Steven Grieco-Rathgeb DIECI POESIE “DIMENSIONI DI UN CERCHIO” E “SUPERSIMMETRIE”: UN PROSIMETRUM INEDITO DI STEVEN GRIECO-RATHGEB. POESIE COME INSTALLAZIONI DI INCHIOSTRO SU CARTA. LA GRAFIA DEL VUOTO, LA PAROLA IN DIVENIRE E LA QUESTIONE DELL’INCALCOLABILITA’, DA LIMITE SCIENTIFICO A RISORSA POETICA. COMMENTO DI LETIZIA LEONE. trad. dall’inglese, Trinita Buldrini

 

Steven TAV Termessos 3

Termessos

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016). Nel 2016 pubblica Entrò in una perla (Mimesis Hebenon). indirizzo email: protokavi@gmail.com

Commento di Letizia Leone: “Dimensioni di un cerchio”

Quando Steven Grieco-Rathgeb definisce questi suoi testi “poesie in progress” che si sviluppano da materiali di bozza vecchi anche di quarant’anni ma ancora intrisisi di un’energia prodigiosa, ridefinisce il suo rapporto con la parola e con l’atto stesso della scrittura: “un altro scrivere” che, per così dire, vuole cogliere la parola nel suo farsi, nel movimento impercettibile e segreto della sedimentazione del senso, una parola refrattaria alle calcificazioni e che elude linee rette o consecutio temporali, ma predilige la circolarità portando al massimo grado l’erranza dell’intuizione.

Il segno del cerchio, svuotato della sua portentosa dimensione simbolica, posto a marchio denotativo delle poesie, è il grafo (“kanij, carattere cinese di “Kage”, parola giapponese dal doppio significato di luce e buio) di una “supersimmetria” che rintraccia l’idea di infinito, e di movimento orbitale del tempo, là dove la poesia disarticola la concatenazione dei fatti secondo causa ed effetto aprendo alla conoscenza sub specie aeternitatis, cogliendo l’eternità dell’istante, il momento in cui l’eternità irrompe nel tempo… dato che la poesia insieme alla fisica quantistica è coinvolta nel ripensamento radicale dei concetti tradizionali di spazio , tempo e materia.
Attraverso la parola poetica Grieco-Rathgeb intercetta questo mutamento della prospettiva temporale, la frattura che fa deragliare dal tempo storico, il rallentamento o l’accelerazione, il volgersi indietro o il balzare in avanti, il precipitare nell’evento (Ereignis) come pensato da Heiddegger, qualcosa che “fa saltare l’ordine del tempo” al di là di ogni calcolo e previsione.

E proprio negli Holzwege (“Sentieri interrotti”) viene precisato un certo fallimento della fisica moderna nella pretesa della calcolabilità assoluta che, ad un certo punto, inevitabilmente trapassa nell’incalcolabile: “Non appena il gigantismo della pianificazione e del calcolo, dell’organizzazione e dei sistemi di controllo schizza via oltre la dimensione del quantificabile e tracima in una sua propria dimensione, allora il gigantesco e ciò che sembra calcolabile sempre e sino in fondo (l’onnicalcolabile) divengono, proprio per ciò, l’incalcolabile. Questo resto indeterminabile è l’ombra invisibile che si proietta attorno a tutte le cose quando l’uomo è divenuto subjectum e il mondo figura [Bild]. Per via di questa ombra, il mondo moderno si colloca esso stesso in uno spazio sottratto alla rappresentazione, e consente così a quell’incalcolabile di avere la sua propria determinatezza e il suo carattere storicamente unico.”
Compito del poeta allora è esporre alla visione l’ombra invisibile che si proietta attorno alla materia, l’indeterminabile, ciò che sfugge ai calcoli, come nel caso di questi testi dove lo sguardo intuitivo è magistralmente fuso alla ricerca sulla genesi del visibile portata avanti dalla grande pittura, quale quella di Leonardo Da Vinci preso qui ad esempio per il suo riferimento di una “chiarità” sempre insita nel paesaggio.
Il paesaggio (e il mondo) per l’artista moderno, sia esso poeta o pittore, non è più oggetto di rappresentazione ma piuttosto diventa relazione simbiotica e condizionante mai pacificata: “è il pittore che nasce nelle cose come per concentrazione e venuta a sé del visibile… La visione non è più sguardo su un di fuori, relazione meramente “fisico-ottica” col mondo”. (Merleau-Ponty)

Steven TAV

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Ecco perché Kage (ombra-lumen) si rivela parola epifanica densa di suggestioni, ci dice il nostro poeta nelle chiose prosastiche di accompagnamento alle sue poesie che tanto ricordano il modello dantesco del prosimetrum, componimento misto di prosa e versi, inaugurato in lingua italiana dalla “Vita Nuova”.
È nel chiaroscuro, nel riverbero, nella trama di luce diffusa che fa vibrare le cose e ne sbriciola i margini, nel confine incerto delle forme atto a risvegliare “nella visione potenzialità dormienti” che agisce la forzatura espressiva della parola poetica, ci suggerisce Grieco-Rathgeb, e se le forme perdono la loro rigidità, le parole s’indeboliscono, si allentano su traiettorie del senso elastiche, spiraliformi, ridondanti…
La poesia moderna nasce da questa contestazione del corpo rigido e opaco di una parola funzionante e funzionale, così come la pittura dal superamento della linearità prosaica: “La linea non è più come nella geometria classica, l’apparizione di un essere sul vuoto dello sfondo: è, come nelle geometrie moderne, restrizione, segregazione, modulazione di una spazialità preliminare”.
Per esempio, in Matisse il contorno si trasforma in nervatura ad alto potenziale d’irraggiamento, e la linea, figurativa o no, “è un certo squilibrio introdotto nell’indifferenza della carta bianca, un varco aperto nell’in sé, un certo vuoto costituente che, come mostrano perentoriamente le statue di Moore, sorregge la pretesa positività delle cose”.

Squilibrio e vuoto sono i due termini entro i quali si sviluppa il moto ondulatorio dei versi. Un vuoto “orientale” però, uno spazio aperto dell’eco, esperienza interiore originaria e punto d’origine dell’ostensione della materia, un vuoto davvero troppo distante dall’abbandono al non-sense del nichilismo culturale, “il nulla alle spalle”, “Il vuoto dietro di me con un terrore di ubriaco”; no, qui il vuoto è, per così dire, di matrice femminile, è assimilato al recipiente di una parola in ascolto, una parola progettuale e in trasformazione che ha abbondantemente sperimentato l’opacità del meccanismo comunicativo o l’insufficienza della codificazione pietrificata.
L’epifania di un oleandro “fiorito da sempre” nel primo testo “Quando il treno rallenta dopo Settebagni” viene esperita in virtù di uno svuotamento, di un disorientamento, di una distorsione spazio-temporale che interrompe il “Samsara” (inteso come vita quotidiana e ruota incessante del divenire) e rende il “fuori-tempo”
Il testo è quasi un manifesto di una fenomenologia della visione, l’attimo nel quale “si accende la scintilla della percezione sensibile”:

…quaggiù, in quest’ombra-lumen 影
un oleandro fiorito da sempre
ed intensamente il mio volto cieco
mi sembra rotto, selvaggiamente isolato,
ma è solo il suo porsi fiorito da sempre,
solo il suo porsi, adesso, in piena
assorta fioritura, espressione
del profondissimo buco nel mondo
da cui a nuoto risalgono nell’acqua buia
meravigliosamente limpida
nostre parole, sussurrate
dalle labbra come
esseri viventi –

*

Steven TAV Termessos Amphitheatre

Termessos Amphitheatre

Un sostare dentro la maturazione della visione che ci rammenta le epifanie di Lord Chandos, la crisi e l’impotenza della parola a rischio di deliquio. E Hofmannsthal scrisse nel “Libro degli amici”: “Nel presente si cela sempre quell’ignoto la cui apparizione potrebbe mutare tutto: questo è un pensiero che dà le vertigini, ma che consola”.
Non ci sorprende allora l’introduzione del supporto di uno specchio nell’atto della visione. Lo specchio amplifica il paesaggio (in convergenze di istanti e frammenti) quasi per animazione interna e tenta di alludere al riflesso smarrito della significanza cosmica:

Cercavo invano, ormai da anni, di raggiungerti.
E apparve quello specchio, non ricordo
se posato in un campo, fra le zolle,
o nell’erba piena d’insetti.
Con la sua caratteristica impassibilità, seppe riflettere
cose di una bellezza selvaggia, insperata,
come se fossimo saliti sul terrazzo più alto della città.
Mentre io cercavo invano di interpretarne il senso.
A lungo il suo volto fu attraversato dalla fuga d’immagini
finché un giorno s’involò in lui
un uccello sopra un immenso paesaggio.

Lo specchio-speculum, strumento del riconoscimento e della visione di secondo grado, oggetto di “una magia universale che trasforma le cose in spettacoli e gli spettacoli in cose, me stesso nell’altro e l’altro in me stesso”, ci suggerisce la dimensione speculativa della parola poetica esaltandone insieme l’aspetto intuitivo e vivificante.
Intuisce Merleau-Ponty che proprio l’immagine speculare “accenna nelle cose il processo della visione” catturando “il venire alla forma” dell’immagine.
La parola chiaroveggente del poeta, “Girasole nero”, interroga quali oggetti della ricerca “luce, illuminazione, ombre, riflessi, colore…zebrature di sole, oggetti dall’esistenza visiva, come fantasmi”, cose che solitamente lo sguardo profano elude.
La parola viene in luce dalla carne oscura della materia.
“In un poema ci sono frasi che sembrano non essere state create, ma essersi formate”: ecco vorrei rubare queste parole ad Apollinaire per descrivere la sensazione incontestabile che mi ha lasciato la lettura di queste poesie di Steven Grieco-Rathgeb.

Premessa di Steven Grieco-Rathgeb

Le poesie che si leggono qui sono per la maggior parte tratte da SUPERSIMMETRIE, una mia nuova raccolta di poesie in progress. Tutte in italiano (tranne Black Sunflowers).
Il titolo si riferisce alla mia necessità di circoscrivere uno spazio definito dalla sua stessa illimitata apertura, quale può essere il cerchio; di creare un luogo, delle condizioni per facilitare l’assimilazione di concetti e contenuti, che sono almeno per me nuovi in questa lingua italiana, sempre conosciuta da me e sconosciuta. E si riferisce al mio estremo bisogno di impiegare la lingua italiana per veicolare spazi, ritmi e sonorità che ho raccolto in luoghi e in tempi apparentemente da lei lontanissimi. Ma tutto è davvero caleidoscopio. E nel caleidoscopio ho seguito ciecamente il mio intuito, che mi diceva che se i poeti italiani medievali erano rimasti affascinati dalla poesia mistica persiana, e prima ancora da quella araba, e ne erano stati ispirati e trasformati per sempre, dando in questo modo almeno uno degli impulsi decisivi all’avvio della poesia occidentale di sette secoli, con le sue vette eccelse, allora il mio senso di smarrimento davanti a distanze che io vedo come remote, è davvero illusione, ignoranza tutta mia.
Perché la parola “supersimmetria”? Le composizioni così contrassegnate provengono da bozze di poesie vecchie di 20, 30 o perfino 40 anni, che io ho sempre gelosamente conservato, o su carta o nel ricordo. Non poche poesie, allora, non si erano fatte per varie ragioni: una perché sentivo troppo forte la linearità che mi costringeva, mi piegava il pensiero e la penna in una direzione che non volevo, che sordamente, ciecamente, rifiutavo. Uno dei risultati di questo sordo rifiuto è il volume Maschere d’oro – 33 poesie italiane, edito da Biblioteca Cominiana del 1997. Nel caso di quella raccolta, le poesie finirono ovviamente per nascere, situandosi per giunta ad un buon punto secondo me della mia ricerca di un altro scrivere. Ciò malgrado i materiali di bozza di quelle stesse poesie continuavano a sprigionare una energia sottile ma prodigiosa. E io sapevo, vagamente percepivo che un giorno quella energia sotto le ceneri avrebbe aperto nuove porte, nuovi modi di vedere per me, tristo poeta perché ricco soltanto della sua razionalità.
Uso questa parola, “supersimmetria”, perché quelle bozze pur irradiando energia rimanevano oscure. Il che sembrerebbe confermato, visto che siamo figli del cosmo, dalla scoperta della materia oscura, la quale costituirebbe l’80% di tutta l’energia del cosmo. Questa cosa delle bozze l’ho capita pienamente molto tardi, solo 4-5 anni fa, quando le mie esperienze di vita si erano fatte molto difficili, e la risultante tensione esistenziale faceva affiorare in me livelli più profondi, anche più oscuri, della esperienza umana di sé e del cosiddetto mondo esterno.

Il cerchio cui mi riferisco nel titolo produce un senso di infinito e di vuoto creativo che nessun’altra forma geometrica possiede allo stesso grado. Non sono certo il solo a sentire tale suggestione. E così vi ho preso un cerchio e al suo interno ho inserito il kanji (carattere cinese) di kage, ad aprire questa piccola raccolta. Il motivo è per me molto importante.
Quando lavoravo con il mio collega giapponese alla traduzione di waka del periodo Heian in inglese e in italiano, un giorno, quasi dieci anni fa, iniziammo a parlare di questa strana parola, kage, che appunto lui diceva avere il doppio significato di “luce” e “buio”.
Se avessi avuto un dubbio che il mio amico stesse esagerando, questo scomparve quando per conto mio lessi un haiku di Basho, che un grande studioso, Makoto Ueda, aveva tradotto due volte, a distanza di più di vent’anni, così:

Chō no tobu bakari nonaka no hikage kana

A butterfly flits all alone – and on the field, a shadow in the sunlight. (1970)

Una farfalla svolazza da sola – e sul campo, un’ombra nella luce.

Chō no tobu bakari nonaka no hikage kana

Butterflies flit… that is all, amid the field of sunlight (1990)

Le farfalle svolazzano… solo questo, in mezzo al campo nella luce.

(traduzione Trinita Buldrini.)

La penultima parola nel haiku, hikage, è composta da hi, “luce, raggio di sole”, e da kage, che io traduco con “ombra-lumen”. Vediamo qui la suggestione di una farfalla o diverse farfalle che attraversano il campo inondato di luce, creando ancora più luce con le loro ali scintillanti. In questo impossibile sovrappiù di luce prodotto dalle farfalle appare un impercettibile turbarsi, il senso come di un’ombra. In questa immagine davvero portentosa abbiamo il rapporto della vita umana con il mondo circostante, che in molti sensi non è che il moto intimo dell’uomo, esso stesso mero svolazzare di farfalla nella grande luce ignota del mondo visibile.
Con il collega entrammo a parlare sempre più profondamente della qualità della luce, e del fatto che esiste una “chiarità” diffusa del paesaggio, anche quando questo non è direttamente illuminato dal sole. Leonardo da Vinci ha detto che la quantità di luce nello spazio non è mai così grande quanto il buio. (Anche questo forse confermato dalla scoperta della materia oscura).
Fu allora che qualcosa mi spinse a riflettere sulla coppia “lux-lumen” (come si vedrà dalla nota alla prima poesia qui sotto). Come avevo sospettato, anche nelle lingue occidentali c’era qualcosa di simile a kage (si pronuncia kàghe). Ma era necessario tornare al grande Latino, anche se l’Italiano ancora ne reca una traccia ben evidente.
La parola “chiaroscuro” non è nemmeno lei lontanissima da kage, sebbene più tecnico-pittorica, forse meno carica di sfumature e suggestioni.

