Rosa Pierno POESIE SCELTE da Artificio (Robin, 2012) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto città macchine.gifRosa Pierno è nata a Napoli nel 1959 e ivi laureata in Architettura, vive a Roma. Dal 1993 fa parte della redazione della rivista di ricerca letteraria “Anterem” diretta da Flavio Ermini, Verona. Cura la rubrica Tangenze per la rivista d’arte “Il Libretto”, edizioni Pagine d’arte, Svizzera. Ha curato per tre anni il blog “Trasversale” (2011-2014). Suoi testi sono presenti nelle riviste Anterem, Poesia, Musica/Realtà, Next, Malavoglia, Almanacco, Bloc Notes, èlites, Semicerchio, Il Segnale, Formafluens, l’Ulisse, Equipèco. E’ presente con la sua cospicua attività critica nei seguenti siti e riviste: Mannieditore, Tellusfoglio, VicoAcitillo, Carte allineate, Anterem, L’Immaginazione, Malavoglia, Lietocolle, Lucreziana 2008, Il Segnale, PoetryInTime, Rebstein, Lietocolle, Leggendaria, Milanocosa, I fogli, TestualeCritica.

Ha pubblicato i libri:
“Corpi” Anterem, Verona, 1991,
“Buio e Blu” Anterem, Verona, 1993,
“Didascalie su Baruchello” Roma, 1994,
“Interni d’autore” Edizioni Joyce & Company, Roma, 1995
“Musicale” Anterem, Verona, 1999
“Arte da camera” edizioni d’if , Napoli, 2004
“Trasversale” Anterem, Verona, 2006 (Premio Feronia Città di Fiano 2006 Sezione Poesia)
“Coppie improbabili”, Milano, 2007 Edizioni Pagine d’arte
“Artificio”, Robin, Roma, 2012

E’ presente nelle antologie:
“Akusma” edita da Metauro edizioni (2000)
“Poesia in azione” a cura di Vaccaro e Guidetti, , Milano, edito da Milanocosa,
“CIRPS” (antologia multimediale) curata da Francesco Muzzioli (2001)
“Verso l’inizio. Percorsi di ricerca poetica oltre il Novecento” Verona, Anterem, 1999
“Parola plurale”Luca Sossella editore, Roma 2005
“Monti Lepini” con Davoglio, Hajdari, Pierno, Theophilo a cura di Filippo Bettini, Quaderni del Capanno2008
“Calendario della poesia italiana”Alhambra publishing, Belgio, 2010
“Blanc de ta nuque” di Stefano Guglielmin, 2012

Suoi testi sono presenti nei seguenti libri e cataloghi d’arte

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: Anatomia dell’«Artificio»

 Il vocabolario Trecccani annota: «artifìcio (o artifìzio) s. m. [dal lat. artificium, der. di artĭfex «artefice»]. – a. Uso dell’arte per ottenere fini determinati, quindi abilità, maestria nell’operare: bassorilievo scolpito con amirabileb. Espediente trovato con arte per raggiungere un migliore effetto, per creare un’illusione, per far apparire più bella una cosa… Quindi anche astuzia, stratagemma: ottenere con artificiocon artificiservirsi dei più abili a.; o affettazione, ricercatezza: gli adell’oratoria».

Rosa Pierno in questo libro adotta la strategia dell’artificio sul tema dell’«amore», una sorta di anatomia dell’artificio come anatomia dell’amore. Viene indagato «L’amore fossile», «lo stato del non amore», in quanto «Lo stato del non amore differisce da quello in cui amore regna per totale mancanza di colore: la realtà non ha luce né suono, né gusto né alterazione, non arpiona l’animo, né lo trascina; non ci sono picchi da registrare o epiche imprese da compiere o viale fiorito da percorrere e nemmeno pietraia da superare.   Stato del non amore è vuoto teatro, polveroso palco».Viene tracciata tutta la fenomenologia dell’«amore»: «unione e separazione, somiglianze e differenze, proiezioni, mente e corpo, molteplicità e identità», etc. «Occorre distinguere – scrive l’autrice – la relazione che intrattengo con il tuo corpo da quella che intrattengo con la tua mente, poiché entità non assimilabili. Non dovrò considerare mente e corpo un intero, ma come due distinte persone». Assistiamo ad una conversione dei tropi in immagini e della loro metaforizzazione in due personaggi fittizi che occupano la scena.

