Pier Luigi Bacchini POESIE SCELTE con una poesia dedicata di Claudio Borghi, un suo Appunto critico e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Bacchini, Pier Luigi. – (Parma 1927 – Medesano 2014). Dopo aver interrotto gli studi di medicina che aveva intrapreso e aver lavorato per un’azienda farmaceutica, ha esordito nel 1954 con la raccolta di poesie Dal silenzio d’un nulla. Nelle sue opere B. indaga spesso il mondo naturale: Canti familiari (1968), Distanze fioriture (1981), Visi e foglie (1993, Premio Viareggio) e Scritture vegetali (1999). Nel 2003 ha pubblicato Cerchi d’acqua, in cui si misura con la brevità della poesia giapponese, a cui hanno fatto seguito le raccolte: Contemplazioni meccaniche e pneumatiche (2005) e Canti territoriali (2009).

Commento di Claudio Borghi

Bastino queste citazioni per rendere l’idea della poesia di Bacchini, nato a Parma il 29 maggio 1927 e scomparso il 5 gennaio 2014 a Medesano. Negli anni in cui ho scoperto i suoi versi, a partire da Scritture vegetali (Mondadori, 1999), proseguendo con Contemplazioni meccaniche e pneumatiche (Mondadori, 2005) fino a Canti territoriali (Mondadori, 2009), ho sentito netta indelebile una voce nuova che mi entrava dentro, che il mio modo di percepire e pensare il mondo sarebbe inevitabilmente cambiato. La poesia di questo uomo millenario mi è sembrata affondare le radici in una dimensione senza tempo, pur trattenendo del tempo gli umori e le passioni, come volesse, con umiltà e forza, tracciarne il disegno sereno e sapiente, elevandosi dall’angoscia della vita che si consuma a contemplare le forme passeggere che lasciano segni nelle rocce, nella memoria e nella mente, che trattiene la vibrazione di un eterno presente. Quando mi sono reso definitivamente conto di non essere in grado di scrivere una nota critica, mi è sgorgato il poemetto Intonata distanza, di getto, con forza quasi incontenibile. Non sapevo né come né perché né cosa stessi scrivendo, poi, quando è nato, credo di aver capito: era un’anima che premeva sulle pareti della mente, che voleva venire alla luce, nascere, forse rinascere, trovare lo spazio per una nuova emanazione.

Appunto di Claudio Borghi
26 settembre 2016 alle 16:13

L’idea di osmosi o simbiosi è già più interessante del metaforizzare poeticamente le teorie scientifiche o filosofiche. Il riferimento obbligato non può che essere Lucrezio. In Italia, negli scorsi decenni, Pier Luigi Bacchini è stato per me un esempio importante di poeta che ha trovato ispirazione nella scienza, nel senso della scoperta e reinvenzione poetica di idee scientifiche, fisiche, cosmologiche, naturalistiche, biologiche.
Scrivevo in Dentro la sfera:
«Bacchini fa interagire il pensiero scientifico e la forma poetica senza mai cadere nel didascalico o nel celebrativo, intonando una sinfonia del creato che asciuga nella limpidezza del cristallo speculativo la complessità inafferrabile del mondo dei fenomeni. Credo che i tentativi di nuove sintesi vadano accolti come anticipazioni coraggiose di un possibile futuro della poesia, il cui materiale grezzo, la sostanza essenziale dell’ispirazione, può essere lo sdegno morale per l’imbarbarimento dei costumi, la rivolta contro l’indifferenza divina, la testimonianza del dolore gratuito a cui le creature sono destinate, ma anche la vicissitudine speculativa che esplora nuove strade espressive nel travaglio dello scavo e della lettura e decifrazione delle forme che il mondo ci propone in sterminata varietà. La poesia per sua natura naviga solitaria, tentando di catturare scintille di bellezza ed esattezza, nel mare indifferente del tempo».
(dalla sezione finale “Lettere”)

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

La poesia il tempo cronometrico, il tempo interno, il tempo di lavoro Una poesia di Steven Grieco-Rathgeb da https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/22/claudio-borghi-poesie-scelte-da-la-trama-vivente-effigie-2016-poesia-metafisica-tra-fisica-e-poesia-non-ce-discontinuita-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15551

L. Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus scrive che il mondo è tutto ciò che accade, ma omette di dire che se accade, accade nel tempo. Quindi, il tempo è sovrano, la forma sovrana che contiene tutte le cose, penetrandole, dando loro essenza temporale. Analogamente, anche l’arte e la poesia è un accadimento fatto di tempo; possiamo affermare che la Parola è una entità temporale, non solo perché si muove nel tempo ma perché è portatrice di tempo. Il tempo abita l’interno della parola e la circoscrive all’esterno.

La poesia che finora si è fatta in Italia, intendo quella di Pier Luigi Bacchini, considera il tempo soltanto come involucro esterno della parola, e considera il linguaggio poetico ancora in senso novecentesco come interrelazione diacronica e sintagmatica di registri linguistici eteronomi. Ma qui siamo ancora nel pieno delle poetiche tardo novecentesche. Bacchini non immagina nemmeno che possa esservi anche un’altro concetto di Parola come entità, concrezione del tempo. Quello su cui vorrei attirare l’attenzione dei lettori di questa rivista è che dobbiamo liberarci dalla pedissequa concezione del tempo esterno e della eteronomia dei linguaggi, per considerare l’aspetto della temporalità di ogni singola parola. La parola temporalizzata richiede un nuovo concetto di verso che la comprende. Da questo nuovo punto di vista, anche il verso è una entità temporale temporalizzata…

Nella visione mitologica del mondo della Grecia antica, in principio vi è Chronos (il Tempo), in seguito sorgono Chaos, Nyx (Notte), Erebo e Tartaro; nel buio Erebo, Nyx genera un Uovo “pieno di vento”; da questo Uovo emerge Eros dalle ali d’oro; unitosi durante la notte al Chaos, Eros genera la stirpe degli “uccelli”; quindi genera Urano (Cielo) e Oceano, Gea (Terra) e gli dèi tra cui Eros, principio di armonia perché è la forza che spinge gli opposti e i diversi all’unione e all’armonia. Eros quindi, nella visione greca, è più antico di Thanatos, più antico e potente delle Moire, perché in grado di sconfiggerle.
Tale genealogia è ritenuta la più attendibile attestazione della antichità degli dèi attribuibile all’Orfismo,
*
«Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…»
(Adorno, Dialettica dell’Illuminismo).
Così avviene che il «privato» sia un luogo inautentico e come tale è ricettacolo di temporalità inautentica. Il «privato» è per eccellenza il luogo della menzogna deputata alla ipocrisia del sociale, e non potrebbe essere diversamente. L’opera d’arte compie un prodigio: converte l’inautenticità del «privato» nella rappresentazione dell’autentico, dell’autenticamente alienato, e ciò facendo diventa essa stessa «autentica».

pier-luigi-bacchiniPoesie di Pier Luigi Baccchini

Affreschi

Simili ai nostri
sono i modi della sua mente,
le sue meditazioni sulle conchiglie e quelle

musicali sulle sonorità degli imenotteri
fra i brusii e le tenerezze dei venti,
e i tremori e gli urti
della loro violenza.
E con lentezza
Abbiamo calcolato i passaggi
delle scricchiolanti comete.

Verità provvisorie, e altre vere. E Pisanello
è come lui, a guardarlo
tremiamo dentro di noi,
come dinanzi alle rupi e ai boschi.

(da Scritture vegetali, 1999)

Urna di vetro

Ho provato a seppellirmi, per un poco,
dietro la porta, seduto tra le ante
della piccola bussola. –
tutta la botanica del creato
– di là dai vetri, è ridotta a un vialetto
con una quercia, i cedri,
e due emerocallidi.

I godimenti di una volta,
quando l’organismo era me stesso
secondo il desiderio – tutta la materia, credo,
vibri così, trascorsa dalla vita,
anche gli antri aridi dei vulcani, quando fuoriescono
le lave che si consolidano, e che s’imponga sempre la giovinezza
per i canalicoli seminali.
Come può darsi
che uno come me, senza castità,
possa un giorno salire sino a un eremo,
distaccarsi in preghiera, esalarsi di sera
se non nel maggio, trascinando con sé un’intera foresta
e la volatile polvere dei suoi profumi,
che apre le bocche dappertutto
per nutrimento, per amore?

Questa è un’urna di vetro – ma all’esterno
le generazioni metodiche delle ombre
si spostano, e un tepore penetra il legno,
dà sussulti, scotimenti, moti
d’atomi:
e anche le parole sono fiato, soglia dell’audiogramma,
energia-materia
che rientra nell’eterno.

(da Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, 2005)

Caducifoglie

Non doratevi, già segretamente aurate,
non arrugginite, non raggrinzite
quanto un piccolo pugno,
disseccato; restate sempreverdi
finte immortali, simili all’altamente profumata
– e nemmeno sfrangiata
di fronte al vento, coriacea e lucente –
alla regale magnolia, con i semi amaranto;
o alle conifere montane
le antiche cenozoiche.
Non diventate trasparenti, sempre più,
telari lisi
già scarse nel mese d’ottobre,
con nostalgie infinitesimali, un po’ indeterminate
come i fischi d’un treno distante
e collegi là in fondo, dentro la foschia
– spazzini sotto muretti erbati,
irrealtà, quasi un disturbo visivo
che nell’intimo spaventa
con l’immagine talvolta
che la materia
d’improvviso scompaia.

