EDITH DZIEDUSZYCKA –  IN CAMMINO VERSO L’AUTENTICITA’ Poesie scelte, edite e inedite, commentate da Gino Rago da Diario di un addio  (Passigli, 2007) Poesie scritte in francese negli anni ’60

(Opere di Edith Dzieduszycka)

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.

Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli, André Verdet e Federico Zeri), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.

Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, prefazione di Giampiero Mughini, Editori Riuniti, 2004.  Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007.  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, prefazione di Salvatore Malizia.  Nodi sul filo, racconti, Manni Ed., 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013.  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, prefazione di Alessandra Mattei, illustrazioni di Paola Mazzetti.  A pennello, poesia, La Vita Felice, 2013, postfazione di Mario Lunetta.  Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, prefazioni di Stefano Gallo e François Sauteron, 2014.  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015, postfazione di Anton Pasterius.  Trivella, Genesi, 2015, prefazione di Sandro Gros-Pietro.  Come se niente fosse, Fermenti Ed., 2016, prefazione di Paolo Brogi.  La parola alle parole, poesia e prosa, Progetto Cultura Ed., 2016, prefazione di Giorgio Linguaglossa.  Intrecci, romanzo, prefazione di Eleonora Facco, Genesi Ed., 2016.   Dieci sue poesie sono presenti nella antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura Ed., 2016.

Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, de Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, préface de François-Georges Dreyfus. Le sol dérobé, souvenirs d’un Lorrain, 1885-1965, Ed. des Paraiges, préface de Jean-Noël Grandhomme, 2016.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015

Gino Rago Trieste caffè

Nota critica di Gino Rago su Diario di un addio  (Passigli, 2007)

Raramente avverto nella poesia contemporanea proposta alla mia lettura un distacco netto da ogni forma d’ inclinazione all’epigonismo come succede invece in Diario di un addio di Edith Dzieduszycka.

In questi versi, la poesia viene ricondotta nell’alveo che le spetta quale alta, sacra espressione della profondità dell’essere volta a rivelazione di verità. La poesia di Edith è leopardianamente collegata con la morte. Con la morte di Michele, il compagno d’una vita. La forza di Diario di un addio, forza non ideologica ma etica, è nella intuizione della “morte” quale punto d’incontro, d’intersecazione tra le due categorie care a Carlo Diano: la morte come evento supremo e la morte come estrema forma.

Nella difesa privatissima, esclusiva della propria cifra stilistica personale, la Dzieduszycka lega l’esercizio poetico strettamente alla forma/evento morte, meglio, alla contemplazione della morte. Ma proprio in quest’atto Edith Dzieduszycka pone l’esperienza poetica come strumento, l’unico strumento, capace di trasformare la meditatio mortis in vittoria sulla morte.

Rose rosse
mi offrivi per
i miei compleanni
rose rosse
ti resi

Così Edith in Rose. Le rose come “ultima coperta” per Michele che da lei si diparte. È un gesto estetico possente, chiaro, definitivo. E’ un gesto estetico più forte della morte. “Diario di un addio” come punto di convergenza di varie poetiche (Poetica dell’oggetto, poetica dell’assenza, poetica della memoria, poetica dell’aura e dell’hic et nunc) ad elevata resa estetica per una “parola” necessaria, in grado di vibrare tra tensione ritmica, qualità espressiva, potenza simbolico-allusiva.

Ne La Belligeranza del Tramonto (2006) di Giorgio Linguaglossa, il filosofo Ipponatte parla: «Non amate i fiori che nascono tra i fiori». Di questa massima Edith Dzieduszycka ha fatto propria l’esortazione linguaglossiana e si è sottratta a ogni tentazione epigonica.

Edith Dzieduszycka

Poesie del Diario di un addio scelte da Gino Rago

La Sicilia negli occhi

Immerso nei colori odori rumori
del vecchio mercato palermitano
ti rivedo di spalle camminare
cappello di paglia in testa
viandante colto e curioso dall’andare ieratico
Un capitolo si chiudeva sulla tua immagine
un capitolo solo.
Ora s’è chiuso il libro
un altro libro
che non si sfoglierà più.

