POESIE SCELTE del poeta indiano Vivek Tandon (1959) che vive a Calcutta, traduzione di Gabriella Kuferzin – “La forza della lingua inglese a macchia di leopardo” “L’inglese indianizzato di Vivek Tandon” Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa [Prima traduzione in italiano]

città Historische Halle mit Cloud Cities, Foto © Friedhelm Denkeler 2011.

Vivek Tandon è l’autore di Climbing the Spiral (poesie), pubblicato sotto la guida di Nissim Ezekiel e Dom Moraes.  Il suo libro Mappa di Mumbai di un cieco, un thriller per lettori dai 10 anni in su, è stato pubblicato da Scholastic India. L’autore premio Booker Prize Roddy Doyle (Paddy Clarke ah ah ah!) dice: “mi è piaciuto molto … La città, come luogo, come un mix, come una cosa caotica ma gloriosa, era molto ben descritta. E mi è piaciuto il finale. “

La sua opera teatrale Lo yoga del sesso, del matrimonio e dell’amore ha vinto il premio Wallace Charles. Vivek è stato selezionato dal Royal Court Theatre come drammaturgo per il loro prestigioso International Residency Programme a Londra.

Ha lavorato come attore a Mumbai, a Prithvi, NCPA Experimental ed in altri teatri, e canta con il famoso coro Paranjoti di Mumbai. Attualmente Vivek sta lavorando ad una sceneggiatura per un film così importante che forse non si farà mai…

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ho conosciuto Vivek Tandon durante un incontro di poesia internazionale che si è tenuto a Calcutta il mese di gennaio del 2016, in uno scalcinato Hotel al centro di Calcutta, dove erano convenuti tantissimi poeti dell’India e dei paesi limitrofi oltre a una poetessa israeliana. Ero in compagnia di Steven Grieco-Rathgeb. Con grande fatica tentavo di capire il loro modo di parlare l’inglese così ricco di accenti e di suggestioni locali. Mi colpiva molto il loro modo di mangiare con le mani, tipico dei musulmani, e la magnifica sporcizia dappertutto, sontuosa e regale, compresi i piccoli scarafaggi della stanza e le scimmie che si arrampicavano fino al quinto piano dove ero alloggiato e che andavano a caccia della biancheria intima. Steven mi avvertì subito di non stendere le mutande di fuori al balcone perché me le avrebbero portate via le scimmie, evidentemente ghiotte di tali indumenti. Vivek parlava ad una velocità eccezionale, fermandosi di quando in quando come arrestato dalla Wehrmacht, e poi riprendeva il suo fiume di parole. Io oscillavo tramortito. E non si capacitava che non riuscissi a seguirlo a quella velocità infernale. Un giorno, mi porge delle sue poesie in inglese (misto a dialetto punjab) ed io ne rimango folgorato. Quella rapidità del suo eloquio era la medesima rapidità delle sue poesie. Velocissime, a zig zag, che andavano per frammenti, per interruzioni, claudicanti, stralunate, briose, bizzose, ariose che andavano a strappi e a inconseguenze semantiche e sintattiche. Ne restai folgorato, le diedi a Steven Grieco Rathgeb il quale assentì, dicendo che era incredibile come questo modo di scrivere oggi in auge nell’Occidente più evoluto e colto fosse presente anche lì, a Calcutta. Così mi presi la briga di farlo conoscere al pubblico italiano, e, tramite Flavio Almerighi, ho chiesto di farle tradurre da Gabriella Kuferzin. Il risultato mi sembra eccellente, anche per via della sontuosa difficoltà a tradurre un tipo di poesia intimamente intrisa di dialetto punjab e così scombiccherata da far venire i brividi di allergia. Per una poesia, l’ultima, mi sono cimentato io nella traduzione che, spero, i cultori dell’eloquio inglese mi perdoneranno.

Vivek è un poeta sui generis, non è affatto sperimentale come lo intendiamo noi in Italia, è semplicemente originale, ma non è la ricerca dell’originalità che lo fa poeta quanto il suo modo di essere indiano del Punjab nella lingua inglese; di qui le striature e le fenditure impresse alla lingua inglese e quell’ironia tipicamente indiana con tanto di deismo indiano. Si fa evidente qui la forza impressionante della lingua inglese, capace di adattarsi ai continenti più dissimili, il suo comportamento a macchia di leopardo, il suo sopravvivere a se stessa in ogni parte del mondo. La forza della poesia di Vivek Tandon è la forza del suo inglese indianizzato. A suo cospetto i tentativi di apparire originali degli autori italiani sa tanto di muffa di sagrestia e di chierichetti. La forza di una lingua non la può inventare un poeta, ma è la lingua stessa che ha quella forza, un poeta può al massimo prenderla in prestito.

Penso ai timidi tentativi dei parolieri italiani che tentano di fare poesia a far luogo dalla poesia edulcorata di un Sandro Penna o dallo sperimentalismo telefonato di un Edoardo Cacciatore.

Sono dell’idea che dopo questa lettura dovremmo rivedere i nostri mini canoni e i nostri mini calcoli poetici.

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Vivek Tandon 11 sett. 2015

Poesie di Vivek Tandon

 Lungvaje, Chapter I

(With Appalgies to my rispactdd P’raantan)

i.
when i was little
i knew the meaning of ‘Sone peh Suhaaga’.
Only, i thought the actual words were,
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Once, visting raltvvs in chandigarh
They sat me in an armchair
For their afternoon’s antertainmant;
Gathering around me, they said
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, I taell you! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
O g’rantee ji … 100%. 120%. 200%!
TWO HANDRED PERCANT JI!”

iv.
“The three most frightening words in any language”,
said the Tamilian,
he heard when he went to a Punjabi frand’s house:
“Kha puttar; kha!”

Lungvaje, Capitolo I
(Con delle scuse al mio rispettabile P’raantan)

i.
quando ero piccolo
conoscevo il significato di ‘Sone peh Suhaaga’.
Solo pensavo che le parole esatte fossero
‘Sone peh Suhaagraat’.

ii.
Una volta, facendo visita a raltvvs a chandigarh
Mi hanno fatto sedere su di una poltrona
Per il loro divertimento pomeridiano;
Radunandosi intorno a me, dissero:
‘Chal! Hun Punjabi’ch gal karr’

iii.
ik Sampll:
“Oi vhutt! Ainvi!? Aahon, horrr… teh main kya …
Teh, ti dico! Oi!! Lae,
Bhencho! Ab baas karr!
Soun, smbhaall ke chalio,
Khyall rakhiyo, Bai Gaad!
Ti garantisco … 100%. 120%. 200%!
DUECENTO PER CENTO JI!”

iv.
“Le tre parole più spaventose in ogni lingua”
Disse il Tamil
Le ha sentite quando andò a casa di un amico Punjabi:
“Kha puttar; kha!”

v.
In the Paranjoti Choir, we sing
Brahms GERMAN REQUIEM:
Beethoven’s 9th
Handel.
The bawas and macs
think, I think
That I do the Germanic power rather well.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Inspiration suddenly struck me.
When asked, “parlez vous francais”?
“If cursse! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Off course!