*

Ma tutte le sfumate gradazioni
i delicati intrecci,
gl’inudibili crepitii particellari
sarebbero stati inutili: lo sperpero
d’un Dio, la sua noia.
E ogni minimo sgretolamento, tipo il trascurabile uragano,
il ferro sciolto nel magma,
dicono la fatica
dall’origine
e la tremenda concretezza del mondo,
– senza via di scampo per noi.

(da Canti territoriali, 2009)

II. Elica

Quanta folla nel vento
se l’ascolti dal camino notturno
si pensa a quelli di sopra
nelle stanze da letto.
………………La vita
non si sa come sia sorta. Fancis Crick
ci dice che sia caduta dagli spazi
già avvolta ad elica.
……………..Se avvicini uno specchio
alla bocca del dormiente
il vetro si appanna. Allora con molta facilità
ci si ricorda di una propria colpa.
Per il bosco, adesso, o lungo il Rio
il più innocuo cespuglio assume forme strane,
come se invisibili divinità
dessero manate selvagge all’erbaspagna, al frumento:
anche gli animali stanno acquattati, e si stringono
alle covate.

Lavoro lavoro

Le persone inchiodate nei loro cappotti –
in stanghe di luce, cristalli
lungo le stazioni.
……..Teste scosse
sul treno. E l’aurora
con emissioni cromatiche, frange, finte
esplosioni d’arancia,
nubi sbranate.
Tra pali neri. Alcune teste
sugli schienali.
Ma vi sono indimenticabili giorni nella vita
quando si vive
a livello biologico. Come la donna,
che teneramente fa tremare anche i vecchi,
che raccattano spremute ghiandole germinali.
Anche una donna matura, un poco patita
in viso, pallida
così abbandonata ancora. E come illogica allora la morte
nell’inforcatura. I rami bianche ora si velano.
……………………..Mi piace
se piove lungo una strada, con un po’ di sole
………………l’asfalto diventa azzurro, specchia.
Ma vi sono desideri impossibili.

(da Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, 2005)

Il mio strumentario

Questo arto, la mano,
è la mia psiche dalle cinque dita,
non è come una conchiglia gettata e ripresa
…………………………….e rigettata da un’onda
………………di un mare primordiale
per una bacheca.
…………………E anche la mia lingua,
che supera la chiostra dei tuoi denti
come un animale erettile e marino,
………………………e a lungo
ci si unisce nel seme –
Io ridico parole con il grido
di cetacei tornati dall’oceano
o col loro silenzio di mandrie
……………………arenate sulla spiaggia –
le ascolto inconsapevole,
risalite dagli umidi secreti, filtrazioni
………………….lungo lo speco
tiepido del midollo.
………………..E molte molecole mi nutrono
ogni giorno, dalle mille evoluzioni
radiazioni sperdute, piante morte
e comete polverizzate –
……………….e molte molecole mi curano
con tenerezze materne
………………sebbene con effetti collaterali,
replicando l’arcaico formulario
del mondo
– di natura sintetica ed erboristica
per correggere le nostre anomalie – padre, madre, –
incolpevoli, i deficit
percettivi,
vestibolari…….e tiroxina
………………….ed acetilcolina…
……………E se mi avessero inoculato
un qualche ml in più o in meno
dopandomi
non andrei lungo i viali con lampioni d’autunno
per la città
nella loro simmetrica malinconia, e non sarei
un poeta da pubblicare.

In villa

Il processo notturno
sulle creste occidentali
conserva un trasparente chiaro,
e ancora mostra i poderosi dorsi
del pianeta.
Come peli ruvidi nelle forre d’un volto maschile
spuntano nelle vallette le querce
gli olmi e le varie acacie dei boschi:
lente d’ingrandimento su vegetazioni di barbe –
si acquietano, microrganismi dermici, le gazze
e i picchi che battono i duri becchi sui tronchi.
…………………….E mentre la luna
fa passare veloci spettri lungo il Rio Campanara,
gli spezzettati lombrichi muovono e impastano
sostanze organiche,
e a orari stabiliti per la grande valle di destra
romba distante il treno del mare.
La rifrazione atmosferica ritarda l’avvento.
Ma nella pianura, a oriente,
fa quasi notte, con smagliature di fumo
e fasce di sonno. Ecchimosi.
Apparenze di stelle inesistenti. Altre esistenti
non si vedranno. Tane, dova lavorano morbide pellicce,
grotte, nidi, tumuli di formiche
popolano il globo e le lampade laggiù di paesi e città
accecano le stelle.

*
Il visitatore

Questo giardino
difeso inutilmente
dagli spini di maclura. Anche i cani
li temono, le volpi. E il più furioso cinghiale
ha sanguinato.
Ho salvie rosse, un ricadente cedro.
E la fatica delle cicale
che si tramuta in canto. Sento passare il meridiano
accanto a me, tiepido anch’esso, portando aromi d’erbe
per molte terre, e resine
del nord su colori diversi;
……………….e il filo del parallelo
che tenero lo incide. Nomi di fumi e venti,
e le altitudini, che declinano verso il mare.
Ho tenerezze animali
tra i cespugli – ma uno verrà
come il sorriso più benevolo
e una mano sudata.
Schricchiolii di passi sulla ghiaia.

foto-citta-di-notte

Claudio Borghi

Intonata distanza
(dedicata a Pier Luigi Bacchini)

Creature. Come nate
dalla distesa in potenza del bìos
non è dato immaginare.
Lo strato superficiale tra terra e cielo
e inconoscibile spazio
per tempo immemorabile rimase orizzontale.
D’un tratto,
milioni di anni dopo la monodia
degli organismi unicellulari,
da qualche idea ispirati hanno iniziato
a darsi forma gli arti, gli organi,
le reti dei nervi e del sangue,
i centri motori
del pensiero e del sentimento,
e menti e cuori hanno imparato
la musica interiore del tempo.
Come la trama si sia innescata
di idee e azioni,
come possano alzarsi ancora
dai luoghi in cui riposano distesi
il corpo e l’anima, quale sia
il principio del moto e dell’attività
che ci sposta e ci mette in contatto
è muto enigma,
lo stesso del primo sguardo
che dall’anima piatta si è sollevato
dei punti brulicanti vivi e ha generato
la dimensione verticale. Affacciandosi
l’essere sullo sterminato inespresso
ha avvertito che poteva diventar parola.

Nel soffio della sensibilità
che al primo raggiare del giorno si illumina
chiara è nata la coscienza di poter agire
e diffondersi. Quale il senso dell’avere
un’identità con un centro o più centri
di percezione, del vedere sentire toccare
alberi e prati, distese di terre e rocce
scure e chiare – e la pelle sfiorare
che fresca e liscia pare uscita
da una mente che rifiorisce inconcepita?
E corpi ovunque, o lasciti di corpi,
fossili o carcasse che sono state vita.
Ognuna con dentro lo stesso sforzo
di spostarsi ed elevarsi,
verso l’armonia inattingibile irrisolta
della sfera ultima che non si illumina.
Senza chiederlo ho voluto essere sparso,
disperdermi perdendo sostanza,
porgere mani, occhi, parole, idee.
Gli animali incontrati capivano, animati
dalla stessa volontà, pur senza dire
avevano lo stesso destino:
andare senza sapere dove,
e lungo la strada cercare cibo, conforto, amore,
il fresco delle sensazioni che i sensi filtrano
e allargano spazi in luoghi disabitati,
dove l’anima concepisce la sua dimensione.

Era maggio o giugno, non ricordo,
non importa il luogo o il tempo
quando si è accesa l’immaginazione,
per la prima volta fantastica
molteplice si è rivelata l’invenzione
del numero interminato delle creature,
che trattengono inesausta l’informazione
dell’essere sparso in semi e corpi,
disseminato senza nesso apparente
nella bellezza terribile delle specie,
in gatti e cani, lontre e caimani,
serpenti che si inalberano neri
e ingoiano organismi interi,
tigri e leoni che elastici divorano praterie
e sbranano sguardi impauriti di gazzelle
e caprioli – e verso l’alto si stacca, nel naufragio
della distanza, nel pieno azzurro, su sé solo
concentrato, fugace, uno stormo in volo.

Non altra possibilità che vagare nello spazio,
percorrere le distanze che separano i corpi
in cui l’essere ha concentrato la sua essenza.
Creature. La sterminata varietà contiene
il senso di ogni domanda, la potenza
di ogni risposta. Anche dove non c’è
né mai potrà esserci parola sta chiuso
possibile un farsi chiaro,
un diffondersi e spargersi di luce
che in un momento della sinuosa
storia del tempo si è accesa,
e un corpo nell’istante si è deciso,
si è messo in piedi, è diventato presente.
Disuguali imprendibili le creature
portano il senso della trascendenza
incapace di darsi intera e subito,
di parlare concentrandosi nell’attimo,
nella sfera senza centro esplosa
che si dà allo sguardo della mente.
Ignoranza, buio, presente –
nomi di cui il coro dell’essere si riempie
nel mentre che produce pensiero. E chi sa
come e se le ali potranno sollevarsi,
se ali avremo quando il respiro chiuderà
il suo numero nello spazio
al centro ridonandosi reinnescando
l’originaria potenza? Chi sa
come e se potremo riafferrare
la pluralità delle forme che ci navigano
insieme nello sguardo
mentre le contempliamo da creature vive?