Infine, vorrei mettere in guardia il lettore: il cerchio è in se stesso illusorio: non è da prendere come un punto di arrivo ma di partenza – anche per gli altri che mi leggono, anche per me stesso che mi leggo.

Steven TAV Termessos tomb

Termessos tomb

Poesie di Steven Grieco-Rathgeb

1. QUANDO IL TRENO RALLENTA DOPO SETTEBAGNI

sprofondando nella vegetazione
sotto due viadotti
che s’incro-
ciano, risalendo più in alto

dove stanno i miei simili, uomini e donne
visibili solo di gambe, di sola luce 光
senza testa o torace
e con tutte le loro attività in alto
in pieno sole, quotidiane
dal pane, al bar
i piedi frettolosi lungo il
marciapiede, i basamenti delle case,

quaggiù, in quest’ombra-lumen 影
un oleandro fiorito da sempre
ed intensamente il mio volto cieco
mi sembra rotto, selvaggiamente isolato,
ma è solo il suo porsi fiorito da sempre,
solo il suo porsi, adesso, in piena
assorta fioritura, espressione
del profondissimo buco nel mondo
da cui a nuoto risalgono nell’acqua buia
meravigliosamente limpida
nostre parole, sussurrate
dalle labbra come
esseri viventi –

“Ecologia” – di infinita
fragilità

che non so scindere
dalla mia immagine interna (e il prossimo
arrivo a Termini, l’oleandro al centro della folla

(dal senso di infinita pena)

30 maggio 2016

Nota 1: In giapponese, il primo kanji, hikari è luce piena, lux. Il secondo, kage, significa sia “luce” che “ombra”. Ad es.: tsukikage: “volto della luna”. La sua qualità è quindi vicina a lumen, “luminosità del paesaggio”.
Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani dice: “lùme: Splendore che nasce da cose lucenti, e la Cosa stessa che fa Lume (…) Lume differisce da Luce. Funzione della luce è di risplendere; Funzione del lume è d’illuminare. Perciò Lucere è verbo intransitivo e Illuminare transitivo.”
Per me poeta, la differenza cruciale sta proprio qui: fra la “c” o “x”, acuta, tagliente di luce, e la “m” più diffusa, introspettiva di lumen.

2. IL COLORE VERDE
Supersimmetria del verso 13 della poesia “Quando il treno rallenta…”

L’Uomo spiega
nel giardino dove cade obliquo il sole

illuminato
spiega
dentro il verde che appare cosa oltre i colori
traditi nella loro realtà basilare
supera nel fitto intrico perfino la luce
cadere dove vuole (non dove obbligata):
e come il verde allora si rallegri
trovando nella ramaglia strozzata da tante ombre
lo sguardo che varca se stesso
l’oltre-colore
rilucere nel neutro del suo pigmento.

Allora la stessa luce sembra un’altra:
ma non è che il trasecolare di quel verde,
suo manifestarsi incantevole:
che spiega a chi ascolta, quando पुरुष Purusha traspare
in prakriti प्रकृति natura, come è lui stesso

l’illuminato nell’ombra del pigmento

31 maggio 2016

Nota 2: Prakriti, “Natura” (ma anche “qualità fondamentale”, “radice di parola”). Purusha è l’Indifferenziato, ciò che anima la prakriti. I kanji nella prima poesia, e le parole sanscrite, qui scritte in grafia devanagari e latina, non vogliono spaesare: l’intento è rendere la poesia più “grafica”, più disegnata, più simile a quello che nella sua piena potenzialità la poesia può talvolta essere: una “installazione di inchiostro su carta”.

3. ETNOMUSICOLOGIA III – “Il Monte Olimpo”

Chi l’avrebbe detto, su quella scarpata pietrosa:
la sopravvivenza dell’uomo
racchiusa in un plettro e una cetra.

Come una magia le sere piovose d’autunno
fuggono in disordine verso la fine dell’anno,
non si stringono come il gregge intorno
al pastore nero-vestito:

lui sa come tagliar loro la gola compassionevole
perché non soffrano il sacrificio, trapassino
il volto distorto delle cose, ophrys mascherate
con l’elmo guerriero e sono Io, Io, e vibrano
danzando nell’ubriaco amplesso.

In questo crescente invisibile mucchio di cadaveri
un’azzurra catarsi le impelle
e imbrunite ascoltano al valico la musica
di quel tumulto, che la pioggia non sa sbarrare
né lo possono i cani dai collari chiodati
né i mille incappucciati Altri del pastore aguzzino.

Allora tutto è un lassù, Termessos
sotto il vasto tamburo del cielo
e corrono autostrade e viadotti vertiginosi
nel frastuono di gallerie e gallerie
scende e risale si sparge in ogni direzione il Tempo
come fiato dal flauto librato.

Al vertice del mondo i camionisti
si ristoreranno nelle aree di servizio future:
commessi viaggiatori, venditori e camminanti
il popolo rozzo e splendente, i divini cantori
affolleranno le vie sopraelevate del pianeta.

Così tu, stanza d’autunno, fra i mille Io, ascolti:
senza rivali, le tue ali cantano il cuore a nessuno.
Che sale anch’esso, ispirato, a loro che tu ed io sono.
Oltre pareti e palazzi alle mille città, a Nessuno,
rilucere ignoto nel gran buio atroce.

Supersimmetria di “Etnomusicologia III – via dei Canacci, 1992”

Questa poesia riassume molti dei miei pensieri sulla “musica popolare”, così come Béla Bartók scelse di chiamare il folklore musicale, perché vedeva in esso non solo le radici musicali dell’uomo, ma anche il fatto che ogni ulteriore sviluppo nel campo della musica possa soltanto partire da quell’universo di suoni e ritmi originari. Senza di esso, non esisterebbero né la musica classica occidentale, né il raga classico indostano. (Non so se in modo simile Stockhausen nel suo Mikrophonie I abbia inserito un tam tam, il cui suono viene rilevato da un altoparlante direzionale come “uno stetoscopio rileva il corpo di un essere umano”.)
Così, quando abitavo in Grecia, pochi mesi dopo la nascita di mia figlia si rese necessario il suo battesimo. Dico “necessario” perché erano i pescatori del villaggio dove abitavamo a volere il battesimo, non io e mia moglie. Per il Greco, in maniera particolarmente forte, il battesimo rappresenta il passaggio dal sostrato psichico pagano ad quello cristiano: dalla morte “buia” a quella “luminosa”. Ciò malgrado, per molti Greci, mi è sembrato, il significato della vita rimane quello più antico – “azzurro guizzo dal mare di un oscuro delfino”. Sia come sia, il battesimo di mia figlia era per loro imprescindibile, pena la nostra partenza da quel luogo qualora non ci fossimo trovati d’accordo.
Qualche giorno prima andai con il futuro padrino di mia figlia dai pastori valacchi, i quali svernano sulle colline sopra il Golfo Amvracico, a prendere le due pecore che sarebbero apparse cucinate sul tavolo imbandito della festa dopo la cerimonia religiosa. “Le riportammo al villaggio sul sedile posteriore della mia macchina, le zampe legate. Mi piangeva il cuore. Il papas ci aspettava nel giardinetto della sua casa: originario delle montagne pastorali del Pindo, è lui che macella gli animali nel villaggio. I pescatori non saprebbero come fare. Con gesto dolce prese le pecore una per una vicino alle gambe – loro mansuete, come di fronte ad un padre – poi un taglio veloce alla gola, e quelle si accasciarono senza un belato.”
Nacque subito nel mio pensiero il dilemma: è possibile riconciliare l’atto selvaggio cruento per la sopravvivenza, con le altissime vette raggiunte dalla musica popolare in tutto il mondo? Dove il punto esatto in cui l’uomo si trasfigura e asserisce la sua intima armonia con il mondo, e non soltanto quella del macellaio, che sembra il suo contrario? Ebbene, se questa affermazione ha un senso, allora tale presa di coscienza avviene nell’esatto momento in cui egli sgozza: per trascendere quell’attimo, egli deve essere convinto che qualcosa – forse la religione, forse la filosofia, ma io penso prima di tutto L’ESPRESSIONE ARTISTICA – lo sta nel contempo trasformando da bruto in eccelso trasfiguratore di una verità del mondo.
Come immagine di quest’attimo, di questo fulcro fremente in cui coesistono macellaio e divino musicante, ho preso la mia amata ophrys apiaria, una delle piccole orchidee mediterranee, che con il suo bizzarro volto “mascherato” (a me ricorda l’elmo del guerriero) attira l’insetto pronube il quale, ingannato e ignaro, pseudocopula con lei e poi sulla pancia porta via il polline per fertilizzare altre orchidee.

Nota: Termessos, un’antica città greca sui monti del Tauro, in Anatolia.

 

Steven TAv Koronisia 2009 foto T. Buldrini

TAv Koronisia 2009 foto T. Buldrini

4. ISOMETRIA I

La poesia al poeta:

A volte mi scorciano incontro tempi
quando tutta la foresta luceva
e la tua aspra indifferenza era mio amato compagno

Da allora ho percorso mille furenti vie
il volo sciamano, cieca sofia, l’immaginazione e l’epifania

Poeta, nel tuo rapimento che ignora ogni nesso
si sfiorano le ombre d’oro – e io non ho pace
di volgerle come oscure parole
sulle loro orme prefigurate

Ora le porte sono schiuse,
il suono è ovunque!

Ti chiedo: dove sta in me il compimento?

Il poeta alla poesia:

Amata, tu parli dentro le parole, domandi la mia risposta:
nell’aria di cristallo, nel vago cristallo sei l’aria—sei tutta l’aria,
e le tue parole origliano stupite ai vani sempre aperti

Strano, essere così, l’aria parlarsi:
tu, incurante del brunito
così tuo-stesso
rifrangersi di luce

quasi fossi io questo dire: o non lo fossi:
e allora queste voci
queste tue tante voci

mi paiono

essere una

2004-2014

Nota: ringrazio Ubaldo de Robertis per i suoi chiarimenti riguardo alla parola “Isometria”, dopo che l’avevo scelta come titolo per questa poesia.

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5. AL FRATELLO:

Cercavo invano, ormai da anni, di raggiungerti.
E apparve quello specchio, non ricordo
se posato in un campo, fra le zolle,
o nell’erba piena d’insetti.
Con la sua caratteristica impassibilità, seppe riflettere
cose di una bellezza selvaggia, insperata,
come se fossimo saliti sul terrazzo più alto della città.
Mentre io cercavo invano di interpretarne il senso.
A lungo il suo volto fu attraversato dalla fuga d’immagini
finché un giorno s’involò in lui
un uccello sopra un immenso paesaggio.

Allora venne, si prese sotto il braccio e se ne andò frettoloso.

Adesso non lo vedo più. O forse immagino che non veda noi.
Ma chi è lui? Da dove è venuto?
Tu è come avessi perso lo sguardo, l’ispirazione del mondo.
Io, passo le giornate in vuota contemplazione.

Supersimmetria di “Come cambiammo – Via dei Canacci, 1992”

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6. LA MATTINA RISPLENDE

Della notte non è rimasto nulla
tranne una porta socchiusa
sul corridoio:

tutti ancora dormono
ma qualcuno, si vede, è già sveglio,
il silenzio è trasalito
davanti alle finestre luminose:
già sveglio, a giudicare dai rumori,
qualcuno all’altro capo della casa:

perché da laggiù è salito un filo d’aria
si è levato pian piano
e con pazienza

torna
per l’alto spazio del corridoio,
più in alto dei libri polverosi che già sfiorano il soffitto,
torna sul filo di quel più elevato dialogo,
quel ragionare fra menti illuminate,
quasi a raggiungerlo
non dovesse sfiorare
fra la porta socchiusa il suo risveglio
e la mattina ancora buia

Supersimmetria di “Quando la mattina risplende – Via dei Canacci, 1997”
foto donna sale le scale

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7. FERMARE IL TEMPO II

Battiti uscivano dal cristallo di orologi
se ne illuminava un’intera civiltà – ma
cessò di colpo, serpeggiò in alto l’immobilità
ondeggiando senza spina dorsale

Un monello scagliò un sasso contro i frantumi di orologi
sfrecciò un sasso trapassando i quadranti
salì sospeso fra le trasparenze
volò un uccello immobile su un ramo

E il tempo era sopra dietro sul ramo fitto di foglie
dove l‘uccello svolava sorpreso: e l’osservatore,
sorpreso, immobile sul ramo millenario
borbottava un vecchio addormentandosi, una voce,
una scena tremando come tempo sopra il tempo

e sopra dietro ovunque dormiva la camera-giardino
brunita, ingioiellata di bui alberi, di fiori d’oro
e rami e cespugli vibranti luce già dormiva
si allungava come forza inerte nel silenzio

raccontando una donna un tempo fatato volando
ansimò: in terrore d’ali l’intero mondo spiccò
l’uccello vorticò fisso! da sopra il giardino, da dietro
che scendeva in macerie, serpeggiando risaliva

maggio 1979

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BLACK SUNFLOWERS

I’ve profited hugely, I’ve gained
from all these losses the loss of a world
that would open the open book.

Wherever I look now are black sunflowers
their deep glow gone.

Incredibly, they stand blinded in a field
overrun by light: withered root-hands
losing their grip on unwatered soil.

Are millions of birds, seeds, black suns ready to fly.

Creating, shaping new horizons discovers
another horizon,
that migration is a future: a new sky,
new vastness discovered by a mere flock of birds.
A new angle on the flying eye.

Till journeying so far beyond themselves,
at last cease being what will to reshape
continuously break up:
to flower in whatever flowers, lose all hope;
to become poems
cease the tireless game of becoming.

Seconda supersymmetria di una poesia non scritta nel 1990
Via Merulana, agosto 2014

Questa poesia sulla poesia rimane nella sua versione originale inglese, perché non sono riuscito a tradurla. Mi è sfuggita. Chiedo a Francesca Diano, bravissima traduttrice, di farlo per me, se per caso legge questo post.

 

Steven Grieco a Paestum

Steven Grieco a Paestum, 2013

8. VIAGGIO INFERO 2
Per Rita

Quanto profonda la luce
ai tuoi occhi chiusi
la mia testa rivolta in oscurità

Questa vita non la conosciamo più.
È un viaggio infero? Come dicevano. Un trascorrere,
O un luogo –

Il piede di una donna che sfiora la mia gamba in sonno
è miriade d’immagini afferrarsi nello spazio.
E il grande albero ramificato del mio esistere
radicato saldo a se stesso un luogo di lei
trasalire ad ogni successivo svelarsi
raggiungere ogni direzione ed ogni esperienza
mascherandosi come il tempo in
ogni pensiero. Ma dove, tu? E quello sfiorare intende,
e questo, intende “risvegliato”. Da un luogo infero
– esser vivi in जागृति, luogo di galassie

Stoccolma, Roma, novembre 2015 (trad. dall’inglese S. Grieco-Rathgeb)

Jaagriti (pronuncia, giàgriti): stato mentale dell’ “essere desto”, specifico all’essere umano (non alla vita animale, vegetale e “inanimata”).