Alone

Mi circonda
opprimente
un alone di nebbia
una patina grigia
posata sulle cose
Amaro
il sapore dell’onda
che mi avvolge
come scura
pesante
la terra che ti copre.

 

Discesa

Ora senza timore
potrò dissolvermi
abbandonarmi sola
all’impietoso tempo
Non m’importerà più
della ruga al tramonto
né mi vedrò specchiata
decrepita scadente
nei tuoi occhi sagaci
Signore come sempre
per noi hai cancellato
l’amaro della discesa
la mia nel tuo sguardo
la tua che speravo
protetta di rimandare.

Orma

Smorza i colori
sfuma i contorni
la gomma ruvida
del tempo
sul quaderno
Alle minute gocce
delle ore
dei giorni
alla cascata cieca
dei miseri impegni
so che resisterà
l’orma del tuo passaggio.

.
Le chiuse

Chiedo
ma non a te
perché tu sei lontano
irraggiungibile
di te ho detto troppo
di te così leggero
astratto pudico
di te quasi ritroso
sulla tua isola
nella tua nuvola
di te ormai senza difesa?
Rimasta sola col tuo pugno nel cuore
ho aperto le chiuse del tempo con te trascorso
e mi sono lasciata vibrare come corda
sotto l’archetto nero della tua mancanza.

A casa

Dicembre
piove
sono tornata a casa

Valigie da svuotare vestiti nell’armadio
in bagno la trousse di toilette
i documenti tanti sulla scrivania
le provviste in cucina

Preparo una verbena
mi siedo al tavolo con la tovaglia chiara
di fronte a me una sedia

vuota.

.

Sogno

Mi sono svegliata
alla solita ora

tu c’eri.

Appena alzata
ho preparato il caffè
la tua droga mattutina
abbiamo fatto colazione
ho misurato la tua pressione
abbiamo chiacchierato
poi ti sei seduto
vicino alla finestra
con un libro in mano
giornali sul tavolino.

Mi sono svegliata
alla solita ora

Ma tu non c’eri più.

gif-scale

Poesie recenti

Sul palcoscenico del mondo
si nutre indisturbato
di farsa di tragedia
un moloch affamato
e schizofrenico
Mentre a Bahia
e su piazza S. Marco
gareggiano festose
e girovagano
maschere sontuose
in villaggi innevati
su cammini fangosi
piovono bombe
si trascinano inerme
folle frastornate
In acque assuefatte annegano
bambini donne uomini
pedine di giuochi immondi
All’ombra della sfinge
si strappano le unghie
le orecchie si tagliano
si rompono le ossa
e si buttano corpi
martoriati sul ciglio della strada
come fosse immondizia.

*

Una porta sprangata
alla quale stasera
invano busso
senza saper nemmeno
se dietro ci sia qualcosa
che ne valga la pena
Una porta sprangata
stasera
la mia mente ottusa
che rifiuta d’aprirsi
Così mi chiedo
chi sono io
chi è invece lei
abbastanza potente
per alla mia volontà
opporre
così forte
la sua?

*
Minuti
cinque
mi do cinque minuti
minute briciole
rubate alla ragione
per estrarre
furtiva
dalla mia cesta
un frutto
un fiore
perché no
un pensiero
con i quali giocare
inventare una storia
risvegliare i tizzoni
e se non ci riesco
spengere la candela
per nel sogno afferrare
l’invisibile filo
che mi ci porta.

*

Stanze della mia anima
innumerevoli
sparpagliate smaniose
intorno al nocciolo
Riluttanti alcune
si chiudono a riccio
e si ritraggono
ferite per il graffio di un respiro
Altre più sfacciate
aprono le finestre
cercando che si posi
su di loro il peso di uno sguardo
Vuote certe altre
laghi prosciugati
lasciano svolazzare
nella radura vele
di barche incagliate
In agguato le ultime
truppe nella notte
lungo sentieri stretti
catturano la preda dietro sporte sbarrate
Delle altre nessuna niente sa
si crede anzi l’unica
mentre io le contemplo
spio il loro gioco
e le contengo tutte.

