Ubaldo De Robertis La poesia italiana dal dopoguerra ad oggi, per ragioni storico-culturali, ha sottovalutato e abbandonato la metafora – La metafora e l’immagine sono una zavorra per la poesia? Una poesia di Tadeusz Różewicz : La caduta, traduzione di Paolo Statuti

Caro Giorgio Linguaglossa,

 tu scrivi:

 “ La poesia italiana dal dopoguerra ad oggi, per ragioni storico-culturali, ha sottovalutato e abbandonato la metafora quale via privilegiata al discorso poetico, l’ha trattata come una sorella bruttina e stupida da non mostrare in pubblico nelle occasioni pubbliche. Il risultato è stato che, senza rendercene conto, abbiamo sposato l’idea assurda che facendo guerra alla metafora si potesse scrivere poesia moderna. Così, privando il discorso poetico della metafora, scrivere poesia è diventata una cosa di estrema facilità, era (ed è) sufficiente mettere in linea (come nella prosa) delle parole, magari lambiccate o prosasticamente attrezzate, per fare poesia. A mio avviso, era (ed è) una via errata che ha finito per portare la poesia italiana in un vicolo cieco.
Basti pensare ad una cosa estremamente evidente: quando sorge il bisogno di una metafora? (lo chiedo ai poeti e ai critici), ma è semplice: la metafora sorge quando ci si trova dinanzi ad una «assenza», quando non abbiamo parole per indicare una «cosa» che altrimenti non potremmo nominare: una «cosa» non esiste se non abbiamo la corrispettiva parola che la indica; e questo che cos’è se non una metafora? La parola (al suo sorgere) è naturalmente una metafora, che poi l’uso di milioni di persone durante decine o centinaia di anni svigorisce e appanna fino a farla diventare parola normale, cioè consunta, consumata, e quindi insignificante. Senza la metafora non potremmo nominare ciò che linguisticamente non appare, ovvero, ciò che è «assente». Se ne deduce che Parola e Metafora vanno di pari passo.”

So che la questione è complessa ma penso sia utile al dibattito che stai conducendo sulla poesia i seguenti passaggi che ho tratto dallo studio e dal pensiero di  Różewicz:

punto A)

Se il motto dell’Avanguardia è produrre poesia con “il minimo delle parole e massimo contenuto” facendo un ampio uso di metafore, Tadeus Różewicz ribalta questa strategia che risparmia le parole eliminando la metafora: il verso è libero, senza punteggiatura, si accostano elementi dissimili che offrono nuove possibilità interpretative. Al contrario “la metafora e l’immagine ritardano l’incontro fra il lettore e la materia essenziale del componimento poetico

Miłosz parla così del poeta della seconda generazione dell’avanguardia:«Non conosco nella poesia europea del nostro secolo nulla di più penetrante: il  suo respingere ritmo metro e metafora, indica una specie di orrore per la  grande “arte” come se fosse qualche cosa di amorale, un voler essere completamente nudo di fronte alla sofferenza umana. L’opera degli anni Ottanta si presenta sempre più spoglia di immagini e subisce un processo di sintesi e di diminuzione delle parole. La metafora scompare per lasciar spazio a frasi sempre più elementari.

La musica – il suono e l’immagine – la metafora, non sembrano più delle ali che trasmettono la poesia dal suo autore al destinatario, ma una zavorra di cui ci si deve liberare affinché la poesia si innalzi e che sia pronta non per un ulteriore volo, ma per un’ulteriore vita.

Różewicz si rende conto che questa strada potrebbe portare la poesia al suicidio, o al silenzio, eppure crede che sia necessario correre questo rischio. Nella sua poesia ci sono immagini e metafore ma c’è una continua aspirazione alla rinuncia della metafora-immagine.

Queste sono parole di Różewicz: “Seguendo le orme di Aristotele, i poeti e i critici affermano che la cosa più importante in poesia sia l’uso efficace delle metafore ed esso determina l’individualità e la genialità del poeta. Immaginiamo di aver eliminato l’immagine-metafora, cosa ci resta? La paura di avere tra le mani solo una manciata di parole – la prosa, l’opposto della poesia. Vorrei far notare che l’immagine resta lo scopo principale nella produzione dei poeti contemporanei. I poeti elaborano l’immagine ad uso del destinatario, attraverso l’immagine danno vita a una piccola rivelazione del mondo e dell’immaginazione. Sono come dei residui di rituali magici e di incantesimi. Sono gli sforzi della gente che crede nell’esistenza della poesia in abstracto.

Più la veste esteriore di una poesia è complessa, ornamentale e sorprendente, peggio è per il momento lirico che spesso non riesce a farsi strada fra i decori artificiosi aggiunti dai poeti. Sono lontano dall’imporre a chiunque questo genere di pensieri, eppure ritento in continuazione e attacco l’immagine da tutti i fronti, sperando di toglierla come elemento decorativo e superfluo. A mio parere la lirica moderna sarebbe il risultato dello scontro tra i fenomeni e i sentimenti, tra i sentimenti e le cose. L’immagine in tal caso sarebbe d’aiuto, ma non necessaria. L’immagine che viene ampliata eccessivamente dal poeta si nutre di un’immaginazione artificiale, inventata, distrugge il germe e il seme della poesia lirica. Infine danneggia sé stessa, togliendo l’immaginazione al dramma che si verifica all’interno della poesia . La poesia non si fa tramite il rimando di immagini, esse ne rappresentano lo strato più superficiale. Più la veste esteriore di una poesia è complessa, ornamentale e sorprendente, peggio è per il momento lirico che spesso non riesce a farsi strada fra i decori artificiosi aggiunti dai poeti.

In una certa fase risulta che tutta la nostra esperienza poetica e la capacità di costruire immagini non abbiano senso, benché esse esigano da noi una grande cultura, tanta laboriosità, originalità e altre caratteristiche tanto apprezzate dai critici. Ritengo dunque che il ruolo della metafora “come guida più eccellente e rapida” tra autore e destinatario sia molto problematico.

In pratica il poeta, con l’aiuto dell’immagine, è come se illustrasse il verso, egli illustra la poesia. Intanto ciò che accade nel mondo dei sentimenti non vuole più mostrarsi attraverso le metafore più belle e riuscite, ma vuole apparire da sé. Vuole mostrarsi all’improvviso e nella sua univocità, vuole darsi al lettore.

La metafora e l’immagine non accelerano, bensì ritardano l’incontro tra il lettore e la materia vera e propria dell’opera poetica. A mio parere quell’opera dovrebbe correre dal suo autore al destinatario liberamente, non dovrebbe trattenersi alle belle e affascinanti (dal punto di vista estetico) fermate stilistiche. Questa è la differenza fondamentale tra i miei saggi, la mia pratica poetica e tra ciò che i poeti dell’Avanguardia hanno fatto nella poesia polacca.”