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9. Ο ΜΑΪΣΤΡΟΣ – ALL’EPIRO – VENTO E ASFODELO

Quando mi svegliai da questo sogno di cose e di persone
ero tornato e non c’era più nessuno. Solo soffiava
costante, tenace come un mastino attraverso
la chiusa finestra, mi soffiava il maestrale
attraverso una fessura nel torace.
Alla finestra soffiava azzurro vuoto il vento
lo stesso vento che a lungo negli anni portò gli avvenimenti
i luoghi, le persone. Ora soffiava come un mastino
aprendomi una fessura di silenzio.

Il vento che in altre condizioni di tempo
luogo e persona diventò in mille mascheramenti
tramontane, mareggiate e ventate di scirocco, cozzare
di nuvole e rullio di Golfo, o di montagne, di promontori
e di fattezze appena accennate su volti fuggenti
ora soffiava vuoto e azzurro nella stanza disadorna
della mia primavera. Mia primavera gelida
dentro i fiori bianchi e gocce d’acqua
microcosmi che stillano dai rami uno ad uno.

Loro continueranno a mangiare pesce, a mangiare
sul piattino candida feta,
continueranno nelle stanze fra incrociati letti e masserizie
a morire sotto la croce greca.
La sera accenderanno i lumi davanti alle icone
sarà la preghiera alla Dea Speranza.
Continueranno col nero dei sacerdoti,
con l’ala corvina di 4 secoli e mezzo a sventolare
nel bianchissimo azzurro a vivere e morire.

Passando da qui, voi avete detto: non capiamo, non
vediamo, non cogliamo l’attimo che tu evolvi
pregno di mondo, respiro tenace fuggente nel pensiero
nelle cinematiche figure proiettate a migliaia
su uno schermo vuoto.

Ma io non scolpisco la luce di Seferis. Uguale,
talvolta, l’angolo osservato, il suo mirabile altrove
non è mio. Nel cieco della luce vado rovistando:
non c’è nessun asfodelo, solo nero-bianche immagini
proiettate furibonde su uno schermo
che non lascia traccia.

E dove sembra il mare incresparsi obliquo
verso riva, il vento soffiare perenne
nella stessa furibonda direzione.
Proiettarsi queste nere figure, questi ricordi
e promontori che non intagliano
perché senza sostanza, ombre nel vento che soffia luce.
Solo è il quadro della vuota finestra spopolata.
Qui, dove risalgono uccelli nell’aria, schegge senzienti
dall’orizzonte di promontori e monti profondi
catapultati in alto sul mare verde azzurro.

Di nuovo illusori bianchi cumuli staranno ammassati
all’orizzonte. Di là, verso il mare aperto trasecolando,
il limone ingiallirà al sole, il basilico nell’ombra
della pergola, le nuvole statiche ferme
sul retro di casa. Da altre finestre che inquadrano
Arta biancheggiare nella distanza, di là dal Golfo, le catene
del Pindo incoronate da cumuliformi.

E nella calma di vento i vecchi seduti davanti al Golfo.
Possa io parlare sempre di te, involandomi su
attraverso questi taciturni ai tavolini, alle tazzine
di caffè vuote e annerite.
Sono loro i miei autori: libellule prigioniere alle vetrate,
meglio di me hanno sognato la vastità.

Promontori visionari in tutta la loro lunghezza, immobili.
Mi guardano e guardano con i miei occhi.
E il modo delle acque di sciacquarsi sempre a riva,
le rondini di mare scomparire nell’aria stranite
non ne vengo a capo.

Perché a lungo andare tutto diventerebbe
inspiegabilmente reale. E un giorno si romperebbe a pezzi.
Di nuovo sarebbero altri quei promontori
che nel silenzio guardano se stessi.
Quei promontori guarderebbero solo se stessi.

Ecco perché arrivate quando sono già partito.
Il mio stupore è più grande.
Questo è lo studio della luce, gli uccelli
apparire furtivi fra gli scuri specchi d’acqua.
Sono reali, non ne avete studiato l’immobilità.

Nell’erba, nascosti fra le lagune fuggite come
innumerevoli cavalli di Troia, asfodeli smemorati.
Venuti qui, avete solo detto: non abbiamo visto,
non abbiamo colto l’attimo che si evolve
pregno di mondo dove il vento soffia, sibilo cavo,
triste flauto, avaro d’immagini.

In distanza loro mi guardano immobili
e mi sembrano il mio sguardo.
Perché le schegge di mio pensiero-luce
potrebbero soltanto nel cielo del proprio rarefarsi
tornare un giorno a se stesse,
come le onde prendere il largo e tornare a riva.

Creando un domani e un dopodomani, il mio cercare
tornare ancora a rompersi su questa riva.

E di nuovo trasalirei al volo delle rondini di mare,
ferite più intense nell’etere già così splendido.

Di nuovo, nel moltiplicarsi smarrito dei miei futuri,
quei promontori guarderebbero solo se stessi.

Supersimmetria di “Addio all’Epiro” – Koronisia 2005, Rome 2016

steven grieco piccioni sul terrazzo

foto di Steven Grieco (India)

Una nota a questa poesia. Le fa da sfondo il Golfo Amvracico, in terra d’Epiro: un golfo che si apre sul Mare Ionio per una mera fessura di poche centinaia di metri all’altezza della cittadina di Preveza. Quasi un mare interno, costituito anche da tre grandi lagune separate fra loro da sottili strisce di terra.
In questo Golfo fu combattuta nel 31 a. C. la battaglia navale di Actium, tra Marco Antonio e Ottaviano, il cui esito decise le sorti del futuro impero romano. Ancora oggi sorge lì vicino la città di Nikopolis, perfettamente conservata.
Un luogo oggi fuori dalle vie battute, ma cruciale per la mia famiglia, perché qui nacque mia figlia 31 anni fa. L’estrema, quasi impossibile bellezza del Golfo mi catturò poeticamente fin dall’inizio. Scrissi delle poesie, in inglese e in italiano.
Quello che non avevo capito allora, ed ho capito appena un anno fa, è che il suo grande cerchio, ricchissimo di acque pescose, di promontori e montagne all’orizzonte – mondo ubriaco e illimitatamente vasto – ciò malgrado appare in qualche modo circoscritto, e a me suggestivo di un cosmo finito: “finito”, così come l’uomo occidentale, fin da Omero e dai presocratici in poi, si immagina nato dal Nulla, e qui, in questo mondo trova la sua misura umana, qui può costruire la sua “casa”, prima di tornare un giorno al Nulla. Nell’antica Grecia i morti diventavano asfodeli, fiori dell’oblio.
Eppure non vi è nel Golfo alcuno scorcio prospettico chiaro e univoco, nessun punto dove vanno tutte le linee a convergere! Non vi è alcun senso di “termine”, di morte definitiva, perdita irrevocabile del ricordo di sé. In esso è tutto sfericità, apertura. Ma non dispersione.
Per me e per tutta la mia famiglia, esso allora rappresentò una casa in questo mondo, perché arrivammo qui per vie davvero fortunose, con mio figlio piccolo e mia moglie nel settimo mese di gravidanza. E proprio per tale motivo, perché questo allora era per noi un approdo, io non capii il senso più profondo del paesaggio che pure vedevo ad occhio nudo e amavo: che esso circoscrive l’infinità. Esso, insomma, possedeva un orizzonte segreto, non visibile ad occhio nudo.
Diversissimo ma simile a quello che avevo così bene conosciuto in India. E’ un infinità, quella indiana, inimmaginabilmente vasta, ma per niente dispersa. Anzi, con tutti i pezzi perfettamente al loro posto. Solo per un piccolo dettaglio quella visione è secondo me profondamente diversa dalla cosmogonia occidentale tradizionale (prima, diciamo, di Galileo): non fa alcun tentativo di imbrigliare, di ridurre alla ratio, l’Assurdo irriducibile delle cose. La sua radice è inafferrabile anche a se stessa.
È sufficiente che io salga, fisicamente o mentalmente, su una delle montagne che si vedono dal Golfo Amvracico, per sentire chiamare forte il mio nome. Sento quella voce arrivare da lontano, come un sussurro. Viaggia migliaia di chilometri lungo le catene montuose dell’Asia. Quando sono assorto in qualche pensiero la sua insistenza mi fa trasalire: proviene da un’altura, punto di partenza di un raggio luminoso che oltrepassa le frontiere e le meschine barriere umane (prima di tutto mie). Che sia Devprayag quel luogo all’altro capo del mondo: laddove confluiscono i fiumi Bhagirathi e Alaknanda? O la scarpata vertiginosa, a 3500 metri, dove stai di fronte a Nanda Devi, nevosa gigantessa, dea vergine che si erge su fino a 7800 metri di altitudine? Non so.

10. TWO MOTHS / DUE FALENE

(I)
Un esperide è entrato volando dalla finestra. O forse giaceva già sulla scrivania quando sono entrato nella stanza. L’ho guardato, domandandomi che fare. Lui ha detto: “Sono venuto qui a raccogliere i miei pensieri. Ormai è giunto questo tempo, e io sono entrato da fuori. Per tutta la primavera e l’estate svolazziamo a decine di migliaia fra i possenti platani nella elegante via romana. Benché, ombrosi e dispersi come siamo, raramente veniamo notati. Da lassù, in autunno, ci sparpagliamo in tanti posti diversi, cercando più crepuscolo.”
“Capisco, ma ora, che faccio? Forse ti è rimasto un po’ di vigore: apro la finestra e ti faccio volar via?“
“No,” ha detto. “Non mi faresti un favore mettendomi fuori per forza. Sono troppo debole, cadrei giù in strada.”
“Pensavo che fosse possibile un ultimo volo verso quegli alti rami.”
“E’ la tua fragilità umana che ti spinge a pensare così. Io sto solo volando via da questo respiro.”
Mi ha sorpreso. “Vuoi dire che noi siamo immortalmente qui? Che la nostra psiche non è mai nata?”
Ho aspettato un po’, poi l’ho sentito mormorare: “il minuscolo cerchio della vita individuale è racchiuso dentro il più grande cerchio della morte. Oltre quel cerchio tutto esiste, inesprimibilmente. La nostalgia, memoria di questo mondo, fa sì che torni qui. Questo intendo. E amo l’erba falciata, e i campi ondeggianti. Ora che è maggio, ed è giugno come una corsa in treno nella campagna toscana, sono venuto qui. Perché io, creatura bruna, rimango senza parole nel vedere come fai macerare fiori azzurri nell’alcol, mi dà una strana gioia come aspetti con pazienza che qualche raggio di sole penetri la penombra della tua stanza a bagnare quei fiori di luce.”
L’esperide giaceva come esanime sulla scrivania. Improvvisamente ha sbattuto le ali, e sollevandosi con violenza è precipitato in un angolino buio della stanza come papaveri nel grano ancora verde. Poi è rimasto lì, respirando appena, sprofondato nel pensiero.

(II)
Ho preso in mano quel leggero essere madreperlaceo, l’altro giorno, scendendo le scale del mio palazzo in Via Merulana. Nudi gradini di marmo, nude pareti, non una fronda giù per le scale illuminate a giorno. Vedendola rattrappita, immobile su un pianerottolo, ho pensato che non doveva stare lì. Anche se, con l’autunno tutto intorno, stava cercando dove morire. Perché, in un posto così freddo e nudo? L’ho raccolta nelle mani a coppa, e l’ho portata fuori. Per la strada ha iniziato a battere le ali, è riuscita a sfuggire dalle mie mani, è volata via. E’ successo davanti a un negozio di ottica, la vetrina piena di lenti, occhiali da vista e da sole. Nell’attimo in cui ho sorpreso la mia immagine nella vetrina, la falena, da un luogo non più visibile, ha detto: “Stai pensando alla morte dal punto di vista della vita. Io vedo la morte dal punto di vista dell’esistenza.”
Ho risposto: “è strano che io ti senta. Ogni movimento del tuo corpo e delle tue ali parla la mia lingua.”
“E’ soltanto perché siamo poeti tutti e due,” ha risposto la falena, più raggomitolata che mai. “Ti ho aspettato a lungo quando piangevo e mi disperavo nella grande casa di legno buia e vuota. Adesso non ho più bisogno di te.”
“Addio. Mi dispiace che tu debba morire qui per la strada come una mendicante, tu che hai le ali luminose di una principessa Heian.”
“Conosci quel musicista di strada cinese, che suona l’erhu?”
“Certo. E’ mio amico.”
E lei: “Spesso viene qui la sera, e suona davanti alle trattorie. Lo sento da dentro il buco del tronco dove giaccio morente.”

Roma, via Merulana, autunno 2013 (trad. dall’inglese, Trinita Buldrini)

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. 
Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008); La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera –Versi erotici delle poetesse italiane – (2012); Dieci sue poesie sono presenti nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa (Ed. Progetto Cultura, 2016).

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70 commenti

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70 risposte a “Steven Grieco-Rathgeb DIECI POESIE “DIMENSIONI DI UN CERCHIO” E “SUPERSIMMETRIE”: UN PROSIMETRUM INEDITO DI STEVEN GRIECO-RATHGEB. POESIE COME INSTALLAZIONI DI INCHIOSTRO SU CARTA. LA GRAFIA DEL VUOTO, LA PAROLA IN DIVENIRE E LA QUESTIONE DELL’INCALCOLABILITA’, DA LIMITE SCIENTIFICO A RISORSA POETICA. COMMENTO DI LETIZIA LEONE. trad. dall’inglese, Trinita Buldrini

  1. Carissimo Steven, leggevo abbagliata queste tue poesie e mi ha molto colpita Black Sunflowers, finché sono arrivata alla tua nota! Mentre leggevo di come tu non sia riuscito a tradurla, mi è subito venuto in mente l’analogo problema che ho quando scrivo poesie in inglese. Mi è impossibile tradurle. E mi ha confortato il fatto che succeda anche a te. Poi, proseguendo, la sorpresa della tua richiesta! Mi hai commossa, mi sento molto onorata ed ecco il mio modesto tentativo di rendere in italiano il tuo testo bellissimo e intenso sulla perdita di se stessi, sulla trasformazione, sul senso della poesia. Spero di aver interpretato bene quello che volevi dire (il quintultimo e il quartultimo verso non mi sono molto chiari sintatticamente e la terza persona singolare di “discovers” del decimo verso non sono certa a chi si riferisca, l’ho interpretata come riferita a “migration”). Sentiti libero di apportare eventuali cambiamenti.
    Ma questa questione di avere difficoltà nel tradurre una propria poesia scritta in una lingua diversa, è molto interessante. Io in genere finisco per riscriverla. Non mi succede con la prosa però.
    Un abbraccio grande.

    GIRASOLI NERI

    Ho tratto gran profitto, ho guadagnato
    da tutte queste perdite la perdita di un mondo
    che aprirà il libro aperto.
    Ovunque io ora guardi sono neri girasoli
    scomparso l’intenso bagliore.
    Incredibile, accecati sono in un campo
    inondato di luce: dita-radici disseccate
    non hanno presa sul suolo inaridito.
    Milioni di uccelli, semi, soli neri pronti al volo.
    Creando, dando forma a nuovi orizzonti scopre
    un altro orizzonte,
    quella migrazione è un futuro: un nuovo cielo,
    vastità nuova scoperta da un semplice stormo.
    Per l’occhio in volo una nuova prospettiva.
    Finché viaggiando lontano oltre se stessi,
    infine più non saranno ciò che va rifoggiato
    continuamente smembrandosi:
    per fiorire in qualunque fiore, perdere ogni speranza;
    diventare poesie
    cessare l’eterno gioco del divenire.