*

Mai
me ne accorgo
quando scrivo
che sappia dove vado
né quale strada prendo
ché potrei camminare
alto sopra le nuvole
costeggiare le rive
di laghi senza fondo
varcar soglie segrete
verso luoghi incantati
Questo e ben altro
in una libertà che nessuno
e niente mi potrà togliere
libertà sorvegliata
che mi fa serva sua
nascosta e felice
dentro la sua gabbia.

*

A cosa sto pensando
in quel preciso istante
che più non è l’istante
quello che prima c’era
non lo sarà mai più
e non ancora è
quello che poi verrà
A cosa sto pensando
in quel bivio fugace
che tra due pensieri
non farà mai in tempo
a fermarsi per chiedere
com’è che sto pensando
a quello a cui penso
Tra l’istante di prima
del dopo suo fratello
mi sento assediata
e non so più davvero
se guardare in avanti
trattenere il respiro
smettere di pensare
chiudere lo sportello.

*

Perché hanno bisogno
gli uomini
che dei quattro elementi
contro di loro scattino
il furore e la rabbia
perché all’improvviso
sconfitti
in una breve tregua
si scoprano fratelli?
Perché senza difesa
nudi così soltanto
pietosamente piccoli
si trovano uniti
chiedendosi aiuto
e per un intervallo
lotte dimenticate
solidali si sentono?
Perché velocemente
appena dissipate tempeste e paure
nate dagli dei
perché immemori
padroni si credono
di qualunque destino
provocando la morte
che un istante prima
in una lotta dispari
si erano sforzati
insieme
d’ingannare?

Terremoto a Bam – 26 dicembre 2003
(Come se niente fosse, Fermenti Ed,)

Opere di Edith Dzieduszycka

Poesie scritte in francese negli anni ’60

La rose morte

La rose est morte au creux du vase
et sa tête fanée, trop lourde de néant,
dans le poids de sa chute en a brisé le col,
qui tout à l’heure encore jaillissait fièrement

De-ci de-là épars, rabougris et ridés,
racornis et honteux, quelques pétales informes,
dernières larmes versées, montent
une ultime garde autour de son cercueil

Et déjà pourrissante, abîme glauque et tombe,
l’eau jadis si limpide qui étancha sa soif,
devenue trouble et grise, épand aux alentours
des senteurs de marais qui donnent la nausée

La rose est morte en grand secret, vaincue
d’avoir vécu et elle attend la main
qui la délivrera de sa gloire déchue.
Et en vain elle attend qu’on la veuille jeter.

*

Sonnet

Lucarne qui me guettes avec ton œil béant
que je voudrais crever de mes doigts infidèles,
insondable visage aux langueurs d’asphodèle
effleuré çà et là de reflets océans,

fenêtre aveugle et noire aux mystères absents,
bulle errante et diaphane où se brisent mes ailes,
de mondes incertains tu réfléchis l’appel
épuisant dans ces jeux mon souffle palpitant.

Captive en tes parois serai-je condamnée,
interdites et closes hors d’elles rejetée?
Et me confieras-tu sur quelle rive hostile

aux joues froides et nues, transparente frontière,
est venu s’échouer, frémissant et fragile,
et vaincu, mon esquif égaré de lumière.

*

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18 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, Poesia del Novecento, poesia italiana contemporanea

18 risposte a “EDITH DZIEDUSZYCKA –  IN CAMMINO VERSO L’AUTENTICITA’ Poesie scelte, edite e inedite, commentate da Gino Rago da Diario di un addio  (Passigli, 2007) Poesie scritte in francese negli anni ’60

  1. donfrancesca23

    tutte belle!

