Steven Grieco-Rathgeb POESIE SCELTE da Entrò in una perla (Mimesis Hebenon, 2016 pp. 90 € 10) – un universo supersimmetrico e superdistopico – La poesia come traduzione problematologica – Lontananza tra la periferia e il centro dello spazio poetico – Il divario che si apre tra l’implicito e l’esplicito – con un Appunto dell’Autore e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Scrive Steven Grieco-Rathgeb:

«Oggi, l’immagine – in una società sempre più satura di immagini – viene in genere elaborata in modo tale da raggiungerci in una frazione di secondo. Tale procedimento si basa sul concetto,  anch’esso “primordiale”, che ciò che è “vero”, “reale”, è per sua natura anche subito fruibile. Ma il mondo-tempo che trascorre di fronte a noi è anche misterioso o si mostra solo in parte.
E’ da più di mezzo secolo che tale inganno “realista” va spostando la scrittura, il cinema, e persino la musica, verso un limbo di realtà fittizia, di realtà fictional, che il fruitore si è ormai abituato a consumare come entertainment.

In quest’ottica del pronto consumo, il lasso di tempo che per il fruitore intercorre tra il suo esperire un prodotto artistico e la sua reazione estetica ad esso, deve essere ridotta più vicino possibile allo zero. Eppure, la nostra fruizione di un dato fenomeno, interiore o esterno, non è sempre così immediata; oppure la sua immediatezza è talvolta così fulminea da raggiungerci con una sorta di effetto ritardato. Perché allora l’autore dell’opera deve pre-masticare e pre-digerire per noi la sua esperienza umana? Facendo così, ci toglie la vera intelligenza-percezione del fenomeno che egli vuole presentare. Simili metodi creano quasi sempre un falso. Sono una truffa.

L’immagine in cinematografia ha bruciato i tempi, andando avanti in modi sicuramente contraddittori e problematici ma anche fortemente creativi (un Bresson vale centomila film commerciali), costringendo la poesia a scomparire, oppure a radicalmente rivisitare le radici stesse del suo essere. E bene ha fatto. Ma si tratta di una lezione che la poesia deve ancora recepire: come non ammettere, ad esempio, che di fronte alla minaccia dell’immagine “immediatamente fruibile”, essa ha quasi sempre preferito ripiegarsi su se stessa, rintanandosi nella sicurezza del “già fatto”? Ripeto che sono pochissimi i poeti, nella seconda metà del XX secolo, che hanno avuto il coraggio di recepire il dato “reale” del nostro oggi, e volgerlo in Poesia.

Visto tutto ciò, è opportuno oggi che, in ambito poetico, il senso del dire arrivi al fruitore in modo graduale, “ritardato”, di modo che questi non abbia la possibilità di “consumarlo”. Non parlo di una tecnica artificiale. Un esempio: un mattino di marzo, con il cielo coperto, e noi assorti nei nostri pensieri, attraversando la città in tram scorgiamo inaspettatamente un albero fiorito in un giardinetto trascurato e polveroso. Di fronte ad una esperienza percettiva come questa, di un certo impatto, il processo di interiorizzazione non sarà uniforme: a causa dell’elemento di sorpresa, di gioia, di stupore che l’albero fiorito ha provocato in noi, la sua immagine sarà ripetuta mentalmente (la cosiddetta after-image, scia d’immagine) anche infinite volte nello spazio di qualche secondo. Di tanto è capace l’onnipotenza del pensiero, simile all’universo studiato dagli astrofisici (e ugualmente inafferrabile). Ma il fatto che tale esperienza percettiva non sia liscia e uniforme, apparirà più chiaro alla fine del processo di interiorizzazione, una volta cioè finito il sentimento di sorpresa e l’emozione concomitante, e ancora più chiaro sarà quando tale esperienza vorremo esteriorizzarla in forma descrittiva, narrativa, orale. In un primo tempo il nostro dire uscirà frammentato, interrotto e ripreso, mentre cerchiamo il modo migliore di fare giustizia all’esperienza. E’ solo in seguito che l’esperienza prenderà ad assestarsi nella nostra coscienza, depositandosi e lasciando lo spazio a nuove esperienze percettive, nuovi pensieri, etc. Anche qui sta il fulcro misterioso della visione poetica, che ritroviamo non solo nella poesia in quanto tale, ma in tutti i campi dell’attività artistica.

Un esempio di cosa intendo può essere costituito da certe sequenze “silenziose” del cinema d’arte. Sequenze quasi del tutto prive di sonorità, senza musica, solo forse qualche fruscio dei vestiti o stormire di alberi. Eppure esse possono letteralmente urlare, creare frastuono in noi. Ecco, questo tipo di silenzio può essere anche della poesia contemporanea – o meglio, anche la poesia può interiorizzare la propria dimensione sonora (il suo rumore), e ritrovare la gradualità, la musicalità che così spesso in poesia è precisamente silenzio. Assenza di parole.

…Schwestermund,
du sprichst ein Wort, das fortlebt vor den Fenstern,
und lautlos klettert, was ich träumt, an mir empor.

Il testo kashmiri del IX secolo, Dhvanyaloka, del filosofo Anandavardhana (commentato due secoli più tardi da un altro grande filosofo, Abhinavagupta), studia l’essenza del messaggio poetico. Semplificando assai: la poesia, secondo Anandavardhana, contiene in genere un senso letterale e uno figurato. Il senso letterale ci raggiunge con una certa velocità, mentre quello figurato si stacca dal senso letterale e ci arriva “in ritardo”, ovvero dopo un lasso di tempo maggiore: è questo scarto temporale che crea la suggestione, il senso, il sapore estetico».

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Il linguaggio è fatto per interrogare e rispondere. Questa è la verità prima del Logos, il quale risponde solo se interrogato. Noi rispondiamo attraverso il linguaggio e domandiamo attraverso il linguaggio. Il nostro modo di essere si dà sempre e solo entro il linguaggio.

Interrogando il logos il poeta ci dice che interrogare significa domandare. L’uso del linguaggio, implica l’interrogatività dello spirito, è atto di pensiero. Lo spirito abita l’interrogazione. Non era Nietzsche che diceva che «parlare è in fondo la domanda che pongo al mio simile per sapere se egli ha la mia stessa anima?». La questione del Logos poetico ci porta ad indagare il funzionamento interrogativo del linguaggio. Anche quando ci troviamo di fronte a sintagmi impliciti, il poeta risponde sempre, e risponde sempre ad una domanda posta, o quasi posta o a una domanda implicita. Nella risposta esplicativa il poeta introduce sempre uno smarcamento, una nuova istanza che solleva nuove domande-perifrasi alle quali non può rispondere se non attraverso un linguaggio-altro, un metalinguaggio.  

La traduzione problematologica diventa nella poesia di Steven Grieco-Rathgeb una traslazione stilistica. Il vecchio concetto di «simmetria» euclidea legata ad un concetto lineare del tempo, viene sostituito con quello di «supersimmetria», un concetto che rimanda alla esistenza di pluriversi, della «materia oscura», dell’«energia oscura» che presiede il nostro universo. Nella poesia della tradizione italiana del secondo Novecento cui siamo abituati, la traduzione problematologica corrisponde ad una certezza lineare unidirezionale del tempo metrico e sintattico, in quella di Grieco-Rathgeb invece assistiamo ad un universo metrico e sintattico «goniometrico», vale a dire, a spirale, involto, involuto, dove l’interno e l’esterno sono complementari e indistinguibili.

Noi abitiamo la domanda come una frase interrogativa, ma questo è già qualcosa di esplicito, non sempre le domande assumono una forma interrogativa, anzi, forse le grandi domande sono poste in forma assertoria e dialogica, ricercano un interlocutore. Analogamente, nella forma mentis comune per risposta si intende qualcosa di assertorio. Ma in poesia le cose non sono mai così semplici e diritte; in poesia le due modalità si presentano sempre in commistione reciproca e in reciproca amicizia-inimicizia.

