immagine della realtà fisica come qualcosa di pieno è quindi fuorviante e sbagliata, per quanto sembri incredibile che un corpo sia in definitiva un vuoto strutturato grazie alle forze tra i costituenti elementari di cui è fatto.

Il secondo esempio riguarda i buchi neri, con chiaro riferimento all’ipotesi “Il frammento è un buco nero?”, contenuta nei commenti al post “Dialogo a più voci sui concetti di paradigma, nuova poesia, tempi interno, ecc.”. Non sto a ricostruire l’articolo di Rovelli, perché è lì a spiegare chiaramente, senza bisogno di commenti. Cosa c’è di problematico, qui? Il fatto che la relatività generale, da cui pure si deduce la previsione dell’esistenza dei buchi neri (che pare confermata grazie alla scoperta delle onde gravitazionali, ma io ci andrei sempre con grande cautela sulle verifiche sperimentali, specie quelle che vanno tutte nella stessa direzione), proprio in relazione alla struttura interna dei buchi neri cade tragicamente in errore. Rovelli lo dice quando parla di buchi bianchi e sembra che dica poca cosa. In realtà sta dicendo qualcosa di drammatico. Quando la materia entra in un buco nero, la teoria (non Einstein, ma chi l’ha sviluppata in seguito, in particolare negli anni sessanta, Hawking, Wheeler, ecc.) prevede che debba viaggiare verso il centro del buco nero. Il fatto è che, se questo accade, la teoria stessa impazzisce, in quanto nel centro del buco nero tutte le sue capacità di previsione crollano. Cosa possiamo pensare? Di tutto, si direbbe, vista la fioritura immaginifica e poetica di teorie su wormholes, universi paralleli e quant’altro. Oppure, dice la gravità quantistica, più ragionevolmente si dovrebbe pensare che il centro non viene raggiunto, si crea una sorta di enorme pressione quantistica che provoca un rimbalzo all’indietro per cui tutto quello che entra prima o poi dovrà uscire. In che forma? Di radiazione, di altra materia? Non lo sappiamo. Ebbene, cosa significa? Che una delle più grandi scoperte sperimentali degli ultimi decenni, quella delle onde gravitazionali, conferma una teoria (la relatività generale) che necessariamente è sbagliata, perché non consente di prevedere quello che accade nel centro di un buco nero, e non abbiamo a tutt’oggi teorie che ci consentano di fornire spiegazioni alterative convincenti.

Questi esempi significano una cosa molto semplice, che sto dicendo da qualche tempo nei miei articolati interventi sul blog: andiamoci piano con la scienza, in particolare quella che si fonda su congetture di così ampio respiro. Il mio invito a ritarare la mente sul mistero del cosmo e della psiche umana, oltre che sulla varietà stupefacente di creature che ci circondano, ha proprio questo significato: lasciamo la scienza ai suoi voli prometeici, alle sue ambizioni sovrumane, concentriamoci sul breve volo dell’io che davvero è fatto di tempo interno che si scandisce in istantanee di memoria, in frammenti sfuggenti e impalpabili. Questa ricerca, che si concentra sul dato ineludibile della creazione, esperita nella sua sostanza sensibile e percettiva, contiene un tesoro immenso di potenziale poesia, ben più ricco delle congetture sull’infinitamente piccolo o l’infinitamente grande, in cui la mente necessariamente si perde, non essendo, come scriveva Pascal, proporzionata per capire. La poesia dovrebbe tornare all’umanità, allo stupore dell’essere, alla dimensione che ci è concessa in quanto creature, al nostro ruolo nel cosmo e nei cicli del divenire, che è transitorio e inafferrabile, nonostante la mente ci illuda di poterci trascendere e trovare la legge che chiude in sé il mondo.

Un’ultima nota riguardo ai miei libri, in particolare Dentro la sfera, che della Trama vivente costituisce la premessa necessaria e fondamentale. Il libro è in pratica strutturato in due parti, la prima in versi, con qualche prosa, la seconda in prosa, con rari versi. La sfera è un’unità, di cui i due emisferi formano le parti complementari. Mi riferisco in breve alle sezioni in prosa, tessute con aforismi filosofici e lirici, strutture molecolari a loro volta tenute insieme da atomi-segmenti di intuizioni e illuminazioni, percorse da rapidi voli del pensiero che cattura immagini, idee, voragini abissali, percezioni di volatile apparenza, sullo sfondo del basso continuo di una disillusione amara e malinconica circa il senso del nostro essere parti di un tutto che non possiamo cogliere globale. Il libro è concepito come un non finito frammentario, quindi non come il riflesso emozionale di un infinito possibile, ma di una struttura umanamente imprendibile. Mi limito a fissare l’attenzione su una sezione per me espressivamente tra le più efficaci, Forma del tempo, in particolare allo stacco tra un frammento aforistico e la successiva, vertiginosa sintesi in versi:

Nell’intera forma viva che sotto il sole splende, non si cura il creatore di aver lasciato creature che si sfibrano e gridano il loro corpo che scolora: la forma intera sempre in qualche nuovo corpo rinasce, comunque nel complesso accesa brilla, ignorando che nelle anime si cela l’ombra e lo spavento, il dubbio sfila o sfugge come uno sfiato o l’acqua che si chiude sparendo in un tombino.

Dì ai rami e alle foglie che il senso è dentro,
immobile, chiuso nel verde invisibile
della linfa che risale la gravità, nel rigagnolo
che alla prim’ora lascia il suo segno sulle foglie,
e nella vertebra gigantesca del tempo,
nell’urlo primordiale che infuoca la voragine impaurita della sfera,
non nel pianto piegato
dell’albero intero,
costretto a subire il vento, e la pioggia vuota insensata delle ore.

Il libro è concepito come un itinerario della mente verso il Cerchio intelligente, la sezione finale. E il frammento ne è la naturale forma espressiva, un dire senza mai attingere il cuore della sostanza del pensiero, come nell’atomo il vuoto tra il nucleo e gli elettroni, o il centro inattingibile del buco nero, quella regione di smarrimento e straniamento che l’intelligenza non potrà mai colmare, ma in cui la poesia può trovare una ricchezza espressiva inestimabile.

Concludo con un’ultima citazione, tratta sempre dalla sezione Forma del tempo:

Non c’è calma: un frenetico cambiare, un’opera che ne genera un’altra, frammenti tenuti insieme da forze improbabili, lastre che sporgono una sull’altra poggiate avanzando sullo strapiombo, lische di materia che si sollevano per concedere alla vista il brivido di essere più avanti, in tappe successive di vuoto che avanzando dimenticano la propria origine: la stasi immutabile e senza tempo. La cupola emerge unica, perfetta, immobile. La città ne riceve beatitudine. Una calma diffusa si sparge come un uccello smarrito, confuso o impaurito dal suo stesso canto.

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Commento di Luigi Manzi a Dentro la sfera

Trovo Dentro la sfera ambizioso quanto coraggioso se rivado con la memoria ad altri grandi esempi del passato, compreso l’immenso De rerum natura. Debbo dirti che tu hai affrontato il tema con sicura maestria tecnica poiché hai saputo inseguire l’impeto e l’urgenza dell’ispirazione (nel tuo caso si deve parlare certamente di ispirazione) senza tentennamenti e senza neppure disperdere l’eco avvolgente che via via ti ha indotto alla scrittura. Il tuo è un esempio raro di ascolto visionario; proprio quando la poesia contemporanea sta attraversando il deserto dell’insignificanza fino all’aridità se non al singulto e infine all’afasia; per non dire alla ottusità dei sensi oltre che dell’intelligenza. Il minimalismo stilistico dell’odierna poesia – sponsorizzata dagli editori di levatura – si sovrappone alla penuria della fonte o ne maschera la siccità.

Trovo, in Dentro la sfera, quasi la fluida trascrizione di una energia cosmica che ci seduce non appena ne assecondiamo la danza e la finalità; ma che ci abbandona impietosamente quando ce ne allontaniamo con protervia intellettuale e provochiamo inerzia. Questo te lo dice un laico (e pagano) come me, senza nostalgie, che non cede ad altro se non alla ragione e ai sensi. La tua scrittura non ha punti d’attrito e non soffre d’artifici ma segue l’onda lunga e flessuosa delle visioni come in una armonica coreografia in cui i testi e i versi assumono proporzioni nello slancio vitale: esso stesso colmo di significati reconditi e di seduzioni.

(Luigi Manzi, 2014)

Poesie scelte da Dentro la sfera
Dalle sezioni in versi

La distensione delle ali (estratti)

Sono una strada i versi una strada in discesa
su cui scivolano presenze e si sentono andare
verso il limite del dire il limite semplice
di questo essere manifestato aperto fiorito.
Convinto di potere, di riuscire a vedere,
di avere la chiave, io: albero sempreverde,
foglia umida, nudo ramo annerito.

Attimo senza tempo, polvere di luce,
perla condensata, universo di materia ridotto a idea,
mi distendo in una forma di volo
verso i tuoi occhi di stella, unico vivo, solo
in tanto spazio allungo la mente
a carpire un significato eterno.

Cosa sento, cosa vedo, dove battono i tacchi
della mia danza? Sul mio confine –
sul tuo confine, mio Dio – mio
come è mio il viso come sono miei i figli
come è mia la malinconia dell’autunno
che irrora i giardini e ne impregna le foglie
acquarellando gli occhi sfumando le ciglia
riducendo a polvere ogni gesto ogni linea
di vento?

Un nero discendere di muro riscaldato dal sole –
la luce laterale bagna spiovendo gli alberi
e riempie anche me. Io mi lascio riempire mi sento
riempire fino ad essere colmo come se l’essere io
fosse un vaso – che tracima e subisce il non capire.
Vita fatta di sola mente, di contemplazione,
di memoria intermittente.
Mi confondo lasciandomi pensare, chiudo gli occhi,
immagino il mio cosmo che si svuota e vola,
entro (ma si può entrare?
e posso io entrare?) nel niente.

Sento il cuore, ma non serve. Non serve l’emozione,
il sentimento del diramarsi e abbracciare
se c’è un destino già scritto il cui nome
è divenire, se l’io è solo un punto
che raccoglie ed emana profumo, e la rondine
alta si spiana sulla casa, e i sogni rientrano
nella casa, e mi sento riscaldare vicino al camino
e di nuovo respiro, lentamente – di nuovo
mi sento bambino.

Mia madre si alza. Nel presente eterno
chiama a raccolta gli uccellini in piena mattina
ed è una creatura nuova che risplende – unica madre
di un unico figlio che la cerca e beve le sue parole
e si sente appagato dall’essere vivo
in quest’ora dal sapore sospeso – come l’essere
fosse foglia, e il corpo senza peso.
Ma io non conosco ciò che vedo,
mi lascio filtrare da ciò che penso,
come un pesce immerso in un oceano che lo avvolge
catturo l’essere come una presenza silenziosa,
il fondale su cui la mia ala atterra
e lievemente si posa.

[…]

Passato e futuro orbitano,
gravitano intorno all’io
spogliato dell’apparenza,
ridotto a semplice cuore.
Consegnato al pianto senza forma del nascere
affida al mondo il suo essere,
si svuota del calore del grembo eterno
che lo avvolge e lo protegge, prima chiuso nel sole
ora si dissolve, per sempre, nell’aria.

Un emanarsi istantaneo tremendo definitivo
come un colore che si diffonde sull’acqua,
un cuore divino costretto a sfogliarsi,
uno sfumare della materia in pensiero,
una rarefazione tendente al grigio,
una vitalità che diventa affanno,
un voler tornare all’ombra del bocciolo
che precede la dissoluzione: stordito dal volo
dell’essere-qui, vivo tra presenze che si sfanno.

Infanzia che ti strappi e rinasci
dai frantumi, dalle pieghe del tempo
e violenti la velina dei sensi,
sostanza di un’eternità di luce
giunta al tramonto, bagna di onde
la riva umida di questa sera,
ridiventa passeri e voci, e altalene
vicino al fosso, e profumo di erba fradicia,
ascolta questo intenebrarsi affondare,
questa ricerca di armonia nei flutti del tempo
che cancellano le forme vive –
la musica non ha più sapore ormai –
le foglie sono diventate scure, le case rosse
si sono riempite di vento –
come un filo lungo della luce mi sono perso
o forse solo disteso come una grande chioma,
ho catturato intera la mia forma di tempo
addormentata viva tra la nascita e la morte,
addormentata tra le braccia forti di un dio
che consola, gli occhi risvegliati
tra le sue mani, i capelli ancora neri, i bambini
affacciati al balcone
affidano al vuoto il loro sguardo incantato,
la mattina è serena il cielo tranquillo
la strada una pelle bianca toccata dal vento.

Forme nel marmo

Ferma la materia sul fondo del corpo
della visione senza peso,
l’albero fresco senza corteccia, la riva
senz’ombra, la tempera illimpidita
del pomeriggio calmo nell’ora lunga del campanile,
la luce del viso unica e veloce
emerge dai raggi teneri dell’acqua, istante
chiaro senza identità, senza nome,
onda sui sassi, atomo di suono leggero
salito a morire nella macchia alta del cielo.

Perché chiedere,
perché allungare le mani?
Il volto mi è sconosciuto: come posso dire
di possedere, di vedere,
al limite di conoscere
se la ventata di luce mi disperde le idee,
le forme di marmo del mio pensare
diventate polvere senza contorno?

L’orizzonte interrompe la cupola troppo alta
su cui il sole sommerso sparge dal profondo
gradazioni scure di colori che sfumano.

Il volo della terra tranquillo si disegna
traiettoria eterna intorno alla quiete centrale:
chiedo chiarezza se è possibile domandare
ma nessuno sente – la parola
ferma sul filo – l’uccello
la chiude nel suo corpo che pesante si solleva
e si spegne in distanza.

Nel tempo solo senza musica

Nel tempo solo senza musica, solo e senza musica
e luminoso il sole si corica sul letto viola
del lago, dove la conoscenza è evidenza
e indistinta la potenza diventa particolare
immedesimandosi in un movimento puro senza esistenza

le onde tutte della luce fasciano il pianeta
i corpi degli uccelli volano nell’atmosfera
la terra umida della notte
distesa si copre della grandezza manifestata del giorno

e non so come chiedere alle parole di piegarsi
sulle cose, come pensarle, come venire al bocciolo
dell’apparenza presente che si mostra
e si offre, del volto più puro che si alza
fino all’azzurro incontaminato

e azzurra è la potenza, e senza occhi

e tua la fronte che si immedesima ancora
nel nettare unico della vita,
quasi senza saperlo, nel flusso lavico
del calore senza luce delle idee

che diffondendosi come mille lune
opache gialle sbocciate come piccoli fiori
sembrano dire una nascita senza morte

e tua è la certezza, tua la forza

di vedere oltre il centro che si lascia conoscere
perché il senso non ha parola, e l’immagine vola
aprendosi a ventaglio da ogni minimo respiro

perché tua è la nascita, tua la forza

che pensa e dice, e il ventre di lucciola
segno ultimo del vivente acceso
ha il sapore di una canzone raccolta
nel minimo cuore dello spazio
impregnata della luce acquatica dell’altrove
la penna trascrive l’armonia lucida
di una filosofia nuova dell’incanto
il corpo enorme uscito dall’universo mare
scrosciando tutta l’acqua intorno
lasciando la sua presenza spaventosa di balena
formarsi dall’elemento informe come il senso dello spazio
dal centro-miracolo della vita-poesia…

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(particolare del Ponte della Garbatella, Roma)

Dalle sezioni in prosa                      

 Quanto più sento la vicinanza del cielo senza confine, tanto più mi accorgo di essere concentrazione anonima di materia in un viso, in un organismo momentaneo che si porta in posti diversi senza muoversi. Il soggetto del viaggio non viaggia: semplice punto, si apre prima in forma di cuore, poi di mente che spiega complicando, per richiudersi infine nel luogo in cui si era aperto, lasciando i suoi petali avvolgere l’essenza vuota, incorporea, senza spazio, che si era scoperta viva. Il viaggio è fatto di istantanee, volti riflessi, fotografie senza memoria.