  2. Mai
    me ne accorgo
    quando scrivo
    che sappia dove vado
    né quale strada prendo

    tutta l’essenza della creatività

  3. Due poesie di Edith Dzieduszycka da “Diario di un addio” (Passigli, 2007)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/11/15/edith-dzieduszycka-in-cammino-verso-lautenticita-poesie-scelte-edite-e-inedite-commentate-da-gino-rago-da-diario-di-un-addio-passigli-2007-poesie-scritte-in-francese-negli-anni/comment-page-1/#comment-

    A casa

    Dicembre
    piove
    sono tornata a casa

    Valigie da svuotare vestiti nell’armadio
    in bagno la trousse di toilette
    i documenti tanti sulla scrivania
    le provviste in cucina

    Preparo una verbena
    mi siedo al tavolo con la tovaglia chiara
    di fronte a me una sedia

    vuota.

    Sogno

    Mi sono svegliata
    alla solita ora

    tu c’eri.

    Appena alzata
    ho preparato il caffè
    la tua droga mattutina
    abbiamo fatto colazione
    ho misurato la tua pressione
    abbiamo chiacchierato
    poi ti sei seduto
    vicino alla finestra
    con un libro in mano
    giornali sul tavolino.

    Mi sono svegliata
    alla solita ora

    Ma tu non c’eri più.

    È questo lo stile di Edith: una dizione diretta delle cose, una nominazione di oggetti che se ne stanno lì nella inappariscenza della loro presenza, quegli oggetti che ci accompagnano e che sopravvivono dopo la morte di un nostro caro, o di noi stessi. Gli oggetti allora parlano. Diventano misteriosi. Ricordano qualcuno che è stato con loro. Il loro mutismo ci parla con forza. Quegli oggetti che continuano ad essere presenti anche oltre noi stessi e la presenza dei nostri cari. Ecco, la poetessa romana ci parla degli oggetti per parlare d’altro. La sua poesia ha questo pudore: che parla d’altro, con parole laconiche, essenziali. Quando la poesia di Edith si trova a dover fare i conti con la morte, allora, a mio avviso, attinge gli esiti più alti. In fin dei conti è questa la lezione di Edith sul tema dell’«autenticità», di volerci offrire un breviario, un Tagebuch di pensieri che ci attraversano, proprio come gli oggetti che attraversano la nostra esistenza… La sua sì che è una vera «poesia degli oggetti».

  4. Lo stile, la forma opportunamente semplificata che è frutto certo di una lunga esperienza, va d’accordo con l’animo trasparente che, lo si avverte, è gentile. Ha parole chiare che, immagino, l’avranno sempre caratterizzata. In queste poche poesie non vedo morte ma distacco, non dipendenza. Ma nessun tedio e al tempo stesso nessuna banalità: “a cosa sto pensando” e molti “perché”, “libertà sorvegliata… nascosta e felice”, “mi do cinque minuti… per estrarre/furtiva… un frutto/un fiore”, “Così mi chiedo… chi (e) chi”… Lettura gradevole, che induce a riflettere e condividere, più che ad emozionarsi. Tutte qualità che apprezzo.

  5. Si tratta, come del resto negli altri suoi libri, di un linguaggio netto, lucido, spesso minimalista, con affondi di potente poesia, in grado di descrivere simultaneamente il dentro e il fuori degli oggetti, delle persone, dei fatti.
    L’accortezza che le è congeniale, si unisce ad un pudore spiccato per l’intimità, venendo a costruire un distacco (come ben dice anche Tosi ) che non è certo indifferenza, ma abbraccio totale dell’esperienza vissuta. Una visione-rivitazione rivitalizzante a distanza difensiva, che nulla perde del ricordo, ma la salva dal precipitarvi dentro.
    Uno stile tutto suo che mi ricorda le grandi poetesse dell’europa dell’est.
    …minuti cinque, mi do cinque minuti….e noi gliene regaliamo molti di più per il piacere di leggerla.

  6. Bellissima poesia,che dice quanto forte-e inesorabile- sia il richiamo della vita concreta,che continua oltre ogni prova,oltre ogni dolore.La sedia vuota ha il potere di evocare un’assenza incolmabile, un rimpianto senza speranza.Eppure bisognerà accettare di convivere col dolore,di farne una parte del percorso che ci è stato assegnato;gli oggetti, qualche volta,esercitano il loro potere totemico,efficace quanto una preghiera.

