Gian Mario Villalta TRE POEMETTI da “Telepatia” (LietoColle, 2016, pp. 148 € 13) “le madri cattoliche del Novecento”, “I poeti e l’invisibile”, “Telepatia”, “Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

bello città nel traffico

città nel traffico urbano

Gian Mario Villalta è nato a Pasiano (Pordenone), insegna in un liceo ed è direttore artistico del festival pordenonelegge.

Prime pubblicazioni sulle riviste “il verri” di Luciano Anceschi, su “Studi di Estetica” e su “Alfabeta”, ancora alla metà degli anni  ’80. Negli anni successivi scriverà anche su «ClanDestino»,« Tratti», «Nuovi Argomenti», «Testo a Fronte», «Baldus » «Diverse Lingue». Ha pubblicato i libri di poesia: in dialetto (veneto periferico)Altro che storie!, Campanotto 1988. Premio S. Vito al Tagliamento; Vose de Vose/ Voce di voci, Campanotto 1995. Premio Lanciano (giuria: Loi, Rosato, Giacomini, Serrao, …) (ristampato nel 2009); Revoltà, Biblioteca Civica di Pordenone, 2003; in italiano ricordiamo: Vedere al buio, Sossella 2007; Vanità della mente, Mondadori, 2011 (Premio Viareggio 2011, Premio Diego Valeri); Telepatia, LietoColle-pordenonelegge 2016. Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume – tra questi i saggi: La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto, Guerini e Associati 1992; Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli 2005), ora in versione ridotta su e-book edito dalla Scuola Holden; Ha curato inoltre i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura, Mondadori 2001 e, con Stefano Dal Bianco: Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte, “I Meridiani” Mondadori 1999. Il suo primo libro di narrativa è stato Un dolore riconoscente, è uscito presso Transeuropa nel 2000, al quale sono seguiti quattro romanzi, editi da Momdadori, tra i quali ricordiamo: Tuo figlio, Mondadori 2004 e Alla fine di un’infanzia felice, Mondadori 2013. Nel 2009 ha pubblicato il non-fiction Padroni  a casa nostra (Mondadori): un ritratto del Veneto e del Friuli Venezia Giulia tra fraintendimenti e conflitti.

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Un aneddoto. A metà degli anni Novanta feci leggere a una poetessa di Roma, Lisa Stace, (tra l’altro molto brava, talmente brava che poi smise di scrivere poesie), delle mie prose. Lei mi disse che avevano un difetto. Ricordo ancora le sue precise parole: «Ci devi lavorare molto. Si vede che prendi la prosa sotto gamba, difetto tipico dei poeti. La prosa richiede invece un lunghissimo lavoro». Non dimenticherò mai quanto quelle parole mi siano state utili. Da allora (e sono passati venti anni) non ho smesso di tornare su quei racconti, di ritoccarli.

Questo l’aneddoto. Questo per dire che se non sai scrivere un’ottima prosa non puoi diventare un buon poeta. Il poeta deve essere capace di scrivere ottima prosa, questo è il segreto che Lisa Stace intendeva dirmi. Da allora, capii quanto è importante per un poeta scrivere in prosa, la prosa è la vera palestra di un buon poeta, lì ci si fa una buona muscolatura, con continui esercizi fisici e mentali.

Non è un caso che Gian Mario Villalta abbia scritto ben cinque romanzi e si sia cimentato anche nella poesia in dialetto veneto periferico, abbia cioè provato tutta la tastiera del pianoforte dei generi letterari.

Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico è stato affrontato ripetutamente nel corso del tardo Novecento, con esiti diversi e spiegazioni diverse: è stato detto che la poesia andava verso la prosa, che la poesia tendeva a perdere le sue caratteristiche precipue nel confronto scontro con la prosa; che la poesia si stava indebolendo a causa del verso libero che favoriva inavvertitamente la deriva prosastica; che la tascabilizzazione delle tematiche metafisiche avrebbe favorito la contiguità e la commistione tra poesia e prosa penalizzando la prima; che tra poesia e prosa non c’era differenza alcuna, etc. Resta il fatto indubitabile che la poesia nel corso di questi ultimi trenta anni si è avvicinata molto alla prosa, ma in ciò io non vedrei una deriva della poesia verso la prosa, quanto il contrario: una deriva della prosa verso la poesia; oggi, in un momento di debolezza generalizzata dei linguaggi narrativi, la poesia sembra aver ripreso, silenziosamente, il suo ruolo egemonico. In questa accezione credo debba essere letto questo ultimo lavoro di Gian Mario Villalta, come una rivalsa della poesia nei confronti della prosa. In precedenza avevo stigmatizzato una certa concessione di Villalta all’elegia, ma con questo ultimo lavoro mi devo ricredere, l’autore si è mosso con maggiore consapevolezza del terreno argilloso dell’elegia ed ha corretto l’andatura e la postura, ha introdotto delle protesi narrative nell’impianto poetico.

