Ubaldo de Robertis, SEI POESIE INEDITE sul Requiem di György Sándor Ligeti (1923-2006) (1965): Immagini di un Universo, e Kósmos (κόσμος) “ordine”, “Prima che…” sul tema dell’Assenza; “L’Anfora” sul tema della frattura/incomunicabilità, e la penultima sulla questione del tranello in cui può facilmente cadere l’artista, lo scienziato, l’innovatore: “I fantasmi della mente”. L’ultima dedicata a: “Theodor Franz Eduard Kaluza” ; con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Ubaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: S. Angelucci, Pasquale Balestriere, G. Linguaglossa, Michele Battaglino, F. Romboli, G.. Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi, E. Abate È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie, tra cui l’Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) a cura di Giorgio Linguaglossa.

ubaldo de Robertis foto

Ubaldo de Robertis

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Ha scritto di Ligeti Andrej Ždanov:

«Pur essendo ateo, l’ungherese György Sándor Ligeti (1923-2006) scrisse due veri e propri capolavori di musica religiosa: il Requiem, per soprano e mezzo soprano solista, due cori misti e orchestra (1963-65) e Lux æterna, per 16 voci soliste (1966). Quest’ultima originariamente apparve quale sorta di coda del Requiem, traendo l’impostazione da antiche messe per i defunti. Del resto Ligeti era affascinato dall’opera del compositore fiammingo Johannes Ockeghem (1410-97), che per primo impostò il requiem, e sulla cui opera il Magiaro affermò: “La continuità incessante della musica di Ockeghem, un progresso senza sviluppo, per me è stato un punto di partenza onde pensare in termini di strutture impenetrabili del suono”. Il critico statunitense Alex Ross, facendo riferimento a Lux æterna e Lontano, per grande orchestra (1967) scrive: “Il punto fermo della ‘musica più elevata’ è mantenuto in Lux Aeterna e al brano orchestrale, Lontano, a cui fa riscontro. Entrambe le opere hanno il carattere di oggetti occulti, o di paesaggi da sogno in cui il suono diventa una superficie tangibile”. A fine anni Sessanta, Stanley Kubrick aveva assunto il musicista Alex North (1910-91), allo scopo di comporre una partitura per 2001: odissea nello Spazio, e lo incoraggiò a copiare la musica ligetiana. Però il regista restò insoddisfatto dal lavoro di North, quindi lo licenziò e pose nel film brani di Ligeti, senza chiedergli l’autorizzazione: Requiem, Lux æterna e Atmosphères che lottavano nelle scene con il classicismo di Aram Chačaturjan, Johann Strauss figlio e Richard Strauss. Dopo la proiezione inaugurale negli Stati Uniti (1968), un amico di Ligeti gli scrisse per informarlo che era uscito un film in cui si udivano tre sue composizioni.

Quando Ligeti partecipò alla prima viennese, restò comprensibilmente scioccato nel rendersi conto che la musica era stata utilizzata piratescamente, sia pure citata da Kubrick nei titoli di coda. A conclusione d’una lunga battaglia legale l’MGM fu costretta a pagare i diritti d’autore minimi. Nonostante ciò Ligeti espresse ammirazione per l’opera: “In Kubrick, Ligeti ha riconosciuto la volontà di esplorare e assumersi rischi, una preoccupazione instancabile per il dettaglio e la maniacale ricerca della perfezione, simile a quella di Ligeti stesso”.

È essenziale sottolineare che senza le musiche di Ligeti la pellicola sarebbe stata del tutto inefficace. Tali composizioni rappresentano non solo una parte della colonna sonora, ma permeano di spessore onirico l’intero film».

Non deve quindi fare meraviglia se la musica di Ligeti abbia lasciato una impronta profonda in un poeta come Ubaldo de Robertis il quale è un Ricercatore chimico nucleare e quindi anche un uomo di scienza. Ripeto da sempre che oggi la poesia deve guardare attentamente al linguaggio della musica più alta, al linguaggio dei fisici teorici, deve aprirsi alle suggestioni delle nuove scoperte nel campo della astrofisica, stiamo per entrare, come hanno detto Roger Penrose e Stephen Hawking, in un’epoca di rivolgimenti nella concezione dell’universo, rectius, degli universi, o meglio, del multiverso; le nuove tecnologie: la nano tecnologia e la bio tecnologia avranno ripercussioni gigantesche anche nella nostra vita quotidiana, nella nostra vita di tutti i giorni, e la poesia non può restarsene a guardare, o meglio, ad ignorare l’avvento della imminente nuova rivoluzione copernicana senza trovare in se stessa la forza per porsi in discussione e rinnovarsi, rinnovare il lessico, il metro, il tono, la gittata stessa della immaginazione. Consiglio quindi di leggere queste poesie di Ubaldo de Robertis ascoltando la musica di Ligeti che l’ha generata per diffrazione ed entropizzazione sonora, per risonanze acustiche e con la quale si trova in rapporto di magica affinità. Poesia che diventa un «pensiero rammemorante» che procede per «riverberazioni», linee eccentriche continue e sfumate, con le parole di Ligeti: mediante un «progresso senza sviluppo», una linea ondeggiante e iridescente, riverberante  che si scrive nel mentre che traccia la partizione dello spazio negli spazi innumerevoli e nei tempi innumerevoli che scorrono in una lamina sottilissima tra due membrane gigantesche…. «fra ombre continuamente dirette verso un altrove», «particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici», «come             se non fossero frammenti» «ma apparenze / astrazioni che  toccano / oscuri timbri / tasti segreti / sentimenti risonanti» «Sull’orizzonte degli eventi». Sono convinto che un poeta incontra la poesia quando stabilisce un orizzonte posizionale dal quale guardare l’orizzonte ontico. Ora, non è che ogni epoca ne dia a iosa di codesti «orizzonti posizionali», essi sono in numero limitato, ed alcune epoche non ce l’hanno affatto. Ed essi, soltanto essi permettono lo scoccare della scintilla della Forma poetica.