Scrive Roman Jakobson: «Sulla trasformazione di immagini reali in tropi, sulla loro metaforizzazione, è basato il simbolismo come scuola poetica […] Per quanto riguarda il tempo letterario, un vasto campo di ricerca è rappresentato dall’artificio dello spostamento temporale».1 Parole illuminanti che ci introducono da subito all’interno dell’«artificio» poetico di Rosa Pierno.. In questo libro, si ha uno «spostamento di genere», l’«artificio» investe il genere stesso della «poesia», che diventa un elzeviro in bilico tra l’autoriflessione e la riflessione filosofica, una sorta di analitica dell’amore e del non amore, «eros e anteros», «amor sacro e amor profano», «Venere e Adone», «fuochi artificiati», luogo della «simulazione» e della «dissimulazione», «gioco delle corrispondenze speculari», «avvistamenti», «assalti», «affetti», «spazi sacri», con tutta una serie di corollari e di epifenomeni: «Anteros risveglia in coloro che sono amati la necessità di donare amore. Alleato di Eros, gareggia con lui per il possesso di un ramo di palma o di una mela. L’amore reciproco è solo in questa gara, contesa interna al dominio stesso dell’amore, in cui concorrono sensi e ragione»; «la mente contempla il corpo come esistente in sé, fino a quando non ricava un’altra affezione che ne esclude l’esistenza…»

Il problema della transvalutazione dei generi e della loro crescente ibridazione lo si può comprendere meglio se accettiamo di partire dalla crisi della forma poetica che data dalla metà dell’Ottocento con Les fleur du mal (1859) di Baudelaire, crisi che si aggrava nel Novecento ben prima della prima guerra mondiale, per giungere ai giorni nostri come stabilizzazione permanente della crisi, e quindi con la definitiva ibridazione dei generi artistici e della loro messa in liquidazione. Con la sovversione dei generi artistici. È  la via maestra per comprendere questo libro, misterioso e alchemico, trattatello metafisico sull’amore non amore e disamore. Categorie centrali sono quindi il traslato (il passaggio da un genere all’altro), il procedimento meta ironico e l’ossimoro («amore non amore»), che, come scrive Jakobson, «rivela chiaramente la sua natura verbale poiché, secondo la definizione della filosofia contemporanea, se ha significato, esso non ha oggetto (come ad esempio “il cerchio quadrato”)».2

Luogo principe dell’artificio è il «teatro» del «mondo», luogo figurale per eccellenza in cui «qualsiasi cosa può accadervi», dove il «Tempo ideale coincide col tempo della festa», luogo di trasformazione e trasmutazione delle immagini reali in tropi, dei miti in riti e dei tropi in allegorie. Sull’assito del palcoscenico del «mondo» avviene l’incontro tra due attanti intorno a quella cosa misteriosa che non sappiamo più che cosa sia: «definizioni, assiomi, proposizioni, dimostrazioni, teoremi, corollari, tutto un ventaglio di strumenti per circoscrivere l’amore, per controllarlo, per sviscerarlo e all’occorrenza troncarlo».  l’«Amore è moto turbinoso di schizzato concorso, di commistamento… Dialogo, lotta, caduta e trionfo senza soluzione di continuità».

Rosa Pierno fa una de-mitologizzazione del luogo retorico dell’amore, raffigurando in forma saggistica e suasoria la comportamentistica e lo psicologismo degli attanti-amanti. Infatti, «ci vuole metodo per porre ordine, per creare argini e trovare l’ago nel pagliaio. Metodo per distinguere fra regola e arbitrio… Medio proporzionale fra ragione e passione… [che] spalanca nuove prospettive».

città in bianco e nero

città di sera

«E così – scrive Gilberto Isella nella prefazione – avviene l’incontro con il monstrum, dentro e fuori di noi. Il mostro-attore-maschera che calca il palcoscenico artificioso della vita, colui che sperimenta il ludus malinconico (quel navigare, fin dall’età barocca, tra reliquie oggettuali umanoidi), in un irrequieto concerto di tropi dove la sinestesia sposa l’ossimoro e ogni creatura si scopre entità ana- e metamorfica. Il mostruoso non è che l’effetto del mostrare, evidenza portata all’eccesso, mentre l’eccedere, da parte sua, declina l’accadere in forma di turbolenza: “Amore è moto turbinoso di schizzato concorso, di commistamento” E ancora: “Dialogo, lotta, caduta e trionfo senza soluzione di continuità (Artificio)».

«Curiosità – Si può essere curiosi di libri, di stampe, di quadri, di medaglie, di bulbi di tulipano, di giade, di mostri, di pietre, di fossili, di pesci con strumenti da scasso, di lucciole con lumi, di corni di animali inesistenti. Venere non è mai troppo lontana con Amorino dalle collezioni. Anche alchimia e filosofia ermetica, col miracolo dell’ottica, hanno partecipato alla costruzione del sapere. Curiosità, fra teologia e scienza, producendo raccolte, ha consentito di porre la questione della libera conoscenza».

Riguardo alla nota tesi  della mitologizzazione dell’opera d’arte, Gianni Vattimo sostiene che poche opere d’arte possono essere considerate come «fondatrici» di «mondo», e tra queste ritroviamo, ad esempio, la Bibbia o la Commedia di Dante. Ma, a rigor di termini, si tratta allora di capire in che termini un’opera è abitabile e se essa possa costituirsi anche come territorio ostile, inabitabile, radicalmente refrattario a qualsiasi tentativo di ermeneutica: non è un fatto secondario che un’opera sia più abitabile in un periodo storico e meno in un altro; questo fa pensare che il mondo di ogni opera sia inscritto sempre in un mondo più ampio secondo una geometria concentrica di mondi. Tuttavia, la definizione dell’opera come fondazione di mondo ci sembra calzante, in via del tutto eccezionale, a proposito di opere collettive, vere «enciclopedie tribali», come i poemi omerici o la Bibbia: in questo caso l’opera rappresenta la genesi culturale di una civiltà e di un popolo, la struttura del suo ethos.