I lettori mi scuseranno se cito un altro aneddoto. Un frammento del dialogo tra Goethe ed Eckerman. Scrive Goethe:

«Parlando delle opere dei nostri nuovissimi poeti siamo arrivati alla conclusione – scriveva Eckerman, – che neanche uno di loro scrive della bella prosa. – È semplice, – disse Goethe: per scrivere in prosa bisogna almeno dire qualche cosa; chi non ha niente da dire può tuttavia scrivere versi e cercare rime, e una parola suggerisce l’altra e finalmente sembra che qualche cosa riesca; e benché non significhi niente, sembra tuttavia che significhi qualcosa».

Commento di Jurij Tynjanov: «Cerchiamo di capire la sua definizione di una “nuova lirica”. Non c’è niente da dire, ossia non c’è niente da comunicare; non c’è un’idea che abbia bisogno di essere oggettivata; lo stesso processo della creazione non ha scopi comunicativi. (Mentre la prosa con il suo orientamento sulla parola simultanea è molto più comunicativa: “Per scrivere in prosa bisogna dire qualche cosa”.)

Goethe descrive come una successione lo stesso processo creativo: “una parola suggerisce un’altra” (e qui Goethe attribuisce un ruolo importante alla rima). “E benché non significhi niente, tuttavia sembra significhi qualche cosa.” Questo è il punto in cui Goethe è in contrasto con Kireevskij (“una parola detta bene ha il valore di una buona idea”). Pertanto, in entrambi i casi, si tratta di parole “prive di contenuto nel senso più lato della parola, che assumono nel verso una certa semantica immaginaria“.»*

Quello che voglio dire è questo: che spesso i poeti scrivono una parola pensando ad una «semantica immaginaria» del tutto personale (cosa che non accade nel romanzo), ma la questione non è così semplice; non sempre, o meglio, quasi mai una «semantica immaginaria personale» coincide con una semantica immaginaria pubblica, che il pubblico può comprendere. Spesso i poeti di minore rigore formale e culturale pensano in modo semplicistico che una semantica immaginaria personale debba SEMPRE coincidere con una semantica immaginaria del pubblico. Anche questo equivoco è stato un portato di certo sperimentalismo acritico tipicamente italiano diffusosi a macchia d’olio nel secondo Novecento.

Per tornare al nostro oggetto: la questione di una buona prosa, è chiaro che un narratore che non abbia qualcosa di preciso da dire non potrà mai scrivere della buona prosa, ne uscirebbe un ircocervo incomprensibile. Per la poesia invece tutto sembra essere ammesso. Di frequente io dico a certi autori di poesia che non ho le chiavi per entrare dentro i loro testi, intendendo dire che non ho le chiavi per entrare all’interno della loro semantica immaginaria.

Ecco la ragione per la quale ogni tanto anch’io mi cimento con il romanzo. Perché il romanzo mi obbliga a pensare un oggetto preciso e a raccontarlo nel modo più diretto e circostanziato, senza ricorrere a retorismi fuorvianti come spesso accade in poesia. Quindi, cari poeti, vi consiglio di misurarvi con il romanzo se volete scrivere buone poesie!

Gian Mario Villalta è un poeta che sta tutto intero dalla parte della prosa (poetica). Questo libro, composto di diciannove poemetti, è, in tal senso, inequivocabile, al di là di ciò che vorrebbe farci intendere il titolo «Telepatia», ovvero, di una comunicazione che si dispiega a velocità istantanea. Una utopia. Ma è bene così, la poesia deve sempre inseguire una utopia. O forse è proprio la prosa poetica, la «poesia significazionista» la chiamava Mandel’stam, quella che può portarci in prossimità della «telepatia» delle parole. Forse proprio allontanando la poesia dalla strumentazione fonica delle parole possiamo accedere ad un altro piano di realtà sonora, magari più profonda, o comunque diversa. È proprio questo l’intendimento del libro di Villalta, credo. È su questa posta che l’autore gioca tutte le sue fiches. Ma va anche detto che, qua e là, anche Villalta scopre, come per caso e in via incidentale, le sue carte segrete, ed ecco che compaiono le parole-simbolo, figurazioni simboliche e sviamenti del discorso, apparentemente lineare, tutte strutturate nella sequenza temporale progressiva.