Tadeusz Różewicz

La caduta ovvero elementi verticali e orizzontali nella vita dell’uomo contemporaneo

Tanto
tanto tempo fa
c’era un solido fondo
che l’uomo poteva
toccare

l’uomo che vi giaceva
grazie alla sua sconsideratezza
o grazie all’aiuto del prossimo
era guardato con spavento
interesse
odio
gioia
era additato
ma egli a volte
si alzava
si risollevava
macchiato e grondante
.
Era un solido fondo
si potrebbe dire
un fondo borghese

un fondo era per le signore
e un altro per i signori
in quei tempi c’erano
ad esempio donne corrotte
screditate
c’erano bancarottieri
un genere oggi quasi
sconosciuto
il suo fondo aveva il politico
il prete il commerciante l’ufficiale
il cassiere e l’erudito
un tempo c’era anche un altro fondo
oggi esiste ancora un vago
ricordo
ma il fondo non c’è più
e nessuno può
toccare il fondo
o restare in fondo

Il fondo che rammentano
i nostri genitori
era una cosa costante
sul fondo
tuttavia
si era
specificati
l’uomo perduto
l’uomo smarrito
l’uomo che
si risolleva
dal fondo

dal fondo si potevano anche
tendere le braccia chiamare “dal profondo”
adesso questi gesti non hanno
alcun senso
nel mondo contemporaneo
il fondo è stato rimosso

l’incessante caduta
non favorisce atteggiamenti
pittoreschi posizioni
salde

La Chute la Caduta
è ancora possibile
solo in letteratura
nel sogno nella febbre
ricordate il racconto

sull’onestuomo
non corse in aiuto
sull’uomo che praticava la “dissolutezza”
mentiva era schiaffeggiato
per questa fede

il grande defunto forse l’ultimo
moralista francese contemporaneo
ricevette nel 1957
il premio

com’erano innocenti le cadute

ricordate
le antiche
Confessiones
del vescovo di Hippo Regius

C’era un pero nelle vicinanze della nostra vigna,
che non allettava né per l’aspetto, né per il sapore.
Noi giovani ignobili dopo aver tirato in lungo i
nostri scherzi per le strade, secondo un’infame
abitudine, ci recammo là, nel cuore della notte,
per scuotere la pianta e raccogliere le pere.
Ne cogliemmo una quantità enorme, ma non per
farne una scorpacciata, ma per gettarle ai porci.
Anche se ne assaggiammo qualcuna, fu solo per
il gusto della cosa proibita. Ecco il mio cuore, Dio,
ecco il mio cuore di cui hai avuto pietà, quando
esso si è trovato in fondo all’abisso…

“in fondo all’abisso”

peccatori e penitenti
santi martiri della letteratura
agnelli miei
siete come bimbi al petto
che entreranno nel Regno
(peccato che esso non ci sia)

– Lei, padre, crede in Dio? – gridò di nuovo Stavroghin
– Credo.
– È stato detto che la fede sposta le montagne. Se uno
crede e ordina alla montagna di spostarsi, quella si
sposterà…mi scusi l’indiscrezione, ma m’interessa
sapere se lei, padre, farà spostare la montagna
.
simili domande faceva il “mostro” Stavroghin
e ricordate il suo sogno
il quadro di Claude Lorraine
alla Galleria di Dresda
“qui vissero uomini bellissimi”
Camus
La Chute la Caduta
Ah, mio caro, per l’uomo che è solo, senza
dio e senza padrone, il peso dei giorni è terribile

quel lottatore dal cuore di bambino
immaginava
che i canali concentrici di Amsterdam
fossero un girone dell’inferno
dell’inferno borghese
naturalmente
“qui siamo nell’ultimo girone”
diceva a un compagno occasionale
nel bar
l’ultimo moralista
della letteratura francese
prese dall’infanzia
la fede nel Fondo
Doveva credere profondamente nell’uomo
Doveva amare profondamente Dostojevskij
doveva soffrire perché
non c’è l’inferno il cielo
l’Agnello
la menzogna
gli sembrava di aver scoperto il fondo
di giacere sul fondo
di essere caduto

Invece

il fondo non c’era più
lo capì senza volerlo
una signorina di Parigi
e scrisse un componimento
sul coito buongiorno tristezza
sulla morte buongiorno tristezza
e i lettori riconoscenti
da entrambi i lati
di quella chiamata allora
cortina di ferro
lo compravano
a peso d’oro
quella signorina signora
quella signorina quella signora
ha capito che il Fondo non c’è
che non ci sono i gironi dell’inferno
che non c’è il risollevamento
e non c’è la Caduta
tutto si svolge
nel noto
limitato spazio
tra
Regio genus anterio
regio pubice
e regio oralis

e ciò che un tempo era
il vestibolo dell’inferno
fu trasformato
da una letterata di moda
in vestibulum
vaginae

Chiedete ai genitori
forse ricordano ancora
l’aspetto del vecchio Fondo
il fondo della miseria
il fondo della vita
il fondo morale

la “Dolce vita”
o Cristina Keller
viveva nel fondo
il rapporto di lord Denning
afferma
tutto il contrario
Il Mons pubis
da questa vetta
si stendono vasti
crescenti orizzonti
dove sono vette
dov’è l’abisso
dov’è il fondo

a volte ho l’impressione
che il fondo dei contemporanei
si trovi poco sotto la superficie
della vita
ma forse è un’ulteriore illusione
forse esiste ai “nostri giorni”
la necessità di costruire
un nuovo
Fondo adatto
alle nostre necessità

Mondo Cane
perché questo quadro mi fece
una grande impressione che cresce ancora
che cresce sempre
Mondo Cane ein Faustschlag ins Gesicht
Mondo Cane film senza stelle
Mondo Cane
dove si mangia si balla si uccidono gli animali
“si fa l’amore” si balla si prega si muore
colorito reportàge
sull’agonia
sull’agonia dei vecchi
sulla cucina cinese
sull’agonia di uno squalo
sui condimenti
sull’uccisione delle vecchie
automobili
ricordo lo schiacciamento delle forme
lo schiacciamento del metallo
il frastuono e lo stridore
l’annientamento delle carrozzerie
le viscere metalliche dell’automobile
il cimitero delle automobili
un altro modo di dipingere
i quadri a ritmo di musica celeste
a Parigi l’impronta del corpo su tele bianche
il velo di santa Veronica
i volti dell’arte
le bocche dei milionari e delle loro donne
la frittura di formiche insetti e larve
neri mucchietti in scodelle d’argento
le labbra di chi mangia
labbra rosse in Mondo Cane
grandi lucide labbra rosse
si muovono in Mondo Cane

Poi è iniziata la discussione
sul capitolo III dello schema relativo alla Chiesa
al popolo di Dio e al laicato

Il cardinal Ruffini
ha spiegato
che il concetto di Popolo di Dio
è assai impreciso
poiché il III capitolo
non ha ottenuto la maggioranza qualificata
dei voti è stato rinviato
alla Commissione Liturgica
per essere riesaminato

C’era un pero nelle vicinanze della nostra vigna, che non
allettava né per l’aspetto, né per il sapore…confessò Agostino

avete notato che
gli interni delle moderne case di Dio
rammentano
la sala d’aspetto di una stazione
ferroviaria di un aeroporto

Cadendo non possiamo
assumere la forma
di una posizione ieratica
le insegne del potere cadono di mano

cadendo coltiviamo i nostri giardini
cadendo alleviamo i figli
cadendo leggiamo i classici
cadendo eliminiamo gli aggettivi

la parola cade non è
la parola adatta
non chiarisce il movimento
del corpo e dell’anima
in cui scorre l’uomo contemporaneo

le persone ribelli
gli angeli dannati
cadevano all’ingiù
l’uomo contemporaneo
cade in tutte le direzioni
contemporaneamente
in giù in alto di lato
a forma di rosa dei venti

un tempo si cadeva
e ci si rialzava
verticalmente
adesso si cade
orizzontalmente

(1963 in Volto terzo, 1968)

Ubaldo De Robertis leggeUbaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: G. Linguaglossa, F. Romboli, G.Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi. È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie, tra cui l’Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016 a cura di Giorgio Linguaglossa.