Poesie di Ubaldo de Robertis

Immagini di un Universo

Immagini di un Universo
inaccessibile
pur se ogni oggetto è lì per riferire
che esiste
obiettivamente
come esistono corpi celesti astri
paesaggi sonori
anche se non li perlustriamo
uno ad uno
anche se non li osserviamo
direttamente
per la fitta coltre della separazione

è il cartesiano ego
principio intrascendibile
che lo costituisce
la coscienza e i suoi modi di cogliere particolari
particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici
inaggirabili nello spazio là fuori
[quale fuori?]
come se non fossero frammenti
di sangue e carne
ma apparenze
astrazioni che toccano
oscuri timbri
tasti segreti
sentimenti risonanti
ora che nessuno ha più l’ardimento
di difenderli
di evocare
azzurre lontananze

All’improvviso
il violento sollevarsi di echi
estemporanee sferze di suoni remotissimi
folate di vento armonie sonorità pioniere
un maelström di echeggi e noi
uditori esterrefatti
osservatori
increduli vibranti
qui sulla Terra in superficie
torniamo
ad incontrare noi stessi
riverberati in quello spazio
da cui ci eravamo indolentemente
esclusi

Ecco dinanzi ad occhi
stupefatti
si spalanca nuovamente
l’inesplorato.

.
Kósmos (κόσμος) “ordine”

Sulla scia di oggetti sfuggiti dal tunnel quantistico
mai stati in contatto [ fortuito ]
con il cono di luce
incapace di comprenderli
fra ombre continuamente dirette verso un altrove
ai margini di stati di vuoto
che si negano al riempimento
in regioni dello spazio-tempo oltre le quali cessa
ogni possibile osservazione
la piccola grande visione della musica
con le sue partiture cosmiche
dissonanti variazioni
nella loro successione
che si scostano poco a poco dal tema dominante
fin quasi a stravolgerne l’assetto
sa parlare da sé
al più appariscente astro dell’universo
e all’atomo più piccolo e lieve
fa apparire come fosse ordinato
l’insieme di mondi nello spazio sparsi
soggetti ad evolversi a modificarsi
fa apparire come fosse organizzato
il moto di particelle elementari
ognuna con il suo singolare modo di vibrare
Sull’orizzonte degli eventi
così distante dal linguaggio che lo rivela
l’infinita mente grande [ e lontano ]
e l’infinita-mente piccolo [ e recondito ]
varcano l’universo mentale
irrompono come un respiro [o un soffio]
sulla sfera della coscienza
presenziano al nostro inquieto movimento
e con esso fino allo stremo
al nostro continuo mutamento.

Prima che…(Il demone dell’Assenza)

Rahko dipinga di nero la Luna
prima che
venga a mancare quel desiderio familiare
goduto poi perduto

Il demone dell’Assenza
immagine senza ombra
ti farà rincorrere qualcosa
che altrimenti si dissolverebbe
continuerà ad illuderti
di riavere ciò
che ti era appartenuto
A quest’ultima attesa si appiglia
il pensiero rammemorante
che si capovolga in pieno
questo vuoto
l’assenza in presenza
sino a pervadere
il Tutto
Intanto Piru continuerà
a fare impazzire le fanciulle
che si ubriacheranno
e si esibiranno in atti osceni
che tutti potranno guardare e sentire
affinché anche le vedove torneranno a sposarsi
In fondo l’angoscia ha il suono
/o il non suono/ della mancanza
un vuoto che non vuole
essere colmato.

* le parti in corsivo sono tratte (liberamente) da: Gli dei di Hame e di Carelia di Mikael Agricola
Ubaldo De Robertis legge.

L’Anfora

Neve in alto
pura
la terra natia
la gola scura
del fiume in basso
la foschia
continua a salire
il sentiero non è più tanto ripido
come prima
l’eco di cose lontane si separa sparge
dissolvenze incrociate
immagini destinate a scomparire
Lui… non le stacca gli occhi di dosso
– Com’è cupo il tuo silenzio- le dice chiamandola con molti nomi
“È rotta, – ripete Lei- ahimé! È rotta! L’anfora più bella!
Ne sono sparsi i frammenti qua intorno!”
Giorno
inoltrato
il limite dell’orrido
di lato
più in su … l’altura da oltrepassare
più agevole scavare un pertugio
nel ghiaccio
scortati dal richiamo di una cosa calda
desiderio che pervade l’ambito dei sensi
e quello della ragione
senza aderire
a nessuno dei due
calore che non si può attingere neppure in prestito
dall’ambiente
dal niente che li circonda
Lui vuole scavare
andare all’indietro
Lei… andare oltre…
Impossibile sanare la frattura
a partire da quel fondo diviso
dal corso d’acqua
e da quella cima dove più cruda è la realtà
nemmeno scalfita dalle parole dell’uomo
di per sé vaghe e vuote
alla donna continuano a cadere di mano
i frammenti raggelati
“È rotta, ahimé! È rotta!
L’anfora più bella!

