Claudio Borghi POESIE SCELTE da La trama vivente (Effigie, 2016) Poesia metafisica – Tra fisica e poesia non c’è discontinuità – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava …

Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Claudio Borghi costruisce i suoi versi e le sue prose poetiche come partiture musical-pittoriche secondo una scansione temporale. Luce e Tempo sono i protagonisti di questa poesia, posta su un piano metafisico alto ma non nobile, piuttosto, direi, posata su un registro lessicale piano e prosastico. Il flusso del Tempo, scandito come una entità metrica variabile, spiega il ritmo ondulatorio che contrassegna questa scrittura.

Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un Cerimoniale lento e rigido che scollina in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lamentoso cantabile, molto legato; quindi, di nuovo, ecco un Allegro capriccioso che sfocia in un Vivace energico che si alterna con un Adagio mesto e un Allegro maestoso, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici, è chiaramente rinvenibile sia ne La vera luce (di seguito riportata per intero) che nelle sequenze poematiche Il tempo immemore e La trama vivente (da cui più avanti vengono proposti alcuni estratti). Il Tempo è una entità sostanziata di ritmo e flusso lineare, una materia elastica governata da un metronomo esterno, un demiurgo che a suo piacimento dilata e restringe i tempi della partitura, un regista nascosto tra le pieghe del reale.

In un certo senso la Luce abita il Tempo, è il suo auriga.

Scrive Claudio Borghi, in una lettera in cui mi spiega come ha elaborato l’idea del tempo interno in fisica e in poesia:

«Non sento discontinuità tra fisica e poesia: l’idea del tempo interno mi è maturata dentro poeticamente prima che fisicamente. Osservando un volo di uccelli sollevarsi da terra, una mattina, ho pensato: c’è il tempo esterno, il tempo del movimento, il tempo-movimento, e il tempo che misura un divenire interno al volo: sono due tempi diversi, e il fatto che la fisica abbia dato, eccezion fatta per la termodinamica (vedi Prigogine, ecc.), risalto al tempo come misura del movimento (da Aristotele a Newton a Einstein, ecc.), non significa che il concetto di tempo si esaurisca nel movimento. Il divenire è potenzialità di cambiamento, lontano dall’equilibrio può accadere di tutto, che nascano e fioriscano e si evolvano in modo inatteso diversi mondi possibili, materiali o ideali.»

La poesia abita una struttura musicale che il poeta percepisce già esistere nell’universo: basta saperla riconoscere e snidare, saper scovare «l’onda dell’essere» che scrive «una storia senza scrittura». La poesia tende a diventare musica scritta in un pentagramma privo di note, all’utopia di una scrittura nobile che possa spaziare libera, oltre la terrestrità della «terra», oltre gli dèi e il dio monocratico, perché l’universo mal si adatta all’idea di una unità monocratica che diriga le molteplici sfere del cosmo. In definitiva, la poesia è una partitura musicale su foglio bianco: niente di più, niente di meno. Eppure il ritmo non solo assume un’importanza del tutto nuova, ma forma il nostro orecchio famelico di melodia, nutre la nostra fame insaziabile di suoni, profumi e ricordi, talvolta lontani e freddi, talvolta vicini e densi.

Un elemento qualificante della ricerca di Borghi è la considerazione dello spazio della poesia come realtà immaginaria che il pensiero poetico deve attraversare: il pensiero vivifica poeticamente lo spazio che, di per sé, sarebbe uno spazio morto.

La vera luce

Nel viaggio millenario si rinnova
l’onda dell’essere che sviluppa
una storia senza scrittura:
semplice dettato di emozione
il creato si imprime
sulle pareti della percezione,
sullo schermo degli occhi
o sulla volta risonante degli orecchi,
rimandando ogni cosa alle altre
e tutte intonando la forma del principio,
necessaria, presente,
viva eppure gratuita, assente,
quasi morta mentre su di sé
si richiude e ripiomba.

Sospeso il tempo si rapprende in nuvole
provvisorie come miraggi di attenzione,
lontananze illusorie
in un pieno di coscienza vigile,
nel miracolo della forza nell’inarcarsi
senza peso di un volo.

Il fiato si condensa,
la nebbia serpeggia immobile
lungo le strade, le parole
lasciano qualche traccia. La tempia
pulsa. Nel timido affiorare
di una frase musicale,
inessenziale e necessaria,
il sangue sembra diluirsi
e l’umore migliorare,
la luce diradando la foschia
irradiando un cuore di chiaro:
mente di creatura:
nudo fiore elementare.

La musica ha tutto dentro
o tutto vibra nella musica,
ogni particella emerge il suo essere
da oscillazioni senza tempo, dal fondo
si anima la danza,
a diversi livelli sorge la forma
e prende identità nel sollevarsi
dell’anima del mondo
e concentrarsi in microscopiche entità
fino all’accendersi dei fiori e dei frutti,
dei violini,
degli archi che rigenerano l’armonia
sotto le volte delle cattedrali
o nel quadrato breve delle camere.

Come raccogliere questi doni
e tradurli in ritmi
e momentanei accordi sa la mano
dell’artefice poeta, che sparge polline
profumato sulla pagina
e lo lascia generare forma
da semplici aggregazioni
o pieghe di suono,
vocali colorate, fatti puri,
vuote concentrazioni
e rarefazioni di senso,
foglie di musica
tiepidamente ondeggianti.

Oh come piano
si dissolve l’amaro,
il sapore acre della notte sciolto
sulle pareti della bocca si perde e tenue
torna il sole a dominare la scena,
a intonare un nuovo tema,
lasciando che ogni creatura
scorga la vera luce che svaria,
identica e diversa e senza quiete!

giuseppe pedota acrilico su tela anni Novanta

Giuseppe Pedota Acrilico su perplex anni Novanta

.

Ne La trama vivente versi e prose si alternano in dosato equilibrio. Di seguito una pagina in prosa, che nel libro è collocata poco dopo il testo poetico sopra riportato:

Se tutto è volontà e rappresentazione o, più semplicemente, identità, nocciolo, essenza che si emana in cose viste e si contempla nel cristallo delle forme create, ogni vita è un provvisorio sporgersi su un paesaggio momentaneo, una stanza sospesa, una lineare teoria di mura che chiudono lo spazio nei luoghi dell’abitudine.

Casuale emergere di uno sguardo, ogni identità come foglia cade una volta cessato il ciclo del verde: così gli occhi, che contengono un io, cadono una volta compiuto il ciclo vitale della rappresentazione. Non c’è arte, di materia o parola, che riesca ad esprimere la fatua sostanza del salire a galla della coscienza o la gratuità della caduta del corpo che quel salire ha vissuto.

Sfera immobile che non dura il creato, luogo senza tempo entro il quale si compie il miracolo tremendo inessenziale delle nascite e delle morti. Miriadi di occhi nell’anima del mondo (il tempo cosmico assente immobile): ogni creatura compie il suo destino di linfa o sangue, misura un tempo che è solo suo: il suo divenire unico e necessario. Consumato il cerchio di esperienza in cui sono inscritti e attraverso il quale misurano il flusso di quiete che lentamente brucia, gli occhi si chiudono, così che altri nuovi si aprano altrove e lo sguardo si mantenga acceso ovunque e sempre presente.

Il presente arde senza consumarsi.

L’anima del mondo non conosce le creature che si sporgono sulla trascendenza abissale sferica del non essere. Ogni volto aspetta di cadere e piega a terra il lungo collo nell’inquietudine della sua attenzione viva: si rifonde specchiandosi con l’immagine iniziale: alla quiete anonima grigia si abbandona, all’estenuata assenza di ogni desiderio.

Claudio Borghi è un compositore di nuovo conio, un outsider che, anche nella riflessione teorica sulle origini e la natura del tempo, tenta strade nuove, immerso e al contempo indipendente dalle correnti principali della poesia del secondo Novecento. La sua poesia e il suo pensiero lo testimoniano sin dalle prime manifestazioni, fino ai significativi contributi di questi ultimi anni. Figura insolita di poeta e teorico di livello, Borghi si situa con autorevolezza nel dibattito che coinvolge tutti i maggiori esponenti della poesia d’avanguardia dei giorni nostri, tra riflessione teorica e pratica compositiva. In questo senso, non poteva mancare ne L’Ombra delle Parole.

eclissi sole 7Di seguito, alcuni estratti da due sequenze in prosa.

Monadi solitarie vagano come particelle in sospensione in un fluido, atomi zigzaganti tracciano traiettorie browniane, incerti labirinti da cui la matematica fa emergere la traccia statistica di una regolarità, il senso precario di una soluzione.

 Nel vuoto, reso a tratti magnifico dal fiorire imprevisto di novità, la poesia cerca animandosi di trovare l’ebbrezza della sua sopravvivenza, nella dinamica fine a se stessa di un ritmo che senza soluzione di continuità si rinnova di parola in parola, di verso in verso, inanellandosi, inviluppandosi, naufragando nel cerchio immobile della presenza del tempo.

 Niente so della vita nelle cose, ma della vita posso disegnare i corpi che fuggendo sulla tela corrono come spinti da una forza michelangiolesca, soffiati da un turbine perenne, i corpi inquieti che si cercano per fondersi, si toccano e si amano per sentirsi l’un l’altro vivi.   (da Niente so della vita delle cose)

 La poesia trama, nascondendolo, un altro mondo che pare volersi affacciare come se, dietro le forme e i colori dell’affresco, un altro, o tanti altri, sepolti sotto strati di intonaco, potessero essere detti e portati in luce. Dietro le strutture in cui si organizzano la natura e le strade e le piazze delle città e gli accadimenti dell’esistenza e della storia sta la voragine dell’inesistente, del non detto, del possibile che non si è ancora fatto o non riesce a farsi reale. Dell’increato.

 Forse questa ansia lucida e incoerente, questo ostentare con orgoglio il proprio essere sotterraneo ma nello stesso tempo provandone terrore, davvero non è degna di un plotiniano. Forse sono inquinato da tempeste esistenzialiste, forse, più semplicemente, ho paura del vuoto senza nome in cui sento la “mia” poesia sospesa, il suo corpo trasparente la sua forza armonica vibrare su un paesaggio a cui sembra non appartenere, punto dal timore infantile che di colpo possa svanire come un corpo di illusione.

 Chiuso nella sfera trasparente della riflessione metafisica, contemplo i voli sopra le civiltà contraddittorie e violente e i deliri dello spirito tecnologico e l’ironia giustamente cinica sui troppi fabbricanti di versi e storie che stanno a contemplare silenziose macerie spirituali.