But I injaay fake Pnjaabi
More than fake franch!

vii.
Ammaji would tell earthy, hearty tales,
Slapping her thigh and going, “Horrrr!”
Sis told her what that meant in English.
Ammaji hooted,
thwacked her thigh harder than ever
and ever after
said “Horrrr”
louder and longer than ever …

viii.
ji
i injaay speaking Pnnjabbi:

v.
Nel coro Paranjoti, cantiamo
Brahms GERMAN REQUIEM:
La Nona di Beethoven
Handel.
I bawas ed i macs
Penso, io penso
Che faccio abbastanza bene il potere germanico.
Unnanoo ki patta – Pnjaabi puttarr da paawrrr …
ROTTI! :D!

vi.
Improvvisamente mi colpì l’ispirazione
Quando mi chiesero: “parlez vous francais”?
“Ma certo! Dafnitivment! Mais oui, vraiment, bien sur – seulement, d’un peu de la francais. Sans doute, d’accord! Veritevement, pardonnez moi?,
Peut-etre, un interesent combination de doute,
pas de deux, definetivement!
Alors! Absolutement!
Certamente!

Ma io injaay un falso Pnjaabi
Più di un falso francese!

vii.
Ammaji raccontava storie terrene, calorose,
Battendosi la coscia e dicendo “Horrrr!”
Sis le ha detto cosa significava in inglese.
Ammaji fischiò
Si batté sulla coscia più forte che mai
E mai
Disse “Horrrr!”
Più forte e più a lungo che mai…

yaane ke – fake pnjabbi.
(Yanni ki, fakeney laik)
I injaay pulling my ma-derr-tang …
Even though I’m not a – tppkill Pnjaabbi:
I haave no Pnjaabi krakterristiks ixcapt
mebbe ke Pnjaabis rush in
vheare angells fear to tradd.
(Aff korse some pnjaabbis vill say thatt
krakterstik I have is ke
Fools rush in vhere Pnjabbis fear to trad.
Chal chadd…)
But hai! I injaay speaking Pnnjaabi-Shunjaabbi.
It puts me in touch with my ROOTTAN!*

* [n.d.t. impossibile tradurre
inglese misto a lingua Punjabi, incomprensibile per il traduttore]
Whatsapp to white girl who liked me

Clear light eyes
Like clean open sky
Inviting me to fly
As long as my heart too
Is clean, open like the skies

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.

Whatsapp ad una ragazza Bianca a cui piacevo

Occhi chiari e luminosi
Come cielo aperto e pulito
Mi invitano a volare
Finché anche il mio cuore
È pulito, aperto come I cieli.

Achha now laet uss gett back
to fake angreji.
(?)

Vivek Tandon foto

Vivek Tandon, 2015

Language, Chapter II * Sanskriti = “Culture” in Hindi

Long ago,
nestled in Sanskrit, and Sanskriti,*
on the lower slopes of a White Himalayan Heaven
(snow, clouds, Gods),
We lolled like Gods-in-Waiting,
in gardens rolling with green ornamentation, flowers,
poetry, conceits,
snow-white reflections, and fantasies:
Celebrating our riches in gated communities
Of language, thought, proximity to the Gods,
goodwill, caring for each other,
For our common children:
Rolling with arabesques down centuries, millenia
Lolling, like Gods-in-Waiting, in gardens
Separating our riches
Of metaphor, of humour, of song,
Of four-letter-words, like ‘Love’,
nestled in this, our language, our High Culture
On the lower slopes of a Western-White Heaven …

Fuck man!

Lingua, capitolo II * Sanskriti = “Cultura” in Hindi

Molto tempo fa
annidato nel Sanscrito, e nel Sanskriti *
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano
(neve, nubi, Dei),
Ci stendevamo come Dei-in-Attesa,
in giardini ondeggianti di verdi ornamenti, fiori,
poesia, concetti,
riflessi nivei, e fantasie:
Celebrando le nostre ricchezze in comunità cintate
Di lingua, pensiero, prossimità agli Dei,
Benevolenza, cura gli uni per gli altri,
Per i nostri figli comuni:
Ondeggianti di arabeschi lungo i secoli, i millenni
Stesi, come Dei-in-Attesa, in giardini
Separando le nostre ricchezze
Di metafora, di umorismo, di canto,
Di parole a quattro lettere, come ‘Love’,
Annidate in tutto ciò, la nostra lingua, la nostra Elevata Cultura
sui versanti inferiori di un Bianco Paradiso Himalayano…

Vaffanculo!

Night

The joint family gathers for the day’s final feast: sleep.
The charpais are brought out into the cool, starry courtyard.
Bodies are splayed against their latticed, open ropework.
The men rub hairy paunches and, with their wives, loudly discuss
Business, neighbours, servants, children, holy men, each other.
The children dodge and duck around the charpais.

After the hot day, no-one wants to let go of the coolness:
so there is general, sleepy, resistance to sleep.
Conversations, and reveries, are artificially prolonged.

They are reluctantly abandoned, one by one, as each man is overcome
by the ripening of sleep, which bursts and floods the mind
with rich, pleasurably cleansing juices.
Finally the last, sporadic, conversation limps into
monologue, occasionally interrupting the crickets.
Soon there is only breathing and snores,
broken by now a creak, now a clatter of bangle.
The night moves on: cool, lazy, yet precise with stars.

.
Notte

La famiglia riunita si raccoglie per l’ultima festa del giorno: il sonno.
Si portano fuori le brande nel fresco cortile stellato.
I corpi si stendono sulle reti di corda intrecciata.
Gli uomini si grattano pance pelose e, con le mogli, discutono ad alta voce
Di affari, vicini, servi, bambini, santi.
I bambini giocano a nascondino intorno alle brande.

Dopo la calda giornata, nessuno vuole perdersi il fresco:
Così c’è una generale, assonnata, resistenza al sonno.
Le conversazioni, e le fantasticherie sono artificialmente prolungate.

Ad uno ad uno si abbandonano, quando ogni uomo è sopraffatto
Dal maturarsi del sonno, che scoppia e allaga la mente
Con succhi ricchi e piacevolmente purificanti.
Alla fine, l’ultima, sporadica, conversazione scivola in un
Monologo, interrotto di quando in quando dai grilli.
Presto si sente solo respirare e russare,
Intervallati da cigolii e clangore di bracciali.
La notte prosegue: fresca, pigra ma accurata di stelle.
steven grieco piccioni sul terrazzoLa traduzione di questa poesia è di Francesca Diano

I HAD TO RE-READ THE WHOLE
FUCKING PLAY TO WRITE THIS POEM

.
(1st draft)

.
Is it only me?
OK: I googled, and it is only me….
For me, ‘Romeo and Juliet’ is not about love:
But about a dangerous phantom of love.
A parable about a deadly parabola of the hyperbole of love
And what it can do to a couple of innocents.
It’s
about a heaving arch – arc – of hot poisonous air
embracing the hapless millions
only to scythe them down.

(BTW both my therapists –
And that one on CNN too –
said that this ‘love’
Is the modern age’s greatest sickness:
a modern superstition; creation myth.
A modern religion;
demanding a modern obeisance, and reverence.
Though they didn’t quite get what I said about ‘Romeo
and Juliet’.)

Oh, the
Fatal
Deceptively shiny
parabola of
heavens…

Was Shakespeare
one of those hapless millions?

Or was he just the one who wrote them a prescription:
so subtle,
the medicine, wielded so
Powerfully-fine,
that it grew the poison it was supposed to kill.
Turning an illness
into THE epidemic
Of the modern age.
Yup! I think that about sums up
The story of the modern age.
The age of
Romeo, Juliet, and me.

