Dialogo a più voci sui concetti di Paradigma, Nuova poesia, Tempo interno, Tempo esterno, Frammento, Ispirazione, Musica di Giacinto Scelsi: Commenti di Claudio Borghi, Lucio Mayoor Tosi, Antonio Sagredo, Salvatore Martino, Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa

  1. pittura-caos-e-frammenti

    Opera di Lucio Mayoor Tosi

    Claudio Borghi

18 novembre 2016 alle 15:27 Modifica

Le riflessioni di Scelsi, come quelle di Feldman o Cage, mi fanno pensare a una ricerca di estrema profondità e suggestione, di cui colgo le forti vibrazioni e in cui affondano le radici della loro creatività e ispirazione. Si ha la sensazione di toccare quasi concretamente un sentire contemplativo, un’esperienza di natura ascetica, orientata nella direzione di un’Unità metafisica, di un centro del suono o, per parafrasare il titolo di una composizione di Scelsi, della Nascita del Verbo. Mi chiedo: questa ricerca in termini di poetica del suono, che trovo per certi aspetti simile a quella sulla parola poetica che si vorrebbe vibrante di tempo interno e capace di esprimere, attraverso la molteplicità rifrangente del frammento, la complessità del reale fenomenico, a cosa tende? Si direbbe a un oblio del creato, a una fuga metafisica e solitaria verso la purezza trascendente del suono, sia esso la nota musicale o la parola di cui si sostanzia il verso. Scelsi parla di sfericità come pienezza della nota, che contiene in sé contratta la varietà nella potenza di una sintesi suprema. Immergendosi nelle sue riflessioni, e nelle rarefazioni dei suoni che paiono perdere sempre più contatto con la sostanza del tempo interno in quanto vissuto in corpo, mente e cuore, si percepisce ossessiva la ricerca di una purezza matematica e mistica, di una porta che si apra sulla scintillazione dell’Assoluto nell’anima. Assoluto, quindi scisso dal mondo, isolato in una contemplazione disumana che rischia di essere pienezza solo per chi a tali stordenti altezze o profondità è salito o si è immerso. Sento, in una tale arte e in un tale pensiero, un’esperienza troppo estrema e radicale, a cui è connessa la possibilità di restare incagliati in una contraddizione senza vie d’uscita, su cui spero si possa aprire una discussione.

Secondo Giorgio Linguaglossa, la musica e la poesia devono testimoniare e accogliere in sé il presunto progresso del pensiero scientifico, che a ben vedere sempre più sta allontanando la mente umana dalla varietà del creato e delle creature in direzione di un’asettica contemplazione intellettuale di idee matematiche (vedi l’analisi dettagliata che ho proposto nel mio intervento su Feldman, con relativa discussione critica del pensiero di Carlo Rovelli). Mi chiedo: come pensiamo di arricchire la creatività musicale o poetica laddove le chiudiamo in spazi in cui lasciamo vibrare solo la mente o, come dice, Scelsi, quel che resta dei sentimenti, del corpo e dell’intelletto, quindi una sorta di coscienza impersonale?

Una poesia dalla struttura aperta, a cui fa coerentemente riferimento Steven Grieco, dovrebbe trattenere le vibrazioni e la ricchezza inesauribile inquietante del divenire. In una tale poesia il verso dovrebbe pulsare di visioni che rilucono di smerigliata impermanenza e il poeta riflettere le sfumature infinite del reale e arricchirsene, pur nella consapevolezza dell’inconsistenza di ogni esperienza e del dolore che procura l’assenza di verità in cui la vita scorre. Se la poesia si fa portatrice di emozionata disperata ricchezza, come può esprimere la varietà molteplice inesauribile di suoni e immagini e musica poetica laddove immerge, come nella musica di Scelsi o Feldman o Cage, una coscienza impersonale nel cuore dell’impermanenza, traducendo la precarietà in suoni e frammenti che trattengono algide briciole di realtà metafisica?

Se l’arte cerca di emulare la fisica teorica, che sempre più si isola nella contemplazione astratta di un Tutto di cui non riesce ad afferrare logicamente la sostanza, cosa resta alla musica o alla poesia laddove si liberano del cuore e della mente, che del suono e della musica sono l’alimento necessario? Non è forse evidente che ogni allontanamento dal mondo, anche in direzione di alte sintesi filosofiche o religiose verso il centro divino, in quanto allontanamento dalle forme create significa smarrimento nel deserto di un cielo, per quanto pieno del cuore ultimo ed essenziale, solo umano? Come pensiamo di nutrirci e nutrire musica e poesia di un vuoto in cui risuona, emozionata, solo la nostra astratta coscienza? Come pensiamo di risorgere dalla rarefazione di un simile deserto, così irrimediabilmente lontano dalle altre creature?

Rispondi

18 novembre 2016 alle 21:34 Modifica

E’ bene che le creature lo sappiano. E poi non si tratta di verità distanti e separate dall’uomo; anzi, è vero proprio il contrario: è un sentire dentro di sé ciò dentro cui siamo immersi. Ma per non scivolare sulla spiritualità, approfitterei della presenza di Claudio Borghi per parlare di quel che succede quando un bicchiere si schianta sul pavimento: il rumore che produce può durare meno di un secondo. Se dopo averlo registrato lo prolungassi per un lungo periodo di tempo, le vibrazioni disarmoniche scaturite dal vetro che si frantuma, questo rumore potrebbe trasformarsi in suono. Dunque in ogni rumore si nasconderebbe del suono; più o meno quello che pensava anche Cage. Ma se tirassimo suoni e rumori allo spasimo, non ne verrebbe un solo suono, una sola nota? Ma in questo caso Scelsi avrebbe anche comporre una sola sinfonia: questo sarebbe l’assoluto di cui parla lei, Borghi. Ma non è così, forse perché l’assoluto non è così immobile come si tende a credere.
Alcuni fortunati riescono a sentire il suono dentro il rumore. Alcuni poeti riescono a fermare il tempo – o a modificare certi aspetti della propria percezione – in modo tale che gli eventi finiscono col separarsi. Escono così da piano della rappresentazione, dal tempo esterno, per entrare nel tempo delle cose, degli oggetti, ma anche dei sentimenti e delle loro vicende.

Rispondi

  1. claudio-borghi-2009-a
  2. Claudio Borghi

19 novembre 2016 alle 7:31 Modifica

Io non ho parlato di assoluto immobile, né di unica sinfonia, ho scritto di un assoluto scisso dal mondo, isolato in una contemplazione disumana, quale sembra essere quella dei mistici, che rischiano di diventare dei sistemi chiusi nella loro solitaria ricerca della verità. E ho scritto che in fisica teorica la ricerca della teoria del tutto (in particolare penso a Hawking) va proprio in questa direzione, essendo orientata, certo ingenuamente, verso l’equazione che risolve il mistero e, in quanto tale, ci liberi dall’ossessione del tempo. Rovelli, nel suo libro “La realtà non è come ci appare”, fa notare che le teorie fondamentali della fisica, in particolare la relatività generale e la gravità quantistica, tendono a una progressiva rarefazione delle formule, a una semplificazione estrema, come volessero asceticamente raggiungere una sempre migliore approssimazione della verità ultima, in modo da rendere trascurabile lo spazio per il dubbio. Ora, io credo che la ricerca dell’essere nel divenire sia destinata a non avere fine, in quanto l’essere ci è dato nella forma del divenire, non della quiete della beatitudine, scientifica o musicale o poetica, in cui il tormento del vivere possa spegnersi. L’esperienza del vuoto, quale ci insegnano le filosofie orientali, di cui ho profondo rispetto, ha come scopo esplicito far tacere l’io, l’identità che percepiamo come una boa nella corrente, per lasciarci inondare dal flusso, sentirci interamente nel flusso, fino a coincidere con esso. Conquistare una tale coincidenza significa respirare il nulla, la consapevolezza che l’essere non ci sarà mai dato, perlomeno finché saremo creature, come visione pacificata, ma come perenne movimento e trasformazione. Un’esperienza del genere implica dimenticare il sé per sentire il tutto come divenire, quindi la vertigine del nulla individuale: da Meister Eckhart a Heidegger, in questo senso, c’è un passo. Questo oblio significa uscire dal piano della rappresentazione, dal tempo esterno, per entrare nel tempo interno? Probabilmente sì. E’ quello che intende, credo, Steven Grieco quando parla di poesia come sistema aperto. Il fatto a prima vista paradossale è che la conquista di un oltre dell’esperienza esistenziale debba passare attraverso lo spegnimento del sé, che il tempo interno si possa conquistare solo tramite l’oblio del proprio essere qualcosa di definito e circoscritto, che la parola più profonda sfiori o coincida col silenzio, la musica sia qualcosa che da sé scorre nelle vene di una trama universale, per cui non ha senso sentircene compositori, essendo la coscienza un semplice filtro di una meraviglia che mai potremo possedere come persone individuali, di cui dobbiamo accontentarci di trattenere dei frammenti di luce.

Rispondi

19 novembre 2016 alle 8:16 Modifica

Altri commenteranno. L’argomento è assai interessante, come anche le sue perplessità. Mi limito a osservare che “lo spegnimento dell’io” è una sua conclusione, del tutto legittima ma che non corrisponde a verità. In discussione c’è quel che s’intente normalmente per “io”, se sia identificazione e ego, oppure libera presenza, testimonianza di eventi…

Rispondi

  1. Claudio Borghi

19 novembre 2016 alle 8:57 Modifica

Non è una conclusione, è un tema di discussione che sto cercando di proporre e stimolare, né credo sia possibile dire se un’interpretazione corrisponda o meno alla verità, concetto che, francamente, non so nemmeno bene cosa significhi. Non ho proposto mie verità, che non possiedo, ma perplessità, disorientamenti, dubbi, come sempre dovrebbe essere quando la materia in oggetto non è circoscrivibile in un recinto breve. Ma lasciamo ad altri intervenire, ben venga, come diceva Grieco, “un dialogo reciproco e molteplice”.

Rispondi

  1. Salvatore Martino in pensiero

    Salvatore Martino

    Salvatore Martino

19 novembre 2016 alle 12:12 Modifica

Ormai ogni volta che apro le pagine di codesta Rivista mi pare di leggere i primi capitoli de “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che si presenti come scienza ” di Immanuel Kant… discussioni filosofiche, scientifiche certamente molto interessanti, ma forse gocce di veleno che si insinuano nella mente e nell’anima dei poeti. Tutto questo straordinario rovello dubbioso che naviga tra le righe del discorso di Claudio Borghi, questi suoi preziosi interrogativi, in apparenza senza risposte, dove ci fanno approdare noi semplici, sprovveduti poeti ? Crediamo nella ormai desueta , dimenticata ispirazione, nel colloquio col mondo e con noi stessi, nelle nostre esperienze che metastizzate possono raggiungere gli altri, nel metodico lavoro artigianale, nel rapporto con l’umano e il sovraumano, nel gioco di rispondenze con la Natura,nel tentativo di scavo del proprio mondo infero, nella folgorazione delle immagini, nel pensiero che non nasce unicamente da un circuito cerebrale. L’interrogativo di Borghi se” l’arte debba emulare la fisica teorica che sempre più si isola nella contemplazione di un Tutto astratto” mi getta nel terrore , come un viaggio verso l’annullamento non solo dell’io e del sè ,ma persino dell’Uomo come fino ad oggi lo abbiamo pensato. Anch’io credo non ci siano verità assolute da conquistare, ma lasciatemi navigare nel mistero della poesia, che forse non ha bisogno di tutti questi condizionamenti teorici. Non è una scienza e non è filosofia anche se talvolta colloquia con le due.
D’altra parte la “musica” o meglio il suono di Scelsi mi può affascinare per qualche minuto, un Divertimento di Mozart mi invade tutto.un pomeriggio.