Leggendo quest’opera di Rosa Pierno si ha ragione di ritenere che l’opera d’arte di oggi sia una «enciclopedia individuale», portatrice di individualità ormai scisse dalla comunità, che non è fondatrice di alcunché, al massimo può fondare la propria unicità, può s-fondare se stessa come alterità irriconoscibile e nient’altro. Forse, a lettura ultimata,  il percorso sotterraneo del libro lo si può ritrovare nel mito dell’androgino come figuralità che riunisce in sé entrambe le polarità sessuali, luogo dove gli ossimori e le alterità si conciliano.

1 Jakobson Roman Questioni di teoria e analisi testuali Einaudi, 1985

2 Ibidem p. 6

da Artificio, Robin, 2012

LA MAPPA DEL TESTO

Se si volesse tracciare il diagramma dei loro incontri, avvicinamenti, disguidi, mancate coincidenze, fughe, ritorni, incomprensioni, addii definitivi e sovrapposizioni carnali si avrebbe una mappa illeggibile, piena di tumuli, di itinerari che s’incrociano, di puntini sospensivi e di stendardi caduti, di profezie e di affermazioni successivamente negate, di documenti falsificati e di baci rubati, di dediche d’amore eterno e di rifiuti poi rinegoziati. Di questa cartografia d’amore si tenta, qui, di ricostruire il perduto testo attraverso un mosaico composto con citazioni prelevate da varie fonti: testi classici o memorie personali, il tutto impiantato in un terriccio misto a detriti e reperti, in cui ciò che è antico è riportato alla luce e ciò che è attuale proviene da atavica memoria. Passato e presente senza distinzione.

TEATRO

Teatro è mondo in cui vigono condizioni particolari: qualsiasi cosa può accadervi e in un solo luogo e in una sola ora. Inizio del mondo, conversazione col serpente o tradimento con mandragola. Tutto ciò che è immaginabile vi viene rappresentato.

Tempo ideale coincide col tempo della festa. La celebrazione è proiettata sui fondali, sui visi, sulle vesti. Fra matrimoni e ingressi del principe o del papa, tutto scorre senza soluzione e Reginella non ne salta alcuna di parata o di elegante e sontuosa comparsata.

Che sia comica, tragica o satirica la rappresentazione, lei è presente sempre. A cavallo o a piedi, vestita con una rete, mezza digiuna e mezza sazia, si offre come enigma. E a tratti è doppia: principessa o lazzara, dipende dalle storie che attraversa.

Città è scenografia ideale. Città è mentale. Punto prospettico equivale a retorico artificio: si accentri il mondo, gli si dia forma immutabile, ordine inalienabile! Si vada a dare inizio allo spettacolo!

COMMEDIA

Nel principio della commedia, quando si levò la gran cortina, si vide una nuvola in aria, nella quale era Venere, con la stella Espero a destra e con la stella Giulia a sinistra; le quali tutte e tre insieme cantarono un madrigale in onore della bella donzella. Di lei cantarono la triste storia, di come il suo crudele amante pur desiderandola la rifuggisse, degli ostacoli che follia pose sul loro sentiero e dell’ambiguo epilogo. Sì che gli spettatori, colti da affetti subitanei, tirarono fuori i fazzoletti e mare crearono ai piedi della città dipinta.

ARTIFICI

Dall’universo delle cose all’universo delle parole: molteplici forme conservano la loro autonomia e tutte insieme stanno sulle tavole del palco. Commedie sono metafore rappresentanti azioni per mezzo degli abiti e della voce e macchine teatrali rappresentano luoghi per mezzo d’apparenze: mari ondeggianti e selve mobili su cui volteggiano volanti corpi.

Spazio d’illusione, spazio di rievocazione, spazio naturale, spazio artificiale sono creati dalla medesima macchina celata. Dalla piazza si passa al palazzo: teatro è in pubblico e in privato spazio.

In così stretto loco è da non credersi quante viuzze, palazzi, cornici, logge e terrazzi! Assoluto artificiale coincide con la più vivida realtà.

FESTA

Muse con bellissimi drappi, cinte di argentei rami di olivo, hanno i crespi capelli cosparsi di fiori e un grande cappello ornato di ghirlande di agnocasto. Segue selvaggia donna con pelle di pantera e musa la tallona, più lascivetta, vestita di splendido drappo con assai svolazzi.

Giovinetti preannunciano il corteo marino ondeggiando e quando aprono le loro fila al centro appare una ninfa che indossa una veste dipinta di color smeraldo e ha per scettro una lisca gigante. La seguono tritoni con vesti tempestate di ostriche e di cozze, di telline e di maruzze. Tritoni circondano la dea del mare con diadema di diamanti, vestita di sola rete avente sullo strascico un’aragosta con moventi chele. Bambini e bambinelle chiudono il corteo e Reginella scalza segue danzando.

