Venerdì 28 novembre h. 17.30 all’Aleph, Roma, vicolo del Bologna, 72 si presenta il IL ROMANZO DELLA STAGNAZIONE SPIRITUALE “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa (Ed. Achille e la Tartaruga, Torino, 2016 pp. 202 € 16) letto da Gino Rago con un brano del dialogo dell’85 giorno titolato: «L’esistenza senza destino»

Giorgio Linguaglossa 248 giorni COP

Possiamo definirlo il romanzo dell’età della stagnazione spirituale. Una storia di soldi, sesso e violenza psicologica. L’esistenza da saldare. L’esistenza messa in saldo. Il romanzo si svolge all’interno dell’appartamentino della bellissima protagonista, Ely, a Roma; racconta la storia tra Massimo (uno scrittore che si autodefinisce «di terza categoria») ed Ely, una fotomodella, ex pornostar. Una storia intensa, violenta, che si sviluppa in dialoghi serrati, drammatici, in capitoli brevi che scandiscono i giorni dei 248 giorni del loro tragico amore, con uno stile asciutto a metà tra noir e giallo e romanzo esistenzialista, fino all’atto finale dell’ultimo capitolo quando si avvera un tipico scioglimento del plot da romanzo giallo. A pagina 29 del suo recente, godibilissimo romanzo 248 Giorni . Giorgio Linguaglossa fa fiorire sulle labbra di Massimo, il protagonista del romanzo, le seguenti parole derivanti da una severa, profonda meditazione sul «tempo»: «Chi può asserire, con cognizione di causa, di vivere in pieno nella dimensione della coscienza? È questo il limite di un intellettuale: che lui crede sempre di vivere nella dimensione della coscienza vigile, alla luce delle sue categorie logiche o illogiche, razionali o irrazionali. Ma non è vero. Così, avvenne che incontrai Ely proprio nel momento in cui avevo deciso di vivere unicamente nel «presente».

Che cos’è il presente? È una specie di pianura dove si calpesta un pavimento orizzontale; che cos’è il «futuro»? È una strada in salita. E il  «passato»? E’ una strada in discesa ripida dove tutto rotola verso il fondo…».

Faccio mie le immagini di «presente, di «passato» e di  «futuro»  che lo scrittore attribuisce al protagonista di 248 Giorni, immagini scaturenti dal tentativo d’interpretazione del sogno di Massimo, poco tempo prima d’incrociare Ely, ( nel romanzo incarna l’idea di «bellezza»), in cui il signor “X” che proviene dal passato incontra il signor “Y” proveniente dal futuro a metà  d’un ponte su un “fiume turbolento” che collega le “due parti della città che giace lungo le due sponde”.

Ecco un tipico dialogo tra i protagonisti del romanzo:

(Gino Rago)

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85° giorno

L’ESISTENZA SENZA DESTINO

– Tu vivi come una talpa, – mi diceva Ely con la sua voce afona ed agnostica.

– E tu vivi come uno struzzo, con la testa sempre sotto terra, – replicavo con il suo stesso tono neutrale.

   Cominciavano così le nostre schermaglie, con degli appunti reciproci. Era il nostro modo di fare chiarezza. Il poeta Eugenio Montale in un famoso verso degli anni Trenta scrisse: “Tendono alla chiarità le cose oscure”. Ecco, diciamo che le nostre cose oscure, le cose da cui provenivamo, in un certo senso si dirigevano verso la chiarità. Questo per un po’, fin quando durò il nostro amore. Ovvero, una eterna temporaneità. ovvero, 248 giorni. All’improvviso, tutto precipitò. Dapprima lentamente, poi velocemente, sempre più velocemente…

– Tu vivi come una talpa, sotto terra, mentre fuori risplende il sole e cinguettano gli uccellini, –  incalzava Ely con la sua voce esile e sottile.

– Ma per la talpa va bene così.  Il punto di vista della talpa è diverso da quello degli uccelli. Non mi interessano gli uccellini, non mi interessa il sole, –  rispondevo stizzito.

– Sì, ma c’è il sole, ci sono gli uccellini e tutto il resto. Questo tu lo disconosci, –  insisteva Ely.

– Non sono un ministeriale, non sono un impiegato del catasto, –  rispondevo ironico e stizzito perché il discorso si ripeteva per l’ennesima volta con le medesime noiose modalità.

– Tu vivi dentro un buco, e da quel buco non uscirai più, – tambureggiava la Ely con la tenacia di cui sono capaci soltanto le donne.

– Beh, nel buco almeno non c’è l’aria fritta che si respira di fuori, – replicavo senza convinzione tanto per tappare il vuoto della mia coscienza.

– Per quanto tempo ancora resterai nel buco? –  insisteva con tenacia la mia amante che appariva sempre più bella con la sua aria corrucciata.

– Per tutto il tempo che riterrò opportuno, –  rispondeva senza passione una voce che era in me.