.
HO DOVUTO RILEGGERE L’INTERA FOTTUTA COMMEDIA

PER SCRIVERE QUESTA POESIA

(Prima bozza)
Sono solo io?     (cioè si chiede se è solo lui che la pensa così)
Ok: ho cercato su Google, e sono solo io.
Per me, “Romeo e Giulietta” non parla d’amore:
Ma di  una pericolosa illusione dell’amore.
Una parabola su una parabola mortale dell’iperbole dell’amore
E su cosa può fare ad una coppia di innocenti.
È  un arco che si leva – arcata – di aria calda velenosa
Che abbraccia milioni di infelici
Solo per poi falciarli.
(cmq sia il mio terapista –
che quello della CNN –
Hanno detto che questo “amore”
È la più grande malattia dell’età moderna:
Una superstizione moderna; mito della creazione.
Una religione moderna;
Che richiede una moderna obbedienza e reverenza.
Benché non abbiano capito cosa ho detto a proposito di ” Romeo
E Giulietta ‘.)

Oh, la
Fatale
Ingannevolmente luccicante
Parabola del
Cielo…

Era Shakespeare
Uno di quei milioni di sventurati?
O era solo quello che ha scritto per loro  una ricetta:
Così astuta,
la medicina, somministrata con
tale potente finezza
da alimentare il veleno che avrebbe dovuto uccidere.
Trasformando una malattia
Ne L’epidemia 
Dell’età moderna.
Sì! Penso che questo riassuma
La storia dell’età moderna.
L’ età di
Giulietta, Romeo, e mia.

Gabriella Kuferzin è nata a Trieste nel 1964. Di madrelingua slovena, si è sono trasferita a Cittadella (PD) all’età di sei anni e ha studiato lingue straniere all’Università di Venezia. Insegna Inglese alla Scuola Secondaria Inferiore di Cittadella. Ama l’arte in tutte le sue forme che tende a sperimentare quando e come può. Dopo anni di depressione la poesia l’ha aiutata a trovare una dimensione e a tentare di capire se stessa.

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33 risposte a “POESIE SCELTE del poeta indiano Vivek Tandon (1959) che vive a Calcutta, traduzione di Gabriella Kuferzin – “La forza della lingua inglese a macchia di leopardo” “L’inglese indianizzato di Vivek Tandon” Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa [Prima traduzione in italiano]

  1. Grazie Guglielmo Aprile per la tua testimonianza, e grazie ai tre poeti di lingua inglese: John Taylor, Timothy Houghton e Vivek Tandon tanto distanti eppure tutti così interessanti. Ho voluto calare il tris di assi che tenevo in conserva per mostrare che qualcosa si muove nel mondo di lingua inglese. La poetica della «fragmentation» come è stata definita da Salman Rushdie nel 1981, nel frattempo ha preso piede sia nel romanzo che nella poesia. Eppure, nella poesia italiana sembra di avere nominato un dio Moloch del negativo! – Credetemi, la «fragmentation» sarà la scrittura del futuro della poesia mondiale, la poesia ha bisogno di una scrittura nervosa, scattante, dinamica che sappia utilizzare il serbatoio del parlato, quello della punteggiatura e la paratassi. È ormai tempo che anche la poesia italiana si avvii verso una nuova strada. Credetemi, non c’è motivo di avere timore dei cambiamenti, il mondo corre veloce sui binari della storia e la poesia non può andare al passo della tartaruga…

    • Guglielmo aprile

      Gli autori presentati nel blog, pur nelle naturali differenze reciproche, indicano quale può essere la direzione verso cui la corrente si stia orientando, magari in termini non ancora pienamente consapevoli. Ciò ovviamente non costituisce alcun obbligo a ‘scrivere come loro’, ma é semmai un invito a un tipo di lettura dialettica, aperta al confronto, che presupponga che la conquista di una identità poetica propria non possa fare a meno di passare per un faccia a faccia con le soluzioni acquisite da altri. Innegabile é che il punto di partenza comune coincida con la.crisi dei fondamenti e con l’impossibilità di un abbraccio linguistico onnicomprensivo del reale, che impone anche allo stile di adeguarsi alla disintegrazione e alla frammentazione delle esperienze. Credo che per crescere e maturare una propria originalità, sia utile quindi a ogni autore deporre supponenze e idiosincrasie aprioristiche, per essere disponibili ad accogliere, con rispetto e quasi con umiltà, i molti tesori affioranti dallo studio privo di pregiudizi dei tanti e cosi vari testi che ancora non si conoscono, immenso patrimonio che sembra aspettare solo di essere finalmente esplorato. Ancora grazie

      • Salvatore Martino

        Assolutamente condivisibile il pensiero di Guglielmo Aprile, il suo invito alla lettura di questi poeti, una lettura aperta al confronto.. Mi pare un po’ meno condivisibile il discorso vagamente “fondamentalista” di Linguaglossa per il quale ormai pare che non esista altro che il verbo del frammento. Mi siedo sulla riva del fiume e aspetto: quale cadavere passerà?
        Approfitto di questo spazio per recitare un mio doloroso mea culpa.
        Accostandomi qualche giorno fa ad un commento di De Robertis sopra Timothy Houghton mi sono lasciato andare ad un giudizio perfido e del tutto ingiustificato, quindi falso e sbagliato, su Luigi Fontanella poeta. Forse mosso da antiche incomprensioni e dimenticanze, comunque eplorevole da parte mia. Fontanella è certamente degno di essere trattato in maniera differente. Spero che lui mi legga e accetti le mie scuse, se mai io possa essere scusato. A volte la passionalità gioca cattive indicazioni. Luigi sono a tua disposizione. Il poeta indiano lo leggerò con attenzione in seguito, Salvatore Martino

  2. La linearità, così legata al tempo, anche in poesia deriva dall’identificarsi-con di colui o lei che fa, o scrive, nel tentativo di afferrare, definire o descrivere, qualcosa che in realtà si va compiendo in modo tutt’altro che definitivo, perché in costante cambiamento. L’effetto della percezione non lineare potrebbe essere catastrofico dal punto di vista della personalità, dell’io, ma ci condurrebbe a un diverso realismo, sicuramente meno costrittivo di quello che ci siamo dati societariamente. Ora, io non so se tutto questo sia presente nella poesia di Vivek Tandon, ma ne colgo la felice presenza: freschezza e libertà espressive, gioco contro “l’epidemia dell’età moderna” tra cui l’Amore, irriverenza – così che per tanti convincimenti: “Vaffanculo!” – Capisco che un ricercatore come Giorgio Linguaglossa possa esserne rimasto affascinato, e così anche l’amico Steven Grieco-Rathgeb; tra l’altro, per esserci stato, avverto in queste poesie la baraonda (giudizio del tutto occidentale) di quell’immensa Napoli che è l’India – ovviamente se Napoli fosse una città spirituale e se e se