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29 commenti

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29 risposte a “Ubaldo De Robertis La poesia italiana dal dopoguerra ad oggi, per ragioni storico-culturali, ha sottovalutato e abbandonato la metafora – La metafora e l’immagine sono una zavorra per la poesia? Una poesia di Tadeusz Różewicz : La caduta, traduzione di Paolo Statuti

  1. ubaldo de robertis

    Il Direttore ha postato una lettera privata. Niente di male.
    Mi preme però sottolineare che il materiale che definisce le posizioni di Tadeusz Rozewich nei riguardi della metafora è tratto da una Tesi discussa presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Corso di Laurea magistrale in Lingue e Letterature Europee, anno 2012/2013, laureando Sigrid Nanut, Relatore la Ch,ma Prof.ssa Francesca Fornari.

    Ubaldo de Robertis

  2. Lidia Are

    La metafora? A volte non solo crea un’immagine, ma sostituisce parole banali. Cosa avrei potuto dire per creare una poesia? TI prendo la mano e poi? Mando il mio testo.
    Lidia Are Caverni
    Se ti giri fiorisci
    di mano che prendo
    che stringo nel calore
    di te
    la luna nascosta
    smarrisce colori
    nel buio ti trovo
    mi perdo.

    Agosto 2016

  3. Pasquale Balestriere

    Torno su questo blog per caso e m’infiammo per le assurdità che leggo. Gli attacchi alla metafora nel corso del tempo sono stati numerosi (lo stesso Luzi ha fatto, in questo senso, la sua parte in più occasioni, ma soprattutto in “Per il battesimo dei nostri frammenti”, nel componimento “Dizione”). Ma occorre essere più cauti e fare le opportune distinzioni.
    Anche gente di mediocrissima cultura sa che, in barba a Luzi, Różewicz e a quanti la pensano come loro, la poesia è, innanzitutto e soprattutto, connotazione e dunque in primo luogo metafora, nel suo significato etimologico di metaphéro, che è “trasferire, trasportare”. Il poeta è chi, usando con onestà e maestria gli strumenti della trasposizione figurale, cerca di fissare sulla carta il suo fantasma creativo.
    Tutti gli altri usino tranquillamente il linguaggio denotativo, quello della prosa. E abbiano il coraggio di dire che stanno scrivendo in prosa.
    Dopo di che aggiungo la mia consapevolezza che l’eccesso della metafora e il suo cattivo uso generano guasti e danneggiano la poesia. Ma sono altrettanto consapevole che la metafora deve trasformarsi in atto poetico insieme alle parole, senza alcuna corruttiva intermediazione.

    • Salvatore Martino

      Che piacere carissimo Pasquale ritrovarti tra le pieghe dell’Ombra…mi manchi molto in queste pagine, mi manca la tua cultura, la tua ironia, la tua sincerità, il tuo coraggio. Condivido in pieno le tue affermazioni sulla metafora. Anch’io sono convinto della sua necessità in poesia come dell’immagine e del ritmo, delle cadenze musicali, del pensiero. Mi rendo conto di leggere sempre più spesso della prosa millantata per poesia.Ma sappiano codesti pennivendoli che persino la sintassi tra le due forme è diversa e fa sì che subito , a prima vista la distinzione tra le due forme appaia chiaramente ravvisabile. La lunghissima insostenibile poesia di Rozewicz, non so se malgrado lui, è piena di metafore camuffate. Dalla caduta al fondo, all’inferno,all’albero di pere, piena di citazioni dagli scrittori francesi ai film, e non mi suscita alcun sentimento oltre al fastidio. Forse aveva raggiunto lo scopo di uccidere la poesia. Probabilmente, come sempre mi accade con le traduzioni di lingue lontane dalla nostra e che non conosco, rimane sempre il sospetto che la stessa poesia nella sua lingua originale, possa mostrarsi diversa e certamente più interessante.Sento vagamente nell’aria nostra circolare una visione della poesia che poco mi convince: una ricerca ossessiva della novità, del dire qualcosa di non detto prima in quel modo, senza aver degustato e digerito la poesia che ci ha preceduto. Che Renzi abbia insegnato la rottamazione? Ché qui in queste pagine si rottamano Montale e Quasimodo, Ungaretti e Pascoli tra i maggiori e tutta poi una pletora di scrittori del novecento da Saba a Bartolo Cattafi..Non credo poi che tutti questi poeti dell’est europeo sia dei grandi, anche se per questione di lingua ripeto, non proprio giudicabili da noi..Di un’altra cosa mi rendo conto ed è motivo di rammarico, come altre volte ho scritto: l’assoluta prevalenza del significato sul significante ormai consacrato da tanta critica odierna e praticata dai cosiddetti poeti contemporanei, che della forma e del labor limae non possiedono gli strumenti.
      C’è poi la ciliegina finale che mi ha fatto drizzare i capelli, che non ho: il discorso di una persona, che si autochiama poeta, una certa Valduga, vissuta all’ombra di in critico illustre e anche poeta, la quale afferma che il Grande Leopardi non è un poeta, citando come esempio gli endecasillabi del suo testo forse più conosciuto :L’Infinito. Che volete esistono persone che usurpano il nome di poeta e vomitano corbellerie , che meriterebbero la chiusura della bocca. Dissento da Linguaglossa: Giovanni Pascoli è un poeta di grande statura, che ha influenzato tutta la poesia della prima metà del novecento.