*                      

Se del corpo solo conosco la figura, della filosofia il contorno che non racchiude sostanza, in definitiva solo il fantasma, l’indice del libro che non ho mai finito, lo sguardo che la luce assapora, e l’ondulare chiaro delle frasche, il vociare dei bambini mescolato all’innocente modularsi dei passeri sulle chiome – se solo ho potuto inventare l’illusione di un mondo sconosciuto, inciso nel marmo pensante come un affresco improvvisato in un tepore infantile di un maggio ritrovato, magica consistenza, fuoco ravvivato, nome pulito, chioma che si sfalda nel correre del torrentino – solo posso rinverdire questo quadro che germina dal centro con forza imprevista – la novità del battito come una conoscenza ultima – monade viva che rinnova la visione riducendola al cerchio unico e inapprofondibile della rappresentazione.

*                      

Il tema tracciato, nel tondo enorme senza figura inscritto, ridotta a punto la potenza del dire, il nome dissolto – chiara apparenza – limpida apparizione, dettato senza errori, giorno! – la scienza intera lavata nel grande contenitore e lì dispersa come inchiostro nel mare: nomino e mi sollevo – dovrei dire parlo, ma la voce non suona: l’intelligenza per un attimo conquistata – poi  si apre l’uovo nell’altrove – l’identità decomposta moltiplicata si sfibra in mille grani.

*                      

Spunta qualcosa, per miracolo combinatorio o invenzione emerge e si dilata – da rami interiori germina – unico flusso illusorio, anonimo pulsare quieto, irraggiamento momentaneo o definitiva visione?

*                      

In queste pause bianche come fogli enormi non scritti libere sgorgano nuove forme, partenze impreviste di ritmo come mari da una conchiglia, luoghi di una rinascita definitiva, strade impercorribili o senza uscita. Dietro le spalle il sole freddo scende come un rivolo lungo la schiena. Migliaia di rondini nerissime salpano verso la terra promessa. Rintocca l’inverno, come fosse il primo.

*

La vita più sottile di una foglia, stelo capillare da cui l’esistente è sempre sul punto di staccarsi lasciando l’identità evaporare. La mente pulsante beve orbite, spazio, profondità accese in freddi abissi. In punta di suono i versi come coccinelle primaverili sbocciate sulla mano portano l’età al suo principio, ai primi battiti, quando l’unica porta aperta era quella sul giardino. Il pensiero gravita latitando, spaesandosi in nuvole fiorite, distanze leggere, prati.                               

*

 Liberato dalla necessità, vicino al cuore dello stormire – definitivamente reso all’intatto, fiorito nella circolarità che non si rinnova, nel vuoto del movimento dove l’immaginazione non riesce a creare, dove la scansione non è legata al ripetersi ciclico – dove non suona verso o nota, la mano sapiente traccia il cerchio perfetto e dentro, specchiata, l’immagine dell’Eterno – dove il flusso termina, le piante si fermano in potenza verde, il futuro è impensabile, l’onda non cade, il viale aperto all’inverosimile, la mano chiusa nella cattura che non fa male, il bacio rientrato nel bocciolo – il tema si apre come mai si era aperto, nel tempo – il fiume torna nel ghiaccio da cui tutto è scaturito – circondato da materia, invenzioni rapprese, oscurità timorose, guardo nel fondo senza peccato scendere la pietra – la mente raggelarsi al contatto, il fiore scaturire diffondersi fino a sbiancare tutta la sfera pensante. 

 *                      

 Al chiaro di una saggezza chiusa in una mano, nel vento purpureo di un principio indeciso di mattino, con voce provvisoria, senza tumulto, in un timore a tratti dolce, tra un respiro e l’altro –   l’aria entrata con il fiato della profondità raccolta – lo sguardo fisso sulla rosa particolare, forse coincidente con la rosa totale – come una storia senza conclusione sospesa – senza ragione la grazia di un grappolo di parole si corica sul tavolo piatto inconsistente della visione.

*                      

La sorgente accesa nel centro, cero che splende riscalda il formarsi dell’istante, la felicità consapevole del dire – dal principio di pura quiete discende un fioccare di luce senza suono: tra la superficie del pianeta e il confine dell’atmosfera senza necessità di canto le creature si rinnovano tra l’imbozzolarsi e il fiorire: farfalle a piene ali, striature primaverili, gocce iridate, schegge cristalline – occhi da sempre aperti.

*                      

 Sale un’amarezza sottile dal filo invisibile di una fiamma di candela. Il piatto arrossato dal calore lascia che la mente si bagni specchiandosi. Il tono assunto dalla stanza è lievemente inquieto, ma la sostanza musicale si percepisce evidente come lo spazio ne fosse imbevuto, penetrato, rinnovato da un’alterazione sonora della luce.

 *                       

 Nel pieno esatto, nel chiuso compatto, nel disegno che ha solo un dentro – nel punto senza moto, semplice centro, nudo, nuovo, senza nome – cristallo di sillabe senza continuità né senso – si insinua la voce a spostare accenti, a inventare, sicura di sé, padrona. Le linee nere intonate dei rami disegnano il perdersi senza fondo. L’acqua compone il tono franco acceso del mondo: una fuga di uccellini insieme terrorizzati dal battito: la mano toccando lo specchio àltera, lievemente in salire, la melodia inerte, in nascere, del cielo.

 *                      

 Affido questa intelligenza sensibile al soffio fresco della brezza che passa: la affido alla neutralità del tempo che la ingloba, al fatuo essere che senza pensiero chiude ogni cosa nel suo ventre inanimato: le individualità provvisorie, gli involucri biologici che le intrappolano, gli occhi aperti che cercano uno sboccio nell’altrove, i cuori spompati che bramano la dissoluzione nella dimenticanza, lo sfascio nella demenza, nello sfarfallio di note microscopiche come goccioline finissime di mercurio, molecole di intelligenza private dell’anima che le fascia in un corpo – ritaglio immemore, nuvola ferma irraggiungibile su sfondo azzurrissimo chiaro.

 *                      

 Batte alto il rumore delle persiane al vento che le percuote: il senso si compone, in un brivido si compone, le ali dell’attesa stazionano sul corpo intero del divenire, nel flusso inquieto delle forme la mente, forma repentinamente accesa, riassume in un’immagine il vuoto, fa che l’apparenza abbia un nome: filtra dai sensi un’impressione. Il senso è il disegno che sulla carta si imprime, chiostro di versi colorato, armonia illusoriamente percepita, serenità, bellezza sorridente di un velo notturno su un’acqua mai ferma. La musica si rapprende in una corolla insapore di versi, entra e si perde in un fazzoletto di melodia, entra e si perde la forma chiusa del tempo, il tempo della sfera, la sfera senza dimensione, il fiato stremato ansimante bagnato insieme spegne tutte le candele.

*                      

Nell’intera forma viva che sotto il sole splende, non si cura il creatore di aver lasciato creature che si sfibrano e gridano il loro corpo che scolora: la forma intera sempre in qualche nuovo corpo rinasce, comunque nel complesso accesa brilla, ignorando che nelle anime si cela l’ombra e lo spavento, il dubbio sfila o sfugge come uno sfiato o l’acqua che si chiude sparendo in un tombino.

*                                     

Ritirati nel verso netto e temprato, nel fiato che scema e cala, nel punto indiviso, non sciupare l’immagine, quella data, quella che invade, quella che originaria si imprime e non cede. Ritirati nel buio – nel fondo senza forma, nel pieno senza fine, nella nascita che da quel pieno riparte: nel sopravvivere della forza che si rinnova dopo la morte di un corpo: altri continuano ad accendersi, altrove, nell’unica fiamma del tempo che sempre nuova esca dà al pensiero.

 

*                      

 L’anima tesse ostinata il telaio – il bimbo da figlio si ramifica diventa uomo (solo il piano a dar luce e suono, nell’angolo alla finestra vicino) – oh canto delle immagini, radura vegetante! – il fumo risale la vallata si dona alle nuvole diventa nuvola che filtra la luce e la luce e l’ombra passano sui contorni dei monumenti e le case ne prendono atto e dicono il tempo – il tempo senza parti – l’arte cede come un ciclamino senza volto, acqua morta cerino spento la forma non ha più spazio ormai, si vuota la filosofia nella semplice immagine, nel cerchio intelligente senza corpo: solo guarda il sole da cui viene – e più non si addormenta.

*                      

 Fiducia sia, ingenua e meravigliosa, nella potenza trascolorante, nel fiato pensante, nella corona fatata del mattino che sbianca, nella parola definitiva, nel ritorno all’origine, nel dispiegarsi del come e del perché, nella storia indivisa, nel centro immobile irradiato senza divenire, nella distanza che più non sfiorisce non tramonta, nella primavera che gocciola sognata, nel fosso sottile che risale tra gli alberi acquerellati nel boschetto, a perdita di voce. Nel riverbero sereno amaro dell’intelligenza si illumina il telaio vivo, si scrive nuotando nel buio la sua faticosa rinata armonia.

 *                      

 Il canto che ha avuto sboccio si conclude malinconicamente sfiorendo – implodendo nel centro della visione. Indifferente alla necessità del divenire, un essere calmo dai mille volti. La mostruosità della vita ramificata tentacolare ha il solo senso del suo manifestarsi. Il pensiero è pioggia battente, le finestre occhi cigliati, un fiume d’ombra rinfresca e distende la melodia sincopata azzurra dell’estate afosa e torrida. Il giglio bianco chiama da lontano, ma la sua voce è senza suono. Ogni mente lo vuole vedere pensare immaginare. Una nuvola di moscerini fluttuando con altalena di suono di intensità sinuosamente modulata dal basso vortica in crescendo sul prato di recente verde. Oh come piano e lento si impone gigante il corpo della sostanza insonne e musicale del mondo! Nel cerchio che delimita il possibile, invade il torpore tiepido e vuoto della piazza. Il muro della meridiana non ha tempo. La parete è limpidissima. Ogni nome disabitato.

 

*                      

 

Oltre la sfera della grande immobile percezione riposa tutto l’invisibile o il visibile nascosto e inaccessibile. La mente emana, nello spazio della ragione matematica o della visione poetica, una rappresentazione che lascia cadere lieve nel suo alveo. Illudendosi di cristallizzare il flusso inarrestabile delle forme, consuma la sua linfa fino a diventar fibra dell’altrove. Il mondo si dissolve nel ghiaccio del cuore che sciogliendosi muore. Il mondo non ha tempo. Il tempo non ha misura.                                                                          

 bello città nel traffico

Dalla sezione “Lettere”

 Conosco ormai (o mi illudo?) il nucleo forte da cui nascono le immagini, ma perdo troppo spesso la concentrazione: ho la sensazione di aver finito il combustibile, di essere diventato una stella fredda. Ho passato anni a seminare idee e versi lungo la strada, come Pollicino. Adesso devo ricostruire il cammino: mi affido a momenti di forza ritrovata, brevi periodi in cui l’anima mi é restituita tutta insieme –  poi mi lascio cullare dalla musica che ho già generato, in vuoti di pura contemplazione. Mi restano tra le mani queste forme provvisorie, questi disegni cristallini della mente aperta alla luce, e l’angoscia di non riuscire a costruire il corpo finale del libro unico a cui tendo e dentro il quale voglio entrare. Ho sempre creduto che la sintesi di pensiero e forma sia fatta di (pochi) versi. Mi muovo illusoriamente verso questa saggezza estrema che mi sfugge in continuazione: la poesia che mi contenga tutto, la descrizione finale che sia perfetta coincidenza di pieno e vuoto: un entrare nel mare unico, nella sintesi di anima e corpo che è conquista e oblio insieme. Questa, la strada: immerso in intuizioni sospese tra lirismo e filosofia, nell’accendersi del pensiero sulla pagina, continuo a seminare. Fin quando? (…)

a Elia Malagò, 3 maggio 2000

  La poesia indaga il pensiero, la sua vitalità la sua innocenza il suo telaio esile come le ali di un insetto. La scrittura scaturisce dalla presenza allucinata di idee e parole, costanti immaginative di un volo che, negli anni, si è sempre più abbassato verso la terra, fino a chiudersi in cristalli filosofici e lirici. Il dato evidente è la ripetizione di parole luoghi e temi: le ali il tempo il sole la luce l’ombra la terra l’aria l’acqua il fuoco l’eterno gli uccelli le farfalle i fiori il cerchio la sfera il centro il pensiero la coscienza la mente l’anima l’io dio l’uno il mondo l’origine il bocciolo l’infanzia la madre i figli il battito il respiro il silenzio la polvere la voce il cristallo la struttura l’idea la memoria l’oblio il chiuso l’aperto l’emanazione la città la piazza la strada il marmo la quiete le foglie i rami il giardino le forme il divenire l’essere il vuoto sono presenze ossessive, strumenti dell’invenzione, chiavi di lettura del baratro splendente che si mostra ai sensi e alla mente. (…)

a Andrea Zanzotto, 2 dicembre 2009

Luigi Manzi sorrideLuigi Manzi è nato nel 1945. Vive a Roma. Ha esordito in Nuovi Argomenti nel 1969. Ha pubblicato le raccolte di poesia La luna suburbana (1986), Amaro essenziale (1987), Malusanza (1989), Aloe (1993), Capo d’inverno (1997), Mele rosse (2004), Fuorivia (2013), con note introduttive di Dario Bellezza, Dante Maffia, Giò Ferri, Giacinto Spagnoletti, Cesare Vivaldi, Gian Piero Bona, Gezim Hajdari. E’ stato tradotto in varie lingue. E’ stato antologizzato in Rosa corrosa (2003) traduzione macedone di Maria Grazia Cvetkovska (pref. A. Giurcinova), Il muschio e la pietra (2004) traduzione albanese di Gezim Hajdari (pref. P. Matvejevich). Ha vinto vari premi letterari fra i quali il Premio Internazionale Eugenio Montale per l’edito, il premio Alfonso Gatto, il premio Franco Matacotta, il premio Guido Gozzano. Per l’haiku ha vinto il Chairman’s Prize Of the Organizing Committee nel The World Haiku Contest in occasione del Trecentesimo Anniversario di Okuno Hosomici e, appena recentemente, il Gran Prix Tsunenaga Hasekura riservato alle lingue europee e giapponese, in occasione del Quattrocentesimo Anniversario del viaggio per mare del samurai Tsunenaga Hasekura. Ha partecipato a festival internazionali e italiani, fra i quali il Festival Serate Poetiche di Struga 2001, in Macedonia, e il Festivaletteratura di Mantova. E’ presente in varie antologie, fra le quali Il pensiero dominante. Poesia italiana 1970 – 2000, Garzanti 2001

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73 commenti

Archiviato in Critica, critica della poesia, poesia italiana contemporanea

73 risposte a “Claudio Borghi Riflessioni sulla poetica del «frammento» e del «tempo interno». Poesie tratte da Dentro la sfera (2014) con un Commento di Luigi Manzi

  1. CARO CLAUDIO BORGHI,
    Tu scrivi:
    «La poetica del frammento e del tempo interno è un tentativo di superare l’impasse della stagnazione e della mancanza di ispirazione che blocca buona parte della poesia moderna».