Un punto qualificante della procedura di Villalta è il «discorso narrativo», cioè un tipo di discorso poetico che scorra in modo da attenuare la sensazione che esista un «metro»; mentre nei precedenti libri il metro serviva a veicolare una certa melodia, in quest’ultimo, liberandosi dalla melodia interna, l’autore è approdato ad un parlato continuo, un parlato che quasi fa a meno del ritmo come sistema dinamico interno. Il ritmo così rallentato fino alle estreme conseguenze, porta alla naturale datità di un discorso poetico che imita il «parlato» del linguaggio di relazione attraverso un controllo della soggettività. Il risultato complessivo non può non essere che un isocronismo, un sistema isofonico e isotonico.

Credo che proprio su questo aspetto la poesia del futuro di Villalta dovrà pensare di indagare se non vorrà registrarsi tutta sulla scansione temporale progressiva del presente. Dovrà, a mio avviso, recuperare il tempo dell’elegia, il tunc, sfuggendo, come dire, all’elegia e alla perimetrazione del presente. Ma è chiaro che i retorismi propri dell’elegia, gli «indizi fluttuanti» tipici della poesia elegiaca del Novecento non sono olio galleggiante sull’acqua, sono qualcosa di più consustanziale, entrano in un determinato rapporto con i significati delle parole costituiti dall’«indizio fondamentale», deformandolo, arcuandolo. Ed è significativo che è proprio questa intromissione nel significato delle parole che deforma leggermente la semantica della poesia e la differisce dalla più semplice semantica della prosa. Tutta l’operazione di Villalta si gioca su questo punto di criticità. E dire che su questo punto è inciampata sovente la poesia contemporanea che non pensa a quella fondamentale procedura che è lo «scarto», la «deviazione», lo «straniamento», lo shifter, una funzione che recita un ruolo essenziale e basilare nella poesia moderna, a differenza che nella prosa la quale può andare per il suo corso per pagine e pagine senza preoccuparsi minimamente di tali questioni. Ecco perché io preferisco le poesie di Villalta dove l’autore adotta con più incisività la procedura della estraniazione, e anche della simbolizzazione, perché no?, dove fa una meta poesia, quasi simbolica, una poesia sulla poesia come quella scritta sulle orme di Wallace Stevens:

  1. J. Tynjanov Il problema del linguaggio poetico, Il Saggiatore, 1968 p. 102

Gian Mario Villalta.JPG

Poemetti di Gian Mario Villalta

le madri cattoliche del Novecento

I.

Non è un posto per bambini. Vetri rotti,
borchie sconficcate, infissi svelti
e affilate lamine d’alluminio
lasciate nell’orto dall’ultima volta
che qualcuno ha prestato aiuto,
in un afoso sabato pomeriggio
del 2008, alle suore agostiniane, ora migrate
nel moderno convento–albergo di Viareggio.
Al Patronato ci stanno i topi, e i cari mici
casalinghi si guardano dall‟entrare: perché mai
dovrebbero scacciare quegli amici
più sfortunati (lì non c’è da mangiare)
e inalare la puzza dell‟abbandono
che a chi sta meglio fa più male?
Al Patronato non c’è più neppure l‟eco
dei canti, quelli belli, inviati su, su fino al cielo
nei giorni di festa, né un povero fantasma
infesta quelle stanze con l’odore
delle pietanze preparate dalle madri
per la ricreazione: si è stancato anche il vuoto
di stare qui, e così ha fatto il giro
dell’isolato e a poco
a poco ha quasi finito di occupare
la scuola elementare, le sedi della pro loco
e del mercato rionale, il posto degli ultimi
anziani nella chiesa concattedrale.

II.

Erano madri di altri – lo ricordo per chi
non lo sapesse – che lì dispensavano i loro uffici
agli indigenti, ma prima di tutto erano madri
(è difficile spiegarlo, e forse è anche
un poco ridicolo) le madri cattoliche.
Al confronto le suore erano sterpi
di devozione, frutta muffita, acide.
Le madri, invece, le madri cattoliche,
nelle due ore di servizio domenicale,
mai sazie di maternità, coi loro baci
a labbra strette, le carezze rapide e i gesti
precisi sulle vesti, con il pettine e con le tazze
erano stampi di mamma per tutti i bimbi
che ne avevano bisogno e, sospetto,
per ogni uomo, che allora veniva cucito
– da quelle mani abili nel rammendo
dell‟affetto – dentro il suo infantile sogno.