 Io ho imparato a scrivere sentendomi come un passero che impara a volare. Quando ho creduto possibile il salto o il volo ho provato a distendere le ali, ma spesso sono riuscito solo a immergermi in armonie intermittenti di paesaggi interiori, a moltiplicarmi nei riflessi di mente che quei paesaggi hanno generato, lasciandomi ora inondare da riverberi musicali ora folgorare da quel po’ di luce che ha bagnato le pareti dei versi, quando hanno toccato le radici del respiro che quella poesia rendeva viva. Ogni poesia è viva se impara qualcosa crescendo e formandosi, se ogni fibra del suo tessuto è necessaria, se nulla in essa è gratuito o esibito.   (da una lettera ad Antonio Moresco del 29 dicembre 2012, riportata nella sezione finale Lettere)

 Concludiamo con un’ampia scelta di versi.

 eclissi sole 5 

estratti da Il tempo immemore

I

Sente la notte la mente intera,
il magnifico riprodursi del suono ininterrotto,
il centro inaccessibile della sfera. La linea
invisibile sulla cartavelina dei sensi
si traccia necessaria, la strada immaginaria
si spiega tutta fuori
e sa dove andare. Ogni nome ha la sua radice
in un sostrato di erbe e terra nera,
legato a una profondità senza dimensione
emerge il suo viso, il battito, l’attenzione.

La potenza raccolta in un cerchio di energia
aspetta di abbandonarsi a un rotolo di melodia,
stagione immobile, emersa isola, visione
senza nome. Senza nome né forma il flusso,
tutto il tempo presente, gli animali inventati
discontinuamente, grandi e piccoli,
fino ai microscopici striscianti nell’erba
o che si incuneano tuffandosi sotto terra
e ricompaiono inaspettati, o ai minuscoli
insetti molteplici dalle ali vibranti
riverberanti frequenze inascoltabili.

Si protrae la ricerca nell’attesa,
in un parco di ore posato sulla distesa
del tempo vivo, disegnato con quasi noncuranza,
i tappeti fermi, i quadri alle pareti della stanza
appesi con pazienza dolce, in momenti di quiete
provvisoria, quando per qualche istante
tace la storia e il manubrio si lascia guidare,
nel piano indifferente srotolarsi dei giorni.

Il clima è accogliente. In una pausa del vento
si infila sottotraccia un ritmo inconsueto,
nella limpida (fulva) parodia del cielo il dettato
poetico si sparge come polline soffiato,
le nuvole intatte, i fogli fermi sul tavolo, il selciato
sottile fino alla trasparenza.
A fianco del sentiero bambino gli arbusti
meditano. Tutto pare aver la forza di resistere,
deciso ancora a illuminare la coscienza.

II

La barchina trasparente viene a riva, bagnata
di profondità di sogno nel cerchio della presenza
vuota vasta abissale, il flusso naturale
del venire ad essere delle cose dice
quanto deciso sia a rinnovarsi il senso,
ogni nome impregnato di energia e le falene
alte, illusorie molecole di luce in attesa,
vivi presagi nella tenebra ogni notte più nera.
Chiusa nel libro la fragile teoria dei versi,
la voce sparsa sulle pagine sfogliate
sempre più lievi, foglie più lievi
disegnate invano, rondini rinsavite ripiegano
svanendo dietro l’orizzonte,
si fermano, indugiano, ridiventano primitive,
innocenti note azzurre.
VI

Tra un istante e l’altro, un foglio e l’altro
il tempo si struttura nella presunta sostanza
che del mondo contiene l’invenzione. I piccioni
calmi sostano sul cornicione. L’un l’altro rivolti,
i colli grigi striati di iridescenze verdeazzurre,
si scambiano sguardi a scatti, allineati o paralleli
al profilo sottile di cemento su cui fermano
una irrisolta sequenza di impressioni.
Nulla più evidente della nuvola di frammenti
di questa evaporazione dell’esistente
in forme staccate e sparse, segmenti
provvisori di cui le menti
cercano la sintesi, ignorando del tempo
la continua sorpresa, rotolo che per semplice necessità
pare aprirsi si rivela
notte senza disegno inaccessibile,
sorgente emanata, nuvola o filare
di alberi verdi scoperti nel canto animato
sempre per la prima volta.

estratto da Strofe della materia viva

Di colpo ho perso interesse per le galassie
e la gravitazione e l’evoluzione
del corpo che tutto contiene, mi è sembrato
chiaro ed evidente che il punto pensante
non può contenere il contenitore,
che pensare l’evoluzione
immaginandola venire da un punto,
assimilandola al punto che la pensa
è solenne ingenuità – e stupida
ho sentito la scienza che pretende trovare
la formula che chiude in sé il mondo.
Spinto dall’impulso libero che la creatura
immette nella luce e nell’aria ho sentito
le gambe per la prima volta camminare,
la mente nuova assaporare
il niente di pensiero che sono le cose,
e i corpi viventi,
che credevo conoscibili esplorandoli,
guardandoli da vicino, ingrandendoli,
riducendo l’attività alla quiete inerte delle parti
e cercando il lampo che ne genera la struttura,
mi sono sembrati senza spiegazione,
polvere anonima che in figure, arti e visi
si muove come per miracolo interno,
che nasce senza che possa la mente
coglierne il centro di emanazione.
Da questo centro mi sono sentito venire,
pensiero e volto e arti e figura, e lo sciame
delle creature mi è parso abitarmi per miracolo
istantaneo di creazione, totale, indivisibile,
vuota visione senza nome.

Giuseppe Pedota acrilico, Paesaggio esopianta anni Novanta

Giuseppe Pedota acrilico su perplex anni Novanta

estratti da La trama vivente

Il passero sul ramo leggero riposa,
lo inarca con dolcezza di peso
e lo fa oscillare.
Il giorno si raccoglie tra le braccia
innumerevoli sottili dell’albero
e il corpicino affidato a un’amicizia semplice
sorride il suo canto acuto. Eppure
qualcosa di sotterraneo fluisce,
come lama ferisce
la semplice offerta della musica
disegnata negli occhi. Eppure
la linea melodica ha dentro
una disarmonia che la corrode
sporcandola di imperfezione,
un cuore affaticato che nello sforzo si piega
fino a deporre sfiancato lo slancio,
a smorzarsi in inquietudine notturna.
*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.
*

Cosa radica questa varietà di creature
alla sfera che abitano,
corpi pesanti e leggeri,
inabissati o volanti
o beatamente contemplanti,
in attesa di chissà quale evento liberatorio
da tanta impaurita moltitudine?
L’indaffarato brulicame trae linfa
dalla sostanza in cui sta immerso,
i pesci dall’acqua, gli uccelli,
i rettili e i mammiferi dalla terra,
dall’acqua e dall’aria traggono
alimento di vita e tutto è legato
al filo tenue di un respiro,
come un aquilone alle mani
di un bambino che gioca
e da un attimo all’altro può stancarsi
e lasciare la forma al suo destino:
perdersi nell’alto, svanire nel centro,
ridursi all’inconsistenza.
*

Non ho imparato tutti i nomi dei fiori,
né so bene che diverso profumo
emanano respirandoli. Conosco
i giacinti i fiordalisi le camelie
la mimosa la genziana il tulipano,
ma non li ricordo, come fossero parti
di un unico fiore indifferenziato.
Solo trattengo innumerevole il fiato
delle rose e il labirinto in cui si perde
la mente che stupita le avvicina
e dentro annega, ancor prima
di sentirne il profumo, stordita
dalla bellezza primordiale della forma.

*

La calma del cimitero insegna
la presenza tranquilla della morte,
il silenzio della polvere,
la persistenza malinconica della memoria.
Troncata l’erba della parola dalla falce muta,
rimane il flusso della visione
che scorre in un’assenza di mondo.
Il vuoto e la lontananza bagnano
la candela del cuore, che ultimo
cerca ostinato un sentiero
nella tenebra e piange,
lamentosamente piange il suo male
di essere stato,
trafitto dalla distanza incolmabile del dio
e dal nonsenso disumano del peccato.

In rapida sequenza rondini esaltate
si staccano una ad una dai più alti fili,
trovano la forza per lasciare
la valle delle forme e si slanciano
nella sfera che le contiene in una nube
insensata di luce bianca, mentre
in un lampo di buio si disperde,
in chiuso volo,
in polvere rarefatta,
anonima di preghiera,
la trama vivente del tempo.

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claudio borghi 2009.

 

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34 commenti

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34 risposte a “Claudio Borghi POESIE SCELTE da La trama vivente (Effigie, 2016) Poesia metafisica – Tra fisica e poesia non c’è discontinuità – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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  2. Compatta e stlisticamente elevata questa poesia probabilmente – anche senza volerlo – potrebbe passare dalla fisica alla metafisica. Come mai non si riesce a far diventare le parole oggetti?

    • Claudio Borghi

      Tra fisica e metafisica non c’è a mio avviso discontinuità. Mi permetto di citare la conclusione del mio messaggio nei commenti all’articolo Il tempo generato dagli orologi:

      Quando si parla di poesia e fisica non si dovrebbe mai pensare a compartimenti stagni, ma a vasi comunicanti attraverso il fluido del pensiero.

      Questo è il punto su cui occorre riflettere: come si possano relazionare poesia e scienza, e come il fluido del pensiero possa passare dall’una all’altra, creando sintesi nuove, anche alla luce di una nuova visione del tempo, che non sia solo sentimentale. Poi è chiaro che poesia ci può essere in diversa forma, di buon livello e interesse (diversi autori che ho conosciuto sul blog lo provano, senza dubbio), anche senza ispirarsi o alimentarsi dall’albero della scienza.