    Subito dopo continui con l’augurio:

    «L’intenzione è encomiabile, come ogni nuova esplorazione che porti una forma d’arte a indagare territori poco conosciuti e a tentare nuove sintesi e forme di scrittura. Una ricerca implica, tuttavia, perlomeno sapere o cosa si sta cercando o in quale direzione si sta cercando qualcosa che non si conosce ancora bene».

    Lascia che ti dica che se conoscessimo con esattezza quello che stiamo cercando, cesserebbe la ricerca perché già avremmo ciò che cerchiamo. Caro Claudio, noto nelle tue parole, come un invito peraltro esplicito a non inoltrarci oltre un certo perimetro della ricerca… perché… perché…
    Il punto è quello con il quale comincia il tuo encomiabile scritto: «La poetica del frammento e del tempo interno è un tentativo di superare l’impasse della stagnazione e della mancanza di ispirazione che blocca buona parte della poesia moderna», che mi sembra perfetto.

    Aggiungerei che la nostra ricerca è un «tentativo» che nasce dalla presa d’atto della situazione di stagnazione della odierna poesia italiana (almeno di quella veicolata dagli uffici stampa delle case editrici maggioritarie). Ormai, abbiamo citato filosofi e poeti europei a iosa e non dobbiamo certo fornire «giustificazioni» ad alcuno (come dicono Gino Rago e Mario Gabriele), non abbiamo bisogno di maestri con la bacchetta; la ricerca, quella poetica, quella scientifica, quella filosofica non può essere arrestata da alcuno, questo è un cardine della nostra civiltà laica e rappresentativa. Del resto, va anche detto che non cerchiamo proseliti, la nostra non è una religione, né una nuova scuola, tanto meno una tendenza, semmai vogliamo costruire qualcosa di «nuovo», qualcosa che nella poesia italiana di oggi non c’è. Con tutto il rispetto per la poesia di Bacchini e del tardo Mario Luzi, noi cerchiamo qualcosa di diverso.

  2. Ribadisco, la poetica del frammento è una risorsa e non un fine.

  3. Claudio Borghi

    Caro Giorgio, il mio scritto (ti ringrazio per l’apprezzamento) è un tentativo tra i tanti che ho fatto ultimamente per raccogliere idee, domande, spunti di riflessione intorno a una poetica che indubbiamente mi affascina, ma sulla quale necessariamente occorre fare chiarezza. La novità deve essere perseguita come una necessità, non solo come un’istanza di rinnovamento che, pur encomiabile in sé, rischia di svuotarsi ed esaurirsi rapidamente laddove la ricerca non proviene da un’esplorazione profonda della materia indagata. Quanto alla poetica del frammento, il rischio è che un’esigenza vitale, quale sento essere la tua, legata a un’indagine della mente e del fenomeno naturale su cui la mente si affaccia, che necessariamente si traduce in un disseminarsi di indizi e tracce che difficilmente potranno raccogliersi entro il confine rassicurante di un pensiero sistematico (come da tempo accade anche in filosofia, dopo l’ostentazione di presunta onniscienza dei sistemi dei filosofi idealisti, Hegel in primis), sia sentita da qualcuno come una semplice tendenza, una forma nuova di scrittura, laddove l’esperienza della frammentazione è una caratteristica comune alla stragrande maggioranza degli autori, poeti e letterati, del Novecento. Il Novecento è il secolo della disgregazione dell’io poetante e della polverizzazione dell’essere pensante, in filosofia come in letteratura. Lo stesso discorso si può fare per la fisica, in cui, accanto ai grandi sistemi di pensiero (come la relatività generale, che si fonda sull’ipotesi idealistica della continuità dello spaziotempo), sono fiorite teorie indeterministiche, quindi probabilistiche, come la meccanica quantistica, fondata sull’implicita impossibilità di conoscere la realtà se non formandocene un’immagine approssimata, avvolta in una nube di incertezza, che Einstein non voleva né poteva accettare. La mia riflessione, incentrata su questa consapevolezza della fragilità e vulnerabilità dell’io, conoscente e poetante, voleva riportare la discussione sul punto focale: lo spaesamento del soggetto quando si affaccia sull’infinitamente piccolo o sull’infinitamente grande. Il frammento poetico-filosofico, nel mio caso, è un’interazione pascaliana con una materia di indagine che per sua natura continuamente sfugge, nonostante i sistemi filosofici o la fisica teorica abbiano cercato di ingabbiarla in reti teoretiche e logiche. Rimane, sempre, un’infinità di dettagli imprendibili nella realtà, frammenti illuminanti, densissimi come sogni o particelle di memoria, direbbe Steven Grieco. Ed è in questa fuga dalla pretesa razionalizzazione di ogni fenomeno, fisico o psichico, che per me si insinua la poesia, che sgorga e filtra quando emerge la consapevolezza di non poter dominare razionalmente la natura e il pensiero, donandosi, manifestandosi, rivelando un mondo che la scienza e la filosofia non potranno mai concettualizzare. Quando parlavo di ispirazione intendevo riferirmi a questo abbandono ma, ahimé, temo che il concetto sia stato frainteso, forse semplificato, non inteso nel senso in cui volevo fosse accolto e percepito. Credo che la sfida alla complessità e la ricerca della profondità debbano essere alimento necessario della poesia, se vuole rinnovarsi. E sono convinto, in questo senso, di non essere assolutamente un conservatore, come forse hanno pensato Mario Gabriele e Steven Grieco quando hanno interpretato troppo letteralmente certe mie frasi all’insegna di un ritorno idealistico all’ispirazione romantica. La ricerca che ispira Dentro la sfera e La trama vivente nasce da un’esigenza di profondo rinnovamento del pensiero e della scrittura poetica, in cui scienza e filosofia e poesia dovrebbero costituire un unico terreno fertile di continua invenzione, in cui speculazione e fantasia, concetto e intuizione si scambiano trame e stimoli, schegge plotiniane di luce ed epifanie che rischiarano l’anima intera.

    Come esempio di interazione viva tra filosofia, scienza e poesia cito un passo tratto da Schegge plotiniane, una sezione in prosa di Dentro la sfera, uno dei tanti esempi di metamorfosi del pensiero speculativo in poesia:

    La fisica tenta l’infinitesimo e trova il confine dell’indeterminazione, tenta l’infinito e trova il non- confine dell’irrappresentabile, il sentimento della dissoluzione nel dover andare sempre oltre, nel non potersi fermare. In definitiva la scienza riporta tutto alla dimensione del pensiero, della tecnica, della decifrazione che del corpo creato fa la mente materiale. Il sole e il sistema solare sono punto nella galassia, a sua volta punto in uno spazio il cui corpo è inconcepibile. La mente chiude forme nello spazio, ma lo spazio non è contenuto nella mente. Lo spazio non ha confine infinitesimo né confine infinito: la mente rappresenta senza conoscere, contraendosi o dilatandosi semplicemente divaga dalla misura nell’immisurabile, tenta l’immersione in ciò che – senza figura – la attrae e la inghiotte. Il tema diventa quindi, necessariamente: la rappresentazione e la parola, l’immagine e la sua traduzione in significato – colore, o musica, o versi. Tema che si perde – si dissolve – nell’istante in cui si intona. Le creature, momenti unici ma superflui del tutto – svaniscono nel tutto che le ha generate, sognando idee, vagheggiando archetipi, cullandosi nella trama ondulata di una melodia inconoscibile che scorre nelle vene sotterranee fantastiche ovattate lunari della creazione. L’indurimento del cuore, lo spavento che deriva dallo sporgersi repentino sulla profondità infigurabile – sulla tranquilla passeggiata, miglia sotto, dei cani nel giardino geometrico – si risolve nella potenza ultima della quiete: sera ultima e serena: ultima, dolce fiamma della mente.

  4. Donatella Costantina Giancaspero

    Renato Rivolta, musicista di fama internazionale, è docente di Direzione d’orchestra ed Esercitazioni Orchestrali presso l’Accademia Internazionale della Musica di Milano.

  5. Ripropongo un gioco che abbiamo fatto, tra il serio e il faceto, su questa rivista qualche tempo fa, per dimostrare che la «nuova poesia» pensata sui «frammenti» e sul «tempo interno» è una poesia ontologicamente diversa da quella che risponde ad una ontologia estetica che ha abitato il Novecento. Bisogna dire subito, però, a scanso di equivoci, che quando Steven Grieco-Rathgeb ha iniziato a stendere questa poesia, se non ricordo male dieci anni or sono, della poetica del frammento o del tempo interno non ve ne era traccia alcuna. Questo per dire che certe cose erano nell’aria già molti anni fa e che la nostra speculazione è venuta in un secondo momento, quando i frutti erano già maturi. Buona lettura.

    Ricomposizione di una poesia di Steven Grieco-Rathgeb ad opera di Ubaldo de Robertis

    A proposito della continuità nel tempo riferita allo scorrere dei versi, ho provato a leggere la straordinaria composizione di Steven Grieco Rathgeb rispettando in modo assoluto le spaziature poste dall’autore, ma nell’ordine indicato dai numeri che mi sono permesso di riportare nel testo.
    Il mistero è dunque che la poesia: IL BUON AUGURIO, pur rovesciata come un calzino (l’ultimo verso coincide con il primo- diceva Borges), mantiene INTATTO tutto il suo fascino comunicativo, anzi, la lettura nei due sensi, in sequenza, accresce il suo valore e la “spiega” come un lenzuolo esposto al sole.
    Aggiungo poi che Steven Grieco Rathgeb, poeta dai molti idiomi, sa collocare nei propri versi i termini, le parole più consone! Eh, sì, cara Stefanie Golisch, quelle che lei definisce “belle paroline” io le chiamerei: “qualcosa di più conforme” (Leopardi insegna) che al poeta vero viene naturale, lasciando da parte retorica e superlativi, assecondando lo spirito di finezza. Quello di geometria, quello sì, lo lasciamo ai letterati della domenica.
    (Ubaldo de Robertis)

    Steven Grieco Rathgeb
    IL BUON AUGURIO
    (Poesia ricomposta ad opera di Ubaldo de Robertis)

    13 -La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
    in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
    Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

    12-“FERMI!”

    – esclamò d’un tratto il Regista –
    “Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
    Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

    11-Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

    10 -Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
    e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
    scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

    9-Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
    E noi, del tutto ignari.

    8-Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
    Fate qualcosa!”
    e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
    visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

    7-«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
    nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
    di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
    quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
    in una barca sull’oceano.

    6-Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
    ma da noi sorgevano mille profondità:
    non semplice amalgama di ombre e sabbia,
    luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
    superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
    non più derubata, fermo lo sguardo,
    avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
    la folla di nichilisti che spingeva,
    tormentandosi nel buio.

    5-Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
    e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
    i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
    mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
    rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
    e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
    solo per celare, come all’inizio di un verso,
    l’usignolo di Chông.

    4-Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
    “NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

    3- In effetti, il buio era più fitto che mai.
    Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
    sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
    come se noi irradiassimo una visione.

    2-Come se non fossimo altro che noi stessi.

    1- Aveva ragione da vendere, il Regista.
    La partita l’avevamo stravinta.

    Poesia originale di Steven Grieco Rathgeb
    IL BUON AUGURIO

    La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
    in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
    Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

    “FERMI!”

    – esclamò d’un tratto il Regista –
    “Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
    Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

    Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

    Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
    e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
    scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

    Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
    E noi, del tutto ignari.

    Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
    Fate qualcosa!”
    e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
    visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

    «Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
    nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
    di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
    quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
    in una barca sull’oceano.

    Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
    ma da noi sorgevano mille profondità:
    non semplice amalgama di ombre e sabbia,
    luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
    superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
    non più derubata, fermo lo sguardo,
    avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
    la folla di nichilisti che spingeva,
    tormentandosi nel buio.
    Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
    e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
    i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
    mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
    rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
    e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
    solo per celare, come all’inizio di un verso,
    l’usignolo di Chông.

    Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
    “NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

    In effetti, il buio era più fitto che mai.
    Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
    sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
    come se noi irradiassimo una visione.

    Come se non fossimo altro che noi stessi.

    Aveva ragione da vendere, il Regista.
    La partita l’avevamo stravinta.

    (1987-2012)

  6. da http://www.amnesiavivace.it

    Il tutto è il falso. Il frammento come totalità negativa in Adorno

    Marco Maurizi

    Num. 23, settembre 2007

    Non è pacifico né ovvio che il frammento di per sé sia in relazione o addirittura aneli costitutivamente alla totalità. Nella filosofia di Adorno esso possiede questo carattere ineliminabile. Più precisamente il frammento è inteso come particolare che esprime negativamente la totalità, l’espressione cioè di una totalità negativa. Per rendere cogente e comprensibile questa inferenza occorrerebbe tuttavia chiarire in che senso vengano qui intesi i termini espressione, negazione e totalità.

    Il frammento in Adorno viene proposto come prassi filosofica e non teorizzato immediatamente come tale. A partire da Dialektik der Aufklärung(1944) scritta con Horkheimer che porta il sottotitolo “frammenti filosofici“; ciò faceva riferimento sia all’incompiutezza dell’opera, sia all’impossibilità costitutiva di portarla a termine. Il frammento è già posto come autoriflessione sulla natura e la funzione del frammento. Gli stessi Minima moralia (1951) utilizzano coscientemente la forma dell’aforisma perché aspirano a dare voce al momento di verità che è racchiuso nel soggetto, come ciò che si oppone, seppure in modo impotente e solo a tratti, all’integrazione sociale. Dialettica negativa (1966) esprime tuttavia in forma compiuta quella che è ormai una piena consapevolezza teorica: pur attraverso una costruzione di ampio respiro – ed il libro ha effettivamente una struttura “forte” – il pensiero adorniano non rinuncia alla dimensione aforistica. Si può dire infatti che l’esposizione diventa internamente frammentata, come se in essa fosse penetrato il negativo come momento, nel senso che essa esprime costitutivamente già a livello proposizionale l’opposizione alla totalità, la resistenza alla sintesi, la negazione dell’identità.

