ERNST MEISTER  POESIE SCELTE (1911–1979) a cura di Paola Palestro Dall’introduzione alla mia tesi di laurea La poesia di Ernst Meister – La minima lyrica delle ultime opere -, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 1992/’93

Parlare di Ernst Meister non è certo cosa facile. La facilità d’altronde non faceva parte del suo essere, né come uomo né tanto meno come poeta. Non ha mai tenuto ad essere compreso da tutti, non è sceso a compromessi, non ha mai seguito mode letterarie. Ha seguito solo se stesso, la sua poesia, le cose in cui credeva. Che non comprendevano né partiti né ideologie. Ernst Meister non ha mai fatto parte di un partito, non è stato un autore “impegnato”, non ha mai scritto poesie che riguardassero problemi sociali o avvenimenti storici. Per questo è stato definito un Außenseiter, un “élitario”, ma soprattutto un “ermetico”, troppo lontano, in quanto tale, da un’effettiva comunicazione con un pubblico che non fosse “eletto”. La sua poesia era per lo più considerata difficile, incomprensibile, inaccessibile al lettore comune; un’arte per adepti, per iniziati, nella migliore tradizione dell’ermetismo, appunto. Una poesia “pura”, “assoluta”, fuori dalle regole non solo in senso formale, ma anche nei contenuti, nei temi, che non erano certo attuali o vicini ai tempi. Meister, al contrario, non si è mai considerato “difficile”, ermetico o élitario. Non pensava che la sua poesia fosse complicata, incomunicabile; per questo amava dire che le sue poesie “si comprendevano da sé”, senza che vi fosse un reale bisogno di interpretazioni ardue o di chiarimenti. Non era propenso alle spiegazioni, le riteneva in certo qual modo superflue, inutili, non necessarie ai fini di una vera comprensione; poteva anche arrabbiarsi se non si sentiva corrisposto in questa sua visione. A Meister non importava di scrivere poesie che “piacessero” necessariamente a tutti; la sua poesia non si limitava a “parlare” di qualcosa: “diceva” cose, semplicemente, con la lapidari età e la purezza con cui si dicono le cose più difficili, le cose più importanti dell’esistenza di ognuno. Ma il detestare le spiegazioni non significava, da parte sua, un rifiuto di comunicazione con i suoi lettori, un “rinchiudersi “ nella torre d’avorio” del letterato che scrive esclusivamente per se stesso: per Meister era essenziale la comunicazione, il rapporto con l’altro, il non sapersi solo nell’avventura che è l’esistenza umana. E la poesia è lo strumento privilegiato di questa comunicazione, una comunicazione muta, che usa parole sovente inconsuete, non comuni; parole che costruiscono e vogliono essere un legame con l’altro, con chi legge: “Mein Gedicht sagt Dir/was ich weiß,/es fragt Dich,/was Du weißt.”

(Pitture di Mario Gabriele)

La sua poesia usa termini non comuni, come abbiamo detto. Parole che non fanno parte del linguaggio quotidiano, ordinario. Parole che si oppongono al “chiacchiericcio”, al rumore, all’affollamento di suoni. Il linguaggio doveva salvarsi dall’assurdo, dal non-senso, dal vuoto che si nasconde dietro il chiasso, dietro la bellezza apparente di complicati arabeschi linguistici privi di sostanza; doveva tornare ad essere un vero mezzo di comunicazione, doveva essere riportato alla sua integrità, alla sua funzione originaria. Per questo andava riscoperto il valore semantico della parola, la sua origine, il suo significato al di fuori dell’uso comune: come scrive Helmut Arntzen, “Il compito che la lirica di Ernst Meister richiede alla critica è quello di intendere queste poesie come un invito a superare la deficienza del nostro linguaggio comune, la sua tendenziale assenza di lingua, la sua violenza latente, e di iniziare a pensare linguisticamente, cioè a pensare, soprattutto”.
Nella poesia di Meister la parola si fa assoluta, pura; ricondotta al suo valore primario, è re-inventata, ricreata nello spazio della poesia; così liberata, essa viene enfatizzata e sottolineata da una progressiva riduzione linguistica, dalla densità, dalla concisione. Una sola parola può costituire un verso, diventare pura forma, contorno che trascende il suo oggetto, linea precisa, geroglifico. Segno. La parola si fa cifra, enigma, e nella sua riscoperta il linguaggio riacquista tutto il suo valore, il suo vero significato, le sue radici. La lingua della poesia di Meister vuole porsi al di fuori di spazio e tempo, di ogni contingenza. Al pari della sua poesia, è atemporale, più che meta temporale: giunge a noi come una lingua perduta, come scrive Nicolas Born, una lingua remota, distante, e proprio per questo magica, evocativa. Da immense distanze arriva al nostro tempo, e nel presente, nello spazio della poesia, ripete l’incanto: crea la bellezza. Ci dona un bagliore di eterno, di immortalità: il canto puro, il canto che canta se stesso.