   A quel punto dei nostri discorsi inevitabilmente mi rifugiavo nella filosofia. Mentre la Ely accavallava le gambe  inguainate negli autoreggenti e fumava le Astor con filtro sbuffandomi il fumo in faccia. Io ero contrariato quando dovevo rifugiarmi nella filosofia. Però, aspettavo di vederla alzarsi e passeggiare mollemente in perizoma mentre dondolava lentamente i fianchi…

– Vedi, cara, il tuo perizoma mi riconcilia con il mondo. Il resto non ha importanza. Tutto il resto può anche scomparire… –  solevo interloquire tanto per rompere il ghiaccio dei nostri silenzi.

– Non mi sembra una asserzione granché originale, –  mi interrompeva subito Ely la quale tentava di rimettere il discorso sul giusto binario.

– Ti prego, Ely, non pretendere da me frasi originali. Sono corrivo, scontato, uno scrittore di terza categoria. – Tentavo in questo modo di scantonare ed evitare di dare delle risposte sensate.

– Tu non sei né corrivo né scontato, e tantomeno uno scrittore di terza categoria, – replicava Ely convinta sempre di più di quello che diceva.

– Ti sbagli… –  ribadivo io altrettanto convinto.

– Solo che giochi a nasconderti. Continui a fare il gioco a nascondino che facevi da bambino.

– È perché sono convinto che soltanto nascondendoci, noi siamo. Dobbiamo stare nell’ombra per esistere. – Tentavo di smarcarmi dalla morsa delle sue domande buttandola in filosofia.

– Allora, l’ombra è necessaria più della luce? –  mi chiedeva Ely con aria trasognata.

– Sì, l’ombra ci è indispensabile. Pensa tu se dovessimo vivere tutto il giorno alla luce dei neon! – sì, gettavo là questi filosofemi per liberarmi della sua marcatura.

– È per questo che ti interesso? Perché vivo nelle ore notturne?

– Sì,

– Uhm…

– Vedi, cara Ely – cercavo di prenderla un po’ alla lontana – fai conto che noi viviamo dentro un Leviatano dentro il quale mettiamo tutto alla rinfusa: società, civiltà, epoca, gli occhiali, i nostri stracci ovvero tutto ciò che lega e divide gli uomini tra di loro. E poi agitiamo il tutto. Credi tu che questa cosa sia una faccenda seria?

– È il nostro mondo, non possiamo cambiarlo, non credi? – mi rispondeva Ely con inguaribile ingenua sfiducia.

– E tu perché credi che mi sia ridotto a scrivere romanzi gialli? – le chiedevo a volte in preda ai miei rarissimi momenti di autenticità.

– Non lo so. Dimmelo tu.

– Credi veramente che la scrittura possa cambiare il mondo? Credi veramente che si possa scrivere altro? Nel migliore dei casi puoi scrivere alla Moravia: dei gialli psicologici. Tutto il resto sono sfoghi personali di intellettuali solitari ed elitari. – Cercavo di spiegare alla Ely le ragioni di fondo della mia scrittura. Ma non c’era niente da fare. Ogni volta la Ely tornava alla carica come se non avessi mai parlato.

– E tu non sei un intellettuale elitario?

– No. Cara Ely, non sono un elitario. In realtà, scrivo degli antiromanzi. – Tentavo ancora una volta di buttarla in caciara, cioè in filosofia.

– Che cosa significa? – replicava Ely con inguaribile tenacia.

– Significa che oggi, nelle condizioni dello stivale, è becero scrivere dei romanzi con un eroe positivo, –replicavo con una insolita convinzione che non mi riconoscevo.

– E va bene, non vuoi scrivere alla Moravia, scrivi almeno come gli scrittori di successo! –  gridava la Ely.

   Era questo il rovello fisso di Ely. Lo capivo, era comprensibile. Era comprensibile il suo punto di vista ma non potevo assolutamente condividerlo.

– Il successo di vendite o il successo di critica? – tentavo invano di cambiare registro con una divagazione.

– Scegli tu.

– No, sei tu che devi dirmelo.

– Facciamo… il successo di vendite.

– Credi tu che io scriva per il successo di vendite o il successo letterario?

– Lasciamo ai posteri il successo letterario.

– Resta il successo commerciale.

– E ti pare poco?

– Il fatto è che non mi interessa.

– E allora, perché scrivi?

– Scrivo per mangiare.

– Vuoi dire: per sopravvivere.

– Esattamente, per sopravvivere e nient’altro.

– Ma tu hai la stoffa per scrivere romanzi di successo!

– In che modo?

– Fai del tuo commissario un eroe positivo!