Nella poesia di Steven Grieco-Rathgeb è il punto lontano della domanda da cui prende l’abbrivio che costituisce un luogo goniometrico dal quale si dipana il discorso poetico spiraliforme. Qui è una geometria non-euclidea che è in questione. Il discorso si apre a continui rallentamenti ed accelerazioni del verso, essendo questo la traccia di una ricerca che si fa a ritroso, attraverso la via verso un luogo che un tempo fu abitabile. Utopia che la poesia ricerca senza tregua. Il punto lontano va alla ricerca del punto più vicino scegliendo una via goniometrica e spiraliforme piuttosto che quella retta, una via goniometrica, eccentrica;  in questo modo, la versificazione si irradia dalla periferia del punto lontano verso il centro di gravità della costellazione simbolica mediante le vie molteplici che hanno molteplici direzioni. Ogni direzione è un senso interrotto, un sentiero interrotto (un Holzwege), e più sensi interrotti costituiscono un senso plurimo, sempre non definito, non definitivo. La poesia si dà per formale smarcamento dell’implicito, e procede nella sua ricerca del vero allestendo una mappa, una carta geografica dell’evento linguistico. Si smarca dalla significazione dell’esplicito. La poesia di Steven Grieco-Rathgeb risponde sempre per totale smarcamento dell’implicito alla ricerca di ciò che non può essere detto con parole esplicite (dritte) o con un ragionamento «protocollare». In questa ricerca concentrica ed eccentrica, spiraliforme, la poesia narra se stessa e narrando la propria ricerca indica una traccia, delinea un non-spazio che si apre al tempo, anzi, un non-spazio fatto di temporalità, un tempo fatto di non-spazio, che chiude lo spazio entro la propria irreversibile molteplicità temporale. È la marca della temporalità quella che appare alla lettura, una temporalità inscindibilmente legata ad una molteplicità di accadimenti.

Per Steven Grieco, il discorso dell’esplicito è certo una risposta, ma una risposta becera perché vuole statuire attraverso la via più breve utilizzando lo spazio geometrico della significazione euclidea, mediante le vie rette del linguaggio neutrale della comunicazione. Il discorso poetico del nostro autore invece attraversa lo spazio multidimensionale del cosmo, oltrepassa il tempo, lo vuole «bucare». La poesia di Grieco-Rathgeb abita  un non-spazio, non è topologica, o meglio, è multi topologica, si rivela per omeomerie e per omeotropismi dove i rapporti di simiglianza e di dissimiglianza tracciano lo spazio interno di questo  universo in miniatura qual è la poesia, dove c’è corrispondenza tra il vuoto e il pieno, dove gli eventi «Sono apparsi in una sfera / staccata dal pneuma» e accadono in una «sfera», in «una perla», un universo in miniatura che riproduce il macro universo.

Il silenzio-lucertola scruta fisso.
Si muove. Risale verso l’immobilità. Si ferma, ingoia suono,
i suoi occhi gonfiano il vuoto.

Le domande che occupano il locutore sono tacite, ciò che vi risponde prende la forma della metafora e dell’immagine. La metafora indica così il divario che si apre tra l’implicito e l’esplicito; l’immagine allude alla lontananza tra la periferia e il centro dello spazio poetico. L’immagine e la metafora smarcano il rotolare dell«’io» dal centro alla periferia, e viceversa. Se il Logos è fatto di domande e di risposte, a che cosa risponde il Logos? Il Logos risponde a ciò che siamo. Si dà linguaggio poetico nella misura in cui si mette in gioco ogni possibilità del dire della Lingua, in cui ci si mette in gioco. Nella poesia intitolata alla «icona di Andrey Rublyov», non c’è nulla che rimandi, per via implicita o esplicita, alla icona del pittore russo, il discorso poetico procede per le vie sue proprie in un universo supersimmetrico e superdistopico, non si dà come illustrazione o  commento, non sceglie la via diretta dell’esplicito, quanto invece allude e accenna ad un altro universo analogico e contiguo a quello della icona pur se superdissimile e superdistopico.

Leafing through the pages

I was leafing through the pages, looking
for the word φαινόμενον.

“Our world is fully discovered,” you said.
“We’ve mapped the continents and seas,
classified plants and creatures.”

Your words spread out like a full-blown flower.

“Its mysteries,” you said, ”largely explained,
the future foreseeable and ours by pre-emption.”

This didn’t seem quite right:
but still your argument held its own
and climbed before our eyes,
turning on a sky-blue axis,
so round and well-fashioned we forgot
its nothingness, how it echoes down the aeons
growing stronger, clearer, till it’s One
with the dreamlike deep vibration of existence.

“And for all our achievements, look at us,” you said:
“unknown to our own selves,
outraging what’s left of this world.”

This world, I thought, or just a reflection?
I myself couldn’t tell.

Overwhelmed, we watched it turn silently,
its rugged contours etched
with ever finer, more rending strokes;
offering us the same answers we seek;
feeding with our gaze
its dream.

Florence, 1988

Sfogliavo le pagine

Sfogliavo le pagine, cercando
la parola φαινόμενον.

Tu dicesti: «il mondo è stato tutto scoperto.
Conosciuti i mari e i continenti,
le piante e gli animali classificati.»

Le tue parole si schiusero come un grande fiore.

«I suoi misteri – dicesti– ormai quasi spiegati,
il nostro futuro prevedibile e già oggi ipotecato.»

Su questo avrei avuto da ridire:
ma il tuo pensiero resse,
e noi lo vedemmo librarsi nell’aria,
tondeggiando azzurro,
così ben foggiato da farci dimenticare
il suo nulla, come un’eco nei millenni,
sempre più forte, più chiaro, fino a diventare
suono, sonorità inconscia dell’Essere.

«E noi – dicesti – con tutte le nostre conquiste,
sconosciuti a noi stessi;
violando quel che resta di questo mondo.»

Questo mondo, riflettevo, o soltanto
un’immagine? Ero incerto anch’io.

Vinti dalla sua presenza, lo vedemmo ruotare
in silenzio, i suoi rilievi manifestarsi
con crescente, lacerata precisione:
inviarci i segnali da noi stessi desiderati;
alimentando con il nostro sguardo
il suo sognare.

Firenze, 1988

*

Koronisia, 1990

Lights out, the house
– dark

Down the passage to the room,
and in the encircling unfathomable foreignness

a shimmering vegetation—

trill of crickets from the dark-enshrouded olives
—noiseless spider, mantis, gecko

(vermin slithering through the underbrush)

“Don’t touch!“ – a whisper speaks
that same darkness: “now events
shed no light:
but the ever-itself, in thousands,
shapes around the stone-hard
still core, leaping like fish
from wave to wave— ”

Till presence is this dark body, woven
in thoughts: the eyes dark, the heart
woven in its own embrace

inside the wider encircling Gulf
now audible,
washing ashore

where thought, dark swimmer,
swims out
breathing unutterable darkness

Supersymmetries

Koronisia, 1990

Spente le luci, la casa
– oscura

giù per il corridoio verso la stanza,
e in questo cerchio insondabile, straniato

una rilucente vegetazione–

stridio di grilli dagli olivi avvolti nel buio
– silenziosi ragno, mantide, geco

(strisciano immondi sotto i cespugli)

“Non toccare!” – sussurra la
stessa oscurità: “adesso gli eventi
non illuminano:
ma il sempre-se-stesso, a migliaia,
si forma intorno all’impietrito
fisso centro, balza come un pesce
di onda in onda” –

finché la presenza è questo corpo oscuro
che il pensiero intesse: gli occhi scuri, il cuore
intessuto nel proprio abbraccio

nel grande cerchio del Golfo
ecco, si percepisce
lo sciacquio a riva

dove il pensiero, oscuro nuotatore,
nuota al largo
respirando indicibile oscurità

Supersimmetrie

Amnesia

Now that you’re up, ashlit moon,
invisibly clear in the early night—
in this silence, like the mind’s quiet,
I wonder how your bright crescent
speaks the dark fullness: the darkness coming
of your round brilliance.

Your speed up there so high
I instantly reach you.
For the deepest transparency,
without glass, across distances,
is only thin air

and the horizon of this world, away.

You speak, ancient poet,
not as a voice within a voice,
but as one divided
in your undivided sound.

May I tonight
forgetting the distance

speak the dark round of your fullness

Supersymmetries, 1995

Amnesia

Ora che sei sorta, luna-cenere,
quasi invisibile nella notte appena fatta,
nel tuo silenzio, simile alla quiete del pensiero,
mi chiedo come questo orlo di luce
esprima l’oscura pienezza: l’oscurità vicina
del tuo sferico splendore.

Tu lassù così veloce
che ti raggiungo in un istante.
Perché la trasparenza più profonda,
senza vetri, di là dalle distanze,
è solo quest’aria sottile

e l’orizzonte di questo mondo, avulso.