  2. Caro Steven, tu cerchi di comunicarci il mito, e lo fai egregiamente; ma la differenza resta: noi siamo spettatori, tu fai parte viva del mito stesso.

  3. SULLA POESIA SUPERSIMMETRIA DI STEVEN GRIECO RATHGEB da lombradelleparole.wordpress.com

    Ha scritto Steven Grieco-Rathgeb:
    «Cosa non deve essere riconosciuto delle parole?
    ll loro senso completo. Solo l’ombra deve essere riconoscibile.
    Il resto lo fa il poeta.
    Quindi la parola arrivi al lettore rallentata, e quindi velocissima…»

    Ha scritto John Cage:
    «L’arte è un modo di vita, come prendere l’autobus, cogliere fiori».

    Direi che la predisposizione all’apertura verso il mondo è il prerequisito da cui parte la poesia di Steven Grieco-Rathgeb. Apertura significa mettere sullo stesso piano i suoni, i rumori, le immagini e aspettare che, improvvisamente, sorga un evento. Cogliere l’attimo dell’evento per riportarlo sulla pagina dopo averlo fatto passare attraverso il tempo interno della vita interiore. In fin dei conti, la differenza tra suono e rumore delle parole sta soltanto nella loro durata interiore, nella gamma di risonanza che la parola o il rumore (ad es. di un insetto che ci vola vicino), ci inducono nella nostra vita interiore. La poesia dovrà quindi essere capace di ricettività di questa vita interiore. Occorre quindi un lungo apprendistato, un esercizio spirituale. Ecco spiegato il perché certe composizioni di Grieco-Rathgeb stiano lì in attesa per decine di anni prima di essere definitivamente composte. Il Tempo entra in queste poesie come fattore attivo della composizione poetica (e non passiva, quale mero registratore di anni, mesi, secondi; e non come tempo esterno).
    Che cos’è l’evento che accade nella poesia di Grieco-Rathgeb?. Eccolo, è uno specchio nascosto nel folto della vegetazione:

    Cercavo invano, ormai da anni, di raggiungerti.
    E apparve quello specchio, non ricordo
    se posato in un campo, fra le zolle,
    o nell’erba piena d’insetti.
    Con la sua caratteristica impassibilità, seppe riflettere
    cose di una bellezza selvaggia, insperata,
    come se fossimo saliti sul terrazzo più alto della città.
    Mentre io cercavo invano di interpretarne il senso.
    A lungo il suo volto fu attraversato dalla fuga d’immagini
    finché un giorno s’involò in lui
    un uccello sopra un immenso paesaggio.

    La poesia nasce dalla apprensione di un Evento che illumina il mondo circostante. Nella poesia di Grieco-Rathgeb si sprigiona una grande qualità di luce che illumina l’ombra. La definizione della poesia implica una ridefinizione della vita: il fare vuoto dentro di sé per fare vuoto dentro la poesia, il vuoto come ricettacolo attivo di quanto circola all’esterno, il vuoto che definisce il pieno. Il fare vuoto come esperienza fondamentale per raccordarsi con il cosmo, svuotamento di sé per fare entrare il fluido pieno del cosmo.

    Un artista giapponese Kengiro Azuma spiegava così la sua pratica ascetica: «zen vuol dire essere vuoto. è come tenere un bicchiere vuoto. se il bicchiere è vuoto è sempre pronto a ricevere». Qualcosa di analogo avviene nella poesia di Grieco-Rathgeb: la capacità di fare vuoto attraverso rallentamenti ed accelerazioni, slargamenti e restrizioni, cambiamenti di prospettiva e zoom su singoli dettagli del cosmo.

    9. Ο ΜΑΪΣΤΡΟΣ – ALL’EPIRO – VENTO E ASFODELO

    Quando mi svegliai da questo sogno di cose e di persone
    ero tornato e non c’era più nessuno. Solo soffiava
    costante, tenace come un mastino attraverso
    la chiusa finestra, mi soffiava il maestrale
    attraverso una fessura nel torace.
    Alla finestra soffiava azzurro vuoto il vento
    lo stesso vento che a lungo negli anni portò gli avvenimenti
    i luoghi, le persone. Ora soffiava come un mastino
    aprendomi una fessura di silenzio.

    Il vento che in altre condizioni di tempo
    luogo e persona diventò in mille mascheramenti
    tramontane, mareggiate e ventate di scirocco, cozzare
    di nuvole e rullio di Golfo, o di montagne, di promontori
    e di fattezze appena accennate su volti fuggenti
    ora soffiava vuoto e azzurro nella stanza disadorna
    della mia primavera. Mia primavera gelida
    dentro i fiori bianchi e gocce d’acqua
    microcosmi che stillano dai rami uno ad uno.

    Loro continueranno a mangiare pesce, a mangiare
    sul piattino candida feta,
    continueranno nelle stanze fra incrociati letti e masserizie
    a morire sotto la croce greca.
    La sera accenderanno i lumi davanti alle icone
    sarà la preghiera alla Dea Speranza.
    Continueranno col nero dei sacerdoti,
    con l’ala corvina di 4 secoli e mezzo a sventolare
    nel bianchissimo azzurro a vivere e morire.

    Passando da qui, voi avete detto: non capiamo, non
    vediamo, non cogliamo l’attimo che tu evolvi
    pregno di mondo, respiro tenace fuggente nel pensiero
    nelle cinematiche figure proiettate a migliaia
    su uno schermo vuoto.

    Ma io non scolpisco la luce di Seferis. Uguale,
    talvolta, l’angolo osservato, il suo mirabile altrove
    non è mio. Nel cieco della luce vado rovistando:
    non c’è nessun asfodelo, solo nero-bianche immagini
    proiettate furibonde su uno schermo
    che non lascia traccia.

    E dove sembra il mare incresparsi obliquo
    verso riva, il vento soffiare perenne
    nella stessa furibonda direzione.
    Proiettarsi queste nere figure, questi ricordi
    e promontori che non intagliano
    perché senza sostanza, ombre nel vento che soffia luce.
    Solo è il quadro della vuota finestra spopolata.
    Qui, dove risalgono uccelli nell’aria, schegge senzienti
    dall’orizzonte di promontori e monti profondi
    catapultati in alto sul mare verde azzurro.

    Di nuovo illusori bianchi cumuli staranno ammassati
    all’orizzonte. Di là, verso il mare aperto trasecolando,
    il limone ingiallirà al sole, il basilico nell’ombra
    della pergola, le nuvole statiche ferme
    sul retro di casa. Da altre finestre che inquadrano
    Arta biancheggiare nella distanza, di là dal Golfo, le catene
    del Pindo incoronate da cumuliformi.

    E nella calma di vento i vecchi seduti davanti al Golfo.
    Possa io parlare sempre di te, involandomi su
    attraverso questi taciturni ai tavolini, alle tazzine
    di caffè vuote e annerite.
    Sono loro i miei autori: libellule prigioniere alle vetrate,
    meglio di me hanno sognato la vastità.

    Promontori visionari in tutta la loro lunghezza, immobili.
    Mi guardano e guardano con i miei occhi.
    E il modo delle acque di sciacquarsi sempre a riva,
    le rondini di mare scomparire nell’aria stranite
    non ne vengo a capo.

    Perché a lungo andare tutto diventerebbe
    inspiegabilmente reale. E un giorno si romperebbe a pezzi.
    Di nuovo sarebbero altri quei promontori
    che nel silenzio guardano se stessi.
    Quei promontori guarderebbero solo se stessi.

    Ecco perché arrivate quando sono già partito.
    Il mio stupore è più grande.
    Questo è lo studio della luce, gli uccelli
    apparire furtivi fra gli scuri specchi d’acqua.
    Sono reali, non ne avete studiato l’immobilità.

    Nell’erba, nascosti fra le lagune fuggite come
    innumerevoli cavalli di Troia, asfodeli smemorati.
    Venuti qui, avete solo detto: non abbiamo visto,
    non abbiamo colto l’attimo che si evolve
    pregno di mondo dove il vento soffia, sibilo cavo,
    triste flauto, avaro d’immagini.

    In distanza loro mi guardano immobili
    e mi sembrano il mio sguardo.
    Perché le schegge di mio pensiero-luce
    potrebbero soltanto nel cielo del proprio rarefarsi
    tornare un giorno a se stesse,
    come le onde prendere il largo e tornare a riva.

    Creando un domani e un dopodomani, il mio cercare
    tornare ancora a rompersi su questa riva.

    E di nuovo trasalirei al volo delle rondini di mare,
    ferite più intense nell’etere già così splendido.

    Di nuovo, nel moltiplicarsi smarrito dei miei futuri,
    quei promontori guarderebbero solo se stessi.

    Supersimmetria di “Addio all’Epiro” – Koronisia 2005, Rome 2016

  4. ubaldo de robertis

    Questa volta si è reso necessario procedere con passo fermo alla lettura delle poesie una volta denudate dal manto di note, nessi, suggerimenti interni, delucidazioni. Ho immaginato che i versi fossero sorti improvvisi, spontanei, quasi inavvertiti, nel sentire di Steven Grieco-Rathgeb, questo perché i presupposti della sua poesia li conoscevo. E mi son detto: se la gran parte dei versi mi sembrerà nata come un dono, chiaro, intenso, irripetibile, allora vorrà dire che l’arte poetica avrà riscattato tutto il lavoro(non intendo qui affermare che non sia necessario) che c’è stato dietro. Così è risultato e non mi vergogno di rivelare che ho dovuto mettere alla prova questo autore.
    Molte volte mi capita di entrare nella stanza della poesia e avvertire l’aria viziata dalle varie “costruzioni”. Ci sono versi parole passaggi che solo un poeta sincero autentico può inventare, magari non è mai uscito dal proprio territorio e conosce appena la lingua che è sua. A volte un poeta genuino ti da la misura del tempo della simmetria del pieno e del vuoto della relatività delle cose per la potenza intuitiva del proprio pensiero, si affaccia brevemente in un abisso e ti accorgi che ha avuto il modo e il tempo di scrutarne misteriosamente il fondo.
    Mi sembra di poter dire che la Poesia di Steven Grieco-Rathgeb, qaule che sia la sua genesi, si preannuncia ricca di valori, forme ariose, e sicure.
    Ubaldo de Robertis

  5. Ci sono due termini usati da Letizia Leone nella sua introduzione alle poesie di Steven Grieco- Rathgeb, che si ricongiungono al Prosimetrum e alle forme del Kage, nelle loro specifiche dualità. C’è in fondo a queste poesie la lettura di una realtà polimorfica, che si cristallizza nel momento in cui salgono in superficie gli scatti sensoriali di un universo figurativo, dalle molteplici ibridazioni, con immagini, e opus metricum, derivanti dalla primigenia condizione creativa. Più in specifico, si tratta di una documento poetico, significativamente aperto a più rastrellamenti tematici e biografici. Una lingua che, nei suoi meccanismi di funzionamento, trae le risorse dal vivo delle percezioni temporali e dalle tracce di una memoria chiamata a periodizzarsi in più tematiche, con frammenti mobili ed espressivi. In ciò si misura oggi la poesia di Steven Grieco-Rathgeb, che ha il fascino del mistero della cultura orientale e metropolitana. Ed è proprio la pratica del viaggio a fornire a questo poeta le latitudini della sua poesia che ha in sé il piacere del testo, per dirla con Barthes.

  6. Salvatore Martino

    Mi ci vorranno giorni per leggere queste poesie di Grieco, le sue note, il commento di Letizia Leone, quelli di Francesca Diano, di Linguaglossa, di De Robertis , di Gabriele, con questo caldo e la la stanchezza tutto diventa impervio, come salendo a Termessos, uno dei luoghi più affascinanti che abbia toccato nel mio girovagare per le terre. La poesia si snoda come un fiume, aristocratica e profonda, in una commistione lacerata di linguaggi, di tematiche, di stilemi…nel segno del vaggio infero e reale e metafisico. E trasmette emozione. Questa la brevissima nota che mi parte da una lettura appena abbozzata. Il tutto mi pare comunque lontano da quanto veniva poco tempo fa promulgato in una sorta di “testamento” poetico basato sul frammento e sopra una costruzione quasi totalmente intellettualistica. Qui per fortuna siamo su ben diversi cammini, e il lettore è totalmente coinvolto in un giro di commozione, siamo addentro la poesia Salvatore Martino

  7. Steven Grieco-Rathgeb

    Mi trovo impossibilitato in questo momento a rispondere a tutti voi.Ho molte cosa da dirvi. Stasera piu tardi lo faro’!

  8. Giuseppe Talia

    Di Steven Grieco mi è chiara la matrice. La matrice dei suoi versi, almeno in questi che leggo in questa pagina, è riconducibile al poeta irlandese W.H. Yeats, non solo nella versificazione, come nei quadri che si succedono temporizzati, ma soprattutto per la visione mistica, la dicotomia che si agita nel tessuto profondo, tra una ricerca di luce e una oscurità refrattaria, miti ed esperienze dirette nella ricerca di senso e di collegamento. Il filone filosofico che traspare ricorda la lezione di Tagore, come pure di Ezra Poud nella commistione di lingue, in questo caso i kanji e le parole in sanscrito, che, come afferma lo stesso autore nella note, non si inseriscono nel discorso poetico ma corredano graficamente i testi. A quale proposito?
    Leggendo i versi, ancor prima delle note e dei commenti, ho avvertito istintivamente che fossero composti in un arco temporale riferibile a un recente passato, con uso di vocaboli un po’ sorpassati, tipo “monello”, che stridono con l’uso di termini scientifici come “isometria”.
    Rimane originale, ma anche per molti versi contraddittoria, l’esperienza viva e personale di Grieco.

  9. due brevi considerazioni, anche collegandomi alle traversie personali di questo periodo, questa lettura conferma due cose semplicissime, che la Poesia o c’è o non c’è (poche balle e pochi manifesti) in questo caso c’è ed emoziona, la seconda che la poesia è arte liquida, non ha forma nè colore ma è indispensabile

  10. gabriele fratini

    Quando Grieco ritrova la natura, ritrova la bellezza; per un attimo abbandona l’eccesso di filosofia che appesantisce tanti suoi testi, snellisce tecnicamente i versi che si fanno meno prosastici e tutto ne guadagna. Grieco è un ottimo cantore del tempo e del creato. Anche se tanti scritti che ho letto di lui sul blog spesso vanno in tutt’altra direzione, più intellettualistica e meno feconda a mio parere. Peccato per le note a piè di poesia che non sono necessarie: il poeta dovrebbe avere quel po’ di sana presunzione che lo dissuada dallo spiegare tutto a tutti.
    Un saluto.