III.

E poi c’era suo figlio, da lei generato, di tutto il creato
l‟unico a meritare ogni sacrificio.
Per lui avrebbe implorato il cilicio
e sgobbato e pianto, se necessario,
e anche se non lo fosse stato.
La Madre dell‟Unico Figlio
dal suo esempio avrebbe tratto
effigie e cartiglio, non bastante il contrario.
Al figlio invece, a suo figlio, su tanto martirio
e sulle preci puntualmente informato,
mai sarà dato sdebitarsi,
e così, chi a fare malta, chi di conto,
e chi (come me e te, Fernando) con la penna
in mano studiando,
tutta la vita a rimettere il debito, a madonna–
madre, senza uscita né scampo.

IV.

Ma tu così né mai l‟avresti detto,
né io direi, non fosse per la nausea
di tutte quelle troppo solite madri
dei poeti del Novecento,
le super madri cattoliche
di fine aspetto (un po’ ‟ dimesso)
tutte carezze sofferte
e premura, ipoteca futura sul bene
e sul male – fatale, stesso effetto sui pargoli:
far sentire l‟affetto un morbo
inguaribile, un prestito a usura.
Ma adesso, che più non vale il modello
della Madonna e del Figlio,
restano senza appiglio
i facitori di versi? Non ci sarà più il sorriso
doloroso, il sacrificio che esige riscatto,
il perenne senso di colpa
per un misterioso misfatto.
Della madre diranno che tutto l‟anno
odorava di estate e aveva i capelli più luminosi,
le labbra vermiglie più di tutte quelle
della sua età.
Anche di quelle della pubblicità.

Gian Mario Villalta Telepatia cop
I poeti e l’invisibile

I.

Stamattina sono sceso, entrato nell’auto, ho acceso
e ho preso l’aìre per andare a trovare Amedeo,
che è morto da nove anni.
Che stupidaggini fai, sei fuori amico, mi accuso.
“Da ieri – ribatto – mi chiama. Vieni,
non è questa la strada? La grava, l’ornâr,
la risultive: guarda anche tu!”.
“Ma dove credi che sia, Amedeo?” – insiste.
“Nella tua testa – ho risposto – però
più lontano, dove l’ornâr è l’ontàno, e sommesse
rasoterra due lingue intessono. Aspetta, ci siamo quasi”.
Mi fermo. Scendo. Venivamo qui spesso.
E qui qualcuno è venuto a falciare. Poi a metà
se ne è andato lasciando il profumo dell‟erba
che diventa fieno e quello del prato che adesso
canta, sulla riva del Tagliamento,
dove non smetto il discorso tra me con me stesso
e con il terzo che dentro di me ci smentisce
entrambi e dice che non devo credere, non devo
illudermi che sia diverso, se non ciò che vedo.
“Intanto – gli dico – c’è questo prato, per metà falciato,
dove io vedo che qualcuno, che se n‟è andato,
mi lascia contare che è vero, che si va via,
ma quasi tutto resta, e una scia
di tempo insieme, anche quella, sta,
la puoi vedere con la mente
come in una fotografia
notturna le luci delle auto appena passate
ricordano l’istante
nella scia che lasciano dietro di sé”.
È solo il presente che (quando fissi
con uno scatto la vita
in un‟immagine)
per un infinito istante si perde.

II.

(d‟après W. S.)

I corvi fanno il verde più sincero
o stona quel loro segno nero
sul quadretto che la primavera
scurisce all‟imbrunire?
Ci sono cinque corvi, stasera,
sul prato, stanno fermi,
come cinque pensieri fermi
simili ma non uguali, nella testa.
All‟apparenza disposti
a caso, ma intanto stanno
e zitti, immobili, non distinti
neppure dal lugubre verso.
Porta male vedere i corvi?
E avere pensieri neri?
E la primavera, la primavera
conquista ancora la testa?
All‟imbrunire, cinque corvi,
cinque pensieri: il primo lo so,
e così fino a maggio – ma il quarto, il quarto
non lo capisco, è uguale ma non lo stesso,
e il quinto?, ripete: “Tu adesso di‟ forte
per due volte, e distinte, che cosa vuoi”,
“Devi smettere – esige – con questa farsa:
corvi e pensieri a parte, è altro il niente,
il male vero restare svegli sempre”.