      • Pasquale Balestriere

        Sono tornato, carissimo Salvatore, per pura casualità. Pur non frequentando più i blog, sulla barra di ricerca rapida del mio pc ne sono rimasti però i collegamenti. Un clic inavvertito ed eccomi sull’Ombra, dove mancavo da diversi mesi, forse da marzo scorso. E già che c’ero, ho letto il post del giorno. E ho scritto ( in breve, giacché la prolissità mi dà noia, anzi mi indispone; perché so per esperienza che chi è troppo verboso ben poco ha da dire). Ora, però, mi tocca essere un po’ più lungo vista la quantità di carne a cuocere.
        Innanzitutto ti ringrazio per le parole di stima e aggiungo che condivido la tua condanna della prosa che fa finta di essere poesia. Il problema è che troppi pseudopoeti non sanno scrivere un endecasillabo, e se provano a farlo devono contare le sillabe con la punta delle dita. Ora magari qualche sprovveduto starà pensando: ma perché occorre saper scrivere metricamente per essere poeta? Sì, perché c’è una preparazione letteraria, linguistica e metrica (e anche umana) di cui un poeta deve essere nutrito e senza la quale non può fare versi, ma solo, anche se inconsapevolmente, prosa, più o meno buona. Solo chi sa usare gli strumenti poetici (che non sono pochi) potrà scegliere di scrivere come gli pare, in versi brevi, lunghi o lunghissimi, sempre a patto di avere un cuore, di sapersi emozionare (giacché la “poesia” di cervello e di freddo raziocinio si chiama -nei casi migliori- filosofia). Insomma occorre essere preparati a far poesia. Non ci si inventa poeti. Il concetto è semplice, ma pare che sfugga a molti.
        E passo ad altro. Ho spesso percepito su quasi tutti i blog che ho frequentato la fastidiosissima sensazione che gli interventi e le discussioni fossero diventate fumose, arzigogolate, se non speciose (motivo per il quale, annoiato a morte, me ne sono allontanato). Anche sull’Ombra, a mio parere, si è fin troppo discusso, anche con interventi confutabilissimi, sulla poesia- frammento ( da non confondere con i frammenti antichi, che sono altra cosa); e anche sulla metafora si leggono cose che mi fanno sorridere . Per esempio: ”La metafora silenziosa forse è la più alta forma di metafora, la più pura”. Rispondo che l’espressione “metafora silenziosa” non esiste, né, a mio parere, ha diritto di esistere per il semplice fatto che -tra fase di formazione e fase di lettura- le metafore passano per gli organi di senso, in particolare vista, udito e organi di fonazione ( per quanto concerne poesia, pittura, scultura, architettura, musica, ecc.) o sono in qualche modo a questi collegate. Né l’aggettivo “silenziosa” può riferirsi all’impiego di parole “normali “, come scrive Giorgio, altrimenti anche un’espressione come “il piede del tavolo” sarebbe una metafora; invece è una catacresi, una sorta di metafora di serie B. Nell’Infinito di Leopardi, poi, le metafore sono solo due (“a questa voce”, v. 10 ; “s’annega” e “mare”,vv. 14-15). Ciò che statuisce la poesia nel capolavoro leopardiano (checché ne pensi la Valduga che quando parla dice più di quel che sa) non sono tanto le metafore, ma è la potenza della fantasia del recanatese che, in opposizione a una siepe limitativa ed escludente, crea il grandioso paesaggio degli “interminati spazi”, dei “sovrumani silenzi” e della “profondissima quiete”. Né va taciuto che, a corroborare la bellezza poetica del testo giovano scelte verbali e stilistiche che vanno dalla collocazione dell’aggettivo all’inversione della frase , dagli effetti fonosimbolici a una diffusa armonia, dalle pause metriche a quelle imposte dalla punteggiatura; e anche al linguaggio, certo, che però , rispetto al normale, ha qualche volta un notevole scarto semantico (uno per tutti, il “fingo” del v. 7 che in latino significa “plasmo, modello, do forma” e poi “immagino”).
        Torno alla metafora per ribadire che essa non ha bisogno di aggettivi, ma di buoni interpreti. Il silenzio poi in forma di spazio (tra le linee, le parole, ecc.), di assenza di rumore (musica, ecc.) può costituire tratto soprasegmentale, suggerire un sovrappiù di senso o dare tutt’al più rilievo a una metafora, non istituirla.
        Infine: «Una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio» (Derrida). È, questo, un filosofema (leggi: sofisma) forse brillante,ma per me insignificante, in quanto ciò vorrebbe dire che tutte le grandi opere poetiche hanno rischiato di non avere senso. E come ciò sia possibile è davvero un mistero. Penso a Omero, a Dante, a Virgilio, a Leopardi: chissà se, mentre scrivevano i loro capolavori, hanno avuto mai il sospetto che oggi Derrida ci consegna come una certezza. Intanto per il poeta vero la sua opera ha sempre un senso (perciò egli scrive!) e, anche se essa prende corpo in seguito a una forte emozione, legge o interpreta o sublima sempre e comunque un’intuizione, un aspetto della vita, una realtà, esterna o interna. Insomma tutto ha un senso. Però bisogna essere capaci di scoprirlo.
        Caro Salvatore, concordo con te sui poeti italiani e, parzialmente, sugli slavi. Ve ne sono di bravi, e va detto. Anche la prevalenza del significato sul significante è segno dei nostri tempi, davvero molto mediocri.
        Ti stimo e ti ringrazio
        Pasquale Balestriere

        • Salvatore Martino

          Carissimo Balestriere ho letto con emozione il tuo scritto straordinariamente lucido, sintetico nonostante la lunghezza. un vero ragionamento semplice, concreto e profondissimo sulle ragioni della poesia e della non poesia. Non c’è parola che io non condivida…uno scritto che dovrebbe essere consegnato a tutti coloro che aspirano a far poesia. Ribadisco il rammarico per la tua non presenza in questa rivista.Con la stima intatta e l’affetto di sempre Salvatore Martino

  4. Ripropongo qui alcuni miei pensieri sulla questione della «metafora»:

    Pretendere di dire il silenzio che «sottintende» il linguaggio, di riempire il simbolismo vuoto che marca il tempo morto in ogni testo, significa infatti non aver compreso che cos’è il linguaggio, «il fatto che esso è la rottura stessa della totalità», non avere avuto esperienza che ciò che la lettera dice è nell’ «involgersi su di sé del linguaggio», che è nel vuoto che il linguaggio ottiene la possibilità di essere significante. Più che sostenuto dal contenuto discorsivo, infatti, è nella cesura, nell’interruzione – tra le lettere, le parole, le frasi, i libri – nella discontinuità e nell’inattualità, che il sorgere delle significazioni trova uno spazio di manifestazione, in cui esse vivono grazie alla «morte che si aggira tra le lettere».

    Se «una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio», e se la scrittura procede aforisticamente, per frammenti, per lapsus, ciò non accade in virtù di una semplice scelta stilistica o per dichiarare uno scacco, ma perché solo questa può essere la «forma dello scritto», di un movimento che insegue e proviene da un’assenza, da una rottura, da un pensiero su un essere che non è né si manifesta mai esso stesso, non è mai presente, in questo momento, fuori della differenza. Derrida, per evidenziare il «movimento di emancipazione» del segno sia rispetto al soggetto parlante che e al contesto, e quindi anche rispetto alla situazione ideale di presenza della voce, introduce il termine spaziatura; la scrittura, prestandosi alla possibilità di marcare il «tempo morto», disponendo di un simbolismo vuoto (di pause, di punteggiatura, di bianchi…), segna il rapporto originario che lega ogni linguaggio alla morte: «la spaziatura come scrittura è il divenir-assente e il divenir-inconscio del soggetto». È infatti in ogni spaziatura silenziosa o non esclusivamente fonica delle significazioni, in ogni spazio non fonetico, che sono possibili concatenazioni e coabitazioni che non obbediscono più alla linearità del tempo logico, del tempo della coscienza e della «rappresentazione verbale». In quanto rapporto del soggetto alla sua morte, il «movimento di deriva» che costituisce ogni scrittura corrisponde, in ritorno, alla costituzione stessa della soggettività, come desiderio di una presenza piena a sé.

    «Una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio» (Derrida).
    La metafora è costretta a stabilirsi in un sistema in cui il significante di un significante e il significante di un significato rinviano sempre ad una assenza di essenza, ad una assenza di un Logos originario donatore di senso. Nella metafora è inutile cercare il senso e il non-senso, c’è solo la sua «presenza» che rimanda e richiama l’«assenza» da cui deriva. Voglio dire, per farla breve, che nella poesia moderna veramente evoluta non si dà più una metafora istitutrice di senso se non, di pari passo, una metafora che istituendo se stessa non statuisce nulla che non sia fondato su una assenza di essenza. La metafora è una istituzione che ci consegna ad una perdita e a una demoltiplicazione di essenza.

    La metafora silenziosa forse è la più alta forma di metafora, la più pura. È quella che non si fa vedere, che preferisce l’inappariscenza, che si mostra simile a ciò che metafora non è. La metafora per Bataille è un «istante privilegiato», l’istante in cui appare il «sacro», che serve a dare «un senso al resto degli istanti senza privilegio» della scrittura. L’apparizione della metafora spezza la normalizzazione del linguaggio. «Questa craquelure spazio-temporale circonda la pointe dell’istante privilegiato, e dimostra in crisi l’ubi consistam, insomma la sostanza, quel qualcosa che sta sotto, a cotesto istante».1

    E ciò che sta sotto codesto «istante» si rivela essere un vuoto di significante e di significato che non può essere nominato se non entro una catena infinita di significanti e di significati. La metafora è questa rottura degli anelli della catena, rottura che dura appena un istante (l’istante privilegiato) dopo il quale essa riannoda i fili che la legano al sistema infinito della catena significante, al differimento dei significanti e dei significati.