Rispondi

  1. Salvatore Martino

19 novembre 2016 alle 17:17 Modifica

Ad una lettura più approfondita gli interventi di Claudio Borghi mi appaiono preziosi nelle loro esternazione del dubbio, nell’accettazione di una verità non posseduta, ma comunque sempre ricercata, nel suo distinguo in ultima analisi tra scienza e poesia.e mi sembra anche un avvertimento per il “pericolo” che corre il poeta nell’accostarsi a questo “abisso”:

“Il fatto a prima vista paradossale è che la conquista di un oltre dell’esperienza esistenziale debba passare attraverso lo spegnimento del sé, che il tempo interno si possa conquistare solo tramite l’oblio del proprio essere qualcosa di definito e circoscritto, che la parola più profonda sfiori o coincida col silenzio, la musica sia qualcosa che da sé scorre nelle vene di una trama universale, per cui non ha senso sentircene compositori, essendo la coscienza un semplice filtro di una meraviglia che mai potremo possedere come persone individuali, di cui dobbiamo accontentarci di trattenere dei frammenti di luce”

Dove possa condurre un simile complesso atteggiamento nei confronti di se stesso e del mondo non mi è dato presagire….mi si manifesta come una via impervia e lontana dalla mia visione del cosmo, anche se teoricamente affascinante e densa di significati filosofici. Ma poi in me subentra la prassi, il poiein con le sue infinite lacerazioni, le sue patologie, il suo meraviglioso eros, la vitalità dialettica della morte. Purtroppo non abitiamo il Tibet, i nostri mantra sono di altra natura, anche se il fascino di Lhasa può arrivare ad ognuno di noi, e sentire la “vertigine individuale del Nulla”, dove si arriva , per quanto ne so, anche per altra strada.

Rispondi

  1. Lucio Mayoor Tosi

    Lucio Mayoor Tosi

    Lucio Mayoor Tosi

19 novembre 2016 alle 17:38 Modifica

Qui ci si sta confondendo con le etichette. Se ci si riferisce alla musica di Scelsi, che è certo di sofisticata intellettualità e non si può dare per scontato che possa arrivare al sentimento e al gusto di tutti, è un conto. Se però il problema sta solo nel timore per vuote astrazioni – perché giudicate tali, mentre invece potrebbe trattarsi, come è stato detto su questa rivista, di un nuovo paradigma, allora servirebbe un salto. Se ci pensate è così anche in politica, nei matrimoni, dentro le profumerie. Questo sé abbandonato e solo nell’universo non riesco a vederlo. Nei guai sì, ma questo è un altro discorso.

Rispondi

8. antonio-sagredo-e-majakovskij

antonio sagredo
19 novembre 2016 alle 19:33 Modifica
Come è mio costume rispondo coi versi
as
———————————————————-
da Imeropa
E io mi so più tenera che viva
nel battito del tasto e nella frode
asettica… e so come nessun dio
fermare il mio futuro sulla soglia.
Spio il silenzio della particella
viva e il mio corpo vinto dai capricci
e dall’orecchio, che al panico non presta
sibili e promesse. O ponti, una volta
arcobaleni! Ora ho nelle mani solo
il disegno di un gesto – non le muovo!
E nego alla nota il suono che mi deve.
Alla gola nego la bianca fusione,
lo spettro che dalla torre in giù
è lo zero assoluto nel verso dell’evento.
La pietra lima i passi, e io svanisco!
1990
————————————————–
Dal legno che sfascia il suono in una armonia risentita
non una gola si chiude al primo accenno di una nota,
l’origine del coro non sa il punto, il numero che ritarda
l’atto e il suo negarsi al volo… e sono sospeso nel suo frullare.
2008
————————————-
Il suono del Verbo si ritrasse a malincuore dalla Via del Non-Ritorno,
e un gesto, se mai c’era stato, svuotato celebrava a ritroso il non-senso
di una stazione… e di nuovo un partire, e un sognare di meno non m’era dato,
né una preghiera e una mano, o uno sguardo solo per finzione – incolori!
Vermicino, 11 maggio 2010
——————————————————–
Tu, verso, inventa che io penso agli strumenti dell’armonia,
al verme che è digiuno di immortalità e di grida serpentine
e non gradisce del mio canto il suono che non sa la nota!
Poesia, ti tradirò altrove dove la ragione dal gallo è esiliata
per la sua banderuola che impazza ai cardini per divorare Leuco!
2011
—————————————–
E scivolava dagli altari verso quella notte il malumore
che solo negli oracoli leggeva la propria inconsistenza,
e cancellava il segno e il suono di ogni limite del nulla
e nel ricordo della luce e del sangue versava il suo pensiero.
2012
————————–
Prologo ?
Siamo chiari.
L’universo io non l’ho mai visto –
L’ho sentito,
Più della luce è il suono che mi manca,
Non l’occhio conta, ma l’orecchio –
Per questo Dio è incompatibile
Con la nostra realtà,
2014
———————
Tavolette d’argilla: umiliazione e vergogna del canto
E la parola cedette al disegno il suono… così finì la gola e il coro!
E fra le navate non una supplica s’elevò al numero per sollevare
La ragione dal fondo di uno ignoto cominciamento…
La volta che non era… il balenìo dell’arco sfatto dalle pozze!
2015

  1. giorgio-linguaglossa-27-sett-2016-1
  2. giorgio linguaglossa

20 novembre 2016 alle 9:00 Modifica

IL «TEMPO INTERNO» DELLE PAROLE NELLA POESIA DI MARIO M. GABRIELE
https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/11/18/giacinto-scelsi-1905-1989-il-suono-e-sferico-e-rotondo-bisogna-arrivare-al-cuore-del-suono-il-suono-e-dotato-di-misteriose-profondita-spaziali-il-centro-e-prima-di-tutto-lorigin/comment-page-1/#comment-16170
«La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica. È il suono ciò che conta», «Non opacizzarsi né lasciarsi opacizzare», scriveva Giacinto Scelsi nel 1953.

Potrei riscrivere l’assioma di Scelsi così:

«La parola non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la parola. È il suono ciò che conta»,

È ovvio che qui è la «parola» ad essere al centro della nostra attenzione, se non altro perché il poeta è colui che ha a che fare con le parole. Ma la «parola» in quanto vista sotto il concetto di «suono». Ma non il suono sotto il concetto del significante come accadeva nello sperimentalismo del tardo Novecento, ma il suono sotto il concetto di «centro» della «parola», il che è una cosa alquanto diversa.

Andare al «centro» della «parola» non lo considero un atto mistico o estatico, ma è un preciso atto di poetica. Cioè, io posiziono la poesia secondo ciò che io considero essere il «centro» della «parola». È il centro della parola che mi suggerirà come costruire una frase poetica e non, ad esempio, la struttura frastica dell’endecasillabo. In questo modo cambia tutto. Cambia la poesia, cambia il concetto di poesia.
Facciamo un esempio. Prendo un verso e mezzo di Mario Gabriele tratto da Ritratto di Signora (Nuova Letteratura, 2014):

Gelido, così come è venuto, anche l’inverno se ne andrà
lasciando cicatrici. (p.38)

In un’altra poesia c’è il sintagma-verso:

La luna è sulle scale.

Nella poesia n. 18 c’è l’incipit:

È venuto in silenzio il tempo degli specchi…

Dunque, la «luna» e gli «specchi», che legame c’è tra le due cose? Oserei dire che c’è il legame del «centro» tra le due «cose». Sono i due «centri» che si attraggono (o si respingono) e determinano la struttura significativa della poesia. Nella poesia di Mario Gabriele, come in quella di qualche altro poeta contemporaneo di valore, ci sono degli stacchi, come li vogliamo definire? Dei frammenti, che prendono posto là dove il centro delle unità frastiche decide. La poesia di Gabriele si forma in questo modo.
In questo tipo di procedura, non c’è niente di mistico o di estatico ma un lucido ragionamento sulla natura del frammento come «centro», «cuore» della parola e della immagine.
La poesia diventa una struttura dinamica significativa e temporale, cioè che si muove nel tempo, che crea in proprio tempo interno e lo sviluppa secondo le esigenze interne delle parole.
Ecco il finale della poesia a pag. 38:

Gelido, così come è venuto, anche l’inverno se ne andrà
lasciando cicatrici.

Chiudi la finestra Jenny!
Smettila di vedere se c’è qualcuno che somigli a Willy!
I morti, da sempre, sono insieme a noi,
come a dicembre
i campanelli di Santa Claus.

Rispondi

  • Mario Gabriele volto 1
  • Mario M. Gabriele

20 novembre 2016 alle 11:12 Modifica

Caro Giorgio, ti ringrazio del tuo commento, che con profonda analisi comparativa tra musica e parole, ha messo ordine sul modo di concepire il “tempo interno”, già discusso precedentemente in questo Blog. E il ringraziamento va anche avendo preso in esame la mia poesia. Giacinto Scelsi porta a sintesi il concetto che “la musica non può esistere senza il suono. “Il suono esiste di per sé senza la musica. E’ il suono ciò che conta”.Affermazioni queste che vengono da un musicista non alle prime armi, ma che sono la sintesi probatoria di una verità non confutabile da parte di alcuni commentatori,chiusi nel loro egocentrismo culturale. Ed è altrettanto significativo il tuo intervento quando poni all’attenzione del lettore, la questione relativa al “centro della parola” in cui il “suono” è visto come “concetto di centro” della parola e non del significante a cui spesso si dà il massimo della rappresentatività. Nella poesia, come giustamente affermi, è la “parola” che crea il “centro”, ossia un proprio “tempo interno” , che non può essere considerato diversamente, così come viene interpretato il concetto di “frammento” , che finisce con l’essere il vero centro erogatore di parole e immagini; una “spezzettatura” non gradita da chi la ritiene un’offesa al lirismo e alla fluviale narrazione di fatti ed eventi, con grave rischio di esporre una pseudoverità come gli interlocutori davanti a Socrate, che credevano di sapere tutto, ma “che in effetti nulla sapevano”.

Rispondi

  1. Claudio Borghi

20 novembre 2016 alle 10:06 Modifica

Stiamo avvicinandoci al cuore della questione, perlomeno io sto cominciando a capire meglio in cosa consiste la poetica del tempo interno-frammento, che viene considerata un nuovo paradigma poetico. Le parole di Linguaglossa sono in tal senso illuminanti:

“Andare al «centro» della «parola» non lo considero un atto mistico o estatico, ma è un preciso atto di poetica. Cioè, io posiziono la poesia secondo ciò che io considero essere il «centro» della «parola». È il centro della parola che mi suggerirà come costruire una frase poetica e non, ad esempio, la struttura frastica dell’endecasillabo. In questo modo cambia tutto. Cambia la poesia, cambia il concetto di poesia”.