    L’aforisma di Minima moralia che recita Das Ganze ist das Unwahre (“il tutto è il falso“) è il rovesciamento di un noto passo della Fenomenologia hegeliana.

    “Il vero è il tutto [Das Wahre ist das Ganze]. Ma il tutto è solo l’essenza che si compie attraverso il suo sviluppo. Dell’Assoluto va detto che esso è essenzialmente risultato, che solo alla fine esso è ciò che è in verità”. [1]

    Che questo assunto implichi la necessaria sistematicità della filosofia viene ribadito da Hegel nell’Enciclopedia:

    “Un filosofare senza sistema non può essere scientifico; oltre al fatto che tale filosofare esprime per sé più un sentire soggettivo, rimane causale in quanto al contenuto. Un contenuto riceve la propria giustificazione solo come momento del tutto, al di fuori del quale rimane un presupposto infondato o una certezza soggettiva”. [2]

    Se la filosofia ha espresso fin dall’origine l’esigenza di pensare la totalità, o il “mondo”, a partire da principi, essa ha da un certo punto in avanti tentato di dire questa totalità nella forma del sistema. Almeno, secondo Adorno, l’impresa filosofica della modernità è caratterizzata proprio da questo implicito riferimento al sistema di cui Hegel e l’idealismo rappresentano il punto più alto (sia dal punto di vista della hybris che però anche della coerenza e della radicalità con cui hanno tenuto fede a questo assunto). Il pensiero filosofico moderno che si esprime nella forma del frammento si trova per Adorno in rapporto riflesso, negativo, critico rispetto a quest’idea di sistema. Dal lato della forma il frammento filosofico prende di mira l’idea di sistematicità, mentre da quello del contenuto l’esaustività. Come tuttavia nel sistema filosofico che mira alla totalità questi due aspetti non sono affatto tra di loro separabili, così il frammento filosofico non può – come Hegel mise in evidenza – accontentarsi della propria parzialità e fare dell’accidentalità del contenuto una virtù. Adorno intende perciò mostrare non solo la falsità della pretesa del pensiero di volgersi positivamente alla totalità ma, al tempo stesso, anche la necessità che spinge il pensiero inconsapevolmente verso di essa. È nel dissolvimento di questa necessità e non nel suo semplice – quanto illusorio – rifiuto che il sistema viene effettivamente “superato” (aufgehoben) e si realizza quella Logik des Zerfalls (logica della disgregazione) che rende necessario alla filosofia assumere la forma del frammento. Quello di Adorno vuole essere, come è detto in Dialettica negativa, un anti-sistema che si oppone cioè tanto al pensiero sistematico quanto a quello semplicemente a-sistematico.

    Rispetto alla forma, un pensiero anti-sistematico si oppone all’idea di una sistematica esposizione del suo oggetto. Esso riconosce nell’idea di una continua ed ininterrotta argomentazione anzitutto un’esigenza di sicurezza soggettiva. Ma che l’horror vacui del sistema sia un presupposto necessario e indispensabile della comprensibilità di un asserto filosofico è, per Adorno, tutto da dimostrare.

    Testi, che tentano apprensivamente di indicare senza interruzioni ogni passaggio, cadono perciò anche immancabilmente nella banalità e nella noia, che affetta non solo la concentrazione della lettura ma anche la loro stessa sostanza“. [3]

    Adorno punta ad una contraddizione latente dell’idea di sistema. Un testo, infatti, in cui ogni passaggio concettuale venga oggettivato, una totalità in cui lo sviluppo dell’argomentazione fosse fissata in modo rigoroso, renderebbe superfluo il pensiero. Ecco che a partire da un rilievo puramente formale, l’ideale dell’esposizione continua di un contenuto, siamo giunti ad un dato contenutistico che – secondo Adorno – costituisce al tempo stesso il suo telos nascosto. Nell’ideale del suo pieno dispiegamento il sistema mostra che ciò che sembra appartenere alla mera “tecnica” spinge verso l’esautorazione del pensiero. Allo stesso tempo, tuttavia, l’esigenza sistematica muove verso la dissoluzione dell’oggetto, della sua natura opaca e altra rispetto al pensiero.

    La regola della completezza dei singoli passaggi pretende […] che l’oggetto si lasci esporre in un contesto deduttivo privo di fratture: una presupposizione della filosofia dell’Identità. […] La richiesta di continuità nel processo del pensiero tende ad assumere in modo pregiudiziale la chiusura nell’oggetto, l’armonia propria di questo. […] La concezione romantica del frammento come creazione incompiuta e tuttavia proseguente verso l’Infinito attraverso l’autoriflessione, propugnava [al contrario] un motivo anti-idealistico“. [4]

    Il sistema filosofico e l’idealismo in particolare, si costituiscono storicamente, per Adorno, come corrispettivo nella sfera del pensiero di un movimento di integrazione totalitaria degli individui che si impone con la società moderna. Ad esso corrisponde da un lato una forma di oggettivazione, cioè autoestraneazione, del pensiero e dall’altro ad una mutilazione dell’esperienza che volatilizza l’oggetto nel soggetto: in questa dinamica ad agire è invero la struttura oggettiva, il sistema della ratio strumentale, il quale fa le veci dell’uno e dell’altra, del pensiero e dell’oggetto, sostituendosi ad essi e mascherando la loro dissoluzione reale. La costitutiva discontinuità in cui si muove il frammento filosofico vuole essere la nemesi della falsa chiarezza della sistematica. Quell’intermittenza che il sistema per sua natura aborre è invece il luogo proprio del pensiero. È qui che avviene la sintesi, che si adempie l’obbligo di giustificare il passaggio logico, il vero “lavoro del concetto”. Il proprium della scrittura filosofica non è quindi un ininterrotto monologo del pensiero ma abbisogna delle pause, del “riprender fiato”, come diceva Benjamin. Gli interstizi della scrittura filosofica sono, dunque, come le pause musicali, ben più che vuoto e morto silenzio ma sono pregne di “senso”, momenti del suo tessuto concettuale, del suo sviluppo.

    Caratteristica del frammento filosofico è proprio quella di non partire da zero ma di cominciare in medias res e costitutivamente di non pretendere all’esaustività.

    “La sua totalità, l’unità di una forma che si costruisce a partire da sé, è quella del non totale, una totalità, che anche come forma non intende la tesi dell’identità tra il pensiero e il suo oggetto, che respinge dal punto di vista del contenuto”. [5]

    Un asserto filosofico incamera l’esigenza di totalità nella sua costruzione, di modo che questa rifletta i momenti del suo oggetto, che si adegui a questo senza sostituirvisi. Della chiusura dell’oggetto non può decidere il pensiero. Anzi, l’oggetto appare chiuso proprio in grazia delle sue “zone d’ombra”, proprio in quanto non trapassa totalmente nel pensiero. Eppure l’esigenza di totalità e unità rimane ed è anzi ciò che permette al pensiero di articolarsi anche quando nega la totalità. Questo perché, dice Adorno, l’aspirazione della filosofia, proprio e soprattutto di quella che si cala nel frammento è la restitutio ad integrum, la redenzione di una realtà che la ragione ha disfatto a proprio piacimento.

    “L’opposizione del pensiero nei confronti del suo materiale non è solo dominio della natura divenuto spirito. Mentre le sue sintesi fanno violenza all’oggetto, seguono al tempo stesso il potenziale che attende in questo. Il pensiero mira in modo inconscio a un’idea di restitutio ad integrum rispetto ai frammenti, che esso stesso ha prodotto. La filosofia è la coscienza di questo inconscio”. [6]

    Qui si manifesta decisamente la relazione intrinseca col contenuto. Come il contenuto del pensiero anti-sistematico non può che esprimersi in forma frammentaria, così il frammento ha la propria ragion d’essere nell’espressione di questo contenuto critico. Il pensiero che sceglie la forma aperta e priva di potere del frammento è animato, dice Adorno, dalla denuncia del dominio sulla natura e sugli uomini: è solo in rapporto a questa perenne denuncia che il termine “negazione” assume un significato in Adorno e che dunque è possibile comprendere in che senso il frammento si faccia negazione della totalità. Negativo è sinonimo di critica, critica di un positivo secondo il concetto hegeliano della bestimmte Negation. Critico è il pensiero che si esercita in un “dopo”, in seconda battuta, contro qualcosa che già accade. Interviene come momento reattivo nei confronti di una dinamica già in corso. Il negativo è espressione di ciò che è oppresso e rimosso, schiacciato e negato dal dominio. In tal senso è l’emissario di ciò che è negato e non della vuota negazione (che, dice Adorno, celebrata di per sé non è meglio del positivo, si rovescerebbe anzi in ideologia).

    L’esigenza di ripensare il sistema nasce primariamente come adeguazione al sistema reale, al sistema del “mondo amministrato”. Poiché solo riconoscendolo come sistema è possibile opporsi ad esso. Ma perché un pensiero semplicemente a-sistematico non è sufficiente? Perché il concetto di totalità di cui il sistema è l’espressione filosofica per antonomasia ha una duplice valenza. Il modello di totalità che si è realizzato da un punto di vista storico-sociale è quello di una totalità antagonistica e intimamente contraddittoria, in cui il singolo corrisponde al tutto, dice Adorno, in base ad una “disarmonia prestabilita”. E, tuttavia, il concetto di totalità incamera in sé indissolubilmente anche il suo opposto, cioè l’idea di una totalità conciliata o utopica, nella quale l’antagonismo tra il tutto e le parti è risolto. In questo orizzonte storico anche il sapere viene sottoposto alle esigenze della tecnica e smembrato, efficientizzato. Ecco perché Adorno scrive:

    La critica non liquida semplicemente il sistema. Non solo a causa della sua oggettiva adeguatezza alla struttura di questo mondo. Unità e armonia sono al tempo stesso le proiezioni distorte di uno stato conciliato, non più antagonistico sulle coordinate del pensiero che impone il dominio attraverso l’auto-domina. Il doppio senso del sistema non lascia altra scelta che trasporre la forza del pensiero che una volta i sistemi hanno sprigionato, nella determinazione dei singoli momenti. Il singolare sta per il tutto che non possediamo“. [7]

    Il frammento che non si ospiti in sé un momento di compensazione rispetto a questa dinamica disgregatrice, si rivela non solo impotente, ma rischia di scadere in un cattivo particolare. Per questo occorre, dice Adorno, ricostruire l’istanza utopica che era posta nel cuore dell’esigenza di totalità dell’idealismo anche quando se ne rifiuta il concetto.

    Ciò che è giusto nell’idea di sistema: non accontentarsi delle membra disiecta del sapere, bensì procedere verso il tutto, anche se il tutto si rivela essere il falso“. [8]

    E nella Dialettica negativa:

    Solo il frammento in quanto forma della filosofia sarebbe adeguato alle monadi introdotte illusoriamente dall’idealismo. I frammenti sarebbero rappresentazioni nel particolare della totalità irrapresentabile in quanto tale“. [9]

    Il frammento è quindi la monade in cui si rifrange la realtà solo in quanto nega la forma sistematica di questa realtà ed esprime in questa negazione la possibilità di un’altra condizione umana.

    NOTE

    [1] G. W. F. Hegel, Phänomenolgie des Geistes, Hamburg 1980, p. 19.
    [2] G. W. F. Hegel, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften, § 14.
    [3] Th. W. Adorno, Minima moralia, in Gesammelte Schriften, Suhrkamp, Frankfurt a. M 1978, IV, n. 50.
    [4] Th. W. Adorno, Noten zur Literatur, in GS, cit., XI, p. 24.
    [5] Ibid., p. 26.
    [6] Th. W. Adorno, Vorlesung über Negative Dialektik, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2003, p. 163.
    [7] Ibid., p. 177.
    [8] Ibid., p. 167.
    [9] Ibid.

  7. Sono decenni che reciproco con indifferenza e casualità gli autori della poesia italiana.Tuttavia, mi sono imbattuto in alcuni, come oggi ne trovo uno che fino a tre settimane fa neanhe sapevo della sua esistenza. Grazie a Luigi Manzi, trovo i primi versi letti di Claudio Borghi. E d’accordo con Manzi anch’io dico che sono di poesia ispirata. Per quanto poco si consideri la mia preferenza poetica, io considero la mia opinione più importante perché rare sono le mie scelte di poeti e di poete che a caso trovo (come una scoperta). Che Claudio Borghi sia un “frammentista”, non mi interessa perché personalmente non ho nessuna intenzione di stare in nessun gruppo, nonostante Giorgio Lingusglossa, verso cui sono grato che parli come e quanto vuole della mia poesia, consideri anche me “Frammentista”.
    Congratulazioni.

    Che fatica quasi senza occhi scrivere un commento

    • Claudio Borghi

      Lei non immagina con quanta emozione io riceva questo suo attestato di stima, caro Alfredo. Certo non vale poco la sua preferenza, ha, invece, un valore inestimabile. E penso al suo scrivere, come dice, quasi senza occhi, e la sua volontà di farmi sentire la sua voce, e la mano mi trema.

    • Caro Alfredo de Palchi,
      non ho mai scritto che la tua poesia sia da annoverare tra i “frammentisti”, ho scritto invece sulla tua poesia una documentata monografia, più articoli sparsi, dove ho messo in luce le peculiarità stilistiche del linguaggio poetico della tua opera di esordio: Sessioni con l’analista (1967), dove dico tutto tranne che tu sia da considerare un poeta ascrivibile ai “frammentisti” come tu sbrigativamente ti esprimi.

      Comunque, ti faccio notare che tra i “frammentisti” ci sono poeti come Ubaldo de Robertis, Antonio Sagredo e lo scrivente che sono stati pubblicati da Chelsea Editions la casa editrice che tu mandi avanti da tanti anni con grande sacrificio e impiego di energie.

  8. gino rago

    Vuoto d’amore. Cantare alla luna?
    Nell’eresia di eros cade il firmamento
    nel giardino intorno al manicomio.
    Ardono focare verso la terra santa.
    Un elettrone. Basta un elettrone
    pazzo a scardinare l’ordine del mondo.
    Marguerite Duras fece molto di più.
    Per un amore malamente finito
    seppe camparci tutta la vita.
    Alchimista esperto. Immaginismo.
    Vitalità dei sensi. Claudio Borghi
    trae leghe dalla terrestrità del sole.
    Mette ali alle foglie. Nella clorofilla
    d’un verso il cosmo crolla nella zolla.
    Neorinascimento come arte dell’Io?
    Ogni piacere preso con ardore
    può diventare casto. Liberati Claudio
    dalla tirannia della gabbia
    d’acciaio di avverbi e aggettivi.