Persino una nave con trenta remi entra nella città su un carro camuffato mosso da dieci cavalli, mentre d’intorno gli spumeggia il mare, setoso drappo di spumeggiante seta, tanto che sballottata appare dai marosi.

All’indomani della festa, nella sala, addossati alle pareti o ammucchiati sul pavimento, carri allegorici, archi di trionfo, trofei di marmo, teatri di verzure, corone d’oro e d’alloro, lapidi commemorative, bandiere e stendardi, manti regali e delfini per fontane sono il deposto segno del trionfo celebrato: il signore a cavallo nella città è entrato.

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SECONDO ATTO

Dopo l’intervallo del primo atto, si sente tuonare; al qual strepito la scena tutta muta aspetto, poiché compare all’improvviso una nuvola tirata da pavoni, sulla quale sta a sedere Giunone e sull’arco celeste Iride, serva di Giunone, che deve annunciare le nozze dell’eletta donzella.

La donzella casca dalle nuvole: “Il folle uomo mi ha dunque chiesta in moglie? Com’è possibile, se l’ho io ricusato? Se anelo ad attraversare l’Averno per non essere preda di quell’uomo sciroccato? Oh, certo, qui, urge dare nuovo corso alla storia e chiedere udienza al tribunale dell’umana saggezza, poiché amore non è comunque privo di voglie, pur se è privo di ragione”. E crolla come marionetta coi rescissi fili crolla.

CANONE ENIGMATICO

Enigmatico è quel canone nel quale i conseguenti non sono dedotti dagli antecedenti. Se amor non ti guida, via non trovi. Il cammino è costellato da errori: periodi confusi, clausole imperfette, cadenze fuori di proposito, le male accomodate parti, i passaggi senza vaghezza, i numeri privi di proporzione, i movimenti mancanti di propositi e infiniti altri disordini e sommosse. Con siffatta zavorra non si potrà addivenire a soluzione. Tocca riscrivere tutto il testo, correggere, accomodare, accordare musica e parole, sentimento e ragione. Sarà necessario ricominciare daccapo. Dal primo appuntamento. Magari con altro non bacato amante.

EFFIMERA CERTEZZA

Non è sottoponibile a dubbio la salda convinzione di essere in amore. E’ un sapere conquistato non per via logica. Non è nemmeno legato a un sistema morale che vuole solo il bene dell’amato. Non amarti mi è altrettanto naturale.

E’ atemporale l’amore, nell’arco di una vita può morire e ritornare. Vivere sommerso o sopravvivere, adamantino come un teorema, a ogni quotidiano avvenimento. Si può dimostrare logicamente che sei l’amore mio più grande e altrettanto razionalmente che nemmeno ti stimavo.

Se avviene per sola via logica la dimostrazione della verità, per la medesima via avviene che si possano divellere tali fondamenta. Attraverso l’analisi delle frasi e degli atti vale la pena ogni giorno di annotare se oggi mi ami o provi disamore. Verificando solo dopo anni da quale parte la bilancia pende.

Che non vi sia nulla dell’effetto che non fosse nella causa, e che la tua fuga fosse contenuta in ciclico ritorno e la tua ricomparsa determinasse la mia ritirata, non vuol dire che qualcosa di ciò che è stato fosse predicibile.

Non vi è sostanza che non cessi di esistere, quando cessa di durare, e durata non è distinta dalla sostanza che attraverso il pensiero. Amore continua a perdurare nonostante sia dileguata la confidenza, franta la relazione, caduta la conversazione.

Le tue membra come singole parti non ricomponibili, inconfrontabili con altre, non sovrapponibili nemmeno con altri ricordi che ho di te, non differiscono mai però dall’unico corpo che amo.

E’ necessario che gli amanti si allontanino un po’ l’uno dall’altro, poiché, per quanto piccolo sia questo allontanamento, esso non cessa di essere una vera divisione e, dunque, meglio lasciarsi definitivamente.

In una causa ci deve essere perlomeno tanta realtà quanta ve ne è nel suo effetto. Non si spiega, in ogni caso, l’amore che provo con l’uomo per cui lo provo.

E’ ancora possibile ciò che non è ancora avvenuto, ma che avverrà prima o poi. Malgrado ciò, non avverrà che i nostri sguardi si incrocino, che tu mi riconosca come parte del tuo corpo. A causa del tuo diniego, solo il nostro amore non è possibile nell’universo intero.

Nel nostro modo d’intendere l’amore sussistono chiarezza e oscurità insieme. Lo intendiamo e ci è impossibile comprenderlo. Lo viviamo e non lo accettiamo, lo estirpiamo da noi e ce lo ritroviamo dentro indistruttibile.

E’ contraddittorio concepire nello stesso tempo la mente come distinta dal corpo e in unione con esso, e pur tuttavia la distanza non è solo quella esistente tra i nostri due corpi, né ci uniamo soltanto con essi.