(Paola Palestro)

Poesie di Ernst Meister con le mie traduzioni tratte dalla tesi di laurea:

Da Zeichen um Zeichen

.
Nichts
dir so bekannt,
wie daß
auch Vernunft
sterblich sei.

Sie, des Traums
Seherin.

*

Niente
a te così noto,
che
anche la ragione
è mortale.

Lei, veggente
del sogno.

O Sonne, Hades!

Das Licht:
ein Augenblick.

*

O sole, ade!

La luce:
un attimo.

Wisse, der Buchstab
ist tödlich.

Der Leib hat gehabt
seine Zeile,
langsame Zeit
und Spur.

Seine Vernunft
endet
im Seufzen
der Augen.

*

Sappilo, la lettera
è mortale.

Il corpo ha avuto
la sua riga,
tempo lento
e traccia.

La sua ragione
finisce
nel sospiro
degli occhi.

Am Ende wird
zum Menschen der Mensch;
er vergißt,
verläßt, was er war –
frei in den Himmeln.

*

Alla fine
l’uomo diventa uomo;
egli dimentica,
abbandona ciò che era –
libero nei cieli.

Sich nicht
noch einmal
erfinden.

Eine Weile
noch gehen
zwischen blinder Luft.

Sein ist schrecklich
neben dem Augen
der Blume.

*

Ancora una volta
non
inventarsi.

Camminare ancora
un momento
tra aria cieca.

Essere è orribile
accanto all’occhio
del fiore.

.
Da Es kam die Nachricht

.

Lange vor
Christus geboren
und die Segel gesetzt
gegen Gott.

Deine Hand war
unglaublich wenig
an meiner Schulter,

Wind genug
an einem Tage
der Meere und des
Himmels.

*

Nati molto prima
di Cristo
e le vele issate
contro Dio.

La tua mano era
incredibilmente poco
sulla mia spalla,

abbastanza vento
in un giorno
dei mari e del
cielo.

Es kam die Nachricht
zu gehn an die See,
nördlich, und ich
wollte auch wissen
unterdes, was es
sei mit dem Anfang
der See, Ende oder
Mitte (die schwerste
Betrachtung).

Es erkannten einander,
die kamen
in gleicher Absicht.

Und es wurde
mit Gischt der Wogen
(schön und atmend das Wetter)
Lust gewebt zur Nacht.
Nicht gewußt, daß mir Liebe
geweissagt war
aus der Liebe.

*

Giunse la notizia
di andare al mare,
a nord, ed io
volli anche sapere
nel mentre, cosa
fosse dell’inizio
del mare, fine o
mezzo (la più difficile
riflessione),

Si riconobbero l’un l’altro,
venivano
nella medesima intenzione.

E
con la schiuma delle onde
(il tempo era bello e respirava)
il piacere fu tessuto nella notte.
Non ho saputo che l’amore
mi era predetto
dall’amore.

(Edward Hopper sulla spiaggia)

Das war der
Sand und der Rand,
zartes Verebben
der Wassertiefe,
Ende und Anfang des Meers.

Du sagtest,
meinen Blick lenkend
gegen die hohe Sehe:
Wohin auch man sieht,
alle die Schiffe kentern.

So fabeltest du.

*

Era la
sabbia e la riva,
tenero morire
delle acque profonde,
fine e inizio del mare.

Tu dicevi,
guidando il mio sguardo
verso il mare aperto:
Ovunque si guardi,
ogni nave si rovescia.

Così narravi fiabe.

Das Denken,
die Rose,
tödlich blühend,
weilt es.

Und es ist
Traum
in den Stacheln,
und es
liebt dich.

*

Il pensare,
la rosa,
fiorendo mortale
si ferma.

Ed è
sogno
nelle spine,
e
ti ama.

Sinnwind entriegelt,
ein Gewitter wirft
funkelnde Schlüssel
ins Zimmer.

Das ist
der Augenblick.