Tu parli, antico poeta,
non come voce nella voce,
ma come uno diviso
nel tuo suono indiviso.

Possa io stanotte
dimenticando la distanza

dire l’oscura sfera della tua pienezza

Supersimmetrie, 1995

*

Rome, Bombay

Via degli Astalli, 1968

Through the deep nights
a fountain in the courtyard dripped
endless water. Fragrance
came over the rooftops, the city
rose in a glimmer to the brim of our being.

Now in my mind’s eye I open the door
and peer down the dimly lighted hallway:
those who came have just left –
I hear the elevator groaning its way
down the shaft

but a suppressed excitement
warps the row of expressionless windows.

I can never remember:
who was standing behind the door,
a glass of dark water in his hand?

Altmount Rd., 1997

I’m walking up Altmount Road, to reach the top:
the way familiar, peopled with memories
and homes I no longer recognize
in this crowd of alien windows.

Of those I knew some have moved away,
some become estranged.
Others stayed on in their vast apartments,
old friends I’ve come to meet again, brooding
now the sun has rounded the corner.

Down in the garden
children still play on the sparkling lawn
under the pipal tree that has lost its leaves.

And the older siblings,
as good as grown up,
bursting in the front door
with excitement, and… news!

But the afternoon late, the sunset
so deep and self-sufficient,
this life is a full glass
set before us who’ve no thirst to quench.

Soon I’ll reach the top, look out over the city,
I’ll glimpse the Arabian Sea

After dusk, past the balcony’s black void
I sensed that sighing body
spread remotely around the night,
how it encircled our clutch of drinks
and anxious lights

myself mirror-less – and all my profusion of tongues,
the trouble to grasp and express
simply a guide around the well-turned phrase

till words, pointing to their opposite,
left me groping in blindness.

Night follows on dusk, dawn on night:
though closely shadowed, our world is too sudden –
it flows in a manner akin to narration.

Down there, beyond the sprawling city,
ships’ horns are hooting –
crows croak from all the trees
in the smoky air before daylight.

There is no silence anywhere.
Only at the centre of the heart.

Roma, Bombay

Via degli Astalli, 1968

Nelle notti profonde
dalla fontana giù in cortile gocciava
acqua senza tregua. Un profumo
giungeva da sopra i tetti, le luci della città
riempivano fino all’orlo le nostre vite.

Adesso immagino di aprire la porta,
scruto il corridoio in fioca luce:
loro sono venuti e subito andati via –
sento la gabbia dell’ascensore
scendere a terra ansimando

ma una eccitazione soffocata
storce la fila impassibile di finestre.

non riesco mai a ricordare:
chi stava in piedi dietro la porta,
un bicchiere di acqua scura nella mano?

Altmount Rd., 1997

Risalgo Altmount Road, per raggiungere la cima:
la via familiare, popolata di memorie e case
familiari, ormai introvabili
in questa folla di finestre ignote.

Di coloro che conobbi chi è andato via,
chi è diventato estraneo.
Altri sono rimasti nei loro grandi appartamenti,
vecchi amici incupiti che io visito
ora che il sole ha girato l’angolo.

Giù in giardino
i bambini ancora giocano sul prato luccicante
sotto il peepal che ha perso le foglie.

E i figli grandi,
ormai quasi adulti,
irrompono dalla porta d’ingresso
pieni d’entusiasmo… e quante notizie!

Ma la sera inoltrata, il tramonto
così profondo e pago di sé
questa vita è un bicchiere pieno
che non abbiamo più sete di vuotare.

Presto raggiungerò la vetta, guarderò la città dall’alto
rivedrò il Mar Arabico

Dopo l’imbrunire, oltre il vuoto nero del terrazzo
ho sentito sospirare quel corpo lontano,
inanellato intorno alla notte,
come stringeva d’assedio i nostri aperitivi
e le nostre luci inquiete –

Io, irriflesso – e tutta la ricchezza delle mie lingue,
la difficoltà di cogliere ed esprimere
solo una guida per sfuggire alla frase tornita

finché le parole indicandomi il loro contrario
mi lasciarono a tentoni come un cieco.

La notte viene dopo l’imbrunire, l’alba dopo la notte:
il mondo lo spio come un’ombra: ma lui è troppo veloce,
scorre libero come un racconto dei tempi antichi.

Da laggiù, oltre la città sconfinata,
arriva il fischio delle navi –
i corvi gracchiano da tutti gli alberi
nell’aria fumosa prima della luce.

In nessun luogo c’è silenzio.
Solo al centro del cuore.

*

Bottling wine on a high balcony
to a learned friend in Tokyo

Your flowering plum… a fragrance not of scholars!
Delusion, madness lifted you into the sky
where Heian poets wander forever
in their disembodied yearning:
the petals of those phantom minds mingling
with your dark, three-quarters sterile mind!
And time, devotion, labour: smouldering ashes.

What can I offer you but the wine I decant
on this moonless night of March:
this open-ended sky, black-starred origin
high in the numinous ravine;
this wine I translate into a whirlwind
streaming out the drunken inner blossom…

And the wakas, now, breathing depth –
subtlety – fascination!

Supersymmetries – Florence, 1999

*

Imbottigliando vino su un alto terrazzo
per un amico erudito a Tokyo

il tuo susino fiorito… profumo non di filologi!
Con l’auto-inganno e la follia hai scalato il cielo
dove i poeti Heian vagano per sempre
nel loro anelito spettrale;
i petali di quel pensiero sfuggente, frammisti
alla tua mente buia, sterile per tre quarti!
E il tempo, la devozione, la fatica: brace morente.

Cosa posso offrirti, ho solo il vino che travaso
in questa notte di marzo senza luna:
questo cosmo a imbuto, alto lignaggio,
tenebra di stelle sul dirupo numinoso:
questo vino, che traduco in un turbine,
spira dall’inebriato, più interno fiore …

E dei waka, adesso, il respiro –
il fascino sottile!

Supersimmetrie Firenze, 1999

The painter’s portrait

Before setting to his work,
the painter of this image should remember:
Who is he portraying? and reflect
how the narrow corridor through our world of chance
lies strewn with breakable misery
and fear of violent mishap
and sudden bottomless manholes:

for, clearly, the likeness of a distinguished forebear
or even the vision of all humankind
unlocking in one single flower,
are not what lies in his heart of hearts:

but considering that he may no longer
be shielded from thought of accident,
know the only way to be the way forward,
the whole face he dare not envision.

Then he will do his work in the best of ways,
and accomplish what he had always striven for,
knowing this to move strangely
between waking dream and recognition

and play down the importance of individual traits,
putting them surprisingly
where they are – much as meaning
rises out of words that sleep:
the city at night
resembling itself, intently
outside the window, enveloped in darkness.

So that his image may finally be expressed.

Then the painter will not only render
cheekbones and shading,
not only conjure light in the eyes.

His portrait will be memory itself.

2003

Il ritratto del pittore

Prima di mettersi al lavoro
il pittore di questa immagine ricordi:
Chi vuole rappresentare? e rifletta come
l’angusto corridoio attraverso questo mondo dell’alea
è cosparso di umana disperazione
e del timore di violenti sinistri
e di improvvise botole senza ritorno:

perché la somiglianza di un illustre predecessore,
o anche la visione di tutto il genere umano
schiusa in un unico fiore,
non sono certo quello che lui ha nell’animo:

invece, sapendo di non avere più riparo
dal pensiero di sciagure,
capisce che l’unica via è la via che va avanti,
il volto intero che non osa immaginare.

Allora svolgerà il suo lavoro nel migliore dei modi,
realizzando ciò che da sempre si era prefisso,
e che lui ben sa muoversi strano
fra sogno ad occhi aperti e riconoscimento

e senza dare troppa importanza alle fattezze del viso,
le porrà dove già si trovano:
così come il senso scaturisce
dalle parole che dormono:
città di notte
assorto specchio di sé,
fuor di finestra, avvolta nel buio.

Affinché la sua immagine possa compiersi.

Allora il pittore non avrà solo reso
zigomi e ombreggiature,
non solo evocato la luce negli occhi.

Il suo ritratto sarà la memoria stessa.