IN FORMA LOGICA

Vero è ciò che si può provare e falso il non vero. Impossibile è ciò in cui entra un termine contraddittorio. Dunque, il nostro amore è vero, è falso, è impossibile.

Non è vero che non si possa effettuare alcun calcolo sull’amore: è anch’esso una quantità.

Si può venire sicuramente a conoscenza di molte cose sulla natura dell’amore, in base al principio che non può sussistere alcuna differenza tra ipotesi e conclusioni. Affermare che amo non può comportare che io lo neghi un istante dopo. Né il futuro può cancellare il passato.

Il vero amore non può essere ridotto a identità: ciò nonostante la perfetta sovrapposizione viene tentata mediante atto di unione fisica reiterato fino allo sfinimento che avvicina progressivamente alla coincidenza, sebbene mai pervenga a essa.

Non esiste una dimostrazione del fatto che se un corpo si avvicina continuamente a un altro corpo allora è vero che si è sempre avvicinato e sempre si avvicinerà. Se si procedesse oltre si constaterebbe che non si accosterà più a esso, ma se ne allontanerà.

Se questo tendere a un solo essere è l’aggregato di due esistenze, prolungandolo si vedrà che è l’aggregato di molteplici. C’è sempre troppa folla nella stanza.

Se pure abbandoni un luogo più distante per avvicinarti, resterai sempre a una distanza siderale da me. Sarà il tuo venire verso di me una somma di momenti che mai perverrà a integra presenza.

Tutto ciò che si muove, persino in questa fossile orbita, muta di luogo. Tutto ciò che muta si trova in due momenti prossimi: tu che mi ami rabbiosamente, io che ti odio teneramente.

Non c’è nessun corpo al mondo che non subisca in ogni momento qualche passione dovuta ai corpi vicini. Io e te, pur insistendo nella medesima orbita, veniamo allontanati da altre forze.

Volere che l’amore sia permanente e mai mutevole ricade nell’opinione di coloro che vogliono che la realtà non abbia accidenti.

I corpi di due amanti hanno la stessa coesione della sabbia. L’inerzia o la pressione, la forza o la passiva resistenza si alternano in entrambi. Se un corpo non si lascia penetrare e poi cede, indebolisce colui che spinge e viceversa. Gli amanti vengono travolti dall’amore stesso e poi da esso abbandonati.

Forse la connessione fra ciò che accade in tempi e luoghi differenti è una verità che attraversa e infilza: verità di ragione. O, forse, è solo variazione nella percezione.

Che sia l’amore cagione di se stesso o sia determinato dalla presenza dell’altro non è motivo che abbia alcuna influenza nella valutazione della sua assolutezza. Corpo amato può essere assoluto e perenne pur nella sua assenza: è funzione della mente.

MOLTEPLICITA’ E IDENTITA’

Lo si afferra di colpo. Si comprende senza passi logici, senza sapere come ci si è giunti, da quale giro sul tabellone dell’oca, per quale colpo di dadi. Tuttavia comprendere, qui, non è legato allo scopo da raggiungere, alla strategia da attuare. Si comprende di colpo e di colpo si perde. A causa della medesima natura dell’amore.

E’ l’amore stesso. Senza stare a cercare nessuna esterna spiegazione. Perché si è arrivati a questo punto e mai più si ritornerà a come si era prima: un solo respiro, un moto similare, un gemito all’unisono.

Mi pare di comprendere e allo stesso tempo di non comprendere come l’amore possa piegarsi al non amore. Come il non amore non estingua l’amore. Osservo che una costante oscillazione tra me e te attraversa i concetti di difesa e dignità, di crudeltà e pietà. Ribellarsi e accettare condividono il medesimo ondeggiare e mi viene il mal di mare.

Non vi è alcuna contraddizione fra amore e ingenerosità, passione e odio, desiderio e rifiuto. Alcun paradosso ne sancisce la compresenza. Sarebbe contesto morale che vuole l’esclusione di una delle due parole. Mentre amore le reclama entrambe.

La sola possibilità che quei brandelli di frasi, lacerti di azioni, gesti timorosi e proponimenti ogni notte reiterati si potessero ricomporre in un tutto che fosse continuare a restare in amore lo si considerò come insperata provvidenziale risoluzione. Presto naufragata.

Mi pare di aderire al presente indissolubile legame, come si ascolta una frase musicale, se solo guardo i tuoi occhi chiari. Comprendo quanto lo stato di preda sia fatto naturale, a te legata per l’eternità, e morso affondo nella tua carne infliggendoti legame non meno eterno. Musica, inflessibile, prosegue il suo naturale andamento.

Nessuna ragione dovrà essere tirata in ballo, nessuna logica individuata, nemmeno la malattia mentale. Amore mette proni e amore salva. E’ l’altro lato della medesima medaglia.

Attratta nel girone dell’inferno per una tua frase sibillina e scaraventata in indigente stato dai tuoi miseri atti, sapendo che non è copione di tragedia: nemmeno a porvi freno, si esce dal teatro, si saggia libertà, si spegne con le dita la fiammella dell’illusoria tresca. Il gioco è qui scoperto, però può andare avanti un altro poco. Finché dura. Finché non sale sul palco il sostituto.