Mi chiedo: si tratta di andare dentro la parola nel senso della “realtà non è come appare” di Rovelli, di tentare un viaggio all’interno dell’apparenza fenomenica, per cercarne la quintessenza, in ultima analisi, per restare in ambito di fisica teorica, immergersi nella danza del suono originario, come nella danza delle particelle di cui il mondo reale è sostanziato? Posto in questi termini, il problema si configura nella forma che prefiguravo: la poesia, secondo il paradigma del tempo interno, deve staccarsi dall’apparenza dei fenomeni e cercare il suo luogo generativo in un centro profondo. Non è forse un atto mistico o estatico, come scrive Giorgio, ma un atto dell’intelletto che costruisce o cerca un oltremondo all’interno del mondo, quale ci è dato in forma di armonia della creazione. Dalla ricerca dell’armonia, esplicito obiettivo della musica, dalle origini o, se vogliamo, da Bach ai romantici (in cui comunque già si sentono potenti lacerazioni interiori), si è giunti, attraverso un processo di disgregazione che ha percorso l’intero novecento, da Mahler a Stravinskij fino a Cage Feldman Stockhausen Scelsi, ecc, alla rinuncia definitiva a poterla attingere, per cui dobbiamo prendere atto di poter operare in una dimensione creativa in cui ci sono concesse solo rovine e frammenti di luce. Mi chiedo: non ha quindi più senso cercare la musica nel verso e dobbiamo tendere a una poesia il cui centro sia il suono della parola, che “suggerirà come costruire una frase poetica”? Non è un tentativo già sperimentato dai simbolisti, ad esempio da Mallarmé, per non parlare delle molteplici ricerche dei surrealisti, a partire dai protosurrealisti come Apollinnaire e Reverdy? Confesso il mio disorientamento, perché sento l’operazione potenzialmente intellettualistica e non colgo la novità del paradigma che si vorrebbe rivoluzionario. La musica di Scelsi, come quella di Feldman o Cage, sono concepite all’interno di una ricerca filosofica legata profondamente alle filosofie orientali, in cui il centro del suono ha un significato mistico, generativo e rigenerativo. Concepire una poesia che trovi il suo rinnovamento in questa dimensione di immersione nella profondità e nella purezza del suono, percepito come centro che contiene in potenza la varietà del molteplice, mi suggestiona non poco, come ho scritto nel mio primo intervento, ma ci sento il rischio di un allontanamento dal mondo, della creazione di sistemi chiusi di riverberi e rimandi interni che al lettore sfuggono e, in definitiva, una potenziale contraddizione con il concetto di poesia come sistema aperto che Grieco ha efficacemente formulato in relazione al suo mondo creativo e al suo mondo di vivere e sentire la realtà impermanente dei fenomeni. Sarebbe interessante, a questo proposito, un confronto tra Grieco e Gabriele.

Rispondi

  1. giorgio linguaglossa

20 novembre 2016 alle 12:51 Modifica

caro Claudio Borghi,
comprendo le tue perplessità in ordine a un certo simbolismo che in Europa all’inizio del Novecento faceva riferimento alla «parola» quale veicolo del numinoso. Ma qui noi stiamo facendo e dicendo una cosa molto diversa. Il «tempo interno» della «parola» è un qualcosa che va scoperto da ciascun poeta, non può essere imposto con sentenza edittale, ci mancherebbe. Inoltre, Né io né Mario Gabriele né, credo, Sten Grieco-Rathgeb propugniamo un nuovo simbolismo ma cerchiamo di attirare l’attenzione della nuova poesia verso il problema del «tempo interno». I precedenti ci sono, basti pensare alla musica di Giacinto Scelsi o alla pittura di Giorgio Morandi, alle sue bottiglie che, come rilevò Lacan in uno dei suoi seminari, mi pare il VII, indicava una via privilegiata verso la «Cosa» (das Ding). Le bottiglie di Morandi sono una unica bottiglia, indicano una «Cosa» non un «oggetto». Ricordiamo la frase di Tsung Ping: «Lo Spirito non ha alcuna forma, prende le forme dalle cose». È importante ricordare che la poesia ha a che fare con le «Cose», non con gli «oggetti», la distinzione è di fondamentale importanza…
La nostra posizione vuole essere una reazione forte allo sperimentalismo e al contro sperimentalismo delle poetiche neo-orfiche del tardo Novecento rimettendo al centro della nostra strategia la posizione di un «centro» forte che sta all’interno della «parola» (e non fuori, come teorizzava e praticava lo sperimentalismo).
Come acutamente ha scritto più volte Steven Grieco-Rathgeb, in Italia è mancato un «ricambio generazionale», per cui adesso sono i poeti sessantenni o giù di lì che si pongono il problema di quel ricambio generazionale che nella poesia italiana non ha avuto luogo.

Ad esempio, in Russia Il ricambio generazionale portò con sé il ricambio organico della concezione del mondo e del fare poesia. Al centro del simbolismo v’era la convinzione di uno sdoppiamento del mondo tra il regno ctonio, notturno, dionisiaco e quello diurno e apollineo: l’allusione e il simbolo costituivano gli strumenti con i quali il poeta simbolista tentava la conciliazione, per suggestione magica, che in poesia si traduceva in suggestione eufonica, in allusione semantica e simbolica. Il mondo delle «corrispondenze» era il vero mondo. L’essenza sensibile si volatilizzava nell’essenza soprasensibile. Vjaceslav Ivanov fu il precursore degli acmeisti, il primo poeta che prese coscienza di questo svuotamento del sensibile nell’essenza, di questo affievolimento del regno dei fenomeni in quello del noumeno. Rimarrà celebre la sua formula della poetica del simbolismo: «a realibus ad realiora».

Nel 1910 Vjaceslav Ivanov tiene una conferenza che fu seguita da un numeroso pubblico; tra i presenti c’è anche Blok, che annota sul suo taccuino: «Sta iniziando un periodo di crisi e di Giudizio Universale. O la parola diventerà bella e senz’anima (…) o diventerà viva e pratica. Il quesito fondamentale è se il simbolismo come scuola poetica esiste ancora oppure no. Il punto di vista di Vjaceslav Ivanov è che può e deve esistere sotto forma di un nuovo simbolismo sintetico». La disgregazione del simbolismo è ormai manifesta.
I giovani poeti si riunirono a casa di Sergej Gorodeckij il 20 ottobre 1911, nasceva così la Gilda. La riappropriazione del termine usato nel Medioevo dalle associazioni degli artigiani, doveva intenzionalmente mettere in risalto l’aspetto artigianale della tecnica artistica. Gorodeckij e Gumilëv furono eletti capi, con l’antico titolo di «sindaci» e l’Achmatova segretaria. Erano presenti Georgij Adamovic, Vasilij Gippius, Michail Zenkevic, Georgij Ivanov, Vasilij Komarovskij, Elizaveta Kuz’mina-Karavaeva, Michail Lozinskij, Osip Mandel’štam, Vladimir Narbut e pochi altri. Una riunione goliardica si rivelò essere qualcosa di estremamente serio e foriero di straordinari sviluppi. Anna Achmatova più tardi scriverà: «Il simbolismo era indubbiamente un fenomeno del XIX secolo. La nostra rivolta contro il simbolismo era assolutamente legittima, perché noi ci sentivamo uomini del XX secolo e non volevamo restare nel passato».

Rispondi

  1. Claudio Borghi

20 novembre 2016 alle 13:43 Modifica

Le mie domande e perplessità, caro Giorgio, non hanno l’intenzione di mettere in dubbio l’autenticità di una ricerca che ho più volte riconosciuto nei miei interventi. Il fascino delle riflessioni di Scelsi o Feldman non mi lascia indifferente, mi coinvolge ahimé di meno la loro musica, perché la sento scissa dall’armonia del creato quale percepiamo a livello sensibile, persa dentro un labirinto concettuale che mi sa di equilibrismo matematico più che di illuminazione poetica. Mi si può obiettare che si tratta di gusti, si può dire il Novecento ha costruito arte somma sulle rovine del classicismo e del romanticismo: il riferimento obbligato è a Eliot e alla Waste Land (“Con questi frammenti io ho puntellato le mie rovine”), ma si può parlare a ragione anche del simbolismo russo di inizio novecento, o del simbolismo francese del secondo ottocento, o del surrealismo, ecc. Il problema fondamentale, però, è che non si costruisce poesia con i principi di poetica, ma con l’ispirazione.

Mario Gabriele parla di verità e pseudoverità. Mi chiedo: chi ha la pseudoverità e chi la verità? Chi ne è giudice? Ti invito a riflettere sul concetto scientifico di paradigma, visto che più volte su questa rivista si parla, circa il frammento e il tempo interno, emulando la scienza, di un nuovo paradigma poetico. I paradigmi scientifici sono teorie che si appellano al criterio della verifica sperimentale, interrogando, cioè, la Natura come giudice, per discriminare circa le diverse interpretazioni teoriche. Un nuovo paradigma poetico è a mio avviso un malinteso concettuale, in quanto non esiste nessun criterio di verificabilità o di falsificabilità, non ha senso di esistere se non come condivisione di un comune sentire di autori anche molto diversi tra loro, come nella fattispecie possono essere Sagredo, Grieco o Gabriele.

Ci sono questioni in discussione, domande precise che ho formulato nel mio primo intervento, su cui sarebbe interessante dibattere, ma vedo che si arriva sempre al punto di pensare che c’è chi si sente portatore del nuovo e chi da questo nuovo viene percepito fuori. La poesia non c’entra con la verità, ma con l’ispirazione, alla quale non si può sostituire l’intelletto, se non con l’effetto di produrre opere cerebrali, in cui l’intenzione premeditata inevitabilmente condiziona l’atto creativo. Su questo si dovrebbe discutere, lasciando da parte le contrapposizioni e le esperienze poetiche del passato che, lo sai bene, possono essere interpretate in modo anche radicalmente diverso.

Poco importa, io credo, se la poesia si esprime in forma di frammento o narrazione epica o lirica, se è rivolta al passato o al futuro: non credo occorra a tutti i costi essere o voler essere, come scriveva Rimbaud, assolutamente moderni. La potenza dell’invenzione trascende la forma in cui occasionalmente può tradursi. Trascende, in definitiva, ogni principio di poetica.

Rispondi

  • foto-video-vuoto

    Il Vuoto

    Mario M. Gabriele

20 novembre 2016 alle 15:51 Modifica

Caro Claudio Borghi,
non è mio costume interloquire con commentatori dai pensieri opposti al mio. Non si viene mai ad un accordo reciproco. Quindi evito ogni contestazione, se non nei limiti della confutabilità. Per non far apparire tedioso questa mia intromissione, e a monte di tutte le sue riflessioni, mi piace citare una sua frase, questa:”La poesia non c’entra con la verità ma con l’ispirazione”. Cosa che a me fa sorgere dei dubbi atroci, perché ritengo l’ispirazione il secondo “movimento” generato dalla mente, altrimenti non so come giustificarla. Il mondo interno è un mondo fisico fatto di introspezioni personali,ideologiche, psicosoggettive e quant’altro. Se vogliamo fermarci ad una serena riflessione, dobbiamo dimostrare come il suo e il mio modo di considerare la poesia siano diversi. La prima cosa da valutare è se essa rientri nell’origine del tutto, o se è un modo direi soltanto filosofico di fornire una interpretazione allegorica o metaforica, dell’Universo e di ciò che ci circonda nel Bene e nel Male. Quindi decriptare questa funzione è comprendere se la poesia è un fotone del Cosmo o un semplice divertissement tra tradizione, rinnovamento e trasgressione. La poesia è solo un mezzo per far cadere (se ci riesce) il velo di Maya. Cosa fattibile se restituiamo alla mente la priorità assoluta sull’ispirazione. O dobbiamo assegnare alla neuroscienza il compito della definizione della poesia, quale quadrante interno ed inesplorato di noi stessi?. Per farla breve, anche ricordando la figura di Umberto Veronesi, mi piace riportare alcune sue considerazioni sulla funzione del cervello quando ebbe ad affermare :”Siamo largamente imperfetti, con le nostre debolezze e le nostre difficoltà, con un cervello che ha un emisfero cognitivo, razionale, logico e matematico, e l’altro che elabora sentimenti, emozioni, fantasia”, ossia il non self control della mente,concetto ripreso anche da Edoardo Boncinelli. Sta qui tutta la turbativa intorno a due referenti opposti: ossia il passato, con tutto ciò che lo rende immutabile, e il presente che ha il compito di immaginare una nuova formulazione della parola-verso, altrimenti si consegnano al secondo emisfero cerebrale le risonanze sentimentali che hanno mandato in tilt la poesia del Secondo Novecento.