  7. antonio sagredo

    “La rose est morte en grand secret,…” : gran verso…
    e sono versi della discreta assenza dove è bandita qualsiasi forma barocca, e la musica è mancante di note poiché si auto-sublima nella reiterazione della stessa nota… e con un mono-tonale ossessivo ma seriamente controllato la poetessa raggiunge il suo fine che è quello di uno sconforto mancante di disperazione, che è in definitiva la “rassegnazione attiva” di cui dicono alcuni codici orientali.
    as

  8. antonio sagredo

    “Uno stile tutto suo che mi ricorda le grandi poetesse dell’europa dell’est.”
    (dell’Europa dell’Est)
    ———————————–
    Gentile Sig.ra baroni,
    mi permetta di intervenire sulla sua generalizzazione che considero gratuita e fuorviante: MI dica almeno il cognome e nome di una delle”grandi poetesse dell’est”. E poi “tutto suo” che cosa significa?
    Ma di quale “est” Lei parla?
    Quando poi “est” è scorretto, è insomma un errore degli storici : una cosa è la geografia o geografia politica-ideologica e una cosa è quando si deve sottolineare un luogo culturale.
    P.e. , da slavista , la letteratura russa o ceca non l’ho mai considerata “dell’Est”, ma letteratura europea a pieno titolo.
    Ha mai sentito parlare di letteratura dell’Ovest, riferendosi, p.e., alla letteratura spagnola o inglese o italiana?

    as

  9. Dai, Sagredo,
    la dizione “dell’est” è un modo per intendere una certa letteratura e una certa poesia che abita in quella parte d’Europa che una volta era ad est della cortina di ferro quando l’Europa era divisa in due. Suvvia,, non facciamo un processo alle parole! E andiamo al sodo: In effetti la Dzieduszycka è l’unica poetessa italiana che potremmo mettere accanto alla Szymborska, non credi?

  10. Peccato! Poteva essere un motivo di dialogo sull’antropologia.
    Purtroppo chi è pervaso da una irriducibile voglia di esibirsi, non può che adottare sempre la stessa modalità nel dire: IO INVECE NO!!!!

  11. antonio sagredo

    Gentile sig.ra,
    Lei può continuare il Suo dialogo come quando e con chi desidera.
    Quanto alla esibizione mi pare un giudizio gratuito e arbitrario ad personam… non ho espresso affatto alcun giudizio sulla Sua persona, e questo significa per me soltanto una SUA ESIBIZIONE!
    Quel NO che Lei mi appioppa è soltanto un tentativo di correzione, non per quello che ha scritto, ma contro quello che comunemente si pensa e che perdura, poiché è entrato nel cerebro di milioni di persone acritiche!
    Se Lei poi pensa o crede di aver ragione a me sta bene, ma non alla STORIA !
    cordialmente Sagredo.

  12. Steven Grieco-Rathgeb

    Spezzo una lancia: I russi ancora oggi sono gli orsi, I cattivi, gli atavici. I paesi dell’ “Est” sono ancora oggi second class, questa è una verità insidiosa che torna indietro di secoli, a Bisanzio, alla Rus’, ai popoli soggetti degli Absburgo, degli Hohenzollern. Non è certo solo questione della Cortina di ferro, ma di quegli antichi pregiudizi connaturati nella forma mentis dei popoli di questo lembo occidentale dell’Europa da secoli di fraintesi, e perfino nelle stesse parole delle lingue che parliamo qui. Bisogna conoscere quelle culture e lingue, come infatti Sagredo le conosce, per capire quanto profondo è insediato questo verme della discordia. Che vediamo oggi con l’Ucraina, e la Siria: loro hanno tutte le colpe. Le nostre le spazziamo sotto il tappeto.

  13. Però è anche vero che Antonio Sagredo non può demonizzare una parola come “Est” che in questo contesto letterario valeva solo come indicazione geografica, anche perché non ce ne è un’altra di ricambio. Cosa dovremmo dire, allora: “Ovest”?

  14. antonio sagredo

    Il teatro, come me, la mia casa diviene
    come un pesce fresco di poco
    o come una marmellata balorda.