2003

*

He entered a pearl

He entered a pearl inside the world
passed through walls muffling all cries

someone called it stealth
but the blue-lit night station was full of tears

The estrangement between you and me
wasn’t him – we
forgot each other standing face to face,
while He sat threading
this wrecked dream’s own escape
through good turned bad turned
good
through the same places that came back
and back

On such a rugged upward path
the way was changed into air!

into a dome of twilight, with persons
going in and going out,
as each fashioned
his own swarm of thoughts,
cocooned phantoms and naiads of image,
hanging them
in a white wilderness

Slowly he encompassed, slowly
encompassed us
till he hid

Oh, my I, now my clown,
on a fingertip spin the ball
I balance on

My heaven has split from top to bottom

And then we, unknowing prisms,
returned in brilliance
to our prisons

till I thought this life will last forever

Entrò in una perla

Entrò in una perla dentro il mondo
attraversò muri che tacquero ogni grido

qualcuno ne parlò come di un segreto
ma l’azzurra stazione di notte era piena di lacrime

L’estraneità fra te e me
non era lui: noi
ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
nella cruna della sua stessa fuga,
attraverso il bene che volge al male che volge
al bene,
attraverso gli stessi luoghi che tornarono
e ritornarono

Su un sentiero così impervio
la via si tramutò in aria!

in una cupola d’ombra
con persone che entrano ed escono,
mentre ciascuno si fabbrica
il proprio sciame di pensieri,
larvati spettri e naiadi d’immagine,
e li appende
in una bianca desolazione

Lui lentamente ci circondò,
circondò da ogni parte
finché rimase nascosto

Ah, mio Io, mio pagliaccio ormai,
sulla punta del dito fai ruotare
la sfera su cui oscillo

Il mio firmamento si è squarciato da cima a fondo

E allora noi, prismi ignari,
tornammo a splendere
nelle nostre prigioni

finché pensai che questa vita durerà in eterno

*

Hesperiidae’s embroidered wings – Mani Kaul in dream

You, standing there, in some colourless shadow-life I had attained

– always so decisive – and every blacknight moth alive

every magical moth in stealthy flight – flew to the otherworld

astronomer beyond thin partitions wondering,

every moth a mystery I flew inside to the highest night skies:
You, in the unlit room I inhabit – colourless space of wonder –

expounding on expression – art – on the blood in our veins
And every one of your words came as some hurled verbal fragment

– tangible, visible splinters to unseen frontiers

and they were sound cried out—brilliant bits of nothing, and

came hurtling like cries!

Whistling, whining shrapnel – Flung! at my blank sheets of paper

with unheard-of energy, with your thrust at forbidden barriers

yet, a mere game… “the aesthetics of meaninglessness”
Fragmented – unheard of!
hurled – flung at the white sheet

Via Merulana, 11 February 2013

Ali ricamate delle esperidi: Mani Kaul in sogno

Tu lì, in qualche incolore umbravitae da me raggiunta

– sempre così decisivo – ed ogni notturna, viva falena

ogni magica falena segretamente in volo, volava all’altromondo

astronomo meravigliato oltre sottili pareti – ogni falena

un mistero in cui volavo verso i cieli altissimi della notte:
Tu, nella spenta stanza che abito, incolore spazio meraviglioso

discorrevi di espressione – arte – del sangue nelle nostre vene
E ogni tua parola giungeva come frammento verbale, scaraventato:

tangibili, visibili schegge al varco di celate frontiere

ed erano suono urlato – lucenti briciole di nulla – mi giungevano

lanciate come grida!

Fischi, sibili di frantumi – Scaraventati! contro i miei fogli bianchi

inaudita l’energia, il tuo urto alle barriere proibite –

eppure, semplice gioco… “l’estetica dell’insignificato”
Frantumi – inauditi!
lanciati – scaraventati al foglio bianco

Via Merulana, 11 febbraio 2012

Beyond, beyond

When the first man sailed past these waters, all humankind sensed the great shadow hovering over lofty marble columns.
This is how we still understand it now – through our modern sense of light and image: transparently blue, seawater lapping against a wooden prow. A dream. A bobbing cosmos.
However late we reached here, our Present contains all time. Only in this moment can we relive the exactness of that ancient moment.
And Ulysses, spoke to all: “here is the wild maze of reality: the colourful markets, the goods, the different peoples thronging the stalls. Here the poet inhabits his prophecy, mathematics glimpses its eternity.
“Don’t believe them, they never sailed past these waters: fearless adventurers, they journeyed physically into the illusory, went further, further, dizzily on into the distance that shadowed their every move. Only to find new markets, new opportunities, new planets. Our undying world.
“All external, empirically observed phenomena became the miracle of the observing, ever-changing mind. This air so thin, a tree can no longer vanish into its greater self.”
And Ulysses asks: “What Blakeian madness is this? In such imperfection, how will life find its upside down? Its inside out?”

Supersymmetries, 2004

Più avanti, più avanti

Quando il primo uomo navigò oltre queste acque, l’umanità intera vide la grande ombra sulle maestose colonne marmoree.
A tutt’oggi è così che concepiamo, grazie al nostro moderno senso di luce e immagine: azzurro limpido, l’acqua del mare che lambisce una prua di legno. Un sogno. Un cosmo galleggiante.
Quale il ritardo con cui siamo giunti qui, il nostro Presente contiene tutto il tempo. Solo in questo momento possiamo rivivere l’esattezza di quell’antico momento.
E Ulisse parlò a tutti: “ecco il folle dedalo della realtà: i mercati pittoreschi, le merci, i diversi popoli che affollano i banchi. Qui il poeta abita la sua profezia, la matematica intravede l’eternità.
Non credete loro, non navigarono oltre queste acque: intrepidi e avventurosi, si spinsero fisicamente nell’illusione, sempre più avanti, vertiginosi, nella distanza che ne spiava ogni mossa come un’ombra. Solo per trovare nuovi mercati, nuove opportunità, nuovi pianeti: il nostro mondo senza fine.
Ogni fenomeno esterno, empiricamente osservato, diventò il miracolo della mente che osserva e si trasforma. Tanto rarefatta è ormai quest’aria, che in essa un albero non sa più trascendere se stesso.”
E Ulisse chiede: “Che follia degna di Blake è mai questa? In tanta imperfezione, come troverà la vita il suo capovolto? Il suo rovescio?”

Supersimmetrie, 2004

1. Istanbul, 1966
remembering Eustacia Hernandez

The secret otherworld paths of youth,
the deeply inspired expectation of nothing
have narrowed to just this,
a slit on nowhere:
but still the living canvas endures
of brilliant thoughts,
myself sailing the Bosphorus,
my beautiful girlfriend beside me;
and with most of the landscape gone
to suggest the unreal joy
I had once so eagerly embraced,
that entire otherworld reflects, moves
over fragments of a mirror
that never was
but so strongly seemed.

May this understanding not slip from itself.
Creation’s innocence
is its immortality.

1. Istanbul, 1966
ricordo di Eustacia Hernandez

I segreti, d’altrimondi sentieri della giovinezza,
l’attesa ispirata di nessuna cosa,
sono rimpiccioliti fino a diventar questo,
una feritoia su nessun luogo:
ma ancora regge la viva tela
dei pensieri sfavillanti,
io in nave sul Bosforo,
la mia bellissima ragazza accanto;
e con quasi tutto il paesaggio scomparso
suggestione della gioia irreale
che con tanto slancio allora abbracciai,
quell’altromondo riflette, scivola
sopra i pezzi di uno specchio
che non fu mai
ma fortemente sembrò essere.

Non si divincoli questa comprensione da se stessa.
Nell’innocenza della creazione
sta la sua immortalità.

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). Nel 2016 con Mimesis Hebenon è uscito il volume di poesia Entrò in una perla. Indirizzo email:protokavi@gmail.com

Annunci

23 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, Crisi della poesia, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea

23 risposte a “Steven Grieco-Rathgeb POESIE SCELTE da Entrò in una perla (Mimesis Hebenon, 2016 pp. 90 € 10) – un universo supersimmetrico e superdistopico – La poesia come traduzione problematologica – Lontananza tra la periferia e il centro dello spazio poetico – Il divario che si apre tra l’implicito e l’esplicito – con un Appunto dell’Autore e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Salvatore Martino

    Carissimo Grieco a una prima rapidissima lettura , purtroppo incredibilmente malgrado l’età avanzata il tempo trasmigra veloce dalle mie mani, a una prima lettura posso dirti di essere stato ammaliato, affascinato, confuso dai tuoi versi, che certamente navigano dentro il mistero quindi nel profondo della poesia. Tornerò a leggere

  2. quella di Steven Grieco è una poesia che inizia molte altre, un effetto domino straordinario

  3. caro Salvatore,
    alla fin fine, cinquantanni di de-materializzazione della poesia italiana ad opera degli addetti alla nicchia che si sono espressi in un idioletto per addetti alla nicchia, hanno fatto diventare la poesia italiana una cosa non più utilizzabile dalle persone normali.
    E oggi c’è ancora chi si ostina a scrivere polinomi frastici senza capo né coda, con la benedizione di autorevoli accademici che di autorevole hanno solo la propria cattedra. La poesia di Steven Grieco Rathgeb, miracolosamente, ci restituisce la normalità del linguaggio poetico, ci rifà piombare a terra dal pianeta marte…

  4. E’ vero, Steven Grieco ci restituisce “la normalità del linguaggio”, come sottolinea, opportunamente, Linguaglossa; il miracolo è che questo linguaggio schietto è capace di aprire spazi infiniti,della realtà e della fantasia; come la perla bianca e tonda,innocente,che racchiude tutti i misteri del mare.