I fantasmi della mente

Bellezza
origine e ultimità del cosmo
in occhi verdi
sognanti
il nastro della felicità
tra i capelli
nessuna asperità
nessun affanno interiore
volgere via lo sguardo
chiamarlo altrove
lei non vivrebbe di là dalla cornice
lungo dirupi
sentieri non tracciati
in cerca del rimosso
l’impensato
il mancante
le cose che si lasciano intuire
quelle invisibili
segrete
A volte
si riesce a vedere prati fioriti ovunque
svelare il turbamento
le cose che non si fanno riconoscere
e che non ti riconoscono
Altre volte
la realtà si avvicina
si rivela troppo in fretta
il talento la amplifica
così il pensare fuori dagli schemi
le idee oltre misura estranee
alla tradizione
esuberanti
inusuali
fermenti eccessivi
fulminei
i fantasmi della mente tendono
un’ imboscata
Dici di stare in guardia?
Da cosa?
Dall’euforia? dall’assillo?
La depressione La mania?
Le allucinazioni Le ossessioni?
La fobia?
Le torbide passioni ? L’isteria?
L’ansia di draghi rossi e salamandre
che gettano fuoco su di te
A volte
capita di udire
da lontano
una musica che copre l’ inquietudine
qualcuno ha l’impressione
che siano gli stessi soggetti
a seminare paure e a comporre musica
E’ successo a Robert Schumann
rinchiuso in un istituto mentale
di Bonn
le partiture deliziose
le note che ci ha affidato
e le paure
dell’acqua
degli spazi aperti
delle altitudini
paura di essere
avvelenato
diventare un altro
e avvertiva il suono
continuo
“di lontani ottoni
che diventava coro di angeli
che cantavano una melodia
che lui inutilmente
cercava
di trascrivere”
E non aveva ricevuto
il bacio
da Anne Sexton
i nervi sono accesi e
il compositore è entrato nel fuoco
dove fa il nido la salamandra
a corto di veleno
e il pieno il drago rosso
improvvido custode del vello
d’oro.
La tua idea fissa è
che quelle pennellate
evidenti
fioriture nel dipinto
e quel volto sublime
ti volteggino intorno
offrendoti le più sorprendenti
rivelazioni
e tutto con una musica
idilliaca
di un pianoforte
/che per la gente normale
può tacere tutta la vita/
magari quella musica è
un Improvviso in do maggiore di Schumann
La fanciulla con il nastro turchese
tra i capelli
sorride

.
Theodor Franz Eduard Kaluza

Dimensione spaziale
aggiuntiva
invisibile
arrotolata su se stessa
grani minimi di spazio
di tempo
di luce
a costituire il mondo
lumi in un cantuccio
organo e vecchi dischi
odore risvegliato di cere
in quest’ombra
aggrovigliate ripercussioni
risuonano sui vetri delle finestre
riecheggia in pieno sole
il rammarico d’essere vecchio
per dilettare l’ orecchio
smorto l’organista
fuori di sé
senza il mantello scuro da concerto
sullo scranno scarlatto
braccia prese da un moto irrequieto
ma è musica già registrata
non può dal vivo conseguire
le dimensioni nascoste
del cosmo
dell’esistere
predire il futuro
ora che il destino più non esiste
come un lampo improvviso
cade sui tasti del suo strumento
seguito dal tuffo dei portoni
serrati con brutalità
tutto si placa all’interno
ristagna l’esile fumo di incenso
che l’organista soleva separare
con le proprie mani

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28 commenti

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28 risposte a “Ubaldo de Robertis, SEI POESIE INEDITE sul Requiem di György Sándor Ligeti (1923-2006) (1965): Immagini di un Universo, e Kósmos (κόσμος) “ordine”, “Prima che…” sul tema dell’Assenza; “L’Anfora” sul tema della frattura/incomunicabilità, e la penultima sulla questione del tranello in cui può facilmente cadere l’artista, lo scienziato, l’innovatore: “I fantasmi della mente”. L’ultima dedicata a: “Theodor Franz Eduard Kaluza” ; con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Di bene in meglio.
    Ubaldo De Robertis, che ai miei occhi pratica una strana arte di riciclo – riciclo di quanto più nobile sia stato prodotto in arte, scoperte e scienza, non certo di cose morte o morenti; che lui assembla mirabilmente restituendo pathos e luminosità, filtrando sentimenti e con molto, molto senso di meraviglia – con la musica, che non è immagine e manca di parole, esce maggiormente allo scoperto. Non tanto per quel poco di personale che s’intravede, come la bambina e il nastro nei capelli, ma perché fin da subito, nella forma sua discorsiva, appare, come in partitura musicale, un versificare attento e ispirato che ben si adegua alla musica. Capisco il consiglio di Linguaglossa, di leggere ascoltando Ligeti a cui De Robertis si è ispirato, ma è musica che si sente bene anche leggendo in silenzio. I versi di De Robertis, che qui, a tratti, se confrontati con quelli di altre sue poesie si fanno insolitamente brevi , sembrano scritti attentamente come per non aggiungere altro rumore (non fanno rumore i pensieri, ma le parole scritte sì). Aggiungo che provo anche un po’ d’invidia: non sono mai riuscito a scrivere ascoltando buona musica, mentre Ubaldo lo fa soavemente, in perfetta mimesi e con lucidità. Complimenti vivissimi.

  2. Ubaldo, che dirti? Hai creato un nuovo accesso a Ligeti. Ti abbraccio.

  3. La tua idea fissa è
    che quelle pennellate
    evidenti

    senza dubbio. Intravedo la lotta magmatica dentro questo grande autore tra la ragione illuminista e la mistica dei quanti: conflitto o evoluzione? Sei bravissimo Ubaldo.