Niente ammette la mente di sapere,
la mente che chiude la mano dell’intelligenza
sui segreti che la materia trattiene. Scienza
non è fermare la corsa del molteplice,
intrappolarla nelle scatole delle macchine
o nei fiumi delle onde. Scienza è lasciare
il corpo andare, la mente fuggire
dalla trappola dei sensi, tornare alla vita
che di nuovo semplice si solleva,
come l’uccello solo che dal ramo
si slancia, senza conoscere futuro.
Il tempo ci frena, nella sosta musicale
della sfera senza principio. Siamo
luoghi senza destino. Concentrazioni
passeggere, spazi momentanei, alvei
di divenire. Nulla nel breve condensarsi
dell’io, nel fatto inesplicabile del nome,
nell’irraggiarsi in direzioni diverse,
nel cercare, parlare, intonare subitanee
armonie, lasciar tracce di un cammino
senza speranza di durare. Nel tempo
la possibilità si forma del nuovo
ma nessuna novità possiede
la chiave dell’ultimo. Intoccato
l’enigma staziona immobile,
oltre la mente inesplorato.

Intonata distanza, cielo disabitato.
Mattina. Parlare mi è donato, riversare
scritture o suoni, catturare qualcosa
che nell’aria dolce si coglie sostare,
passero invisibile,
onda che nessuno strumento riesce a rivelare.
Tra i corpi tranquillo il respiro della luce,
a rischiarare la separazione. Nulla so,
l’abisso tra me e gli occhi del cane
vicino all’albero in riva alla strada,
poi del passante che lo porta con sé, nulla
che possa colmare l’assenza di spiegazione.
O forse l’intero si dà improvviso,
nell’assenza di corpi,
nella repentina mancanza
di ogni contenuto della rappresentazione,
verticale e orizzontale,
spaventoso vuoto e conforto
dell’io che il cuore dipana
e accende, nella disumana
mancanza di creazione – inattesa,
dopo notti e giorni spesi
a concepire l’equazione e la soluzione,
oltre il pensiero si apre la visione,
un nuovo spunto, una ragione,
il primaverile palpito, senza centro,
azzerata la musica, di una nuova emanazione.

(1 ottobre 2016)

Appunto di Claudio Borghi

Ho scritto questo poemetto, di forma inclassificabile, nel tempo di una mattina. Mi è sceso in poche ore e, a parte qualche febbrile ritocco successivo, è rimasto nella forma in cui mi si è dato. Quel che so è che ho preso a immaginare il bìos inizialmente disteso sulla superficie del globo terrestre, che dopo un tempo immemorabile di fremente inerzia e amorfismo ha preso a darsi forma e verticalità, diventando a poco a poco la sinfonia molteplice delle creature che si dona ai sensi e alla mente. Ho sentito il miracolo del sollevarsi e andare verso il mondo, l’accendersi della sensibilità che genera la possibilità del conoscere. Ho sentito, potente, l’insondabile dimensione dello spazio vuoto che separa e contiene i corpi, la distanza incolmabile dai sensi, che in partenza devono deporre le armi e arrendersi alla sproporzione. Ho visto animali consapevoli, belve rincorrere e uccidere le più deboli, lo spavento dilagare nel disegno indifferente della Natura, e la mente e la scienza senza risposte, animate dal solo desiderio di dominio e conquista. Poi è nata, imprevista, da una profondità che acceca e confonde, la possibilità dello spirito, della visione che si accende di nuova emanazione.
La gratuità indifferente del quadro che ci trasmettono i sensi non trova un senso nella percezione. La mente deve aprirsi la strada verso la profondità, alimentare la musica dei versi di altra sostanza, pena l’inaridirsi e appassire della trama del tempo, che non contiene, in nessun istante, verità.

La distanza deve intonarsi, per consentirci di vivere.

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016). Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015),

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26 commenti

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26 risposte a “Pier Luigi Bacchini POESIE SCELTE con una poesia dedicata di Claudio Borghi, un suo Appunto critico e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Salvatore Martino

    Ma come scrive bene Claudio Borghi! La sua prosa critica è senz’altro all’altezza dei grandi critici del passato, sconfessando la sua stessa ammissione di non sapere usare il linguaggio del critico. Quanto alla poesia di Bacchini che dire dopo le parole di Borghi che ne hanno tracciato un profilo che sa di straordinario. Vorrei a questo punto dire a Linguaglossa: come vedi esistono , anche se in questo caso da pochissimo scomparso, in Italia poeti che hanno individuato una loro linea poetica e la perseguono con risultati eccellenti, non inferiori ai tanto decantati poeti stranieri. L’universo poetico attraversato da Bacchini tutti ci coinvolge e ci commuove, con un dettato che è suo e solo suo, con tematiche nuove e antiche, epocali e quotidiane. La Natura e l’Uomo, gli Animali in un colloquio serrato e vibrante di commozione, con una maestria, una sorveglianza del verso assolutamente magistrali. Mi spiace non averlo conosciuto di persona perché intuisco remote affinità con questo poeta millenario come lo appella Claudio Borghi. A proposito ancora non ho letto il suo poemetto in calce troppo lungo per affrontarlo dopo una lettura seppure non profondissima dei testi di Bacchini. Ci tornerò volentieri da domani.
    La poesia vive aldilà delle scuole, degli indirizzi, dei tentativi di rinnovamento, il vero poeta va per la sua strada, raccogliendo qua e là indicazioni, suggerimenti, ma corre lungo un sentiero che soltanto lui conosce, lo percorre, lo allaga di parole, ricercando nel suo tempo se stesso e gli altri, il mondo che lo circonda, la storia collettiva e personale,gli amori, le avventure, tutto un universo che gli appartiene e tante altre cose.

    Il Visitatore

    Questo giardino
    difeso inutilmente
    dagli spini di maclura. Anche i cani
    li temono, le volpi. E il più furioso cinghiale
    ha sanguinato.
    Ho salvie rosse, un ricadente cedro.
    E la fatica delle cicale
    che si tramuta in canto. Sento passare il meridiano
    accanto a me, tiepido anch’esso, portando aromi d’erbe
    per molte terre, e resine
    del nord su colori diversi;
    ……………….e il filo del parallelo
    che tenero lo incide. Nomi di fumi e venti,
    e le altitudini, che declinano verso il mare.
    Ho tenerezze animali
    tra i cespugli – ma uno verrà
    come il sorriso più benevolo
    e una mano sudata.
    Schricchiolii di passi sulla ghiaia.

    difeso inutilmente
    E il più furioso cinghiale ha sanguinato
    E la fatica delle cicale che si tramuta in canto.
    Ho tenerezze animali tra i cespugli
    ma uno verrà

    Ecco se dovessi raccontare ai miei allievi del “passati” corsi di scrittura creativa a Roma Tre come individuare in un testo la certezza della poesia
    leggerei loro questi semplici, profondissimi versi

    Sarà perché vivo nella cura maniacale di un giardino, al limitare del bosco, al quale peraltro si confonde, ma certo questi versi mi hanno profondamente commosso. Li ho riletti molte volte, cercando di scoprire la faccia di codesto Visitatore, che abbandona scricchiolii sulla ghiaia.
    Amici questa è la poesia del mistero, dell’allusione, della meravigliosa ambiguità.

    • Claudio Borghi

      Caro Salvatore Martino, la ringrazio per le parole di stima che in più occasioni lei ha avuto nei miei confronti. Il suo apprezzamento è importante, perché viene da un uomo di profonda cultura poetica e altrettanto grande passione. La sua voce spesso dissonante è preziosa in questa rivista, anche quando si pone, con innegabile coraggio, in antitesi a quasi tutti gli altri. Il suo giudizio, per quanto possa apparire impulsivo o poco disposto alla sintesi conciliante o, come scrive Mario M. Gabriele, ispirato ad una “ostinata visione estetica, che non ammette contraddizioni e dialettiche innovative”, trovo che nasca da un amore autentico per la poesia, che lo rende quanto mai competente. In quanto tale, non è mai gratuitamente contro, ma contiene sempre, anche nei momenti in cui pare acriticamente imbizzarrirsi o impuntarsi, spunti interessanti di riflessione e qualcosa di significativo da imparare.