  5. Azzurro e carta bianca, questa la visibilità. Solidi resi trasparenti e luminosi. Tempo come vento.
    Senza fretta, alleggerisce ombre, rischiara pensieri ed emozioni. Ma non crea un falso positivo.
    La realtà vive di suo, riflessa in uno specchio pulito.
    Pare un elfo.

  6. Steven! Ancora una volta grazie!
    Dal flusso irresistibile un paio di perle…”mentre ciascuno si fabbrica il proprio sciame di pensieri”…”questa vita è un bicchiere pieno che non abbiamo più sete di vuotare”…
    A una poesia che sazia non ho da aggiungere parole.

  7. Sarino

    Una poetica affascinante e capacità di linguaggio fuori dal comune, che riappacifica con le parole. Autore che leggo sempre con piacere e ammirazione.

  8. ubaldo de robertis

    Se per Steven Grieco Rathgeb, studioso che conosce e parla più lingue, capace di comporre opere in idiomi e con alfabeti diversi, vale quanto da egli stesso riportato in alcuni versi di Altmount Rd 1997:

    / “Io, irriflesso – e tutta la ricchezza delle mie lingue,
    la difficoltà di cogliere ed esprimere
    solo una guida per sfuggire alla frase tornita
    finché le parole indicandomi il loro contrario
    mi lasciarono a tentoni come un cieco.”/

    cosa dovrei dire io che conosco e parlo appena la sola lingua dei miei padri? Questa sì che mi lascia a tentoni e come un cieco!
    A parte tale considerazione comincio ad affezionarmi alla scrittura poetica di Steven che non fa leva sul tentativo di emozionare, ma fa sussultare ugualmente per quel modo di esprimere immagini delicate, pure, lievi, quasi impercettibili, e in ugual modo vive e profonde.
    Ubaldo de Robertis

  9. Claudio Borghi

    Il movimento musicale di Steven Grieco ingloba spazi e tempi e germi di storie e memoria in sincronica disarmonia, come un sottile soffio di fuoco incrinato dal vento. Traccia storie impalpabili come scrivendole nell’aria, precarie e indelebili, effimere e profonde. C’è malia in tutto questo, una capacità naturale di incanto, nel quale mi sento di entrare docile e persuaso e lasciarmi trasportare, come questi versi mi potessero far da guida verso un non luogo che sento, o spero, essere conforto e luce per lo spirito.

    L’arte di Grieco è gioco e pensiero, il corpo della sua scrittura imprendibile. In alcuni momenti si respira a pieni polmoni Seferis, che lui stesso in Vento e asfodelo indicava come riferimento del suo poetare:

    Ma io non scolpisco la luce di Seferis. Uguale,
    talvolta, l’angolo osservato, il suo mirabile altrove
    non è mio.

    Pur non ammettendo di scolpire la stessa luce, Grieco ne sente tuttavia innegabile il fascino, la profondità interiore e metafisica di spazi che gli sono certo entrati dal mondo naturale, ma anche dalla suggestione di quella esperienza letteraria, il cui altrove riconosce, umilmente, di non possedere.

    Questa poesia colpisce per la novità e la delicatezza con cui dice cose imprendibili, l’essere-non essere del mondo, l’apparire che ci illudiamo permanere, il tempo che visto da un’alta prospettiva pare confondersi con l’eterno, le mille facce della realtà impermanente. A me ricorda molto il Rimbaud delle Illuminazioni (penso ad esempio alla sequenza di Enfance), che tanto irrorò di vitale novità la decadente letteratura francese del secondo Ottocento, impigliata in cascami e residuati romantici ormai diventati del tutto improduttivi. Sarebbe facile per un critico smascherare l’arte fascinatrice o affabulatoria di certa poesia ma, come dice giustamente De Robertis, qui non si tratta di semplice fascinazione (che comunque, non si può negarlo, c’è), bensì di una sintesi alta di pensiero e atmosfere e respiri e culture diversi, orientali e occidentali, che convivono in una sorta di magia latente che nello spazio del testo prende armonia e, pur sfuggendo, è lì a dirci che la realtà più profonda non è nostra, ma a noi, se siamo capaci di sentirla, si dona e si rende accessibile alla parola.
    In questo credo consista, in definitiva, l’arte della poesia che, come opportunamente è stato sottolineato più volte su questa rivista, troppi poeti hanno dimenticato. Un grazie a Steven Grieco per averne rinnovato l’incanto.

  10. Steven Grieco-Rathgeb

    Cari amici, vi ringrazio per aver commentato queste mie poesie “storiche”. Le considero storiche perché oggi prediligo, come forse qualcuno ha visto in miei post precedenti, un’azione più dirompente, anche distruttiva, sul processo che porta i materiali poetici (cioè, tutto quello che esiste ed è osservabile in questo mondo) a diventare poesia.
    Ma queste poesie storiche sono per me importanti, cruciali, indissolubili, perché sono la strada che mi ha portato a trovarmi poeticamente qui oggi. Ho sempre pensato che la complessità delle cose dovesse ricevere una espressione semplice. La complessità estrema alberga nel profondo delle cose: sulla superficie vediamo solo una foglia ruotare cadendo a terra (ma quante leggi fisiche hanno portato a quell’atto sublime), o un amico che con un semplice sguardo illuminato indica l’aver trovato la soluzione a un problema che lo assillava da anni.
    Un primo grande acknowledgement va a Giorgio Linguaglossa, grande e geniale critico nonché poeta. Nella sua premessa è riuscito teoricamente a partire dai miei testi per andare in quel luogo che preme a noi tutti sull’ombra delle Parole: il luogo dove esiste un possibile rinnovamento della poesia. Grazie soprattutto a lui ma anche a tutti gli altri, continuiamo a dissodare nuovi terreni.
    Claudio Borghi ha colto alcuni punti chiave nei miei testi con una sua profondità che mi ha lasciato sbalordito.
    La meravigliosa cosa che ha detto, che niente è nostro, ma tutto possiamo esperire, in tutto possiamo esultare. Forse è anche la sua specializzazione scientifica che gli dà queste capacità.
    Seferis e gli altri poeti greci moderni mi hanno molto aiutato a capire come si dovesse rendere in poesia un paesaggio “invisibile” – un paesaggio pietroso, bianco, brullo solo punteggiato da migliaia e migliaia di ulivi, che sulla superficie, sembra avere interamente perso la sua memoria. Di resti antichi favolosi come possiedono soprattutto l’Italia ma anche altri paesi europei, la Grecia ne ha pochissimi. Sulla Grecia di quei poeti del Novecento gravava il ricordo di 450 anni di asservimento ad un popolo a loro alieno per religione, tradizione, lingua, tutto. Avresti detto che i secoli avessero cancellato anche la memoria dei Greci. Invece, no, assolutamente no. E ce lo hanno dimostrato proprio loro (insieme ad altri scrittori come Kazantzakis), che hanno saputo ricreare nella loro poesia tutta la nobiltà, lo spirito illuminato, la grazia e l’alto magistero letterario dei loro antichi avi. E lo hanno fatto ovviamente in diversi modi, ma uno proprio evocando il paesaggio, povero di testimonianze materiali, ma ricchissimo di segni e suggestioni spirituali, sottili di tempi passati favolosi. Bisogna vivere la Grecia per capire questo semplice fatto.
    Ringrazio Salvatore Martino, per i suoi commenti, sempre così concisi, forti. In lui scorre l’ichor. E la febbre del sacro. Su questo non ho alcun dubbio.
    Al caro amico Ubaldo de Robertis dico che, sotto sotto, parlare una lingua equivale a parlarne cento. L’importante è come viene usata. Io per anni, appunto, sono rimasto come “un cieco che avanza a tentoni”. Non mi sono divertito affatto. Invidiavo chi aveva una lingua sola e la parlava a meraviglia, la padroneggiava perfettamente, la usava creativamente. Perché è questo che conta, tutto il resto è orpello.
    Anna Ventura e Silvana Baroni, alludono tutte e due al concetto della “perla” e lo fanno perché tutte e due così spesso vogliono cogliere il meglio della mia poesia. Bisogna essere molto grati di una simile generosità da parte di poetesse del loro calibro.
    Lucio Mayooor Tosi parla di una cosa che mi preme: la chiarezza. Ho in realtà una sete inesausta per la chiarezza questo per tante ragioni personali (la confusione mentale che spesso sento in me), ma soprattutto per il fatto che le mie esperienze interculturali, soprattutto quelle fra Occidente e Asia (non amo usare il termine “Oriente”) mi hanno spesso fatto disperare, ho pensato che sarebbe per me stato impossibile portare al mio lettore – italiano, inglese o indiano che fosse – quello che avevo pensato o vissuto. Ciò era fattibile soltanto se riuscivo a gettare luce sui punti nodali fra le civiltà, quei punti dove sempre regna il buio fitto, lo spettro della incomunicabilità, il rifiuto di capire, l’incapacità di cogliere il possibile punto d’incontro, sottile come un soffio, che unisce gli uomini fra di loro.
    E insomma, se quello che dice il caro amico Almerighi è in qualche modo vero – e cioè che la mia poesia crea un effetto domino – allora non potrei essere più contento. Penso che tutti questi poeti di punta sull’Ombra delle Parole (e lui stesso) stiano facendo proprio questo. Ribadisco sempre che stiamo lavorando insieme.
    C’è l’effetto domino nel senso della moltiplicazione di nuove suggestioni poetiche, ma anche il castello di carte che cadendo rivela un nuovo paesaggio.
    Forse.
    Infine, un grazie sentito a Sarino. Mi piacerebbe conoscere la sua scrittura..