  4. gino rago

    De rerum natura e Tito Lucrezio Caro ( “…vogliono estinguere in cielo il sublime splendore del sole/ Violando con linguaggio mortale creature
    immortali…”),” L’anfora in frantumi “, l’anfora più bella, di Ubaldo de Robertis. Tumultuosa trasformazione di Roma da repubblica a impero
    per Lucrezio, l’età della stagnazione spirituale ed estetica (tante volte
    segnalata con forza soprattutto da Giorgio L.) sullo sfondo della poetica
    di Ubaldo de Robertis. Ma la potenza immaginativa del poeta può essere
    la metis verso il contemporaneo ” Labirinto ” (rievocato con esiti poetici d’alta qualità da Francesca Diano, con Il Minotauro; da Rossella Cerniglia, con Teseo, poemetto di recente proposto da L’Ombra delle Parole).
    E la forza immaginativa di Ubaldo de Robertis mi spinge verso L. F.
    Céline, quando a un certo punto di quel capolavoro che è il “Viaggio…”
    ci ricorda che “Quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa,
    quando se ne ha, morire è troppo.”
    Gino Rago

  5. antonio sagredo

    I pensieri poetici di Ubaldo De Robertis sono molto più importanti dei versi in cui sono espressi, poi che il concetto viene rivisitato sotto una luce ben più alta e profonda che è quella della Poesia. Altrimenti ne sarebbero usciti soltanto saggi scientifici, i quali allo scienziato poeta non gli son bastati per il motivo poco sopra detto. La Poesia dunque illumina la Scienza, e di questa in specie i punti più oscuri, poi interviene il pensiero e la ragione speculativa a dare (donare) alla stessa Poesia la direzione da seguire. E allora il poeta-scienziato opera e realizza quella sintesi fra umanesimo e pensiero scientifico che ne fa della stessa Scienza un capolavoro indistruttibile, come p.e. le opere del Galilei. Pare ovvio affermare che la Musica (qui si suggerisce il nome del musicista) ha la sua parte fondamentalmente intrigante, poi che se la Poesia non giunge nei gangli più nascosti di un pensiero scientifico, la Musica vi si insinua invece coi suoni di note così sottili che qualsiasi dei punti oscuri ne viene estrapolato per essere portato alla luce e dunque distendersi per essere manifestato al mondo sensibile… i versi del De Robertis operano in tale veste e direzione. Grazie

  6. Giuseppe Talia

    Più che i versi è lo spartito, tra valori e pause. E si parla di cosmo, di stelle e di luna, di luce. L’irrimediabile dell’anfora rotta che ricorda l’apologo delle due anfore, l’una integra, l’altra crepata che lasciando fuoriuscire stille d’acqua permette ai fiori del sentiero di crescere rigogliosi: “Lo sai sono cosciente dei miei limiti (…) perdona la mia debolezza e le mie ferite.”

  7. Salvatore Martino

    Un gioco crudele e disperato naviga tra i cocci dell’Anfora. realtà e metafora, ascesa e precipizio, e l’accettazione viene cancellata , in una ricerca di quanto accaduto, che non ha risposta, tutto racchiuso in un mistero tombale, in un gioco metafisico , che parte dalla profonda costatazione del mondo fisico, da cui tutto ha origine, la Natura che vigila sopra il tutto. E gli avvenimenti non sono come dovrebbero essere. Ghiaccio, nebbia, foschia , e in basso il fiume un paesaggio reale ma anche trasfigurato, che fa da cornice viva a questo dialogo di delusioni e forse di rancori, immagini in dissolvenza come in un film, del quale si ignorano i protagonisti, o quelli che lo sono rifiutano il ruolo, vorrebbero sparire. Frammenti, solo frammenti, che non si possono ricucire.Quando la creta è rotta non resta che buttarla, Certo non sempre si possono raggiungere i vertici dell’Anfora. Gli altri testi seppure notevoli risentono, a mio giudizio, di un passo intellettualistico, non sempre risolto nella magia del verso.Un frammentarismo ( SIC ancora quel rompiballe di Martino) che non si conclude in Armonia e che talvoltas’incammina verso una oscurità, dove il lettore si perde in un viaggio siderale, che lo allontana dalla comprensione. Ne “I fantasmi della mente” nell’incipit soprattutto c’è un recupero della concretezza, un dialogo tra personaggi, e l’orizzonte si slarga, tutto diventa più chiaro, più verde, più comprensibile

    “smorto l’organista
    fuori di sé
    senza il mantello scuro da concerto
    sullo scranno scarlatto
    braccia prese da un moto irrequieto
    ma è musica già registrata
    non può dal vivo conseguire
    le dimensioni nascoste
    del cosmo
    dell’esistere
    predire il futuro
    ora che il destino più non esiste
    come un lampo improvviso
    cade sui tasti del suo strumento
    seguito dal tuffo dei portoni
    serrati con brutalità
    tutto si placa all’interno
    ristagna l’esile fumo di incenso
    che l’organista soleva separare
    con le proprie mani”

    La musica!…ma è registrata!, falsa come noi, come la nostra vita…le dimensioni del cosmo, quelle dell’esistere? Poesia turbolenta e difficile, complessa, filosofica e scientifica…mi sento inadeguato a parlarne, senza approfondimento…ci vorrebbero giorni per penetrare, se mai fosse possibile, Ubaldo questi tuoi versi…proverò a rileggere.