  3. Mi scuso del refuso: stilisticamente.

  4. FAR DIVENTARE GLI «OGGETTI», «COSE» UNA POESIA DI WERNER ASPENSTRöM (Svezia) da https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/22/claudio-borghi-poesie-scelte-da-la-trama-vivente-effigie-2016-poesia-metafisica-tra-fisica-e-poesia-non-ce-discontinuita-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15495

    Proviamo ad abituarci alla idea di far diventare gli «oggetti», «cose». Forse siamo troppo abituati a considerare le «cose», «oggetti» che non sappiamo più considerare gli «oggetti», «cose». E che cos’è la «cosa»? E come si fa ad entrare dentro la «cosa»? – Ecco, direi che la poesia italiana ha trascurato da sempre questo piccolo problema: quando gli oggetti cessano di essere «oggetti» e diventano «cose».
    Le «cose» sono fatte di «tempo» mentre gli «oggetti» sono fatti di tempo di lavoro. Ad esempio: C’è una differenza abissale tra una poesia fatta di «oggetti» e una poesia fatta di «cose». Capisco di riuscire un po’ metafisico e misterioso, ma qui si cela una evidenza importante. Per farla breve, dirò che una poesia fatta di oggetti la si dimentica nel giro di qualche generazione, la poesia fatta di cose invece resiste al tempo, non si cancella. Come mai avviene questo? La risposta la dobbiamo cercare nell’ingresso del Fattore tempo nella «cosa», e quando io dico «tempo» intendo qualcosa di difficilmente definibile, qualcosa che riguarda tutto ciò che c’è nel creato e in noi. Come diceva Agostino se nessuno me lo chiede so benissimo che cos’è il tempo, ma se qualcuno me lo chiede, allora non lo so più. Appunto, il paradosso del tempo è questo; che noi pensiamo intuitivamente, dando credito al senso comune, di sapere che cos’è il tempo, ma in realtà non sappiamo nulla di esso, siamo ancora al livello dei trogloditi.
    Per semplificare dirò una cosa: che la Lingua e la Parola sono entità fatte di Tempo, non soltanto il Tempo le penetra ma anche che il Tempo è la cosa stessa, che non c’è cosa nel nostro universo che non sia «tempo». Ma, dicendo questo mi rendo conto che ho profferito una tesi estrema, che dovrebbe avere il supporto della scienza o del pensiero filosofico, ma tant’è, lo scrivo egualmente nella speranza che qualcuno che ne sa più di me voglia tentare di spiegare la «cosa»…
    Da questo punto di vista, l’idea anceschiana di una «poesia degli oggetti» è destituita di fondamento filosofico. In realtà, nella migliore poesia moderna sono le «cose» che si palesano nella loro «cosalità»; una «poesia degli oggetti» è un non senso filosofico, è una sciocchezza filosofica. La poesia abita le «cose», non conosce gli «oggetti». La «metafora tridimensionale» di Mandel’stam tratta di «cose», non di «oggetti». Gli «oggetti» sono quelle entità di cui sono piene le nostre vite quotidiane, ma la poesia rigetta gli «oggetti», è loro estranea, o meglio, li ricrea e li sostituisce con le «cose». La poesia è irrimediabilmente nemica della civiltà degli oggetti del capitalismo inoltrato.

    Per caso oggi ho aperto una antologia di Poeti svedesi contemporanei nella traduzione di Enrico Tiozzo del 1992. Guardate il modo con cui il poeta svedese tratta gli «oggetti», qui non c’è alcuna topologia. Ecco come gli «oggetti» ridiventano «cose» misteriose. Un semplicissimo «momento in pizzeria» diventa epifania di una diversa collocazione delle «cose» nel mondo e nel «tempo». Attenzione, qui non si tratta di epifania estatica alla maniera dei primi simbolisti europei, di Ungaretti, per intenderci, qui si tratta di una nuova e diversa collocazione del nostro essere nell’universo e nel tempo. Le «cose» ci si presentano nella loro nuda «cosalità». Le «cose» sono frammenti del mondo e del «tempo». Ecco un modo di fare poesia veramente moderna con le «cose» e il «tempo».

    «Un momento in pizzeria»

    Le lampade hanno la stessa forma dei caschi.
    Illuminano crudelmente i tavolini
    e formano un cerchio di penombra
    intorno ad ogni avventore.
    L’orologio a quarzo secerne secondo dopo secondo.
    Ci vuole almeno un mese
    prima che il Lui grosso ritorni dall’equatore.
    Ogni tanto ricevo lettere da un ingegnere
    che ha calcolato che l’universo ha 14 miliardi di anni.
    Io non sono un matematico,
    devo fidarmi delle sue equazioni.
    Per me qualche volta il tempo esiste,
    qualche volta no.
    Il frutto che cade si ferma a metà strada
    tra ramo e erba e chiede:
    Dove sono?
    Tutti gli avventori nel locale, compreso il padrone
    che in piedi maneggia la pasta bianca della pizza,
    sono in parete nuovi arrivati, in parte immortali.
    Il Lui grosso si trova in parte qui,
    in parte all’equatore.
    Esiste un tempo così?
    Esiste un tempo così, un punto nel tempo

    (Trad. Enrico Tiozzo, da “Poeti svedesi contemporanei”, 1992 ed. Bi Bo)

  5. Certo, finché la cosa c’è, esiste almeno in questa dimensione (o in infinite altre) continuerà a far parte del tempo. Detto questo, trovo la poesia di Borghi molto, molto vicina al mio sentire. A tratti affascinante

  6. Gli oggetti hanno, per me, un valore totemico importante; credo che abbiano una loro anima, e che talvolta la palesino:come le piante, come i sassi,come il cielo di notte.

  7. Claudio Borghi

    Ringrazio tutti coloro che hanno letto e, in particolare, quelli che hanno commentato i miei testi. Sento L’ombra delle parole come una specie di luogo naturale per la mia necessità di confronto su terreni di ricerca diversi, e ritengo vitali, quanto rare, l’ampiezza di giudizio e la capacità critica e l’attenzione a forme diversificate di scrittura e pensiero che ho trovato qui. Credo che la poesia, come ogni forma d’arte, richieda metabolizzazione attenta e che la misura del suo effetto sia legata alla capacità di far pensare e aprire dimensioni interiori nuove e inattese: versi e prose devono entrare in circolo ed è più importante l’effetto a lungo termine che una prima impressione emotiva, che può non cogliere lo specifico che anima da dentro una forma d’arte e la rende, se davvero autentica, necessaria. Sono determinanti il dialogo e il confronto, soprattutto convincersi del fatto che i poeti sono semplici antenne in ascolto di qualcosa che esiste indipendentemente da loro. L’autore, se esiste, non è una persona – è un luogo attraverso il quale qualcosa d’altro trova modo di entrare: quello che accade sulla pagina, come sulla tela o sul pentagramma, è oltre il suo tradursi in forma e possiamo solo girarci indietro, nel corso del tempo che ci concede, in momenti irripetibili, di contemplare la visione o l’armonia che da sé sola nasce, e si crea e si dona.

  8. Ho letto volentieri queste poesie, e mi trovo d’accordo con quanto ne dice Luciano Nanni. E complimenti a Linguaglossa che non si tira indietro alla sua difficilissima domanda: “Come mai non si riesce a far diventare le parole oggetti?”. Ma, anzi, rilancia. Questa per me è danza del pensiero, che come danza mette gioia.
    Qualche parola sullo stile: a me sembra, Claudio Borghi, poeta di lunghi frammenti – più che un ossimoro pare una stupidaggine, lo so. E’ che non ho dimestichezza con il linguaggio della critica – possiede cioè il ritmo, la scansione, il dono delle continue ripartenze che, per come l’intendo io, sono caratteristiche della scrittura per frammenti. Ovviamente non solo, in quanto scienziato-poeta, per il bisogno di completare ogni suo pensiero, ma perché tenta la fusione tra dentro e fuori. Il frammento, secondo me, agevola queste operazioni. Più difficile con la scrittura lineare.
    Sono poesie che si potrebbero recitare sgranando un rosario; beninteso, un rosario di punti. Faccio un esempio:
    La calma del cimitero insegna
    la presenza tranquilla della morte,
    il silenzio della polvere,
    la persistenza malinconica della memoria. (PUNTO)
    Troncata l’erba della parola dalla falce muta,
    rimane il flusso della visione
    che scorre in un’assenza di mondo. (altro punto)

    Poi la scelta del più vivo presente: insegna, scorre…

    • Claudio Borghi

      Non è una stupidaggine, gentile Lucio, è anzi un’idea pertinente e interessante quelli dei frammenti lunghi che si innescano l’un l’altro, anche nei testi in prosa, che nascono dalla stessa necessità di stemperare un nucleo emozionale in flussi di pensiero. In questo senso non c’è differenza, almeno per me, tra l’impulso a scrivere poesia e l’impulso a risolvere un problema di fisica che mi assilla. A monte c’è la stessa ansia, un’oscurità latente, un desiderio di liberare qualcosa. Nel caso particolare del tempo, quello che come fisico non riesco ad accettare è la pretesa di poterlo ingabbiare in una struttura a dimensione superiore, come potessimo catturarlo, addomesticarlo, ridurlo alla ragione dello spaziotempo. Ecco perché mi è nato il desiderio di rimetterlo in libertà, di restituirlo al suo stato naturale di entità generata dagli orologi e, più in generale, dai corpi, viventi e non. Come vede, la scintilla è poetica. E da un impulso poetico può nascere anche il trattato più rigoroso, se sotto, beninteso, ci sono idee consistenti.

      • Sa come funziona la mente: basta portare l’attenzione su qualcosa che la si vedrà ovunque. Così faccio io coi frammenti. E forse anche lei con gli orologi, non trova?
        Il tempo: trovo incredibile il fatto che si possa misurare qualcosa, e con tanta precisione, ancor prima che se ne sia dimostrata l’esistenza.

        Sente la notte la mente intera,
        il magnifico riprodursi del suono ininterrotto,
        il centro inaccessibile della sfera.

        Le andrebbe di spiegare cosa intende per “sfera”?
        In un altro passaggio scrive:
        “l’evoluzione / del corpo che tutto contiene”
        Lei ha una sua idea del Tutto?

        • Anche qui:
          In rapida sequenza rondini esaltate
          si staccano una ad una dai più alti fili,
          trovano la forza per lasciare
          la valle delle forme e si slanciano
          nella sfera che le contiene

          • Claudio Borghi

            Le sue domande sono interessanti ma insidiose, in quanto sa bene che non si dovrebbe chiedere cosa significa questo e quest’altro in un testo poetico, se non a rischio di romperne l’equilibrio, non trattandosi di un trattato di geometria o di fisica, con proposizioni e dimostrazioni, ecc. Ma ho capito cosa intende: vuole che le chiarisca se dietro alcuni termini ci stanno idee scientifiche. Nello specifico: la sfera, a cui allude l’intero mio primo libro Dentro la sfera, di cui La trama vivente costituisce il naturale sviluppo, potrebbe essere il cosmo, in senso fisico e metafisico, che concepisco come un’entità che a mio avviso sfugge al pensiero razionale. So di poter disorientare in quanto fisico, ma credo che nessuno, nemmeno i cosmologi, abbia capito quale significato razionale possa avere il Tutto, né il concetto di evoluzione, che sappiamo essere un’espansione, di questo Tutto, in quanto l’espansione è a tutti gli effetti una creazione di spazio e tempo. E questo, per una mente finita, che di spazio e tempo è fatta, crea una inevitabile difficoltà, per non dire incapacità a razionalizzare. Riusciamo a capire l’Universo grazie a modelli matematici, il che significa che lanciamo qualcosa che ci consente di sondare l’abisso, in definitiva senza capire veramente. Oltre un certo limite, bisognerebbe accettare che la nostra mente non riesce più ad andare.

            • Claudio Borghi

              In definitiva, l’avanzamento della scienza non è nella direzione della luce assoluta, ma del rischiarare un po’ di più la notte o, per citare un’immagine commovente quanto intensa di Newton, che aveva profondo il senso della sproporzione tra la mente e il cosmo, trovare qualche sasso più levigato sulla spiaggia, ben sapendo che l’oceano della conoscenza definitiva è insondabile nella sua interezza:

              “Non so come apparirò al mondo. Mi sembra soltanto di essere stato un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l’oceano della verità giaceva insondato davanti a me”.