Rispondi

  • Claudio Borghi

20 novembre 2016 alle 17:29 Modifica

Se ho colto il senso complessivo della sua replica, gentile Mario Gabriele, mi sta dicendo che tra i due emisferi non c’è dialettica ma contrapposizione, e il male di tanta poesia del Novecento è dovuto alla prevalenza di un emisfero sull’altro, laddove il danno, in breve sintesi, è stato generato dall’oscuramento dell’esattezza asettica della ragione da parte della nebulosità fantastica (?!) del sentimento. Non crede che, essendo i due emisferi parti di una stessa sfera, debbano e possano dialogare e che l’armonia di un’opera nasca da un equilibrio, una sintesi armonica tra le diverse “sostanze” di cui siamo composti? Lei parla di poesia come mezzo (intellettuale, visto che parla di restituire alla mente la priorità sull’ispirazione) per sollevare il velo di Maya, come parlasse di fisica teorica per scoprire, come amaramente scrivevo ne La trama vivente, “la formula che chiude in sé il mondo”, o di un capitolo di neuroscienza, che infine ci dirà di cosa siamo fatti, e l’ispirazione non sarà che un retaggio del passato, di quando, oltre che generare astratti pensieri, li sentivamo anche impastati di emozioni. Lei vive nella certezza di una scienza che potrà essere onnisciente, beato lei. E scrive di non essere abituato a interloquire con commentatori dai pensieri opposti al suo, ecc. Di dialogo io credo debba alimentarsi la ricerca, in letteratura come nella scienza, non di fughe solitarie né di paradigmi inconfutabili, e questo post poteva essere un luogo non per contrapporre reciproche verità, ma per renderci conto di quanto, povere creature, tutti siamo alla ricerca di qualcosa che mai potremo afferrare né possedere.

Rispondi

  1. Salvatore Martino

20 novembre 2016 alle 14:08 Modifica

Dopo questa dissertazione così autorevole di Borghi non posso che aggiungere la mia totale condivisione. Poi ogni poeta continuerà a seguire la propria strada, sperando di non essere demonizzato, o colpito da anatema per aver rifiutato il verbo che conduce alla renovatio imperii.

Rispondi

  1. Lucio Mayoor Tosi

20 novembre 2016 alle 14:41 Modifica

Le poesie degli autori portati ad esempio sono molto diverse tra loro. L’agile frammento di Mario Gabriele è ben diverso da quello adottato da Steven Grieco, che è arioso, poco segnato da punti. E così il frammento nelle poesie di Giorgio Linguaglossa: spoglio di lirismo al punto che, a tratti, sembra darsi a un passo marziale; diverso dal frammento tutto metafore di Antonio Sagredo. E si potrebbe continuare, magari qui e là sfogliando l’antologia “Come è finita la guerra di Troia non ricordo”.
Il metodo non crea uniformità e la poetica di ciascuno prosegue lungo le strade che gli sono proprie…

Annunci

37 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

37 risposte a “Dialogo a più voci sui concetti di Paradigma, Nuova poesia, Tempo interno, Tempo esterno, Frammento, Ispirazione, Musica di Giacinto Scelsi: Commenti di Claudio Borghi, Lucio Mayoor Tosi, Antonio Sagredo, Salvatore Martino, Mario M. Gabriele, Giorgio Linguaglossa

  1. Il fatto che si tenti di dare all’ispirazione un fondamento scientifico non dovrebbe lasciare indifferente Claudio Borghi. Invece proprio lui, che è scienziato, sembra rivendicare la necessità di un atteggiamento irrazionale, emotivo, quale condizione necessaria per poter muovere le leve di pensieri e sentimenti. Sia lui che Salvatore Martino sembrano far dipendere le loro convinzioni dal tempo esterno, che ha diversa velocità se confrontato con il tempo interno. L’esterno è nebulosa, magma, massa in continua trasformazione; da sempre considerato come luogo ideale per intingere la penna della mente e del cuore.
    Scegliendo di regolare il proprio orologio con il tempo interno alle cose, le componenti del magma si renderanno visibili – perché distinte e distinguibili; come camminando sul corso di un torrente, tenendoci in equilibrio sui sassi, possiamo scegliere il nostro percorso, in avanti o a ritroso nel tempo. Ne può andare del canto e del volo ( la condizione è precaria) ma certo ne guadagneremmo in creatività. Del resto è questa la natura degli eventi, e del pensiero nel suo farsi inarrestabile; causa ed effetto portano alla linearità dello svolgimento; la vita si fa narrazione. Non è :

    inverno desolato –
    nel mondo dì un solo colore
    il suono del vento.

    o, sempre di Basho:

    spiaggia alla bassa marea:
    tutto ciò che prendo
    è vivo.

  2. TEMPO INTERNO, TEMPO ESTERNO, MONDO INTERNO, MONDO ESTERNO NELLA POESIA DI DONATELLA COSTANTINA GIANCASPERO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/11/21/dialogo-a-piu-voci-sui-concetti-di-paradigma-nuova-poesia-tempo-interno-tempo-esterno-frammento-ispirazione-musica-di-giacinto-scelsi-commenti-di-claudio-borghi-lucio-mayoor-tosi-antonio-sagr/comment-page-1/#comment-16214
    Scrive Roland Barthes:

    «Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati? Io la leggevo la mia inesistenza negli abiti che mia madre aveva indossato prima che potessi ricordarmi di lei… Ecco qui (intorno al 1913) mia madre in gran toilette, con cappellino, piuma, guanti, biancheria fine che spunta fuori dai polsini e dalla scollatura… È l’unica volta che io la vedo così, colta nella Storia (dei gusti, delle mode, dei tessuti): la mia attenzione viene allora distolta e passa da lei all’accessorio che è perito; il vestito è infatti perituro, esso prepara all’essere amato una seconda tomba. Per “ritrovare” mia madre… bisogna che, molto più tardi, io ritrovi su qualche foto gli oggetti che ella aveva sul comò: per esempio un portacipria d’avorio (amavo il rumore del coperchio), una boccetta di cristallo intagliato… oppure quelle pezze di rafia che essa fissava sempre sul sofà, le grandi borse che prediligeva […] La Storia è isterica essa prende forma solo se la si guarda – e per guardarla bisogna esserne esclusi. Come essere vivente, io sono esattamente il contrario della Storia, io sono ciò che la smentisce, che la distrugge a tutto vantaggio della mia storia… Il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me: ecco cos’è, per me, la Storia.

    E qui incominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente? (…) Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”… la fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false… Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno… nel sogno essa ha talvolta qualcosa d’un po’ fuori posto, di eccessivo… E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo».1

    Ecco descritto in modo mirabile la fenomenologia del «frammento» nella lettura di una fotografia. Il frammento lo abbiamo davanti agli occhi in ogni istante della nostra giornata. La fenomenologia del mondo si dà in forma di frammento, non dobbiamo scomodare i grandi filosofi per scoprire questo dato di fatto. Noi conosciamo il mondo attraverso «frammenti», e non potrebbe essere diversamente. Io dico solo una cosa: che la nostra attenzione di poeti deve essere sollecitata dalla comprensione dell’intima natura del «frammento», comprendere che in esso c’è non solo un «tempo interno», ma un «mondo interno» che noi non conosciamo, che non riconosciamo più, perché siamo diventati estranei a noi stessi… Io dico solo una cosa: è questo processo di progressiva estraneazione che è tipica del nostro tempo che noi troviamo nella poesia più evoluta di oggi.

    Leggiamo, ad esempio, l’incipit di una poesia di Donatella Costantina Giancaspero:

    Eppure è già domani
    a quest’ora fonda
    della notte,
    quando nei condomini
    i muri, che separano vita
    da vita, hanno spessori
    di silenzio
    e dalle strade il buio
    rimanda rare sirene,
    eco sorda di macchine.
    S’impiombano attoniti,
    nel vuoto, i binari
    della metro di superficie.

    È domani,
    e non vale la veglia
    ostinata, non servono
    i rituali del fare
    a prolungare l’oggi.
    Questo domani,
    questo tempo muto, scattato
    da una combinazione di lancette,
    cielo acerbo, sospeso
    sulla zona franca
    del sonno, dove, ignoti,
    già tanti destini si compiono,
    questo è l’oggi
    .2

    Ecco un esempio di rappresentazione del «tempo sospeso», del «tempo muto», «scattato da una combinazione di lancette», «zona franca» dove «questo è l’oggi», dove l’«oggi» «è già domani», dove il tempo interno delle cose si intreccia con il tempo interno dell’«io» poetante. Il tema è trattato con un verso libero e breve, direi con armamento leggero, capace di rapidi scarti e repentini movimenti interni.
    Quello che io voglio dire è che la poesia contemporanea, quella non di scuola o letteraria, è ricca di annotazioni riflessive e rappresentative sulla questione del «tempo interno», del «tempo esterno», del «mondo interno», del «mondo esterno» etc. Il problema è di prenderne atto e di capire che non è solo una questione tematica ma va trattato mediante una soluzione stilistica, metrica, posizionale. In fin dei conti, una nuova poesia nasce sempre sia da un nuovo sguardo sia da nuove tematiche (ad esempio, la fotografia), sia da nuove tecniche metriche.

    1 R. Barthes in La camera chiara (Nota sulla fotografia), Einaudi, 1980 p. 66 e segg.
    2 Donatella Costantina Giancaspero Da un presagio d’ali La vita felice, 2015, p. 32

    • Mario M. Gabriele

      Da una foto familiare, così cara, a Giorgio, sono venuti in superficie sorprendenti riflessi per fare dell’immagine una tela di riferimenti vari, componendoli e scomponendoli, per poi assemblare tutti i pezzi e gli oggetti non visionati in precedenza, e vedere la Storia dal di fuori, senza farne parte. Tutto questo per descrivere mirabilmente la funzione del frammento, ossia di tutte quelle particelle spezzettate, che determinano l’Essere nella vita e nella poesia. Ora, riprendendo il discorso sulla ispirazione e sul tempo interno,mi ricollego alla scienza che non può essere secondaria alla Spiritualità o alle emozioni dettate dal secondo emisfero del cervello. Essere fiduciosi nella scienza non significa alterare la Spiritualità,che rimane sempre un momento di rifugio di fronte agli eventi che più tormentano l’uomo nel suo brevissimo tragitto temporale. La scienza è sempre in work progress, operativa su tutti i fronti, la Spiritualità è esattamente la separazione da tutte le cose effimere e senza senso.Su quest’ultime connotazioni attecchiscono tanti movimenti religiosi nel mondo. Uno di questi è senza dubbio Intelligent Design con una limitata accettazione della scienza, declassata nella sua funzione, perché portatrice di materialismo. E’ opportuno qui ricordare che si fa scienza facendo riferimento a cause naturali, non sovrannaturali. Il naturalismo metodologico è ciò che ha segnato l’avanzamento della società e della cultura nella Storia. Attaccando le basi della scienza si tende a minare le tendenze materialistiche. Un ateismo scientifico rispetta il potere dell’intelletto e l’essere umano.Ora non mi pare che in poesia il concetto di scienza debba essere sottovalutato dalla spiritualità, che è un elemento a sé, con una sua specifica funzione. La scienza è al di fuori delle emozioni, dei sentimenti, delle illusioni e delle superstizioni.Qui si entra in una nuova fase che è l’Illuminismo contemporaneo che porta con sé l’evoluzione del pensiero e delle Arti in genere.