   Devo dire che quando i nostri dialoghi giungevano a questo punto, mi prendeva una impalpabile tenerezza per l’inguaribile ingenuità di Ely. Lei credeva ancora che fosse possibile scrivere romanzi per il successo! Credeva che ci fosse una formula segreta che io intenzionalmente nascondevo da qualche parte per impedirmi di raggiungere la celebrità e i quattrini.

foto donna con pavimento a scacchi– Il mio commissario è un intellettuale isolato, cosa vuoi che gliene freghi ad un intellettuale isolato di salvare il mondo. O meglio: una piccola, piccolissima fettina del mondo! – rispondevo con aria desolata.

   Dapprincipio, tentavo di spiegare ad Ely le ragioni per cui non si possono più scrivere  romanzi con eroe positivo, romanzi a tesi o romanzi etici o qualsiasi altra diavoleria con valore positivo. Cercavo inutilmente di trovare le parole adatte.

– Vedi – tentavo di spiegarle –  se ne facessi un eroe positivo del mio commissario compierei un reato estetico, un vero atto di falsità ideologica! Non posso, capisci, scrivere una sciocchezza del genere!

– Ma insomma, che te ne importa! fagli acchiappare qualche ladro, qualche assassino, magari per sbaglio, così farai contento il pubblico e l’editore che così ti pagherà  di più…

   Al mio silenzio imbarazzato la Ely si alzava ondeggiando mollemente sui fianchi, si andava a fare un caffè, poi tornava svagata e distratta con una sigaretta in bocca e mi diceva:

– Dai, non fare lo schizzinoso, fai una bella storia con tanto di mafiosi in gattabuia!

– Ma non è una questione di elitarismo… Ely… è che non ci riesco… non ci riuscirei nemmeno sotto tortura!

– E allora?

– Allora, è che non voglio dare al lettore quel che il lettore si attende, lo capisci? –  rispondevo stizzito.

– Sei un bel tipo, tu! È come se io pretendessi di farmi pagare dall’impresario senza fare lo spogliarello! 

– Senti Ely, cerca di ragionare… io sono uno scrittore non una spogliarellista, lo capisci?

– Certo che lo capisco!

– Allora capisci che io non posso esaudire le richieste del lettore?

– Ma perché?

– Perché verrei meno al patto che ho fatto con me stesso!

– Quale patto?

– Quello di non gabbare il lettore, lo capisci?

– No che non lo capisco! E non lo voglio capire! Tu dici che non vuoi gabbare il lettore: è per questo che le tue storie non piacciono, le tue storie sono storie di scacchi matti e di sconfitte. Le sconfitte del commissario sono sconfitte anche nostre, il lettore sente che sono anche le sue sconfitte.

– Bene, vedo che finalmente hai capito, –  tentavo di rispondere tagliando corto.

– Ma è come se io mi rifiutassi di spogliarmi sul palco! Il pubblico chiede che io mi spogli, paga il biglietto perché io mi spogli, e se non mi spoglio lui si sente fregato e non torna più al locale. E se non torna più al locale, sai che fine faccio?

– Che fine fai?

– Vado a fare la commessa in un grande magazzino!

– Spogliarti è una tua scelta.

– No, mio caro, spogliarmi è una necessità.

 Ely aveva il dono di farmi riflettere sulla mia situazione. Non amavo riflettere, non amavo stare a cogitare sugli esiti ultimi della mia scrittura. Erano alcuni anni che avevo smesso di usare il pensiero, andavo avanti a tentoni, in una sorta di stato sonnambolico. In un certo senso, riconoscevo che c’era in Ely una parte di ragione, ma lei non riusciva proprio a capire il mio punto di vista. Ma lei era lì, bella e malinconica come un giglio. E questo mi era sufficiente.

   Poi Ely riprendeva l’interrogatorio come un martello pneumatico.

– Il segreto del successo è molto semplice: dai al pubblico quello che il pubblico chiede. – Diceva Ely riprendendo il fuoco di artiglieria.

   Ely batteva sempre sullo stesso tasto. In un certo senso la trovavo perfino divertente.

– Vuoi dire: dai al pubblico quel che il pubblico vuole? – riprendevo a sparare dalla mia postazione fissa.

– Sì, esattamente. Dai al pubblico quel che il pubblico vuole. –  Ripeteva la Ely con inguaribile tenacia.

   Era il solito ritornello. Che la Ely ripeteva a memoria come un martello pneumatico. Per il principio secondo cui cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, Ely ritornava sempre sui medesimi punti, con una percussione monotona e monocorde. Alla fine, cominciai a trovare la cosa perfino divertente. In realtà ero terribilmente annoiato.

– Vuoi che faccia del mio commissario un vincente? – replicavo fingendo un momento di resa.

– Sì, crea un eroe positivo e così guadagnerai più lettori, – diceva Ely con quella sicurezza che la rendeva ancora più amabile e avvenente.

– Devo fare come Camilleri con il suo eroe positivo, il commissario Montalbano, che sbroglia tutte le matasse più intricate?

– Come fanno tutti gli scrittori di romanzi gialli!