  11. gino rago

    Una competentissima interprete della poesia contemporanea (Letizia Leone) incontra l’opera in versi di un grande poeta (Steven
    Grieco-Ratgheb): i risultati soprattutto estetici – ben colti, nei loro
    commenti, da Francesca Diano e da Giorgio Linguaglossa, da Ubaldo
    de Robertis e da Mario Gabriele, da Flavio Almerighi, Giuseppe
    Talìa-Panetta e Anna Ventura, mentre Salvatore Martino nella sua
    ormai nota “onestà” a sé invoca tempo e clima meno repellenti per una
    più proficua lettura – sono sotto gli occhi d’ogni lettore della nostra
    Rivista di Letteratura Internazionale.
    La quale ci propone un’altra pagina d’alto valore letterario,
    specialmente quando nel poeta ospitato, Steven Grieco-Ratgheb,
    esperienza esistenzialistica e metafisica classica trovano il giusto punto
    di fusione. Del resto, in ogni forma d’arte si producono quelle “cose”
    la cui essenza è già nell’anima di chi le fa, che poi sono quelle
    “cose” lasciate a sedimentare anche per anni e, come segnala Giorgio L.
    nel suo commento, che se riprese nel tempo favorevole all’evento,
    aspirano a farsi “forma pura” nel senso dell’estetica europea.

    • Salvatore Martino

      Carissimo Rago io non getto sulla pagina impressioni ricavate da una precaria lettura.Ho aspettato per dialogare a lungo con Grieco, come potrai vedere in tutti i miei commenti. L’ironia puoi benissimo risparmiatela, d’altronde posso permettermi di essere un esigente “aristocratico”

      • gino rago

        Ma caro Martino, non era assolutamente ironica la mia meditazione.
        Ne so qualcosa anch’io, nel mio soggiorno in piena Magna Grecia Sibarita, di afa attaccaticcia e salmastra che mi piega le ginocchia e mi fa
        rimandare a fine agosto i miei impegni di scrittura, anche di note critiche,
        recensioni, prefazioni, promesse a poeti e poetesse i cui lavori si stanno
        affastellando sulla scrivania del mio buco-studio sul lungomare…
        A cominciare dalle stupende, superbe ricerche poetiche di Edith D.
        Del resto, caro Martino, ogni uomo è la sua storia, è la ragione del
        suo radicamento nella storicità, è la relazione stessa con ciò che vive, avverte, definisce “mondo”, pur nel divenire che però non si attua
        senza quelli che Carlo Diano ha definito “Eventi”.
        Gino Rago

  12. In queste poesie di Steven Grieco-Ratgheb sono i frequenti cambi di immagine, non metaforici o non solo metaforici, l’elemento che mi attrae e rende piacevole la lettura. Capisco che, per l’autore, questi continui sbalzi visivi siano funzionali al suo intento di volersi cimentare in temi filosofici- metafisici; capisco anche che, se molto tempo trascorre tra la prima stesura e la poesia finita, questo può dipendere dalla messa a punto, o a fuoco, proprio di questi temi: in altre parole è “senso” che non sempre si evidenzia chiaro in prima scrittura; questo perché, nel caso non venga pre-fissato, il senso del discorso si presenta come nebulosa, come presenza e groviglio da dipanare. Ecco perché a mio avviso possono servire anche anni di attesa. Immagino quindi che queste poesie siano state scritte inizialmente come appunti creati allo scopo di fermare, indicare e circoscrivere un significato; significato che si andrà chiarendo grazie alla poesia che, si sa, è altra forma d’intelligenza, se paragonata alla mera ragione. Quel che non capisco è perché l’esito di queste lunghe operazioni si presenti in forma di scrittura lineare, tutto sommato tradizionale (do un po’ ragione a Talia) quando, invece, secondo me, sarebbe da fare a pezzi: grazie, ma poi come la mettiamo con le complicanze della metafisica? Ah, poesia difficile a farsi, questa, tanto più se rivolta alla razionalità specifica di un diverso continente. Infatti è un continuo spiegare, come A per via dell’Ape o la Z di Zebra; e nel frattempo doversela cavare con la poesia come accadimento…

  13. Caro Martino,
    mi collego al tuo commento in cui asserisci l’assenza del frammento in queste poesie di Steven Grieco Rathgeb, e a supporto di codesta tua asserzione, poni come atto probatorio, i testi qui presentati. E’ una dichiarazione la tua che si basa su prove poetiche retroattive di Steven Grieco, (quasi 40 anni fa!) non comparabili con quelle attualmente praticate dal poeta, che meglio potrà, se lo desidera, intervenire in proposito e in considerazione degli ultimi esiti poetici. Trovare in te uno dei più accaniti oppositori del frammento, è non tener conto dell’evoluzione del linguaggio nella Storia. Se c’è un pensiero statico, conservatore è la democratura (neologismo coniato recentemente dai politici italiani) della poesia, tradizionale e passatista, che non ammette modificazioni nel corso del tempo. Io adotto il frammento ritenendolo più idoneo nell’attuale afasia poetica, dove, vergognosamente, si parla di luna e di stelle, di tristezze e di malinconie, di elegia e autobiografismo: tutte cose da lettino di Jung. Comunque, questo è il mio pensiero e questa è la tua fede nella poesia in cui credi. Con cordialità e senza risentimento.

  14. Dimmi quale uso fai del tempo e dello spazio e ti dirò che poesia fai. Questo è un assioma al quale resto ormai fedele da svariato tempo. Il tempo e lo spazio sono entità fugaci, simmetriche, dissimmetriche… alla nostra coscienza, alla nostra mente sembrano delle entità portentosamente evidenti… ma io ho imparato a diffidare di tutto ciò che è immediatamente evidente…

    Bisogna sempre andare a rovistare ciò che si nasconde al di là dell’evidenza, di tutte le evidenze… E così qualcosa di analogo avviene nella mia poesia… e qualcosa di analogo avviene nella poesia di Steven Grieco-Rathgeb; lui li utilizza, i frammenti, come metri variabili, come elastici che si allungano e si restringono; nella sua poesia c’è un girovagare, un andare intorno agli «oggetti» (che parola squallida!), e gli oggetti volano, se ne vanno per loro conto, e anche la nostra coscienza se ne va per suo conto… Voglio dire che una volta c’era il poeta lirico o antilirico, orfico o sperimentale etc. che pensava così: qui ci sono io e qui ci sono «loro», dal che scaturiva la poesia… ed era senz’altro confortevole pensare in questo modo semplificato la questione dell’io e del tu, del soggetto e dell’oggetto, era semplice e rassicurante… ma purtroppo le cose non sono affatto così semplici, non basta una mappa o una toponomastica per uscire dal labirinto, per via del fatto che chi ha costruito il Labirinto è senz’altro un qualcuno dotato di straordinaria versatilità imaginale…

    E allora, caro Salvatore Martino, che cos’è il «frammento»? – Esso è una parte del tutto che rimanda al tutto come parte. Tutto qui. Il frammento è la condizione oggettiva della nostra apprensione, noi non apprendiamo che per frammenti, i simboli sono essi stessi frammenti, quand’anche de-simbolizzati (ammesso e non concesso un tal fatto). Pensare di fare un romanzo o una poesia per il tramite del frammento significa pensare di fare una poesia del Tutto.

  15. Salvatore Martino

    Caro Gabriele a me sembra che il frammento in poesia, come tante volte ho affermato, non sia una novità. Tanti poeti lo hanno frequentato nel tempo, io stesso ne ho persino abusato anni addietro. Non penso di aver mai demonizzato questo modo di affrontare la poesia soltanto non ne condividevo la presunta novità. Certo posso ben dire che questi splendidi
    percorsi di Grieco sono tutt’altro che frammentari, ma non per questo passatisti. Nonostante quello che tu affermi penso di avere una visione ampia della poesia, al di fuori dei dettami razionalistici delle scuole o delle tendenze e ancor meno dei manifesti.La mia fede è soltanto nella poesia, che in più di cinquanta anni ho inseguito, in una variazione di tematiche e di stili, il famoso oggi aborrito significante. Ecco in questi viaggi di Grieco ci sono le immagini, c’è il pensiero filosofico, più trattenuto che altrove, c’è la musica, ci sono le emozioni e l kommos, c’è il mistero, ci sono i segreti camminamenti fisici e metafisici, c’è la “commiserata” ispirazione, c’è il filo ininterrotto tra il mondo infero e quello razionale, c’è l’abilità tecnica,l’indefesso labor limae

  16. Il frammento, in queste poesie di Grieco, non si presenta come novità perché non evidenziato formalmente. Ciò è dovuto alla conseguenzialità del senso che, a una lettura veloce, restituisce intatte le dinamiche della poesia lineare.

  17. Salvatore Martino

    Allora a questo punto credo di scrivere in una lingua sconosciuta caro Linguaglossa: non ce l’ho col frammento ,dico solo che il suo utilizzo è tutt’altro che una novità, magari penso anche che il suo uso esclusivo può essere in qualche modo riduttivo. Poi ognuno è libero di scrivere per frammenti, con un dettato intellettualistico, cancellando il lavoro sulla forma, cancellando ogni emozione di scrittura o di comunicazione, volgendo verso il deserto e il vuoto, verso il silenzio e l’afasia, considerando una stortura del passato la invocata Musa ispirazione, rottamando tutta la tradizione alla maniera del giullare fiorentino. Col tempo si scioglieranno i nodi e si vedranno i risultati. Il tempo vigila sulla poesia da quel galantuomo che è…

  18. Citazione da Carlo Diano*

    Con la forma appaiono le «cose» e lo spazio si separa dal tempo.. Per Aristotele il mondo è nello spazio quanto alle sue parti, non lo è quanto al tutto. Fuori della figura non c’è spazio se non come «intervallo» rispetto a un’altra figura. A questo spazio è ridotto il tempo, definito da Aristotele come «numero del movimento secondo il prima e il poi». Ora, la forma di per se stessa è immobile: anche se occupa sempre nuove posizioni, giacché lo spazio esterno le è assolutamente irrelativo, e non è che mera possibilità.
    Poiché appaia il tempo secondo il prima e il poi, è necessario che una forma, per la possibilità che ha di essere in qualunque punto dello spazio, s’incontri con un’altra forma (l’urto degli atomi di Leucippo e Democrito), ma, ogni forma essendo irrelativa all’altra… l’incontro è accidentale e il tempo è contingente. Solo questo tempo si dispone sulla linea retta, e solo esso è irreversibile (factum infectum fieri nequit), e sostanzializza l’istante.

    *Carlo Diano da Per una fenomenologia dell’arte 1968

  19. Steven Grieco-Rathgeb

    Per quanto riguarda la mia poesia, la riconosco come spezzettata, questo è sicuro. Se poi in essa vi è un sistema consapevole di composizione di frammenti, non so. Penso di sì. Tutta la poesia è in qualche modo fatta di frammenti, che vogliono tendere a una compiutezza, un’armonia, anche in senso rovesciato.
    Devo prima di tutto ringraziare di cuore Francesca Diano per la sua mirabilissima traduzione extempore di “Girasoli neri”, difficilissima perché in inglese molto più che in italiano, io spezzo la lingua, ne interrompo la persuasione sintattica, soprattutto idiomatica, poi di colpo la lascio fluire, di nuovo la spezzo.
    Non di facile traduzione. Forse perché non esistono precedenti oggi. I poeti hanno sempre cercato di forzare la lingua alle loro istanze, ma nel caso mio la cosa è più radicale, perché si tratta di una contestazione ideologica e interlinguistica: per me l’inglese attenta all’italiano, l’italiano all’inglese, il tedesco al francese, scricchiolano le certezze linguistiche, si trova in pericolo la lingua bella, “perfetta” così com’è nella bocca dei melliflui confezionatori di prodotti di lettura di consumo.
    Se vi guardate in giro oggi, in tutte le lingue, e proprio per le ragioni che ho appena detto, troverete che il poeta tende a essere più un timido riparatore del linguaggio, un bravissimo idraulico, molto meno un iconoclasta, un creatore del “non udito prima”.
    Questo è secondo me il dramma: il poeta vuole conservare, e non sa che la tradizione dei secoli passati può illuminarsi oggi solo quando lui si fa coraggio e distrugge ciò che in essa è pietrificato. Che oggi è davvero tantissimo, perché viviamo tempi inediti.
    Ecco perché apprezzo così tanto le tendenze dissacratorie di Giorgio Linguaglossa e di altri poeti d questo blog.
    Ben vengano forti critiche costruttive al mio post! Meglio una discussione vivace che il silenzio.
    Io intendo questo post come un laboratorio aperto, perché sono soprattutto interessato a dialogare con tutti i poeti che vogliono guardare nuove strade poetiche. Affermo, riaffermo e sottolineo la parole “nuove”. Nuove strade ci possono essere.
    Il mio è dunque un laboratorio aperto. Due o tre delle poesie che ho postato addirittura non le considero del tutto compiute. Le ho postate così, appunto ancora un po’ “svestite”, perché considero che la poesia oggi è in condizioni così critiche, che bisogna provare di tutto per scuotere le fondamenta, per “tellurizzare” come dice Giorgio Linguaglossa, l’auto-compiacimento dei poeti timidi, me per primo.
    A mali estremi estremi rimedi. Non ho paura di espormi, se soltanto questo può favorire il dialogo su una nuova poesia.
    Ogni poeta è giovane, anche quando ha 70, 80 o 90 anni. Ma spero anche, e profondamente, che i poeti giovani nel vero senso – i ventenni, trentenni e quarantenni – leggano e ascoltino queste mie esperienze poetiche, per quel che valgono.
    Come dice giustamente Silvana Baroni, se non sei sempre attento ai “giovani” ma stai parlando soltanto con i tuoi coetanei, meglio andare in pensione.
    Ha perfettamente ragione Giuseppe Talia a proposito di W. B. Yeats: la sua lezione poetica era la più “romantica” dei poeti di lingua inglese del suo tempo, basta vedere la sua produzione nei primi 30 anni di attività poetica, oggi molto poco leggibile. Un Pound o un Eliot erano infinitamente più “moderni”. Eliot era l’intellettuale e il filosofo, Pound era “Il miglior fabbro”, Yeats il visionario auto-contraddittorio, che con uno stile indubbiamente più ottocentesco, ha tuttavia indicato gli orizzonti del 21 secolo meglio degli altri. In questo senso è lui che ha fondato, alquanto contraddittoriamente, la poesia moderna in lingua inglese. Auden ce lo ricorda nella sua poesia sulla morte di Yeats nel 1939. Tutta la tragedia della Seconda guerra Mondiale e lo sfacelo dell’Europa, l’ha vista meglio lui degli altri. Quindi ha ragione Giuseppe Talia, bisogna fare molta attenzione con Yeats, è un poeta pericoloso. E’ bello che Giuseppe abbia colto questo aspetto.
    Rabindranath Tagore invece è un poeta che conosco pochissimo, perché quando sono approdato in India negli anni 1970, i miei amici registi e poeti e pittori di Mumbay, Delhi e Kolkata, consideravano la sua lezione sostanzialmente di intralcio alle nuove modalità espressive in campo artistico e estetico che erano venute avanti dagli anni 1940 in poi. Io recepivo la loro lezione, che lasciava Tagore in disparte e invece si ispirava, ad es. in campo poetico, alla Nayi Kavita, lo stile moderno, di poeti come Narayan, Agyeya, Muktibodh.
    Ultimamente ho comprato un libro di Tagore nella collana Collins, e finalmente l’ho letto. Ciò che ha insegnato Tagore nessuno glielo può togliere. Ma è il poeta “indiano” per eccellenza per l’Occidente, per chi non conosce il subcontinente. Più non posso dire.
    I kanji, le parole sanscrite, le parole russe e greche nei rispettivi alfabeti, sono inestricabilmente insediati nei miei testi poetici e in prosa, prima di tutto perché fanno parte della mia esperienza realmente vissuta, dei miei soggiorni in quei paesi, del mio sempre molto forte bisogno di capire un altro popolo attraverso la sua lingua.
    Posso ad es. assicurare che conoscere il popolo Greco senza conoscere la sua lingua, e conoscerlo con la sua lingua, sono due esperienze totalmente diverse.
    Questa mia abitudine può sembrare, arrogante, sussiegosa. Ma per me questo è anche un espediente stilistico per rompere la strana “chiusura” linguistica che io talvolta avverto nell’italiano. Non è soltanto un miol indiscutibile limite. C’è di più Il fatto è che qualche secolo fa i guardiani della Lingua Italiana decisero di castrare l’alfabeto, togliendo lettere come “x”, “k”, “y” etc. dalle parole di uso comune (da usare solo in casi eccezionali). Una cosa insignificante, a prima vista. Ma in effetti questo piccolo gesto così giusto e “razionale”, “illuminato”, condannò l’italiano scritto alla privazione di sfumature visive che in modo alquanto sottile arricchiscono poi tutta la lingua – anche quella parlata! Insomma, la condannò a mio avviso ad una pericolosa provincializzazione rispetto alle altre lingue europee.
    Eppure la lingua dei poeti italiani del Medioevo certamente non era chiusa. Era una delle più aperte allora, quando altre si trovavano ancora in stato formativo.
    La parolina “ke” invece di “che”, usata negli sms, e tanto vituperata dalla cultura dotta, è invece una sanissima protesta dai bassifondi della società.
    Ancora oggi la stragrande maggioranza degli italiani è incapace di seguire un film Hollywood in lingua originale, deve ancora vederlo doppiato. Il doppiaggio cinematografico è nato al tempo di Mussolini come arma di controllo ideologico delle masse, e vige oggi ancora. Questa non è una buona cosa.
    Spero comunque che le poesie di questo post abbiano un certo grado di compiutezza e irraggiamento luminoso. Ma poi alla fine dei conti, è molto più importante se queste e i relativi commenti sono in grado di risvegliare in altri poeti il loro proprio istinto creativo, il senso che esiste una strada comune dentro il bosco fitto e incomprensibile del nostro presente, una strada che ci unisce tutti.
    Perché questo è esattamente ciò che succede a me ogni giorno, quando leggo un altro poeta. Per me leggere una poesia della Leone, di Rago, di Gabriele, di Talia, della Dzieduscycka, mi sveglia, mi sprona, mi fa pensare che non siamo tutti ciechi in una palude.
    Ringrazio vivamente Salvatore Martino per il commento, che mi ha emozionato, fra l’altro perché dunque anche è lui salito alla antica Termessos, che io in qualche modo vedo come la roccaforte, il simbolo della creatività artistica oggi. La sua opinione in campo poetico è sempre da rispettare, per la sua acutezza, e la sua poesia splendida!
    Ma secondo me è anche importante non porsi fuori dal coro di un dialogo poetico, bensì riconoscersi per quello che in realtà si è: un cantore insieme agli altri. Non è bene considerarsi l’ultimo di un tempo passato, meglio essere il primo di un presente-futuro, per quanto incerto. L’età in questo caso non fa testo, e Salvatore Martino sta dentro la barca con tutti gli altri. Glielo dico con sentimento di forte amicizia.
    Ultima questione, in risposta a Fratini: i commenti, o le note che appendo a quasi tutte le poesie qui sono del tutto indispensabili, imprescindibili, proprio perché devono “tradire” quello che cerco di fare in poesia. Il libro di poesie con sole poesie ma corredato di prefazione “standardizzata” (one size fits all) stride totalmente con quello che voglio fare io.
    Ho infatti un nuovo progetto con una poetessa romana, di creare un libriccino in cui le poesie sue e mie si intersecano, risuonano, echeggiano, e vengono continuamente interrotte da commenti sul work in progress.
    Per il momento voglio essere tradito dal mio testo, voglio che il mio collega poeta e ancora di più il mio lettore, entri nella “macchina”, nel suo “motore”. Voglio una struttura aperta, un sistema aperto! Voglio dialogare.
    Perché queste poesie sono anche venute alla luce grazie al dialogo che esiste su L’Ombra delle Parole. Grazie ad esso ho potuto confrontarmi con altri poeti italiani di calibro, con lettori italiani di calibro, gente aperta al nuovo. Ne sono grato e felicissimo. Ci è voluto tempo perché alcuni lettori iniziassero a capire quello che io cerco di fare, bene o male. Ma adesso capiscono,
    E se ci sono incongruenze, imperfezioni, difetti, cadute di stile, ebbene ascolto chi me le fa notare, e apprendo.
    Ma oggi è necessario, talvolta, aprire il retrobottega. La situazione lo esige.
    Grazie