  3. Complimenti per la scelta delle immagini a commento di questo articolo, e non perché ci sono anch’io. Però ringrazio.

  4. Claudio Borghi

    “Dare all’ispirazione un fondamento scientifico” (L. Mayoor Tosi), “La scienza è al di fuori delle emozioni, dei sentimenti, delle illusioni e delle superstizioni” e “qui si entra in una nuova fase che è l’Illuminismo contemporaneo che porta con sé l’evoluzione del pensiero e delle Arti in genere” (M. Gabriele). Ricordo, visto che Lucio Mayoor Tosi si stupisce del mio essere scienziato e stranamente quanto arcaicamente legato al concetto romantico di ispirazione, che scienza non significa necessariamente pretesa o capacità di ridurre il reale in forma razionale in senso hegeliano (che della ragione aveva forse un concetto più mistico che realistico), ma tentare una spiegazione dei fenomeni alla luce delle effettive, quindi limitate capacità della ragione. Che è una piccola torcia, non un organo di conoscenza di origine divina. Il fatto che i sogni di Turing sull’intelligenza artificiale o la pretesa di assimilare la mente umana a un computer quantistico (vedi “La mente nuova dell’imperatore” di Roger Penrose) siano recentemente tramontati e che le neuroscienze si trovino davanti un continente pressoché inesplorato, al punto da farci pensare che conosciamo più l’universo (di cui ahimé sappiamo comunque ben poco) della complessità della mente umana, fa pensare che questo illuminismo contemporaneo, stoico quanto ingenuo, si riferisca ad una mitologia già tramontata della scienza piuttosto che alla ricerca scientifica vera e propria. La razionalità, come la coscienza, sono ben lungi dall’essere comprese dalla scienza e qui si pretende di dare un fondamento scientifico all’ispirazione. E ci si sente portatori di un paradigma pseudoscientifico come metodo per rialimentare la poesia e la creatività al fuoco della ragione. Mi spieghi Sagredo a quali arti illuministiche fanno riferimento le accensioni metaforiche che popolano densissime i suoi versi, mi spieghi Grieco su quale metodo razionale si fondano le accensioni epifaniche che pervadono di brividi metafisici i suoi poemi. Mi si spieghi quale luce di ragione si crede di poter invocare quando non c’è un fuoco che accende da dentro e dà vita e fantasia e immaginazione a un testo poetico. “La science est trop lente …et la prière galope”, scriveva Rimbaud, ma qui non si vuole mettere in antagonismo scienza e preghiera. Metaforicamente, si intende che non siamo padroni del dono che si accende quando si accende. E la poesia, se si dà e ha davvero qualcosa di nuovo da dire, trascende l’io e le sue facoltà razionali. Si dà nella forma del sublime, di cui l’uomo, piccola creatura, non è responsabile. La poesia nasce imprevista, folgorante, quando il poeta si volta indietro e si chiede:” Ma questo l’ho davvero scritto io?” Tutto il resto, direbbe Verlaine, è letteratura.

  5. Donatella Costantina Giancaspero

    Ringraziando Giorgio Linguaglossa per la citazione della mia poesia quale esempio di «tempo interno» e «tempo esterno», vorrei ricollegarmi a quanto dice Roland Barthes. Egli parte dall’osservazione di una fotografia di sua madre, per riflettere sulla definizione di Storia, ovvero il tempo prima di noi – il «tempo esterno», diremmo -, anzi, con le parole stesse di Barthes, «il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me». E, tuttavia, in quella foto, il nostro filosofo non pare riconoscere per intero sua madre, poiché, come scrive, «Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”». A questo punto, viene spontaneo domandarsi: che cosa conosciamo esattamente noi della realtà? Di quella passata, ossia della Storia, e di quella presente, cosa siamo in grado, noi, di cogliere, di riconoscere come “essenza”? La fotografia, qui, si fa metafora della limitatezza del nostro occhio: essa fissa sulla carta, o semplicemente sullo schermo (come oggi avviene), un “frammento” di realtà, quello ch’è possibile inquadrare. Eppure, per questo, non dobbiamo sentirci limitati e condannati, come dice Barthes, a una “fatica di Sisifo” nel cercare di individuare la realtà, coglierne l'”essenza”. Proprio qui, infatti, ci viene in aiuto la mente: dotandoci di un infallibile terzo occhio, essa rompe i confini del nostro campo visivo e guarda oltre: ci mostra tanto altro… Ci mostra, in pratica, la «realtà esterna». Ed è in virtù di questo che, non molto tempo fa, dovendo scrivere su commissione una poesia ispirata ad una foto, mi sono ritrovata a parlare, più che dell’immagine, della realtà che io percepivo dietro quella (ovvero, la realtà che percepiva la mia mente); procedendo contro-corrente, camminando letteralmente a ritroso rispetto alla folla che vi era raffigurata, sono uscita dalla foto e ho visto oltre.
    Ecco, dunque, il “segreto” del nostro fare poesia: guardare ciò che “non c’è”, ciò che sfugge all’occhio, percepire quanto esso non contempla, per contemplare veramente. E, senza voler peccare di presunzione verso il grande filosofo Roland Barthes, annullare, così, quella vana, frustrante fatica di Sisifo da lui vissuta e descritta: «risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo». Perché io sento che la poesia può condurci all'”essenza”; ma può farlo solo se noi troviamo il coraggio di farlo. Essa risiede nella realtà fuori dal limite: non si rivela, perciò, a chi resta limitato.

  6. Sirtaki (danza di Zorba)

    Così come stavo
    con quel che avevo in mano
    sono uscito a guardare la pioggia
    mentre cadeva in un cerchio

    su cumuli di fazzoletti, circondata da figure danzanti.
    Un cameriere puliva i tavolini del bar
    strofinando a tempo di videomusica.

    Emozione ravvicinata di nessuno-è-sé;
    tutti sono centomila, quanti sono
    se piove ma nemmeno la pioggia è
    e nemmeno l’aria è.

    Anch’io, sebbene chiuso nel mio monitor.

    “Trasportato al centro
    della semisfera terreste
    come sul fondo di una scodella
    guardando il cielo”

    “La realtà non è finanza e squallore di vita
    ma un musicar di sentimenti, magiche solitudini
    e abbracci secolari”

    Commento di Giorgio Linguaglossa:
    caro Lucio,
    io chiuderei la poesia dopo la parola «monitor». È una poesia stravagante, piena di non-sense, e, proprio per questo, ricca di senso. C’è l’atto assurdo e privo di razionalità del guardare la pioggia cadere in cerchio e poi quel cameriere, che sta in un angolo della cornice visiva, che fa dei gesti usuali e, proprio per questo, tanto più assurdi e banali. Tutta la poesia è fatta da fotogrammi che presi ciascuno per sé contrassegnano la piccolissima distanza che intercorre tra il banale e il significativo… E questo effetto può scaturire soltanto dallo statuto di frammento che hanno i fotogrammi…

    • Mario M. Gabriele

      Come le ho detto,caro Borghi, quando si incontrano pareri opposti è difficile venirne fuori, come in ogni dialettica dai diversi punti Zenith. Sono secoli che ci facciamo le pulci sul concetto di poesia, senza trovare un valido approdo, perché tutto è riconducibile alla personalità, al carattere e al temperamento del poeta, ma soprattutto alla sua indole psicologica, alla sua cultura e sensibilità. Da qui la reazione del poeta di fronte agli stimoli che gli provengono dall’ambiente,e riverberati in seguito dalla psiche. Dalla sfera cognitiva si correla il pensiero e non le emozioni di cui molti poeti se ne avvantaggiano facendo “poesia debole”, statica,funzionale ad uno stato di letargia lessicale, abbandonata dalle stesse case editrici, surrogate dagli e-book e dalle pubblicazioni on demand. Dopo si sono dispiegati umori e versi nuovi perché era giunto il momento della crisi della poesia. Questo per dire che anche il capitolo dei sentimenti era giunto al capolinea. Ed è stato un bene il Vuoto che si è venuto a determinare, perché si sono incontrate varie officine linguistiche, che pur non creando nuove Scuole, Ipotesi di poetica, Correnti e Gruppi, hanno messo in evidenza culture poetiche eterogenee. L’albero del peccato, o meglio la mela, che ha prodotto la frattura è stata la stagnazione della poesia convenzionale che ha fatto della madre, dei fratelli, degli amici, dell’amore e della bellezza del creato, un mercatino d’occasioni tematiche. Qui mi fermo per non fare una mini-storia di ciò che è avvenuto nel nostro recente passato e che si ripete ancora oggi. Ma veniamo al tema della ispirazione di cui ho avuto modo di definire nel mio precedente commento.Le racconto come essa agisce in me: un esempio? capita, a volte, di essere sul sofà e di sentire all’improvviso alcune sirene, forse il 118 o il 112, e le collego subito al suono di quando mio fratello fu ricoverato con codice rosso. Da qui ripercorro con la memoria le varie fasi che mi coinvolsero profondamente.Dico memoria, ma intendo elaborazione della mente e in un secondo momento lo scatto della ispirazione. Ritengo, in questo caso, e per mia personale esperienza, che la poesia si formalizzi prima con la mente e poi con tutti gli altri accessori.

      • Claudio Borghi

        Non si tratta di pareri opposti, gentile Mario. Con buona probabilità il mio pensiero è stato frainteso. Parlare di ispirazione non significa affidarsi al sentimento. Un’opera poetica deve contenere pensiero ed emozione, senza che si senta il prevalere dell’uno sull’altra. E’ l’armonia che genera la musica e il canto. Quello che lei dice circa la poesia debole, ecc., mi trova del tutto d’accordo, e che si debba superare una crisi, legata ai fattori del tutto condivisibili che lei cita, altrettanto. Quando io parlo di ispirazione e di sublime mi riferisco a qualcosa che trascende il pensiero e l’emozione contenendoli dentro, in un’armonia che si intona oltre l’io e per cui non basta il metodo o il lavorìo dell’intelletto. Forse non siamo a diversi punti Zenith, dobbiamo solo trovare il terreno su cui intenderci, avendo un obiettivo comune.

  7. Il cameriere che pulisce i tavolini del bar è la figura più significativa del componimento: perchè nella banale ripetitività dei suoi gesti c’è l’essenza della condizione umana.Tanto più umana quanto più semplice e ripetitiva.Non abbiamo bisogno di eroi;un uomo qualunque,che vive e accetta la sua condizione, ci rappresenta benissimo.

  8. Salvatore Martino

    Mi è difficile intervenire in codesto dibattito: non sono all’altezza di esternare significazioni teoriche sulla poesia, o sul modo di costruirla. Il commento di Borghi come al solito, mi dispiace per Gabriele, mi trova totalmente d’accordo. Ora vorrei scendere di un gradino la scala di questo dibattito teorico così elevato e un po’sterile. Nella mia ormai lunghissima dedizione alla poesia, è passato ben più di mezzo secolo, ho cercato con durezza e onestà, con crudeltà oserei dire, di inquadrare questo mio tentativo di fare poesia attraverso canali che negli anni andavo sperimentando , magari sotto indicazioni di maestri quali R. Jacobbi, E. Falqui, O. Macrì, L. de Libero . Il dialogo con me stesso, il dialogo col mondo, il mio pensiero filosofico e politico talvolta, la mia visione del mondo, le esperienze della vita e del teatro che potessero confluire in un dialogo con gli altri, le cadenze e la musica, il lungo labor limae,cercando il filo rosso che mi potesse mettere in comunicazione col mio mondo infero, l’inconscio junghiano, lo studio degli archetipi e del mito quindi, la sua influenza nel quotidiano, nelle nostre nevrosi.Mi sono accostato ai poeti spagnoli del “98 e del ’26, successivamente a Eliot, Pound, Saint John Perse, ai Grandi greci Seferis, Kavafis, Ritsos, ai Surrealisti, a Auden e Borges, a Dylan Thomas,perché ho sempre creduto che la lettura fosse indispensabile per proseguire nella propria ricerca.
    Certamente come suggerisce Mario Gabriele il suono lacerante di una ambulanza può scatenare un commovimento dentro di noi, diventare un suono noumenico, come una frase o una musica, ma per me quello che segue non è davvero condotto da un fatto coscienziale. Certo l’intelletto arriva,ma in un secondo tempo, mettendo a frutto la tecnica lungamente appresa. Comprendo che questo magari è il mio modo di “creare”, possibilmente non condiviso da altri, ma certo non sono io il primo ad usarlo, gli esempi di grandissimi sono infiniti. Mi è difficile pensare che questo illuminismo riportato agli altari possa dar conto del mistero poesia, della sua sintassi folgorante, delle immagini che corrono al di là della razionalità. Ripeto quello che diceva Borges, e me lo ricordo perfettamente nella sua conferenza all’Istituto Italo-LatinoAmericano. La poesia non è meno misteriose delle altre cose dell’Universo. Ora io mi domando come può un mistero, qualunque esso sia,, essere raggiunto da un modestissimo cervello sebbene pensante.Ma poi io credo che il vero poeta se ne freghi di tutte le indicazioni teoriche, che possono in qualche misura interessarlo ma certamente non condizionarlo, come pronuncia di un verbo.

