Archivi del giorno: 22 luglio 2016

Venerdì 28 novembre h. 17.30 all’Aleph, Roma, vicolo del Bologna, 72 si presenta il IL ROMANZO DELLA STAGNAZIONE SPIRITUALE “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa (Ed. Achille e la Tartaruga, Torino, 2016 pp. 202 € 16) letto da Gino Rago con un brano del dialogo dell’85 giorno titolato: «L’esistenza senza destino»

Giorgio Linguaglossa 248 giorni COP

Possiamo definirlo il romanzo dell’età della stagnazione spirituale. Una storia di soldi, sesso e violenza psicologica. L’esistenza da saldare. L’esistenza messa in saldo. Il romanzo si svolge all’interno dell’appartamentino della bellissima protagonista, Ely, a Roma; racconta la storia tra Massimo (uno scrittore che si autodefinisce «di terza categoria») ed Ely, una fotomodella, ex pornostar. Una storia intensa, violenta, che si sviluppa in dialoghi serrati, drammatici, in capitoli brevi che scandiscono i giorni dei 248 giorni del loro tragico amore, con uno stile asciutto a metà tra noir e giallo e romanzo esistenzialista, fino all’atto finale dell’ultimo capitolo quando si avvera un tipico scioglimento del plot da romanzo giallo. A pagina 29 del suo recente, godibilissimo romanzo 248 Giorni . Giorgio Linguaglossa fa fiorire sulle labbra di Massimo, il protagonista del romanzo, le seguenti parole derivanti da una severa, profonda meditazione sul «tempo»: «Chi può asserire, con cognizione di causa, di vivere in pieno nella dimensione della coscienza? È questo il limite di un intellettuale: che lui crede sempre di vivere nella dimensione della coscienza vigile, alla luce delle sue categorie logiche o illogiche, razionali o irrazionali. Ma non è vero. Così, avvenne che incontrai Ely proprio nel momento in cui avevo deciso di vivere unicamente nel «presente».

Che cos’è il presente? È una specie di pianura dove si calpesta un pavimento orizzontale; che cos’è il «futuro»? È una strada in salita. E il  «passato»? E’ una strada in discesa ripida dove tutto rotola verso il fondo…».

Faccio mie le immagini di «presente, di «passato» e di  «futuro»  che lo scrittore attribuisce al protagonista di 248 Giorni, immagini scaturenti dal tentativo d’interpretazione del sogno di Massimo, poco tempo prima d’incrociare Ely, ( nel romanzo incarna l’idea di «bellezza»), in cui il signor “X” che proviene dal passato incontra il signor “Y” proveniente dal futuro a metà  d’un ponte su un “fiume turbolento” che collega le “due parti della città che giace lungo le due sponde”.

Ecco un tipico dialogo tra i protagonisti del romanzo:

(Gino Rago)

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85° giorno

L’ESISTENZA SENZA DESTINO

– Tu vivi come una talpa, – mi diceva Ely con la sua voce afona ed agnostica.

– E tu vivi come uno struzzo, con la testa sempre sotto terra, – replicavo con il suo stesso tono neutrale.

   Cominciavano così le nostre schermaglie, con degli appunti reciproci. Era il nostro modo di fare chiarezza. Il poeta Eugenio Montale in un famoso verso degli anni Trenta scrisse: “Tendono alla chiarità le cose oscure”. Ecco, diciamo che le nostre cose oscure, le cose da cui provenivamo, in un certo senso si dirigevano verso la chiarità. Questo per un po’, fin quando durò il nostro amore. Ovvero, una eterna temporaneità. ovvero, 248 giorni. All’improvviso, tutto precipitò. Dapprima lentamente, poi velocemente, sempre più velocemente…

– Tu vivi come una talpa, sotto terra, mentre fuori risplende il sole e cinguettano gli uccellini, –  incalzava Ely con la sua voce esile e sottile.

– Ma per la talpa va bene così.  Il punto di vista della talpa è diverso da quello degli uccelli. Non mi interessano gli uccellini, non mi interessa il sole, –  rispondevo stizzito.

– Sì, ma c’è il sole, ci sono gli uccellini e tutto il resto. Questo tu lo disconosci, –  insisteva Ely.

– Non sono un ministeriale, non sono un impiegato del catasto, –  rispondevo ironico e stizzito perché il discorso si ripeteva per l’ennesima volta con le medesime noiose modalità.

– Tu vivi dentro un buco, e da quel buco non uscirai più, – tambureggiava la Ely con la tenacia di cui sono capaci soltanto le donne.

– Beh, nel buco almeno non c’è l’aria fritta che si respira di fuori, – replicavo senza convinzione tanto per tappare il vuoto della mia coscienza.

– Per quanto tempo ancora resterai nel buco? –  insisteva con tenacia la mia amante che appariva sempre più bella con la sua aria corrucciata.

– Per tutto il tempo che riterrò opportuno, –  rispondeva senza passione una voce che era in me.