              Io mi ritengo un realista che cerca di vedere poeticamente il mondo, leggendo in ogni sguardo della mente un tentativo di sondare una profondità per sua natura inattingibile. Ogni tentativo di gettar luce sul tutto mi fa sorridere, come il sistema onnisciente di Hegel. Se legge attentamente l’estratto da Strofe della materia viva che ha citato, ne trarrà la testimonianza di un disorientamento, analogo al suo e a quello di chiunque altro, scienziato o meno, che rifletta sull’abisso cosmico e la sua origine:

              Di colpo ho perso interesse per le galassie
              e la gravitazione e l’evoluzione
              del corpo che tutto contiene, mi è sembrato
              chiaro ed evidente che il punto pensante
              non può contenere il contenitore,
              che pensare l’evoluzione
              immaginandola venire da un punto,
              assimilandola al punto che la pensa
              è solenne ingenuità – e stupida
              ho sentito la scienza che pretende trovare
              la formula che chiude in sé il mondo.

              Non è, come vede, il pensiero di uno scienziato integralista, ma di una mente che ritiene necessario accettare il proprio limite, in quanto creatura. Ed è, credo, la ricerca di un centro metafisico, sfuggente quanto esaltante, che può portarci a scoprire, come lei giustamente notava, la profondità, per certi aspetti inesplorata, della dimensione interiore della realtà e del tempo:

              Da questo centro mi sono sentito venire,
              pensiero e volto e arti e figura, e lo sciame
              delle creature mi è parso abitarmi per miracolo
              istantaneo di creazione, totale, indivisibile,
              vuota visione senza nome.

  9. Nella poesia contemporanea ci possono stare cose molto distanti tra loro per tema e approccio culturale, ci può stare la poesia di Costantina Giancaspero e quella di Claudio Borghi, il critico deve essere aperto alle più varie sollecitazioni, non può prendere parte di una parte, perché scadrebbe in discorso di parte. Ma ciò non vuol dire che non bisogna prendere posizione.

    Contrariamente a quanto afferma Salvatore Martino, io sono forse l’unico critico ragionante in Italia che ha espresso severi dubbi sulla poesia maggioritaria (cioè quella portata dagli uffici stampa degli editori maggiori). Qualche nome? Eccovi serviti: Edoardo Cacciatore, Magrelli, Zeichen, Patrizia Cavalli, Anedda, Maurizio Cucchi, Milo de Angelis, Mario Santagostini, Mario Benedetti Sanguineti, M.L. Spaziani, Antonio Porta, Antonio Riccardi, Franco Loi, Giuseppe Conte, Giampiero Neri, Krumm, Jolanda Insana Eugenio De Signoribus, Edoardo Sanguineti, etc… È sufficiente caro Martino? Spero di sì, questi sono i nomi di coloro che ricordo. Come vedi, io ho sempre espresso per iscritto quello che dicevo oralmente, al contrario di molti i quali si guardano bene dal dire in pubblico quello che affermano in privato.

    Stavo dicendo che la poesia di oggi è ricca e articolata, ci sono numerosi autori che scrivono con stili diversi ma di ottimo livello, e il critico deve sapersi porre in modo aperto e senza pregiudizi con tutte queste forme di scrittura poetica. Dirò di più: non deve avere amici (poetici). A volte si sbaglia. Ma errare è umano, credo. Non sbaglia mai chi non si arrischia mai a scrivere quello che pensa…

  10. Ringrazio Claudio Borghi per aver subito compreso che non intendevo segnalare oscurità di senso, ma solo avere ulteriori chiarimenti sul suo pensiero. Il tutto come espansione e creazione di spazio tempo, è la risposta che mi basta: perché spiega in parte anche le ragioni del continuo decadimento (pensiero che, oggi, mi riempie di ottimismo).

  11. antonio sagredo

    “Come mai non si riesce a far diventare le parole oggetti?”
    Ecco una domanda insensata!
    Le parole sono state sempre oggetti ed è vero anche il contrario: altrimenti la Poesia non esisterebbe. Quanto ai fisici, matematici, ingegneri ecc. ben vengano nella Poesia che già li contiene… e poi che già li possiede non v’è bisogno che entrino: ci sono dentro con tutta la loro Scienza fin da quando la Poesia non era Canto!
    Quanto scrive Linguaglossa è sempre degno di nota; riferendomi all’ultimo suo intervento l’elenco non è completo poi che gli Albini Pierri non finiscono mai e ci sorprendono per la loro vitalità nefasta! (leggi Linguaglossa su Albino Pierro e il mio intervento) – Riguardo la poesia del Borghi devo affermare che si tiene e si mantiene da se stessa e che riesce ad armonizzare teoria scientifica e poesia, realizza quindi un tratto d’unione come una osmosi e se volete quasi simbiosi e ancora meglio metaforizza la teoria in versi e questi la seguono devota. Suggerisco p.e. un raffronto fra due scienziati. fra Ubaldo De Robertis e il Borghi, e poi altri…
    chiudo con alcuni miei versi:

    Quando attratto per ogni dove mi ritrovai malato di battelli
    e i viventi prestavano un sorriso ai morti per il tempo di leuca
    fino alle ceneri le nostre parole mi risposero con uno sberleffo
    dietro la quinta dov’io svernavo con tutti i miei affanni i gesti e

    le parole. Accompagnatemi, nastri funebri! Anche i corvi sono fuggiti
    dai cipressi sotto neri cieli dopo le aurore! Gli stendardi di carni
    come risacche straziati da tramonti in fuga e i marosi sulle rocce a picco –
    banderuole di lacrime dei venti e le rose sfatte sui moli dell’oblio.

    Cremate la musica, le note e i suoni all’ora sesta nel patio
    perché la guerra di Troia non è finita e chi ha perso lo ricordo
    bene quando sulle rive lasciaste astragali che sparlavano di vaticini
    e i vermi a squarciagola: a quando, quando l’immortalità alla Morte?

    Antonio Sagredo
    Maruggio-Brindisi, giugno 2016

    —————————————————————
    (dalla 6 >> Parole Beate)

    La divinazione era sul leggìo una lettura ordinaria e la chiarezza
    Della nostra mappa era già segnata… noi uscimmo fuori quietati
    Dai tracciati per amore o amati da una fortuita combinazione.
    E fu uno stupore per la nostra soglia: dove volgersi? dove andare?
    E in quale dove? E del tempo ancora non avevamo il senso!
    E tante domande ancora e davanti a noi e a me il sangue dello Spazio!
    ….. che mi trascina e, recidivi lui ed io, rinasciamo nella ripetizione
    Che mai ho conosciuto… Quel calice che svuoto dell’assenza!
    Quel calice che mi colma di mancanze!

    ————————–
    (dalla 7 >> Parole Beate, novembre-gennaio 2016)

    E allora dovrei ritornare su questa terra, io che sono oramai
    Saturnino carnale, che canto i suoi anelli quasi fossero amorini
    Da incorniciare vicino ad ogni cantuccio sperduto negli spazi?
    No!
    È da tempo che sono un cittadino di tutti i luoghi possibili,
    E sono in ogni dove accolto.
    Anche là dove tutto si collassa!
    Dove il Tutto non significa ogni cosa.
    E questo non s’addice alla mia presenza o all’attimo che mi assenta…
    sono la Metamorfosi che mi controlla della materia – i sogni!

    ———————————————————-

    • Claudio Borghi

      Gentile Antonio, che piacere, devo dire inaspettato, trovarla qui! Leggendo diversi suoi post in questi mesi avevo avuto la sensazione di una sua potenziale indifferenza a una poesia che trova alimento e ispirazione nella scienza. Le sue pertinenti osservazioni, con tanto di immancabile dono di suoi testi, che le ho visto fare in più occasioni verso altri autori, mi fanno capire che davvero sbagliavo. In definitiva, non c’è contraddizione tra un approccio mistico-esoterico quale può essere il suo alla poesia (mi perdoni se non condivide gli aggettivi, questo io sento) e un approccio metafisico-razionale quale pare essere il mio. Laddove metafisico e razionale, a prima vista, sembrano contenere una contraddizione, ma se ci pensa non è così. Il commento finale a Lucio Mayoor Tosi, che chiedeva chiarimenti in merito ai termini “sfera” e “tutto”, che tanto spesso tornano nei miei testi, intende spiegare che l’osservazione e l’indagine dalla realtà inevitabilmente sfocia nella necessità di riconoscerne il nucleo centrale di mistero.

      Trovo i suoi versi:

      E sono in ogni dove accolto.
      Anche là dove tutto si collassa!
      Dove il Tutto non significa ogni cosa.
      E questo non s’addice alla mia presenza o all’attimo che mi assenta…
      sono la Metamorfosi che mi controlla della materia – i sogni!

      in profonda sintonia col mio sentire: il divenire delle forme in eterna metamorfosi, il Tutto che si espande o collassa o rimbalza in nuova nascita, magari in una teoria, quanto visionaria!, del Multiverso (che i cosmologi hanno concepito, non bastando loro, come materia di speculazione, l’inattingibile Universo in cui abitiamo), fanno capire che la mente degli astrofisici e dei cosmologi, come quella dei poeti, non riesce a quietarsi, continua a indagare nella materia inesauribile delle Congetture, ben sapendo che accendere una luce significa vedere di più, ma mai vedere Tutto.

      Quanto alla sua affermazione, interessante, circa la possibilità di “armonizzare teoria scientifica e poesia” e realizzare “quindi un tratto d’unione come una osmosi e se volete quasi simbiosi e ancora meglio metaforizzare la teoria in versi”, non mi trovo del tutto d’accordo. Credo che uno dei punti nodali, su cui si dovrebbe discutere, riguarda proprio il fatto che chi scrive di scienza in poesia debba o voglia metaforizzare la teoria in versi, il che potrebbe anche essere interessante, ma non è il mio intento. Il rischio è di alimentare la poesia immettendo suggestioni di pensiero derivanti da ambiti diversi, la scienza, la filosofia, ecc., che solo apparentemente avrebbero l’effetto di rivitalizzarla.