III.

Il microchip sottopelle autostabilizzante,
che nel tempo rilascia fede in una chiara realtà
in quantità costante, costerà caro, e illuderà,
ma come quando uscivo dal fiato
denso della stalla e guardavo il prato
nella mattina di smeraldo, dietro la casa di mio padre,
vedevo un ordine, un fine, un colore uniforme
dove il giorno aveva misura e in ogni parola
sentivo il gesto di benedire, e il cielo, gli alberi in fondo,
i monti azzurrini dire bene del mondo.
O Microchip, che rilasci serotonina, endorfine e nuovo farmaco!
Per Te, annunciato da un serio scienziato, sto risparmiando
già da ora, e non per farmi bello
o più sessualmente efficiente, ma perché sei promessa
di pace con il reo tempo, interiore ordine, vera fede
nella geometria di quel prato, non lì per caso, smeraldo
fatuo di luce per avventura incidente, ma nato
nel mio pensiero da luce che lo ha pensato.

IV.

(d‟après A. Z.)

Quando i colori mi invitavano, mi imitavano –
anzi, creavano desideri
di bellezza altrove all‟inizio
e di bellezza lì, evidente, appena un po’ 
irraggiungibile, appena un po’ invisibile,
i colori del prato non promanavano dal prato stesso
ma gli erano offerti da superiori, supremi ordini
provenienti da moltissimi dna, che là si incontravano,
attratti, illusi come in vertigini
di un luogo dove raggiungere
infinitamente se stessi.
Ora, che sei dietro il vetro
di un sentire ossesso,
opaco e smerigliato prato
se io sapessi pregare
con naturalezza, come un vero silenzio
saresti il centro di ogni fuga,
sarebbe l’amore, l’invano, il sempre
perduto che non si vede ma compie lo sguardo.

città in bianco e nero

città di sera

Telepatia

I.

Uno stormo di istanti, per sempre
curvò nella luce dell’una, innalzò il respiro
con tutte le radici.
Sarebbe un modo di dirlo.
Un altro è che avvenne,
lasciò una scia attraversò
senza ferita, senza cicatrice
fu giorno per notte per sempre:
divise il sangue, smise di essere
di qualcuno, e pensammo il nome detto
nostro una volta per tutte.
Prima persona plurale,
modo incondizionato,
tempo perfetto.

II.

Quando ti penso, perché
so che un esistere vero
è dove mi porta a te,
a me ti porta, il pensiero?
Pure se nulla afferro, nulla è,
cosa tra cose, corpo tra corpi, perché
occupi spazio, profumi, sei causa
di decisioni, e rinunce: lo sai che non posso
chiedere, né avere altra risposta – eppure
sei tu che parli, fai l‟amore
e la morte?

III.

Dico che ti penso.
Penso che sia il pensiero
di te, che io invento
nella mia mente,
che sono io, cioè, a trovarti
in me stesso e a portarti in un luogo
e in un tempo, perderti di nuovo.
Ma sei tu che mi pensi, forse,
perché sei tu che vieni
e il pensiero che ti porta è già te:
quell’io che ti pensa, può essere che sei tu
che lo crei?
So che esisto fuori di me.
Le prove? Lasciamo perdere.
Ma so che persiste
l‟irrevocabile.
Forse l‟oscuro di ciò che chiamiamo
essere è appartenere
agli altri, a molto altro (anche luoghi, date, vuoti
di noi stessi) e non sapere dove
stiamo ancora insieme, dove siamo altri, o gli stessi.

IV.

Il pensiero di te, che ha origine
in me stesso, viene da altrove,
suppongo, e lontano, per questo mi chiama,
o è come se lo facesse,
e spesso sorprende la mente
intenta al lavoro, alla guida, a se stessa
nel riflesso che rigira il presente.
Rigira l‟origine, il pensiero,
e quando arriva ci trova già
rivoltati verso il futuro, in fuga
da noi stessi, pieni di desiderio
di essere stati: “Celeste
è questa…” …facoltà, che hanno gli umani
di rivivere rimorire
lontani, celeste…
è il colore del cielo,
a volte, quel colore inventato da noi
umani, forse da uno rimasto solo
e nel pensiero vicino all‟amore
come vicino all‟amore nessuno.