    La voce parla dal giardino da La metamorfosi del buio 2006-2012

    Se quella rosa allevata
    sopra un cratere di sabbia
    si ostinasse a declinare
    i petali della nostra stanchezza
    e il bivio che delimita
    il mio e il tuo soffocamento
    si tingesse di cenere
    se la folgore o il vento cancellasse
    ogni memoriale d’illusione
    nel cerchio che ci hanno destinato
    se il candore del tuo pensiero
    raccontasse la nostra essenza speculare
    il senso orgiastico del tempo
    e dal fondo limaccio del nonessere
    risalisse un volto o una voce una speranza
    se il viaggio immaginato in una stanza
    potesse contenere
    un grumo di luce nel suo approdo

    Si agiterà nel vuoto la campana
    chiamerà fantasmi in adunata
    una gelida parata di cavalli
    senza speroni e cavalieri
    pietrificata al sole ultimo del giorno
    come una trascendentale orchestra
    che da tempo ha finito di suonare

    Possiamo ancora disperare
    che una trama d’inganni differisca
    dal grido opaco delle verità?

    Secondo voi è tempo esterno o tempo interno? Si tratta di versi desueti?
    Di poesia vecchia e stantia?

  9. antonio sagredo

    la Costantina è perspicace e pizzuta (punge bene)… ho letto divertito le cose serie che ha scritto…
    il commento del Linguaglossa sulla poesiola di Mayoor è talmente profondo che consiglia bene con la chiusura “monitor”…. qui si rischia molto e si risica poco…. dico al Mayoor che scrivere queste poesiole fa bene al cerebro e serve di alleggerimento dopo il gravume quotidiano, ma questi versetti metteci un po’ di metafisica elisabettiana… forse ….

  10. Però, il quadro di Tosi, con quel turbinio di quotidiano, è davvero un bel quadro, ben fatto, equilibrato, scenico, movimentato. Diremmo che in pittura Tosi usa la metafora e il significante. Sui versi di Tosi concordo con Sagredo.
    Borghi scrive dei commenti troppo lunghi per i miei gusti. Ci si perde nei suoi capovolgimenti, elucubrazioni che sicuramente cercano di indagare la materia, si avverte l’ansia di scoperta, il desiderio di fare chiarezza, ma il dono della sintesi, a mio avviso, si avvicina quanto più possibile alla chiarezza, al mistero, al sospeso (vedi Basho).
    Borghi, ad ogni modo, scrive bene.

    Saluto, invece, con stima e affetto, Salvatore Martino.

    • Ho scritto anche sopra che quel dipinto non mi appartiene, è di un illustratore di cui non conosco il nome. Ho ritenuto che illustrasse bene la diversa visione che si ha nel tempo rallentato, interno alle cose.
      Ora però mi rendo conto di quanto sia difficile condividere un’esperienza che non sia già in qualche modo presente nel vissuto di altri. Nei suoi tre lunghi e ben argomentati interventi, Cladio Borghi non ha fatto che ribadire le sue ragioni, ripetendosi: se nemmeno una mente bene allenata come la sua riesce a cogliere il senso del frammento e della nuova visione d’insieme che ne deriva, come posso sperare di essere capito, dal momento che scrivo con questa consapevolezza già da qualche tempo? Ho scritto di Sagredo, che il frammento nelle sue poesie è “tutto metaforico”, che i suoi sono frammenti di metafore, ma ho qualche dubbio che abbia capito il mio incoraggiamento.

  11. Claudio Borghi

    Occorre distinguere i piani, caro Giuseppe Talia, tra una riflessione critica su una materia complessa quale quella legata alla poetica del frammento e del tempo interno, sviluppata in decine di post su questa rivista, che richiede un’attenzione profondamente analitica, e il volo poetico che può permettersi di condensarsi in pochi versi, addirittura contrarsi in haiku e irradiare onde di risonanza che riempiono lo spirito. La sintesi, poetica o meno, viene dopo una profonda analisi. Il mio è stato un estremo tentativo, senza ansia di scoperta ma in assoluta serenità, di creare un dialogo tra voci diverse, che ho chiamato esplicitamente a partecipare alla discussione. Ci sono riuscito solo in parte. E forse ha ragione lei, se i miei interventi sono stati percepiti come elucubrazioni troppo profonde che hanno distolto l’attenzione dei lettori, non posso che biasimare me stesso per non essere riuscito nell’intento. Le confesso che tanta fluvialità nel mio caso è assolutamente anomala, ma l’ho ritenuta un atto eticamente necessario in funzione di una chiarezza che doveva essere analitica, nell’ottica di un abbandono della mia dimensione di autore per concedermi interamente al dubbio e al confronto dialettico. Ringrazio quindi tutti coloro che sono intervenuti: Giorgio Linguaglossa in primis, per l’attenzione intelligente e la generosità con cui ha proposto un intero nuovo post, costruito a partire dal mio intervento su quello dedicato a Scelsi; Lucio Mayoor Tosi e Mario Gabriele con i quali, seppur in dialettico contrasto, è stato un piacere discutere; Donatella Costantina Giancaspero, la cui delicata profondità, in versi e in prosa, spesso mi incanta; Antonio Sagredo, che semina versi di sapienza rara, anche se, pur chiamato in causa, non ha voluto replicare alle mie domande; infine Salvatore Martino, la cui consonanza col mio sentire è un piacere che ogni volta si rinnova.

    Nei miei interventi si può pensare ci fossero “troppe note”. Io credo, invece, che contenessero quelle che servivano. Comunque sono lì, per essere letti da chi vuole e confutati sui temi di discussione che intavolano. Le domande e gli spunti di riflessione rimangono sempre aperti.

    Spicco il volo. Torno anch’io, ora, nel mio altrove.

  12. caro Claudio Borghi,
    in realtà le tue speculazioni sono state molto utili a stimolare il dibattito e l’approfondimento, anzi, sono state essenziali, hanno svolto un ruolo decisivo. Anch’io, personalmente, sono sempre abitato dal dubbio, ogni mia proposizione è attraversata ogni giorno dal dubbio, le mie certezze, se ci sono, le considero evanescenti e illusorie. Negli ultimi tempi mi capita spesso di essere sedotto dalle certezze altrui. In fin dei conti, si vive bene al riparo delle certezze…

  13. Salvatore Martino

    Avevo inserito nel mio commento quella mia poesia sperando di avere lumi magari negativi, qualche demolizione: Vedo che non ha interessato altri che Mayor Tosi, che ovviamente ringrazio. Trovo per me quasi indecifrabile la sua “stravagante” poesia, non riesco ad entrare nel suo circolo di mente e di spazio, in questo suo saltare da un quotidiano all’altro. Ma certamente dipende dalla mia poca elasticità, probabilmente dal mio modo di restare ancorato a stilemi, che altri definiscono desueti. Ma purtroppo il senso della circolarità dei componimenti, la loro completezza anche realizzata dai frammenti condiziona comunque la mia visione della poesia. Ordinare il Kaos questo mi appare il compito irraggiungibile.

  14. caro Salvatore Martino,
    la poesia che hai postato è come una colonna sonora che ha un inizio e continua senza interruzioni fino alla fine, con quei congiuntivi che non introducono se non certezze e corollari poetici… è una poesia che rivela padronanza verbale e versale, una poesia recente, vedo, una «bella» poesia in senso tradizionale, che non ha niente in comune con quella di Mayoor Tosi o con quella di altri autori che, consapevolmente o meno, fanno del frammento e della distassia un elemento prioritario della propria poesia. Del resto, non c’è nulla di male, la tua sensibilità poetico-musicale non ama, l’hai detto tu, la musica di Scelsi e di Morton Feldman, che io invece considero molto. Non è solo una questione di gusti, è molto di più, implica un diverso continente musicale e un diverso concetto di reale musicale e reale artistico.

    Direi che il frammento ha a che fare con «quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto» ( Roland Barthes in La camera chiara. Nota sulla fotografia, p. 11 Einaudi, 1980 )

    • Salvatore Martino

      Giorgio carissimo ti ringrazio infinitamente per la tua lucida investitura sulla mia poesia. D’altra parte sembrerebbe chiaro che intorno all’arte e alla musica in particolare abbiamo divergenze assolute. Ieri l’altro dopo aver digerito i suoni di Scelsi mi sono rifugiato in una mia grande passione: Evaristo Carriego di Borges e la sua storia del Tango, e ancora la voce straordinario di Carlos Gardel, e il complesso di Astor Piazzolla. Ti confesso che ascoltando “Uno” o “Cuesta abajo” mi sono commosso. Che vuoi io sono un inveterato vetero-romantico, che crede in tutte quelle cose, che tu dici di aborrire, come l’Opera ad esempio…ebbene leggendo negli anni le tue poesie non le ho poi ritenute lontane dalla mia sensibilità.Sono anch’esse dense di emotività, persino quelle che raccontano una impossibile atmosfera da tardo Impero. Feldman e Cage e Scelsi mi annoiano profondamente, e penso che altrettanto facciano a te i vari Don Giovanni, Tristano, Carmen, Turandot, se non addirittura il Concerto K622 per clarinetto e orchestra di W.A.Mozart.
      L’importante comunque: continuare entrambi ad apprezzare le nostre rispettive creazioni.

  15. IL FRAMMENTO E’ COME UN BUCO NERO?

    un articolo di Carlo Rovelli da Il sole 24 ore, 24 agosto 2014 http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-08-24/il-mistero-centro-081325.shtml?uuid=AB7ZqumB&fromSearch