– Ma io non sono uno scrittore di romanzi gialli, Ely. Faccio soltanto finta di scrivere romanzi gialli.

– E allora cosa sei?

– Sono uno scrittore di seconda categoria, scrivo i gialli di un perdente. E questo è il miglior modo di essere contemporaneo.

– Ma che cosa significa «essere contemporaneo»? me lo dici? – mi chiedeva la Ely con un’aria spaventosamente ingenua.

– Essere contemporaneo significa esattamente essere contemporaneo, – rispondevo laconico più per evitare un vero confronto che per tentare di spiegarmi.

– E allora non farai mai un romanzo di successo! –  replicava Ely.

– Ma non capisci che non voglio essere uno scrittore di successo? –  ribadivo senza convinzione.

– No, non lo capisco, –   replicava Ely con il volto adirato.

– Bene, lo capisco io. – Rispondevo pacato e annoiato.

– Questo non è il modo migliore per risolvere la questione.

– Non capisci che non posso scrivere un romanzo di successo, Ely?

– E perché?

– Perché nel successo non c’è stile, mia cara.

– Ne fai una questione di stile?

– Sì, mettiamola così, ne faccio una questione di stile.

– Con lo stile non si risolvono le questioni di quattrini.

– Ebbene, mettiamola in un altro modo. Tu avresti potuto fare la ballerina classica. Avresti avuto successo, saresti stata una celebrità. Perché non l’hai fatto?

– Perché le cose sono andate così.

– Così come?

– Sono andate come sono andate.

– Allora, anche tu sei una perdente.

– No, non è vero. Non mi andava di studiare danza classica, richiedeva molto tempo e molta dedizione, molta tenacia, virtù che io non avevo. Ma per te è diverso. Avresti tutte le capacità per scrivere romanzi di successo.

– Per carità

– Perché per carità?

– Sì, forse avrei le capacità, ma non voglio.

– E perché?

– Sarebbe troppo facile. Non mi interessano le cose facili.

– E cosa ti interessa, una vita sempre in bolletta? Sempre ad inseguire l’editore che ti tiene alla fame?

– Questa è un’altra faccenda. I miei rapporti con l’editore sono rapporti commerciali.

– Puoi andare avanti così: caffè e sigarette. Per quanto ancora, un anno, due anni, dieci anni?

– La questione del tempo è un’altra faccenda ancora.

   Di solito, a questo punto delle nostre discussioni, la questione da astratta diventava concreta e si passava alle accuse reciproche. Guardavo ancora con speranza la massa dei suoi capelli biondi.

– Lasciamo stare la letteratura, parliamo di te, –  mi incalzava Ely con la solita voce afona.

– Allora, rivoltiamo la frittata: e tu perché fai la ballerina? Non c’è un altro modo per guadagnarti da vivere? – tentavo una via di fuga dal terribile interrogatorio.

– Sì, c’è un altro modo, ma è faticoso, –  rispondeva Ely con la solita voce afona.

– Esatto, anche per me ci sarebbe un altro modo, ma è faticoso, –  replicavo distratto e sibillino.

– È per questo che stiamo insieme?

– Sì, in un certo modo siamo speculari.

– Ed essere speculari significa andare d’accordo?

– Essere speculari significa che per un certo tempo possiamo viaggiare in parallelo.

– E poi?

– Non c’è un poi, si vive un eterno presente.

– È questa la tua tesi filosofica?

– Non è una tesi filosofica, è la mia impostazione di vita.

– Con questa impostazione di vita andrai dritto all’inferno.

– Sia come sia.

– Sia come sia.

   Così terminavano a quel tempo le nostre discussioni, con una specie di armistizio. Con una tregua e senza una soluzione. A quel tempo, la mia esistenza scorreva quietamente perché non contemplava la possibilità di una soluzione. Anche l’esistenza di Ely correva come dentro un imbuto, senza la possibilità di alcuna via di scampo. Ma lei non si accorgeva che stava correndo dentro l’imbuto. Correvamo tutti e due dentro due binari che credevamo paralleli senza sapere dove quegli attrezzi ci conducessero. Correvamo dentro due imbuti. Proprio come in un romanzo, ciascuno dei due personaggi accusava l’altro del proprio fallimento. Ma il nostro non era un fallimento, era l’attesa del fallimento. Ciascuno di noi due era troppo impegnato a procrastinare il momento della resa dei conti. Mi guardavo allo specchio e vedevo la mia esistenza riflessa nello specchio come un’esistenza priva di destino. Anche la Ely evitava di guardarsi allo specchio, forse per evitare di riconoscere nello specchio l’assenza di destino che era riflesso nel suo volto.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2014) Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

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22 risposte a “Venerdì 28 novembre h. 17.30 all’Aleph, Roma, vicolo del Bologna, 72 si presenta il IL ROMANZO DELLA STAGNAZIONE SPIRITUALE “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa (Ed. Achille e la Tartaruga, Torino, 2016 pp. 202 € 16) letto da Gino Rago con un brano del dialogo dell’85 giorno titolato: «L’esistenza senza destino»