      • Salvatore Martino

        Le sue parole caro Borghi risuonano musica alle mie orecchie come direbbe Paperone. So di essere sgradevole a volte , ma la mia “passionalità” che può trascendere e dare fastidio nasce da una consapevolezza affinata nei decenni, accanto anche ai grandi maestri , che ho avuto la fortuna di incontrare, intorno al mistero poesia che non può essere ridotto ad una visuale intellettualistica a priori, come tutti i movimenti di rinnovamento e non solo di avanguardia hanno tentato di fare. Il poeta Borges supera di slancio la sua appartenenza al Modernismo, così Pound con l’Imagismo. Il vero grande poeta aderisce dapprima al movimento di renovatio, per allontanarsene per partire per le sue dimensioni diverse.Vogliamo parlare poi delle raccomandazioni di Leopardi o di Eliot, solo per citare due grandi, dei legamenti strettissimi con la tradizione. Il Recanatese lo scriveva chiarissimamente nel suo Zibaldone: dobbiamo scrivere alla maniera degli Antichi con parole moderne. Solo conoscendo profondamente e apprezzandola possiamo superare la tradizione. Non credo che quando Auden o Borges scrivono sonetti lo facciano in modo tradizionale, pur usando una forma chiusa che naviga da settecento anni.
        Un uomo si è seduto in un lungo pomeriggio di giugno al suo tavolo ormai col suo computer, senza penna o Olivetti 22, butta giù dei versi stando attento che siano nel tempo “interno”, che tutto proceda per fragmenta, anche se non ha ben compreso di cosa si tratti, gliel’hanno spiegato ma egli non ha capito, forse non sono stati chiari nell’esplicazione, sta attento a cancellare qualsiasi minimo accenno all’io lirico, forse è meglio redigere una prosa, che potrebbe simulare poesia, niente cadenze o ritmo o assonanze, niente musica dunque, via le aborrite rime, via qualsiasi cedimento alla commozione, ai sentimenti, algida deve essere la mia poesia, partorita soltanto dalla mia mente. Oddio non sarò mica scivolato in un tempo “esterno”? Controlla che tutto sia stato programmato come il suo algoritmo aveva prestabilito, spegne il suo computer felice di aver costruito il suo poema di ghiaccio, sicuro di aver costruito una cosa nuova,di essere un poeta moderno.

        • Caro Salvatore Martino,
          complimenti, hai fatto il perfetto ritratto dei poeti italiani del secondo Novecento che hanno aderito ai vari «mini canoni» per motivi opportunistici.
          Ti ricordo però che dietro il Leopardi dell’Infinito c’è il Leopardi dello Zibaldone, la più grande opera filosofica dell’Ottocento… Ti ricordo che Pound fondò l’Imagismo anglosassone e americano, che Mandel’stam prese parte attiva all’acmeismo di cui redasse anche un manifesto, che Palazzeschi frequentò attivamente il futurismo, e che senza l’imagismo non ci sarebbe stato l’Eliot che conosciamo di The waste land (1922)… e che né Pound né Palazzeschi né Mandel’stam sarebbero stati gli stessi senza quelle esperienze. Da quanto scrivi sembra che i movimenti artistici del Novecento siano stati tutti una sciocchezza, una banalità, cosa che non corrisponde ai fatti, però. E ti ricordo, e lo ripeto per l’ennesima volta, che l’Ombra non è né una scuola, né un movimento, né una avanguardia e/o retro guardia, né una tendenza ma vuole essere forse molto di più: un primo passo verso la creazione di una poetica consapevole e critica.

          Tutto sommato la posizione di poetica che vorrei esprimere è racchiusa in queste parole di Montale: “Eliot dice in dieci parole ciò che un poeta romantico avrebbe detto in cento”, che poi sarebbe la medesima petizione di principio di Osip Mandel’stam

          E a proposito dei «frammenti», ecco quanto scrive Mario Praz a proposito dell’opera di esordio di Eliot: «Nel 1922, in The Waste Land, Eliot aveva dato espressione al consapevole disorientamento di un’epoca che, iniziatasi colla prima guerra mondiale, può dirsi duri tuttora e non si saprebbe meglio definire che col titolo di un volume dell’Auden, The Age of Anxiety, l’epoca dell’ansia. The Waste Land chiudeva il suo barbarico edificio con alcuni frammenti di poeti del passato, vestigia di una nobile e secolare tradizione di cultura, e con la dichiarazione: “Con questi frammenti io ho puntellato le mie rovine“. The Waste Land voleva essere insomma un edificio di bassa epoca deliberatamente eretto sull’Ultima Thule del pensiero europeo, proprio al limite della desolazione incombente che minacciava di travolgere ogni traccia d’una cultura secolare».

          Nel mondo post-metafisico dell’“organizzazione totale” fondata sulla tecnica, ogni cosa ha un posto definito, coincidente con la funzione strumentale assolta all’interno del sistema. Anche il linguaggio assolve questo compito, tecnicizzandosi. L’uomo interroga gli enti come oggetti esterni da cui determinare il senso dell’essere: il loro e il proprio. Ma la metafisica, così intesa, conduce all’oblio dell’essere, che si nasconde anziché rivelarsi, e all’utilizzo strumentale degli enti nell’orizzonte del mondo tecnicizzato. Anche l’uomo, segue la stessa sorte, diventa “ente”, oggetto, cosa, strumento. Il pensiero si riduce a servizio del sistema: strumento fra gli altri per la soluzione di problemi interni alla “totalità strumentale” in atto nelle società contemporanee. Occorre dunque ripristinare il contatto con le sorgenti dell’essere.

          L’analitica esistenziale di Essere e tempo (1927) aveva individuato l’ontologia come destino e compito dell’uomo. Noi siamo l’ente che si interroga sul problema dell’esserci dalla prospettiva opaca del Dasein, la “deiezione” dell’esser-ci, dell’essere gettati in mezzo al mondo. Un modo per superare l’impasse di una metafisica che, per consunzione di principio, tradisce il proprio andare “oltre”, è fare dell’esistenza umana una manifestazione dell’Essere, che in essa si rivela e insieme si nasconde. L’Essere è la totalità che emerge da ogni singola cosa del mondo. È l’origine fondante che regge gli enti all’interno, e ne apre la soglia ontologica, cioè la luce entro cui l’ente si fa visibile in quanto è. L’Essere è il bordo non aggirabile della comprensione. Non spetta all’uomo cercare l’Essere, o tentare di conoscerlo. L’uomo non può far altro che abbandonarvisi e accettare le rivelazioni di cui l’Essere stesso prende iniziativa. L’Essere si manifesta per illuminazioni che accadono e, accadendo, si consegnano all’uomo. Tali rivelazioni avvengono attraverso il linguaggio poetico.

  2. A PROPOSITO DEL RAPPORTO TRA SCIENZA E POESIA

    A proposito del rapporto tra scienza e poesia, il problema non è tanto dell’influenza che la prima può avere sulla seconda ma sul ripensamento della poesia a partire dalla sua nuova «forma-interna».

    Bacchini è stato forse il miglior poeta milanese di questi ultimi tre decenni, forse, ma non è questo il punto, quello che vorrei dire è che Bacchini è ancora un poeta novecentesco. Lo dico in due parole: Bacchini ha della poesia un concetto «esterno», vede la poesia dall’«esterno», la descrive come un paesaggio che ti sta di fronte, come un pittore che sta davanti al cavalletto con la tela di fronte. Ora, questa concezione della poesia, che ha avuto una lunga e gloriosa tradizione, è arrivata al termine. Mi dispiace dirlo, so di diventare antipatico a molti che mi leggeranno, se mi leggeranno, ma questo è quello che penso.

    Anche la poesia di Bacchini rientra in questo concetto, in questa posizione ontica, ma si tratta di una convinzione legata ad una posizione ontica del vecchio umanesimo, per così dire. Anche Zanzotto, con le sue perifrasi soteriologiche sul paesaggio, appartiene a questa concezione. Il poeta di qua e il paesaggio di là, con la poesia che abita il «tempo esterno» e con la descrizione che veste di parole questo «tempo esterno».

    Ora, io penso che questo tipo di concetto di poesia è arrivato al capolinea. La poesia di un Tomas Tranströmer ha cambiato le carte in tavola, ha cambiato il DNA della poesia già con il suo primo libro 17 poesie (1954). Qui non si tratta di fare una gara tra poeti italiani e poeti stranieri, rispetto alla poesia di un Tranströmer la poesia italiana del secondo Novecento si presenta ancora indietro, non ha colto il cambiamento della «forma-interna» della nuova poesia, siamo rimasti legati in maniera acritica ad un concetto antiquato di poesia, proprio quando ci sarebbe voluto un cambiamento della nuova forma-poesia. Ecco come un grande poeta degli anni Sessanta Settanta, Pasolini,, reagiva alla situazione di crisi del paese:

    «No, non scrivo più poesie da due o tre anni. Questo non me lo sarei mai aspettato. Ho cominciato a scrivere infatti a sette anni d’età, e ho scritto senza interruzione fino appunto a due o tre anni or sono. Perché non scrivo più? Perché ho perduto il destinatario. Non vedo con chi dialogare usando quella sincerità addirittura crudele che è tipica della poesia. Ho creduto per tanti anni che un destinatario delle mie «confessioni» e delle mie «testimonianze» esistesse. Mi sono dunque ora accorto che non esiste. Che con gli amici non c’è bisogno di esprimersi con la poesia: ci si esprime esistendo. Le proprie esagerazioni, i propri eccessi, le proprie idee si esprimono vivendo. La poesia richiede che ci sia una società (ossia un ideale destinatario) capace di dialogare con il povero poeta. In Italia una tale società non c’è. C´è un buon popolo ancora simpatico (specie là dove non arrivano i giornali e la televisione) e una piccola élite di borghesi colti e disperati. Ma una società con cui ci si possa mettere in rapporto attraverso la poesia non c’è. (Lo dico perché un poeta deve avere delle illusioni, ma quando le perde non deve illudersi di averle ancora.)»