  3. Ecco, mi dispiace dire – e chiedo perdono se sarò un po’ dura – che questo è il tipico esempio – uno dei tanti – di un indiano che scimmiotta – e malamente – la poesia occidentale e le sue forme. L’India è piena di scrittori e poeti così, fatti con lo stampino. perché da loro va molto di moda. Scrivono in inglese perché ovviamente hanno un uditorio molto più ampio e scrivono di quello che pensano possa attirare un pubblico occidentale. Cattive imitazioni della narrativa e della poesia occidentale, soprattutto americana, con qualche nota di colore locale e una spruzzata di termini in qualche lingua indiana. Poi, se proprio vogliono sfondare, ci attaccano un po’ di sesso e parolacce, che pensano agli occidentali piaccia tanto. Esattamente come in questo caso.
    Sono gli effetti della colonizzazione – del resto si chiama letteratura post-coloniale. La moda della letteratura anglo-indiana che è esplosa circa 10 – 15 anni fa e ancora dura, ma con meno forza, ha fatto molti danni alla diffusione e conoscenza della vera letteratura indiana.
    In India i grandi poeti, scrittori e intellettuali indiani che scrivono in hindi, in bengali, (i bengalesi sono in assoluto i più colti e i più raffinati), in tamil, in kannada, in urdu e anche punjabi, ecc. guardano con pochissima simpatia a questa imitazione modaiola. La vera, la grande letteratura indiana del 900 e contemporanea, che è molto impegnata su temi sociali, ma anche storici, di sentimento, spirituali, mistici e patriottici, da noi arriva pochissimo o non arriva, perché gli editori italiani, nella loro ottusità, pensano non interessi, senza sapere nemmeno di che si tratti. Pubblicano i romanzi degli autori anglo-indiani, che hanno capito come questo sia un filone d’oro anche per i più sprovveduti, perché va di moda e, se anche ce n’è qualcuno di bravo, la maggior parte è robetta.
    Nel caso migliore fanno tradurre da una traduzione inglese, qualche testo famoso. Infatti l’attenzione alla buona letteratura e poesia in lingue indiane nel mondo anglofono è maggiore. Così a volte abbiamo traduzioni di traduzioni, ma senza che questo venga ammesso.

    Ci sono comunque indiani che crescono parlando inglese, studiano in inglese in scuole e università in cui si parla l’inglese e non necessariamente parlano una lingua indiana, o, se la parlano, evitano di farlo in situazioni ufficiali. Poi ci sono indiani che parlano una lingua indiana in cui sono inserite parole in inglese. In genere la rampante high middle class, quella arricchita con lo sviluppo della tecnologia, tende a imitare in tutto e per tutto lo stile di vita occidentale. Magari seguitando però a mangiare il cibo indiano con le mani, che è la tradizione indiana diffusa ovunque, non solo per i musulmani.

    Più interessanti mi sembrano invece i primi testi di Tandon, quelli in cui – pur seguendo lo stile minimalista americano da loro tanto di moda. ne ho letti a bizzeffe di poesie angloindiane così – cerca di riprodurre la parlata anglo-indiana, fatta di angloindiano (che non è esattamente l’inglese UK) misto alla lingua indiana parlata. In questo caso il punjabi, che è una lingua e non un dialetto. Inoltre è interessante il tentativo di riprodurre foneticamente la pronuncia delle parole inglesi.
    Un esempio interessante di rendere la realtà post-coloniale anche nel quotidiano.
    PERO’, se ci si arrischia a tradurre un testo del genere, non si può dire che “è intraducibile perché è incomprensibile per il traduttore”!!
    Si faccia a meno di tradurlo. Oppure si contatti l’autore e gli si chiedano lumi!
    Che roba è?
    Non basta conoscere un po’ di inglese per arrischiarsi a tradurre un testo di una lingua e di un contesto post-coloniale, che è un ibrido e appartiene a una realtà multiculturale complessa. Si DEVE conoscere quella cultura, le sue forme, la tradizione, le ibridazioni, la mentalità, e poi… solo poi, ci si arrischia.
    Tradurre significa prima di tutto conoscere e poi trasporre.
    Oltretutto, in un testo così ci vogliono note esplicative. Quello che arriva al lettore italiano ha poco a che fare con il testo di partenza.
    Alcune cose sono intuibili. Ad esempio, il titolo della I sezione, “Lungvaje”, è la trascrizione fonetica della pronuncia anglo-indiana del termine “language” = lingua, proprio nella sezione in cui si opera l’ibridazione di anglo-indiano e punjabi e se ne rende una versione fonetica. Mentre infatti nella seconda sezione, dove non ci sono ibridazioni linguistiche e trascrizioni fonetiche il titolo è “Language”, cioè nella sua grafia inglese corretta.
    Già questo annulla buona parte del senso che l’autore intendeva.

    Per quanto riguarda i primi versi:

    “Sone peh Suhaaga’.
    Only, i thought the actual words were,
    ‘Sone peh Suhaagraat’.”

    che lascia non tradotte le parole in hindi, “Sone peh Suhaaga’” è il titolo di un famoso film di Bollywood, ma è soprattutto un’espressione idiomatica. Significa letteralmente “aggiungere il bindi da sposa (il bollo rosso sulla fronte delle donne sposate) sull’oro”. E si può tradurre con il nostro “la ciliegina sulla torta”. “Suhaaga” però significa anche “nozze” e può essere sinonimo di “Suhaagraat” che significa “la prima notte di nozze”. L’equivoco sta nel doppio senso della parola Suhaaga, come dire: mettere l’oro sulla prima notte di nozze. Potremmo tradurlo: “la ciliegina sulla torta nuziale.” Anche se così manca l’implicazione sessuale che ci ha messo il poeta.
    E tutto il resto è così.
    A che serve tradurre in questo modo? Per non dire di molto altro.
    Ovviamente, queste note linguistiche le devo a mia figlia Marged, che è indologa e parla correntemente hindi, bengali e urdu e qualcosa di altre lingue capisce.
    Per altre cose su queste traduzioni, Giorgio, preferisco scriverti in privato.
    Ripeto, mi si perdoni, chiedo scusa anche alla traduttrice, ma di fronte a certe cose, perdo un po’ la mia innata pazienza e misura.
    Io, che pure ho vari decenni di esperienza e una non proprio superficiale conoscenza della cultura post-coloniale indiana, (anche se sempre troppo limitata) non mi ci sarei arrischiata senza almeno aver prima contattato l’autore e senza essermi fatta bene spiegare da lui e da qualcuno di esperto.
    Un abbraccio

    • Ha ragione Francesca Diano. Ho lavorato come traduttrice e interprete dal tedesco in campo tecnico-industriale per 6 anni e ho cambiato attività proprio perché tradurre non mi piaceva. Caro Giorgio, ti ho dato una mano con questi testi difficili perché me l’hai chiesta gentilmente ma non lo farò più. Non è il mio mestiere e non ho intenzione di farmi criticare da eccelse conoscitrici della cultura indiana. La prossima volta per favore chiedi aiuto a lei. Non voglio rubare il mestiere a nessuno. Scusa se ti ho fatto fare brutta figura davanti a cotanta saccenza. Pensavo ti servisse solo per un semplice post, non per una pubblicazione a livello nazionale per la quale bisognasse addirittura contattare l’autore. Non mi arrischierò più a tradurre poesia, casomai a scriverla, che mi viene meglio.