 

 

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20 commenti

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20 risposte a “Gian Mario Villalta TRE POEMETTI da “Telepatia” (LietoColle, 2016, pp. 148 € 13) “le madri cattoliche del Novecento”, “I poeti e l’invisibile”, “Telepatia”, “Il problema della contiguità tra linguaggio narrativo e linguaggio poetico” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Salvatore Martino

    Sarà pure poesia, forse non la capisco, certo non riesco a varcare la decima riga. Senz’altro colpa mia Salvatore Martino

  2. antonio sagredo

    Caro Salvatore, mi sorprendi…
    posso capirTi solo se queste Tue parole fossero state rivolte ai miei versi… ma questi versi di Villalta sono davvero di una semplicità disarmante, di una chiarezza espositiva che non occorre nemmeno un minimo sforzo per comprenderli… il poeta qui presenta più che dei versi un suo pensiero che si snoda in “in versi”, proponendo un vecchio quesito che già si presentò al tempo di Puskin : l’Onegin è un poema o un “romanzo in versi” ? – per questo vengono citati un poeta tedesco e qualche formalista di gran talento come Tynjanov. E che la contiguità di cui si dice qui è un falso problema.

  3. per me l’operazione è perfettamente riuscita. Villalta sa usare bene la penna. E’ molto beat

  4. Heidegger nella sua opera “In cammino verso il linguaggio”, scrive: «Il Dire originario è il modo in cui l’Ereignis parla: modo non tanto come maniera, quanto piuttosto come melos, come il canto che dice cantando».
    Ma Heidegger non dice che le Muse sono nove e che il loro canto è «discorde», per cui ciascuna di esse canta un proprio canto incomprensibile alle altre.
    Oggi noi sappiamo che dietro quel “Dire originario” non c’è nulla, non c’è una struttura originaria se non in qualcosa di simile alla onda gravitazionale di fondo dell’universo che ha avuto inizio all’atto del big bang.
    Non c’è alcun dire originario al quale il canto degli aedi ritorna. Non c’è nessun canto e basta. Ci sono una molteplicità di canti dacché i poeti sono stati deprivati di quella antica relazione privilegiata che li univa al dire originario…

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Bravo Giorgio! C’è mai stato un canto originario? Ho I miei dubbi. Il canto originario è sempre presente. Omero lo sapeva benissimo, scrisse i due poemi più moderni dell’Occidente.
      Saluti dall’Etoloakarnania, da Dodona, in Epiro, il primo oracolo dei Greci, prima di Delfi. L’oracolo originario, dove si recavano gli eroi omerici

  5. antonio sagredo

    Quel che scrive or ora Linguaglossa è degno di nota…
    quando già ventenne affermai pubblicamente che la poesia non ha più Canto poi che si era spezzato il contatto fra Poeti e Canto, gli astanti mi presero in giro… erano davvero astanti, non cretini. Dunque il problema si pone così che quando la parola venne meno alla parola data (al Canto come qualcosa che non aveva necessità di una parola per essere cantato o per essere essa stessa cantata) si estinse da se quasi in maniera autonoma… “quasi” poi che restarono avanzi umani che vollero essere gli ultimi “testimoni” (i Poeti del dopo-Canto) di una epoca di quando si cantava senza sapere cosa fosse il Canto stesso… dunque il Poeta è colui che canta senza sapere che canta, cosa canta, cosa sia il Canto! E da qui al sublime, che si pone come antesignano di un Canto che fu. E il lirismo puro che ancora oggi ci frastorna poi che ogni tanto un Poeta d’altri tempi si presenta per “avvertirci” che la Poesia continua nonostante le tragedie più terrificanti (nazismo) siano presenti e cicliche e che per paradosso proprio uno svevo sia il suo ultimo “testimone” : HOLDERLIN…
    Quando scrive oramai esangue che “SONO NATO PER UN GIORNO LIMPIDO” ci dice che con me si torna agli antichissimi splendori di una Poesia che il Canto non sapeva e che sono giunti i tempi della rinascenza nonostante quelle tragedie che sono testimonianza di come la NUOVA POESIA sia stata messa alla prova… vincendo la nonostante gli Adorno e compagni! Strano – strano? – che la rinascenza sia sorta dalle macerie umane.

    • Salvatore Martino

      Peccato che il Canto sia scomparso dalla poesia di oggi almeno per Linguaglossa e Sagredo, peccato che la grande poesia per millenni sia stata Canto da Omero a Virgilio, a Dante a Petrarca, a Shakespeare e Baudelaire, a Borges e a Auden, da Ariosto a Leopardi a Elitis e a Lorca e mi fermo perché il dito si stancherebbe.