    Pier Paolo Pasolini: “Quasi un testamento”, pubblicato postumo su Gente il 17 novembre 1975

  3. Claudio Borghi

    Il dibattito tra Linguaglossa e Martino è senz’altro interessante, in quanto solo dal confronto tra posizioni dialettiche, se non conflittuali, possono nascere nuove idee. Non voglio ergermi a giudice, ché certo non avrebbe senso. Tuttavia, dopo alcuni mesi di frequentazione della rivista, credo di essermi fatta un’idea piuttosto chiara della linea guida che la ispira e di diverse posizioni critiche, tra cui, interessante quanto a volte un po’ troppo passionalmente estrema, quella espressa da Martino. Linguaglossa sostiene che “Bacchini ha della poesia un concetto «esterno», vede la poesia dall’«esterno», la descrive come un paesaggio che ti sta di fronte, come un pittore che sta davanti al cavalletto con la tela di fronte” e che “questa concezione della poesia, che ha avuto una lunga e gloriosa tradizione, è arrivata al termine”. La sua analisi si precisa e rafforza nel caso particolare di Bacchini, la cui poesia “rientra in questo concetto, in questa posizione ontica, ma si tratta di una convinzione legata ad una posizione ontica del vecchio umanesimo, per così dire. Anche Zanzotto, con le sue perifrasi soteriologiche sul paesaggio, appartiene a questa concezione. Il poeta di qua e il paesaggio di là, con la poesia che abita il «tempo esterno» e con la descrizione che veste di parole questo «tempo esterno»”.
    Per quanto possa apparire non coerente, viste la mia teoria in ambito scientifico circa l’esistenza di un tempo interno di matrice termodinamica, che ho ipotizzato essere di natura diversa rispetto al tempo relativistico (il che significherebbe rileggere dalle fondamenta la teoria fisica del tempo, perlomeno le fondamenta della relatività ristretta), non sono d’accordo che in poesia si debba procedere nell’ottica di voler introdurre, per rinnovare, nuovi paradigmi, con la necessità inevitabile di considerare vetusta e obsoleta, quasi per intero, la produzione letteraria degli ultimi decenni, colpevole, agli occhi di Giorgio, di essere rimasta ancorata a una concezione inattuale del reale, disattenta ai cambiamenti irreversibili circa la percezione della dimensione interiore, sradicata dall’attualità drammatica della stagnazione spirituale, sterilmente legata a una visione esterna e statica del paesaggio, in cui si accomuna, senza fare necessari distinguo né entrare nello specifico della poetica degli autori, nel caso particolare, l’opera di Bacchini e Zanzotto. Giorgio Linguaglossa porta avanti un discorso, beninteso encomiabile nell’intenzione di rinnovamento, fondato su due concetti che costituiscono le fondamenta del preteso “nuovo paradigma”: il tempo interno, che in buona parte mi sembra ispirato alla poetica di Thomas Tranströmer, e il frammento, essenzialmente ispirato all’opera dello stesso Tranströmer e a quella di Alfredo De Palchi. Senza nulla togliere a Tranströmer, la cui originalità immaginifica e di scrittura è senz’altro interessante, non ho colto né nei suoi testi né nelle analisi critiche che ho letto sulla rivista (analisi e commenti innescati dallo stesso Linguaglossa fin dai primi numeri) una novità radicale rispetto a una ricerca espressiva che nel Novecento è stata ampiamente frequentata: basti pensare, per quanto la sua opera principale sia un romanzo, a Proust nell’ottica della filosofia della durata, quindi del tempo della coscienza (che altro non è che un tempo interno) di Henri Bergson, o a Virginia Woolf, per non far riferimento a una fitta schiera di poeti che sull’esplorazione e attenzione al tempo interno hanno fondato la loro ricerca. Per tornare ai nomi sopracitati, nello Zanzotto di Dietro il paesaggio e Vocativo il dietro del paesaggio è a ben vedere un dentro dell’anima, dove cose ed eventi si fondono in emozione espressivamente tesa se non violenta, in una dimensione sospesa drammatica e non raramente allucinata. A voler leggere sfumature e dettagli si potrebbero trovare tanti esempi diversi, laddove si voglia cercare nelle pieghe interne, espressive e psicologiche delle poesie, e non ci si limiti a giudicare in blocco la poetica, con la necessità di inquadrarla in un vecchio modo di fare poesia a cui si voglia a tutti i costi contrapporne uno nuovo. Quanto al frammento, ho scoperto con piacevole sorpresa la novità De Palchi, che ritengo davvero un poeta di valore a cui non è stato riconosciuto il giusto merito e l’adeguata valorizzazione critica. La poesia di De Palchi si presenta come un insieme di frammenti fulminanti, dettati da un’ansia frenetica e compulsiva, che anche nei testi più recenti alimenta da dentro e illumina e infuoca il suo scrivere, rendendolo quanto mai vivo e intenso. Il brivido del suo essere poeta si risolve in una sequenza rapidissima di fotogrammi, quasi inafferrabili, di vita vissuta, che si accendono ad altissima frequenza come scintille accecanti ma con la stessa frequenza si spengono, lasciando nella mente una sorta di spaesamento da trauma, generato dal continuo rinnovarsi di una ferita insanabile. E’ difficile razionalizzare criticamente una scrittura del genere, e questo spiega, certo non giustificandola, la quasi totale indifferenza a un dettato poetico così singolare da parte dei critici che hanno deciso la storia della poesia del secondo Novecento. Alfredo ha attraversato come un animale inseguito da un predatore la città calma dei letterati, che tranquillamente meditano sul mistero dell’esistenza e sull’enigma dell’indifferenza divina. Mi sembra di conseguenza alquanto problematico, al di là del valore indiscutibile dei suoi testi, che brillano per autenticità e intensità, mettere al centro di un nuovo paradigma poetico un autore del genere, che rientra quasi per definizione tra gli autori che non possono avere discepoli né possono creare correnti letterarie, ancorati come sono a uno specifico biografico ed espressivo unico e irripetibile (per ragioni diverse lo stesso discorso si potrebbe fare per Campana, al quale si sono riferiti gli ermetici, senza mai raggiungerne, nemmeno nel Montale di Ossi di seppia, i vertici espressivi, vista l’unicità della sua esperienza interiore, al confine con la dissoluzione mistica se non con la follia). Come uscire da questo per me evidente impasse, tra la necessità di immettere nuova linfa nell’asfittico mondo letterario, in particolare italiano (ma non solo, visto che il premio Nobel per la letteratura è stato assegnato a un cantautore americano), e le contraddizioni in cui ci si imbatte laddove si pretenda di liquidare decenni di letteratura, in particolare decenni di poesia italiana, in nome di un’attenzione necessaria al tempo interno o di una nuova poetica del frammento? A ben vedere Bacchini ha prodotto opere la cui umile semplicità, come nota con acume e sensibilità Salvatore Martino, riesce nell’impresa di congiungere dimensioni altrimenti inattingibili, intrecciando l’infinitesimo e il cosmico, scoprendo e inventando nel dettaglio dei corpi o nei segni dei fossili le tracce e i disegni di una intelligenza inafferrabile che scrive ovunque, ovunque semina lasciti di tempo e testimonianze del suo passaggio. E questo tempo trascende l’interno e l’esterno, è forse il tempo in cui scrive una mente divina, di cui noi, semplici creature, possiamo solo limitarci a scrutare e contemplare il passaggio. Come scrivevo in Dentro la sfera, nella stessa lettera (che avevo spedito a Barberi Squarotti) da cui avevo tratto la citazione riportata da Giorgio nel post (già presente nelle mie repliche ai commenti al post su La trama vivente):

    “Bacchini attualizza Lucrezio calandolo nelle problematiche fisiche e cosmologiche degli ultimi decenni, generando un unicum poematico di grande suggestione e potenza, ancor più vivo e stimolante se si pensa che questo ragionare in versi nasce in una mente che abita un corpo ottuagenario, che descrive dall’alto, in una dimensione quasi senza tempo, le metamorfosi del tempo e il dolore dell’inaridirsi e svanire, quasi fosse un’ambra oligocenica, dell’io poetante”.

    Dobbiamo bandire o considerare obsoleta una poesia apparentemente così antica, staticamente lucreziana, in nome del progresso necessariamente dinamico degli stilemi letterari che sembra imporci la scienza? Io credo di no e quello che scrivo, in ambito poetico e scientifico, si muove proprio in questa direzione: il desiderio di rimettere in libertà il tempo, di restituirlo al suo stato naturale di entità generata dagli orologi e, più in generale, dai corpi, viventi e non, in definitiva alla sua dimensione inafferrabile per le creature che di tempo, fisico e metafisico, sono impastate. In quest’ottica, anche la scienza dovrebbe rivedere le sue pretese di comprensione del tutto e della sua evoluzione, laddove troppo spesso confonde, o consente che il pubblico confonda la congettura con la verità.