      • Gentile Signora Kuferzin, io non potrei mai mettermi a tradurre testi in campo tecnico-industriale perché è un ambito di cui conosco e capisco molto poco, dunque come vede, ognuno ha le sue specializzazioni, ed è giusto che sia così.
        Lei stessa poi dice che tradurre non le piace e che ci ha rinunciato, e invece per tradurre (soprattutto la traduzione letteraria) ci vuole una grande passione e disposizione di carattere, altrimenti, essendo purtroppo in Italia una professione molto poco gratificante a livello economico, si perderebbe presto la voglia. Vorrei fosse chiaro, come ho già anche scritto, che quello che ho detto riguarda la traduzione, non certo la persona, che non conosco. Il mio giudizio è su quella, non sulla persona, a differenza del suo, che usa espressioni sarcastiche come, “cotanta saccenza” e “eccelsa conoscitrice della cultura indiana”.
        Sì, questo delle microlingue, delle culture postcoloniali, è un ambito specialistico, come era il suo in campo industriale e qui ci sono persone che lo conoscono anche meglio di me, come Lucio Mayoor Tosi o Steven Grieco Rathgeb.
        Tuttavia, se qualcuno critica a ragion veduta un mio lavoro e mi dimostra dove e perché ho sbagliato, non solo non mi risento o penso di non avere intenzione di farmi criticare, ma sono invece grata a chi mi ha aiutato a migliorarmi e a capire dove sbagliavo.
        Poi non penserà davvero che le mie osservazioni nascano dal timore che lei o chiunque altro possa “rubarmi il mestiere”! Ma via! Teniamo i piedi per terra. Nessuno può toglierci la nostra esperienza o le nostre conoscenze. Quello che non è materiale non ce lo può togliere proprio nessuno.
        Nascono dal fatto che la mia professione è quella di traduttrice letteraria da oltre 35 anni, oltre che consulente letteraria e proprio per deformazione professionale, se vedo che qualcosa non va, mi salta agli occhi immediatamente e mi mette a disagio. Sì, proprio provo disagio. Anche per l’autore stesso, che viene travisato e diventa incomprensibile.
        Lei dice che pensava che il suo lavoro servisse solo per “un semplice post”. Ma questa è una rivista letteraria, dove ogni post è esposto alla lettura di migliaia di persone, che sono libere di esprimere la propria opinione educatamente (o così dovrebbe essere) su quello che leggono. Sa quante critiche ricevono la maggior parte dei testi proposti? Esporre ciò che facciamo in pubblico espone sempre e comunque a questo rischio ed è naturale e anche positivo, in fondo, che sia così. Sempre però, se esistono motivi validi per farlo.
        E non mi è parso che le mie osservazioni fossero campate per aria.
        Volevo anche dirle, se non lo sa, che quando un traduttore letterario consegna un lavoro a un editore, anche se è un traduttore espertissimo e di nome, comunque la traduzione viene affidata a un revisore, per controllare che non ci siano sviste o errori e in modo che il lavoro finale sia al meglio. Quando questo accade, il traduttore discute col revisore per difendere eventuali scelte se è il caso che il revisore stesso non abbia capito, oppure per fare modifiche e correzioni se il traduttore ha commesso un errore o una svista. E le si accettano. Senza per questo sentirsi offesi o sminuiti.

        Volevo farle anche sapere che ieri ho dedicato molto del mio tempo – sottraendolo al lavoro che sto facendo – per rivedere l’intera traduzione – per mia curiosità non per altro – e ho mandato a Giorgio tutte le osservazioni della revisione. Ce ne sono infatti molte altre. Lui mi aveva suggerito di pubblicarle, per rendere il testo più comprensibile al lettore. Io invece, sa che ho fatto? Ho detto di no. Perché mi sarebbe parso un accanirmi. Perché mi sarebbe parso poco delicato nei suoi confronti. Per non peggiorare la situazione.
        Io credo di aver usato sempre toni molto gentili, pur dovendo dire cose che – anche se obiettive – per lei possono essere state spiacevoli e mi pare di aver mantenuto un rispetto nei suoi confronti (dato che il mio discorso era solo e unicamente volto a questa traduzione) che lei non ha avuto nei miei. Tuttavia, come ho già scritto in ben due commenti, mi scuso se questo le ha creato disagio. Ma lo rifarei per onestà intellettuale e per rispetto al nobilissimo lavoro che è una traduzione letteraria.
        Le auguro, e lo faccio sinceramente, mi creda, ogni bene.

      • gabriele fratini

        “Scender al centro oscuro
        forse fia facil opra
        ma quanto, ahi quanto è duro
        indi poggiar poi sopra.
        Sol lice alle grand’alme
        tentar sì dubbie palme”…
        direbbe la Diano se fosse un personaggio di un melodramma di Rinuccini.

        Ohibò ohibò ohibò… mi era sfuggita questa ennesima inutile ma gustosissima polemica letteraria. Ma sotto ferragosto c’è poco lavoro e più tempo per rileggere gli arretrati.
        Gentile Gabriella mi scuso con lei se noi ombrosi ombriani riusciamo spesso a offendere chiunque si affacci in questi inferi dell’anima anche su espresso invito del Fondatore. Non è carino. Personalmente la ringrazio per la sua traduzione che è pur sempre un mezzo per giungere all’autore. E ringrazio anche tutti gli ombriani per regalarmi ancor di queste perle.
        A proposito, la citazione è tratta dal primo melodramma della storia (così considerato), l’Euridice di Jacopo Peri- Ottavio Rinuccini, capolavoro del 1600 partorito direttamente dalla Camerata de’ Bardi per omaggiare il matrimonio tra Maria de’ Medici e il re di Francia, che consiglio a tutti di ascoltare per rilassarsi i nervi.
        Buon Ferragosto!

  4. Ringrazio Francesca Diano per aver offerto strumenti per poter meglio indagare su questo poeta. Capirete, son poche poesie.
    Ma che ne dice di questi versi o, se preferisce, di questa traduzione??

    Ad uno ad uno si abbandonano, quando ogni uomo è sopraffatto
    Dal maturarsi del sonno, che scoppia e allaga la mente
    Con succhi ricchi e piacevolmente purificanti.
    Alla fine, l’ultima, sporadica, conversazione scivola in un
    Monologo, interrotto di quando in quando dai grilli.
    Presto si sente solo respirare e russare,
    Intervallati da cigolii e clangore di bracciali.
    La notte prosegue: fresca, pigra ma accurata di stelle.

    • Caro Lucio, ma certamente, infatti io mi riferivo soprattutto alla prima sezione. Qui l’inglese è molto comprensibile ed è una buona traduzione di certo, anche se
      “They are reluctantly abandoned” non è riferito agli uomini, ma alle conversazioni (ad una ad una vengono abbandonate) e
      “blimps into monologue, occasionally interrupting the crickets” è il monologo che interrompe di tanto in tanto i grilli e non viceversa.
      Inoltre i braccialetti non producono un clangore (clatter) , ma un tintinnio.

      Del resto l’esperienza ce la facciamo tutti facendo errori, no?