      “La poesia non deve necessariamente cercare la rima, così come non deve necessariamente non cercare la rima; deve, innanzitutto e per lo più visto che si citava Heidegger, essere canto più che conto.”

      Condivido pienamente il messaggio dell’AnonimoFilosofo79.
      Io sono perfettamente convinto che la pochezza della poesia attuale sia da imputare in parte anche alla incapacità di coniugare la poesia stessa alla cadenza musicale. oltre alla povertà di immagini, prive di emotività. Consiglierei a Sagredo , almeno quando scrive in prosa, di essere un po’ più chiaro, meno contorto…ci sono persone come me , piuttosto in là con gli anni, che hanno difficoltà a districarsi nei suoi labirinti. Io non conosco le lingue slave Antonio, che tu abitualmente frequenti, ma mi sembra di riscontrare in molti poeti l’uso del Canto…magari mi sbaglio. Apprrofondirò.

  6. Io trovo che l’efficacia maggiore, tra le cose che ci sono state date in lettura, sia raggiunta da quei testi in cui il discorso narrativo recupera una propria melodia interna che non è mai parodia; ad esempio il quarto movimento del poema sulle madri; o il secondo de I poeti e l’invisibile.
    La poesia non deve necessariamente cercare la rima, così come non deve necessariamente non cercare la rima; deve, innanzitutto e per lo più visto che si citava Heidegger, essere canto più che conto.

  7. Giuseppe Talia

    Tipico di una certa filosofia appellarsi al relativismo, e nella sua affermazione, filosofo79, che la poesia non deve necessariamente cercare la rima e alla stesso tempo non necessariamente non cercarla, Lei mette in atto un sofisma.
    In architettura, per esempio, la costruzione di un edificio, al di là della forma, usabilità, vivibilità etc. non si può prescindere dal calcolo matematico della volumetria. Senza i relativi calcoli l’edificio rischierebbe di crollare.
    Nell’esempio del quarto movimento sul poema delle madri, i primi tre versi,
    Ma tu così né mai l‟avresti detto,
    né io direi, non fosse per la nausea
    di tutte quelle troppo solite madri
    obbediscono a precisi calcoli matematici, 11-12 sillabe, oltre al Canto che si sente. E la figura retorica connessa è il litote: ma tu così né mai l’avresti detto. Diremmo quindi Canto e Conto. (Consapevole? E’ questa la vera domanda).
    Riguardo all’uso delle rime non ho nulla da obiettare, possono essere usate come pure no, ma, come sempre affermo, se un poeta non conosce la tradizione, non conosce le primarie figure retoriche, è come un pittore che dipinge opere astratte senza però conoscere il figurativo, il disegno.

    Heidegger afferma in l’orgine dell’opera d’arte, “Concesso che (…) la concezione che pone un rapporto un rapporto descrittivo fra il reale e l’opera d’arte non regga, sembra tuttavia che un’opera d’arte come Fontana romana di C. F. Meyer confermi in pieno la tesi che l’opera non fa che riprodurre.”

    • Oltre a non vedere il sofisma dove, semmai, è in questione l’etica della scrittura, mi sembra ci sia una certa corrività nel rendicontare la struttura metrica di un testo basandosi sui primi tre versi e senza tener conto dei successivi, bastanti a mostrare che la scelta è per il verso libero. Mi pare che il calcolo volumetrico si sia arrestato al disimpegno.

      • Giuseppe Talia

        Questo, presumibilmente, dovrebbe essere il suo sofisma “La poesia non deve necessariamente cercare la rima, così come non deve necessariamente non cercare la rima.” O forse, esageratamente, io ho letto un sofisma dove invece ci starebbe bene una affermazione tipo “un colpo al cerchio e una alla botte.”
        Il così detto verso libero non è mai libero veramente.
        Ho trovato più cose interessanti io nei tre versi citati, struttura e una figura retorica (tra l’altro è stato Lei a riportare il poemetto numero 4 come esempio), che non Lei in tutto il suo commento.
        Non entro nel merito del contenuto delle poesie di Villalta.

        A questo punto invoco un intervento diretto di Villalta. Ci spieghi. Ci comunichi.

        • Giuseppe Talia

          Siamo tutti disimpegnati. Siamo tutti sulla stessa barca e con i remi asciutti. Tutto è riconducibile ad un mero calcolo volumetrico. Anche le parole.