  8. ubaldo de robertis

    La mia gratitudine a:
    A Giorgio Linguaglossa, inarrivabile direttore. Nella circostanza, con la musica di Ligeti, mi ha stimolato a compiere passi verso il futuro.
    A Lucio Mayoor Tosi che rende vivido, luminoso, ogni oggetto/evento su cui posa lo sguardo. E quando riempie lo spazio vuoto di un foglio forse lui stesso non sa dire se si tratta di parole e loro suoni o di colori e loro forme, tanto sono intimamente coinvolti tutti i sensi.
    A Francesca Diano per il nome che porta circondato da un alone autorevole di luce. Anche lei, adesso, ha quel senso di solennità che le viene dalle esemplari qualità che possiede e dalla propria forza interiore.
    A Flavio Almerighi uomo e poeta di valore che spesso sa ricondurre l’attenzione all’attualità o all’immediatezza della Poesia e della cronaca letteraria.
    A Gino Rago il cui passaggio è spesso segnalato da dotte citazioni e trova il modo esemplare per esprimersi quando riporta il proprio canto al tempo del mito.
    Ad Antonio Sagredo e alla sua alta capacità creativa, davanti alla quale, talvolta, si resta ammutoliti. I suoi versi sanno tanto di arricchimento.
    A Giuseppe Talia che sa operare l’intima trasformazione anche delle immagini più dure e affilate. Scova la verità e la rivela con accenti talvolta densi d’ironia, incredibilmente pieni di significato.
    A Salvatore Martino, alla sua vita Completa, interamente dedicata alle varie forme d’arte. Talvolta si adombra nel tentare di dirimere i tanti nodi che affluiscono intorno ai diversi orientamenti poetici.

    Ubaldo de Robertis

  9. Un saluto e un ringraziamento a Ubaldo e a tutti i convenuti. Ormai si può dire che è chiaro, dopo gli ultimi autori proposti, di cui l’ultimo in ordine cronologico è Guido Galdini, il Manifesto di Donatella Bisutti etc., è chiaro, dicevo, che ormai sono venuti a saltare tutti i parametri e i paradigmi, i mini canoni e le mini scuole; e questo non è un fatto che accade solo in Italia, credo che sia un fatto diffuso in tutto il mondo. Di qui la scomparsa della “critica” che si trova, oggettivamente, spaesata e spiazzata dinanzi a questo fenomeno, inoltre, ciascun poeta, ristretto in se stesso, deve fare un immenso cammino per arrivare al cuore delle problematiche estetiche, ciascuno, trovato un proprio stile, non lo lascia più, prosegue a scrivere con quello stile per tutta la vita- È ovvio che in questa situazione di clausura si rischia di morire per asfissia stilistica e culturale, quando invece ci sarebbe bisogno di cercare nuove vie e di abbandonarne altre, come ci ha detto Steven Grieco-Rathgeb, e questo lo si può fare con maggiore profitto tutti insieme, ciascuno con la propria peculiarità stilistica, ovviamente.
    Il Manifesto di Donatella Bisutti ha attirato la nostra attenzione su un concetto importantissimo, che molti avevano negletto: l’«ineffabile». La poesia se non ci parla dell’«ineffabile», non serve a nulla, è come la pagina di un giornale, ci dice cose che già sapevamo e quindi possiamo gettare il giornale di ieri per quello più «nuovo» di oggi. La poesia non è come la «notizia», la poesia non è «comunicazione», è un’altra cosa- È bene dirlo e ripeterlo perché in giro c’è molta confusione. Inoltre, la via di accesso alla poesia è una strada terribilmente difficile, non si può scrivere, come molti fanno, una poesia al giorno. La poesia non è come le polpette. I tempi di lettura di una poesia richiedono spesso anni, decenni…

    • Posso dire che, i soli poeti in cui io abbia davvero percepito la capacità, il dono divino, di trasmettere l’ineffabile, sono stati Leopardi, Hölderlin, Keats, Manley Hopkins e James Harpur.

  10. Giuseppe Talia

    Grazie a Ubaldo de Robertis per il suo essere speciale.

    Mi ricollego a quanto scritto da Giorgio sul difficile cammino del poeta e della poesia, e a questo riguardo devo confessare che un mio sonetto, contenuto in Salumida, l’ho composto subito dopo aver letto uno scritto di Giorgio che mi era arrivato per posta. Giorgio non l’ha mai saputo, perché non ho messo la dedica, ma questo sonetto, ora, ritengo debba essere consegnato, per quello che è e a chi è indirizzato.

    A Giorgio Linguaglossa

    X

    In partenza la parola preparata
    Dopo lunghi allenamenti di logos
    Immagina una vittoria guadagnata
    Sull’onda medio lunga del pathos

    Il senso si ribalta mentre veloce
    Corre la parola sui trampoli
    Quando non s’ode alcuna voce
    Ma la polvere alzata dei sandali

    Rotola nel ribaltamento del senso
    Ora è un bruco m ora un bipede n
    Ora un accento che cambia il vezzo

    La parola arriva alla sua deriva
    Densa di menzogna arrotolata
    Selva di dissesto e libertà tardiva

    Giuseppe Talìa

  11. caro Giuseppe,
    per me è un grande onore sapere che in maniera diretta o indiretta un mio scritto abbia dato origine ad una poesia di un altro poeta, ciò significa che la poesia tutta viaggia in un Tutto le cui parti sono legate e collegate… Pensare, come fanno tanti presunti poeti che la solitudine paghi, è errato, ed è sbagliato anche epistemologicamente, rivela una concezione atomistica della individualità artistica. Io, non lo nascondo, ho imparato molto dagli altri, da voi tutti con cui mi confronto in questi dialoghi, ho trovato cose interessanti, spunti che mi hanno fatto crescere. Essere un Leopardi, che deve fare tutto da solo, anche fare il filosofo, accade una volta ogni cinque o sei secoli. Mi fanno sorridere i poeti che si credono arrivati perché li pubblicano su Einaudi o Lo Specchio, da lì puoi misurare quanta arroganza e povertà di spirito abbiano.
    Tra l’altro il sonetto è molto bello, le rime non sono affatto telefonate. Però qui c’è un maestro del sonetto: Salvatore Martino, lui potrà essere più preciso di me.

  12. Giuseppe Talia

    Il caro Salvatore Martino sa molte cose di me, e anche io di lui. Mi misuro con i suoi cinquant’anni che ho qui con me e un suo sonetto, nella sua perfezione di forma e contenuto, mi calza a pennello. Sembra l’abbia scritto per me.