  4. Bacchini è un autore da (ri)scoprire, ben vengano articoli divulgativi e così ben redatti come questo!

  5. IL «CAMBIO DI PARADIGMA» DELLA POESIA ITALIANA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/11/01/pier-luigi-bacchini-poesie-scelte-con-una-poesia-dedicata-di-claudio-borghi-un-suo-appunto-critico-e-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15969
    Tra le testimonianze di una mutata sensibilità che si sta verificando in Italia intorno alla poesia di Alfredo de Palchi e intorno al problema di un cambiamento di paradigma, cito dal precedente commento di Claudio Borghi, intervenuto sul dibattito suscitato dalla rivista telematica lombradelleparole.wordpress.com in ordine al ventilato «cambio di paradigma» della poesia italiana ventilato e propugnato da chi scrive. Ecco il testo di Borghi:

    «Quanto al frammento, ho scoperto con piacevole sorpresa la novità de Palchi, che ritengo davvero un poeta di valore a cui non è stato riconosciuto il giusto merito e l’adeguata valorizzazione critica. La poesia di de Palchi si presenta come un insieme di frammenti fulminanti, dettati da un’ansia frenetica e compulsiva, che anche nei testi più recenti alimenta da dentro e illumina e infuoca il suo scrivere, rendendolo quanto mai vivo e intenso. Il brivido del suo essere poeta si risolve in una sequenza rapidissima di fotogrammi, quasi inafferrabili, di vita vissuta, che si accendono ad altissima frequenza come scintille accecanti ma con la stessa frequenza si spengono, lasciando nella mente una sorta di spaesamento da trauma, generato dal continuo rinnovarsi di una ferita insanabile. È difficile razionalizzare criticamente una scrittura del genere, e questo spiega, certo non giustificandola, la quasi totale indifferenza a un dettato poetico così singolare da parte dei critici che hanno deciso la storia della poesia del secondo Novecento. Alfredo ha attraversato come un animale inseguito da un predatore la città calma dei letterati, che tranquillamente meditano sul mistero dell’esistenza e sull’enigma dell’indifferenza divina. Mi sembra di conseguenza alquanto problematico, al di là del valore indiscutibile dei suoi testi, che brillano per autenticità e intensità, mettere al centro di un nuovo paradigma poetico un autore del genere, che rientra quasi per definizione tra gli autori che non possono avere discepoli né possono creare correnti letterarie, ancorati come sono a uno specifico biografico ed espressivo unico e irripetibile (per ragioni diverse lo stesso discorso si potrebbe fare per Campana, al quale si sono riferiti gli ermetici, senza mai raggiungerne, nemmeno nel Montale di Ossi di seppia, i vertici espressivi, vista l’unicità della sua esperienza interiore, al confine con la dissoluzione mistica se non con la follia). Come uscire da questo per me evidente impasse, tra la necessità di immettere nuova linfa nell’asfittico mondo letterario, in particolare italiano (ma non solo, visto che il premio Nobel per la letteratura è stato assegnato a un cantautore americano), e le contraddizioni in cui ci si imbatte laddove si pretenda di liquidare decenni di letteratura, in particolare decenni di poesia italiana, in nome di un’attenzione necessaria al tempo interno o di una nuova poetica del frammento?».6

    In qualche modo, è stato messo il dito nella piaga, qualcuno in Italia comincia a riflettere sulla necessità di un cambio di marcia, di una diversa visione delle cose della poesia italiana del secondo Novecento. Insomma, dopo tanti decenni di misconoscenza del problema e del problema della poesia di de Palchi, ecco che si ritorna a discutere della poesia depalchiana e della necessità di un «cambio di paradigma».

    Non c’è dubbio che in questi ultimi anni la poesia italiana ha mostrato segni di un cambiamento, di rinnovamento, si sono verificati dei ripensamenti sulla eredità che il secondo Novecento ci ha lasciato. Questo lo ritengo un fatto positivo. Personalmente, mi ritengo coinvolto in questo processo di rinnovamento della poesia italiana, forse certe mie affermazioni possono suonare apodittiche e eccessivamente taglienti, ma credo che sia necessario, in questa contingenza stilistica della poesia italiana, essere ed apparire categorici, anche con il rischio di essere fraintesi.

    Il richiamo a Tranströmer era necessario, la prima opera di Tranströmer, 17 poesie, risale nientemeno al 1954 e da noi quelle poesie sono state tradotte dall’encomiabile Enrico Tiozzo soltanto da pochi anni. Il fatto è che un ritardo così cospicuo di un libro così rivoluzionario ha determinato e contribuito alla provincializzazione della poesia italiana sempre più chiusa entro i suoi asfittici recinti. Credo che sia necessario, oggi, riproporre il problema del «cambio di paradigma», ritrovare i nostri progenitori di una poesia «diversa»; sono convinto che cercare strade nuove sia un dovere imprescindibile per la nuova poesia italiana. I poeti nuovi ci sono, basta cercarli e saperli leggere: Mario Gabriele, Steven Grieco-Rathgeb, Antonio Sagredo ed altri che non nomino, la loro poesia è da tempo indirizzata in nuove esplorazioni e direzioni di ricerca, ed è talmente «diversa» da quella cui siamo abituati che rischia di passare inosservata.

    Ad esempio, la «sospensione della temporalità» che la «nuova poesia» persegue è una condizione preliminare della praxis poetica. In tal senso, la poesia occidentale può e deve far propri alcuni assunti di posizione poetica presente negli haiku giapponesi e, conseguentemente, nei tentativi di scrivere haiku «occidentali». La sospensione della temporalità è un modo per introdurre una «rottura» della stabilità temporale e introdurci in una condizione di instabilità. Una condizione di disequilibrio che apre un varco nella memoria profonda e consente di riallacciarci alla condizione primaria della nostra psiche, agli «oggetti profondi» (le «posate d’argento» di Tomas Tranströmer) che giacciono e si depositano nel fondo della condizione stabile del nostro sottosuolo, una dimensione libera da quella illusoria credenza nella stabilità e nella continuità spazio temporale della nostra vita quotidiana. Leggiamo due versi fulminanti di Tranströmer:

    Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è più nero.

    Il nuovo concetto di «tempo» di cui Prigogine dà il trionfale annuncio nell’opera From Being to Becoming (1978), ci dice di un «secondo tempo», non più parametro (come nella fisica classica) ma operatore di una descrizione probabilistica, il «tempo interno». Continua Prigogine: «la giustificazione di questo punto di vista sta nell’osservazione che la natura, così come appare intorno a noi, è asimmetrica rispetto al tempo. Tutti noi invecchiamo insieme! E nessuno ha ancora osservato una stella che segua la sequenza principale a rovescio». L’obiettivo polemico è dato dalla critica alla tradizione occidentale «centrata sul tempo» e l’immagine «senza tempo» della fisica classica irretita dal modello platonico della Verità eterna e atemporale. Non a caso la storia della filosofia da Kant ad Whitehead sarebbe segnata dallo sforzo di rimuovere questo ostacolo mediante l’introduzione di un’«altra realtà», il «mondo noumenico», gli «oggetti eterni» etc.. Tuttavia la meccanica quantistica e relatività generale sono portatrici di «una negazione radicale dell’irreversibilità temporale».
    Ora, sta di fatto, che ciascuno di noi nella esistenza quotidiana sperimenta in sé un «tempo interno» che è diverso dal tempo interno di un altro essere vivente. Il «tempo interno» quindi è una realtà ontologica che non può essere dimenticata in sede di ontologia, perché ciascuno di noi lo sperimenta quotidianamente, ed esso esiste, pur non esistendo un tempo sovrano e unidimensionale. Il «tempo», per Prigogine, rappresenta il «filo conduttore» che consente di articolare a tutti i livelli le nostre descrizioni dell’universo. Resta però oscura la sua origine: «Come potrebbe sorgere da una realtà essenzialmente atemporale questo tempo creatore che costituisce la trama delle nostre vite?».
    Si ripropone così il tema agostiniano del «prima» della Creazione. E il problema della ragion sufficiente dei processi unidirezionali come il tempo nel quale viviamo.
    Ecco, io direi che la «nuova poesia» ci costringe a riparametrare il nostro «tempo interno» con il «tempo esterno» e a rimodulare la nostra sensibilità nei confronti del «mondo».

  6. Mario M. Gabriele

    Ciò che scrive Salvatore Martino e Claudio Borghi mi lasciano completamente esterefatto: il primo per la sua ostinata visione estetica, che non ammette contraddizioni e dialettiche innovative; il secondo, e mi riferisco al Borghi, che fa un’unica citazione del’uso del frammento, indicando De Palchi, omettendo, come fanno alcuni curatori di Antologie le altre presenze, non dico tutte, ma almeno di quelle più significative, che mi pare non siano state considerate dall’autore del commento. Ritengo utile segnalare alcune citazioni di Montale, a Stoccolma quando, ritirando il Premio Nobel, ebbe a dire:” La poesia è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi diversi come Croce, storicista idealista e Gilson cattolico, sono d’accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia” Se le cose stanno così, allora ogni riferimento alla poesia non può essere che riduttivo.
    Questo perchè si è portati a mistificare e a miniaturizzare alcuni eventi dagli altri. Allora appaiono significamente giustificate le considerazioni di Cortellessa e le tue, quando chiudi il discorso di Pasolini con queste frasi: “Una società con cui ci si possa mettere in rapporto attraverso la poesia non c’e. Ogni tentativo di rappresentare fenomenologie uniche e plurali è soltanto un modo di dare validità ad un tentativo di urbanizzazione sociale e culturale, che non ha bisogno di indicazioni, perché si estromettono altri sviluppi estetici, fondamentali per il ricambio istituzionale della lingua. Le indagini individuali sono sempre discutibili, perchè soggette alla “falsificabilità”, che resta uno dei momenti di maggiore revisione di ciò che si è espresso nella prospettiva psicoanalitica di un autore e delle sue opere.