  5. Cara Francesca,
    fermo restando tutto quello che scrivi a proposito della traduzione, io penso che bisogna essere grati alla traduttrice per lo sforzo compiuto, non era facile tradurre questo poeta indiano che adotta un linguaggio così denso di sottofondi linguistici da risultare impresa rischiosa. È la prima traduzione in italiano. È un tentativo. Sai, qui da noi ci sono poeti circonfusi di avvenenza come Franco Buffoni che traducono allegramente un premio Nobel come Tomas Traströmer dall’inglese spacciandocelo per traduzione dalla lingua originale. Esempi di malcostume abbondano qui da noi. Tutto sommato Gabriella Kuferzin ha tentato, onestamente, una traduzione da un inglese ibridato come quello di Vivek Tandon, se il risultato non è stato eccellente, ha almeno tentato. E questo è anche l’ufficio di una rivista telematica come l’Ombra, dare delle indicazioni, delle suggestioni…
    Quanto al valore in sé della poesia di Vivek Tandon, convengo con te che una certa occidentalizzazione veloce dell’India abbia portato anche queste conseguenze discutibili, intendo una patina di occidentalizzazione, di scrittura veloce, diciamo pure di una americanizzazione alla beat generation. Tutto questo è comprensibile e facilmente individuabile nella poesia di Vivek Tandon, tuttavia mi piace quel suo rischiare, in un inglese ibridato con la lingua punjab, di scrivere poesia moderna; certo, è un moderno che sa di modernariato, di facile accesso. Ma non dimentichiamo che anche l’inglese di uno dei massimi scrittori del mondo, l’indiano Salman Rushdie è una lingua ibrida. L’inglese ha questa capacità camaleontica di adattarsi a tutte le latitudini e a tutte le longitudini. È la sua forza.
    Ovviamente, l’italiano ha altre caratteristiche. Un poeta italiano che voglia fare poesia nella sua lingua non deve scimmiottare l’inglese di Vivek Tandon, dovrebbe però essere in grado di comprendere che ci sono operazioni che nella sua lingua si possono fare e altre che non si possono fare, perché la lingua non glielo consente.
    Del resto, ecco le mie precise parole, dove mi guardo bene dal dare etichette di grande poeta a Vivek Tandon:

    « Si fa evidente qui la forza impressionante della lingua inglese, capace di adattarsi ai continenti più dissimili, il suo comportamento a macchia di leopardo, il suo sopravvivere a se stessa in ogni parte del mondo. La forza della poesia di Vivek Tandon è la forza del suo inglese indianizzato. A suo cospetto i tentativi di apparire originali degli autori italiani sa tanto di muffa di sagrestia e di chierichetti. La forza di una lingua non la può inventare un poeta, ma è la lingua stessa che ha quella forza, un poeta può al massimo prenderla in prestito ».

    • Giorgio caro, mi preme precisare che sono stata la prima, anni fa, a chiedere pubblicamente a Buffoni se conoscesse lo svedese e se le sue traduzioni da Transtromer fossero da quella lingua, dato che non lo specificava. E su questo non ho ricevuto risposta precisa.
      Si può tradurre da una traduzione, certo, l’hanno fatto fior fiore di poeti e traduttori nei secoli. Basta dirlo per correttezza.
      Passando a quanto dici sulla traduzione della prima parte di questi testi, mi dispiace ma proprio non posso essere d’accordo. Non ci si cimenta con qualcosa che si sa di non poter affrontare o per cui non si hanno gli strumenti. E’ come se uno al secondo anno di pianoforte si mettesse a suonare in pubblico le variazioni Goldbderg e poi lo si scusasse dicendo che era un tentativo. E poi, che significa che questo poeta non era mai stato tradotto? La cosa lo rende più difficile? Perché non si possono andare a consultare traduzioni già fatte se non si capisce qualcosa?
      Del resto, perché non avere l’umiltà di dire: non so farlo?
      Io stessa so che certe cose non sono in grado di farle, perché non ho la conoscenza sufficiente e o non le affronto, o se mi interessano molto, mi metto a studiare finché ho gli strumenti.
      Per tradurre Harpur mi ci sono voluti anni di studio sui mistici medievali, sul primo cristianesimo irlandese, sulla genesi del Libro di Kells e la miniatura irlandese dell’epoca. Altrimenti sai che svarioni! E infatti ho aspettato 6 anni prima di pubblicarne qualcosa.
      Lo stesso per la narrativa angloindiana o il folklore irlandese. Decenni.
      Va benissimo che l’Ombra dia delle suggestioni e in effetti lo hai fatto molto bene con questo poeta, ma se poi chi legge può farlo solo attraverso una non-traduzione, non è utile.
      Non voglio essere pedante, ma non basta la buona volontà. Ci vuole la consapevolezza che si sta portando nella propria lingua un mondo e una cultura e, anche se l’autore magari non è eccelso, però merita rispetto. Del resto non era così impossibile rendere, per quanto non sia possibile eguagliare le stratificazioni e le commistioni (noi potremmo farlo mescolando lingua e dialetto forse, ma non con le stesse implicazioni culturali) quell’ultima strofa non tradotta. Basta pronunciarne a voce alta le parole e si capisce l’assonanza con parole inglesi e soprattutto conoscere il modo in cui viene pronunciato l’inglese da un parlante indiano
      .
      Eccola qui:
      yaane ke – fake pnjabbi.
      (Yanni ki, fakeney laik)
      I injaay pulling my ma-derr-tang …
      Even though I’m not a – tppkill Pnjaabbi:
      I haave no Pnjaabi krakterristiks ixcapt
      mebbe ke Pnjaabis rush in
      vheare angells fear to tradd.
      (Aff korse some pnjaabbis vill say thatt
      krakterstik I have is ke
      Fools rush in vhere Pnjabbis fear to trad.
      Chal chadd…)
      But hai! I injaay speaking Pnnjaabi-Shunjaabbi.
      It puts me in touch with my ROOTTAN!

      Yankee – falso Punjabi
      Mi piace strattonare la lingua materna [ qui gioca col doppio senso di to pull one’s leg, prendere in giro ]
      Anche se non sono un punjabi tipico:
      non ho caratteristiche punjabi eccetto
      forse quell’accorrere da punjabi
      dove gli angeli temono di mettere piede.
      (Naturalmente alcuni punjabi diranno che
      La caratteristica che ho è quella
      Dei pazzi che accorrono dove i punjabi temono di mettere piede.
      Chal chadd…)
      Ma ehi! Mi piace parlare punjabi – rifiutabi [to shun in inglese significa rifiutare, evitare. Shunjabi Implica la perdita e il rifiuto della madre-lingua ]
      Mi mette in contatto con le mie RADICI!

      PS ho messo fra parentesi quadre le annotazioni.

      Come l’Ombra ha la bellissima caratteristica di dare ampia libertà di discussione sui testi, deve darla anche sulle traduzioni dei testi che se non sono accurate va detto, proprio per mantenere alto il livello di questa rivista. Su questo, penso, sarai d’accordo.
      Quello che ho detto non deve scoraggiare la traduttrice, anzi. Spero che le sia utile e la stimoli, come sono state utili a me le lavate di testa dei grandi traduttori da cui ho imparato. Affronti quel che sa di essere in grado di affrontare, se non sa qualcosa e desidera cimentarsi allora studi, faccia ricerca, si documenti, contatti l’autore se è vivo. Non pubblichi mai nulla che non sia il meglio assoluto di quello che può fare, non si accontenti (parlo di traduzione ovviamente). Nonostante questo errori se ne fanno. Io ne faccio tanti. Ma un errore ogni tanto è accettabile e insegna.

  6. Giuseppe Talia

    Ogni giorno scopro qualcosa di Francesca Diano che mi lascia piacevolmente stupito circa la sua grande cultura e sensibilità. Grazie Francesca.
    Condivido, anche se non sono uno specialista, la prima parte del suo commento circa la poesia di massa di autori indiani che cavalcano un modello fatto di innesti con l’inglese e una qualche lingua o dialetto del loro Paese.
    Ripeto, non sono uno specialista in merito, ma anche le traduzioni sono un po’, come dire, raffazzonate (?). Con tutto il rispetto per la traduttrice.
    Dall’autore mi sarei aspettato una poesia indiana e non occidentale.