    (versi estemporanei per Claudio Borghi, per la sua opera seria)

    • Claudio Borghi

      La ringrazio, gentile Gino Rago, per i versi intensi che mi dedica. Tra le righe ho colto un richiamo ad Arturo Onofri (“…terrestrità del sole), di certo intenzionale, che mi ha fatto molto piacere, a proposito di poeti italiani del novecento dimenticati. Lei ha grande cultura e una mente poetica molto raffinata. Non so ahimè come accogliere il suo invito a liberarmi “dalla tirannia della gabbia/d’acciaio di avverbi e aggettivi”. Non so in effetti a quale gabbia alluda, ma credo che ognuno sia prigioniero, in forma diversa, di qualche struttura intellettuale o condizionamento emotivo entro i quali la sua mente e il suo cuore si muovono. Mi viene alla memoria, improvviso, il bellissimo titolo di una recente, splendida raccolta di Salvatore Martino, “Nella prigione azzurra del sonetto”, che contiene, nella sintesi potenzialmente ossimorica, il senso del suo e, credo, anche del mio essere nella poesia: prigioniero della lingua e della forma e del pensiero, della materia, del corpo e dell’anima, ignaro del senso di questa armonia dissonante in cui i versi bruciano la loro sostanza viva, senza nulla sapere di cosa siano l’io e il mondo, e questo affacciarsi stupito dell’uno sull’altro.

      E mi perdoni, la prego, se sono stato, anche in questa replica, troppo serio.

      • Salvatore Martino

        Carissimo Borghi hai centrato perfettamento quale era il mio intento nella titolazione dei miei 122 sonetti .Il senso della prigione, che in apparenza racchiude l’impossibilità non solo della creazione ma persino della vita, contrapposto al simbolo dell’evasione,dello spirito e della carne, insomma la resurrezione dall’abisso, la conquista della libertà, o almeno il tentativo, di squarciare le tenebre, nella speranza di raggiungere il Sé, in una drammatica coniunctio oppositorum.E la struttura inflessibile ma profondamente armonica e musicale mi sembrò il mezzo ideale per raccontare in versi la mia storia.Già da mesi ho consegnato tutto un materiale sui miei sonetti appunto e spero che Linguaglossa continui a volermi bene postando questo mio delirio che potrebbe suscitare anche un vespaio di commenti.

  9. Giuseppe Talia

    E anche io voglio coronare Borghi, ” oltre la sfera della grande immobile percezione”, perché avverto un sentire filosofico mediato dai versi e una profondità di pensiero che ha dell’antico e del nuovissimo, perché, come sostiene Luciano Canfora in “Gli antichi ci riguardano”, edizioni il Mulino, “c’è nella realtà antica, la totalità dell’esistenza e questo permette di comprendere che i valori presenti in quel che ci resta del mondo antico “sono in conflitto tra loro'” E’ un mondo dilaniato dal conflitto, è un mondo dove lo scontro tra visioni opposte alimenta la crescita e lo sviluppo intellettuale. Siamo dunque ben lungi dal potere immaginare o sognare che ci sia lì il tabernacolo dei valori raccolti in bene ordinati cassetti in cui noi ci vogliamo rispecchiare: quello è un mondo che aiuta a capire la ‘difficoltà’, a capire che non sempre i problemi hanno una soluzione.”

  10. gino rago

    Caro Claudio Borghi,
    il riferimento alla raccolta di Arturo Onofri è, come giustamente Lei coglie,
    limpidamente voluto. L’Onofri, pur tra i limiti della cosiddetta “poesia
    ideologica” stigmatizzati da certa critica letteraria, come ben sa ha notevolmente contribuito alla determinazione di un nuovo gusto poetico
    se non altro per le sue originali – affini alla Sua poesia, oggi proposta da
    Giorgio Linguaglossa – ricerche di tecnica analogica.
    Con Lei, caro Claudio, non ho avuto modo di scambiare idee sul fare poetico. Ma soprattutto Giorgio L. ( e anche Antonio Sagredo, Letizia Leone, Edith Dzieduszycki, Mario Gabriele, Steven Grieco- Rathgeb, e altri/e che più d’altri/e han frequentato e frequentano la mia ricerca
    recentissima di poesia) sa che gli aggettivi qualificativi li ho ridotti
    ben al di sotto del minimo sindacale, privilegiando la forza assoluta
    dei sostantivi. Ciò proprio perché sento l’aggettivazione insistita come tirannia o imposizione da parte del poeta e come “gabbia” da parte
    del lettore, destinato quasi a subirla.
    Va da sé che anche questa mia modalità poetica deriva ineludibilmente
    dall’adesione mia convinta alla poesia per frammenti, senza che con ciò
    io tolga meriti alla serietà del Suo lavoro.
    Del resto, Gentile Claudio, nei versi estemporanei a Lei indirizzati
    quanti aggettivi qualificativi Lei ha contato?
    Rispetto e apprezzo davvero, cmq., la Sua ricerca di lessico e di stile.
    Ma da quando, intorno al 2007, mi sono imbattuto in questo attacco:

    “La grande casa immersa negli aranci.
    Un vento freddo la percorre a ritroso.”

    qualcosa in me si è mosso irreversibilmente dinanzi a un primo esempio di epica onirica per frammenti. Era l’attacco de “La grande casa immersa negli
    aranci”, poesia di Giorgio Linguaglossa in La belligeranza del tramonto…

    Gino Rago

  11. Giuseppe Talia

    Però, rileggendo e rileggendo, mi piacciono più le sezioni in prosa. Riguardo ai versi, credo, si senta ancora troppo l’influsso del Maestro. Ad ogni modo è poesia originale.

    • Claudio Borghi

      La ringrazio, caro Giuseppe Talia, per l’apprezzamento. Davvero interessante la citazione di Luciano Canfora tratta da “Gli antichi ci riguardano”, che non conoscevo e ritengo di dover approfondire, in quanto coglie un aspetto veritiero quanto tragico dell’evoluzione dell’essere umano, che in nome di un trionfo dell’ego tecnoscientifico sempre più si stacca dalla Natura e dalla ricchezza inestimabile della tradizione, quindi dal luogo naturale in cui è stato concepito e si è interiormente trasformato.

      Non so a quale Maestro lei alluda circa l’influsso sui miei testi poetici, certo credo che anche la poesia più originale debba essere umilmente debitrice della voce dei maestri. Forse lei si riferisce a Montale, io vorrei a Leopardi, o a Pascal che, per quanto non abbia composto versi, ha scritto un’opera di pensiero e poesia, frammentaria per quanto non intenzionalmente, tra le più profonde dell’Occidente.

      In ogni caso, grazie della sua preziosa attenzione.

  12. antonio sagredo

    I wormholes
    (nero inesisten)

    Sugli altari dei raccapricci la Vulgata si stropicciava con l’alloro il sembiante di una massa che
    al potere del Vuoto donava una gloria indegna, e la sua maschera di biacca dai ghigni era segnata dell’universo, perché sinistri fossero i vagiti di disturbi quantici, e i terrori di un cunicolo una prova cardinale dell’essere l’uomo simile all’orrore di un Dio in fuga: un tarlo – involontario! – si pensa,

    come una barbarie ignota che, prima di un inizio, alla materia oscura volgesse una atavica supplica e il riconoscimento di una verità teatrale, come una finzione simulata il primordiale atto del Divino: un infinito, noi sappiamo, che scaltro recita oltre la siepe distanze purulenti e strutture insensate sul segno zodiacale che detiene la mia destinazione, e un nero inesisten-te una marcia teoria ci trastulla.

    E il Tempo prima di uno zero?! Sagittarius A: il porto dove battelli del pensiero un cantuccio
    di sogni inattuali e disattesi ormeggiano tra marosi rotti dal fragore di fallimenti e filosofie spicciole, e la prua la direzione nega alla rotta inseguita per galassie, per dimensioni, invano…
    e nulla sappiamo al di qua della nostra conoscenza, e al di là del – tutto!

    Antonio Sagredo

    Roma, 31 maggio 2014

  13. Sono un lettore solidale, di quelli che se nel libro trovano della sofferenza subito vorrebbero aiutare, trovare una risposta, una soluzione. Un maestro di quando ero studente all’artistico, lo scultore Lorenzo Pepe, mi diceva spesso che ai pittori serve molto la ginnastica; io ne ridevo – erano gli anni della contestazione – ma gli volevo bene, sotto sotto prendevo sul serio tutto quel che diceva (la ginnastica: ora so che per stare in piedi molte ore e avere la mano ferma bisogna stare in salute). Allo stesso modo, rivolgendomi alla “intelligenza sensibile” di Claudio Borghi, sento irrefrenabile il desiderio di raccomandargli la danza: ai poeti la danza fa bene; e per favore, non ridetene come facevo io quand’ero un ragazzino! I danzatori Sufi, i famosi Dervisci Rotanti, sanno annullarsi mantenendo salda la coscienza, che gli fa da perno, ma forse non tutti sanno che il loro straordinario equilibrio è reso possibile dalla assoluta assenza di pensiero. Se pensi, cadi. Gli spettatori credono di vedere dei ballerini ma in realtà non c’è CHI sta danzando.
    In poesia “qualcuno” si trova sempre. A volte capita un verso in grado di annullare la persona poeta, ma capita meno di frequente di quanto si creda.

    “e non so come chiedere alle parole di piegarsi / sulle cose, come pensarle” scrive Claudio Borghi. Il poeta derviscio sa come fare: si svuota di tutto il suo sapere e poi resta lì, di quel vuoto pieno, riconoscente. Trovo la sofferenza di Borghi simile a quella di Rumi, mi sembra di vedere lo stesso fuoco; anche se quello di B. è azzurrino, anzi “azzurrissimo chiaro”.

    “altri continuano ad accendersi, altrove, nell’unica fiamma del tempo che sempre nuova esca dà al pensiero.”

    Dopo aver letto queste poesie di lucido sentimentalismo, non sento di avere tanto altro da dire. Francamente, terrei ai margini la discussione sul frammento. C’è molto “pieno” in queste poesie. Le cose ruotano, danzano (loro sì) intorno al poeta che che le trascrive cercando nel verso, chissà, un’equazione.

    • Claudio Borghi

      Cercherò di seguire i suoi suggerimenti, gentile Lucio. Spero di aver capito bene, però. Per liberarmi dalla sofferenza dovrei darmi alla danza, come i famosi dervisci rotanti, con l’obiettivo di annullarmi (annullare il pensiero) mantenendo salda la coscienza? Ne deduco che riuscirei a superare il lucido sentimentalismo e uscire dal pieno? Oppure sono già sulla buona strada “cercando nel verso, chissà, un’equazione”?

      • Caro Borghi,
        sono serissimo, se mai per vocazione poco scontato. Quindi non si sorprenda, in fondo i miei commenti non esulano dal tema letterario. L’ho paragonata a Rumi, non mi sembra cosa da poco. Certo R. era un mistico, ardeva di Dio, mentre lei è scienziato quindi arde per la conoscenza, ma il sentimento a me pare lo stesso, della stessa natura. Dove sbaglio?
        Ovvio che un ironico come Giuseppe Talia non perderà occasione per sciorinare le sue ca…te, di queste cose non capisce nulla: il jumping bungee, una cosa che sa di suicidio, ma come si fa anche solo a pensarlo! E che altro vede? i tessuti dei Dervisci…
        Comunque sia, è ovvio che questa sofferenza (forte anelito) a lei piace. E non dia retta alle mie alchimie della trasformazione ( che però hanno base scientifica, basti pensare alle teorie di Alexander Lowen). Però, tra una poesia e l’altra, ci pensi, a Rumi e alla danza.
        Il poeta, come lo scienziato, non può annullare il pensiero ( è di questo che è fatta la sua arte). Era la mia preoccupazione di anni fa, quando riemersi al mondo dopo anni trascorsi a meditare. Lei scrive molto bene, le sue poesie scorrono con lo stile dei ruscelli e ogni tanto s’infuocano.

        • Claudio Borghi

          Del paragone con Rumi, mia lontana, grande passione, e per la particolarissima nota sullo stile, non posso che ringraziarla.

          • Giuseppe Talia

            Ed io che pensavo che tu stessi scherzando, Mayoor Tosi, quando hai suggerito al Borghi di darsi alla danza dei devisci. Ma noto che così non è, allora ti dico che la cag…ata è veramente la tua.

            Che io risponda spesso con ironia, caustica, è nel mio modo, anche se sono capacissimo di fare discorsi seri intorno alla poesia e che pratico da oltre 20 anni, con studio. Così come nella mia vita lavorativa sono uno specialista di Bisogni Educativi Speciali e so perfettamente cosa significa la psicomotricità, lo sport, l’equitazione, la logopedia etc etc. in moltissimi casi Speciali. Figurati, Mayoor Tosi, se posso scherzare su questi temi.
            Ma sono anche lombrosiano e guardando la foto di Borghi (e soprattutto leggendo quello che scrive e come scrive) non me lo vedo a fare il derviscio.
            Il jumping bungee, invece, come salto nel buio dell’anima, non certo quello vero, è salutare per la poesia, e Borghi penso abbia capito.

  14. Giuseppe Talia

    Ha provato con il jumping bungee, caro Claudio? Lanciandosi da un viadotto con un elastico legato alla caviglia, potrà misurare il tempo esterno (la durata della caduta, la velocità della caduta) con il tempo interno (cosa succede agli organi interni nella caduta, come fluisce il sangue e qual è l’emozione). Potrà anche sperimentare il rallentamento del verso, perché si sa che un corpo acquista velocità nella caduta ed è nel così detto “rinculo” che Lei potrà rallentare. Ma faccia bene le sue equazioni perché c’è il rischio che se sbaglia i calcoli possa davvero “frantumarsi” al suolo.

    Oppure può continuare a fare ciò che molto bene sta facendo, cioè saltare nel buio della “Poesia” con tutto il carico di sofferenza e di ferite che il suo Essere si porta dentro.

    Però se sceglierà di danzare come un derviscio rotante, come Le viene suggerito, si ricordi che il costume è importante: la larghezza della gonna e il tessuto creano quell’attrito necessario a disegnare i cerchi concentrici utili sicuramente a provocare una vertigine annullante di tutte quelle pulsioni e tensioni che altrimenti si libererebbero in una posizione statica, meditativa, errabonda che rischierebbero di farLe scrivere versi.

    Inoltre, si assicuri di non essere solo quando deciderà di eseguire una siffatta danza perché nel rallentamento, cioè a fine danza, vi è il rischio che, oltre a spezzare il verso, Lei si spezzi un’arto.

    Sorvolo sulla musica che dovrebbe ascoltare per fare gli esercizi su menzionati, ne trova sicuramente riferimenti importanti qui e là. Se poi vuole attenersi strettamente alla tradizione, allora un Sirtaki è quello giusto, un mix di musica lenta e musica veloce.

    Ci faccia sapere.