    C’è qualcosa di paradossale in quello che sappiamo sui buchi neri. Da un lato, sono diventati oggetti “normali” per gli astronomi. Li osservano, li contano, li misurano. Se c’è ancora sorpresa, è solo per quanto si comportino esattamente come prevede la teoria scritta da Einstein un secolo fa, quando ancora nessuno sognava che cose così buffe potessero esistere. Dall’altro sono ancora misteriosi; una finestra aperta verso il mistero. Da un lato una bellissima teoria, la relatività generale di Einstein confermata in maniera spettacolare dalle osservazioni astronomiche, e un parco giochi strepitoso per astronomi e astrofisici, dove osservare e studiare questi mostri che inghiottono stelle, girano vorticosamente, producono raggi potentissimi, e simili diavolerie. L’universo è sorprendente, variegato, pieno di cose che non potevamo prima neppure immaginare, ma comprensibile. Dall’altro, un «ma». Una domandina di quelle che fanno i bimbi quando i grandi si entusiasmano troppo: «Ma dove va a finire la materia che vediamo cadere dentro i buchi neri?».
    Qui iniziano i guai. La teoria di Einstein dà una descrizione matematica precisa ed elegante anche dell’interno dei buchi neri, quindi possiamo usarla per sapere il percorso della materia che cade nel buco. Le equazioni ci dicono che la materia cade sempre più veloce fino al punto centrale. E poi… poi le equazioni di Einstein perdono ogni senso. Non ci dicono più nulla. Si sciolgono come neve al sole. Tutte le variabili diventano infinite e nulla ha più senso. Ohi. Cosa succede alla materia che cade nel centro del buco? La teoria di Einstein non sa rispondere. Semplicemente: non lo sappiamo. La vediamo cadere con i telescopi, seguiamo poi con il pensiero il suo percorso fino quasi al centro, e poi non lo sappiamo più. Dobbiamo riconoscere la nostra ignoranza. Sappiamo come sono fatti i buchi neri fuori e dentro, ma manca un dettaglio: il centro. Solo che non è un dettaglio da poco, perché tutto ciò che cade (e nei buchi neri che vediamo nel cielo continuano a cadere cose) tutto finisce nel centro. Il cielo è pieno di buchi neri dove vediamo cadere cose… che non sappiamo dove vanno a finire.
    Le strade esplorate per rispondere a questa domanda sono le più azzardate: forse la materia emerge in un altro universo? Forse anche il nostro universo è nato da un buco nero apertosi in un universo precedente? Forse nel centro del buco nero tutto si fonde in una nuvola di probabilità dove spazio tempo e materia non significano più nulla? Oppure i buchi neri irradiano calore e misteriosamente la materia che entra si trasforma in calore negli zilioni di anni a venire? Se vi sembrano ipotesi strampalate, beh, sembrano tali anche a me e a diversi fra i miei colleghi; ma vi sono serissimi scienziati in prestigiosi centri di ricerca che provano lo stesso a studiarle.
    A Marsiglia, nel gruppo di ricerca dove lavoro, insieme a colleghi a Nijmegen in Olanda e a Grenoble, stiamo esplorando una strada diversa, che a noi sembra più semplice e plausibile. La nostra idea è che la materia rallenta e si ferma prima di arrivare al centro. Quando è concentratissima, si sviluppa, pensiamo, una pressione fortissima che le impedisce di collassare ulteriormente. Questa pressione è simile alla “pressione” che impedisce agli elettroni di cadere sugli atomi: è un fenomeno quantistico. La materia smette di cadere e forma una specie di stella piccolissima e densissima. Una «stella di Planck». E poi? Poi fa quello che fa sempre la materia in questi casi: rimbalza.
    La materia che cade nel buco poi rimbalza, come una palla sul pavimento. Ed esce. Come la palla che rimbalza segue il percorso di caduta ma all’inverso nel tempo, così il buco nero si trasforma (in gergo si dice «per effetto tunnel») nel suo inverso: un buco bianco. Cos’è un buco bianco? È un’altra soluzione delle equazioni di Einstein (come i buchi neri) di cui il mio libro dell’università diceva che «non c’è nulla di simile nel nostro mondo reale»… Una regione di spazio dove nulla entra e da cui le cose escono. Un buco nero al contrario. Un buco che esplode. Ma allora perché vediamo la materia cadere nei buchi neri e non la vediamo subito rimbalzare fuori? La risposta, e qui è il busillis della faccenda, è nella relatività del tempo. E a me sembra bellissima.
    Sappiamo che il tempo non passa dappertutto alla stessa velocità. Gli orologi, come tutti i fenomeni fisici, vanno più lenti in pianura che in montagna. Se sono in montagna e guardo un orologio giù in pianura, lo vedo andare più lento dell’orologio che ho con me. Il tempo, rallenta se sono più in basso, dove la gravità è più intensa. Dentro un buco nero la gravità è fortissima, e questo rallentamento del tempo è feroce. Il rimbalzo della materia che cade avviene velocemente, visto da qualcuno che sia lì vicino (ammesso che qualcuno abbia il fegato di andare a vedere un buco nero dal di dentro). Ma visto da fuori tutto avviene rallentato. Rallentato enormemente. Vediamo le cose sparire, e svanire alla nostra vista per un tempo estremamente lungo. Visto da fuori, tutto sembra congelato per milioni di anni: appunto come i buchi neri che vediamo nel cielo.
    Ma un tempo lunghissimo non è un tempo infinito, e dopo l’attesa necessaria vedremo la materia che esce. Un buco nero quindi alla fine non è altro che una stella che collassa e poi rimbalza, vista, dall’esterno, al rallentatore. Questo non è possibile nella teoria di Einstein, ma la teoria di Einstein trascura gli effetti quantistici. La meccanica quantistica permette alla materia di uscire dalla trappola nera. Dopo quanto tempo? Dopo un tempo brevissimo per la materia che è caduta nel buco nero, lunghissimo per noi che osserviamo da fuori.

    Ecco dunque tutta la storia: Quando una stella come il Sole, o un po’ più grande, smette di bruciare perché ha consumato tutto l’idrogeno, comincia a raffreddarsi e il calore non genera più abbastanza pressione da controbilanciare il peso. La stella sprofonda su se stessa e se è abbastanza pesante produce un buco nero e vi cade dentro. Una stella delle dimensioni del Sole, cioè migliaia di volte la Terra, genererebbe un buco nero con il diametro di un chilometro e mezzo. Pensate: l’intero Sole compresso dentro il volume di una collina. Questi sono i buchi neri che osserviamo nel cielo. La materia della stella continua la sua corsa all’interno, sprofondando sempre più fino a raggiungere la mostruosa compressione che innesca il rimbalzo. A questo punto, l’intera massa della stella è concentrata nello spazio di una molecola. Qui si accende la forza quantistica repulsiva e immediatamente la stella rimbalza e comincia a esplodere. Sono passati per la stella solo pochi centesimi di secondo. Ma la dilatazione del tempo generata dall’enorme campo gravitazionale è fortissima: quando la materia ricomincia a emergere verso l’esterno, nel resto dell’universo sono passate decine di miliardi di anni. Questa è l’ipotesi su cui stiamo lavorando.
    È vero? È proprio così? Non lo so. Io penso di sì. Più che altro perché le alternative mi sembrano ancora meno plausibili. Ma potrei sbagliarmi, lo so. Provare a capire, comunque, è bellissimo.

  16. Questo articolo mi fa girar la testa. Da ex-meditatore penso subito a Buddha, al tempo interiore posto in armonia con il tempo delle galassie.
    Provo anch’io a fare come Buddha, anche se mosso soltanto dal voler verificare. Le domande sono del tipo: potrebbe esistere un non tempo!? O che il tempo stesso potrebbe essere una pia illusione… oppure questa: possibile che stiamo vivendo nel tempo dei buchi neri e bianchi e manco se siamo mai accorti? A che pensavamo?

  17. antonio sagredo

    in grado di ordinare al sole di dilatarsi pulsando
    e scoppiare in mille stelle come fanno soli invecchiati..

    Robert Browning

  18. Carlo Rovelli: L’attrazione fatale delle stelle 10 agosto, 2014. Il sole 24 ore

    Sono decine di milioni gli astri simili a Cigno X-i, oggetti galattici capaci di ingoiare tutto. Nel 1916 apparvero la prima volta come ipotesi matematica

    Oggi, io agosto, è la notte di San Lorenzo: il momento migliore per osservare il cielo e vedere le stelle cadenti. Guardare il cielo è sempre stata, per gli uomini, la sorgente più spettacolare di sapere e di meraviglia. La scienza moderna è radicata nell’osservazione del cielo, e nel cielo abbiamo continuato a scoprire cose che ci stupiscono. Oggi gli oggetti più stupefacenti e misteriosi che vediamo nell’universo sono certamente i buchi neri. Gli astronomi ne osservano innumerevoli e di diverso tipo. Lo sforzo per riconoscere la loro natura ha proceduto a tentoni, fra errori e confusioni, e ancora oggi queste “strane stelle” hanno aspetti che sfidano la nostra immaginazione. La strada per comprenderli, ancora in corso, è un esempio bello del lento avanzare verso la comprensione della realtà, con gli occhi fissi verso il cielo, che è la fisica fondamentale. Carlo Rovelli ce la racconta, in tre puntate. Ecco la prima.

    Novantanove anni fa, mentre l’Euro­pa si lanciava baldanzosa verso la sua catastrofica ecatombe, un Al­bert Einstein trentaseienne invia­va a una rivista scientifica l’artico­lo con le equazioni finali della rela­tività generale, certo non sospettando quanti e qua­li straordinari aspetti del mondo queste avrebbero svelato. Le equazioni erano complicate e Einstein non si aspettava di poterne trovare soluzioni esatte. Invece, solo poche settimane dopo, nel gennaio del 1916, Einstein riceve una lettera da un tenente d’arti­glieria dell’esercito tedesco. «Come vedrete, la guer­ra è stata abbastanza indulgente da autorizzarmi, nonostante il fuoco delle mitraglie, una escursione nel territorio delle vostre idee». Così gli scriveva Karl Schwarzschild annunciandogli che aveva tro­vato una soluzione esatta delle sue equazioni. Quat­tro mesi dopo, Karl Schwarzschild muore per una malattia contratta sul fronte russo.

    La soluzione di Schwarzschild descrive l’attrazio­ne di una massa sferica, come la Terra o una stella. Se la massa è abbastanza estesa, questa è esatta­mente la forza di gravità descritta da Newton tre secoli prima e che abbiamo tutti studiato a scuola. Ma se la massa è più concentrata, la forza descritta dalle equazioni di Einstein è più intensa della forza di Newton, e ha come effetto di rallentare gli orolo­gi. Ma c’è qualcosa di strano nella soluzione trovata da Karl Schwarzschild: se la massa è estremamen­te concentrata, esiste una superficie dove qualun­que orologio si fermerebbe. Dove il tempo smetterebbe di passare. Che significa?

    Einstein prende subito una delle sue (numerose) cantonate sostenendo che questa superficie, chia­mata oggi la «superficie di Schwarzschild», o «la su­perficie del buco nero», sia comunque irraggiungi­bile. Scrive addirittura un articolo (sbagliato) per so­stenere che non ci possono essere oggetti descritti dalla soluzione di Schwarzschild. Gli altri teorici non sono da meno, e molte sciocchezze vengono dette e scritte. Per capire cosa davvero succede al «raggio di Schwarzschild» si sono dovuti attendere gli anni sessanta quando matematici e fisici comin­ciano a sbrogliare la matassa e comprendono che la «superficie di Schwarzschild» non è per nulla un limite invalicabile. Anzi, lo si può attraversare sen­za alcuna difficoltà. Invece, è il limite della regione dove la gravità è così forte che nulla, neppure la lu­ce, può più uscire. John Wheeler, maestro nell’uso delle parole, trova subito il nome fortunato per que­sto fenomeno: buco nero. Un buco nero è una mas­sa così compatta, così schiacciata su sé stessa che nulla può più scappare dalla sua tremenda forza di attrazione, neppure la luce. Un raggio di luce sulla sua superficie, resta lì, senza muoversi, senza riusci­re a uscire, congelato. Niente esce da un buco nero, tutto può entrarvi.

    La questione tuttavia sembrava più accademica che scientifica, perché affinché esista questa «su­perficie di Schwarzschild» bisogna avere una mas­sa davvero esageratamente compatta. Per esempio dovremmo comprimere l’intera massa della Terra dentro una biglia di un centimetro, prima che diven­ti un buco nero. Non ci possono essere cose così compresse nell’universo, non si può mica schiaccia­re l’intero pianeta Terra dentro una pallina da ping pong!… così almeno sembrava chiaro a tutti. Anco­ra quando ho studiato la relatività generale all’uni­versità verso la fine degli anni settanta, il capitolo del libro sui buchi neri sosteneva che questi fossero una curiosità matematica e nient’altro. Strane solu­zioni delle equazioni di Einstein, così diceva il mio libro di testo, «ma non c’è nulla di simile nel nostro mondo reale».