    1 Piero Bigongiari La poesia come funzione simbolica del linguaggio Rizzoli,, 1972 p. 165

  5. Mi hanno chiesto di fare un esempio di «metafora silenziosa». Ebbene, le poesie di Leopardi sono piene di metafore silenziose, sono silenziose perché sono travestite di parole normali, quelle parole che usiamo tutti i giorni. E questa è la più grande prova di «metafora silenziosa». «L’Infinito» ne è un esempio impareggiabile: tutta la poesia è uno sviluppo ragionato a far luogo da una «metafora silenziosa», è una «metafora silenziosa», forse la più grandiosa «metafora silenziosa» della poesia europea degli ultimi due secoli. Però i piccoli letterati non se ne accorgono, non hanno né la sensibilità né la preparazione intellettuale per comprendere che cosa significa fare poesia con la «metafora silenziosa». Addirittura, in questo video la Valduga oppone al capolavoro di Leopardi una poesiola di Pascoli con le rime e gli enjambement telefonati ben prima dell’invenzione del telefono. Ascoltate

    • Ho letto il discorso sulla metafora e l’esempio dell’Infinito di Leopardi ha chiarito meglio di altro la questione.
      La metafora, caro Giorgio, secondo me, ti obbliga ad impegnarti su più piani e questo oggi pare non andare bene, perché si preferisce conformarsi alla fretta anche nella comprensione di un testo poetico. Per me la poesia deve sì accelerare nell’evitare uso di orpelli e barocchismi, ma deve comunque rallentare, se non addirittura sospendere, il concetto di tempo, così come lo viviamo noi esseri umani sempre troppo affannati.
      Dunque, secondo me, il problema sta nel tempo che concediamo alla poesia e nel voler coercizzare questa a nostro uso e consumo, rendendola sempre più un bene di consumo, un soprammobile, che ci ha portati addirittura a credere che potesse non servire più o ad accettare anche forme di “cronaca giornalistica”, come poesia…

      AnGre

    • Credo si stia sovra esponendo questa montagna di boiate che la sedicente poetessa/gnocca tenta di propinare, senza accorgersi che non è nemmeno una delle due.

  6. Non capisco questa distinzione drastica tra poesia e prosa :Capote scrive in prosa ed è grande poesia; se per poesia si intende un modo per suscitare moti dell’animo più profondi e intensi.In quest’ottica,anche il frammento può dare grande poesia; vedi i lirici greci, Saffo dagli occhi viola.

  7. Una spiegazione effimera
    La metafora invisibile
    Fatta di realtà di parole
    E di parole reali.

    Datemi una realtà
    E vi versifichero una metafora.

    In fondo è come
    Schiacciare l’insonnia
    Il Sonno lungo di una attesa

    Una teoria,atomo assoluto,
    Della dimestichezza umana

    Dimostriamoci il contrario

    La metafora invisibile.

    Discorsi senza olio di palma!

    (Grazie, Mauro Pierno)

  8. ubaldo de robertis

    In questo preciso momento avrei altre cose per me ben più urgenti e drammatiche cui pensare.
    Ad ogni modo torno brevemente sull’argomento della metafora, “trasferimento di significato” presente in molte mie composizioni. In accordo con Pasquale Balestriere, che saluto molto cordialmente, penso che sia “l’eccesso della metafora e il suo cattivo uso” ciò da cui ci dobbiamo guardare. Evitando, come paventa Różewicz, che “ ritardi l’incontro fra il lettore e la materia essenziale del componimento poetico.”
    Ho spesso trovato nei commenti di taluni critici a certe poesie la loro gioia irrefrenabile nello “scovare” all’interno dei versi talune immancabili figure retoriche: qui c’è l’omoteleuto, qui l’allitterazione, un’anastrofe, ecco qui un bell’enjambement, un iperbato, per non parlare dell’ossimoro, lo zèugma che ci fa parlare e lacrimar insieme.
    Ed è sempre Różewicz a ricordarci che più la veste esteriore di una poesia è ornamentale e peggio è per il momento lirico che spesso non riesce a farsi strada fra i decori artificiosi aggiunti dai poeti.”
    Ben venga la metafora invisibile!
    Nel concordare con Martino sulla indiscussa grandezza del Pascoli, anche a livello internazionale, non raccolgo i suoi dubbi circa l’affermazione: “Non credo poi che tutti questi poeti dell’est europeo siano dei grandi.”
    Caro Salvatore, come non accorgersi che molta della più alta poesia dell’ultimo secolo parla slavo!
    Osip Mandel’štam su tutti.
    Un caro saluto all’amico Paolo Statuti e complimenti per la traduzione de La Caduta.
    Ubaldo de Robertis

    • Salvatore Martino

      Hai ragione caro Ubaldo ad affermare la grandezza dei poeti di lingua slava, ma non tutti sono Mandel’stam o Cvaetaeva o Pasternak o Milosz. Purtroppo io non conosco le loro lingue e quindi la mia fruizione è sempre condizionata da codesta mancanza.

    • Pasquale Balestriere

      Un cordiale saluto anche a te, Ubaldo.

  9. antonio sagredo

    a proposito della “metafora silenziosa” ho scoperto che nel 1968 scrivevo:
    _-(vi annoiano questi versi? – Se si, midispiace per Voi)
    —————-

    Il genio s’infischia
    lo volete capire!
    coma una metafora dipinge
    sui tetti
    il silenzio
    in fretta
    in fretta…
    ——————————–
    La metafora è un’arma a doppio taglio
    sintesi a priori
    di un certo bagaglio
    ha due significati
    puzza come l’aglio
    o può servire
    da comodo bagaglio.

    ————————-
    Il principio del tuo fonema è tutto nel trastullo
    che governa il tradimento e il fondo del tuo grido.
    Quando la Morte giunge nasce la metafora:
    è il mio rinascimento in barba a tutti i veri morti!
    (1989)
    ——————–
    Quella mia morte che io non vedrò mai esiliata,
    affamata come una metafora geografica
    griderà: sapete, l’infinito ha le ore contate!
    Tutti i numeri crolleranno come antichi imperi!
    (2006)
    —————————–

    -Sei un mentore ruvido che abbatte la resistenza
    di parole buone solo per tornei di verbalità – non hai
    che una metafora estrema come una danza macabra,
    un viatico per una metafisica di ultime cose umane!
    (2008)
    ——————————————–
    La lettura volgeva al tramonto di uno stile il vaticinio
    di una lingua tòrtile, come una colonna asmatica
    che dal leggio al calice celebra la sua caduta,
    lo stupore di uno scacco e l’applauso di una metafora.
    (2009)
    —————————————–

    Finzione matematica, disincanto del numero,
    gioia dell’Ordine barbarico…Zero Cardinale,
    la Poesia è vera e non si dimostra: è furore dello sguardo!
    È fantasia di una potenza che ha numeri reali,

    non immaginari, né naturali, sospesa fede incredula…
    metafora del numero è il sogno della lingua,
    insiemi di luce e luce degli insiemi:
    divergenti nella lacrima degli universi!
    (2011)
    ———————————–
    E dal battello io me ne venivo fuori come una metafora sdegnata che nemmeno al sole donava
    la sua barocca meraviglia, e crucciato e oltremarino era Edipo nel suo complesso… d’archi
    non sapeva il poveretto, mentre il tempo di leuca lo tallonava già in una tinozza di sangue – e
    se la rideva Antigone dei tempi antichi e di quei fasci incrollabili, fari gelosi – d’Alessandria!
    (2014)
    ————————————

    La tenuta dei fiati intonava una nota tenebrosa per voce bianca,
    dai timbri raffiche di carne danzavano su un patetico registro.
    Il trillo di una scala leggero come la grazia di un miserere
    giocava d’agilità e tenerezza come l’epifania della metafora.
    (2015)
    ——————————————