ASSOLUTO

Se l’amore assoluto è già dato, ciò che posso trovare non sarà che imperfetto. Da qualche parte, in qualche luogo privo di fisico spazio, l’amore è già stato consumato.

Nessuna storia, progresso nemmeno, a tirar giù l’idea di come dovrebbe essere, quello che si vive è privo di lucore. Pallido sembiante di sfavillante sole.

Eppure, o mai amore conobbi o ciò che conobbi in seguito sempre a quello riportai.

Discende da quell’unica passione il singolo caso, i gesti che non concordano, le liquide parole che non dissetano.

Amore senza resto, senza altrove a cui demandare mancanze, da cui declinare somiglianze: unico immutabile ed eterno, perfetto e infinito, incarnato in annoiate repliche.

La durata dell’unione, i corpi che si penetrano in ogni modo, diviene interminato atto che il tempo elargisce senza soluzione.

In ogni istante, io assaggio l’incavo del tuo gomito per sempre e tu immergi la tua voce nel mio orecchio da sempre.

Asfittico luogo, con fioca luce, mentre la vista fugge da immobili membra, prive di forza, su cui nemmeno scorrendo con la lingua, alitando, soavemente nominando è possibile rinvenire alcun moto. Amore non può nulla su fossile cuore.

Se l’amore fosse tutto ciò di cui il mio essere non dubita, allora fondamento dell’amore sarebbe la libertà d’amare. Posso dirti sì o no in ogni istante. Ma anche sì e no insieme.

Che proprio gli amanti manchino di pietà l’uno verso l’altro è la cosa meno tragica e la più triste possibile. Amore che se stesso divora.

Assenza equivale a presenza in un amore finito unilateralmente o non finito, ma represso e calpestato. E’ presenza che tinge di viola e porpora i bordi del cielo. Idea che sfiora il corpo facendolo tremare.

Che l’uno rifiuti e l’altro desideri, che l’uno implori e l’altro non ascolti, pure, non risolve il legame. Non si può spezzare per sola via logica ciò che ha anche natura illogica.

Amore assoluto è ciò che non ha relazione con alcun condizionamento e limitazione. E’ l’identico e l’unico. Nutro un amore incondizionato per il tuo corpo. Non per la tua mente.

Nessuna parola finita potrà definire assoluto amore e, dunque, mille e mille volte sarà necessario ripetere che t’amo.

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10 commenti

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10 risposte a “Rosa Pierno POESIE SCELTE da Artificio (Robin, 2012) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Mi sembra che l’analisi di Cortellessa sia corretta, tutti sono poeti e scrittori ma stiamo dentro un, come è stato detto, autismo collettivo… nessuno legge niente e ciascuno legge se stesso… la società letteraria di prima del boom economico è scomparsa, la critica anche e ho sentito autorevoli scrittori dire che è sbagliato fare gerarchie tra le opere e gli autori e che stiamo in una dimensione orizzontale…

  2. Salvatore Martino

    Sì, un’analisi impietosa ma corretta…soltanto su di un assunto mi trovo a dissentire: non credo, ma forse lo spero soltanto, che il libro come oggetto cartaceo debba sperire.

  3. Salvatore Martino

    Io non sono Jacobson né Linguaglossa, non sono un crtico insomma, ma un vecchio rimbambito lettore,che ancora si diletta a leggere poesia e purtroppo a farla. Ebbene questi lunghi scritti della Pierno mi stravolgono, mi gettano nella più assoluta perplessità. Sono un saggio sull’amore? Uno Squarcio di testo teatrale? L’incipit di un romanzo con delle venature mitologiche? Certamente non poesia, non millantiamo per poesia questa prosa nemmeno affascinante. Si può scrivere in prosa facendo grande poesia come nei suoi Poemetti intorno al mito ha fatto in maniera sublime Ritsos…si possono scrivere straordinari poèmes en prose come ha fatto Saint John Perse, e vogliamo parlare i Canti Orfici di Campana?…e siamo pienamente dentro la poesia…ma qui, in codeste pagine…non raccontiamoci balle. siamo in dimensione altera.

    “A.SSOLUTO

    Se l’amore assoluto è già dato, ciò che posso trovare non sarà che imperfetto. Da qualche parte, in qualche luogo privo di fisico spazio, l’amore è già stato consumato.

    Nessuna storia, progresso nemmeno, a tirar giù l’idea di come dovrebbe essere, quello che si vive è privo di lucore. Pallido sembiante di sfavillante sole.

    Eppure, o mai amore conobbi o ciò che conobbi in seguito sempre a quello riportai.

    Discende da quell’unica passione il singolo caso, i gesti che non concordano, le liquide parole che non dissetano”.