    LXXVIII

    Ritorna nell’estate al tuo paese
    come se ancora tu fossi bambino
    le ferite iniettate dal destino
    non hanno stimolato grandi imprese

    Come risponderai delle tue offese
    cresciute quasi erbacce in un giardino?
    In questa negazione del divino
    le stelle ad abbracciarti sono scese

    Lo svolgimento tutto era tracciato
    una mappa straniera un labirinto
    che non può divagare dal disegno

    Ci perderemo a ricercare il segno
    abbandonato all’aia o in un recinto
    nella casa e nel monte in cui sei nato

    Salvatore Martino, da “Nella prigione azzurra del sonetto” (2002 – 2009)

  13. Steven Grieco-Rathgeb

    Le poesie di Ubaldo de Robertis apparse in questo post colpiscono per due ragioni del tutto diverse. Prima di tutto c’è da ammirare una poesia come “L’anfora rotta”, questo buio, angoscioso tendere verso un compimento già in pezzi, e non c’è nemmeno la soddisfazione delle due metà disuguali del symbolon…
    Io vedrei un gruppo di poesie accomunate da questo sentire un po’ cupo, ma che sembra scoprire un nuovo territorio della poesia di oggi, un ricercare nel buio, uno strano nichilismo che sembra nascondere ampi sprazzi di luce alla periferia del buio. Da come la vedo io, è proprio questa una delle cifre della sensibilità umana e poetica di Ubaldo de Robertis.
    L’altro lato della sua poesia la scopriamo quando egli cerca il punto dove si incontrano la ricerca scientifica “fredda e distaccata” e l’animo dell’uomo, che poi è quello stesso ricercatore. Per tradizione ormai secolare, non può esserci alcun incontro fra questi due: l’uomo non può essere il ricercatore distaccato e l’essere umano allo stesso tempo, può solo essere prima l’uno e poi l’altro.
    Eppure ciò che il ricercatore scopre con il metodo scientifico freddo e razionale non fa che accrescere il mistero umano e il mistero del suo ambiente (allargato al cosmo), e quindi per forza di cose lo porta ad interrogarsi su se stesso, su chi è quest’uomo che non deve identificarsi semplicisticamente con il ricercatore distaccato. Quasi un paradosso, che la stessa scienza da tempo studia. Più difficile seguire questa strada in poesia: la ricerca del punto nascosto dove questi due aspetti dell’umano reciprocamente esclusivi si toccano, dove sono in segreto contatto l’uno con l’altro.
    In questo senso la poesia di Ubaldo de Robertis è tutta un viaggio di scoperta, una via rischiosa e piena di scoperte. Aspettiamo di leggere altre sue poesie.

    Per quanto riguarda i sonetti, complimenti a giuseppe Talia per il suo, bellissimo.
    Il sonetto di Salvatore Martino lascia incantati per la forza, pur trattando un argomento doloroso, non tradisce mai il livello alto e distaccato dal mero dolore, che avvertiamo subito nel primo verso.
    E poi c’è l’estrema modernità della chiusa, che si perde nel silenzio.
    E io mi chiedo anche se il sonetto possa prestarsi a esprimere i temi che, per esempio, Ubaldo affronta nelle sue poesie legate alla ricerca scientifica.
    Bisognerebbe allora evitare ogni tentazione del compiaciuto, del riduttivamente “elegiaco”, proprio come fa Salvatore Martino. Ma nemmeno vorremmo mai distaccarci dallo spirito del sonetto, scadendo nel distacco ironico che sciupa ogni seria intenzione, una sorta di prendersi gioco di questa forma poetica.
    Si potrebbe forse riconsiderare la forma interna del sonetto – la sua psicologia – e studiare, con esempi concreti, non solo teoricamente, la eventuale capacità di questa forma, la sua flessibilità, di espandersi al proprio interno, senza toccare la forma esterna, ingigantire all’interno le possibilità espressive.
    Per esempio, molti compositori contemporanei non lavorano più da tempo, come sappiamo, sulle note, ma sulla profondità del suono, sulle trasformazioni e potenzialità di tono, timbro, colore. Anche, è chiaro, elettronicamente. Già Giacinto Scelsi fu pioniere del pezzo su una singola nota, dove l’esplorazione avviene all’interno di una nota, quell’interno che schiude l’intero universo sonoro.
    Così penso che il sonetto potrebbe arrivare a ospitare anche contenuti e soprattutto modalità espressive che finora questa forma poetica ha ignorato, pensando di esservi inadatta. Insomma, come ho detto anche l’altro giorno a proposito della lingua: ferma restando la forma base, non deve essere il sonetto a dettare legge al poeta, a intimidirlo, ma deve essere esattamente il contrario. Solo così si scoprono nuove possibilità espressive.
    Bisognerebbe provarci.

  14. Steven Grieco-Rathgeb

    Ciao Francesca, sono appena entrato da fuori. Rispondo domani alla tua mail, che mi ha lasciato esterrefatto!

  15. ubaldo de robertis

    Prosegue la lista dei ringraziamenti.
    A Stevan Grieco- Rathgeb, instancabile ricercatore il quale, appropriandosi di tante lingue, è giunto a un’altezza tale di consapevolezza, di coscienza, di sentimenti di rinascita e rinnovamento, che riesce ad aprire ogni vuoto e a riempirlo con nuove immagini/idee della bellezza. Uno che fa affidamento nel buio per scoprire la lucentezza delle cose.