    • Sarino

      Caro Steven lei è uno che sa cosa vuol dire scrivere, io invece sono ancora all’abc. Certo mi farebbe enormemente piacere farle leggere qualcosa, ma la sensazione percepita nel leggere le sue composizioni e in generale quelle qui ospitate, mi portano a credere che la mia scrittura non sarebbe un granché. Cordiali saluti

  11. “Stiamo lavorando insieme”:grazie, Steven, per aver detta questa frase,che conferisce dignità e bellezza al nostro lavoro umile, artigianale, con cui cerchiamo di avvicinarci alla poesia:una guglia gotica che non vuole mai essere completamente raggiunta,perchè
    va sempre”oltre”; ogni approdo è l’inizio di un nuovo viaggio

  12. Steven Grieco-Rathgeb

    Cara Anna, sono perfettamente d’accordo con la tua frase: “ogni approdo è l’inizio di un nuovo viaggio”.
    E in modo simile, è opportuno, oggi, lasciar più che mai trasparire della singola poesia il continuo divenire. Come il tuo brevissimo componimento sulla tigre, che ancora oggi trovo folgorante.
    Intendo dire che è bello se non nascondiamo i materiali e gli attrezzi usati per portare una poesia in essere.
    Insomma, cercando di scriverne non una “classica” (dal Latino claudere), ma una che è in tutto e per tutto un essere vivente.
    Non la farfalla dell’entomologo.
    Sogno una poesia che sempre cresce e si trasforma, matericamente plasmandosi sotto l’occhio del lettore.

  13. E’ sempre quel”gusto della metamorfosi”, che ci plasma e ci consuma, ma ci salva dal ristagno delle posizioni rocciose.Non ti stancare mai di scrivere, e di farlo anche per la gioia di chi conosce il tuo valore.

  14. Salvatore Martino

    L’estraneità fra te e me
    non era lui: noi
    ci dimenticammo l’un l’altro pur stando faccia a faccia,
    mentre lui, seduto, infilava questo sogno infranto
    nella cruna della sua stessa fuga,
    attraverso il bene che volge al male che volge
    al bene,
    attraverso gli stessi luoghi che tornarono
    e ritornarono

    Quando le parole si staccano dal loro cerchio di essere parole soltanto e diventano pensiero e immagine metafora della vita che trascorre nel guado della filosofia che si sfalda si frantuma in questo segno dell’incomunicabilità, ecco che arriva prepotentemente alla luce la poesia. Caro Steven ho riletto come promesso i tuoi versi così coinvolgenti…non sono in grado di esternare un giudizio critico, del resto Borghi, che oltre ad essere uno scienziato è un poeta e persino un raffinato critico, lo ha fatto splendidamente. Io posso avvertire il filo poetico che attraversa le vertebre e la testa, il fiume ininterrotto del sangue, quello che scivola lungo il tuo corpo. Quello che forse ti potrà gratificare, commento di un vecchio poeta quale io sono, è il pensiero che si annida nel mio cervello e mi fa pronunciare queste parole: Steven Grieco possiede uno stile che è suo e soltanto suo.
    Un’ultima notazione non trovo in questi tuoi versi niente che mi rimandi ad una poetica del frammento, mi pare che la tradizione sia totalmente dentro il tessuto, e l’accenno di Borghi al poeta del Re di Asìne mi sembra del tutto pertinente.

  15. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/10/07/steven-grieco-rathgeb-poesie-scelte-da-entro-in-una-perla-mimesis-hebenon-2016-pp-90-e-10-un-universo-supersimmetrico-e-superdistopico-la-poesia-come-traduzione-problematologica-lontana/comment-page-1/#comment-15669 Caro Salvatore Martino,

    le tue eccezioni mi stimolano a darti una risposta. Nella poesia Mani Kaul in sogno,redatta nel 2012, e quindi ben prima della «poetica del frammento» come tu giustamente affermi, Steven Grieco Rathgeb scrive:

    Tu, nella spenta stanza che abito, incolore spazio meraviglioso
    discorrevi di espressione – arte – del sangue nelle nostre vene
    E ogni tua parola giungeva come frammento verbale, scaraventato:
    tangibili, visibili schegge al varco di celate frontiere
    ed erano suono urlato – lucenti briciole di nulla – mi giungevano
    lanciate come grida!
    Fischi, sibili di frantumi – Scaraventati! contro i miei fogli bianchi
    inaudita l’energia, il tuo urto alle barriere proibite –
    eppure, semplice gioco… “l’estetica dell’insignificato”
    Frantumi – inauditi!
    lanciati – scaraventati al foglio bianco

    [Via Merulana, 11 febbraio 2012]

    Qui troviamo elencati i binari della poesia di Steven: i «Frantumi – inauditi!» «scaraventati sul foglio bianco»; «l’estetica dell’insignificato»; le parole composte: «umbravitae»; gli scambi di tempi verbali, etc. –

    Ecco ciò che scrive Sassure, riportato da Cesare Segre 1) a proposito dei «rapporti sintagmatici e associativi del discorso»: «Da una parte, nel discorso, le parole contraggono tra loro, in virtù del loro concatenarsi,, dei rapporti fondati sul carattere lineare della lingua, che esclude la possibilità di pronunziare due elementi alla volta. Esse si schierano le une dopo le altre sulla catena della parole. Queste combinazioni che hanno per supporto l’estensione possono essere chiamate sintagmi. Subito dopo si parla dei rapporti associativi: Fuori del discorso, le parole offrenti qualche cosa di comune si associano nella memoria, e si formano così dei gruppi nel cui ambito regnano rapporti assai diversi… per qualche aspetto tutte hanno qualche cosa di comune tra loro. Ognuno vede che queste coordinazioni sono d’una serie affatto diversa rispetto alle prime. Esse non hanno per supporto l’estensione; la loro sede è nel cervello; esse fanno parte di quel tesoro interiore che costituisce la lingua in ciascun individuo. Noi le chiameremo rapporti associativi». I rapporti sintagmatici sono condizionati dalla linearità della lingua, che esclude la possibilità di pronunciare due elementi contemporaneamente, viceversa i rapporti associativi hanno sede nella memoria, e non sono soggetti a limitazioni spaziali

    Ecco, questo è il punto fondamentale. Nella poesia di Grieco-Rathgeb avviene un fenomeno particolare ben descritto da Sassure: il concatenarsi delle associazioni sintagmatiche di frammenti del discorso nella memoria della Langue che forzano il modello lineare della sintassi, e la forzano deformandola, obbligandola a seguire l’ordine simbolico presente nella memoria anziché l’ordine lineare della sintassi della Langue.