  1. Non è semplice reggere dialoghi così lunghi senza annoiare e con una mirabile assenza di orpelli e manierismi; la velocità della narrazione (grazie a questi dialoghi) in contrasto con i temi trattati attrae e molto anche.
    Tra i tanti spunti di riflessione efficacemente offerti, forse perché associabile anche alla poesia, sottolineo la questione dello scrivere per il successo…diciamo che questa pagina del romanzo, pur mettendo dentro troppe citazioni letterarie che io avrei evitato, apre una ferita sulla lealtà della scrittura. Complimenti Giorgio. E grazie anche a Gino Rago per la sua nota. Io, intanto, attendo – da troppi giorni per i miei gusti – che la casa editrice mi invii la mia copia…

  2. Mi chiedo dove trovi il tempo, Giorgio Linguaglossa, per scrivere un romanzo, occuparsi di critica, seguire un blog… e non mi si parli di tempo filosofico e scientifico. Vero è che le giornate sono più lunghe di quel che sembra, se ci si alza prima dell’alba e la sera e la notte e il giorno stesso non sono scanditi da orari. Penso a una solitudine assoluta, piena di fantasmi, posta in un mare di oggetti che riposano nel dimenticatoio; conti da pagare che – si possono sempre rimandare, non è questa la vera resa dei conti – rimandare ma da far quadrare – ebbene sì – il dialogo estratto dal libro, qui proposto da Gino Rago, che ringrazio, entra velocemente nella testa al lettore. Ma Linguaglossa è meno ingenuo di quanto crede il suo personaggio, Ely : la donna è bella, lo scrittore un sapiente démodé squattrinato. L’incubo della fame sta relegato da qualche parte, in libreria. Quello della morte farà sentire, nel giallo, la sua presenza aleatoria. Forse. E forse non serviranno cadaveri. Anche quelli in libreria.
    Leggerò volentieri.

    • … sì, non è un giallo, è un romanzo.

      • caro Lucio,
        in agosto, approfittando della temporanea sospensione del blog, tenterò di iniziare un romanzo sulla figura dell’imperatore Giuliano. Tenterò, ma non so se sarò in grado di scriverlo come io vorrei.
        Cmq, io preferisco vivere allo scrivere, siamo già in tanti, è stato calcolato che gli italiani che hanno scritto qualcosa sono più di un milione di persone. Incredibile, no? E di costoro molti non hanno mai letto un libro in vita loro!

  3. gabriele fratini

    – Chi è costui che vien, che mi distoglie dall’ascolto della Clemenza di Tito di Mozart-Mazzolà-Metastasio?
    – Tale Linguaglossa Giorgio, scrittore e filosofo.
    – O’ vero?
    – Per l’appunto.
    – E il romanzo?
    – 248 giorni. Sembra un giallo. Sembra gradevole. Che famo?
    – Mi viene quasi voglia di comprarlo.
    – Ma stiamo partendo…
    – Il viaggio può aspettare…
    Ma c’è la mostra sui Macchiaioli, e il traghetto, e i flutti tirreni che attendono… facciamo tardi!
    – Fai il biglietto…
    – Ma abbiamo altri nove libri da leggere in estate, e c’è Lo cunto de li cunti, e Vonnegut e Affinati e “Hollebecq”…
    -Non si scrive così…
    -Vabbè… mettilo in lista… la bisaccia si allarga. Partiamo… Saluta gli aedi!
    -Buone vacanze!