        • mehercules! mi era davvero sfuggito che fosse in corso un certamen villaltianum. Ma le concedo pure la palma del critico intensivo. Torno ai sofismi. Non vorrei mi telefonasse una rima per uscire, stasera.

          • Giuseppe Talìa

            mecastor! e per tutti i fuochi di San’Elmo, accetto la palma ma solo come segno di pace, non amo i trofei. Basti che al suo interno non vi sia celato il punteruolo rosso, micidiale parassita che fa seccare i palmizi. Sa, con i filosofi non si sa mai, soprattutto per quelli nati nel 79!

            Se il conto lo paga Lei
            volentieri uscirei
            (le va bene questa di telefonata?)

            Ma l’avverto, costo molto. Di gradevole aspetto, buona compagnia e soprattutto magno.

  8. antonio sagredo

    Ah, Salvatore, che cosa significa le “lingue slave”? – si deve dire di ciò che si sa, e non il contrario, come spesso fai. Di quale Canto parli? ma hai compreso la differenza di un Canto prima della Parola e di un Canto che non può fare a meno più della parola? Io non sono contorto: mai ! – ma la mente di molti lo è! Spiegami i contorcimenti linguistici e contenutistici dei Poeti che hai menzionato? Quei Poeti furono o per natura propria o per i tempi loro costretti al contorcimento. La poesia semplice, comprensibile mi fa schifo! E quella di quei Poeti non lo è mai stata.. semplice, comprensibile, e là dove appare tale lo è per celare altri significati e significanti.

  9. È MORTA LA RIMA? IL PROBLEMA CHE ASSILLAVA MONTALE

    Il problema della rima che tanto assillava Montale, non è stato risolto né da Montale né dagli sperimentalisti, né dagli epigoni orfici e lombardi, ma è stato risolto dalla Lingua di relazione che ha letteralmente espulso la rima dal repertorio degli strumenti retorici a disposizione del poeta. Basti pensare alle decine di migliaia di emittenti linguistiche che ci assillano e ci assalgono in ogni momento della nostra vita quotidiana, per non pensare ai miliardi di rime della pubblicità e delle canzonette di massa. Un tale avanzare di carri armati della stupidità rimaria avrebbe ammutolito dei ciclopi. Quindi, io sarei del parere che la rima è morta. Che poi ci sia qualche poeta che ne fa uso (e penso all’unica che ne ha fatto ottimo uso: la Valduga), questo non toglie nulla alla validità del mio discorso, anzi ne è la conferma. In realtà, checché ne dica il caro Salvatore Martino che so di diverso avviso, assai raramente nella poesia contemporanea si assiste a una poesia in rima che non abbia le rime telefonate. E il perché è presto detto: non si sfugge alla banalità di massa, neanche il più grande poeta può sfuggire alla banalità del suo popolo parlante. Anzi, un poeta degno di questo nome dovrebbe fuggire la banalità della rima con tutte le sue forze. E poi, diciamocelo francamente, in giro in certe canzonette ci sono esempi di rima dei parolieri davvero brillanti! – Insomma, la rima se la sono mangiata i parolieri delle canzonette.
    Quindi, a mio avviso, il problema non è né la presenza della rima (al 99,9% telefonata) né la sua assenza (che si trova in tutta la robaccia da soprammercato di massa).

    • Giuseppe Talia

      Sostanzialmente d’accordo con Linguaglossa. La rima è morta. Io quando la uso so bene di star parlando con un morto. Ed per questo che la uso, avendo bene in mente di star facendo una seduta spiritica. Se poi mi riesce e non è telefonata (pronto- pronto. Come stai? Bene grazie e tu) allora mi diverto pure.
      Ad ogni modo, visto che è morta, che è passato, allora l’uso rientra nel concetto di Mnemosyne. Si recupera la memoria.

  10. Salvatore Martino

    Forse tu non leggi bene gli altri, i tuoi occhi sono soltanto per quello che scrivi e dici, caro Sagredo. Quando mai ho parlato per quei poeti da me citati di contorcimento? Parlavo di Canto, che nei loro versi passeggiava.Quanto ai poeti di lingua slava azzardavo con modestia un MI SEMBRA. Scendi qualche volta dal tuo piedistallo di avorio e considera che ci sono anche gli altri che possono esprimersi in maniera differente dal tuo VERBO, l’umiltà è propria del grande poeta.

  11. antonio sagredo

    ero ubriaco di anice e girls

  12. visto l’andazzo del dibattito, direi che, sì fa decisamente caldo

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