    Però, Giorgio, non è possibile che si affermi che dobbiamo tutti frantumarci, frammentarci, scoppiare e ricomporci, perché questo tipo di poesia è la nuova frontiera del modo di scrivere. Io non sono mai per le scuole e questo indirizzo mi sembra vada verso questa presunta direzione.
    Gli autori dell’Ombra e dell’antologia “Come è finita la guerra di Troia…” credo abbiano ormai affinato il loro modo di scrivere e parecchi hanno definito la loro poetica. Giusta o sbagliata, efficace o superficiale che sia. Ad ogni modo, come si dice, chi vivrà vedrà. Di crescere c’è sempre tempo.

    • Grazie, veramente molto generoso! Troppo.

      • Salvatore Martino

        Di fronte a questa straordinaria Lectio magistralis di Francesca Diano non si può che applaudire, riflettere in silenzio, e religiosamente studiare quello che scivola in questo mini saggio. Grazie davvero Francesca, Un gigante! Anche se non siamo d’accordo sui poeti statunitensi. Mamma Mia quanto sei brava, più di quanto già pensassi.
        L’impossibilità della frantumazione come afferma Talia mi trova perfettamente d’accordo, come l’inutilità delle scuole a priori. Anche io ho già detto che mi siedo ad aspettare.E ribadisco la banalità dei vari Taylor, Houghton et similia, che nulla hanno a che fare con William Carlos Williams

        • Be’ Salvatore, ma quale gigante! Ma dai… si tratta solo di esperienza e studio. E forse questa deformazione che ormai ho a insegnare (ma non a fare la lezione! ci mancherebbe, ahahah)
          Però devo dire che, nel tradurre questa prima parte del testo, mi si è improvvisamente aperto uno spiraglio di maggiore comprensione. Perché tradurre produce questo effetto: si capisce anche quello che una lettura pur attenta non sa dare.
          Aggiungo, per chiarezza, questi ultimi versi della prima parte di “Lungvaje, Chapter I” che mi sono dimenticata di aggiungere prima, quando parla del whatsapp che ha mandato alla ragazza bianca e che qui, come altri, non sono stati tradotti:
          Achha now laet uss gett back (achha significa va bene, ok)
          to fake angreji. (angreji è il modo in cui chiamano l’angloindiano)

          “Ok, adesso torniamo
          al falso inglese”
          Cioè quello che sta dicendo, è che qualunque lingua parli, è sempre “fake”, falsa. Persino la lingua madre, il punjabi, è falsa. Ed è questo il succo, il frutto del colonialismo. L’India ha una cultura propria ancora fortissima e viva, ma che il veloce arricchimento e l’enorme sviluppo della tecnologia mettono in crisi. Hanno i migliori ingegneri spaziali, i migliori fisici e matematici, un’industrializzazione in continuo sviluppo (qui in Europa non sappiamo nemmeno più che significhi) compagnie all’avanguardia, economisti eccezionali, un’alta borghesia ricca e occidentalizzata, ma tutto questo convive ancora con matrimoni combinati, l’esistenza delle caste a livello psicologico, la famiglia tradizionale, l’aborto selettivo, le comunità rurali ancora radicate alle leggi di Manu ecc.
          Sono contrasti fortissimi che si uniscono alla ferita insanabile lasciata dalla Partizione, alla dominazione del Raj britannico presente nelle istituzioni (ordinamento legale, dell’istruzione ecc). L’inglese come lingua franca, che per gli individui altamente acculturati è un inglese quasi senza inflessioni, ma per la media e piccola borghesia è l’angloindiano, è stata molto utile ma appunto ha anche sostituito per i più abbienti una lingua madre imbastardita e che magari non si parla nemmeno in casa.
          Ecco, penso che questo testo voglia significare proprio questo: il passare da un codice linguistico all’altro senza davvero possederne nessuno come del tutto proprio. Anche la migliore narrativa angloindiana descrive, a volte senza rendersene conto, questa situazione. Che è un po’ la realtà di tutte le culture post coloniali.

  7. Anche questi altri versi, secondo me, sono degni di nota:

    Oh, la
    Fatale
    Ingannevolmente luccicante
    Parabola del
    Cielo…

    Era Shakespeare
    Uno di quei milioni di sventurati?
    O era solo quello che ha scritto una ricetta:
    Così sottile,
    Il medicinale, preso in modo
    – Bene, forza
    Che divenne un veleno in grado di uccidere.
    Diventando una malattia
    L’epidemia
    Dell’età moderna.
    Sì! Penso che riassume tutto
    La storia dell’età moderna.
    L’ età di
    Giulietta, Romeo, e mia.

    Sì, ci può essere della furberia, dell’ammiccamento, quel che si vuole ma, l’ultimo verso, “L’ età di / Giulietta, Romeo, e mia”, secondo me mette le cose a posto. Non mi sembra un’arruffianata generazionale perché soggetto è l’età moderna, l’intera storia dell’età moderna proiettata in un verso, cioè ridotta a parola; che viene detta. Però non è un verso roboante come questo della mia descrizione. Né troppo ricercato. Lo trovo perfino modesto, quasi un inchino. E’ indubbiamente molto bravo.

  8. cari amici,
    qui, in queste traduzioni ci saranno pure degli errori, degli svarioni, la traduttrice Gabriella Kuferzin ha fatto un tentativo, cmq i lettori hanno il testo inglese a fronte e possono farsi una idea propria. La traduzione è un accompagnamento, in specie la prima traduzione di un autore, è sperimentale per eccellenza e dobbiamo accettarla come cosa non definitiva ma perfettibile.

    Quello che mi colpisce nel nostro beneamato paese è che un imbonitore come Franco Buffoni si sia cimentato nella traduzione di un premio Nobel come Tranströmer senza che nessuno, dico nessuno gli abbia fatto notare la scempiaggine che aveva compiuto traducendo dall’inglese invece che dallo svedese. È incredibile come un superficiale imbonitore come Franco Buffoni riscuota del credito presso il consesso delle istituzioni letterarie italiane dopo questo gravissimo incidente di percorso, mentre la Gabriella Kuferzin venga fustigata per aver commesso degli errori di traduzione. Gli errori di traduzione da che è mondo ci stanno, sono accaduti e accadranno, ma la presa in giro di tradurre dall’inglese le poesie di uno dei maggiori poeti del mondo come Tranströmer, questo no, non posso passarlo sotto silenzio. Per me basta questa buccia di banana per definire Buffoni un personaggio di dubbia serietà letteraria che non ha rispetto per la letteratura e per la poesia.
    Sapevo, immaginavo che la traduzione non era perfetta, non sono un esperto dell’inglese per capirlo, ma ho voluto egualmente presentare questo lavoro pur con tutti i suoi limiti.

    Per quanto riguarda la «fragmentation», la rivista consegna delle idee, ciascuno poi ne fa quel che vuole, non sono affari né miei né della rivista. Io ho il dovere di andare avanti senza chiusure né apriorismi, senza suprematismi superciliosi. Chi vuole seguirci ci segua, chi ritiene di non seguirci, non ci segua.

    • Be’, io veramente glielo avevo fatto notare, come ho detto… Su Le Parole e le Cose, tipo 3 anni fa mi pare, quando appunto avevano pubblicato le sue traduzioni di Transtromer. Non ho problemi a dire quello che penso, né coi potenti né coi piccoli, ma mi pare di farlo sempre con educazione. .
      Comunque Giorgio, io non ho “fustigato” proprio nessuno, spero sia chiaro e non ho parlato tanto di errori di traduzione, se non en passant e solo perché Mayoor mi portava ad esempio perfetto dei versi, (anzi, su questo aspetto ho proprio glissato) perché ne facciamo tutti, anche i più esperti di noi, quanto di non-traduzione.
      Spero che questo sia chiaro a te a Gabriella Kuferzin.