    Questo procedimento particolarissimo è quello che accade nella elaborazione mentale della mente del poeta. Tutto ciò avviene ben prima della elaborazione linguistica della poesia sul foglio bianco: sono i frammenti simbolici che si fanno strada dal sottosuolo della coscienza alla coscienza linguistica di cui parla Grieco-Rathgeb quando impiega quel verbo fortissimo: «scaravantati sul foglio bianco», che indica una vera e propria irruzione del fantasma simbolico del frammento dalla memoria sulla pagina bianca. E questo è, appunto, il procedimento per antonomasia di costruzione di una poesia a partire da quella entità che noi abbiamo chiamato «frammento», quel flusso sonoro simbolico che richiede, per essere espresso, la forzatura della linearità unidirezionale della sintassi per accomodarla alle nuove esigenze espressive del poeta.

    1) Segre Cesare Avviamento all’analisi del testo letterario, Einaudi, 1998 pp.177-8

  16. antonio sagredo

    ……….non c’è dubbio che la poesia greca abbia influenzato parecchio Steven G-R; spesso mentre rileggevo questi suoi versi “storici” pensavo anche ai miei, p.e. sotto l’influenza di un poeta che ho tanto amato anche per vicinanze geografiche: Ritsos! E più in là Seferis attende sulla soglia. Non c’è dubbio che la forma epica sotto forma anche di dialogo è precipua in lui, come pure la descrizione di paesaggi è intrisa di epicità che aumenta lo sconforto quando in essi i personaggi cari al poeta non ci sono più… vi è qualcosa di più della melanconia che mi ferma e cioè la metafora o varie figure che si intrecciano nella narrazione, come se fossero di natura liquida e quindi rendono il tutto che scorre: fluido compresi i vari paesaggi; il ricordo non è mai evanescente poi che il realismo delle parole e il loro ritmare rimanda a un ricordare che è materia e perciò indelebile questa poesia in apparenza leggera (rispetto alle mie tortuosità) ma altamente densa e quasi sognante.

  17. Steven Grieco-Rathgeb

    A quanto pare, Salvatore Martino va dritto al cuore delle cose.
    Caro Salvatore, I versi che tu hai citato fanno parte della poesia che è all’esatto centro del mio lavoro di poeta.
    Potrei parlare per ore di quasi ogni parola di quasi ogni poesia che ho scritto negli ultimi 30 anni della mia vita. Di questa che tu citi, ad esempio, in particolar modo posso spiegare ogni virgola. Descrive eventi, situazioni, stati mentali e autobiografici precisi, posizioni teoriche e filosofiche, di cui posso spiegare ogni minimo dettaglio, ed entrerebbero allora nella mia spiegazione il senso vasto, smisurato che ho della mia vita, questo senso di immense pianure, deserti senza fine, smisurate metropoli, montagne molto molto alte, e un destino che mi ha profuso a piene mani i regali più belli; e il senso in genere che questa vita duri da secoli, da millenni.
    In effetti, la vita è un cerchio che comprende ogni cosa: quando vediamo “morire” qualcuno, anche questo è vita, non potremmo esperire la morte in nessun altro stato se non in quello della vita: né dunque potremmo mai teorizzare alcun altro stato mentale che quello in cui siamo vivi.
    Per tornare alle mie scritture, è stato alla metà dei miei 50 anni: che le mie poesie e prose hanno preso tutte insieme a mormorarmi, con sempre più insistenza, il fatto che esse rispondono a un disegno, quello di delineare con estrema precisione l’esperienza mentale ed esistenziale che io ho avuto durante questa mia vita, per farne una sorta di cerchio compiuto. Non ne ero per niente consapevole: nel tempo però gli scritti stessi me lo hanno fatto capire chiaramente.
    Io capisco che quando ti scagli contro la poesia dei frammenti, lo fai per amore della poesia “pura”. Ma, considera bene: come è che la poesia dei frammenti tradisce la poesia “pura”?
    Come è che una Oktophonie di Stockhausen o un Electro-acoustic Music di Xenakis raggiungono senza dubbio i vertici di un Mozart o di un Mahler? Ti rendi conto del fortissimo senso di tradizione che quei due pezzi di musica “elettronica” sprigionano? No, bisogna andare più a fondo nella tradizione culturale europea, la culura musicale come quella pittorica, per capire come i contatti profondi fra epoca e epoca ci sono e non sono mai venuti meno. Nemmeno con Edgard Varèse. Perché Varèse capiva bene che se la musica europea, allora troppo eufonica e auto-celebrativa, non si fosse data una scrollata dal piedi fino al cocuzzolo della testa, sarebbe semplicemente perita nei flutti del jazz e di tutte le altre musiche. Bisogna capire come una grande tradizione, quella musicale europea, abbia radici molto più forti di quanto non si pensi. Insomma, non ammetto pigrizia mentale e intellettuale. quelle musiche già esistevano quando noi eravamo ancora in fasce.
    Tu hai preso pezzi miei antecedenti al 2005 per dimostrare che la mia poesia non risponde a quella dei frammenti. E qui hai perfettamente ragione, ma solo in parte. Dei decenni 1970, e 80 ho diverse poesie dei frammenti, che mi sembrano fra le cose meglio riuscite. Io ho sempre sperimentato su una larga banda: dall’intimismo al lirico al dissonante-dissacratore. Eppure tutti questi pezzi compongono un insieme compiuto, e per quanto mi riguarda armonioso, senza soluzione di continuità. Mi permetto qui di citare una mia poesia italiana dedicata a mia moglie e ai miei figli piccoli in un momento molto difficile della nostra vita girovaga, sempre nel volume Hebenon:

    Claustrofobia
    a T., M. e V.

    Lui – He! (Er – Oн – Αυτός!)
    – (l’Uomo) –
    hanno retto il soffitto pericolante
    che minacciava di soffocarli

    la loro distanza, una voragine

    e nell’ora fra la notte (nel nettare avvelenato) e lo spuntare
    del sole: nell’ora grigia di luce:
    di questa luce non luminosa, di questo non-paesaggio di cose
    sfaldate, di rottami

    di un soffitto basso che grava sui toraci,
    i dimenticati
    giacciono: dormono qua e là in cerchi sempre più lontani
    sfocati come bestie

    la loro distanza interna una terra illimitata (illuminata)

    – la testa sulle zampe, dormono

    vivono l’interno tumulto di immagini,
    il vivere soffocato, lo stupore
    che schiude la voragine
    come un fiore

    Perché gli occhi sono nel torace e il respiro

    non può espandersi

    “Supersimmetrie”, 1988

    La mia poesia su Mani Kaul, gentilmente citata da Giorgio Linguaglossa nel commento sopra, mi sembra un perfetto esempio di poesia per frammenti. Non è un esercizio: vuole essere un pezzo compiuto, nel quale i frammenti rendono precisamente il senso di disperazione del poeta del 21o secolo di fronte ad un mondo della poesia incapace di rinnovarsi.
    I frammenti sono un tentativo estremo, ma anche ben lucido, di decostruire la poesia middle-class-ideologica e di establishment degli ultimi 50 anni, quella che è rimasta freddamente indifferente anche nei confronti della tua produzione poetica, caro Salvatore. “Decostruzione” è una azione altamente creativa, non pensiamo mai che significhi solo distruzione.
    Decostruire e frammentare è anche smagliare la sintassi, rallentare il ritmo, interrompere la linearità, la concatenazione semantica che sempre si ripropone nella sua scontatezza, e che gli sforzi più terribili di coloro che rimangono al suo interno non riusciranno a smontare.
    Smagliare, rallentare l’immagine, interrompere la linearità, vuol dire aprire varchi all’interno del corpo della poesia, entrare nei suoi meandri misteriosi, intravederne la tridimensionalità. Lasciar trapelare anche il sublime.
    Antonio Sagredo e io abbiamo molti punti in comune per quanto riguarda i gusti poetici novecenteschi: Ritsos primo fra tutti, che ho amato tantissimo, forse più di Seferis. Ma tutti e due amiamo molto anche Pasternak, che non è da molti appetito per i suoi versi scolpiti (talvolta addirittura spigolosi), sottilmente poliedrici e per questo di difficile lettura.
    Sagredo evidenzia il senso liquido e la scorrevolezza delle mie poesie nel post di venerdì, e penso anch’io che questa fluidità sia tipica di altre mie, quelle che specificamente vogliono narrare qualcosa di “esemplare”.
    Di Ritsos ho infatti sempre amato la capacità sbalorditiva non solo di scrivere due tre poesie al giorno (specialmente quando era al confino, durante l’era di Papadopoulos), ma di fare di queste poesie tasselli di un macrocosmo epico in cui lui abbraccia Grecia antica e Grecia moderna. Incredibile!
    E devo sorridere, pensando che evidenziando questo aspetto fluido della mia poesia, Sagredo in qualche modo ha fatto scoppiare un petardo, perché la fluidità è l’esatto contrario della poesia per frammenti…
    Ma io amo il paradosso, che crea un instabile equilibrio fra verità antitetiche. E il paradosso non poteva sorgere meglio che in questo commento così maturo e caloroso di Sagredo, e a lui va il mio grazie di cuore.