*

Liberato il vento del senso,
un temporale getta
chiavi scintillanti
nella stanza.

Questo è
l’attimo.


Da Sage vom Ganzen den Satz

Viele
haben keine Sprache.

Wär ich nicht selbst
satt von Elend, ich

bewegte
die Zunge nicht.

*

Molti
non hanno linguaggio.

Se io stesso non fossi
sazio di miseria, io

non muoverei
la lingua.

Da keineswegs
bei dir
das Meer das letzte Wort hat

(sondern von nun
das Trockene
dir zum Trank dient),

so müßt ich
deinen Namen tilgen
am Grund des Sees.

Das aber
kann ich nicht…

Ich bleibe
dort beim Grund
mit deinen Augen,

gesunkenem Gebein
und Zeug
der Oberwelt.

*

Poiché in alcun modo
in te
il mare ha l’ultima parola

(bensì da ora
l’aridità
ti serve da bevanda),

io dovrei
cancellare il tuo nome
in fondo al lago.

Questo però
non posso farlo…

Io rimango
là sul fondo
con i tuoi occhi,

scheletro affondato
e testimone
del mondo emerso.

Sage vom Ganzen
den Satz, den Bruch,
das geteilte Geschrei, den
trägen Ton, der Tage
Licht.

Mühsam
im gestimmten Raum
die Zeit in den Körpern,
leidiges Geheimnis, langsam.
Tod immer.

(Und ich wollt doch
das Auge nicht missen
entlang den Geschlechtern nach uns.)

Sage: DIES ist kein anderes.
Sage: So fiel, in gemeiner Verwirrung,
der Fall. Sage auch immer:
Die Erfindung war groß.

Du darfst nur nicht
Liebe verraten.

*

Del tutto
dì la frase, la frazione,
l’urlo diviso, il
monotono suono, la luce
dei giorni.

Faticoso
nello spazio accordato
il tempo nei corpi,
triste segreto, lento.
Morte sempre.

(E pure non volevo
esser privo di occhi
lungo le generazioni dopo noi.)

Dì: QUESTO non è altro.
Dì: Così accadde, in comune smarrimento,
il caso. Dì anche sempre:
L’invenzione era grande.

Solo non devi
tradire l’amore.

(Ernst Meister)

Da Im Zeitspalt

Und was
will diese Sonne
uns, was

springt
aus enger Pforte
jener großen Glut?

Ich weiß
nichts Dunkleres
denn das Licht.

*

E perché
questo sole vuole
noi, cosa

sgorga
dalla stretta porta
di quel grande calore?

Io non conosco
niente di più buio
della luce.

Im Zeitspalt
ein Gedanke gewesen,
bis der Ewigkeitsschrecken
ihn umwarf.

Was folgt,
ist nicht Schlaf,
sondern Skelett.

Das wissen
die Verständigen aber.

*

Nella fessura del tempo
è stato un pensiero,
fino a che il terrore dell’eternità
lo travolse.

Quello che segue
non è sonno,
ma scheletro.

Questo però
lo sanno i ragionevoli.

.
Da Wandloser Raum

.

Wir leben
von den Entfernungen.

Der Tod
kommt uns vor
so weit wie der höchste
Stern.

Ein Geschäftiges der Natur
setzt Maße in uns.

*

Noi viviamo
delle distanze.

La morte
ci sembra
lontana come la più alta
stella.

Una faccenda della natura
pone misura in noi.

Wie es einer
gedacht hat,
Sterben:

Sich drehn
von der Seite der
Erfahrung auf die

der Leere, un-
geängstet, ein
Wechseln der Wange,

nichts weiter.

*

Come uno
ha pensato
il morire:

Voltarsi
dalla parte
dell’esperienza a quella

del vuoto, senza
paura, un
cambio della guancia,

nient’altro.

Weder Tag noch Nacht,
weder Stein noch Stern…

Das Außerste und
das Schwerste ist,

Nicht-da-sein
denken zu müssen.

Wie soll ein Bewußtsein
zu sterben lernen,

sich schicken in seinen
Gegensatz?

*

Né giorno né notte,
né pietra né stella…

La cosa estrema e
la più dura è

dover pensare
non-essere-qui.

Ma come può imparare a morire
una coscienza,

rassegnarsi al suo
opposto?

Spät in der Zeit
wirst du sagen,
du seist

ein Mensch gewesen.

Du sagst es nicht,
kannst es nicht sagen –
du sagst es jetzt.