    Credevo la Conoscenza una presenza di fedeltà, non una figura o una finzione,
    ma è un assassinio, un condursi alla forca o al rogo per soltanto dire andiamo a morire da Poeti, allegramente! Si ritrassero le stelle dalla propria luce, l’acqua, il fuoco e l’aria dalla Terra, e l’uomo dagli dei… il Nulla si ritrasse da se stesso,

    come il Tutto! Non sono un cinico, disse Ruben, sono assente come una metafora… le figure sono una tortura e non conosco la differenza fra le macerie! Accidia è là dove mi sorprendono con un Pensiero! Il resto non è nemmeno un delirio o un caos… non ho che la mia presenza: vivo per vivere e non per prepararmi a vivere!
    (2015)
    ———————

  10. A PROPOSITO DE «L’INFINITO» DI LEOPARDI E DELLA «METAFORA SILENZIOSA»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/10/22/ubaldo-de-robertis-la-poesia-italiana-dal-dopoguerra-ad-oggi-per-ragioni-storico-culturali-ha-sottovalutato-e-abbandonato-la-metafora-la-metafora-e-limmagine-sono-una-zavorra-per-la-poesia-una/comment-page-1/#comment-15890
    Pretendere di dire che cos’è la «metafora silenziosa» è qualcosa cui non può arrivare la modesta intelligenza della Valduga. Per afferrare questo concetto dobbiamo fare riferimento a ciò che c’era «prima» del Linguaggio, a quel muro di silenzio linguistico che il linguaggio ha squarciato con un atto indicibile. L’indicibile del Linguaggio ha fondato e s-fondato il silenzio di «prima» del Linguaggio, lo ha reso, in un certo qual modo, dicibile, udibile, sensibile. Il linguaggio come sistema di segni, proviene da qualche cosa d’altro. Questo penso sia chiaro. Quel qualcosa d’altro che è il «prima» del linguaggio e che è destinato a rimanere «silenzioso». È quindi il «silenzio» che fonda il «linguaggio». Questo è un pensiero che penso possa essere afferrabile, un po’ come nella fisica odierna è il «vuoto» che fonda gli universi di materia e di anti materia. Dobbiamo quindi postulare il «silenzio» di «prima» del linguaggio per poter afferrare il silenzio «dentro» il linguaggio.

    Il compito più alto della poesia è appunto questo: indicare, alludere, richiamare il silenzio di prima del linguaggio, quel silenzio che è l’essere stesso, che è il linguaggio dell’essere. Comprendo adesso la difficoltà di Heidegger di scrivere l’opera che avrebbe dovuto seguire Essere e tempo (1935), bisognava inoltrarsi in una indagine perigliosa sul «prima del linguaggio» con gli strumenti del linguaggio e sarebbe occorso un «altro» linguaggio che lui non aveva.

    L’evento ontico fondamentale è il «silenzio dell’essere», quel silenzio che è il suo linguaggio proprio. E questo è l’obiettivo della grande poesia europea, dei più grandi poeti europei dell’Ottocento e del Novecento. In questo progredire della loro ricerca si avverte l’eco del tinnire di quel silenzio, come scriveva Leopardi «sovrumani silenzi»,, «interminati spazi» e «profondissima quiete» (da notare la puntigliosa e precisa espressione di Leopardi il quale è un poeta che non getta certo le parole al caso), ma certo questo è un concetto cui non può giungere una intelligenza modesta come quella della Valduga, occorre avere altre antenne e altra preparazione filosofica.

    Ma quella parolina che abbiamo usato: «prima» del linguaggio, ci introduce in un altro problema filosofico di non poco conto che Heidegger aveva ben presente: quel «prima» ci introduce alla categoria del «tempo». Ma Heidegger si è ben guardato dall’inoltrarsi in quel ginepraio di oscurità. E così, siamo ancora all’inizio del problema, dobbiamo noi (dico noi per dire la «poesia»), inoltrarci in quel ginepraio fatto di «silenzio interno ed esterno» al linguaggio. Siamo dentro la problematica della METAFORA SILENZIOSA. Quella cosa misteriosa che traduce il silenzio in linguaggio, l’assenza in parole. È questo che fa de «L’infinito» di Leopardi una poesia quasi sovrumana. Chi non l’ha capito, non lo capirà mai.

  11. di Fabio Milazzo da http://www.kasparhauser.net

    La brocca di Lacan

    Lacan rende plasticamente quanto appena detto attraverso il celebre riferimento heideggeriano alla “brocca”. La brocca è la metafora utilizzata per descrivere l’incisione del «Reale» dal quale tutto ciò che c’è emerge, è ciò che segna la distanza dalla condizione di animalità caratterizzata dalla sintonia con l’ambiente. Questo sembra dirci Lacan analizzando le riflessioni poste da Heidegger nel saggio «Das Ding», [5] laddove mette in questione «l’essere della cosa». La caratteristica ontologica del vaso è prodotta dalla sua particolare forma, il vuoto al centro di essa è ciò che le consente di svolgere la funzione di contenitore. La brocca si può riempire di vino proprio perché, in quanto significante, si caratterizza per il suo essere mancante; è questo vuoto che determina la forma assunta dal liquido contenuto. Il vasaio plasmando la brocca, modellandola, istituisce al centro di essa uno spazio vuoto che sarà la condizione della forma dell’ente in essa contenuto: «Il vuoto, questo nulla nella brocca, è ciò che la brocca è come recipiente che contiene. […] Il vuoto della brocca determina ogni movimento della produzione. La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui essa consiste, ma nel vuoto che contiene». [6]

    Un’assenza generatrice d’essere costituisce la paradossale caratteristica ontologica della brocca. Al centro del Reale (qui da intendere come condizione di ogni condizionato) c’è una mancanza che non può essere rappresentata ma che genera qualcosa (“la forma dell’acqua”). L’opera del vasaio rimanda alla mitica azione attraverso la quale il Demiurgo (δημ ιυργόϛ), l’artigiano divino, ha plasmato la materia inerte dandole vita, [7] dando un significato al significante inerte. Il vuoto al centro della brocca, questo Reale “inciso” attraverso l’azione di modellamento del vasaio, viene da Lacan chiamato Das Ding [8], un nome che non rimanda ad una cosa tra le altre, ma a ciò che consente l’emergere delle cose, quindi ad una dimensione trascendentale piuttosto che ad un campo empirico fatto di enti. La brocca è allo stesso tempo la condizione e il condizionato, Ding e Sache, oggetto di uso quotidiano, significante tra significanti, ma anche ciò che fornisce l’idea di vuoto, di mancanza generatrice. Parimenti, da un’assenza emerge la soggettività come iscrizione del linguaggio sul Reale. Se la brocca è l’assenza dalla quale il soggetto viene partorito, il vasaio, con la sua opera, è l’incisore che pone in essere i confini del campo trascendentale — il Reale inciso al centro della brocca —: non c’è Uno senza Altro. Nessun catalogo ontologico [9] è possibile senza l’azione che determina lo sfondo entro cui gli enti si dispongono. Come detto, il gesto che istituisce l’orizzonte non fa parte dell’orizzonte stesso, così come l’occhio non può essere visto ma resta sempre inconscio, sottratto alla presa conoscitiva del soggetto conoscente [10]: è “condizione prima” che ritraendosi permette l’emergere di ciò che esiste nello spazio creato. La condizione risulta indescrivibile dal condizionato, questa la regola logica fondamentale che rende il vuoto della Cosa “impossibile”, cioè irrappresentabile. Il vaso è al contempo una cosa (Sache) e la Cosa (das Ding), oggetto tra gli altri e “significante primo” che permette di pensare la possibilità stessa del vuoto. Per Lacan non è possibile separare il significante della rappresentazione (Vorstellung) e l’assenza (das Ding) dalla quale prendono il via le diverse rappresentazioni delle cose. Il vaso è il significante della mancanza ad essere, ciò che ordina le diverse rappresentazioni della significazione subordinandole allo spazio d’iscrizione contenuto tra le pareti della brocca. Ciò che emerge prende il posto del vuoto, di ciò che è andato perduto, quindi, ogni rappresentazione non sarà che la ripetizione di un segno che sta per un’assenza, in un’assenza.