  7. Claudio Borghi

    Mi spiace che lei sia rimasto esterrefatto. A me sembra, vista l’articolata argomentazione del mio intervento, che lei ne abbia estrapolato un frammento senza contestualizzarlo. Il fatto di aver riferito la poetica del frammento a un autore solo, appunto De Palchi, senza considerare, come scrive, le altre presenze, non significa averle ignorate né sottovalutate. Il riferimento a De Palchi è stato fatto in relazione alla discussione critica sulla necessità di un nuovo paradigma costruito intorno a due idee di rifondazione poetica, il tempo interno e il frammento. Non intendevo ridurre tutto a De Palchi, circa il quale ho sottolineato la novità e originalità espressiva, ma l’impossibilità di considerarlo un riferimento di nuova poetica, trattandosi di un unicum nel panorama della cultura italiana del secondo novecento. E mi preme sottolineare che il post era su Pierluigi Bacchini e che il mio intervento intendeva essere una replica in relazione ai primi commenti.

  8. caro Claudio Borghi,
    condivido senz’altro la tua affermazione secondo la quale Bacchini sia un autore che ha riattualizzato un tipo di poesia che nella tradizione italiana non ha mai avuto un grande seguito: un Lucrezio dei nostri giorni. Per contro, come tu scrivi, bisognerebbe allargare l’indagine storiografica ad altri poeti, ci sono, a parte de Palchi, anche altri poeti del secondo Novecento che si sono mossi in altre direzioni di ricerca, che però sono rimasti nell’ombra, le loro ricerche sono rimaste isolate…

  9. gino rago

    Senza nulla togliere all’importanza di cultura poetica della pagina odierna;
    ammirando per icasticità indiscutibile le meditazioni di Borghi, di Gabriele,
    di Linguaglossa, di Martino, di Almerighi; riconoscendo la ricchezza che deriva al lettore dai versi di Bacchini, credo che sia appena il caso di
    indirizzare Claudio Borghi verso la necessità di misurarsi al più presto – se già non lo ha fatto – con talune voci poetiche dell’Antologia di poesia italiana
    contemporanea “Come è finita la guerra di Troia non ricordo…”
    Ciò se non altro per incontrare, nel colto e limpido saggio introduttivo del
    curatore Giorgio Linguaglossa, questo passaggio nodale, con cui sento che la poesia italiana dovrà fare molti conti, spinta com’è verso un nuovo paradigma: “La questione centrale non è più la questione dei linguaggi…
    La verità è che non siamo più dentro la problematica dei linguaggi, per via del fatto che i linguaggi non fanno più testo, si sono extra territorializzati…
    Autori molto diversi tra loro come Roberto Bertoldo, Antonio Sagredo,
    Mario Gabriele, Steven Grieco-Ratgheb, Gino Rago sono abilitati dalla consapevolezza della frammentazione dei linguaggi e della dis-locazione
    del soggetto poetante.”
    Temo, infine, che alla parola “frammento” si assegni ancora lo stesso significato di “frammentismo poetico” storicamente fiorito tra gli anni ’10 e
    ’14 del Novecento italiano intorno alla rivista “La Voce” prima diretta come si sa da Prezzolini, poi da De Robertis e infine dalla coppia Papini/Soffici.
    A ogni buon conto, questa di oggi, per i versi bacchiniani, la nota critica di Borghi e i commenti di Almerighi, Gabriele, Martino, Linguaglossa e dello stesso Borghi (autore egli medesimo di un poema d’alta compattezza
    stilistico-espressivo) va segnalata come pagina tra le più importanti nella storia de L’Ombra delle Parole.
    Gino Rago

  10. Claudio Borghi

    Caro Gino Rago, raccolgo il suo invito a leggere l’Antologia, per quanto molti degli autori li abbia letti attentamente in post sulla rivista e abbia avuto modo di farmene un’opinione abbastanza approfondita. E’ interessante quanto scrive circa la differenza tra questa nuova poetica del frammento e il frammentismo vociano, che ho amato molto (in particolare Boine), per cui trovo possa essere utile davvero che io legga con maggior attenzione gli autori antologizzati, alla luce anche della preziosa introduzione di Giorgio Linguaglossa. In ogni caso il clima che si respira qui è interessante e stimolante, si sente una voce collettiva autentica di condivisione e di ricerca, per cui il suo apprezzamento del mio post su Bacchini, inclusa la nota sul mio poemetto, mi arriva con particolare piacere.

  11. annamaria favetto

    non sono d’accordo con l’entusiasmo degli interventi, quantunque questi versi abbiano una certa profondità speculativa, che invece affonda e deprime quel poco di musicalità che è presente… non posso essere d’accordo con tanti elogi… c’è la smania di risuscitare chicchessia pur di incastonarlo in qualche luogo del tracciato poetico italiano, ma devo ammettere che il Bacchini è superiore al Baroni, giusto per costruire una gerarchia, che è poi misera cosa: nessuno di questi due autori spiccherà mai!

  12. Perdonatemi questa mia invadenza, ecco cosa scrive Osip Mandel’stam nel “Discorso su Dante”…(nella traduzione di Donata De Bartolomeo) che parla a proposito della poesia italiana dei secoli trascorsi, quella poesia che noi, epigoni del Novecento, abbiamo dimenticato e forse anche rimosso :

    « È magnifica la fame versificatrice degli antichi italiani, il loro adolescente, animalesco appetito per l’armonia, il desiderio sensuale di rima: il disio.
    La bocca lavora, il sorriso muove il verso, le labbra intelligenti e allegre rosseggiano, la lingua si stringe fiduciosa al palato.
    L’immagine interiore del verso è inscindibile dall’infinità varietà di espressioni che guizzano sul viso del narratore mentre parla e si emoziona.
    L’arte del parlare altera il nostro viso, sconvolge la sua quiete, ne rompe la maschera.
    Quando ho iniziato a studiare la lingua italiana e ne conoscevo appena la fonetica e la prosodia, capii di colpo che in essa il baricentro dell’attività fonica era spostato: più vicino alle labbra, si sposta verso l’esterno della bocca. La punta della lingua assurge ad improvviso onore: Il suono si precipita verso la barriera dei denti. Un’altra cosa mi colpì: la puerilità della fonetica italiana, il suo bellissimo infantilismo, la vicinanza ad un melodico balbettio, un qualche dadaismo originario:

    e, consolando, usava l’idioma
    che prima i padri e le madri trastulla:

    Favoleggiava con la sua famiglia
    de’ Troiani, di Fiesole e di Roma.
    (Paradiso, XV, 122-126)

    Volete familiarizzare con il vocabolario delle rime italiane? Prendete il vocabolario intero e sfogliatelo a piacere. Qui tutto è rima. Ogni parola si presta alla concordanza ».

    Purtroppo, leggendo la poesia italiana contemporanea, non si può non provare un senso di malcelata angoscia e di tristezza davanti ai fiumi di parole narrativeggianti che non sono né narrativa né prosa poetica, si è smarrito, come dire, il filo del discorso poetico, si è smarrito il pentagramma… dopo il diluvio di post-sperimentalismo e di pseudo orfismo con la casacca gialla, i Gruppi 93 e la Circolare Verde, il minimalismo e gli arrabbiati di turno, siamo rimasti orfani di un vero pensiero di poesia, siamo arrivati alla democratizzazione selvaggia. Sono state pubblicate anche Antologie dei poeti di vent’anni e di trent’anni senza colpo ferire, senza provare alcun senso di timidezza e di vergogna… Mi chiedo: ci sono dei responsabili di questa deriva? O è intervenuto un Giubileo che ha cancellato tutte le colpe e le responsabilità?

    • Amilcare Balgoma Suarez

      Più che “impolitico”, trovo perlomeno strano il commento di Lingulossa sulla poesia del Bacchini: 1) Il critico di cui sopra sembra persino ignorare il luogo di provenienza del poeta, che è anche il luogo principale dell’ambientazione delle sue poesie. Bacchini non è “milanese”, come afferma incautamente Linguaglossa, bensì parmense 2) Odio gli errori di ortografia, da cui il pezzo di Linguaglossa non è, ahimè, esente. Voglio quindi sperare in un errore da tastiera, per così dire(?!) 3) Stiamo, con Bacchini, parlando di un poeta che si sta avviando a diventare un classico. Uno di quei rari casi oggi in cui il blasone delle case editrici che lo pubblicano corrispondono alla forza del testo. Un poeta che se non piace a Favetto, che commenta sopra, piaceva tuttavia a nomi che fanno rabbrividire, dai compianti Quasimodo e Garboli fino a Squarotti, Bertoni e Marcheschi, passando attraverso gli altrettanto compianti Betocchi e Giudici. La Marcheschi oggi, nella sua antologia in libreria per i tipi di Mursia, pone Bacchini al centro del passaggio tra i due secoli. Dopo la negatività montaliana del ” non dateci la parola” il Bacchini, sintetizzando poesia e scienza e raccogliendo la tradizione di Lucrezio -come afferma non solo l’ottimo ed entusiasta Borghi qui sopra, ma già Fontanella negli anni 80, Cucchi in un risvolto ad un eccellente libro del poeta che ho la felicità di possedere in prima edizione e Leonelli sulla Garzantina Letteratura – arriva a traghettare un ormai asfittico Novecento (e qui, “sull’asfittico” ed esangue Novecento, concordo con Giorgio Linguaglossa) verso una prospettiva di parola strutturata e conoscitiva. Apre orizzonti e strade, come dimostra il proliferare oggi di bei poeti che seguono la lezione Bacchiniana, come ad esempio il più bacchiniano di tutti: Galluccio. Quanto a Baroni, che non conoscevo, mi trovo d’accordo in tutto e per tutto con quanto espresso dal Linguaglossa in questo stesso blog, che riporta anche i testi del poeta, pure parmigiano (!): un ottimo poeta, destinato solo a diventare grande.