    • Grazie Steven, contenta che la mia traduzione ti sia parsa rendere il tuo testo. Vuol dire che, data la “difficoltà” di autotradursi che entrambi abbiamo scoperto di avere nelle poesie che scriviamo in inglese, ci autotradurremo a vicenda! Magari potrebbe essere un progetto interessante, che dici?
      PS Mia figlia è un’indologa, ma anche grande studiosa e cantante di musica indiana classica, allieva di una delle maggiori cantanti di musica indostana e ogni anno va in India. Dunque apprezzo la tua parte indiana.

      • Steven Grieco-Rathgeb

        Cara Francesca, non so dove abiti, ma veramente mi piacerebbe venire a trovarti un giorno. Autotradursi a vicenda, un sogno! Dobbiamo farlo assolutamente. A settembre vorrei contattarti. E conoscere tua figlia l’indologa, avrò molte cose da imparare.

  20. Steven Grieco-Rathgeb

    Rispondo all’eccellente commento di Mayur Tosi. Quando si parla di un’opera che si dipana nel tempo, come un pezzo musicale o una poesia, una linearità non può non esserci.
    A meno che non si proceda ad un spezzettamento letterale, di fatto, del flusso. Una cosa che non mi entusiasma in modo particolare, anche se ho visto altri farlo in modo ammirevole.
    Nella musica di Giacinto Scelsi esiste spesso uno svolgimento orizzontale, e dunque lineare; e uno verticale, non subito evidente, in cui l’intero pezzo avviene nello stesso momento di “presente eterno”. Ma ciò chiede un ascolto più attento. Un coinvolgimento profondo dell’ascoltatore evidenzia dinamiche meno in superficie.
    E infatti, questo aspetto specifico della mia poesia non è laboratorio aperto. Non saprei come aprirlo. E’ il lettore che lo crea. O non lo crea

    • Oh, io parlo così perché il mio rapporto con la poesia è del tutto animalesco. Spesso impiego molto tempo ad accorgermi di tutte le meraviglie che scorrono nelle vene di un testo – se l’autore ci mette tanto non vedo perché no, anche il lettore – Dunque, verticalità e orizzontalità, una senza tempo, l’altra senza dimora; capisco ma per l’esserci, anche nelle cose che scrive, dovrei leggerne di più. Il tempo non ci manca e nel mentre, la sua compagnia in questo blog è per me, oltre che piacevole, anche istruttiva ed emozionante.
      Mi sto convincendo del fatto che: non è la poesia a contenere il frammento, bensì è il frammento a voler reclamare una sua forma; che gli è insita ma che, allo stato attuale, deve adattarsi a quella del gigante letterario che da sempre detiene il comando, un po’ dovunque nel suo reame. Io sarei per il colpo di cannone.

      • Steven Grieco-Rathgeb

        Caro Lucio, penso che sei proprio tu che scrivi la poesia spezzettata. Non so se questo è il modo migliore per descrivere le poesie tue che ho letto circa un anno fa su questo blog. Ne ho parlato tante volte con Giorgio Linguaglossa. Tu usi un ritmo spezzato, ma quella è una tua eccellenza, non tutti possono raggiungerla. Grazie al cielo! Così ci rimane la diversità dei nostri stili diversi e possiamo meglio influenzarci a vicenda.
        Un mio libro di poesie uscirà nella collana Hebenon di Roberto Bertoldo in ottobre o novembre. Te lo manderò. Così come gradirei leggere un libro tuo.

        • Non esiste un libro mio, fin qui sono riuscito a risparmiare al mondo le mie sciocchezze, non come tanti che. E ne vado ogni giorno più fiero. Comunque presto si farà. Sarò felice di leggere il tuo nuovo libro, tanto più che i temi che gravitano nelle tue poesie mi sono famigliari: mi considero un mistico non dottrinale. L’India ha attratto anche me. Grazie.

  21. Steven Grieco-Rathgeb

    Ma i commenti di Salvatore Martino più su mi fanno capire che anche lui ama fare il Bastian contrario (o bastion contratrio, non so…). In effetti è un piacere ascoltarlo quando parla ed è padrone di sé e sa quello che vuol dire sul suo modo di concepire la poesia.
    Lui fa bene a sempre tirare in ballo la questione della “ispirazione”, questione davvero vessata. Forse è la parola che non va bene, anche se poi significa solo quello che si fa con l’atto di “inspirare”.
    Rimane il fatto che quando lo scienziato studia il cosmo, più entra in merito, più grande è il suo stupore.
    Ho un caro amico, Cristian Stanescu, professore di astrofisica a Roma 3. Quando parla della sua disciplina, gli brillano gli occhi, e sa evocare per te un mondo davvero incredibile. Per l’ascoltatore è una sorta di illuminazione.
    E’ ispirazione quella dell’astrofisico Stanescu quando parla della sua amatissima scienza? Non so.
    Una volta eravamo sulla terrazza della casa di sua moglie in Puglia. Eravamo saliti perché mi voleva far vedere il paesaggio, il Golfo di Taranto non lontano. Era sera, dopo il tramonto, quasi l’imbrunire. Il cielo era livido, e una grande luna quasi piena stava sorgendo da una parte.
    Poi disse, quasi in un sussurro, “ci pensi se la nostra terra avesse un’altra luna, magari rossa, che sorge all’altro capo del cielo?”
    So soltanto che slancio, ispirazione, visione, non esistono senza un durissimo lavoro.
    Segovia diceva che solo quando sai suonare un pezzo alla chitarra sette volte di seguito senza sbagliare una singola micro-nota, solo allora l’ottava esecuzione sarà quello che da sempre cercavi… la disciplina libererà la visione

  22. Salvatore Martino

    Con grande ammirazione , anche linguistica, ho letto le tue dettagliate risposte ai poeti che avevano accostato la tua poesia. Un grande piacere ascoltare leggendo il flusso tuo che attorciglia il fare e l’assorbire poesia. Hai avuto per la mia persona e per il mio dettato poetico parole che mi hanno commosso, quasi come la scalata a quella città mai conquistata da alcuno, nemmeno dal grande Alessandro Thermessos .Certo nella tua poesia naviga il viandante, il cavaliere, il ricercatore della parola ignota, della lingua essenziale per la conoscenza di un popolo. Ricordo di aver amato di più la Grecia, o meglio l’Ellade, quando ho cominciato ad entrare nel suo meccanismo linguistico.Comunque trovo che qualcosa malgrado tutto ci accomuna nella ricerca poetica: quel tendere all’armonia non importa in che modo si tenti di raggiungerla. Io ho dedicato anni della mia vita, in maniera ossessiva, maniacale ad inseguire l’armonia nel sonetto, e non per questo mi sono soltanto per un attimo preoccupato di essere passatista, Leggendoti ho ritrovato il mio antico maestro Pound nei tuoi versi con quelle improvvise folgorazioni, e i puntelli di parole lontane e sconosciute. Sarei curioso di conoscere il tuo metodo creativo, che a me sembra molto provenire dal basso,dai grumi magmatici , magari poi alleviati da una pulizia razionale.Sul durissimo lavoro che deve accompagnare la visione, lo slancio e l’ispirazione mi trovi concorde in toto.Solo con una attitudine maniacale si possono raggiungere alti risultati. La vita di qualsiasi grande artista sia Van Ghog o Michelandelo, Proust o Goethe sta lì a provarcelo.
    Ai miei allievi di Roma Tre dicevo sempre: poeti si nasci, poeti si diventa,e ancora per essere poeti bisogna vivere giorno dopo giorno da poeti con le antenne sempre spalancate per accogliere il tutto che danza negli uomini, nella Natura, nelle cose,nel fisico e nel metafisico, nella musica come in un tramonto, nella voce di un amico, e tante altre cose. Altrimenti come può avvenire la trasformazione delle parole in poesia? Io cerco nell’abbandono, a volte quasi una trance, cerco il mio dialogo col dàimon e spesso ho trovato la sua rispondenza. Con l’augurio che tu possa continuare questo affascinante cammino di vita e di poesia Salvatore Martino

  23. Salvatore Martino

    Segovia suonava Bach e gli astri diventavano più vicini

  24. gabriele fratini

    Segovia era un interprete, non un artista creativo. Chiaro che la disciplina gli servisse infinitamente più dell’ispirazione. Senza disciplina non avrebbe potuto far nulla. Ma lei è un poeta, almeno in questa pagina. E’ un creativo. La migliore poesia nasce sempre per ispirazione.

    “I’ mi son un che, quando
    Amor mi spira, noto, e a quel modo
    ch’e’ ditta dentro vo significando”
    .
    . Anche se da queste parti sembrate aver sostituito Dante con Montale… (tra l’altro, i grandi poeti non scrivono note ai propri testi, sono gli altri che gliele scrivono…)

    • Gabriele Fratini, lei dimentica che “La Vita Nova” è esattamente questo: una serie di note precisissime e puntigliose, ai sonetti e alle canzoni che contiene. Poe ha scritto un intero saggio sulla composizione e il significato di The Raven. Sono solo i primi due esempi che mi vengono in mente.

      • gabriele fratini

        Dimentico? Come faccio a dimenticare un’opera magnifica che forse è la mia preferita di Dante? Non lo dimentico, semmai lo nego. La Vita nova non mi sembra una nota, ma un capolavoro letterario.
        Poe non è un grande poeta, è un grande narratore.
        Le fornisco un terzo esempio, Il romitaggio della dimora illusoria, e Il sentiero dell’Oku, capolavori misti di Basho Matsuo che tuttavia come la Vita nova non sono certo delle “note”, ma opere pensate così, che fondono poesia e prosa come appunti di viaggio materiale e spirituale.

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Caro Gabriele Fratini, questo suo commento sembrerebbe dimostrare che lei non ha mai suonato la chitarra. Come può dire che la disciplina serviva a Segovia infinitamente più dell’ispirazione? Forse intendeva dire che l’ispirazione dell’interprete è diversa? Allora va bene. E’ un po’ la stessa questione con il traduttore: puoi chiamarlo “traditore”, o puoi chiamarlo “autore invisibile”.

      • gabriele fratini

        Se suonassi la chitarra (classica, strumento che detesto tra l’altro, e che non amano neanche i grandi compositori del passato a giudicare dalla pochezza delle pagine ad essa dedicata; roba spagnola, buona per il flamenco) non sarei un creatore di musica ma un esecutore, interprete di creazioni musicali altrui. Questo intendevo.