    Ubaldo de Robertis

  16. Franco Campegiani

    E’ una poetica della frattura, quella di Ubaldo De Robertis, e tuttavia è una poetica profondamente armonica, come ampiamente comprovano i suoi interessi musicali. Il Classicismo, e tutto il corso della cultura occidentale fino ai nostri giorni, dove la storia del Razionalismo è strettamente intrecciata con quella del Nichilismo (si pensi alla Tragedia nata insieme alla Metafisica per parto gemellare), ci ha abituato ad un’idea profondamente astratta e statica dell’armonia, ma se spostiamo lo sguardo sul substrato misterico precedente, da cui, con dolorosissimo strappo, è sorta la cultura classica, ci accorgiamo che l’armonia veniva considerata in forma molto più realistica e dinamica. Eraclito parlava di “armonia di contrari”, dove Polemos, la Guerra (la frattura, appunto) è “madre di tutte le cose”. L’armonia è implicita, non esplicita, e governa dall’interno tutte le cose. Condivido l’idea di Linguaglossa che “la poesia tutta viaggia in un Tutto le cui parti sono legate e collegate”, purché venga sottolineato che la trama nascosta (che secondo Eraclito è “più potente di quella manifesta”) è percepibile solo nel silenzio interiore. Ovviamente qui si parla di un’interiorità che non è solitudine, ma è grande compagnia e festa universale. L’interiorità viaggia in effetti in territori assai differenti da quelli dell’Io. Spostare l’armonia sul piano esplicito è esattamente l’errore compiuto dai razionalisti di ogni risma e natura. Ubaldo ci dice che l’ordine dell’Universo, o l’Universo stesso (molto meglio definirlo “multiverso”, come suggerisce Linguaglossa), resta inaccessibile ad uno sguardo superficiale, esteriore, per causa della “fitta coltre della separazione”. Ma se si ribalta lo sguardo, scoprendo che, oltre ad una “piccola mente”, c’è una “grande mente” in ognuno di noi, ecco che “si spalanca nuovamente l’inesplorato” e “a volte / capita di udire / da lontano / una musica che copre l’inquietudine”.
    Franco Campegiani

    • ubaldo de robertis

      Ulteriore ringraziamento:

      Ho già scritto da qualche parte che ammiro Franco Campegiani perché sa svelare, sempre perfettamente, anche le cose più complesse e sottintese, considerare in termini di poesia e di filosofia le importanti manifestazioni che soltanto l’arte sa promuovere.
      Ubaldo de Robertis

  17. È IL “TONO” IL SEGRETO PER SCRIVERE BUONE POESIE da lombradelleparole.wordpress.com

    Vorrei partire da un aneddoto. C’erano delle mie poesie che stavano lì da 10 anni, qualcosa mi diceva che erano buone, qualcosa mi diceva che c’era qualcosa che non andava. Finché proprio di recente, da pochi giorni, ho capito ciò che non andava. E l’ho capito riflettendo sulla musica di Giacinto Scelsi quando ci parla che il suono è rotondo e che, come ogni cerchio, ha un suo centro, e che quindi un musicista deve indirizzare i propri sforzi in quel punto dove c’è il centro del suono. Poi ho riflettuto su queste composizioni di Ubaldo de Robertis scritte sulla musica di György Ligeti, su quel concetto di Ligeti secondo il quale la sua musica si basa su un concetto assai affine a quello di Scelsi: «Progresso [del suono] senza sviluppo». Ed è lo stesso concetto sul quale insiste Steven Grieco-Rathgeb nel suo ultimo commento: trovare il «tono» e non spostarsi di lì. Si può fare questo con il sonetto? Si può fare con il metro libero? si può fare con dei settenari? Tutto si può fare, tutto è compossibile ma a patto di non deragliare da quel concetto: il «tono», o la «tonalità dominante» di una composizione.

    Può sembrare strano, ma, individuato questo concetto, quelle vecchie poesie mi sono apparse, improvvisamente, chiare, ho capito all’istante dove dovevo intervenire: dovevo modulare tutte quelle poesie su un medesimo «tono» o «tonalità»; voglio dire, per essere più chiaro, che potevo scegliere tutte le parole possibili purché appartenessero alla medesima «tonalità». È incredibile quanto fosse facile trovare la soluzione stilistica che cercavo, ma è incredibile come io fossi rimasto insabbiato per dieci anni nella ricerca. È che non vedevo ciò che avevo sotto gli occhi, e non vedevo la soluzione perché non volevo vederla.

    Mi sembra chiaro che queste composizioni di Ubaldo de Robertis siano state composte avendo in mente un «tono dominante», nel verso libero in quanto esso metro offre al poeta di oggi maggiore libertà di movimento interno nella scelta delle parole che non debbono sottostare ad altra regola che a quella del «tono». Ecco, se si leggono queste poesie avendo a mente il «tono» [e in questo, ascoltare leggendo la musica di Ligeti aiuta], tutto diventa chiaro.

    Accade di frequente scrivendo poesie o romanzi, che si sbagli «tono». A lettura ultimata ci accorgiamo che qualcosa non va, e allora mettiamo il tutto nel cassetto in attesa della giusta idea. Ma il problema molto spesso è il tono, la «tonalità». Per esempio, se entri in tonalità antilirica, poi non puoi più sterzare verso l’elegia, perché i due «toni» sono incompatibili, e quindi è tempo perduto stare lì a rattoppare con sopra toni o sotto toni. Non c’è niente da fare che polverizzare il tutto e ricominciare daccapo da un «tono» dominante.
    È il «tono» dominante il segreto di queste poesie.

  18. Steven Grieco-Rathgeb

    Penso proprio di si’. Incredibile quanto parlano poesie o bozze di poesie non rivisitate da tempo.