      Provo a fare un esempio per chiarire, senza alcun intento paradigmatico: semplicemente, mi è facile farlo parlando della mia esperienza. La sezione Monadi, ne La trama vivente, è una sorta di breve trattato poetico-filosofico scritto nello stile della Monadologia di Leibniz, in cui non credo di essere uscito dal territorio della poesia solo perché ho usato una forma espressiva che non rientra nei canoni: ho immesso in un concetto filosofico un brivido di intuizione poetica e, per certi aspetti, ho tentato sintesi nuove, anche con concetti presi dalla fisica più recente. Il contributo della poesia in questo senso può essere importante, e solo tentando la strada della ricerca profonda può tornare ad avere il ruolo centrale che aveva nell’ottocento romantico e simbolista e nel primo novecento (in cui credo lei senta le sue radici). L’alimento necessario al rinnovamento deve derivare dal percorrere strade diverse, non con l’intento fine a se stesso di inseguire l’originalità ad ogni costo (vedi le neoavanguardie, che rinascono in continuazione senza chiarezza né profondità di idee), ma come esperienza di interscambio e comunicazione tra diverse regioni intellettuali ed emotive. La poesia non deve attingere passivamente da altri linguaggi (immettendo ad effetto termini scientifici o citando teorie nel testo), ma perseguire una interazione produttiva il cui fine sia generare sintesi vive di pensiero e la creazione spontanea di nuove forme.

      Sarebbe davvero interessante sapere cosa ne pensa De Robertis.

  12. antonio sagredo

    Ma il tema Poesia-Scienza non è affatto nuovo, è antico, tanto!
    Ma per restare agli amati-odiati secoli ‘800 e ‘900, vi è un grandissimo poeta ceco-moravo Otokar Brezina (davvero uno spartiacque fra i due secoli) che attuò quella osmosi o simbiosi di cui si parlava e con risultati eccellenti: da lui ho appreso molto (pur non condividendo la confessione misticheggiante-idealistica)… ma la sua profondità lirico-filosofica è indiscussa… a parte tutti i secoli trascorsi (una preparazione culturale vastissima) egli sintetizza le filosofie dell’ 800 e la Poesia dell’800 in una armonia strabiliante… per ora mi fermo qui.

    • Claudio Borghi

      L’idea di osmosi o simbiosi è già più interessante del metaforizzare poeticamente le teorie scientifiche o filosofiche. Il riferimento obbligato non può che essere Lucrezio. In Italia, negli scorsi decenni, Pier Luigi Bacchini è stato per me un esempio importante di poeta che ha trovato ispirazione nella scienza, nel senso della scoperta e reinvenzione poetica di idee scientifiche, fisiche, cosmologiche, naturalistiche, biologiche.

      Scrivevo in Dentro la sfera:

      “Bacchini fa interagire il pensiero scientifico e la forma poetica senza mai cadere nel didascalico o nel celebrativo, intonando una sinfonia del creato che asciuga nella limpidezza del cristallo speculativo la complessità inafferrabile del mondo dei fenomeni. Credo che i tentativi di nuove sintesi vadano accolti come anticipazioni coraggiose di un possibile futuro della poesia, il cui materiale grezzo, la sostanza essenziale dell’ispirazione, può essere lo sdegno morale per l’imbarbarimento dei costumi, la rivolta contro l’indifferenza divina, la testimonianza del dolore gratuito a cui le creature sono destinate, ma anche la vicissitudine speculativa che esplora nuove strade espressive nel travaglio dello scavo e della lettura e decifrazione delle forme che il mondo ci propone in sterminata varietà. La poesia per sua natura naviga solitaria, tentando di catturare scintille di bellezza ed esattezza, nel mare indifferente del tempo”.
      (dalla sezione finale “Lettere”)

  13. LA POESIA IL TEMPO CRONOMETRICO, IL TEMPO INTERNO, IL TEMPO DI LAVORO Una poesia di Steven Grieco-Rathgeb da https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/22/claudio-borghi-poesie-scelte-da-la-trama-vivente-effigie-2016-poesia-metafisica-tra-fisica-e-poesia-non-ce-discontinuita-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15551

    L. Wittgenstein nel “Tractatus logico-philosophicus” scrive che il mondo è tutto ciò che accade, ma omette di dire che se accade, accade nel tempo. Quindi, il tempo è sovrano, la forma sovrana che contiene tutte le cose, penetrandole, dando loro essenza temporale. Analogamente, anche l’arte e la poesia è un accadimento fatto di tempo; possiamo affermare che la Parola è una entità temporale, non solo perché si muove nel tempo ma perché è portatrice di tempo. Il tempo abita l’interno della parola e la circoscrive all’esterno.

    La poesia che finora si è fatta in Italia, intendo quella di Pierluigi Bacchini, considera il tempo soltanto come involucro esterno della parola, e considera il linguaggio poetico ancora in senso novecentesco come interrelazione diacronica e sintagmatica di registri linguistici eteronomi. Ma qui siamo ancora nel pieno delle poetiche tardo novecentesche. Bacchini non immagina nemmeno che possa esservi anche un’altro concetto di Parola come entità, concrezione del tempo. Quello su cui vorrei attirare l’attenzione dei lettori di questa rivista è che dobbiamo liberarci dalla pedissequa concezione del tempo esterno e della eteronomia dei linguaggi, per considerare l’aspetto della temporalità di ogni singola parola. La parola temporalizzata richiede un nuovo concetto di verso che la comprende. Da questo nuovo punto di vista, anche il verso è una entità temporale temporalizzata…

    Nella visione mitologica del mondo della Grecia antica, in principio vi è Chronos (il Tempo), in seguito sorgono Chaos, Nyx (Notte), Erebo e Tartaro; nel buio Erebo, Nyx genera un Uovo “pieno di vento”; da questo Uovo emerge Eros dalle ali d’oro; unitosi durante la notte al Chaos, Eros genera la stirpe degli “uccelli”; quindi genera Urano (Cielo) e Oceano, Gea (Terra) e gli dèi tra cui Eros, principio di armonia perché è la forza che spinge gli opposti e i diversi all’unione e all’armonia. Eros quindi, nella visione greca, è più antico di Thanatos, più antico e potente delle Moire, perché in grado di sconfiggerle.
    Tale genealogia è ritenuta la più attendibile attestazione della antichità degli dèi attribuibile all’Orfismo,
    *
    «Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…»
    (Adorno, «Dialettica dell’Illuminismo»).
    Così avviene che il «privato» sia un luogo inautentico e come tale è ricettacolo di temporalità inautentica. Il «privato» è per eccellenza il luogo della menzogna deputata alla ipocrisia del sociale, e non potrebbe essere diversamente. L’opera d’arte compie un prodigio: converte l’inautenticità del «privato» nella rappresentazione dell’autentico, dell’autenticamente alienato, e ciò facendo diventa essa stessa «autentica».

    Carlo Diano scrive:
    “L’opera d’arte è insieme nel tempo e non è nel tempo, è nello spazio e non è nello spazio, e, in quanto è nel tempo e nello spazio, è insieme nell’hic et nunc e nell’ubique et semper, e, chiunque l’abbia «fatta» e a qualunque tempo rimonti… è la «mia» e non è la mia, come fu la sua e non la sua per colui che la «fece»…”

    Io penso invece che l‘opera d’arte è un ente temporale che si sottrae al tempo cronometrico e al tempo di lavoro delle merci; ha un tempo interno, una propria temporalità che nessuno può toglierle. E’ questo l’errore più grande che fece Carlo Marx con la sua concezione dell’arte come «produzione di oggetti», il che va bene se affrontiamo l’argomento dal punto di vista della sociologia della letteratura o dell’arte, ma non va più bene se consideriamo l’opera d’arte in sé e per sé…

    Scrive Steven Grieco-Rathgeb:

    «E nel tempio vuoto la presenza fremente del dio che inesiste»

    Si verifica qui una grande indirezione di tracce, di echi, di frammenti di sogni e di ricordi; e accade che il quadro d’insieme più viene arricchito di particolari più ne risulta sfumato, complicato, incerto, ibrido, insostanziale:
    .
    Tutta via Merulana ingoiata: i palazzi, i negozi, i grandi platani,
    tutto è l’interno vuoto di un vetro d’un qualche trasparire.
    Scendi nella via, nel traffico assordante lo sguardo
    ti cade sul selciato volta dopo volta, fracassandosi,
    ricostituendosi.
    .
    Scrive Ortega y Gasset: «La vita è un gerundio e non un gerundivo: un faciendum e non un factum. La vita è da-fare. La vita, infatti, dà molto da fare… Il suo modo di essere è formalmente essere in difficoltà, un essere che consiste in un compito problematico. Di fronte all’essere sufficiente della sostanza o cosa, la vita è l’essere indigente, un ente il cui essere è, precisamente, di essere bisogni».1)

    Riprendo da qui. La poesia (l’arte in genere) è un gerundio e un participio passato, un ente problematico, perché è, insieme, faciendum e factum. Da quando abbiamo appreso da Umberto Eco che l’opera d’arte è aperta (Opera aperta, 1962), il passo ulteriore che abbiamo fatto è capire che l’opera d’arte del Moderno non è mai finita, non è mai un factum, ma è sempre un faciendum. E questo aspetto dell’ente riflette la problematicità del fare arte oggi nel Moderno (o post-moderno), in quanto noi abbiamo consapevolezza che l’opera non è mai finita, che le nostre soluzioni stilistiche sono sempre provvisorie, desultorie, temporali.
    Questo aspetto ci porta alla ulteriore considerazione secondo cui l’arte si distacca progressivamente, si allontana, dalla «verità» e si pone come allestimento di un palcoscenico in cui la verità può essere richiamata, ma di essa ci restano solo tracce, echi, orme, impronte, ombre… ma mai la verità che si dilegua. L’arte rappresenta l’oblio della verità. E questo, credo, è già tanto.

    La poesia di Steven Grieco Rathgeb è la rappresentazione prospettica di questo oblio della verità, del suo allontanamento da essa nel momento stesso in cui l’autore si appresta al suo allestimento scenico. E di scenico la poesia in argomento ha la stessa struttura, la sua essenza riposa nell’allestimento scenico. In ciò, la poesia di Grieco Rathgeb si apparenta alle possibilità espressive del racconto e del romanzo, è un romanzo che si apre al futuro; anche nella forma, sostanzialmente non elegiaca, si può notare con chiarezza l’apertura a 360 gradi del punto di vista della poesia, la quale non ha un solo punto di vista (come nella poesia elegiaca lineare) ma una molteplicità di punti di vista. È un prisma che gira su se stesso offrendo sempre nuove superfici riflettenti al lettore.
    Sarebbe inutile e stucchevole chiedersi se la poesia abbia un senso e quale, o molti sensi o nessun senso. La poesia è lì, posata su un tiretto, in un appartamento al terzo piano di un anonimo palazzo romano, come un oggetto di oreficeria, una moneta fuori corso. Ci parla come può parlarci un ricordo dimenticato.