    Si sbagliava. Come spesso si sbagliano i libri di testo. Già nel 1972, un oggetto molto compatto e oscuro nella costellazione del Cigno suscita la curio­sità degli astronomi. Viene chiamato Cigno X-i. Un’altra stella gli ruota intorno molto veloce. Un bu­co nero, dirà John Wheeler, è come un uomo vestito di nero che balla il valzer in una sala poco illumina­ta con una dama vestita di bianco. Sappiamo che c’è solo perché vediamo una stella chiara volteggiargli intorno. Gli astronomi si concentrano su Cigno X-i. Riescono ad osservare la luce della materia che si incendia spiraleggiandogli intorno sempre più vici­na, per poi scomparire inghiottita dal nulla. Ben pre­sto si vedono altri oggetti simili nel cielo. Tutte le altre spiegazioni diventano via via sempre meno plausibili. La conclusione alla fine è inevitabile: il cielo è pieno di buchi neri. Oggi si stima che solo nella nostra galassia ci siano diverse decine di milio­ni di buchi neri simili a Cigno X-i.

    Ma c’è di più. Già dai primi anni trenta si sapeva che le comunicazioni transatlantiche erano disturba­te da una strana sorgente di onde radio. Nel 1974 ci si rende conto che la sorgente di queste onde è fuori dalla Terra: le onde vengono dalla costellazione del Sagittario, dal centro della nostra galassia. Le osser­vazioni si concentrano su questa sorgente, chiamata Sagittarius A*, e pian piano emerge qualcosa di im­pressionante: nel centro della nostra galassia c’è un buco nero immenso. La sua massa è un milione di volte quella del Sole. Gli ruotano intorno molte stel­le. Ogni tanto qualcuna di queste si avvicina troppo a questo mostruoso Polifemo galattico e l’intera stella viene ingoiata come fosse un pesciolino.

    Oggi gli astronomi stanno mettendo a punto una rete di grandi antenne radio, estesa dall’Artico all’Antartico lungo le Montagne Rocciose e le Ande, che dovrebbe riuscire presto a “vedere” la superfi­cie ribollente del mostro, dove si accalcano stelle, polvere galattica e detriti di ogni genere, vortican­do furiosamente in un tumulto infernale prima di precipitare nel pozzo nero e senza fondo.

    Simili buchi neri giganteschi sono stati osserva­ti nel centro di quasi tutte le galassie. Alcuni di que­sti sono oggetti furenti, che divorano enormi quan­tità di stelle a gas interstellare in continuazione, la materia che vi precipita ribolle violentemente rag­giungendo temperature di milioni di gradi, produ­cendo raggi di energia gigantesca, che illuminano gli spazi intergalattici. Gli eventi più violenti che osserviamo nell’universo, come i segnali intensi e misteriosi che nel passato erano chiamati quasar, sono prodotti da questi titani, talvolta luminosi co­me un’intera galassia di cento miliardi di stelle. Po­tete immaginare una tempesta galattica prodotta da un mostro grande un miliardo di volte il Sole che si dibatte?

  19. Guadagnare tempo. Due gemelli passano del tempo uno al mare e l’altro in montagna. Quando si ritrovano, il gemello vissuto in montagna è più vecchio. Questa è la dilatazione gravitazionale del tempo.

    Carlo Rovelli Senza spazio e senza tempo il Sole 24 Ore – domenica 19 gennaio 2014

    Il testo qui pubblicato è un estratto del nuovo libro di Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffaello Cortina, Milano, pagg. 236, € 22,00

    La gravità quantistica, ultima frontiera della fisica fondamentale, ci offre una nuova affascinante visione della struttura del mondo che rimette in forse tutto il nostro sapere

    Quello che vediamo di là dalla finestra non fa che meravigliarci. Abbiamo imparato moltissimo sull’universo, nel corso dei secoli. Abbiamo riconosciuto molti nostri errori. Credevamo la Terra fosse piatta. Che fosse ferma al centro del mondo. Che l’universo fosse piccolo e rimanesse sempre eguale a se stesso. Credevamo che gli uomini fossero una stirpe a parte, senza parentele con gli altri animali. Abbiamo imparato che esistono quarks, buchi neri, particelle di luce, onde di spazio e impressionanti architetture molecolari in ogni cellula del nostro corpo. L’umanità è come un bimbo che cresce, e scopre con stupore che il mondo è vasto, ci sono mille cose da imparare e idee da conoscere, diverse da quelle in cui è cresciuto. L’universo è multiforme e sconfinato, continuiamo a scoprirne aspetti, a stupirci della sua varietà, bellezza e semplicità. Più scopriamo, più ci rendiamo anche conto che quello che ancora non sappiamo è più di quanto abbiamo capito. Più potenti sono i nostri telescopi, più vediamo cieli strani e inaspettati. Più indaghiamo dettagli minuti della materia, più scopriamo strutture profonde.

    Oggi vediamo quasi fino al big bang, la grande esplosione da cui 14 miliardi di anni fa sono nate tutte le galassie; ma già cominciamo a intravedere qualcosa al di là del big bang. Abbiamo imparato che lo spazio s’incurva, e già cominciamo a intravedere che questo stesso spazio è tessuto da un trama di grani quantistici che vibrano. Quello che sappiamo sulla grammatica elementare del mondo sta continuando a crescere. Se cerchiamo di mettere insieme quanto abbiamo imparato, gli indizi puntano a qualcosa di assai diverso dalle idee su materia e energia, spazio e tempo, che ci hanno insegnato a scuola. Appare una struttura elementare del mondo in cui non esiste il tempo e non esiste lo spazio, generata da un pullulare di eventi quantistici. Campi quantistici disegnano spazio, tempo, materia e luce, scambiando informazione fra un evento e l’altro.

    La realtà è tessuta da una rete di eventi granulari; la dinamica che li lega è probabilistica; fra un evento e l’altro, spazio, tempo, materia ed energia sono sciolti in una nuvola di probabilità. Questo mondo strano e nuovo emerge oggi dallo studio del principale problema aperto nella fisica fondamentale: la gravità quantistica. Il problema di rendere coerente quello che abbiamo compreso del mondo con le due grandi scoperte del XX secolo, relatività generale e quanti. Alla gravità quantistica, allo strano mondo che questa ricerca ci sta rivelando, è dedicato questo libro. Il libro racconta la ricerca in corso: quello che d sembra di cominciare a capire della natura elementare delle cose.

    Inizia dalle origini, lontane, di alcune idee chiave che ci permettono di mettere ordine nei nostri pensieri del mondo. Descrive le due grandi scoperte dei XX secolo: la teoria della relatività generale di Einstein e la meccanica quantistica. Racconta l’immagine del mondo che sta oggi emergendo dalla ricerca in gravità quantistica, tenendo conto delle ultime indicazioni che ci ha dato la Natura, come le conferme del modello standard cosmologico ottenuta con il satellite Planck (2013) e la mancata osservazione delle particelle supersimmetriche al Cern (2013). Discute le conseguenze di queste idee: la struttura granulare dello spazio, la sparizione del tempo a piccolissima scala, la fisica del big bang, l’origine del calore dei buchi neri, fino a quello che intravediamo sul ruolo dell’informazione alla base della fisica. Nel mito famoso che Platone racconta nel settimo libro della Repubblica, gli uomini sono incatenati nel fondo di una caverna buia, e vedono solo ombre proiettate da un fuoco alle loro spalle sulla parete davanti a loro. Pensano che quella sia la realtà.

    Uno si libera, esce, scopre la luce del sole e il vasto mondo. Noi siamo tutti in fondo a una caverna, incatenati dalla nostra ignoranza, dai nostri pregiudizi, e i nostri deboli sensi ci mostrano ombre. Cercare di vedere più lontano ci confonde, non siamo abituati. Ma ci proviamo. La scienza è questo. Il pensiero scientifico esplora e ridisegna il mondo, ce ne offre immagini via via migliori: ci insegna a pensarlo in modo più efficace. La scienza è un’esplorazione di forme di pensiero. La sua forza è la capacità visionaria di fare crollare idee preconcette, svelare territori nuovi del reale e costruire nuove e più efficaci immagini del mondo. È un’avventura che si appoggia sulla conoscenza accumulata, ma la sua anima è il cambiamento.

    Guardare più lontano. Il mondo è sterminato e iridescente; vogliamo andarlo a vedere. Siamo immersi nel suo mistero e nella sua bellezza, e oltre la collina ci sono territori ancora inesplorati. L’incertezza in cui siamo immersi, la nostra precarietà, sospesa sull’abisso dell’immensità di ciò che non sappiamo, non rende la vita insensata: la rende preziosa. Ho scritto questo libro per raccontare quella che per me è la meraviglia di quest’avventura. L’ho scritto pensando a un lettore che non sappia nulla di fisica, ma sia curioso di sapere cosa capiamo e cosa non capiamo oggi della trama elementare del mondo, e dove stiamo cercando. E per provare a comunicare la bellezza del panorama sulla realtà che si vede da questa prospettiva. L’ho scritto anche pensando ai miei colleghi, compagni di viaggio sparsi in tutto in tutto il mondo, o a una giovane o un giovane appassionati di scienza che vogliano incamminarsi in quest’avventura. Ho cercato di tratteggiare il panorama generale sulla struttura del mondo fisico, visto alla doppia luce della relatività e dei quanti, così come credo possa stare insieme.

    Non è un libro di sola divulgazione; è anche scritto per articolare un punto di vista coerente, in un campo dove l’astrattezza tecnica rischia talvolta di rendere poco visibile la visione d’insieme. La scienza è fatta di esperimenti, ipotesi, equazioni, calcoli e lunghe discussioni, ma questi sono strumenti, come gli strumenti dei musicisti. Alla fine, quello che conta nella musica è la musica, e quello che conta nella scienza è la comprensione del mondo che la scienza riesce a offrire. Per capire il significato della scoperta che la Terra gira intorno al Sole non serve addentrarsi nel complicati calcoli di Keplero; per capire l’importanza della scoperta che tutti gli esseri viventi del nostro pianeta hanno gli stessi antenati non c’è bisogno di seguire le complesse argomentazioni del libro di Darwin. La scienza è leggere il mondo da un punto di vista via via più ampio. In questo libro racconto lo stato attuale della ricerca di questa nuova immagine del mondo, così come lo capisco oggi, cercando di metterne a fuoco i nodi essenziali e i nessi logici. Come lo si racconterebbe a un collega e amico, e che ti chieda «ma tu come pensi che stiano davvero le cose?», camminando lungo il mare una lunga notte d’estate.

  20. Pingback: Donatella Costantina Giancaspero – DUE POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) – Il disordine degli oggetti, tempo interno, tempo esterno, mondo interno, mondo esterno, istante privilegiato – UNA POESIA inedita di Giorgio Linguagl

  21. Pingback: Donatella Costantina Giancaspero – DUE POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) – Il disordine degli oggetti, tempo interno, tempo esterno, mondo interno, mondo esterno, istante privilegiato – UNA POESIA inedita di Giorgio Linguagl

  22. Pingback: Donatella Costantina Giancaspero – DUE POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) – Il disordine degli oggetti, tempo interno, tempo esterno, mondo interno, mondo esterno, istante privilegiato – UNA POESIA inedita di Giorgio Linguagl

  23. Pingback: Donatella Costantina Giancaspero – DUE POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) – Il disordine degli oggetti, tempo interno, tempo esterno, mondo interno, mondo esterno, istante privilegiato – UNA POESIA inedita di Giorgio Linguagl

  24. Pingback: Donatella Costantina Giancaspero – DUE POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) – Il disordine degli oggetti, tempo interno, tempo esterno, mondo interno, mondo esterno, istante privilegiato – UNA POESIA inedita di Giorgio Linguagl

  25. Pingback: Donatella Costantina Giancaspero – DUE POESIE da Ma da un presagio d’ali (2015) – Il disordine degli oggetti, tempo interno, tempo esterno, mondo interno, mondo esterno, istante privilegiato – UNA POESIA inedita di Giorgio Linguagl

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...