    Amore senza resto, senza altrove a cui demandare mancanze, da cui declinare somiglianze: unico immutabile ed eterno, perfetto e infinito, incarnato in annoiate repliche.
    In questo brano sembra che si tenda ad un ritmo , ad un andamento di poesia, ma con uno stile farraginoso come nel seguente distico

    Eppure, o mai amore conobbi o ciò che conobbi in seguito sempre a quello riportai.

    non privo di banalità…e poi il pallido sembiante di sfavillante sole lo raccomando a tutti quelli che si illudono di scrivere poesia.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/10/30/rosa-pierno-poesie-scelte-da-artificio-robin-2012-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15951
    A PROPOSITO DI QUELLA «COSA» CHE NEL NOVECENTO CHIAMAVAMO POESIA
    Caro Salvatore Martino,
    il fatto è che la poesia così come la conosciamo e l’abbiamo conosciuta nel Novecento è qualcosa che non può essere più riproposta, forse la poesia è fuggita dal nostro mondo, ha abbandonato il nostro mondo, e noi la inseguiamo vanamente… E’ da qui il nostro stravolgimento, la nostra disillusione e illusione… Per esempio, io sono sempre stato convinto che dopo Beckett non si potesse più scrivere un’opera teatrale (e di questo ne sono convinto tuttora). Il fatto è che la forma-poesia che conoscevamo come poesia, è cambiata, ne è stata stravolta perché è stata travolta dalla civiltà dell’immaginario delle merci, perché la poesia non risponde al mercato, non è una merce che viene prodotta per dei bisogni (come credeva ingenuamente Carlo Marx), la poesia non è una merce. Tutto qui. La forma-poesia, di conseguenza, è stata attinta da questo stravolgimento.

    Fare poesia come si fa oggi, dagli anni Settanta in giù, come una forma che consente l’espressione del privato e del quotidiano, è nient’altro che una ideologia, un credo, un breviario che va bene per i credenti, per chi ha fede. In realtà la poesia non è mai stata in nessuna delle epoche dell’umanità un contenitore del quotidiano e del privato, questo è un banalissimo luogo comune che gli epigoni ripetono come pappagalli. La verità è che i poeti sono alle prese con una forma-poesia che loro non conoscono, tentano di agguantare il nuovo vestito dello Spirito con ogni mezzo, fanno dei tentativi. Il significato profondo di questi tentativi è in se stesso, appunto, nel tentativo.

    Credo che questa strana combinazione di aforisma e forma saggistica con cui si presenta la “poesia” di Rosa Pierno, si giustifica non in base all’assunto di una estetica del «gusto» ma in base ad un’altra estetica, e precisamente con una estetica che ha rifiutato la retorizzazione del soggetto in voga in questi ultimi decenni, nient’altro che una ideologia con pretesa di assolutezza che proclama (da alcuni decenni) che la poesia si trova nel luogo del soggetto retorizzato. Ma si tratta, appunto, di una credenza, di una fede, di una religione, di una superstizione, di una teologia scambiate per una antropologia. Ma si tratta di un falso. Ovvero, forse anche questo è un falso: il falso di un falso.

    Secondo la tesi del famoso fisico Michio Taku, dio è una entità che parla matematica e che abita l’Iper-spazio a 10 dimensioni più il tempo. Solo che ancora non abbiamo una matematica in grado di leggere le frasi che dio pronuncia nella sua dimora nell’Iperspazio. Il problema dell’autenticità nella nostra epoca si pone come l’orizzonte decisivo delle filosofie del nuovo esistenzialismo, proprio perché dio sembra aver abbandonato il nostro piccolo universo e si è ritirato a villeggiare nella sua vasta dimora presso l’Iper-spazio. Sta a noi e solo a noi, dunque, trovare le chiavi di una esistenza giusta e dignitosa. Così oggi si torna a parlare di autenticità come si parla di Iperspazio, cioè di entità distanti quanto la luna da noi semplici enti mortali.

  5. Salvatore Martino

    Anche se come affermi la poesia è fuggita dal mondo, noi siamo costretti a inseguirla ostinatamente. Peraltro io credo fermissimamente che ancora esistano poeti capaci di interessarmi, con una loro ricerca della verità impossibile, il loro forse inutile ragionare. Non credo al tuo epicedio sulla poesia, che senza ritornare a congetture pre- romantiche tipo “vince di mille secoli il silenzio” è certamente capace di scavare nel tempo duraturo. Certo tanta attuale produzione( non solo attuale ma a partire da qualche decennio) chiusa nel piccolo spazio dell’oggettistica del quotidiano e dei suoi sentimenti ha molto infangato l’immagine della poesia,che ti ripeto sopravvive e parla agli altri, anche se davvero pochi,con,la sua forza creativa.Ma non credo sia una situazione del tutto nuova: del resto i veri poeti sono sempre stati pochissimi, in oqni tempo. Tutta questa valanga di ingiurie della cosiddetta civiltà tecnologica, non ce la farà a cancellare il grido di bellezza e di disperazione che sale dai versi di un poeta.E so che al fondo carissimo Giorgio mi dai ragione…altrimenti non scriveresti più, e così bene.