    Steven Grieco-Rathgeb
    Felice notte O Bon

    Il solo tuo vederli li riportò più volte in vita.
    I molti sempre in uno, gli sconosciuti giunti da così lontano.
    Un fremito, un singulto, uno strano singulto dell’anima.
    Chiunque poi, fossero. Se mai erano esistiti.
    Una cosa era certa: eravate tutti ospiti in questo luogo
    che è solo il trascorrere del tuo pensiero: fluido,
    inafferrabile. Con mano tremante hai sfiorato il volto
    delle principesse. Ne hai vissuto le parole, esterrefatto.
    No, non eravate solo seduti in riva a fiumi oscuri,
    lo Yamuna soffocato dal pattume, con le rondini in alto.
    Non eravate senza diritti, aspettando la fine.
    Ci furono doni: come la vita non è.
    I tuoi occhi, capaci di raggiungere ogni distanza.
    Anni prima uno di loro, studioso di poesia giapponese,
    era venuto da Tokyō a Firenze
    a trovarti nell’appartamento sui tetti.
    I tuoi volumi di Li Po, Meng Hao Jan, Chang Jien,
    fra le sue mani diventarono frammenti di luce.
    I volti chiarissimi, trasfigurati.
    nel paesaggio toscano altri paesaggi dormivano larvati.
    Così entrò in te la virtualità del waka:
    serpente miracoloso, sinuoso, senza spina dorsale.
    Un sentire: un impalpabile pensiero creatore.
    A Roppongi, quando giacesti a lungo malato sul divano Luigi XIV,
    lui diventò l’anonimo sassofonista che dopo il tramonto
    saliva in cima al palazzo per suonare fra i
    cassoni dell’acqua e le antenne della televisione
    un solitario canto d’amore alla metropoli illuminata.
    L’anno dopo, nella trattoria sotterranea a Waseda,
    dopo aver ripreso in pugno la realtà, averla domata, parlasti
    per ore con quell’intellettuale occhialuto, grande e grosso.
    Del Giappone anni Trenta, della Guerra, cose di cui,
    senza sapere come, eri perfettamente a conoscenza.
    Fino nell’intimo erano tue le macerie di Tokyō.

    Con difficoltà respingesti il disagio, quasi un’allucinazione
    fra le birre vuote sul tavolo, i piattini dei sottaceti.
    Forse era soltanto il suo inglese malfermo,
    o il tuo acquitrinoso labirinto di lingue,
    la ricerca angosciosa di qualche aggancio con il tedesco.
    Di colpo si aprirono i paesaggi: Kyōto, i colori, le colline,
    i templi addossati alle colline. Il bianco e rosso di una fanciulla.
    E nel tempio vuoto, la presenza fremente del dio che inesiste.
    Le immagini nacquero una dall’altra: strani nascituri,
    ciascuna balzava fuori dalla precedente,
    ingenerata dal senso di se stessa che non può sapere,
    ma fortemente esprimere.
    L’arco teso all’inverosimile, quando è scoccata la freccia
    non era una freccia: sonorità armoniche, sovra-toni,
    echi sparsi per tutta l’aria, dure schegge lucenti.
    Poi, Roma. All’inizio, nemmeno lo riconoscesti,
    eppure abitava qui, nel tuo stesso palazzo in via dello Statuto,
    lo vedevi sempre uscire da una delle chiostrine interne.
    Un moto di stupore: perché di loro pensavi non
    avere più elementi, tutto passato, concluso.
    Ma ecco il sorriso familiare, i baffi radi e spioventi,
    l’I-pad, il gatto nero con gli occhi gialli elettrizzati
    sempre appollaiato sulle sue spalle.
    Un mattino il carro funebre lo aspetta giù nella via.
    Nella notte un infarto l’ha trasformato in un riquadro
    azzurro sopra i grattacieli di Aoyama.
    Salutandolo attraverso il cielo, hai pensato, chissà
    perché, a Aygi: lo stesso sentire traslato, l’anima
    che trasumanando vola fuori dal corpo in diecimila forme.
    Non transitare davanti alle loro stelle, non oscurarle.
    E’ pomeriggio. Ti svegli: nel tuo cerchio dell’apparire
    si aprono abissi trasparenti. Sai bene cosa vuol dire.
    Ti sfiora qualcosa, ali di falene.
    Sei così sfinito, non riesci nemmeno a disperarti.
    Tutta via Merulana ingoiata: i palazzi, i negozi, i grandi platani,
    tutto è l’interno vuoto di un vetro d’un qualche trasparire.
    Scendi nella via, nel traffico assordante lo sguardo ti cade
    volta dopo volta sul selciato, fracassandosi,
    ricostituendosi.
    No! è una premonizione! Un utamakura. O Bon!
    Con queste due parole può illuminarsi una città intera.
    Nei loro mascheramenti, proprio qui l’hai rivisti,
    quasi senza accorgertene. Per qual motivo così affranto?
    Il sorriso, che stringe gli occhi fin quasi a chiuderli.
    Perché loro indicano sempre l’altro di se stessi.
    Quando l’espressione è troppo sofferta, genera fra mille
    doglie il suo opposto. Come dire, il significato identico
    ammicca, sorride. Non è mai lui.
    Cos’è allora “l’originalità”? Dire quello che altri non
    han detto? A lungo hai cercato negli angoli non frugati
    gli incroci nascosti, da cui loro già ti venivano incontro.
    Poi di colpo, scomparsi. L’hai ritrovati, un gregge,
    mimetizzati sul fondo della sempre stessa via,
    ramificata ormai in miriadi e miriadi di vie.
    Così, l’udito ha visto; e la vista ha saputo cogliere
    l’indecifrabile musica. Eri del tutto incredulo:
    l’oceanico, diversificato intrico di waka
    somigliava solo a se stesso.
    Stai tornando la sera a casa. Non hai più niente.
    Hai rischiato tutto per amore. La paura di ignote sciagure
    ora ti fascia come un velo invisibile.
    E’ proprio questo: l’uomo ha soltanto nostalgia di se stesso.
    Ma questa è la sera di O Bon:
    le ombre di mezzo agosto calano presto, dopo che il sole
    ha disfatto tutte le pietre e i visi dei passanti.
    Una folla di spettri bizzarri e lanterne risale via Buonarroti
    solo per te. E il giorno d’un tratto è notte – una notte
    festosa, spettrale, piena di luce e di promesse.
    Sono qui dall’Estremo Oriente per riprendersi i tuoi tempi passati:
    la preziosità dell’enunciato, veloce come un fulmine, capace di
    nascondere-rivelare strati di paesaggio ben più profondi.
    E come usciste da voi stessi, involandovi nel cielo
    per meglio contemplare le terre predilette nel gran chiarore.
    Sospesi fra lo sciamano dell’aria e il poeta visionario,
    quando in sogno raggiungesti le remote colline d’Epiro
    dove i fiori d’acacia cadevano come neve.
    Del verso la fessura segreta ha significato entrare
    al suo interno, vertiginosamente.
    Là dentro hai capito cos’è la plasticità della parola,
    come crea le tre dimensioni del mondo visibile.
    Là dentro, non sai come, stai al largo di Suma e Akashi
    splendenti nella notte,
    là rivedi la barca dello studioso giapponese:
    senza remi o rematore,
    indica l’orizzonte della poesia.
    Aveva un senso, questo? O non lo aveva per niente.
    Eran tutte cose che volevi fare. Poi sono finite,
    perché vita e scrittura sono diventate terrificanti,
    perché in te è nato il cigno di Eros-Thanatos,
    finito il tempo dei sogni.
    Un antico pianto sale, l’acqua sorgiva sale oscura dal profondo.
    Quel verso coreano, come diceva? Ah, sì…
    Gets ei sen kou –
    “la luna si specchia nei mille fiumi”.
    La poesia, dunque, è sempre la stessa. Non puoi volerla.
    La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire.
    Ma quel loro fare, i vestiti un po’ logori, ti sono del tutto familiari.
    Sono quasi giunti all’angolo con Piazza Vittorio, magrissimi,
    involucri vuoti, senza età. Li ami per questo: per i folti capelli
    bianchi, le gonne e le giacche strampalate,
    la cravatta sgualcita che vola via nel colpo di brezza.
    E il non-divino. Lo sguardo ispirato.
    Uno sguardo che in realtà non esprime nulla.
    .
    (ROMA, Piazza Vittorio, marzo 2013 – agosto 2014)

    1) History as a Sistem, in Philosophy and History Oxford, 1935, p. 37

    • Claudio Borghi

      Giorgio Linguaglossa con efficacia descrive la poesia di Steven Grieco Rathgeb come “rappresentazione prospettica di questo oblio della verità, del suo allontanamento da essa nel momento stesso in cui l’autore si appresta al suo allestimento scenico, … la quale non ha un solo punto di vista (come nella poesia elegiaca lineare) ma una molteplicità di punti di vista. È un prisma che gira su se stesso offrendo sempre nuove superfici riflettenti al lettore”. “Felice notte O Bon” mi sembra tradurre mirabilmente lo spaesamento metafisico, la moltiplicazione e l’illusione della presenza e dell’identità, il senso del singolare-plurale che riassume ogni esperienza di visione o conoscenza in cui la mente si imbatte quanto si affaccia sul mondo. Non credo però che Pier Luigi Bacchini possa essere accomunato ai tanti poeti che, come Giorgio osserva, considerano il tempo solo come ”involucro esterno della parola”, in quanto “non immagina nemmeno che possa esservi anche un altro concetto di Parola come entità, concrezione del tempo”. La poesia di Bacchini è imbevuta di un senso profondo dell’enigma del tempo come cristallizzazione in forme inaspettate di una mente cosmica, tramato di echi e risonanze che si riflettono nelle forme dei fossili e nella struttura degli esseri viventi, come se tra il tempo galattico e il tempo interno, il tempo cosmico e il tempo della vita ci fossero segrete rispondenze, che si accendono inaspettate nella mente di chi le sa cogliere e tradurre. Io sento vicinanza e sintonia tra la poesia di Bacchini e quella di Grieco, come tentativi di cogliere ed esprimere il senso metafisico della presenza ed assenza simultanea della realtà, che alla mente sembra darsi evidente ma, nel mentre che si tenta di afferrarla, si sfarina come polline soffiato.

      Sempre in Dentro la sfera, nella stessa lettera (che avevo spedito a Barberi Squarotti) citata nella risposta a Sagredo, scrivevo:

      “Bacchini attualizza Lucrezio calandolo nelle problematiche fisiche e cosmologiche degli ultimi decenni, generando un unicum poematico di grande suggestione e potenza, ancor più vivo e stimolante se si pensa che questo ragionare in versi nasce in una mente che abita un corpo ottuagenario, che descrive dall’alto, in una dimensione quasi senza tempo, le metamorfosi del tempo e il dolore dell’inaridirsi e svanire, quasi fosse un’ambra oligocenica, dell’io poetante”.

      Con questo vorrei invitare a non pensare di dover rivoluzionare o azzerare la storia della poesia recente, leggendola in blocco come una storia ormai finita da cui si deve ricominciare, lasciandosela alle spalle come un corpo morto. Occorre saper leggere i germi di rinnovamento da cui ripartire. Bacchini è a mio avviso un autore su cui val la pena riflettere, in particolare nell’ottica di un rinnovato rapporto tra poesia, e filosofia e scienza.