    Tra l’Uno e l’Altro, tra le diverse rappresentazioni, c’è una faglia, una separazione, una divisione che fa sì che i due elementi non coincidano mai e che scivolino perennemente uno dietro l’altro come rinvio di significanti che stanno per qualcos’altro. Il soggetto è barrato ($) in quanto produzione discorsiva che vive in un mondo di rappresentazioni (Vorstellungen), conseguenza della “presa di distanza” dalla condizione animale e dallo stato di indifferenza ambientale che lo caratterizza. Il vuoto, che quando ci riferiamo alla brocca è il prodotto dell’azione del vasaio, nel caso del soggetto è la conseguenza dell’iscrizione nel campo del linguaggio. Ciò che inscrive il soggetto nell’ambito del registro simbolico è la “perdita originaria” dello stato di indifferenza tipico della condizione animale e che si riproduce nella mitica unione con la madre, quella prima della quale, per il soggetto, non esisteva un mondo come Altro da sé.

    Il processo stesso di simbolizzazione della perdita è possibile perché esiste una grammatica da articolare in un racconto (quello del “paradiso perduto”) che emerge après-coup, cioè a “fatto avvenuto”. La “storia” attraverso al quale il soggetto costruisce una cornice di senso per spiegare (innanzitutto a se stesso) la perdita dello stato di caotica beatitudine originaria è un avvenimento che viene posto in essere retroattivamente, come conseguenza della perdita stessa che, scindendo l’Uno dall’Altro, permette l’emergere di un mondo come “costellazione di senso”. Quello di après-coup è un concetto che avrà delle importanti implicazioni per la riflessione filosofica novecentesca [11] e per la psicoanalisi [12] Lacan lo desume da Freud che usa l’equivalente tedesco di nachträglich con accezioni diverse, e non sempre chiare, a partire dal Progetto. [13] Lacan non farà mai sua la posizione secondo la quale questa perdita corrisponde ad un evento realmente accaduto, ciò che interessa è dare una cornice di senso all’azione attraverso la quale il Reale [14], la condizione caotica, indifferenziata, che precede l’emergere del Simbolico, viene reso “oggetto discorsivo”.

    In principio, è il caso di dirlo, non c’è la naturale corrispondenza tra il pensiero e uno stato di cose esterno al soggetto conoscente, ma una condizione di beanza legata all’indistinzione tra Uno e Altro. Non abbiamo detto altro finora. Questa condizione di estasi è da Žižek identificata come il fondamento (Grund) della realtà, l’abisso pulsionale dal quale l’uomo si emancipa attraverso quella perdita che pone in essere il campo empirico, il luogo in cui si dispone tutto ciò che c’è. Il soggetto è lo squarcio aperto al centro del Reale, l’impossibile a dirsi che precede l’emergere della soggettività. Žižek, nella sua torsione ermeneutica, legge questo reale grezzo come stato caotico, la «notte del mondo» [15], la divina follia, un eccesso traumatico fatto da pulsioni a-significanti che «precedono la sintesi razionale dei dati sensibili attraverso le categorie a-priori». Questo abisso, come abbiamo detto, è antecedente ad ogni operazione dell’intelletto, anzi, il logos stesso emerge come resto di questo processo di iscrizione nel linguaggio e interviene per dare un senso a questo stato psicotico che è il nocciolo osceno della nostra soggettività. «Questa “notte del mondo” è dunque l’immaginazione trascendentale al suo livello più elementare e violento, il regno senza leggi della violenza dell’immaginazione, della sua “libertà vuota” che dissolve ogni collegamento oggettivo». [16] L’analisi operata da Žižek ha il vantaggio di spiegare perché emerga qualcosa come un soggetto da questo stato di indistinzione che se fosse unicamente di beatitudine risulterebbe economicamente svantaggioso perdere. Questa condizione originaria è pre-ontologica, appartiene all’extra-essere:
    «Infatti, quel che si è mostrato anzitutto a Freud, agli scopritori, a coloro che hanno fatto i primi passi, quel che si mostra ancora a chiunque nell’analisi accomodi per qualche istante il suo sguardo su ciò che è proprio dell’ordine dell’inconscio, è che non è né essere né non essere, ma è del non realizzato». [17]
    L’uomo, attraverso il pensiero-linguaggio, disattiva la violenza affettiva del non-sense che lo abita, quell’indifferenza che utilizzando la cassetta degli attrezzi dell’antropologia filosofica abbiamo identificato come tipica della condizione animale.

    [5] Cfr. M. Heidegger, «Das Ding» (1954) in Saggi e discorsi, tr. di G. Vattimo, Mursia, Milano 1985, p. 111 e sgg..
    [6] Ivi, pp.111-112.
    [7] Cfr. Platone, Timeo, 28c, in Tutti gli scritti, tr. di a cura di G. Reale, ed. Rusconi, Milano, 1991, p. 1361.
    [8] Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi 1959-1960, tr. di G. B. Contri, Einaudi, Torino 1994, p. 51 e sgg.
    [9] Per la definizione di ontologia nei termini di catalogo di «ciò che c’è» vedi: A. C. Varzi, Ontologia, Il Mulino, Bologna 2005, pp. 3-4.
    [10] Cfr. P. Gambazzi, L’occhio e il suo inconscio, Raffaello Cortina, Milano 1999, p. 2.
    [11] Pensiamo soltanto alle note elaborate da M. Blanchot, L’eterna ripetizione e Après-coup, tr. di M. Bruzzese, Cronopio, Napoli 2010.
    [12] Cfr. M. Balsamo (a cura di), Forme dell’Après-coup, Franco Angeli, Milano 2009.
    [13] S. Freud, Progetto di una psicologia (1892-1899), OSF vol.2, ed. it. a cura di C. Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 1984, p. 258.
    [14] Il Reale, uno dei tre registri che costituiscono l’ontologia lacaniana, è andato incontro a successive rielaborazioni, ancora nel Seminario VII, quello che stiamo utilizzando in questa elaborazione, è l’in-simbolizzabile, ciò che precede l’iscrizione nel registro simbolico attraverso la fissazione immaginaria.
    [15] Cfr. S. Žižek, The Ticklish Subject: The Absent Centre of Political Ontology, Verso, London 2000; tr. di D. Cantone-L. Chiesa, Raffaello Cortina, Milano 2003, p.38 e sgg.
    [16] Ivi, p.37.
    17] Cfr. J. Lacan, Il seminario, Libro XI: I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, tr. di G. B. Contri, Einaudi, Torino 1973, pp.30-31.