  9. antonio sagredo

    buffon-i conosce anche il russo… ma dall’inglese…. mi ricorda il Giudici che tradusse l’Onegin di Puskin

  10. Credo che Gabriella Kuferzin vada ringraziata e non certo fustigata per il lavoro che ha fatto. Credo anche che Gabriella Kuferzin non getterà nemmeno più un’oncia del suo tempo per tradurre un poeta indiano difficilissimo da tradurre e a tratti intraducibile. Forse meriterebbe più che altro un grazie. Buone vacanze a tutti.

  11. A PROPOSITO DEL «FRAMMENTO» E LA LINGUA da lombradelleparole.wordpress.com

    Per tornare al cosiddetto «frammento» o «fragmentation» secondo la dizione più precisa di Salman Rushdie, vorrei dire due cose: la prima è che essa non è una «scuola»; la seconda è che essa è un movimento interno della Lingua, delle Lingue tutte.

    Noi non dobbiamo intendere le Lingue come cose immobili che se ne stanno lì per decenni o per secoli e sono sempre le stesse, le Lingue sono entità vive che nascono, crescono, diventano adulte e, a un certo punto, decrescono, invecchiano, cambiano, magari, in certe condizioni storiche si rinnovano, si rinvigoriscono, rinascono a nuova vita. Ecco, voglio dire che in questo processo gigantesco il parlante, lo scrittore e il poeta sono immersi in un fiume talmente grande e impetuoso che essi, in specie lo scrittore e il poeta, si aggrappano a qualsiasi pezzo di legno che galleggia e lo aiuti a stare a galla. Questo pezzo di legno è lo stile. Trovato uno stile lo scrittore non lo lascia nemmeno se gli spara un plotone di esecuzione. Perché è la sua salvezza, il suo modo per poter continuare a scrivere. Ma anche lo stile se non si rinnova degenera a stilizzazione, a stilematica. La difficoltà è che il sistema simbolico della lingua produce sempre nuovi oggetti cui aggrapparsi, nuove zattere significazioniste, che per un po’ durano e ti aiutano a restare a galla.

    Oggi nessuno scrittore scriverebbe alla maniera di Thomas Mann de “La montagna incantata” come nessun poeta scriverebbe poesie con lo stile di “Myricae” del Pascoli. Il perché è presto detto. La lingua di ricezione ha imposto le sue regole alla lingua di emissione, chi ascolta chiede un linguaggio fatto di frasi brevi, magari concatenate, ma brevi. Un oratore che parlasse oggi alla tribuna politica alla maniera di Moro degli anni Settanta, farebbe ridere, risulterebbe ridicolo. Quello che voglio dire, molto semplicemente, è che oggi chi vuole fare poesia moderna non può non tener conto che la Lingua di relazione è profondamente cambiata dai tempi del Pascoli e che se vuole fare una poesia che venga anche letta, non può non accogliere i cambiamenti della Lingua di relazione. La frammentazione della Lingua di relazione non l’ha certo inventata Rushdie nel 1981 al tempo della pubblicazione di Midnight’s children, è un dato di fatto dei linguaggi letterari di tutto il mondo e di tutte le lingue, e chi lo nega, nega un dato di fatto incontrovertibile che è sotto gli occhi di noi tutti.

    Una conseguenza di questo fatto a livello micro stilistico, è la frammentazione dell’endecasillabo, nel senso che l’endecasillabo è ormai diventata una unità metrica variabile che può essere utilizzata secondo la sua nuova natura. Voglio dire che l’endecasillabo dentro il metro libero è una cosa ben diversa dall’endecasillabo della Commedia di Dante.
    Insomma, voglio dire che è la Lingua che impone al poeta e allo scrittore capaci una sensibilità più acuta, più percettiva, più recettiva di ciò che scorre nel profondo della Lingua.

    • Salvatore Martino

      A prescindere dalle traduzioni i testi di questo signore dell’oriente mi appaiono di qualità non eccelsa, e talvolta persino banali anche nella versione originale. In fondo a mio modo di vedere, naturalmente soltanto una opinione, , queste ultime apparizioni soprattutto oltreoceaniche, non mi sembra che abbiano una struttura, una forza poetica degne di essere ricordate. Tanti poeti che scrivono in questa Ombra mi sembrano decisamente migliori.

  12. Salvatore Martino

    Mi rivolgo a te Giorgio carissimo come amico di vecchia data e Direttore di questa rivista. Commentando Houghton e la mia discussone con Gabriele Fratini il signor De Palchi,notissimo poeta venerabile e tuo amico, si è lasciato andare ad una serie di affermazioni gratuite e spiacevoli nei miei confronti come uomo e come poeta. Non ne comprendo il motivo dal momento che lui stesso afferma di con conoscermi… e questo mi appare come una assurda contraddizione. Mi è sembrato talmente strano il suo intervento che ho persino supposto che persona altra avesse usurpato il suo nome. Se hai un briciolo di tempo vai nella tua Rivista ai commenti finali di Timoty Houghton. Ti sarei grato se alleviassi in qualche modo il mio disappunto.

  13. gabriele fratini

    Forse “scimmiotterà” gli autori occidentali, ma i risultati mi sembrano apprezzabili, le poesie avvincenti in un sincero e non eccessivo sperimentalismo. In attesa di leggere indiani autentici, duri e puri, mi accontento di leggere bei versi.
    Un saluto.

  14. antonio sagredo

    e allora legga

    Frag…mentazione
    a Andrzej Nowicki

    FRAGMENT…AZIONE

    Ti stai avvicinando al più lontano dei pensieri radianti:

    – quello che non esiste ancora e che possiede il tutto

    – quello che sarà in tutti i luoghi ancora sconosciuti

    – quello che rimanda la conoscenza ad altra conoscenza,

    come una risacca senza requie e che sa il mobile infinito.

    Il traguardo è già dietro alle tue spalle ed è un luogo

    conquistato, ma altri luoghi affollano nuovi pensieri

    e molteplici spazi aspettano i soggetti: quante filosofie

    ancora abbiamo da conquistare! Le Muse vogliono baciare

    l’ultimo frammento, invano! Brunite sono le parole nei cieli!

    L’imperfezione giuliana trionfa sul concetto monolitico:

    spazza via l’assoluto indegno, le totalità inutili!

    La parola-ingresso frantuma l’autostrada in milioni di sentieri!

    Rivoli di culture s’intrecciano, si assorbono, si superano…

    Lo specchio degli Artefici s’è rotto! Si spargono dovunque luminose

    scintille di pensieri: volano via le vele dei Saperi – per altre terre!

    Antonio Sagredo

    Vermicino, 16 settembre 2010

  15. Salvatore Martino

    Versi straordinari questi composti a Vermicino nel settembre 2010, che spazzano via l’assoluto indegno, le totalità inutili. Sagredo va ben al di là del frammento in una costruzione del dettato poetico decisamente classica dove l’armonia del verso si concatena con le immagine violentemente preziose, con la profondità del pensiero….E le proposte straniere appaiono terribilmente banali al confronto.

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