  14. antonio sagredo

    un mio personale applauso al poemetto di Steven

  15. letizia leone

    Letture belle e profonde accompagnate da altrettanti commenti: “La poesia abita una struttura musicale che il poeta percepisce già esistere nell’universo: basta saperla riconoscere e snidare, saper scovare «l’onda dell’essere» che scrive «una storia senza scrittura».” Cito dalla intensa prefazione di Linguaglossa e mi vien da pensare alla “musica delle sfere” che ritroviamo nei versi della Divina Commedia, “l’armonia che temperi e discerni “, musica cosmica che già nel pensiero pitagorico prefigura l’ ordine matematico-musicale immanente al cosmo. Questo per sottolineare solo una delle tante sollecitazioni alle quali ci convoca la poesia di Borghi, perché qui la scienza libera lo spazio del pensiero poetico, scavalcando le coordinate euclidee, apre a nuove opportunità…Lo spostamento dell’asse dall’antropocentrismo al cosmocentrismo, da un paradigma di tipo lineare alla circolarità (come non pensare alla visione cosmologica dantesca sul modello del cerchio, circolarità ritmica e stilistica, “gioco polifonico del contrappunto, a come nella terza cantica, il trionfo del “modus transumptivus”, ci riporti a ridondanti intelaiature analogiche e alle interconnessioni) In Dante riecheggia già pienamente il modo nel quale scienza e poesia rielaborano la “misura” e le dimensioni del tempo. E i versi di Borghi riprendono le misure della parola della poesia, ne rimettono in circolo il valore euristico di questo logoro “oggetto” del consumismo emotivo e onirico…Queste poche estemporanee considerazioni valgano come plauso al poeta e alle sinergie messe in atto

  16. Caro Claudio Borghi,
    nulla quaestio sul valore e sul significato del tentativo di Bacchini di fare una poesia che coniugasse insieme Poesia, Filosofia e Scienza. Il grande vecchio Bacchini è senz’altro più in avanti di tutti i poeti trenta quarantenni di oggi che fanno una poesia «antica» e hanno cessato di «osare» e di «pensare», non dico un Grande Progetto, ma di pensare tout court. Quello che io individuo in Bacchini è che anche la sua poesia è, concettualmente, un prodotto della cultura del tardo Novecento italiano. Il suo concetto di verso e di verso prosastico è un prodotto della cultura poetica italiana. Il «tempo» del verso è quello direzionato dalla sintassi unilineare del linguaggio scientifico etc. Quello che invece sta a cuore dello scrivente e anche ad altri poeti dell’Ombra come Mario Gabriele, Antonio Sagredo, Letizia Leone, Gino Rago e Steven Grieco-Rathgeb è il concetto di una «parola» abitata dal «tempo», il ricorso al «frammento» come costellazione di significato già in sé simbolico. Il pensare la parola come un «prisma» già in sé simbolico che ha molteplici sfaccettature. Il pensare ad una poesia che non abiti soltanto nel «tempo esterno» ma che rifletta sulla propria natura temporale, portatrice di temporalità… Una «Nuova Poesia» abitata da un nuovo concetto di «tempo».

    Il tentativo è quello di uscire dalle parole d’ordine delle poetiche tardo novecentesche, certo, salvando il salvabile con il salvagente, ma anche guardare a ciò che avviene ed è avvenuto nella poesia fuori dell’Italia in questi ultimi decenni, ad esempio guardare alla poesia di un Traströmer e alla poesia di un Espmark. Certo, mi rendo conto che a dirla così, sembra un progetto prometeico, ma non credo che abbiamo altra scelta che quello di osare di pensare ciò che non è stato pensato fino ad oggi. Solo così si può scrivere la poesia del presente e del futuro. In tal senso la poesia da me citata di Steven Grieco-Rathgeb mi sembra vada in quella direzione.

    Cmq, caro Claudio, se ti fa piacere, puoi curare un post sulla poesia di Bacchini sull’Ombra con un tuo commento critico, sarà il benvenuto per ampliare e approfondire la riflessione.

  17. Trascrivo qui un mio precedente commento su questa poesia di Steven Grieco-Rathgeb perché credo riesca a spiegare la originalità di questa poesia. Il richiamo finale alla musica di Morton Feldman è un passaggio decisivo: Il «rallentamento temporale» delle parole e del verso che sta a cuore a Steven è un momento essenziale e ineliminabile della «nuova poesia» italiana:

    Che cosa ci dice Steven Grieco Rathgeb in questa poesia? Tutto e nulla. Ci parla di «sconosciuti» «giunti da così lontano», di «ospiti» che hanno abitato il «tuo pensiero: fluido, inafferrabile»; subito dopo parla del «volto delle principesse»; infine una notazione, un ricordo, una negazione della notazione: «No, non eravate solo seduti in riva a fiumi oscuri, / lo Yamuna soffocato dal pattume, con le rondini in alto.»; accenna a una «distanza» che gli «occhi» sono «capaci di raggiungere». Ecco, siamo arrivati ad un punto chiave: si tratta di una poesia dello sguardo che tenta di raggiungere una «distanza», un «luogo». E poi, subito, una tranche di ricordo biografico: «Anni prima uno di loro era venuto a Firenze / nell’appartamento sui tetti». Quindi, «uno di loro», qui si parla di fantasmi, dei fantasmi della memoria, che ritornano. Poi ci sono dei soprammobili, delle masserizie, i libri di Li Baj, e poi si parla di un «serpente miracoloso, sinuoso, senza spina dorsale», una mostruosità che si insinua nell’interno dell’anima e del ricordo; e poi, di nuovo, l’intermezzo di un ricordo, che diventa immagine: «A Roppongi, quando giacesti a lungo malato sul divano Luigi XIV»; e poi un’altra immagine ricordo, un misterioso «ospite»: «lui era l’anonimo sassofonista». La poesia continua così, con ricordi che diventano immagini e immagini che si presentano nella veste di ricordi. Tutto e nulla, misteriosamente, convergono. Ma dove? Forse, la fame di spazio e di luoghi di cui vive questa poesia è la stessa fame di luoghi e di spazio che ha abitato la persona di Steven Grieco, la stoltezza di ospitare degli «ospiti» privi di «spina dorsale», quindi anch’essi come disincarnati, alati aliti, immagini, eidola che diventano immagini di una fantasmagoria, di un caleidoscopio. E la poesia ha l’andamento pianissimo e il passo di visioni successive che si presentano una dopo l’altra proprio come in un caleidoscopio onirico. La poesia abita gli stessi luoghi della fantasmagoria del poeta. È viva in Grieco Rathgeb l’esigenza di liberarsi dalle convenzioni relative ai metri, agli spazi e ai tempi della poesia tonale lineare per rivolgersi alla poesia atonale, circolare. Le parole diventano suoni atonali, sono morceaux per pianoforte: parole enigmi che si susseguono ad altre parole o che sfuggono ad altre parole, come per restare in uno sfondo, un secondo piano mnestico, quasi fossero tappezzeria, arredamento della memoria che evanesce.

    Da quando Cage ha stabilito che tutto è musica, i rumori sono diventati significativi, e con essi le immagini, i frammenti. I rumori sono frammenti di suoni un tempo forse nobili, e i frammenti sono nient’altro che rumori ricchi di un senso perduto, di echi, di tracce smarrite.

    Dunque, ad un poeta del nostro tempo resta il compito di ascoltare e far «suonare» il «rumore» delle parole con le parole. In fin dei conti. «La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire», «La poesia è sempre la stessa». Il mondo, diventato un «acquitrinoso labirinto di lingue», non richiede più da tempo alcuna rappresentazione lineare o prospettica, l’unica struttura formale consentita è la raffigurazione a-prospettica e multiprospettica, la sovversione delle strutture temporali, un tempo ritenute stabili, la elusione di qualsiasi convenzione dei movimenti frastici impressi sul pentagramma convenzionale; il pentagramma della nuova poesia bisogna scoprirlo da soli, immaginarselo; possono sopravvivere soltanto la durata e l’intensità di ogni singola parola; come nella musica per pianoforte e archi di Morton Feldman; sopravvivono le immagini che si presentano alla memoria trascendentale come tessere di un mosaico che non sta al poeta disporre ma soltanto comporre.

    Steven Grieco YuanJiang-Penglai_Island
    YuanJiang-Penglai_Island

    In tal senso la «Felice notte O Bon», è un augurio di buonanotte, l’augurio di entrare nel regno delle ombre, un mondo architettonico e spirituale della nudità e assolutezza del senso perduto, scevro di qualsivoglia notazione simbolica, iconica, politica o religiosa. Quest’opera è tra le più singolari della poesia di Steven Grieco, e una delle più alte del contemporaneo; nel lungo movimento frastico a guisa di «serpente» privo di «spina dorsale», si svolge ed involge il moto elicoidale come la catena del DNA, si trovano varie voci e vari personaggi, al pari di una composizione musicale dove interagiscono il soprano, il contralto, il coro, una voce fuori campo, una viola, un Glockenspiel e percussioni sospese nel vuoto. È una poesia che ha per tema il «vuoto». È viva la sensazione di un tempo sospeso e della quiete monocroma alla Rothko Chapel di Morton Feldman.

  18. Claudio Borghi

    Ringrazio Giorgio Linguaglossa per l’invito a proporre un post sulla poesia di Bacchini, ma non credo ne sarei capace, non essendomi mai cimentato in un commento critico. Il mio tributo a Bacchini è tutto in quella lettera, di cui ho citato due frammenti, a cui non vorrei aggiungere altro.

    Condivido l’analisi di Giorgio sulla poesia di Grieco, sui suoi potenziali legami con la musica, sulle analogie implicite con dimensioni multiprospettiche o aprospettiche, la sovversione delle strutture temporali, ecc, che accolgo come stimolanti temi di discussione e ampliamento del mio orizzonte culturale e, perchè no, percettivo. Il mio invito era semplicemente a non liquidare certe forme di scrittura o di creatività come superate o da superare, laddove potrebbero contenere ricchezze ancora inesplorate.

    Quanto al “concetto di una «parola» abitata dal «tempo»”, al “ricorso al «frammento» come costellazione di significato già in sé simbolico”, è chiaro che mi sento in sintonia, e credo di poter dire che in buon numero stiamo condividendo le linee guida del pensiero di Giorgio.

    Un grazie anche a Letizia Leone, che riconosce l’importanza “delle tante sollecitazioni alle quali ci convoca la poesia di Borghi, perché qui la scienza libera lo spazio del pensiero poetico, scavalcando le coordinate euclidee, apre a nuove opportunità…”. Il fatto che siamo in tanti a discutere di queste nuove opportunità mi sembra di per sé piuttosto significativo.