  15. Claudio Borghi

    Vede, caro Lucio, il problema è il significato che le parole assumono nel contesto: quello lei che ha detto va messo in relazione con quanto, non solo da lei beninteso, è stato detto prima. Io ho speso tensione emotiva ed intellettuale per focalizzare una discussione intorno al frammento e al tempo interno, seminando nei miei interventi, incluso quest’ultimo, idee, riflessioni e domande, ho indagato credo in modo non banale il concetto di ispirazione, e mi sento dire che scrivo “poesie di lucido sentimentalismo” (sono parole sue), dopo avermi invitato a danzare con i dervisci. Lei ha probabilmente un senso dell’ironia e una leggerezza di spirito che a me sfuggono, non avendo ahimè praticato meditazione trascendentale sotto la guida di un maestro yogi, avendo cioè fatto tutto da solo. Il fatto è che pressoché tutta l’energia in questo blog è concentrata sulla necessità di avvallare una nuova poetica, che diversi autori, che forniscono loro contributi o offrono loro testi, percepiscono essere rivoluzionaria, laddove io credo serva molta cautela, estetica e soprattutto critica, prima andare troppo avanti con certe affermazioni. Il suo intervento è una conferma per me, dopo certe esternazioni, ad esempio di Mario Gabriele, piuttosto discutibili e sopra le righe nei post precedenti, all’insegna di una deliberata esplicita mancanza di attenzione verso chi viene percepito irrimediabilmente chiuso in una cultura superata, di quanto non ci sia un’esigenza autentica di un dibattito critico e autocritico. Prendo comunque la sua ironia come salutare, ma sento quanto mai salutare anche la controironia intelligente e, mi spiace dirlo, giustamente caustica, di Giuseppe Talia. Le occasioni, quando vengono offerte, specie da chi ha un atteggiamento di apertura e rispetto, non vanno lasciate scappare. Altrimenti la pazienza finisce e ognuno, serenamente, prosegue per la propria strada.

  16. antonio sagredo

    Fareste bene tutti insieme a bere il vino “Primitivo di Manduria”, e da ebbri discorrere seriamente di Poesia, poiché se discorrete in tal modo, dite soltanto di letteratura e non di Poesia!
    Auguri….
    e spero che abbiate letto più sopra i miei versi, e se siete poeti provate a commentarli… grazie
    a. s.

  17. A Claudio Borghi

    non ascolti le insulsaggini di certuni “frammentisti” con merce vaporeo da smerciare. Ignorano quella che è poesia, dico poesia, non parole sceme in versi, che tentano di umiliare. Sono i soliti parassiti pseudo letterati.
    Ci sono altri autori, ironici e simpatici: Sagredo il magnific toreador che vuole che si legga la sua poesia e se ne parli. . . Certo, i commenti pro e molto meno pro di chiunque li accolgo bene anch’io per servirmene a capire chi li scrive.

  18. Claudio Borghi

    Tenendo presente l’esempio dell’esposizione di quadri, mi sembra singolare che un pittore si possa recare ad una mostra esponendo uno o alcuni dei suoi e invitando i visitatori a commentarli e ad apprezzarli. Sono d’accordo con Alfredo, Antonio Sagredo mette in campo con ironia e simpatia una sfida all’insegna della necessità di discorrere solo di poesia e non di sterile teoria letteraria. Occorre notare, però, caro Antonio, che in un blog ci sono delle regole da rispettare, nel senso che se il post è dedicato a un autore, un altro autore può proporre, se lo desidera, suoi commenti, ma non, possibilmente, sue opere. Per quelle basta allestire un’altra mostra, nel qual caso, ammesso si espongano i quadri poetici di Sagredo, sarei ben felice di intervenire, ovviamente non con quadri miei, ma con miei commenti. Quanto al possibile significato traslato della dissociazione di Cézanne dagli impressionisti, spero che Lucio non voglia intendere che chi non condivide la poetica del frammento, ecc, è meglio che vada ad esporre altrove. Nel qual caso, caro Lucio, dovrei dedurre che questo blog è aperto solo a chi condivide tale poetica, bandendo ogni forma di confronto critico. Questo significherebbe davvero chiudersi in un conclave all’insegna di un nuovo verbo futurista, bollando di passatismo tutti coloro che non sono dentro. Non posso né voglio credere, però, che il significato fosse questo, anche se tra le righe di Lucio Mayoor Tosi non sempre riesco a leggere bene.

  19. antonio sagredo

    ….ho cominciato a collaborare con questo blog, facendo non commenti, ma pubblicando miei versi: all’inizio ci fu una sorta di scandalo che coinvolse tutti, nessuno escluso, poiché nessuno prima si era permesso, non solo di esordire ma di continuare come me…. ora a distanza di due o tre anni lo scandalo non c’è più: sono stato imitato, e via! – ho proposto una sorta di critica letteraria radicale – anche ironicamente – menando quando era necessario fendenti distruttivi a chi se lo meritava: in primis a sedicenti poeti (ce ne sono a migliaia!) alcuni nascosti, simulando… altri periti in tutto!
    Ma queste miei interventi erano – senza gravezza – anche lezioni con a fondamento la conoscenza specialistica della migliore critica novecentesca, cominciando dl formalismo russo, i cui Maestri ancor oggi sono poco conosciuti, e che i maggiori critici italiani del secolo passato – diciamo dalla seconda guerra in poi – ne sono stati allievi. Si dice di “frammenti” a più non posso. quando questo tema o forma di nuova poesia era stato già studiato appunto da quei formalisti dal 1915 in poi, da critici e poeti che sono stati riconosciuti universalmente dei Maestri… e questo in Poesia e per dire di altre arti… la critica europea – tranne la russa ovviamente – con un ritardo di circa dieci anni cominciò a interessarsi, ma il seme era stato già gettato. Quel che realizzò p.e. Pound, lo realizzò già Chlebnikov!
    Esempi ce ne sono a profusione.
    La Poesia non ha regole da rispettare!

  20. Claudio Borghi

    Se bene intendo, Antonio Sagredo sta esplicitamente formulando una sua posizione critica, alla luce della sua profonda conoscenza della letteratura e della critica letteraria russa, in particolare dei formalisti. Laddove scrive: “Si dice di “frammenti” a più non posso, quando questo tema o forma di nuova poesia era stato già studiato appunto da quei formalisti dal 1915 in poi, da critici e poeti che sono stati riconosciuti universalmente dei Maestri”, sta mettendo esplicitamente in discussione la novità della poetica del frammento che molti autori in questa rivista stanno portando avanti. Si sta, in breve, dissociando criticamente. Se così stanno le cose, ben venga una salutare discussione interna con altri poeti a partire dalla sua riflessione. Io credo di aver già fatto la mia parte, ahimè raccogliendo poche risposte e reazioni, tralasciando quelle risentite che mi sono parse non sempre lucide. E’ Antonio che ora si pone come interlocutore di una nuova discussione interna, e di questo non posso che ringraziarlo.

  21. Gentile Claudio,
    restiamo dunque in tema: avrei quindi sbagliato nell’aver percepito della sofferenza nei toni del suo lirismo? E non ve n’è nella poesia di Salvatore Martino, che sempre si complimenta con lei? Il vostro è un sentimento umano o una posa letteraria, una scelta di stile?
    Ecco, io mi permetto di credere che queste scelte, che rientrano nell’ambito della scrittura lineare, siano oggi inadeguate alle modalità di ricezione di chi vive sotto i bombardamenti della comunicazione mediatica. Non ho nulla da dire circa la sua poetica che trovo, al contrario, estremamente interessante.

  22. Claudio Borghi

    Non c’è posa letteraria né scelta opportunistica di stile, caro Lucio, piuttosto una ricerca a mente alta nello smarrimento metafisico, un viaggio straniante nel mare del pensiero. Il dolore e la sofferenza lei li sente come note dominanti, ma non sono per niente ostentati, per quanto, come povera creatura, io li porti dentro, come lei e come tutti. Se vuole farsi un’idea di come io sento la mia poesia, rilegga l’estratto di lettera, riportata nella parte finale della selezione, che spedii ad Andrea Zanzotto nel dicembre del 2009: si accorgerà, ripercorrendo le parole più frequenti nei miei testi che allora citai come sintesi esplicita di un mondo interiore e di uno stile di scrittura, che nessuna rimanda direttamente al dolore. Lei è libero, chiaramente, di sentire e interpretare come vuole. Il fatto che trovi la mia poetica, come scrive, estremamente interessante, è in ogni caso per me motivo di soddisfazione e per questo la ringrazio.

  23. antonio sagredo

    LA POESIA E’ DIVERTIMENTO E FINGE UNA OFFESA CHE NON E’ FINTA AFFATTO!”
    a. s.
    ——————————————————————-
    … è facile creare fraintendimenti, equivoci; difficile distruggerli.

    Sagredo secondo Borghi “sta mettendo esplicitamente in discussione la novità della poetica del frammento che molti autori in questa rivista stanno portando avanti. Si sta, in breve, dissociando criticamente”.
    No, non era affatto questo il mio proposito, né mai l’ho pensato o cercato di realizzare. La mia era soltanto una sortita generica e generalizzata senza alcun fine sia conclamato che nascosto. Era pure una sorta di sommaria cronologia di eventi letterari (tralasciando i secoli passati) del secolo trascorso al fine di puntualizzare delle precedenze. Sono ben convinto che fra i poeti di quest’ultimi tempi, includendo i poeti maggiori poeti svedesi, sono depositari della forma tradizionale e classica del “frammento”. In maniera brillante con risultati innovativi.
    Il frammento nasce prima della comparsa dell’uomo, e si genera e si esplica in natura sostanzialmente col suono (definiamolo “suono” per ora)… dal suono (fino al canto umano ne passano di millenni!) al disegno, dal disegno alla parola orale e da questa alla materializzazione grafica su pietra, su carta, ecc. Posso affermare che l’aver messo su carta ecc. il suono della poesia ha determinato la fine di un primo stadio della poesia stessa. Come dire anche che la stampa ha determinato la fine del secondo stadio della poesia.
    Ma la POESIA risorge sempre in maniera imprevedibile.
    Sbalzo di decine di secoli: la poesia primordiale, la egizia, la greca, la romana ecc. (fra una e l’altra tante poesie altre “poesie” non meno valide). Giungiamo agli inizi del secolo trascorso; anzi alla fine dell’800: segnali sganciamento da una critica-poesia asfittica ottocentesca (che conteneva in sé stessa ancora i meccanicismi della critica-poesia settecentesca e le asfissianti anche se meravigliose metafore del ‘600) sono dati non dai poeti, ma dai critici operanti più o meno attivamente coi poeti… critici cha hanno a cuore il problema linguistico e specificatamente il linguaggio della poesia in tutti i suoi risvolti. Il poeta certo non poteva avere i mezzi tecnici dello specialista delle lingue, se mai intuitivamente prima e dopo consapevolmente (vedi il saggio “Come far versi” di Majakovskij)… ci pensarono i suoi amici critici-linguisti a sistemare anche storicamente l’evoluzione delle teorie critiche applicate alla poesia, ma da queste generate. “Il poeta – a differenza della critica – non sposta barriere, ma apre nuove strade per andare da un posto all’altro”, scrive Viktor Šklovskij, tra i maggiori critici russi (insomma europei!) dell’epoca ( e ancora oggi suoi insegnamenti sono ignorati, insieme a quelli di R. Jakobson , Tomaševskij, Tynjanov, Vinogradov, Žirmunskij, ecc. ecc.), come sono ignorati quasi del tutto le lezioni di Baudoin de Courtenay (membro autorevolissimo della scuola lingustica di Kazan’) e di Ferdinand De Saussure, ecc.
    Il cubofurismo coi Chlebnikov, Krucenych, Majakovskij, kamenskij e pittori come Burljuk apre la strada delle trasformazioni linguistiche in poesia… straordinaria situazione quella in cui questi grandi critici si trovarono ad operare sul materiale vivo generato dai loro amici poeti, che ne potevano quindi discutere quotidianamente )ma non è questa la sede per andare più a fondo a questa storia: ci sono centinaia di testi!)
    Se ne volte sapere di più leggete il saggio di Victor Erlich “il formlismo russo”, Milano 1966 – e di I. Ambrogio, “Formalismo e avanguardia”, Roma 1968.
    Ed è proprio in questi anni ’60 che la critica italiana e europea (i francesi i primi ad accorgersene) fa la scoperta sensazionale di questa critica russa; c’erano stati certi dei pionieri italiani (primi anni ’50), che erano sostanzialmente dei celebri slavisti. Negli USA ultima propaggine con New Criticism. Mentre fra le due guerre si sviluppavano contatti specifici fra linguisti e poeti europei che realizzarono veri e propri capolavori della critica non solo formalista (c’era anche lo strutturalismo,ecc.)… da noi col “ventennio” una morte assoluta: motivo del nostro ritardo di circa 20 anni!
    Ritornando al frammento. Dovreste saper quanto per me è importante. Senza di esso non si riuscirebbero a comprendere le centinaia di analisi critiche, le quali non solo affrontarono i “frammenti contemporanei” (quelli cioè che si stavano svolgendo di pari passo alla evoluzione dei metodi critici per comprenderli), ma anche quelli dei secoli passati (non specificatamente russi, poiché gli esempi di poeti e scrittori stranieri servirono come esempio e stimolo ai critici russi e europei); esempi come le strategie linguistiche di Rabelais e di Villon, e dello Sterne (su cui scrive un celebre saggio “Il Tristam Shandy di Sterne e la teoria del romanzo”, Nella università di Pietroburgo insegnarono specialisti illustri come l’egittologo (poesia egiziana) Turaev, il sinologo (poesia cinese) Alekseev, il professore di filologia antica F. Zelinskij e il già menzionato Baudin de Courtenay, ecc…. i giovani loro allievi furono i grandi della critica europea. Ma già i titoli di alcuni lavori di Sklovskij fanno quasi venire i brividi “Resurrezione della parola” 1914; “Posto del futurismo nella storia della lingua” del 1914; “Almanacchi sulla teoria del linguaggio poetico” 1916/17; “Nesso fra l’impostazione della trama e i procedimenti stilistici in genere” 1919; e il celeberrimo “Teoria della Prosa” del 1925. E con questa opera prende le distanze (tenendo conto anche del frammento, o forse soprattutto) dalla formulazione del linguista A.A. Potebnja (1835-1891), che la poesia è essenzialmente “pensiero per immagini”. Ho fatto il nome di Sklovskij solo per esempio, ma ve ne sono a decine di studiosi del suo stesso o quasi valore. Famosissimo il suo principio dello “straniamento” nella poesia e nella prosa.
    Nacque nel 1893; fu spesso in continua e perseguito dalla polizia, la Čeka, e sotto questa continua minaccia scrive “Della trama come manifestazione dello stile”(1917). Morì nel 1894.
    Grandissimo amico di grandi poeti, specie Majakovskij. Lo incontrai a Roma nella sede di Italia-URSS in Piazza Esedra. Stetti a parlare con lui mezz’ora, strinsi le mani che strinsero le mani dei poeti e mirai i suoi occhi che mirarono quelli dei poeti… mi fece un disegno… di un cavallo, riferendosi al titolo di un suo famoso saggio “La mossa del cavallo”(1923), intendendo che la strada che percorrono i poeti non è mai dritta ma somiglia il loro passo a quello del cavallo degli scacchi.
    E con questo chiudo, e spero che non vi siano più equivoci.
    Antonio Sagredo

    • Claudio Borghi

      Nessun fraintendimento, Antonio, ma tra le righe della replica precedente si poteva, credo, anche intuire quello che io avevo supposto. Grazie, quindi, della documentatissima articolata precisazione.