    Sono fori nella gente
    le mie parti
    come occhiate di vetro
    le mie battute arrugginite
    e i gesti stracciati per forza
    e le voci serrate
    come bianco su nero.
    Sono fori i capestri
    e i topi di fogna
    e le bandiere inzuppate d’eroi
    sono fori le mie parole
    e le mie poesie
    i miei pensieri lasciati in disparte.

    Sono un personaggio tarato
    come un essere bucato
    ma come posso assaltare
    cattedrali
    altari impazziti di santi
    di veglie arzille
    di lancette spezzate
    di case e casermoni infinocchiati
    se, come un verme fischiato,
    mi si dice son fatto?

    Il nuovo
    come una batosta
    da attaccare
    la vita al muro
    il linguaggio ad altro polo.
    Dove le parole
    e gli oggetti
    e i sogni
    di/struggono il poeta
    il letterato saccente
    trova annoso
    finalmente
    critico sputo fendente.

    E la rima
    che fatica!
    rimare è trovare
    scavare
    il linguaggio più duro del faggio
    saperlo come si dovrebbe
    almeno usare
    ci vuole coraggio
    a volte come un saggio
    si rivela pedante
    accademico scolastico
    perciò bisogna rivoltarlo
    e violentarlo
    stanare il fondamento
    scacciare la ripetizione
    sfogliare
    ricacciare la sintassi
    ripudiare i sacrosanti passi.

    [da Poema (di un) idiota – 1968-69]

    • Caro Antonio, vorrei rubarti un verso superbo:”Le bandiere inzuppate di eroi”.Condensa tutta la crudeltà della Storia, del suo procedere inesorabile:come la natura, di cui lei (la storia) è una diretta emanazione

  15. gino rago

    Desidero ringraziare Giorgio Linguaglossa per il magnifico lavoro proposto, curando una pagina di alta poesia (quella di Edith Dzieduszycki)
    con scelte di immagini ad intenso impatto estetico.
    I versi di Edith tratti da “Diario di un addio”, cui la mia breve nota è rivolta,
    già possenti di per sé, sarebbero, così io sento e credo, stati avvertiti
    in tutta la loro portata se i lettori de L’Ombra avessero avuto la mia stessa
    “fortuna”. E cioè comprendere, sebbene parzialmente, la grandezza del
    destinatario dei versi: Michele Dzieduszycki, il compagno di Edith.
    Grandezza, sì, di Miche D. così come essa si rivela dal libro “Pagine sparse”, Fatti e figure di fine secolo, curato postumo dalla stessa Edith, la quale, scrivendo i suoi versi, non ha obbedito soltanto alla sua intensa vitalità linguistica ma alla sensibilità, alla cultura, alla delicatezza del destinatario, Michele, che da giornalista culturale, dagli anni ’60 fino al novembre del 2005, e quindi fino a quelle sei settimane che lo “consumano” irreversibilmente, ha incontrato il fior fiore della civiltà poetica,
    della cultura letteraria, della filosofia, ecc. non soltanto d’Italia.
    Dunque, a Edith per questa sua forte prova poetica mi sento di dire
    doppiamente brava. Grazie ancora a Giorgio L.
    Gino Rago

  16. Salvatore Martino

    Carissima Edith tempo fa io fui molto duro nel commentare i tuoi versi, e ne parlammo anche all’Aleph. Oggi mi trovo davanti a codeste tue poesie da “Diario di un addio” e ho provato un grande trasporto verso quanto scrivi, con dolore profondissimo e dignitoso, con immagini che mi hanno profondamente colpito, tra il quotidiano e l’infinito, nel disegno di un amore che vince ogni più disperata solitudine, e sopravvive di là della mancanza fisica. Quel “Sogno” con il ritrovamento dell’assenza, del vuoto è senza dubbio grande poesia, e sconfessa in pieno quanti vorrebbero cancellare la valenza dell’io soggetto creativo.Il tanto criticato sentimento vince ancora. Grazie. Mi permetto di dedicarti questi miei versi che raccontano anch’essi un distacco, una perdita dolorosa. Salvatore Martino