  4. A proposito dello «scatto morale» di cui parlava Ingeborg Bachmann, mi riallaccio al discorso di Steven Grieco. Sì, penso anch’io che una nuova scrittura può nascere soltanto da uno scatto morale, ma scatto morale non vuole affatto dire moralismo, anzi, come io lo intendo, vuol dire primato dell’estetica (alla maniera di Brodskij). Estetica non estetismo, esibizione narcisistica di cui sono pieni i piccoli romanzi e le piccole poesie dei letterati, estetica significa non potersi comportare in altro modo che in quello. Il protagonista del mio romanzo è, appunto, uno scrittore di «terza categoria» come lui si definisce. Il romanzo è nato da lì, circa 10 anni fa quando cominciai a metterlo sulla carta. Uno scrittore che scrive romanzi gialli per il pubblico, per fare qualche soldo con l’editore che lo incalza a scrivere sempre nuovi romanzetti gialli. Un incubo. Una situazione che il protagonista avverte di oppressione, che lo estenua. Il pubblico vuole gialli dove il vincente è il poliziotto che sbatte in gattabuia il criminale? Ebbene, pensa il protagonista, io gli do un commissario (dal corrivo nome di de Luca) che non riesce a sbattere in galera i criminali che vorrebbe, e che, quando invece riesce a incriminare tutta la giunta di una cittadina siciliana accusata di corruzione e illeciti gravi, ecco che arriva, puntuale, l’ennesimo trasferimento ministeriale: quel commissario dava fastidio, bisognava allontanarlo… Massimo, il protagonista è un perdente. Perde come scrittore, come essere umano e come amante della bellissima altra protagonista. Non poteva andare diversamente. Si può uscire sconfitti, ma con onore. E inoltre, ci sono delle battaglia cui non ti puoi sottrarre, che bisogna combattere, anche se sai che non puoi vincerle.
    Ecco, io credo che anche in poesia bisogna accettare con tranquillità di essere un «perdente». Vedo in giro migliaia di personaggi che sgomitano e si infelicitano per apparire in vetrina. Uno spettacolo triste.
    La scrittura, anche quella poetica, nasce appunto da uno «scatto morale», da un desiderio di non stare tutta la vita in mezzo alla mediocrità e ai mezzucci, da un atto di ribellione alla medietà, credo.
    Quello che ne è venuto fuori credo sia uno spaccato dello squallido spettacolo dell’Italia di oggi. Di Roma, della sua Grande Bellezza. Della sua grande immondizia morale. Ma come in filigrana, di tutto ciò non c’è nulla, ma si avverte, da lontano, il lezzo del disfacimento…

  5. Lucia Gaddo Zanovello

    Credo che sia proprio grazie all’eroismo tranquillo, quotidiano e prezioso dell’uomo qualunque, che non si sottrae a sostenere e a proseguire con massima cura l’opera sua, da identificare con quella qualunque cosa che si vuole portare a termine (operosità vissuta come missione propria – a fin di bene – attraverso la passione, che tiene lontana la mediocrità), che il mondo continua, nonostante tutto e tuttavia, a procedere nel senso contrario a quello dell’abisso…

  6. Copio e incollo una poesia di Edith Dzieduszycka, arrivata alla mia email, ispirata al romanzo:

    249esimo GIORNO

    Nudo ondeggiava
    il suo corpo
    alieno e sinuoso
    nel mio sguardo assente
    mentre scuoteva
    la sua criniera vaporosa.

    Verso il nulla correva
    su tacchi vertiginosi
    invece il nostro treno
    sfiorato dai suoi occhi
    di lince indifferente.

    “Due falliti siamo – lo sai?”
    “Due falliti siamo – lo so”.

    Mentre alla toeletta si truccava
    e le labbra tingeva di rosso sangue
    con un lungo pennello
    fumavo un MS con filtro
    e bevevo un whisky.

    Poi discorrevamo sui mondi nostri estranei.

    “Perché sto con te?” ti domandavo.
    “Perché stai con me?” tu rispondevi
    con voce afona.

    “Perché siamo speciali
    perché siamo uguali e diversi
    perché nuda ti voglio e possedere
    le tue spalle esili
    le tue gambe chilometriche
    il tuo pube biondo
    ma più di ogni cosa
    il tuo stare assente”.

    Riflettuti all’infinito
    negli specchi dovunque sparsi
    passavamo la crune d’un passato senza futuro
    sul filo osceno d’un presente impresentabile
    subito dileguato.

    Fuori dal mondo nostro
    tamburellano gocce.
    Pioggia inconsapevole
    mentre noi ci odiamo.

  7. SCRIVERE UN ROMANZO PER SCRIVERE UNA BUONA POESIA

    Un aneddoto. A metà degli anni Novanta feci leggere a una poetessa di Roma, Lisa Stace, (tra l’altro molto brava, talmente brava che poi smise di scrivere poesie), delle mie prose. Lei mi disse che avevano un difetto, Ricordo ancora le sue precise parole: «ci devi lavorare molto. Si vede che prendi la prosa sotto gamba, difetto tipico dei poeti. La prosa richiede invece un lunghissimo lavoro». Non dimenticherò mai quanto quelle parole mi siano state utili. Da allora (e sono passati venti anni) non ho smesso di tornare su quei racconti, di ritoccarli.
    Questo l’aneddoto. Questo per dire che se non sai scrivere un’ottima prosa non puoi diventare un buon poeta. Il poeta deve essere capace di scrivere ottima prosa, questo è il segreto che Lisa Stace intese svelarmi. Da allora, capii quanto è importante per un poeta scrivere in prosa, la prosa è la vera palestra di un buon poeta, lì ci si fa una buona muscolatura, con continui esercizi fisici e mentali.

    Un altro aneddoto. Ecco un frammento del dialogo tra Goethe ed Eckerman. Scrive Goethe:

    «Parlando delle opere dei nostri nuovissimi poeti siamo arrivati alla conclusione – scriveva Eckerman, – che neanche uno di loro scrive della bella prosa. – È semplice, – disse Goethe: per scrivere in prosa bisogna almeno dire qualche cosa; chi non ha niente da dire può tuttavia scrivere versi e cercare rime, e una parola suggerisce l’altra e finalmente sembra che qualche cosa riesca; e benché non significhi niente, sembra tuttavia che significhi qualcosa».