  24. Salvatore Martino

    Carissimo Borghi perdonami se non sono intervenuto prima con un mio commento:come sai sono reduce da un pesante intervento odontoiatrico, che mi perseguita da giorni con le sue complicanze. Sono imbottito di analgesici che mi hanno rincoglionito più del solito, e tento di vergare qualche mia piccola notazione, prima sul frammento, che non vorrei più toccare tanto è stucchevole il dibattito. Certo la “condanna” senza appello di de Palchi, invocato come nume tutelare, è davvero emblematica. Consiglierei ai portabandiera del frammento come fonte meravigliosa della poesia, come novità stravolgente la palude in cui versano i poeti contemporanei, di leggere un testo editato nel 1950: Il frammentarismo nella poesia italiana del novecento a firma Andrea Sorrentino.
    La tua “Sfera”, che peraltro possiedo interamente, scorrendola in superficie mi ha richiamato alla memoria il poema di Parmenidi, e ancora i Frammenti di Democrito di Abdera con la sua teoria atomica dei pieni e del vuoto, e ovviamente il De Rerum dell’amato Lucrezio. Ma certo la passione, anche il sentimento come criticamente suggerisce Tosi, l’amore per gli uomini e le cose, che forse mancavano negli scritti filosofici degli antichi.C’è nei tuo versi una riflessione sulla condizione dell’uomo, del suo rapporto con la natura vegetale, animale e astrale improntata ad un crudo realismo. Ma certamente il dato più sconvolgente del tuo testo è il raggiungimento stilistico pienamente autonomo: è tuo e soltanto tuo riconoscibile a prima lettura. Sono d’accordo con Talia che preferisce gli scritti in prosa: hanno un’armonia, una cadenza musicale, che mi hanno ricordato i poemes en prose di Saint-John Perse, rigorosamente nella versione originale.Che poi ci sia del sentimento, come ironicamente dice della mia poesia Tosi, vivaddio rispetto all’aridità di certa poesia partorita a tavolino, soltanto da elucubrazioni cerebrali, senza che nulla traspaia della complessità di anima e di corpo e di intelleto uniti che si trasmettono dalla mano del poeta ad un possibile slargato uditorio. Spesso incontri dentro la Sfera immagini folgoranti, metafore, sconvolgenti che illuminano il dettato filosofico con un delirio poetico, che diventa lo stralcio metafisico del pensiero, la corda che vola verso la metafisica, verso il mistero utilizzando una sintassi che è propria del scrittura poetica, capace di comprendere , valorizzare, illuminare teoremi e pensiero con la folgorazione del lampo. Se poi descrivi il senso tragico della vita, la sua inadeguatezza e guardi nell’abisso come ci ha insegnato Nietzche, credo che il tuo camino di conoscenza sia lanciato verso un lago di verità non raggiunte mai.
    Certo talvolta il tuo parlare è oscuro,talvolta assertivo e cerebrale vagamente astratto, ma codesto è il tributo che devi concedere per una impresa così alta.
    Finalmente mi sono molto divertito alla diatriba in quartetto tre Tosi Talia Sagredo e Te.

    “Si staccano i giorni come foglie bianche
    da un albero bagnato senza corteccia
    in questa luce limpida lama
    nulla più si scrive nulla più s’inventa
    solo il gocciolare identico delle parlo
    nel tempo senza misura
    nel tempo che non dura”

    Tragicamente vero il messaggio della tua Sfera

  25. caro Salvatore Martino,
    per correttezza, ti pregherei di lasciare fuori della contesa il nome di Alfredo de Palchi al quale va la stima della redazione e di non strumentalizzare il suo nome per finalità allotrie…

    • Salvatore Martino

      Giorgio carissimo io non aggiungo nulla alle parole dello stesso de Palchi poeta che stimo oltremisura

      • Salvatore Martino

        “Che Claudio Borghi sia un “frammentista”, non mi interessa perché personalmente non ho nessuna intenzione di stare in nessun gruppo, nonostante Giorgio Lingusglossa, verso cui sono grato che parli come e quanto vuole della mia poesia, consideri anche me “Frammentista”.
        Congratulazioni”

        Alfredo de Palchi
        8 dicembre 2016 alle 0:10

        “A Claudio Borghi
        non ascolti le insulsaggini di certuni “frammentisti” con merce vaporeo da smerciare. Ignorano quella che è poesia, dico poesia, non parole sceme in versi, che tentano di umiliare. Sono i soliti parassiti pseudo letterati.”

        Forse caro Giorgio ho sbagliato ad usare la parola condanna peraltro tra virgolette ma le parole di de Palchi mi appaiono abbastanza eloquenti, almeno per una presa di distanza. Come lo era stata a suo tempo quella di Bertoldo.

        • Salvatore Martino

          Ma forse Giorgio tu hai equivocato pensando che la mia fosse una condanna al poeta de Palchi mentre io parlavo di condanna effettuata dallo stesso

          • A Salvatore Martino dico di non tirare in ballo come è suo costume persone estranee al dibattito in questione come Roberto Bertoldo e di restare agli argomenti proposti dalla rivista.

            • Salvatore Martino

              ” E visto che si parla di frammento, riguardo al mio lavorare è un discorso che non c’entra se ci si riferisce al frammento di pensiero, come quello di Bataille, per fare un esempio. Autore che non rientra nelle mie corde, così come non ci entra Heidegger, visto che viene citato nell’ottimo intervento di Claudio Borghi. Insomma, non vedo molta comunanza tra il mio modo di pensare la vita e la filosofia con quello di Giorgio, nonostante la molta stima che nutro per lui e per la sua scrittura.

              Giorgio carissimo queste sono parole di Roberto Bertoldo con le quali prendeva le distanze dal “frammento”, non ho inventato nè usurpato né travisato nulla.

        • Prego Alfredo de Palchi di chiarire a chi era diretta la sua frase riportata da Salvatore Martino: «i soliti parassiti pseudo letterati»,

  26. antonio sagredo

    Sono “quasi” del tutto d’accordo con ciò che scrive Martino e sono d’accordo anche con Linguaglossa quando difende De Palchi: è il “quasi” che intendevo. Personalmente sono delicato con gli ammalati gravi sia fisici che mentali: tutto il mio sistema di pensiero baratterei per la loro guarigione.
    Ho chiarito con Borghi un probabile fraintendimento e mi scuso se l’ho generato, mi scuso anche per i trascorsi, ma credetemi sono stati, sono e saranno sempre in buona fede: non conosco la cattiveria, conosco invece il Maligno che è in me e con cui convivo e combatto. Mi scuso quindi con LInguaglossa, ma ripeto dovete anche comprendere come la mia scrittura mi abbatte e che non orari di riposo come un qualsiasi impiegato: non sono dunque come gli attori che dopo aver recitato se ne tornano a casa come se avessero finito la giornata lavorativa. Moltissimi sono così, e quindi perdonatemi se talvolta sono preso dal Maligno, che non è Il Demone o il Diavolo, è insomma quel DUENDE che non mi lascia in pace!
    Dopo di che ogni fine d’anno conduce o alla depressione o alla esultanza: dipende dalla età, dipende cosa si è scritto e fatto.
    Ritornando: soltanto se costretto scrivo relativamente da specialista, come ho fatto più sopra: non mi costa niente: mi piacerebbe parlarne di quell’inizio del secolo a un vasto uditorio, ma fisicamente presente.
    Né dalla VITA e né dalla Morte m’aspetto qualcosa.
    Soltanto un verso o un componimento riuscito bene secondo i miei intendimenti mi dà gioa: la gioia del creare che sarebbe anche da dividere, ma so che non tutti sono in grado di partecipare: Lo sforzo dei Poeti è quello di far pensare e credere che la Poesia deve essere fatta da tutti, che è per tutti e che è con tutti.
    Che dire altro? Se poi vi sono versi miei che sono incomprensibili, non sono poi così sicuro che sia soltanto colpa mia: il frammento concorre in questo con quel che è prima del frammento : il proprio stile o la forma che è la maniera con cui i materiali costruttivi della lingua (linguaggio poetico) si dispongono: il Poeta non genera parole, le parole ci sono già oltre tutti i probabili vocabolari di tutte le lingue e linguaggi: bisogna essere pescatori di fiume e di oceani, di stagni ecc.

    Un mio verso come :
    ACCIDIA DI LACUNE

    mi identifica come creatura anche lacustre.

    as

  27. Claudio Borghi

    “Syntaxe de l’éclair, ô pur langage de l’exil!”, scrive Saint-John Perse nell’ultima sezione del poema Exil. Ed è solo citando un poeta che io e Salvatore amiamo profondamente che riesco a trovare un po’ di lucidità dopo aver letto la sua splendida nota, che coglie e restituisce l’essenza della radice lirica e speculativa, fisica e metafisica che alimenta da dentro e anima il dettato poetico di Dentro la sfera. L’esilio di Saint-John Perse ha un significato senz’altro storico, legato al dramma della guerra, allo sradicamento e all’umiliazione dell’essere umano in concomitanza con la distruzione innescata dalla follia criminale che ha insanguinato il mondo nel secolo scorso, ma in senso più traslato è anche il poema dell’esilio metafisico dell’anima che vive lo stupore e lo spavento di essere viva ad ogni respiro, ad ogni sguardo, ad ogni tentativo di sporgere il piccolo cerino dell’intelligenza sulla totalità incombente inafferrabile del cosmo. A chi lo accusava di essere oscuro, indecifrabile, enigmatico Saint-John Perse rispondeva: “On m’appelait l’Obscur et j’habitais l’éclat”. Versi e prose, nella mia mente, sono diverse approssimazioni della sostanza della poesia, che non credo sia umana, forse qualcosa che esiste in sé e a cui la mente e il cuore tendono senza mai poterla conquistare, perché la creatura è una potenzialità di essere, mai un essere, come le particelle subatomiche, che non hanno un contorno e una forma definiti e brulicano di attività incessante. L’essere a noi si dona in forma di divenire e la poesia è un tentativo, umile e potente, ingenuo, ostinato e vulnerabilissimo, di trattenere qualcosa che si dissolve mentre si cerca di ridurlo a confine, come la musica, che non esiste ma ci emoziona e ci scava radure nell’anima.

    Scrivevo a Giampiero Neri, in una lettera un cui estratto è riportato nella sezione finale di Dentro la sfera:

    “Ci è concesso un luogo (la mente, lo spirito, la memoria: alveo che accoglie come pacificandolo il divenire) in cui chiudere il senso del trascorrere. Visioni, intuizioni, presenze che popolano paesaggi inospiti: tutto compone la forma di una meditazione ininterrotta che non sa risolversi in armonia, in quanto non possiede la chiave della parata. La poesia è il luogo vivo di un’armonia dissonante”.

    Annotavo in un mio precedente intervento: “La poesia è un dono, non qualcosa che si deve temere di perdere. Ci si deve, piuttosto, aprire per riceverlo. E si può stare in ascolto per mesi o anni come è capitato a me scrivendo poco o niente, ma in continua attenzione ed esercizio silenzioso del pensiero, poi limare all’infinito quello che si è scritto”. Non si tratta, io credo, di dibattere su diverse tecniche poetiche, quanto, piuttosto, di scambiarsi l’esperienza di un diverso modo di essere e sentire e immergersi nel profondo. Su questo avrei voluto si discutesse con gli amici che scrivono nel blog, che spesso vivono la poesia come qualcosa di personale, da contrapporre non dialetticamente ma conflittualmente alle esperienze creative altrui.

    Grazie a Salvatore Martino per aver sentito tanto a fondo, le sue parole mi resteranno dentro a lungo.

    • Salvatore Martino

      Sai carissimo Claudio io sono da sempre abituato a sentire quello che si nasconde chiaramente o nell’oscuro addentro alla poesia, e cerco di dire quanto i versi o le parole che leggo mi trasmettono. Forse ad alcuno potrò apparire come un sentimentale tardo romantico che “giudica” con la pancia, o con le sue predilezioni. Non me ne frega niente, non sono un critico e obbedisco solo alla mia onestà intellettuale.E sono contento che dopo più di mezzo secolo di dedicatio alla poesia, il dàimon continua a bussare alla mia porta ISPIRANDOMI.. Claudio carissimo vola per la tua strada come lo stesso de Palchi, dall’alto della sua saggezza poetica, ti suggerisce, con i tuoi maestri di scienza e di filosofia, e ovviamente di poesia.

    • Caro Claudio Borghi,
      chiedo perché non riporti la risposta (se te l’ha mai inviata) di Giampiero Neri alla tua missiva?
      Chiedo inoltre di risparmiarci i luoghi comuni della poesia come «dono» e altre sciocchezze simili.

      • Claudio Borghi

        Caro Giorgio, le risposte che mi ha spedito Giampiero Neri sono lettere mie private, che per ragioni di privacy non posso rendere pubbliche. Quanto alle sciocchezze circa la poesia come dono, credo tu debba un attimo controllarti. Non si estrapola una parola da un contesto, e il contesto in cui l’ho usata era piuttosto chiaro. Evidentemente il clima non è sereno, devi riconoscerlo, e il tono che stai usando è decisamente sopra le righe.

  28. anna maria favetto

    Bene, spero che la questione finisca qui, tirarla ancora per le lunghe non è il caso, e quindi AMEN

    • Devastati dalla metastasi che porta a lungaggini sentimentali, altezzose quanto deprimenti, se la vanno a cercare l’acqua avvelenata: il mio improvviso frammento “Un gran sbattere di tacchi sui pavimenti” li ha evidentemente tramortiti.

  29. Claudio Borghi

    Come fa a insinuare un atteggiamento altezzoso e deprimente negli altri dopo che lei, con insistenza cinica e premeditata, insinua frasi allusive e quasi sempre sottilmente ambigue, pronunciate dall’alto di una indecifrabile sua saggezza presunta? Come si permette di inoculare, lei, in modo così subdolo del veleno? Si crede capace di intercettare lo spirito del tempo e giudica le scelte altrui come passatiste, in quanto, scrive, sono “nell’ambito della scrittura lineare”, quindi “oggi inadeguate alle modalità di ricezione di chi vive sotto i bombardamenti della comunicazione mediatica”. E parla di metastasi e lungaggini sentimentali, mentre lei si ritiene, evidentemente, in possesso della saggezza poetica che le nasce da un intelletto stoico, lucido e senza emozioni. Non si illuda, lei non tramortisce nessuno. E se le tenga le sue certezze, ci scriva quello che vuole, e cerchi, se le riesce, di essere più trasparente e più corretto.

    • Non dopo che si è chiarito ma si continua, nell’intento di dividere, con melasse di democrazia e dialettica dove invece servirebbero patti chiari, questo sì, di buona creanza; dato che le differenze non meriterebbero gentili coltellate, ma nemmeno spietati giudizi come quello di De Palchi; che ora fa il Babbo Natale: lo faccia a san Vittore, dove sono stato, che lì ce ne sarebbe bisogno. Comunque faccio gli auguri per i suoi 90 anni; di che non lo so, mi ha insegnato qualcosa. Anzi non ancora, perché c’è da rompersi la testa coi marchingegni dei suoi versi. Con tutto il rispetto ( sì) a certe poesie musicali preferisco i clacson su Beethoven mentre passa una cometa e Utrillo che s’è perso per l’ennesima volta il cappello. Mi lasci perdere, non son fatto per il dibattito.