    “Viaggia con i serpenti della notte” da Libro della cancellazione 2004

    Un altro ramo si è spezzato
    un altro uccello è volato via
    e io non so
    dove il ramo sia caduto
    verso quali orizzonti
    l’uccello s’è involato

    La vita è una carezza
    la follia di credere al destino
    è la gioia di crescere e morire
    di ritornare al cerchio
    e come una farfalla
    scomparire

  17. Copio e incollo un commento dell’Autrice giunto alla mia email :

    Avere una pagina sull’Ombra delle Parole è un po’ come tornare a scuola e aspettare la pagella. Che sarebbero i vostri commenti, cari amici dell’Ombra, pagella aspettata e temuta, e barometro (per tornare agli oggetti, Giorgio!) che aiuta a capire se il tempo è bello o se sta per piovere! Anche se per alcuni sarà l’uno e per altri il contrario: il bello della diversità!

    Parli spesso di me come della poetessa “italiana” o “romana”, Giorgio, semmai “romanica”, con una traccia “cartesiana”, alla francese! Effettivamente non mi sento barocca… anche se ogni tanto… mi capita di fare eccezione. È la seconda volta in un tuo testo che mi metti accanto alla Szymborska e spero tu non mi prenda troppo in giro! Magari su uno strapuntino molto in basso, per me sarebbe già il posto più bello che potrei mai immaginare.

    Ma voglio ora ringraziare particolarmente Gino Rago che è tornato nella sua Calabria dopo un lungo soggiorno a Roma, portandosi dietro il mio Diario di un addio (nonché Pagine sparse, raccolta degli articoli scritti da mio marito Michele e pubblicati dopo la sua morte). Alla mia grande sorpresa, e gratitudine, mi ha detto di volerlo commentare sull’Ombra, non temendo di prendersi quella responsabilità e parlando dell’uno e dell’altro con affetto, sapienza e con quel tocco di profonda umanità, verità e cultura che lo caratterizza.

    Grazie anche a te, cara Silvana, da buona psicanalista ma soprattutto amica sensibile, sei penetrata in profondità nelle pieghe di quei testi, e ho capito benissimo quello che intendevi. Mi è piaciuta anche la tua “visione rivisitazione rivitalizzante a distanza difensiva, che nulla perde del ricordo, ma la salva dal precipitarvi dentro”. Grazie anche a Francesca, Almerighi, Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura, bella e così vera la sua frase sul “potere totemico degli oggetti, efficaci quanto una preghiera.” Antonio, con la tua immagine potente delle “bandiere inzuppate d’eroi.”, rilevata da Anna. Steve, Giorgio di nuovo, va da sé.

    E poi la sorpresa e la gioia finale, con il commento cosi affettuoso di Salvatore Martino e la sua bella poesia. Penso che la morte, che si potrebbe definire come una caduta nell’ignoto, abbia bisogno della leggerezza di certe metafore, del volo d’una farfalla, d’un uccello, d’una Mosca, di tante Api, per risollevare la mente di chi rimane. Niente unisce come il dolore e la perdita. Fa sembrare tutto il resto così piccolo e meschino.

    Non c’entra niente con la poesia e con il Blog, ma vi vorrei spiegare qualcosa del mio cognome bizzarro, di origine polacca, quasi peggio di quello di Wislawa! Sono arrivata in Italia nel 1968, venendo da un paese in cui le donne sposate a quei tempi lontani, portavano tutte il cognome del marito. Mia madre era Madame Camille de Hody, col cognome e perfino il nome di mio padre sui suoi biglietti da visita e sulle lettere a lei destinate. Ed era normalissimo. Arrivata qui ho continuato a portare il nome di Michele, che ho incontrato al Consiglio d’Europa a Strasburgo. Ormai tutti mi conoscevano così quando ho cominciato ad esporre e mi è sembrato inutile cambiarlo, anche se faticoso conservarlo! La prima cosa che chiedono, a me, a mio figlio, ai miei parenti toscani, è “Come si pronuncia?” Domanda molto imbarazzante! che ho evocato in una piccola poesia nel Diario di un Addio.

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