  25. Steven Grieco-Rathgeb

    Grazie Francesca Diano, ad aver puntualizzato questa cosa del prosimetro. Talvolta una voce mette a posto molte discordanze. Fra lei e me comunque, posso dirlo? there is still some unfinished business. Se posso vorrei contattarla a settembre. Vedere una mia poesia tradotta in questo modo mi ha veramente colpito.
    Caro Salvatore Martino, non potrei essere più d’accordo con te. Molto ci accomuna, potrei quasi dire che negli ultimi mesi abbiamo parlato sempre da posizioni diverse dicendo cose molto simili. Di là dalle tue a volte forti resistenze a situazioni inevitabili e necessarie, sento per te una simpatia, come di fratelli che si capiscono benissimo senza bisogno di parole.
    Devo anche dire che nella tua prosa giornaliera, quella che usi per scrivere un semplice commento qui, si sente un piglio forte, deciso, un ragionamento nervoso, tenace, creativo, teso sempre ad arrivare alla sua meta. E’ già questa poesia, e poesia potente. Eloquio potente. Ne sono ammirato. Non hai soltanto un grande metodo, ma la profondità e la visione.
    Io ho provato a lungo negli anni Settanta a scrivere (in inglese) sulla base del pentametro giambico, ho studiato a fondo non solo la metrica della poesia inglese, ma anche i ritmi naturali della lingua parlata e della prosa. Questo studio approfondito che ho fatto da giovane mi ha convinto che nel tempo sarebbe stato difficile per me usare quei metri in senso stretto, dovevo lasciar entrare le suggestioni linguistiche della parte materna, il tedesco e il francese (e lo svizzero tedesco!). Ed è strano, perché ancora oggi mi trovo a scansionare i miei versi inglesi e trovo così spesso venirmi naturale il pentametro, alternando con il novenario di Pound e l’ottonario e anche l’endecasillabo di Shakespeare. Ma questo è del tutto normale per una persona di lingua inglese. Quelle segrete concordanze non mancano mai di darmi un fremito di gioia – è come d’un tratto essere a casa, dopo anni passati a vagare per un mondo sconosciuto – mi parlano di un ritmo e di un’armonia estrema e remota, ma adesso anche lontana; e ho una inspiegabile malinconia per una poesia che un tempo aveva il paradigma del mondo al suo posto, sapeva suonare la corda fino al cielo del suo immenso strumento musicale.
    Le mie esperienze nel mondo, l’incontro con l’Inglese in India, con l’Italiano e con la mia stranissima e folle decisione di scrivere in quest’ultima lingua, in cui non avevo nemmeno studiato, tutto questo ha creato grande dissonanza nella mia vita, portandomi a ricercare l’armonia nel verso libero.
    Sono però felice di averlo fatto, perché mi ha dato modo di trovare la strada verso il mio particolare tipo di poesia “aleatoria”, questa che avete letto qui: una poesia che deve farsi da sé, deve trovare la sua stessa persuasione nella forma adatta ad ogni specifica composizione. Un lavoro tormentoso, e non sempre riesce. E talvolta torna anche indietro nel tempo, perché no
    Ancora scrivo, perché ho sempre bisogno di un po’ di tempo per leggere attentamente i commenti, e poi elaborare una risposta, meditarla un po’.
    La parola “mistico” usata da Giuseppe Panetta è una parola a cui bisogna fare molta attenzione. L’esperienza mistica esiste, e di questo non ho alcun dubbio, ma non è in alcun modo trasmissibile. Per cui, se diciamo “mistico” stiamo parlando di una fata morgana.
    Il punto saliente, sembra a me, è descritto così da Bergson:
    “Quel est l’objet de l’Art? Si la realité venait frapper directement nos senses e notre conscience; si nous pouvions entrer en communication immédiate avec le choses et avec nous mémes, je crois bien que l’Art serait inutile, car alors notre âme vibrerait continuellement à l’unison de la Nature.”
    Altra cosa dal “mistico” è usare il sistema estetico che la forma poesia ci dà per veicolare una visione della realtà semplicemente più meditata, più profondamente esperita. Allora qui ci sto.
    Lo stesso vale per una parola come “suggestione”. Essa in sé non significa niente. Se però in ambito letterario parliamo della suggestione indefinibile delle parole, il dhvani di Anandvardhan e Abhinavagupta, ossia quella risonanza nelle parole che sfugge al controllo completo dell’uditore o del lettore, ma che gli apre di colpo una profondità inenarrabile – i secoli di uso, le trasformazioni, le mille sfumature, l’etimo originario, etc, il tutto condensato in un attimo miracoloso – allora, ecco, sì, “suggestione” ha un senso preciso, palpabile, seppure sottile.
    I due commenti – uno di Gabriele, e l’altro di Linguaglossa, tutti e due su in cima alla colonna dei commenti – sono quanto di più illuminante abbia sentito in parecchio tempo. La genialità è che loro tutti e due, in modo un po’ simile, prendono sì, la poesia di questo Grieco-Rathgeb, ma la usano per inerpicarsi su per i sentieri difficili della poesia che va molto più avanti della scrittura di un singolo poeta, aprendo così nuove viste, nuovi orizzonti. E creando nuova chiarezza, nuova complessità.
    In una parola, invitano il lettore a continuare per la strada della scoperta.
    Non mi sembra poco.
    Io ringrazio tutti i poeti e i lettori di questo blog per l’ospitalità, la grande generosità. E la pazienza verso uno spaccatore di capelli quale indubbiamente sono io. Grazie

  26. Steven Grieco-Rathgeb

    …Grazie Francesca Diano, PER aver puntualizzato questa cosa del prosimetro…

  27. Abbiamo, qualche giorno fa, riportato un passo di Goethe il quale asseriva che per scrivere buoni versi bisogna aver scritto una buona prosa. Adesso riportiamo l’opinione opposta di Kireevskij:

    «Sai perché non hai scritto niente finora? – Perché tu non scrivi versi. Se tu scrivessi poesie allora ti piacerebbe esprimere anche idee di poca importanza, inezie, e ogni parola detta bene avrebbe per te il valore di una buona idea e questo è indispensabile per uno scrittore che abbia un’anima. Si scrive bene soltanto se si scrive in felice armonia e, naturalmente, lo scrivere non è felice armonia laddove l’esprimersi in maniera elegante non abbia una sua propria bellezza, a prescindere dall’argomento. E dunque: vuoi essere un bravo prosatore? Scrivi poesie».*

    Ecco, la frase chiave mi sembra che sia «scrivere in felice armonia», il poeta o lo scrittore che non scrive in felice armonia non può sperare di scrivere qualcosa di bello. E allora, il problema è: come si fa ad arrivare alla «felice armonia»? – Ecco, forse qui ci avviciniamo a quella cosa di cui parlava Salvatore Martino: l’ispirazione. Senza la prima non c’è la seconda. La «felice armonia» è la precondizione affinché accada l’evento; bisogna preparare l’evento attraverso un durissimo lavoro interiore. E questo lavoro dentro di sé credo che Steven Grieco l’abbia fatto, sono ormai tanti decenni che l’uomo poeta tenta di raggiungere questa situazione dello spirito di apertura al mondo, di apertura comprensione.

    Ricordo una frase del poeta giapponese Kikuo Takano. Quando gli chiesero perché per trenta anni egli avesse smesso di scrivere poesie, lui rispose che l’ispirazione era scomparsa perché quei decenni, dagli anni settanta fino ai novanta, erano stati occupati in Occidente dalla poesia cosiddetta «sperimentale», e la sua Musa si era dileguata, per poi riapparire quando quella cultura si era finalmente dissolta.

    Ecco, qualcosa di simile credo sia accaduta a Steven Grieco, la sua Musa ha dovuto faticare a farsi percepire in mezzo ad un mondo che non aveva bisogno della sua poesia, un mondo che predicava delle soluzioni semplicistiche e ottimizzatrici delle qualità del linguaggio. Dopo che è passato, finalmente, anche in Italia questo diluvio di pensieri semplicizzati e semplicistici, ecco che è riapparsa a Steven Grieco-Rathgeb la Musa e gli ha dettato (dopo vari decenni nei quali le poesie giacevano in un cassetto) finalmente le poesie. In quel momento è apparsa la «Forma» (di cui ci ha parlato Carlo Diano) ed il Tempo si è separato dallo Spazio e le «cose» si sono fatte visibili e divisibili, e il creato ha cominciato a parlare nella poesia di Steven Grieco. Non è incredibile? Non è meraviglioso questo apparire all’improvviso della Musa che detta al poeta le parole che lui aveva febbrilmente cercato per tre decenni senza trovarle? Ed ecco che il poeta si è all’improvviso «risvegliato» «da questo sogno di cose e di persone / ero tornato e non c’era più nessuno :

    Quando mi svegliai da questo sogno di cose e di persone
    ero tornato e non c’era più nessuno. Solo soffiava
    costante, tenace come un mastino attraverso
    la chiusa finestra, mi soffiava il maestrale
    attraverso una fessura nel torace.
    Alla finestra soffiava azzurro vuoto il vento
    lo stesso vento che a lungo negli anni portò gli avvenimenti
    i luoghi, le persone. Ora soffiava come un mastino
    aprendomi una fessura di silenzio.

    Il vento che in altre condizioni di tempo
    luogo e persona diventò in mille mascheramenti
    tramontane, mareggiate e ventate di scirocco, cozzare
    di nuvole e rullio di Golfo, o di montagne, di promontori
    e di fattezze appena accennate su volti fuggenti
    ora soffiava vuoto e azzurro nella stanza disadorna
    della mia primavera. Mia primavera gelida
    dentro i fiori bianchi e gocce d’acqua
    microcosmi che stillano dai rami uno ad uno.

    * Citato da J. Tynjanov Il problema del linguaggio poetico, 1968 p. 101

    • ubaldo de robertis

      Siamo giunti all’armonia, anzi alla “felice armonia”!
      Saremmo tornati All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne… se al posto di “felice” avremmo letto: “mesta”
      quando Foscolo scrive che non sentirà più dell’amico la sua poesia e l’armonia malinconica che la contraddistingue:
      /nè da te, dolce amico, udrò più il verso
      e la mesta armonia che lo governa,/

      E ancora, quando osserva che l’armonia, ristabilita dal canto poetico, vince il silenzio di mille secoli:
      /fan lieti
      di lor canto i deserti, e l’armonia
      vince di mille secoli il silenzio./

      Per restare(di proposito) alla cultura classica italiana, io mi ritrovo comodamente nel “celeste” delle parole di Matilde Serao:
      “Pensa, o poetica amica, al felice connubio dell’arte con la natura, pensa alla celeste armonia fra l’uomo che crea ed il mondo da lui creato, ….”

      Ubaldo de Robertis

      • Salvatore Martino

        Carissimo Ubaldo il tuo richiamo all’Armonia non può che rallegrarmi. Da quando sposò Cadmo Ella è entrata di diritto nel discorrere poetico. Come nella musica e nel canto l’Armonia è il gioco indispensabile, che guida il cammino dell’artista. Ricordiamoci ogni tanto dei nostri del passato che hanno reso grande la poesia, e certo Foscolo è uno di questi

  28. I greci la chiamavano metis, l’attitudine a cogliere l’equilibrio dell’attimo di vita, l’attenzione al gioco dell’immediato, il saper individuare l’equilibrio possibile nella mobilità della situazione vissuta.
    Aggiungo: saper cogliere epifanie dai detriti della realtà, consentire al pathos di configurarsi in forme nuove, cogliere nel particolare le potenze in bilico del tempo.
    Questo il mio coinvolgimento alla lettura dei testi di Steven.

  29. In una famosa telefonata di Stalin a Pasternak, Stalin chiese se aveva qualcosa da dirgli a proposito della sorte di un certo poeta Osip Mandel’stam mandato dal dittatore in esilio in Siberia. Pasternak gli rispose non chiedendo apertamente la liberazione di Mandel’stam, ma dicendogli semplicemente che voleva incontrarlo “per parlargli della vita e della morte”, cioè mettendo il dittatore davanti alle proprie immense responsabilità.
    La telefonata si chiuse lì, il dittatore abbassò il ricevitore.

    Io sono convinto che un conto è parlare in poesia del pettine viola, della borsetta Fendi, delle gambe della signora Nicol Minetti, per quello non è necessario scrivere in felice armonia, basta essere un modesto letterato, ma per scrivere della vita e della morte, dei grandi problemi come fa qui Steven Grieco, allora sì, sono convinto che bisogna scrivere in felice armonia.

    • gabriele fratini

      Chi scrive di pettini, borsette gambe della Minetti può parlare di pettini, borsette, gambe della Minetti; oppure può parlare della vita e della morte, dipende come lo fa.
      La cosa bella della poesia, e dell’arte in genere è proprio questa, che tu puoi scrivere apparentemente di una cosa parlando in realtà (anche) di altro, puoi scrivere di una capra parlando del destino dell’uomo e degli ebrei, puoi scrivere degli ebrei sottomessi ai babilonesi parlando degli italiani sottomessi agli austriaci, puoi scrivere di un naufragio di bambini su un’isola deserta parlando delle storture della società degli adulti, e via dicendo…

  30. Salvatore Martino

    Non avevo accennato nei commenti in precedenza distesi in questo squarcio di rivista, non avevo accennato dicevo a quel breve saggio scritto da letizia leone: che dire?Ti prende per mano, ti conduce nei labirinti armonici di Grieco, squarciando i veli, gettando una luce meridiana sul viaggio che il poeta s’incammina verso gli abissi, verso l’armonia delle parole,il silenzioso volto dell’enigma. Carissima Letizia stai perforando un cammino di ascesa verso la narrazione della poesia degli altri, in un giro di semplicità e di chiarezza. A Steven un modesto suggerimento: perchè non recuperi , almeno in inglese, la metrica che negli anni hai frequentato?
    ” mi parlano di un ritmo e di un’armonia estrema e remota, ma adesso anche lontana; e ho una inspiegabile malinconia per una poesia che un tempo aveva il paradigma del mondo al suo posto, sapeva suonare la corda fino al cielo del suo immenso strumento musicale.”
    Parole queste che hanno scavato un indelebile guado nella mia mente, nella mia anima,nel mio corpo.

  31. Steven Grieco-Rathgeb

    Aspettavo la “chiusura dei lavori” – tre giorni per un post sono davvero tanti, e io ringrazio tutti della pazienza – aspettavo la chiusura per tornare all’inizio, e dire che senza l’incoraggiamento di Letizia Leone, questo “prosimetro” sarebbe stato meno interessante e meno largo di vedute. Avrebbe avuto meno muscolo, perché quando Letizia ha letto i miei pezzi e si è infervorata, suggerendo migliorie e aggiunte di vario tipo, non ha fatto che arricchire, aprire orizzonti uno dopo l’altro sul versante critico-creativo, dando al post ha dato più respiro.
    Si dice birds of one feather fly together. Mi è successo anche con l’amico studioso in Giappone: di sentire che quando si lavora bene insieme ad un progetto e i nostri pensieri volano nella stessa direzione, moltissimo rimane implicito, non c’è bisogno di parlare. Un lavoro in tandem così è sempre ricco e entusiasmante.
    “La frattura che fa deragliare il tempo storico” : ammiriamo sempre degli altri le formulazioni che noi non diremmo in quel modo, o semplicemente non sapremmo dire.
    Oltre ad essere poetessa, Letizia ha una mente analitico-creativa molto forte ma sottile. Ha saputo dove intervenire, anche profondamente, senza il minimo sentore di invasività.
    In realtà, il suo intervento sul mio progetto è la porta che apre la stanza. Una stanza che avrebbe anche potuto rimanere chiusa (su se stessa).
    Già questo mi fa insistere di nuovo sull’importanza per noi poeti di lavorare insieme a progetti poetici. E infatti, con Letizia c’è già un abbozzo di una prossima collaborazione poetica.
    Che questo sia un omaggio alla sua vastissima apertura mentale. Del suo aiuto molto grato. E a lei buona fortuna per tutti i suoi progetti.