  18. A PROPOSITO DEL «FRAMMENTO»

    Nel 1938 Auden scrive nella Introduzione a «The Oxford Book of Light Verse»:

    «Egli (l’artista) vuol dire la verità, ma vuole anche divertire, e il tipo di verità che egli dice (…) dipende in parte dallo stato della intera società (…) Più una società è instabile, e più l’artista è distaccato da essa, più chiara è la sua visione, ma più difficile è per lui comunicarla agli altri. Nei più grandi periodi della letteratura inglese, come l’elisabettiano, la tensione era al suo apice. L’artista era ancora sufficientemente inserito nella vita della sua epoca da sentirsi accomunato al proprio pubblico, e allo stesso tempo la società era in stato sufficientemente fluido, perché le convinzioni generali potessero gravare sulla visione dell’artista».

    Dietro e appena al di sotto della sicurezza del tegumento formale dei suoi versi,, viene dissimulata la forma-merce dell’opera d’arte e la nuova configurazione di massa del pubblico.Quando Auden scrive: «Here am I, here are you: / But what does it mean? What are we going to do?», intende appunto la crisi di identità del poeta e del pubblico. Il problema dell’«interlocutore» è nella presa d’atto, semplice e disarmante, «che cosa stiamo facendo?». A chi scrive il poeta? «Io» e «Tu» sono l’uno di fronte all’altro, irriconoscibili, separati dalla impossibilità di una comprensione reciproca. E qui sorge il problema che assillerà Auden lungo tutta la sua esistenza: quale poesia scrivere? È ancora possibile scrivere poesia? Chi è il destinatario della mia poesia?

    Private faces in public places
    Are wiser and nicer
    Than public faces in private places

    (Facce private in luoghi pubblici / Sono più saggi e gradevoli / di face pubbliche in luoghi private), scriverà in una dedica in versi a Stephen Spender. Auden risolverà la questione a modo suo, scrivendo per un largo pubblico, in termini però intelligibili soltanto ad uno più ristretto, in modo tale che quest’ultimo possa riconoscere «private faces in public places», piuttosto che scegliere la via contraria rischiando così di appiattire il pubblico ristretto sul livello della media comprensione del pubblico più vasto.
    «The Orators» si può e si deve leggere seguendo questa impostazione problematica: ora il poema è intessuto di una miriade di allusioni cifrate, ora, invece, il poeta si inoltra nella illustrazione della crisi della propria epoca. Analogamente, in «Address for a Prize-Day» il poeta americano formula il tema dell’intera opera: «What do you think about England, this country of ours where nobody is well?». «You» intende alludere ai giovani delle «public schools»; viene impiegato il linguaggio di questi giovani messo in satira, con esiti demistificanti. Il «Tu» è un tu collettivo, l’«interlocutore» è il destinatario finale: la condanna della propria epoca.

    Caro Salvatore Martino,
    la perdita dell’interlocutore, la avvenuta standardizzazione della società di massa, la disarticolazione del linguaggio parlato, fenomeno che abbraccia tutte le lingue del mondo a tecnologia avanzata, la mercificazione dell’arte e di tutte le altre cose, tutte queste cose assieme, compresa la globalizzazione dei frammenti e dei rottami, hanno prodotto quella particolare forma che è il frammento «sonoro simbolico», non bisogna avere paura di fronte a un fenomeno che è già nelle cose da almeno un cinquantennio in tutto il mondo e che va di pari passo con quello della privatizzazione della vita pubblica e della confusione tra le due cose (intendo la vita privata e la vita pubblica). Come bene dice Steven Grieco-Rathgeb un poeta non deve avere paura del «nuovo» o dei fenomeni estetici «nuovi», credo che la tua poesia non ne riceverà affatto un danno, anzi, ne avrà dei benefici, verrà letta con uno sguardo diverso, con uno sguardo in frammenti e in frantumi…

    • Salvatore Martino

      Carissimo Giorgio quello che tu riporti su Auden ( a proposito era terribilmente inglese nato in una delle più antiche contee con “capitale” York e tutta la sua produzione è legata all’inglese del Regno Unito e alla sua storia, gli Stati Uniti marginali e di comodo) Auden sentiva profondamente il disagio e lo scollamento tra l’essere lui poeta e la società che lo circondava. Ma non per questo la sua poesia si giocava sul frammento, bensì come tu stesso citi sugli Oratori e segnatamente sullo splendido Oratorio di Natale. Ora io non discuto che nel guazzabuglio di arte e di calderone socio-politioco il frammento, o meglio la poesia frammentaria, non sia una strada percorribile,e magari consigliabile, contesto che sia l’unica e che sia una novità. Forse, sbagliando, mi pare di aver riscontrato l’uso del frammento già prima che fosse diventata la religione da seguire. Io, ripeto forse sbagliando, continuo a ritenere che la poesia se autentica prescinda dalle definizioni delle “scuole”, dei manifesti, che a mio avviso si comportano come una prigione, una regola che in qualche modo imbriglia la creatività. Ma d’altra parte il frammento può benissimo essere una prigione come il sonetto, dalla quale si possa emergere verso la libertà. Per cui mi sembra che il poeta, se parliamo di un individuo libero, possa essere immerso nella società, nelle storture del suo tempo, con occhio critico, immerso in quelle profondità che sfuggono all’uomo comune. Ognuno sceglie la propria strada anche stilisticamente nella coerenza col suo mondo interiore, con la sua cultura, nell’incastro dei rapporti con gli altri, con la politica del suo paese, con lo sguardo gettato sopra le vicende del mondo. Autenticamente come tu suggerisci.

      Con gioia apprendo da Steven Grieco del suo amore per Ghiannis Ritsos.
      Io lo conobbi nel 1985 nella sua casa ateniese di Michail Koraca 39. Penso sia stato una degli incontri più emozionanti e commoventi della mia vita. Avevo appena terminato di recitare il suo “Oreste ” poemetto da me ridotto per il teatro, del quale aveva voluto tutte le recensioni dato che si trattava della prima europea assoluta.Gli incontri si protrassero per ore, e un giorno, se avremo la fortuna di incontrarci, te ne farò un racconto dettagliato. Certo trovarsi faccia a faccia nella sua dimora con un poeta che hai letto infinite volte e amato, è una emozione indimenticabile. Mi rimangono oltre alla memoria incancelabile tre sassi da lui stesso dipinti con inchiostro di china : volti di antichi eroi . come quelli raccontati nelle sue opere.

    • Navìo Celese

      A proposito del frammento, consiglierei di leggere: Andrea Sorrentino, IL FRAMMENTISMO NELLA LETTERATURA ITALIANA DEL NOVECENTO, Azienda Editoriale Italiana, 1950

      Saluti, Navìo

  19. antonio sagredo

    caro salvatore, sei stato fortunato a conoscerlo personalmente, io a due passi, nel Salento, ho immaginato più volte di averlo incontrato e passeggiare con lui lungo i viottoli della mia campagna… comunque certi versi miei fanno l’occhiolino ai suoi, specie i primi versi più o meno seri che iniziai a comporre… mi è restato di lui quel senso di liberazione quando diceva di imposte e finestre che si spalancavano ai mari e ai soli e tramonti e quella sensazione di una ventilazione costante fra noi due…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...