  19. PER UNA POETICA DEL «VUOTO» di Giorgio Linguaglossa
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/22/claudio-borghi-poesie-scelte-da-la-trama-vivente-effigie-2016-poesia-metafisica-tra-fisica-e-poesia-non-ce-discontinuita-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15595

    Scrive Giacomo Marramao in minima temporalia (Luca Sossella editore, 2005): «Il venire-ad-esistenza del nostro universo, in quanto differenza originaria tra “universo materiale” e “universo vuoto”, in quanto instabilità tale da dar luogo a una freccia temporale irreversibile, può essere compreso soltanto a partire dall’assunto di una creazione simultanea della materia e dell’entropia. Occorre allora fissarsi su questa origine, per afferrare il vero volto del “divenire” di cui Prigogine ci parla spesso e volentieri con tonalità euforiche. Questo divenire fa, certo, irruzione proprio là dove il sogno di Einstein aveva trovato la sua “espressione più grandiosa”, producendo una “lacerazione del tessuto uniforme dello spazio-tempo”. Ma il suo tratto originario e differenziante non è dato dall’energia, bensì dall’entropia. L’universo puramente geometrico, spazio-temporale vuoto, corrisponde a uno “stato coerente che viene distrutto dalla creazione entropica della materia”. Di qui il “terribile” apoftegma: la “morte termica” si colloca all’origine – non al temine – del cammino indicato dalla freccia temporale».
    È interessante questo concetto di rottura della simmetria come alterazione di uno “stato coerente” costituito dallo spazio-tempo omogeneo e vuoto. E qui si porrebbe l’altra domanda del rapporto che si istituisce tra tempo ed eternità. Ma fermiamoci un momento su questo concetto di “spazio tempo omogeneo e vuoto” che sarebbe inficiato dalla rottura della simmetria dello “stato coerente”. Il «vuoto» sarebbe quindi uno “stato coerente” cui sarebbe possibile accedere soltanto mediante un salto ontologico.

    La dimensione artistica, l’opera d’arte è appunto ciò che ci permette di operare questo «salto ontologico», di operare una «rottura» della freccia del tempo e dell’universo spazio-temporale. La dimensione artistica è quella che consente di attingere quello «stato coerente» prodotto dallo spazio-tempo «vuoto»; si è sempre parlato della atemporalità dell’arte, della sua qualità di oltrepassare le delimitazioni spazio-temporali, ed io penso che appunto questo salto nello «stato coerente» del «vuoto» sia la chiave di volta per impostare un discorso filosoficamente corretto e che tenga conto delle più accreditate ipotesi scientifiche sulla origine del nostro universo. Il «vuoto» sarebbe, dunque, uno «stato coerente» perché ignora lo spazio e il tempo, la dimensione spazio-temporale. Ma il «vuoto» è altra cosa rispetto al concetto teologico di «eternità» secondo la definizione che ne ha dato Ireneo come «aeternitas est merum hodie, est immediata et lucida fruitio rerum infinitarum», nella cui definizione si coglie una visione antropocentrica del mondo.

    Nel concetto di «vuoto» sarebbe in opera il paradosso plotiniano di «potenza senza durata», con il che siamo ancora una volta all’interno di una visione antropomorfizzante del mondo se intendiamo la «durata» (concetto temporale) connessa con il concetto di «potenza» (concetto anch’esso che può valere all’interno di una visione antropomorfizzante del mondo). Sarebbe più conveniente pensare il «vuoto» al di fuori di concetti come «potenza» e «durata» (concetti ancora antropomorfizzanti), come ciò che non-è-potenza e che non-ha-durata. Poniamoci la domanda: perché esiste il vuoto e perché esiste la materia? Ecco, ritengo che dalla risposta a questa domanda noi potremo capire qualcosa di più circa la costituzione ontologica dell’uomo, sulla necessarietà e sulla superfluità della sua presenza nell’universo.

    La domanda, ripresa nel 1953 da Heidegger, nella Einfuhrung in die Metaphysik: «Perché in generale l’ente piuttosto che il nulla?», ripropone al centro del pensiero filosofico la questione delle questioni. Essa, per il suo rango, è la domanda oprincipe della emtafisica. Essa «è la domanda – insieme – più vasta, più profonda e più originaria:
    i) la più vasta poiché la sua estensione non riconosce alcun limite al di fuori del nulla (in questo senso essa è inoltrepassabile);
    ii) la più profonda: in quanto chiedersi «perché” vuol dire interrogarsi sulla ragione ultima, sul “fondamento” (Grund) dell’ente;
    iii) la più originaria: in quanto non investe questo o quell’ente singolo ma “l’essente nella sua totalità, senza alcuna preferenza particolare».

    Il problema posto da Luigi Celi in questi «Haiku occidentali» è il medesimo problema che si pone oggi a quelle poetiche che speculano intorno al concetto di «vuoto» e all’estetica del «vuoto». La «sospensione della temporalità» che queste poetiche perseguono e reclamizzano, è una condizione preliminare della praxis poetica. In tal senso la poesia occidentale può, e deve, far propri alcuni assunti di posizione poetica presente negli haiku giapponesi e, conseguentemente, nei tentativi di scrivere haiku occidentali. La sospensione della temporalità è un modo per introdurre una «rottura» della stabilità temporale e introdurci in una condizione di instabilità. Una condizione di disequilibrio che apre un varco nella memoria profonda e consente di riallacciarci alla condizione primaria della nostra psiche, agli «oggetti profondi» (le «posate d’argento» di Tomas Tranströmer) che giacciono e si depositano nel fondo della condizione stabile della nostra coscienza, caratterizzata da quella illusoria credenza nella stabilità e nella continuità spazio temporale della nostra vita quotidiana.

    Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è più nero
    (T.Tranströmer)

    Il nuovo concetto di Tempo di cui Prigogine dà il trionfale annuncio nell’opera From Being to Becoming (1978), ci dice di un «secondo tempo», non più parametro (come nella fisica classica) ma operatore di una descrizione probabilistica, il «tempo interno»; continua Prigogine: «la giustificazione di questo punto di vista sta nell’osservazione che la natura, così come appare intorno a noi, è asimmetrica rispetto al tempo. Tutti noi invecchiamo insieme! e nessuno ha ancora osservato una stella che segua la sequenza principale a rovescio». L’obiettivo polemico è dato dalla critica alla tradizione occidentale «centrata sul tempo» e l’immagine «senza tempo» della fisica classica irretita dal modello platonico della Verità eterna e atemporale. Non a caso la storia della filosofia da Kant ad Whitehead sarebbe segnata dallo sforzo di rimuovere questo ostacolo mediante l’introduzione di un’«altra realtà», il «mondo noumenico», gli «oggetti eterni» etc.. Tuttavia la meccanica quantistica e relatività generale sono portatrici di «una negazione radicale dell’irreversibilità temporale».

    Ora, sta di fatto, che ciascuno di noi nella esistenza quotidiana sperimenta in sé un tempo interno che è diverso dal tempo interno di un altro essere vivente. Il tempo interno quindi è una realtà ontologica che non può essere dimenticata in sede di ontologia, perché ciascuno di noi lo sperimenta quotidianamente, ed esso esiste, pur non esistendo un tempo sovrano e unidimensionale. Il «tempo», per Prigogine, rappresenta il «filo conduttore» che consente di articolare a tutti i livelli le nostre descrizioni dell’universo. resta però oscura la sua origine: «Come potrebbe sorgere da una realtà essenzialmente atemporale questo tempo creatore che costituisce la trama delle nostre vite?».
    Si ripropone così il tema agostiniano del «prima» della Creazione. E il problema della ragion sufficiente dei processi unidirezionali come il tempo in cui viviamo.

    Ecco, io direi che l’haiku ci costringe a riparametrare il nostro «tempo interno» con il «tempo esterno» e a rimodulare la nostra sensibilità nei confronti del «mondo».

    Così è possibile capire come tutti i fenomeni di asimmetria possano essere ricondotti ad una situazione iniziale di simmetria. Agostino può porsi la domanda del perché e del come Dio abbia dall’eternità creato il mondo, in quanto muove dall’assunto della «normalità» della situazione iniziale di simmetria e, conseguentemente, dell’eccezionalità o devianza dell’asimmetria temporale.

  20. antonio sagredo

    “Riguardo la poesia del Borghi devo affermare che si tiene e si mantiene da se stessa e che riesce ad armonizzare teoria scientifica e poesia, realizza quindi un tratto d’unione come una osmosi e se volete quasi simbiosi e ancora meglio metaforizza la teoria in versi e questi la seguono devota”.
    Così scrivevo nel mio primo intervento ma… proprio questi giorni mi è capitato di leggere o rileggere non ricordo un articolo della slavista Carla Solivetti <> pubblicato nella rivista di slavistica> Europa Orientalis<, Salerno 2012, pgg, 350-359, Carla Solivetti è una studiosa che conosce assai bene il poeta russo e in questo suo articolo prende come tema centrale la Poesia e la Scienza, e scrive che Chlebnikov già rivendica va nel 1904 "l'intrinseco legame tra scienza e poesia nel suo itinerario artistico e la priorità di una nuova concezione spazio-temporale, interesse condiviso da tutta l'avanguardia pittorica e letteraria russa nel solco delle conquiste scientifiche dell'inizio del Novecento".
    Dunque è da cancellare il termine "osmosi" nel mio intervento, mentre il termine "simbiosi" la mia memoria l'aveva azzeccato, ma più precisamente si tratta di "METABIOSI": qualcosa m’era restato nella mia mente per antiche letture di circa 45 anni fa, quando lessi la prima volta il magistrale e insuperato saggio del maestro A. M. Ripellino proprio su Chlebnikov. (Poesie di Chlebnikov, Torino, Einaudi 1968).
    Scrive La Solivetti che Chlebnikov “partendo dalla simbiosi, dove la relazione interspecie si verifica sempre nello stesso tempi in uno spazio prossimo e nella sua varietà si può ridurre a tre tipi di rapporti – utilità, neutralità e danno – Chlebnikov arriva per analogia alla metabiosi quale efficace interspecie…”
    Gentile Borghi, per essere brevi devi darmi il Tuo indirizzo postale poi che soltanto leggendo l’articolo (che Ti invierò in fotocopia) della collega puoi renderTi conto meglio… commentarlo in blog richiederebbe più pagine. Altri sono stati gli slavisti che si son occupati del poeta russo come Paolo Nori, di cui ignoro con quale risultato.
    Antonio sgaredo

  21. Pingback: Pier Luigi Bacchini POESIE SCELTE con una poesia dedicata di Claudio Borghi, un suo Appunto critico e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa | L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

  22. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Non perdetevi i commenti,piccole lezioni e grandi rimandi .Grazie.
    Bellissimo!

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