  32. Steven Grieco-Rathgeb

    Caro Salvatore Martino, ci sto pensando, al tuo suggerimento… sarebbe come tornare ad un passato remoto molto caro a me. Ma, come sappiamo bene dalla musica per pianoforte di Liszt – il mio collega di Tokyo insegna – spesso la nostalgia del passato è desiderio di futuro.

  33. Salvatore Martino

    Volevo chiedere al giovane Fratini se ha mai visto suonare Segovia…forse avrebbe un’idea diversa riguardo al grande maestro.Quanto alla chitarra mi spiace che non riesca ad apprezzare questo strumento straordinario, e comunque non disprezzerei la musica flamenca.
    Questa sera seguendo una lezione orchestrale di Riccardo Muti gli ho sentito pronunciare alcune parole illuminanti: “Io mi rendo conto quando suonate con le mani, quando con la testa, quando col cuore, e quando con il ventre”, facendo un gesto molto eloquente per far capire che codesta è la soluzione. Forse in poesia avviene la stessa cosa.
    Caro Steven prendi il coraggio a quattro mani e fatti trascinare dalla nostalgia

  34. Forse lei sta parlando di esecutori, più che di interpreti. Nella musica (in fondo non solo in quella classica) un esecutore riproduce pedissequamente, un interprete, appunto, interpreta, cioè ci mette del suo. Ne dà una versione, una lettura personale che è unica e nasce dal suo talento creativo. Pensi ad esempio a Jimi Hendrix e alla sua versione dell’inno nazionale americano. Ovvio che un conto è creare una partitura e un conto è eseguirla, ma come anche in teatro o nella danza o nel canto, un testo musicale lascia ampio spazio alla creatività, all’anima dell’interprete. Questo è un aspetto molto forte nella musica indiana, dove quasi non esistono testi scritti e uno degli aspetti fondamentali è l’improvvisazione. Mi spiego meglio. Uno strumentista o un cantante indiano passa circa 15 – 20 anni della sua vita ad apprendere e memorizzare i vari “pezzi”, e impara non studiando partiture o teoria, come da noi, , ma ascoltando e ripetendo centinaia, migliaia di volte, quello che fa il maestro. E’ una forma di apprendimento “naturale”, come un bambino fa con la lingua. Nessun maestro indiano insegna una teoria. Tutto è pratica. Come in qualunque disciplina. Quando, dopo molti anni, comincia ad avere un bagaglio diciamo sufficiente, apprende anche le tecniche dell’improvvisazione. Perché improvvisare (questo aspetto esiste un po’ anche nel jazz) non significa essere liberi di farlo senza regole, ma esistono regole precise anche nell’improvvisazione, che vanno seguite. I testi sono in genere tradizionali e tramandati da centinaia di anni e la grandezza di un interprete sta nel renderli secondo regole molto severe, ma anche con un apporto essenziale della propria arte, sensibilità e capacità tecnica.

  35. Steven Grieco-Rathgeb

    L’ho visto anch’io. Una volta era a Roma, all’Accademia di Santa Cecilia. Era il 1966, io avevo 16 anni.
    Allora suonavo chitarra flamenco, Soleares, Siguiriyas, Bulerias, etc., ma tutto l’arco della musica classica, grazie a mia madre, lo conoscevo alla perfezione.
    Lui aspettò che nella sala calasse il silenzio . Questo successe puntualmente, dopo circa 60 secondi che lui se ne stava seduto lì, la chitarra in mano, tamburellando dolcemente con le dita sul legno. della cassa.
    Arrivò questo silenzio, enorme. (Che civiltà,il pubblico di allora.)
    Poi quelle manone con le unghie della mano sinistra lunghe e a punta, avvolsero le corde, come zampe di orso una donna bellisssima, fragilissima. E cominciarono a uscire dei suoni chiarissimi come, tecnicamente parlando, perle. Tecnicamente, perché chiunque abbia suonato la chitarra sa, che il suono chiarissimo e allo stesso tempo profondo non è facile raggiungerlo con la chitarra, perché la sua risonanza è limitata. Ci vuole un vero miracolo. Se il miracolo avviene, allora ogni nota dischiude la sua incommensurabilità (insegna Scelsi).
    Io conoscevo i pezzi che lui suonava nota per nota, ma lui mi toglieva ognuna di quelle note e immediatamente me la rendeva trasfigurata.
    Ci sono stati altri, Yepes, Bream, tutti grandi. Ma Segovia è per la chitarra quello che Pablo Casals è stato per il violoncello.
    Sono giganti, vorrei precisare, che ritorneranno, anche sotto altre spoglie, in forme nuove, incredibili. Che forse sono già qua, tra di noi, silenziosi, inosservati. E sono giovani, io penso.
    Comunque, sempre parlando della prima età adulta, diciamo 20-25 anni, è inutile discutere con la presunzione. Le sentenze si sparano quando “non si sa”.
    Io sono stato arrogante da giovane. Sapevo tutto. Quell’arroganza risponde per tutto l’arco della vita menandoti legnate sonore, sonorissime: e forse in questo modo si capovolge e diventa tuo istruttore, ti dà il nerbo poi per fare le cose, ti indica pian piano, dolorosamente, dove sta la concentrazione necessaria per approfondire l’oggetto del tuo pensiero.
    E così va il mondo, signori miei.

    • gabriele fratini

      Magari avessi 20-25 anni caro Grieco… Nel mio caso dovrebbe quasi raddoppiarli.
      Ma è proprio lo strumento chitarra acustica che non mi appassiona, a prescindere dl talento di Segovia. Come non mi piace la musica indiana, spagnola, sudamericana, tarantelle e folclore vario. E’ arroganza questa? Non possiamo avere tutti gli stessi gusti. I miei sono orientati sulla musica classica, barocca, rinascimentale, medievale, operistica (tutta occidentale) più il rock e qualcosa del pop.

      • Purtroppo la poca conoscenza della musica indiana classica, che ha tradizione assai più antica e più complessa e raffinata della nostra, porta molti, soprattutto italiani, ad affiancarla a forme di musica popolare e folklorica. Vi lascio con questa straordinaria esecuzione del Raga Bhopali, su scala pentatonica, del maggior flautista indiano vivente, Hariprasad Chaurasia, una leggenda del flauto indiano. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo dal vivo due volte e la sensazione è stata, nei suoi a solo, di ascoltare un’intera orchestra. Buon ascolto.

        • Per un assaggio della musica vocale classica aggiungo un video di Smt. Girija Devi, acclamata come la leggenda vivente della musica vocale indiana e riverita come una regina. Lo stile è quello del Benares Garana, cioè lo stile di Benares (ci sono moltissimi stili e garana, cioè scuole, vocali, classici e semiclassici). Girija Devi ha ora 86 anni e continua a tenere concerti, anche perché le modalità del canto indiano richiedono un’emissione diciamo più “naturale” della voce, pur richiedendo un’ininterrotta pratica. Da noi, con l’artificiosità innaturale della voce nella nostra lirica, è impensabile che un cantante classico riesca a cantare a questa età. Come in ogni forma d’arte, è importante la conoscenza per l’apprezzamento. E la conoscenza è figlia della curiosità e dell’apertura mentale.
          Consiglio di gustare il raag fino in fondo. Straodinari i momenti in cui Girija Devi dialoga col pubblico e il crescendo del ritmo tipico del raga.

        • gabriele fratini

          Grazie la ascolterò. Ma non era mia intenzione associare le tarantelle alla musica indiana, era solo un elenco.

          • mai sopportato la musica indiana

          • gabriele fratini

            E’ stonata e prende diverse stecche. Forse in India non hanno il concetto di “pensione”. Almeno i familiari dovrebbero fermarla per salvaguardarne il buon nome. Chiedo scusa, sarò banale ma vado a rifarmi le orecchie con l’aria della regina della notte di Mozart cantata da Luciana Serra.

            • Be’, per fortuna che c’è lei che lo ha fatto notare a tutto il mondo! Aahahahah. Pensi che nell’intera India, in America, Europa, Asia e Australia (tutti luoghi dove Girija Devi è acclamata come una delle maggiori cantanti indiane viventi) non se n’era accorto nessuno….!
              Immagino che per dire queste cose lei abbia una profonda conoscenza di e dimestichezza con la musica indiana classica e un orecchio molto allenato ai microtoni e ai sottilissimi passaggi e variazioni. O che conosca bene gli aspetti tecnici, così diversi dai nostri.
              Ma temo che il suo orecchio scambi per stonature e stecche quelle che sono invece peculiarità dello stile, proprio quelle per cui è immensamente apprezzata.
              Non sarà invece che è lei che non è in grado di capire perché non conosce abbastanza?
              Quando dicevo che per apprezzare ci vuole conoscenza (oltre che umiltà) intendevo proprio questo.
              Guardi che apprezzare la musica occidentale di tutti i tempi, o folk, o rock o altra buona musica, non esclude di apprezzare anche quello che conosciamo meno.
              Io non capivo molto bene la musica colta contemporanea ma amo da sempre molto la musica e con il tempo ho imparato a capire e amare Stockhausen, Ligeti, Berio, Maderna, Messiaen e Scelsi. Questi ultimi due in particolare hanno attinto profondamente alla complessa struttura ritmica della musica indiana classica e ne sono stati fortemente ispirati.
              I miei gusti musicali vanno dalla musica medievale a quella irlandese, di cui ho ascoltato straordinarie performance dal vivo
              che da noi non arrivano, da tutto Bach, Mozart e Rossini all’ultimo Beethoven e Paisiello. Ognuno ha i suoi gusti, ma non mi permetterei mai di dare giudizi su qualcosa che mi è del tutto estraneo e di cui non ho almeno una buona conoscenza. Mi sentirei un’arrogante e un’ignorante. Oltre che ottusa. Ma questo vale per me ovviamente.

              • gabriele fratini

                E’ una questione biologica, a un certo punto la voce finisce.
                I nomi che ha fatto mi piacciono tutti, a parte gli indiani, e li condividiamo, ma ci saranno anche dei generi musicali che io frequento e apprezzo e lei no, come è normale che sia; è quasi impossibile trovare due persone che abbiano gusti identici. Si può però forse tentare di convivere senza credere che chi non la pensa come noi sia ignorante arrogante ottuso o quant’altro, ed esprimere tutto ciò su una pagina pubblica. Io non ho mai pensato queste cose di lei. Capisco anche che certi miei modi giocosi di esprimere i concetti possano sembrare irritanti a chi non li condivide, ma dovrebbe comunque cercare di contenersi. Le auguro buon fine settimana, domani niente pc… solo mare… a volte parlare con le pietre può essere più distensivo. Au revoir.

                • Non mi permetterei mai di dare dell’ignorante a chi non conosco. Ho detto che IO mi sentirei ignorante, arrogante e ottusa a trinciare giudizi su cose di cui nulla so. Ci mancherebbe. Né qui si parla di gusti che ovviamente sono personali.
                  Però lei non ha detto: “non mi piace”, che sarebbe stata una sua accettabilissima opinione. Invece ha dato un giudizio “tecnico” su una voce e uno stile di cui mi pare non sappia nulla. Senza sapere come funzioni la musica classica vocale indiana, che è molto, molto diversa dalla nostra.
                  Vede, proprio perché ci sono aspetti assai diversi e lontani dai nostri, molti, fra i maggiori cantanti indiani, uomini o donne, che sono arrivati a tarda età, hanno seguitato a cantare anche dopo gli 80 anni e con risultati straordinari. Quello che conta non è una voce limpida, o giovane, a quel punto, ma l’immensa esperienza e perizia artistica e tecnica accumulata, che permette risultati che toccano le corde più profonde e raggiunge le sfere dell’ineffabile.
                  Molti dei mali dell’Occidente provengono dalla nostra presunzione che tutto il mondo ragioni come ragioniamo noi, che l’unica visione del mondo accettabile e “vera” sia la nostra. Che l’unica vera scienza sia la nostra ecc ecc. Giustamente la storia ci sta cancellando.

                  • Steven Grieco-Rathgeb

                    Cara Francesca, concordo in tutto quello che ha detto. I polemici hanno buon gioco a travisare le parole degli altri. Non se ne preoccupi. Chi ha capito ha capito.
                    Girija Devi… che bello vedere questo nome qui. L.ho amata molto. Anche I thumri. E che dire anche di Siddeshwari Devi, a cui il mio amico e ustad Mani Kaul dedicò un film

                    • Caro Steven, mandami una mail che ti dico alcune cose.

                    • gabriele fratini

                      Sempre la solita vecchia storia di confondere l’arte con la politica… si parte dalla musica classica e indiana e inevitabilmente si giunge ai “mali dell’Occidente”. I mali dell’Occidente. Un immancabile evergreen.

  36. Salvatore Martino

    Carissimo Steven ho letto questo tuo ultimo commento, e credo che lo rileggerò molte volte nel tempo. Una folgorazione cartesiana il flusso dell tue parole…e poi la descrizione del concerto di Segovia, chissà anche uno dei tanti che mi fu concesso di partecipare a Roma..anche se io ricordo più lucidamente quelli all’Aula Magna.
    Caro Fratini anch’io adoro la musica che tu ami,anche se la chitarra classica ci divide e anche quella flamenca. Del resto io non amo la musica dodecafonica e i parte anche quella atonale.

  37. Steven Grieco-Rathgeb

    Cara Francesca, la mia mail is protokavi@gmail.com.
    Anch’io vorrei scriverle. Il fatto è che sono fuori fino a domani, ma volevo parlarle della mia emozione quando ha parlato di Girija Devi e dei gharana, e tutte queste cose.
    Che altri giustamente non devono amare per forza, ci mancherebbe altro. E’ un mondo di musica profondo e complesso, vicino allo spirito semmai della musica classica contemporanea, soprattutto a Scelsi.
    E ahimè il pubblico della musica ormai quasi un secolo fa è maggiormente irimasto con la classica tradizionale (meravigliosa), e poi da lì è andata, ricercando il nuovo ,nel jazz, e poi a tutta la pop, etc etc., musiche che sono anch’esse strapiene di innovazione e creatività.
    Dispiace soltanto che la classica contemporanea sia così poco conosciuta dai poeti soprattutto. Perché contiene una lezione importantissima per noi poeti, nel metodo, nel coraggio di guardare avanti, nella volontà di avvicinarci con i giusti strumenti conoscitivi ed espressivi al nostro tempo così strano e anche imprevedibile, e saperlo descrivere. Tutto questo, da Mahler fino agli ultimissimi compositori. Lì sta la chiave anche per i poeti. Non ne ho alcun dubbio.

  38. Certo che se mettiamo a confronto la musica classica indiana, ed il loro canto, con alcuni ritmi e le distorsioni vocali di molta nostra musica degli anni ’80… a me vien da pensare che suonavamo e cantavamo da trogloditi. O da occidentali isterici. Tremila anni di civiltà buttati al vento.

  39. antonio sagredo

    ” e io vi sapevo a memoria
    dai pettini ai piedi”

    di Pasternàk, ma i versi sono riferiti all’amata.

    “Di che ti lamenti, che piangi, sei fra i più grandi poeti europei, forse il più grande”… .

    Achmatova a Pasternàk

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