      • Claudio Borghi

        Va bene, non so chi debba lasciarla perdere, visto che non capisco bene se sta parlando con me o con De Palchi o con tutti e due, comunque non c’è problema. Buona notte.

        • Giuseppe Talia

          STOP!!!!
          Basta Borghi, basta Lucio. Può bastare così, s’è detto oltre misura.

          • Salvatore Martino

            Credo che Talia abbia ragione basta così, quando non c’è corrispondenza d’intenti né tantomeno rispetto, e si scivola nell’insulto banale di tacchi e pavimenti.

  30. Gentile Salvatore Martino,
    è da quando sono stato cattivo con lei che mi sento colpevole e ora prendo l’occasione per chiederle di perdonarmi. Alla fine non sono veramente cattivo. Lei mi è simpaticissimo, dica quello che vuole della mia poesia ma non di me come persona. Sono un carissimo gatto tra i miei gatti affettuosi.
    Si avvicina il 13 dicembre, data della mia nascita 90 anni fa, e voglio, almeno per quel giorno, essere amico con tutti i poeti poete attori e attrici.
    Saluti cordiali a lei e se lo vede anche a Sebastiano Lo Monaco cugino di mia moglie. Il mondo è diventato piccolo, prima o poi ci incontriamo tutti.
    Alfredo

    se mancano aggiunga virgole puntini etc.

    • Salvatore Martino

      Ho sostenuto gentile de Palchi in un altro momento di questa Rivista la sua correttezza e signorilità…un grande poeta del resto non può essere che tale. Mi dispiace averla tirata in ballo per avvalorare un mio pensiero. Adesso questa diatriba con Tosi mi trascina in un angolo di visuale modestissimo e oserei dire sconveniente , che mi suggerisce il silenzio.
      Arriva dolcemente Natale festa religiosa nella quale non credo ma per antica consuetudine ci costringe quasi a gettare agli altri il nostro augurio.
      Forse nella sua New York avrà un’altra dimensione.
      Mi permetta di provare un profondo rammarico per la sua non conoscenza della mia poesia, e certamente non per sua colpa.
      Anch’io ho una colonia di bellissimi gatti, dodici addirittura, ma nel luogo di campagna dove vivo ai piedi del mitico Soratte hanno grandi spazi per le loro scorribande: un ettaro tra giardino e bosco.. Questa notizia animale mi rende la sua persona ancora più vicina e simpatica. Cordialità Salvatore Martino

  31. Caro Giorgio Linguaglossa,
    “i soliti parassiti pseudo intellettuali” sono centinaia in ogni generazione.
    Ne ho conosciuti abbastanza per sapere che sono anche mediocri farabutti. La mia frase non intendeva indicare nessuno in particolare, ma in generale sì, da cui un autore di poesia anche in prosa scopre il proprio parassita. I versi di Claudio Borghi, riportati da Luigi Manzi nel suo scritto,
    hanno anche bellezza scientifica. Conosco quei “vuoti”, ne scrissi anch’io, e si trovano attraverso la mia opera, e finalmente mi vanto di confessare che sono ammirati dallo stupendo scienziato dei cieli Carlo Rovelli. Sono sicuro che Borghi sa chi è Rovelli. Borghi ha la mia stima, non ne cedo a chi l’offende. Caro Giorgio, stai tranquillo, soprattutto perché sono un grande signore

  32. Valerio Gaio Pedini

    Io sono convinto che la poesia dettata da Giorgio nel complesso sia l’apice della poesia dell’ultimo mezzo secolo ,li chiamiamo gli isolati, sostanzialmente io che sono giovane ne trovo altri della mia generazione, ma seppure credo che l’uomo è stoico posso dire che dopo l’avanguardia o l’idea di essa c’è un fermo, la metafisica è stata l’avanguardia che Giorgio ha rivelato, era uno scherzo , ma mischiando il minimalismo e l’esistenzialismo venne fuori il classico, io comprendo questa poesia, proprio perché la seguo, sono un critico nuovo, un poeta stupido, ma so calibrare le mie parole, non parlo mai perché mi arrabbio, non lascio doni io amo la poesia.

  33. Claudio Borghi

    Quando parlo di dono, non intendo un dono fatto da me, ma di un dono che è venuto a me. Quando ho parlato di ispirazione e di predisporsi per accogliere la poesia, senza presumere di possederla, non intendevo certo dire che l’ispirazione è contenuta in misura diversa nei poeti. Un poeta che pensasse questo sarebbe un presuntuoso e farebbe poca strada. E mi spiace che qualcuno possa aver frainteso. Un dono l’ho ricevuto io ad essere ospitato in questa rivista, che credo di aver ricambiato offrendo un significativo contributo di idee e riflessioni, perlomeno il massimo di cui sono stato capace. A tutti dico grazie, anche se alcuni malintesi mi hanno indubbiamente ferito. A Giorgio Linguaglossa in primis, per la sua grande apertura, oltre che poetica, anche filosofica e scientifica, che condivido nel profondo e mi ha stimolato a intervenire nel blog, vincendo la mia naturale fortissima tendenza alla riservatezza: non l’ho mai fatto prima su nessuna rivista, tranne le riviste di fisica teorica in cui sono usciti i miei articoli scientifici. Al riguardo, rispondo ad Alfredo De Palchi che sì, conosco Carlo Rovelli, per aver scambiato diverse mail con lui nel recente passato su questioni di fisica teorica relative al problema del tempo, dalle quali sono nati i miei ultimi articoli, in particolare Physical time and thermal clocks, uscito nel numero di ottobre di quest’anno di Foundations of Physics, rivista di cui Carlo è diventato, da febbraio 2016, editor in chief, subentrando a Gerart Van ‘t Hooft, premio Nobel nel 1999. E ringrazio tutti gli altri, anche coloro con i quali lo scambio è stato poco sereno: poter scambiare qualcosa è comunque importante, anche nell’amarezza dell’incomprensione comunque arricchisce. In particolare dico al giovane Valerio Pedini, di cui avevo letto e apprezzato tempo fa alcuni interventi sulla rivista, che mi avevano sorpreso per l’acume e l’intelligenza, che fa bene a continuare ad amare la poesia e a pensarne e a scriverne. Io non ho mai pensato ai poeti grandi e piccoli, ci sono poeti considerati minori (penso ad alcuni vociani) che per me sono più grandi dei cosiddetti grandissimi. Cosa importa la grandezza? La poesia è davvero un dono che tutti dovremmo condividere, senza presumere di possederla. Non ci sono perdenti o vincenti, in poesia. C’è la poesia, i poeti cercano di sentirla e trattenerla, questo ho sempre creduto. E ci si avvicina al cuore della poesia “con uno sguardo nudo e puro”, come scriveva tempo fa Giorgio, lasciando cadere narcisismi e presunzioni. E’ tutto molto semplice. Come scriveva Rimbaud, quasi come una frase musicale.

  34. Caro Claudio Borghi,
    forse sono stato eccessivamente spigoloso nel contestare il concetto di poesia come «dono», ti chiedo venia per il mio linguaggio un po’ ultimativo. Capisco il senso con cui tu hai usato quella parola magica ma che si presta a tanti equivoci. Io propendo invece per il concetto marxiano di «lavoro socialmente produttivo». In proposito si leggano i post su Valéry e su Carlo Marx in questa rivista nei quali mi sono soffermato sulla validità dell’impiego del concetto marxiano di «attività produttiva sedimentata» nel manufatto poesia (Adorno Teoria estetica). Da questo punto di vista si vedrà che la poesia è un prodotto di un lavoro assiduo che coinvolge la cultura critica di cui un poeta si fa portatore. Ecco il vero problema che molti autori di poesia sotto valutano o non valutano nella giusta misura, che riassumo così: quanta parte di cultura critica è contenuta nelle poesie di un dato autore? Quanta parte di cultura critica è contenuta nelle poesie di Leopardi? o ne L’Alcyone di D’Annunzio? – Io la metterei in questi termini. Un «metro» non è intercambiabile con un altro «metro», e, direi che un «metro» esclude sempre un altro «metro». Le unità metriche non sono mai gratuite, non si danno per «dono» ma sono una scelta del poeta; e così il lessico che un poeta utilizza, esso non si dà per «dono» ma per cultura critica impiegata, in larghezza e in profondità e in lunghezza. La cultura è un elastico che può contenere alcune cose ma ne esclude delle altre, tutto sta a capire cosa una poesia debba contenere e cosa debba evitare di contenere.

    Capire quando interrompere un verso, quando spezzare un metro richiede anch’esso un grande investimento di lavoro produttivo e di energie di forza lavoro. In fin dei conti, il poeta non è diverso dallo scienziato il quale lavora per anni, per decenni attorno ad un progetto scientifico. Analogamente, il poeta lavora per anni attorno ad un progetto poetico. Non credo che Eliot o Mandel’stam o Pasternak lavorassero alla cieca senza avere in mente una idea, un progetto. Certo, a volte arriva qualche giovane poeta e arriva d’un colpo laddove poeti più anziani ma con meno energie si erano fermati, ma è vero anche il contrario, a volte arriva un poeta ottuagenario come Kjell Espmark e tira fuori dal cappello a cilindro delle poesie straordinarie. E allora?

    E allora un poeta deve capire quando spezzare un metro… Io mi posi il problema già sul finire degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta: mi resi conto che dovevo spezzare, frantumare il verso endecasillabico della tradizione e della anti tradizione italiana e procedere verso una poesia senza «unità metrica» (Tynianov). Sono circa trenta anni che ci ho lavorato sopra. Ho sbagliato? Ho gettato alle ortiche trenta anni di lavoro e di ricerca? Leggendo le poesie di Tranströmer e di Espmark ho la certezza che non sono stati anni gettati al vento. Ne sono convinto. E sono convinto che continuare ad abitare un verso alla maniera di Bacchini e del tardo Mario Luzi non può portare che a rifare, in piccolo, quello che hanno fatto Luzi e Bacchini… e che continuare a rifare il verso alla poesia di Milo De Angelis non può portare che a rifare in pejus una poesia milanesizzata…

  35. Cari poeti e care poete,
    siamo troppo seri, e di “doni” ne ho ricevuti tanti, belli e brutti, ma il “dono” della poesia è la peggiore martellata alla testa. Ma anche dopo la martellata c’è divisione: chi discute male e chi discute bene. Chi discute male non è poeta. È un deficiente che non sa di aver ricevuto
    una regolare martellata.
    Auguri ragazzi e ragazze, siate felici, amate gli animali per star bene e discutere meno.

  36. Claudio Borghi

    Caro Giorgio, solleva e mi rinfranca la tua risposta. Scrive Wittgenstein, nelle battute finali del Tractatus: “Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati.(…) Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico”. E’ nel mostrarsi ineffabile del creato, nel suo darsi, nel riflettersi l’uno nell’altro di due enigmi, l’io e il mondo, che nasce la poesia, nello spazio insondabile da qualsiasi strumento o teoria, necessariamente oltre la scienza. Se sono attratto da un autore come Bacchini non è certo per questioni di poetica o di stile (prova ne sia che i miei testi sono diversissimi dai suoi), ma di istintiva, profonda empatia: non mi interessa la poesia milanese o fiorentina o romana, mi interessa la ricerca interiore, l’interrogarsi, lo scavare, lo sporgersi oltre della mente, anche a rischio di cadere. C’è un sentire smarrito, un senso cosmico, un inappagamento, un senso del nulla della creatura ma anche della sua profonda dignità, dolorosa e umiliata ma consapevole e orgogliosa, che dalla sua poesia si alza e trascende qualunque istanza di poetica. E’ universale. E quando la poesia lascia il tempo e il luogo in cui è nata per dire o tentare di dire quel che c’è oltre noi creature semplici testimoni fuggenti di un tempo non nostro, diventa qualcosa che non ci appartiene più. E’ oltre lo stile, oltre la poetica, diventa quasi timorosa, una tela fragile, una pelle vulnerabile, i versi vacillano, la voce trema, la parola diventa non controllabile entro schemi metrici o formali. Questo ho cercato di dire in tanti miei interventi, questo cercano di esprimere i miei versi e le mie prose. Questo era il senso del dono.

  37. Caro Borghi,
    come un ragioniere mi sono incuriosito a contabilizzare i suoi interventi su questa pagina. Ebbene, su un totale di 69 commenti ben 18 sono i suoi. Mi sorge il dubbio che abbia voluto tenere una lezione universitaria, forse perché abituato all’insegnamento. Tuttavia bastava solo dircelo che saremmo venuti tutti all’open day. Perdoni l’ironia! Sia chiaro che io non limito la sua libertà di pensiero e di replica, viviamo in una Italia liberale, ci mancherebbe altro! Andando però al fondo della questione noto un comportamento inflazionistico nella replica. come se volesse opporsi a qualsiasi idea. Eppure ha avuto idolatri di ogni risma al suo seguito e affetti da “retinopatia”. Sarebbero bastati questi ad accontentare il suo dibattito così acceso di ricerca personale e spirituale. Qui mi soccorrono le parole del Pontefice nella udienza sulla teologia di San Bonaventura e riportate da L’Osservatore Romano del 18 marzo 2010: “ l’amore vede dove la ragione non vede più”.
    Ogni disciplina deve arricchirsi senza alcun frenaggio su altre posizioni, contribuendo alla nostra visione di ciò che siamo e dove andiamo. Quanto al puzzle del dono della poesia di fronte alla bellezza del Creato, e via dicendo, come lei asserisce, il suo chiedersi e domandare, cercare nel profondo delle caverne della mente e del cuore, mi sembra il suo ancora un viaggio di Tuareg nel deserto.

  38. Claudio Borghi

    Caro Mario Gabriele,
    ha ragione, sono intervenuto forse troppo (ci sono i stati comunque tanti interventi: avrebbe dovuto, dico scherzosamente, calcolare una percentuale!), ogni volta mi ripromettevo di fermarmi, ma i commenti incalzavano e mi chiamavano in causa e mi sentivo in dovere di precisare, come in questo caso. Non volevo essere cattedratico, tutt’altro, né frenare chicchessia, questo credo fosse evidente. Citando, seppur in modo ironico, San Bonaventura, nel cui Itinerarium mentis in Deum tanto in passato mi sono immerso, mi ha fatto, seppur involontariamente, piacere. Se poi il mio, come scrive, può sembrare un viaggio di Tuareg nel Deserto, è comunque una ricerca, condivisibile o meno, nel profondo. Il rischio altissimo, come ho spesso scritto, di un libro come Dentro la sfera è di essere frainteso o non capito, e su questo lei credo debba convenire. Il fatto che siano arrivati tanti attestati di stima è per me, oltre che una innegabile soddisfazione, anche, in un certo senso, una liberazione da una paura. La sua attenzione, comunque, per quanto ironica e un po’ caustica, è senz’altro un piacere: mi arriva benefica e salutare e, perché no, amichevole.

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