      • Amilcare Balgoma Suarez

        Mentre, rileggendomi, m’accorgo d’aver scritto “cortispondono” anziché “corrisponde”, ne approfitto per aggiungere come gli ultimi studi su Bacchini separino nettamente il poeta da Zanzotto, proprio in virtù’ della funzione pro-positiva del linguaggio bacchiniano in luogo della separazione gnoseologica significato-significante, tutta novecentesca, che si trova nella poesia zanzottoana.

    • Salvatore Martino

      Carissimo Linguaglossa mi riconosco profondamente in questo tuo scritto, ovviamente anche nella straordinaria citazione da Mandel’stam…mi sembra un tantino lontano da quanto tante altre volte hai asserito…almeno così mi viene da interpretare queste tue parole.

  13. annamaria favetto

    Quasimodo, Garboli, Squarotti, Bertoni,Marcheschi, Betocchi, Giudici, Fontanella, Cucchi e tutti i loro cugini e nipotini non mi fanno rabbrividire affatto e che non compiango per nulla, anzi li detesto morti e viventi: sono dunque ciò che nella POESIA disprezzo di più: mi fanno pena… alcuni di loro li ho conosciuti personalmente, con qualcuno addirittura intavolai una corrispondenza che interruppi subito per la loro mediocrità! Di solito non faccio sconti a nessuno, e taluno si salva, taluno! Sono questi da Lei nominati di seconda e terza categoria: mancano del canto e del sublime non sanno cosa sia… lamentosi, inutili, descrittori e si credono versificatori: non POETI, ma intellettuali, il che vuol dire che credono o hanno creduto di avere la TENDENZA alla POESIA … NON CE L’HANNO PER NULLA, sono puri intellettuali, si interessano di letteratura, non di POESIA… è quanto basta e non risponderò a nessuno!

  14. gentile Amilcare Balgoma Suarez,

    nulla quaestio, Bacchini è parmense ma, mi lasci dire, milanese di adozione. Quanto alla mia lettura di Bacchini poeta, mi sembra di averlo trattato con molto rispetto qualificandolo come «forse il più grande poeta milanese degli ultimi trent’anni», il che non mi pare che sia una stroncatura. Quanto poi la poesia milanese sia stata protagonista in questi ultimi trenta anni, mi si consenta di soprassedere in questa sede dato che i miei scritti si possono rintracciare agevolmente in internet.

    Gentile Amilcare, non è mia abitudine esercitarmi nel proselitismo critico, non seguo canoni né inseguo successi critici, né cattedre universitarie, il fatto che la poesia di Bacchini abbia raccolto riconoscimenti così qualificanti non può che farmi piacere per il poeta parmense, vuol dire che gli altri poeti italiani sono davvero poca cosa. Io sono una persona che la poesia la legge e la studia da decenni, i miei lavori critici si possono rintracciare agevolmente in internet e di solito non faccio opera di vassallaggio critico a nessuno cattedra universitaria o istituzione pubblica e/o privata, preferisco ragionare con i miei strumenti critici più che accodarmi al giudizio dei più.

    Condivido quindi il suo giudizio sulla bontà della poesia bacchiniana e anche sulla qualità della poesia di un poeta che non ha avuto la fortuna di approdare allo Specchio o alla collana bianca di Einaudi come Giancarlo Baroni, il quale, a mio avviso, non ha nulla da invidiare alla poesia di Bacchini. Ho la sensazione che di solito nel nostro paese si tenda ad incensare i poeti più per le virtù della sigla editoriale che li pubblica che per i meriti intrinseci del loro lavoro poetico, ma forse è una mia convinzione errata, perciò prendo con il beneficio di inventario i riconoscimenti critici che si dirigono preferibilmente alle pubblicazioni Mayor. Anche chi fa critica si lascia influenzare dai marchi editoriali, anche i critici (che per lo più sono poeti anch’essi e quindi obbligati agli interessi dei marchi editoriali) sono suscettibili di influenze allotrie ai testi, è un fatto comprensibile anche se non condivisibile. Per parte mia, ho sempre cercato di non lasciarmi influenzare dai marchi editoriali e leggo e valuto i testi a prescindere, il che mi ha procurato varie manifestazioni di nemicizia. È un costume che ho da sempre quello di leggere i testi a prescindere dai marchi editoriali che spero di conservare a lungo.

  15. antonio sagredo

    Certo, questa Annamaria Favetto è un po’ da castigare, poi che si può dissentire ovviamente, ma c’è sempre una forma da salvare… si può criticare in tanti modi, anche arbitrariamente e senza minimamente provare la proprie argomentazioni, ma certo è necessario conoscere i propri limiti critici… può anche star bene non amare affatto taluni poeti, ma non per questo sbandierare il proprio dissenso in tale maniera… meriterebbe se mai lei un commento brutale… ma i poeti non si rassegnano alla mediocrità e vanno avanti comunque

  16. antonio sagredo

    Quando si cita il poeta russo Mandel’stam bisogna stare attenti: è pietra rovente e bisogna trattarlo non coi guanti, ma con tenaglie di ferro… per non bruciarsi… d’altra parte i suoi “manoscritti non bruciano!”, ma fanno a pezzi il lettore… comprendere Mandel’stam (a parte la conoscenza del russo) non è arduo… bisogna avere artigli e picconi critici adeguati… bisogna avere l’umiltà di conoscere a fondo la sua epoca (per non dire di tutte le epoche culturali !), la vita quotidiana di questa coi suoi odori, atmosfere, le sue conoscenze dei poeti: suoi amici contemporanei… non si finirebbe mai di parlare…. se non si conosce fino in fondo Chlebnikov da cui tutti i poeti russi del ‘900 discendono… allora è meglio lasciar stare!
    Certo, le mie misurazioni/confronti partono dai poeti russi e non solo: gli spagnoli, gli inglesi, i francesi, i tedeschi, polacchi e cechi, ecc… ebbene chi dei poeti italiani noi ci mettiamo: queste seconde figure, certo di no; le prime figure, certo che no: le loro biografie sono scialbe; come diceva l’amico Carmelo. soltanto Campana, e non certo Pasolini che aveva l’aggravante ideologico come prezzemolo in tutte le salse, eppure superiore alle prime figure, iniziando dalla triade scellerata: Ungaretti, Quasimodo, Montale e poi i loro discendenti.

  17. Ho letto qualcosa dei commenti. Quel qualcosa abbaiato da chiwawa a Claudio Borghi che si è permesso, si pemsi!, di parlare di un solo autore nel suo articolo. Per quanto mi riguarda ringrazio G. Linguaglossa e C. Borghi, e allo stesso tempo suggerisco a chiunque di sconsiderare il sottoscritto nei loro scritti o commenti sul frammentismo: inesistente nella loro “poetica”, abbastanza prolissa quanto l’abbaiare vano. Si mnzioni tutti i nomi che si vuole, eccetto il mio Poi, quasi tutti gli scarti, di qualcosa d’altro, mi piace Annamaria Favetto: non la conosco, ed è la prima volta che leggo la sua firma. Piacere, Ms Annamaria, non importa a quale recapito mi trova. . .

  18. antonio sagredo

    ALFREDO, COME TI PERMETTI DI OFFENDERE I CHIWAWA, COME SE FOSSERO CAGNOLINI INNOCUI CHE SBRAITANO! NON LO FARE PIU’! – ALTRIMENTI MI A/RRABBIERO’ SUL SERIO CON TE. MA DAVVERO CHE COSA TI E’ PASSATO PER LA MENTE! IO QUESTI CHIWAWA LI AMMIRO W SONO UN LORO UMANO AMICO, STO SEMPRE ATTENTO AI LORO, COME DICI TU, SBRAITII. NON TI RICONOSCO. CREDO CHE MI DEVI UNA SPIEGAZIONI RAZIONALE, O SE VUOI, PROSASTICA, OPPURE LIRICA SENZA ESSERE SENTIMENTALE O CONTRITO— QUINDI ASPETTO UNA TUA RISPOSTA UMILE E PENTITA SU QUESTO BLOG. E NON COMPRENDO COME PUOI STIMARE QUESTA FAVETTO CHE SI PERMETTE DI DENOMINARE CHIWAWA POETI CHE STIMO!
    AS

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