  19. Salvatore Martino

    Non puoi allontanatri un giorno dall’Ombra che ti ritrovi importanti commenti, un bel sonetto (che sorpresa) di Talia, e ancora un tuo sonetto benissimo accolto su proposta di Talia stesso. E soprattutto quello splendido scritto di Campegiani da sottoscrivere in toto. Eccellente questa proposizione di Ligeti da parte del nostro direttore, che continua nella sua campagna di diffusione della musica contemporanea, e stavolta mi sembra perfetta per i versi di De Robertis. Con piacere continuo a trovare sintonia con le parole di Steven Grieco.

  20. antonio sagredo

    le parole dell’Ombra o delle Ombre chiariscono il pensiero, caro Salvatore

  21. ubaldo de robertis

    Caro Giorgio,
    dai commenti traggo la frase bene augurante di Mayoor: “Di bene in meglio. Un versificare attento, ispirato che ben si adegua alla musica/ in perfetta mimesi e con lucidità.”
    La Diano che afferma: “Hai creato un nuovo accesso a Ligeti,”
    Almerighi che intravede: “la lotta magmatica dentro questo autore tra la ragione illuminista e la mistica dei quanti.”
    Rago che richiama “il De rerum natura e Lucrezio, la forza immaginativa di U. de Robertis mi spinge verso L. F. Céline,”
    Sagredo che afferma: “La Poesia dunque illumina la Scienza, sintesi fra umanesimo e pensiero scientifico che ne fa della stessa Scienza un capolavoro indistruttibile.”
    Talia: “Più che i versi è lo spartito, tra valori e pause. E si parla di cosmo, di stelle e di luna, di luce. L’irrimediabile dell’anfora rotta che ricorda l’apologo delle due anfore, l’una integra, l’altra crepata che lasciando fuoriuscire stille d’acqua permette ai fiori del sentiero di crescere rigogliosi.”
    Martino: “ Poesia turbolenta e difficile, complessa, filosofica e scientifica…. Certo non sempre si possono raggiungere i vertici dell’Anfora. Gli altri testi seppure notevoli risentono di un passo intellettualistico, non sempre risolto nella magia del verso/ la musica contemporanea stavolta mi sembra perfetta per i versi di de Robertis.”
    Grieco: “C’è da ammirare una poesia come “L’anfora rotta”, questo buio, angoscioso tendere verso un compimento già in pezzi, /Io vedrei un gruppo di poesie accomunate da questo sentire un po’ cupo, ma che sembra scoprire un nuovo territorio della poesia di oggi, un ricercare nel buio, uno strano nichilismo che sembra nascondere ampi sprazzi di luce alla periferia del buio. /Il poeta cerca il punto dove si incontrano la ricerca scientifica “fredda e distaccata” e l’animo dell’uomo che poi è quello stesso ricercatore. / Difficile seguire questa strada in poesia: la ricerca del punto nascosto dove questi due aspetti dell’umano reciprocamente esclusivi si toccano, dove sono in segreto contatto l’uno con l’altro. In questo senso la poesia di U.de Robertis è tutta un viaggio di scoperta, una via rischiosa e piena di scoperte.”
    Campegiani : “E’ una poetica della frattura e tuttavia è una poetica profondamente armonica, come ampiamente comprovano i suoi interessi musicali. /Ubaldo ci dice che l’ordine dell’Universo, o l’Universo stesso resta inaccessibile ad uno sguardo superficiale, esteriore, per causa della “fitta coltre della separazione”. Ma se si ribalta lo sguardo, scoprendo che, oltre ad una “piccola mente”, c’è una “grande mente” in ognuno di noi, ecco che “si spalanca nuovamente l’inesplorato” e “a volte / capita di udire / da lontano / una musica che copre l’inquietudine”.”
    E POI CI SONO STATI I TUOI INTERVENTI, Linguaglossa.
    “la poesia deve guardare al linguaggio della musica più alta, al linguaggio dei fisici teorici, deve aprirsi alle suggestioni delle nuove scoperte. Poesia quella del de Robertis: che si trova in rapporto di magica affinità/ che diventa un «pensiero rammemorante» che procede per «riverberazioni», linee eccentriche continue e sfumate, con le parole di Ligeti: mediante un «progresso senza sviluppo», una linea ondeggiante e iridescente, riverberante  che si scrive nel mentre che traccia la partizione dello spazio negli spazi innumerevoli e nei tempi innumerevoli che scorrono in una lamina sottilissima tra due membrane gigantesche…. «fra ombre continuamente dirette verso un altrove», «particelle minime vaganti spiragli acustici cromatici», «come se non fossero frammenti» «ma apparenze / astrazioni che  toccano / oscuri timbri / tasti segreti / sentimenti risonanti» «Sull’orizzonte degli eventi»/. / un poeta incontra la poesia quando stabilisce un orizzonte posizionale dal quale guardare l’orizzonte ontico/
    Mi sembra chiaro che queste composizioni di U. de Robertis siano state composte avendo in mente un «tono dominante», nel verso libero in quanto esso metro offre al poeta di oggi maggiore libertà di movimento interno nella scelta delle parole che non debbono sottostare ad altra regola che a quella del «tono». Ecco, se si leggono queste poesie avendo a mente il «tono» [e in questo, ascoltare leggendo la musica di Ligeti aiuta], tutto diventa chiaro. È il «tono» dominante il segreto di queste poesie.

    Cosa dire in conclusione?
    Non posso negare che i pensieri di tutte queste persone esperte e raziocinanti mi abbiano risvegliato un sano orgoglio. D’altro canto le sei composizioni contengono elementi sperimentali che non potevano essere guardati con distacco.
    Sulla base delle osservazioni ricevute dovrò riflettere, meditare a lungo e intensamente sul che fare.
    Ora mi sento come un sommozzatore appena rispuntato in superficie.
    Con il fiato un po’ corto.

    Ubaldo de Robertis

  22. antonio sagredo

    e un po’ di acqua in gola!

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