*

Tardi nel tempo
tu dirai
che sei

stato un uomo.

Tu non lo dici,
non puoi dirlo –
tu lo dici ora.

Paola Palestro nasce il 14 luglio 1967 a Genova, città in cui tuttora vive. Dopo il diploma al Civico Liceo Linguistico Grazia Deledda si iscrive alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (allora parte della Facoltà di Lettere e Filosofia) dell’Università di Genova, dove studia Storia della Letteratura Francese e Storia della Letteratura Tedesca, completando il suo percorso di studi con Storia della Letteratura Italiana, Glottologia, Storia dell’Arte Medievale e Moderna, Storia della Critica d’Arte, Storia dell’Arte Orientale, Storia del Teatro e dello Spettacolo, Storia del Cinema e altri corsi. Parallelamente continua a frequentare i corsi di lingua tedesca al Goethe-Institut di Genova conseguendo il diploma GDS nel 1990. Nel novembre 1993 compie un breve viaggio a Münster per partecipare all’Ernst Meister Kolloquium, invitata da Else Meister, vedova del poeta su cui sta scrivendo la sua tesi, e dove incontra il figlio Reinhard e amici del poeta, accademici, ricercatori, letterati e non, esperienza bellissima e importante per il lavoro su Meister. Si laurea con lode nel dicembre 1993 con la tesi La poesia di Ernst Meister – La minima lyrica delle ultime opere, in appendice una traduzione della penultima raccolta di poesie Im Zeitspalt.
Prima di laurearsi da lezioni private di lingue e lavora come traduttrice per varie agenzie, e per una casa editrice genovese, traducendo un saggio del regista e sceneggiatore tedesco Hans-Jürgen Syberberg, Die freudlose Gesellschaft. Sfortunatamente il saggio non verrà pubblicato, e l’esperienza con l’editoria non sarà delle migliori. Dal 1993 al 2008 membro dell’AITI (Associazione Italiana Traduttori e Interpreti), dopo la laurea continua con le traduzioni, lavora come interprete di trattativa in brevi viaggi in Germania, e come bibliotecaria per un progetto di recupero testi con archivio informatizzato presso la Sezione di Germanistica della Facoltà di Lingue, Università di Genova. Nel giugno 1995 traduce poesie di giovani poeti tedeschi – fra i quali Henry-Martin Klemt, Steffen Mensching, Annerose Kirchner e Anne Kretschmar – in occasione del Festival Internazionale di Poesia Genovantacinque, esperienza tra le più belle. Impiegata dal luglio 1995 presso una società di navigazione, ha alcuni scritti incompiuti che vorrebbe ultimare, tra cui racconti, un romanzo appena iniziato, e poesie che negli anni ha tenuto per sé. L’unica data alle stampe fa parte di una piccola antologia, Poesie alla spina, pubblicata in occasione dell’omonimo Happening di Poesia tenutosi sulla Nave Italia all’Expo di Genova nell’agosto-settembre 1994. Nel 2006-2007 segue un corso di fotografia con Alberto Terrile, Dai Sali d’Argento ai Pixel, ed espone sue fotografie in occasione della mostra collettiva fotografica Percorsi magici, organizzata da Alberto Terrile a conclusione del corso. Dalla fotografia è passata poi al pianoforte, che ha iniziato a studiare solo pochi anni fa, e che caparbiamente cerca di portare avanti.

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1 Commento

Archiviato in critica della poesia, Poesia tedesca del Novecento

Una risposta a “ERNST MEISTER  POESIE SCELTE (1911–1979) a cura di Paola Palestro Dall’introduzione alla mia tesi di laurea La poesia di Ernst Meister – La minima lyrica delle ultime opere -, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 1992/’93

  1. Estrapolo un frase particolarmente significativa dal buon lavoro fatto da Paola Palestro sulla poesia di Ernst Meister.

    “Il linguaggio doveva salvarsi dall’assurdo, dal non-senso, dal vuoto che si nasconde dietro il chiasso, dietro la bellezza apparente di complicati arabeschi linguistici privi di sostanza; doveva tornare ad essere un vero mezzo di comunicazione, doveva essere riportato alla sua integrità, alla sua funzione originaria.”

    Sono convinto che questa acuta osservazione su linguaggio a proposito della poesia di Meister sia da ribadire con forza anche riguardo la poesia contemporanea. Il linguaggio non è uno stuoino, ma lo strumento imprescindibile a chiunque voglia o sappia scrivere.

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