  6. Salvatore Martino

    Ancora qualche corollario terra terra: oggi la produzione poetica è diventata di massa, non così la fruizione…da un mondo ristretto, aristocratico, che puntava alla qualità, allo studio, al rigore, alla cultura, all’approfondimento, siamo passati a un ordine democratico vastissimo e autoreferenziale, dove chiunque crede che scrivere versi sia un esercizio facile, consentito a tutti. Non c’è discrimine tra un poeta e chi si finge tale. entrambi pubblicano, entrambi non saranno letti. Io non credo che non ci siano più poeti in giro, ne conosco, anche se in numero giustamente ridotto, la poesia con le sue necessarie varianti dettate dal tempo e dagli eventi continua a vivere, anche in questa gigantesca precarietà. Per quanto mi riguarda dopo più di cinquanta anni di esercizio non alzo bandiera bianca, sollevo ancora la testa verso il cielo e verso il mondo infero, cercando nei versi un colloquio con me stesso e con gli altri, cercando di trasformare le mie esperienze in un dettato che possa coinvolgere i miei compagni di viaggio, i miei vicini di casa. Il contatto col mondo degli umani, degli animali, il contatto con la sfera metafisica.

  7. un’autrice che ammiro e che mi è particolarmente cara, Rosa Pierno, mi piace molto la sua poesia così nitidamente fredda, così nitidamente puntuale e perspicace, oltre che esserle ancora debitore per la prefazioen di Caleranno i Vandali

  8. Sì, molto meglio se a parlar dell’amore siano le donne, piuttosto che altri: il mix di ragione e sentimento è più convincente; anche se qui il sentimento è messo da parte, o tenuto in conto come fattore X – che per gli uomini sarebbe di un diverso combinato – ma proseguendo si entrerebbe nel labirinto che queste poesie han saputo allestire: ben pensato e messo in ordine. Meglio lasciarsi condurre, come si fa con la saggistica. E prendere appunti:
    “Ribellarsi e accettare condividono il medesimo ondeggiare e mi viene il mal di mare”
    Ottimo, ottimo davvero.
    Mentre nei versi successivi che trascrivo si ha la visione non dichiarata di corpi, l’incavo di un gomito, il suono di una voce, l’orecchio, fioca luce d’ambiente, lingua, alito e infine cuore:
    La durata dell’unione, i corpi che si penetrano in ogni modo, diviene interminato atto che il tempo elargisce senza soluzione.
    In ogni istante, io assaggio l’incavo del tuo gomito per sempre e tu immergi la tua voce nel mio orecchio da sempre.
    Asfittico luogo, con fioca luce, mentre la vista fugge da immobili membra, prive di forza, su cui nemmeno scorrendo con la lingua, alitando, soavemente nominando è possibile rinvenire alcun moto. Amore non può nulla su fossile cuore.
    Al poeta chirurgo non fa impressione la vista del sangue. Poesia verrà poi, quando cesserà l’effetto dell’anestesia. Allora si passerà all’assenza:
    “Assenza equivale a presenza in un amore finito unilateralmente o non finito, ma represso e calpestato. E’ presenza che tinge di viola e porpora i bordi del cielo. Idea che sfiora il corpo facendolo tremare”.
    E per non farsi male, meglio saperlo.
    Per come la penso io, chirurgia, saggistica e poesia possono benissimo andare a braccetto.
    Se prevale l’aspetto mentale, se prevale anche sul bello, sul bello instabile, si otterrà un diverso percorso, tutto qui. Tutte le poesie che hanno senso finiscono, normalmente, con l’aggrapparsi alla luna di qualche verso. Non è questo il caso. Le gote s’arrossano comunque.
    Complimenti.

  9. Penso che Cortellessa sbagli nel credere che a leggere poesia siano solo i poeti. La prova sta in internet. Forse non accade tanto spesso sui blog di poesia, ma nei social la vita della poesia è piuttosto movimentata; lo spazio designato è personale, è quello delle amicizie, anche occasionali; ma non a caso: poesia è lì che comunica, one to one. Mentre legge poesia, il lettore, a sua insaputa, si fa poeta. E’ un fatto. Chi scrive terrà conto del fatto che se a leggere saranno altri poeti, sintassi, spaziature, lessico e a-capo conteranno fin nei minimi dettagli, ma per altri conterà di più la sostanza, lo stile, nel qual caso il giudizio potrebbe essere feroce.

  10. Trame, congetture,personaggi e araldiche annessioni,
    come siamo prigionieri! Davvero questo Dio è insopportabile
    se per godere delle sue movenze, riappropriarci della nostra teatralità,
    dovremmo inseguirlo nello spazio!
    O Dio del Teatro che fuggi cosi via, stanziati, riproponiti trama.

    Cosi latente è la nostra approvazione
    di figuranti erranti.

    Del resto perché leggerlo tutto il poema?

    Sull’ “ASSOLUTO” per esempio, soffermatevici.

    Quando tornate a casa fate una carezze ai vostri libri!
    (rischiamo di non rivederli mai più).

    (per inciso:intendo si parlasse di altro amore, appunto di libri.)

    Mauro Pierno

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