    Commento di Jurij Tynjanov: «Cerchiamo di capire la sua definizione di una “nuova lirica”. Non c’è niente da dire, ossia non c’è niente da comunicare; non c’è un’idea che abbia bisogno di essere oggettivata; lo stesso processo della creazione non ha scopi comunicativi. (Mentre la prosa con il suo orientamento sulla parola simultanea è molto più comunicativa: “Per scrivere in prosa bisogna dire qualche cosa”.)
    Goethe descrive come una successione lo stesso processo creativo: “una parola suggerisce un’altra” ( e qui Goethe attribuisce un ruolo importante alla rima). “E benché non significhi niente, tuttavia sembra significhi qualche cosa.” Questo è il punto in cui Goethe è in contrasto con Kireevskij (“una parola detta bene ha il valore di una buona idea”). Pertanto, in entrambi i casi, si tratta di parole “prive di contenuto nel senso più lato della parola, che assumono nel verso una certa semantica immaginaria“.»*

    Quello che voglio dire è questo: che spesso i poeti scrivono una parola pensando ad una «semantica immaginaria» del tutto personale, ma la questione non è così semplice, non sempre, o meglio, quasi mai una «semantica immaginaria personale» coincide con una semantica immaginaria pubblica, che il pubblico può comprendere. Spesso i poeti di minore rigore formale e mentale pensano in modo semplicistico che una semantica immaginaria personale debba SEMPRE coincidere con una semantica immaginaria del pubblico. Anche questo equivoco è stato un portato di certo sperimentalismo acritico tipicamente italiano diffusosi a macchia d’olio nel secondo Novecento.

    Per tornare al nostro oggetto: la questione di una buona prosa; è chiaro che un narratore che non abbia qualcosa di preciso da dire non potrà mai scrivere della buona prosa, ne uscirebbe un ircocervo incomprensibile. Per la poesia invece tutto sembra essere ammesso. Di frequente, io dico a certi autori di poesia che non ho le chiavi per entrare dentro i loro testi, intendendo dire che non ho le chiavi per entrare all’interno della loro semantica immaginaria.

    Ecco la ragione per la quale ogni tanto mi cimento con il romanzo. Perché il romanzo mi obbliga a pensare un oggetto preciso e a raccontarlo nel modo più diretto, senza ricorrere a retorismi fuorvianti. Quindi, cari poeti, vi consiglio di misurarvi con il romanzo se volete scrivere buone poesie!

    J. Tynjanov Il problema del linguaggio poetico, Il Saggiatore, 1968 p. 102

    • Caro Giorgio, credo che tra poesia e prosa il problema non sia soltanto l’avere qualcosa di preciso da dire (come giustamente evidenziato dal tuo commento precedente), che nel secondo caso (in prosa) è palesemente più necessario che nel primo, ma sia anche un fatto di rigore, logica, impegno.
      Gli eccessi di libertà (come a parer mio accade non solo in poesia) e le cosiddette “licenze poetiche” hanno portato a credere che il ‘poeta’ potesse dire e scrivere tutto quello che gli passava per la mente, che pure potrebbe andare bene, senza dare alcun conto a nulla e a nessuno, che pure ci può stare, bypassando allegramente il lavoro di ricognizione necessario dopo la prima scrittura dei versi, spesso dettati da impulsi momentanei dei quali, personalmente, ho imparato a diffidare. Il 99% dei poeti è convinto che la poesia sia una forma di scrittura semplice, immediata e ‘per tutti’; un qualcosa piovuto dall’alto, che deve essere fermato sul foglio, pena la perdita dell’attimo risolutore di chissà che, chi o cosa, a cui bastano un foglio, un tramonto e tanta sensibilità…non tenendo assolutamente conto che la Poesia è un lavoro, che necessita di volontà, fatica e rigore. Rigore, non nell’incasellare i versi in forme metriche precise, ma rigore inteso come confronto, come lotta, come scontro tra noi e il testo, così da far emergere soltanto il necessario, il sopravvissuto mi verrebbe da dire. La prosa, ovviamente intesa non come scrittura continua sul rigo senza gli a-capo, invece, ti obbliga prima di tutto alla conoscenza delle regole grammaticali – anche questo allegramente bypassato da tanti ‘poeti’ – e poi al lavoro giornaliero, costante, rigoroso, di rapporto con il testo, come giustamente dici anche tu nel commento precedente. E la fatica, oggi, a quanti aggrada?
      Sorrido e accolgo il tuo suggerimento e ritorno dopo tanti anni a scribacchiare un racconto…

  8. gino rago

    La mia nota su ” 248 giorni ” di Giorgio Linguaglossa, scaturita dalla
    rapace lettura dei brevi capitoli – gradevolissimi – dell’opera, è permeata da quella idea-guida linguaglossiana, che cerco di fare anche mia, secondo cui il linguaggio della comunicazione non produrrà mai risultati estetici.
    Né in prosa, né in poesia.
    Così come la nota non scansa, nelle mie intenzioni almeno , l’altra idea-guida cara a Giorgio L.: non scrivere per dire qualcosa, ma scrivere
    soltanto se si ha qualcosa da dire. La scrittura cioè anche come necessità.