  12. Pasquale Balestriere

    Vorrei soffermarmi brevemente su due punti.
    1) “È quindi il «silenzio» che fonda il «linguaggio»”, leggo in uno di questi interventi di Linguaglossa. Non sono d’accordo. Il silenzio NON FONDA niente, tanto meno il linguaggio. Al massimo lo PROVOCA, che è ben altra cosa. Il linguaggio è fondato dall’intelligenza dell’uomo, che lo governa e lo adatta alle circostanze. La stessa cosa accade per il vuoto che non fonda l’oggetto, ma -forse- provoca l’oggetto-brocca (per rimanere all’esempio di Lacan). La quale brocca poi, al di là dalle elucubrazioni e dai rovelli filosofici di Lacan, nasce da ben altre esigenze e da ben altri stimoli, anche visivi, su cui non intendo dilungarmi per mancanza di tempo.
    2) “Siamo dentro la problematica della METAFORA SILENZIOSA”. Ribadisco: la metafora, METAFORICAMENTE, parla. Sempre. A tutti coloro che sono capaci di capirla. Altrimenti essa non avrebbe senso. Perché non è fatta per il silenzio, ma per la comunicazione. Non per la morte o il non essere, ma per la vita. La metafora abita i territori dell’arte, segnatamente quelli della poesia. Per il resto ho già chiarito che l’aggettivo “silenziosa” non può riferirsi all’impiego di parole “normali “, altrimenti anche un’espressione come “il piede del tavolo” sarebbe una metafora; invece è una catacresi, una sorta di metafora di serie B. Nell’Infinito di Leopardi, poi, le metafore sono solo due. La grandezza della poesia sta nella potenza creativo-rappresentativa che deriva da un capovolgimento di uno stato di fatto (la siepe escludente), da un contrappasso per opposizione e risponde a una prospettiva esistenziale. Per non dire, a proposito dell’eccellenza dell’Infinito, della sapienza di scrittura del grande recanatese.

  13. Caro Pasquale,
    provo qui a chiarire quello che voglio dire con la dizione «metafora silenziosa». Noi tutti stiamo dentro un orizzonte degli enti e un orizzonte degli eventi. Anche il Linguaggio ci sta dentro. Anzi, il linguaggio è quell’evento che si presenta come ente, ed è per mezzo di questo ente che noi possiamo cogliere tutti gli altri enti. Infatti diciamo che il linguaggio fonda gli enti, appunto, in questo senso.

    Ma io dicevo qualcosa di diverso: che c’è un «prima» del Linguaggio (questo è un pensiero incontrovertibile), ed è a questo «prima» che noi dobbiamo fare riferimento quando parliamo del «Linguaggio». Ebbene, di questo «prima» nulla sappiamo e nulla potremo mai sapere, ma che ci sia, è un fatto incontrovertibile. Il linguaggio è già una «mediazione», noi esperiamo il «mondo» attraverso questa mediazione, possiamo dire che siamo prigionieri di questo recinto che è la nostra mediazione linguistica di cui i nostri organi percettivi ne sono una emanazione biologica e storico-sociale.

    Per dirla con Lacan e Heidegger, il Linguaggio è il vino che sta dentro la «brocca» di Heidegger, e, come ha bene spiegato il filosofo tedesco: «Il vuoto, questo nulla nella brocca, è ciò che la brocca è come recipiente che contiene. […] Il vuoto della brocca determina ogni movimento della produzione. La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui essa consiste, ma nel vuoto che contiene».

    È dunque il «vuoto» della brocca che dà forma al vino. È il «vuoto» che dà forma al «Linguaggio».

    Ora io dico un pensiero forse ardito ma al quale tengo molto: È la grande poesia che consente l’attraversamento, per lampi, del Linguaggio e fa intravedere quel «vuoto» che sta al di là del Linguaggio. È quello che accade in alcune pochissime poesie quasi sovrumane di pochissimi poeti (Hölderlin, Leopardi, Eliot, Mandel’stam…), che s-fondano il Linguaggio e ci fanno intravedere quel qualcosa di cui noi non potremmo mai fare esperienza… Questa cosa misteriosa io ho denominata «metafora silenziosa», ma non perché sia una semplice metafora fatta di verba, ma perché attraverso i verba ci fa intravvedere quel qualcosa che sta «prima» del Linguaggio.

    • Pasquale Balestriere

      Caro Giorgio,
      trovo molto più condivisibile quest’ultimo tuo intervento. Nulla ho da eccepire sul contenuto dei primi tre paragrafi. Tuttavia qualcosa non funziona in questa conclusione:” È dunque il «vuoto» della brocca che dà forma al vino. È il «vuoto» che dà forma al «Linguaggio»”. Credo che qui occorra distinguere tra un vuoto assoluto e un vuoto relativo. E qui dico che Il vuoto relativo della brocca che dà forma al vino è determinato dall’artifex dal vasaio il quale in tal modo stabilisce la “forma” del vino; proprio come, per analogia, è un artifex (poeta o artista in genere), e non il vuoto che dà forma al linguaggio ( e conta poco che il vuoto lo preceda, se non per provocarlo)..
      Sono abbastanza d’accordo anche sui contenuti dell’ultimo paragrafo. Solo che quello che tu chiami “vuoto” io chiamo “essenza delle cose” e all’espressione “metafora silenziosa” io toglierei l’aggettivo. Il nome è più che sufficiente.

  14. Se non comprendo male la “metafora silenziosa” è metafora sotterranea; o meglio: l’intera poesia si fa metafora del non detto (vuoto) che soggiace al testo, anche nel caso in cui nel testo non si riscontrino metafore tradizionali. Ma potrei aver frainteso.

  15. caro Pasquale Balestriere,
    non è tanto nel numero di metafore che tu acutamente hai individuato ne “L’infinito” (solo due), né nelle metafore tradizionali quello che io tento di esprimere, vorrei dire un’altra cosa, una cosa che non può essere detta con nessun’altra metafora tradizionale, una metafora non fatta di «verba» o, almeno, non solo di «verba» ma che comprende tutte le parole di una poesia facendone una «metafora complessa», una sorta di «prisma», di «Aleph» dal quale si riverbera una luce intensissima. Quella luce è appunto la luce che promana da alcune poesie come «L’infinito» di Leopardi. È la metafora che ci conduce molto vicino al «vuoto» dell’universo e che sta appena «dietro» e «sotto» l’universo e dal quale esso universo un giorno di circa 14 miliardi di anni fa sortì da un punto infinitesimalmente piccolo.

    caro Lucio Mayoor Tosi,
    la poesia è una astronave con un motore fatto di anti materia che ci può portare a distanze di miliardi di anni luce in un battibaleno. Ma per percepire la presenza di questa astronave di parole occorre una sensibilità e una intelligenza che la signora Valduga non possiede.

    Nella grande poesia, la cosalità della Cosa, delle cose, viene liberata dalle cose stesse… le «cose» si liberano del loro vestito fenomenico di «oggetti» e ci indicano quella «Cosa» misteriosa che sta «dietro» e «prima» di tutte le «cose» che è il «vuoto». Dunque, è la cosalità delle cose che ci indica il Vuoto.

    Come scrive Fabio Milazzo:
    “il gesto che istituisce l’orizzonte non fa parte dell’orizzonte stesso, così come l’occhio non può essere visto ma resta sempre inconscio, sottratto alla presa conoscitiva del soggetto conoscente [10]: è “condizione prima” che ritraendosi permette l’emergere di ciò che esiste nello spazio creato. La condizione risulta indescrivibile dal condizionato, questa la regola logica fondamentale che rende il vuoto della Cosa “impossibile”, cioè irrappresentabile. Il vaso è al contempo una cosa (Sache) e la Cosa (das Ding), oggetto tra gli altri e “significante primo” che permette di pensare la possibilità stessa del vuoto.”

    Analogamente, la Forma della poesia è la condizione prima affinché possa emergere quella Cosa che è inconoscibile, perché non appena emerge alla rappresentazione linguistica, subito scompare ritraendosi…

  16. Pasquale Balestriere

    Queste parole che mi destini, caro Giorgio Linguaglossa, racchiudono un concetto che avevo intuito con sufficiente chiarezza già dall’inizio. Tuttavia, a mio parere, bastava dire semplicemente che “L’infinito” in senso lato è un’ampia metafora, ecc., senza usare l’aggettivo “silenziosa” che per me rimane superfluo, inutile e insignificante.
    Quanto al resto, si sa, la metafora possiede armi molto efficaci per attentare alla categoria spazio-temporale e per andare ben oltre ogni corteccia.

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