    Gino Rago

  9. a giudicare da questi dialoghi, mi sto procurando il libro intero, siamo a metà strada tra Scerbanenco e Moravia.

  10. antonio sagredo

    …non sono in grado di dare un giudizio sulla prosa in generale, figuriamoci nello specifico e quantunque non abbia scritto romanzi, ho scritto tre racconti e qualche brevissima “prosa”; lunghi uno di questi tre è un racconto picaresco; ma tutti e tre potevano essere dei romanzi “senza fine” e ne sarei stato capace davvero, ma mi son voluto fermare, poi che continuare non aveva senso: che mi importava del resto; e allora ho ucciso i personaggi facendoli saltar in aria; ma io ne sono uscito indenne, e ho continuato a scrivere altro. La prosa non ha una fine, la Poesia è ha una fine. Intanto ho letto altri testi prosastici di Giorgio e là dove c’è pochissimo dialogo riesce a mio parre più avvincente – ma è un mio personale e inesatto giudizio.
    Le citazioni di Goethe e di Tynjanov sono pertinenti e sono pretesto forse per un giustificazione che non giunge a destinazione, intendo che è scentrata. Comunque ammiro il coraggio “prosastico” di Giorgio L. che non possiedo.

  11. Diceva Giuseppe De Robertis( di cui, nella notte dei tempi, sono stata allieva,a Firenze)che la parte più difficile di un’opera in prosa (romanzo o racconto che sia)sono i dialoghi.La prosa di Linguaglossa li predilige, e questo è un bene, anche perchè il dialogo preclude la stagnazione delle descrizioni prolisse,avvia verso una possibile “teatralità” a cui ogni scrittura dovrebbe tendere.”Satura tota nostra est”,e la “satura” era dialogo.

  12. Giuseppe Talia

    La prosa non ha un inizio e non ha una fine. Per quale motivo affermare che chi non si misura con la prosa non sarà mai un bravo poeta?

  13. Giuseppe Talia

    Al contrario potremmo affermare che chi non si misura con la poesia non sarà mai un bravo prosatore, e questo paradigma va totalmente a favore di Linguaglossa.
    Leggeremo il romanzo.

  14. ubaldo de robertis

    Quello che posso rilevare dalla lettura dei brani qui esposti e che in questo romanzo non è morta la voglia di dialogare, non la fa da padrona la ben nota incomunicabilità, anche se qualcosa del discorso dell’uno (Massimo) sfugge continuamente all’altro (Ely).
    Mi sembra di cogliere un costante senso di incertezza che accompagna i protagonisti, anche il personaggio maschile che però all’occorrenza sa ricorrere alla filosofia come valida sponda.
    Incertezza e una certa solitudine esistenziale dal momento che anche all’esterno la società è quella che è, arida e spersonalizzante. Trovo curioso che sia lo stesso Massimo ad autodefinirsi:“scrittore di seconda/terza categoria”, quando è conscio che il saper scrivere è diventato un mero optional perché altri sono i fattori che conducono al successo.
    Non so se nelle altre sezioni del libro viene detto che ciò che più conta è trovare i contatti con persone considerate autorevoli nel gruppo dei media e dell’editoria. L’élite che ti fa entrare nella letteratura dalla porta principale anche se la scrittura è vuota, priva di esperienze, di riflessioni, di reali significati.
    Se non ci fosse questa compromissione del potere che favorisce il proliferare di messaggi anche inautentici, si potrebbe parlare di coscienza percettiva e cognitiva, quella che ci fa conoscere il mondo e creare storie sul mondo. Inoltre, in una situazione pressoché normale, essere senza destino si ridurrebbe semplicemente ad una lotta, seppure incresciosa, contro la mancanza di talento.
    Ma qui è tutto complicato. Tremendamente complicato.
    Ubaldo de Robertis

  15. Salvatore Martino

    Come asseriva Giuseppe De Robertis è difficile esprimere un parere se non si è letta tutta l’opera di un artista. A volte si può azzardare uno spezzone di giudizio attraverso alcune poesie, ma frammenti di prosa secondo me impediscono qualsiasi tentativo di giudizio. L’unico parere che mi esce dalle mani è che i dialoghi mi sembrano un tantino banali, preferisco di gran lunga le fasi narrative, ma tutto potrebbe essere diverso…bisogna leggere. Salvatore Martino

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