   A quel punto dei nostri discorsi inevitabilmente mi rifugiavo nella filosofia. Mentre la Ely accavallava le gambe  inguainate negli autoreggenti e fumava le Astor con filtro sbuffandomi il fumo in faccia. Io ero contrariato quando dovevo rifugiarmi nella filosofia. Però, aspettavo di vederla alzarsi e passeggiare mollemente in perizoma mentre dondolava lentamente i fianchi…

– Vedi, cara, il tuo perizoma mi riconcilia con il mondo. Il resto non ha importanza. Tutto il resto può anche scomparire… –  solevo interloquire tanto per rompere il ghiaccio dei nostri silenzi.

– Non mi sembra una asserzione granché originale, –  mi interrompeva subito Ely la quale tentava di rimettere il discorso sul giusto binario.

– Ti prego, Ely, non pretendere da me frasi originali. Sono corrivo, scontato, uno scrittore di terza categoria. – Tentavo in questo modo di scantonare ed evitare di dare delle risposte sensate.

– Tu non sei né corrivo né scontato, e tantomeno uno scrittore di terza categoria, – replicava Ely convinta sempre di più di quello che diceva.

– Ti sbagli… –  ribadivo io altrettanto convinto.

– Solo che giochi a nasconderti. Continui a fare il gioco a nascondino che facevi da bambino.

– È perché sono convinto che soltanto nascondendoci, noi siamo. Dobbiamo stare nell’ombra per esistere. – Tentavo di smarcarmi dalla morsa delle sue domande buttandola in filosofia.

– Allora, l’ombra è necessaria più della luce? –  mi chiedeva Ely con aria trasognata.

– Sì, l’ombra ci è indispensabile. Pensa tu se dovessimo vivere tutto il giorno alla luce dei neon! – sì, gettavo là questi filosofemi per liberarmi della sua marcatura.

– È per questo che ti interesso? Perché vivo nelle ore notturne?

– Sì,

– Uhm…

– Vedi, cara Ely – cercavo di prenderla un po’ alla lontana – fai conto che noi viviamo dentro un Leviatano dentro il quale mettiamo tutto alla rinfusa: società, civiltà, epoca, gli occhiali, i nostri stracci ovvero tutto ciò che lega e divide gli uomini tra di loro. E poi agitiamo il tutto. Credi tu che questa cosa sia una faccenda seria?

– È il nostro mondo, non possiamo cambiarlo, non credi? – mi rispondeva Ely con inguaribile ingenua sfiducia.

– E tu perché credi che mi sia ridotto a scrivere romanzi gialli? – le chiedevo a volte in preda ai miei rarissimi momenti di autenticità.

– Non lo so. Dimmelo tu.

– Credi veramente che la scrittura possa cambiare il mondo? Credi veramente che si possa scrivere altro? Nel migliore dei casi puoi scrivere alla Moravia: dei gialli psicologici. Tutto il resto sono sfoghi personali di intellettuali solitari ed elitari. – Cercavo di spiegare alla Ely le ragioni di fondo della mia scrittura. Ma non c’era niente da fare. Ogni volta la Ely tornava alla carica come se non avessi mai parlato.

– E tu non sei un intellettuale elitario?

– No. Cara Ely, non sono un elitario. In realtà, scrivo degli antiromanzi. – Tentavo ancora una volta di buttarla in caciara, cioè in filosofia.

– Che cosa significa? – replicava Ely con inguaribile tenacia.

– Significa che oggi, nelle condizioni dello stivale, è becero scrivere dei romanzi con un eroe positivo, –replicavo con una insolita convinzione che non mi riconoscevo.

– E va bene, non vuoi scrivere alla Moravia, scrivi almeno come gli scrittori di successo! –  gridava la Ely.

   Era questo il rovello fisso di Ely. Lo capivo, era comprensibile. Era comprensibile il suo punto di vista ma non potevo assolutamente condividerlo.

– Il successo di vendite o il successo di critica? – tentavo invano di cambiare registro con una divagazione.

– Scegli tu.

– No, sei tu che devi dirmelo.

– Facciamo… il successo di vendite.

– Credi tu che io scriva per il successo di vendite o il successo letterario?

– Lasciamo ai posteri il successo letterario.

– Resta il successo commerciale.

– E ti pare poco?

– Il fatto è che non mi interessa.

– E allora, perché scrivi?

– Scrivo per mangiare.

– Vuoi dire: per sopravvivere.

– Esattamente, per sopravvivere e nient’altro.

– Ma tu hai la stoffa per scrivere romanzi di successo!

– In che modo?

– Fai del tuo commissario un eroe positivo!

   Devo dire che quando i nostri dialoghi giungevano a questo punto, mi prendeva una impalpabile tenerezza per l’inguaribile ingenuità di Ely. Lei credeva ancora che fosse possibile scrivere romanzi per il successo! Credeva che ci fosse una formula segreta che io intenzionalmente nascondevo da qualche parte per impedirmi di raggiungere la celebrità e i quattrini.

foto donna con pavimento a scacchi– Il mio commissario è un intellettuale isolato, cosa vuoi che gliene freghi ad un intellettuale isolato di salvare il mondo. O meglio: una piccola, piccolissima fettina del mondo! – rispondevo con aria desolata.

   Dapprincipio, tentavo di spiegare ad Ely le ragioni per cui non si possono più scrivere  romanzi con eroe positivo, romanzi a tesi o romanzi etici o qualsiasi altra diavoleria con valore positivo. Cercavo inutilmente di trovare le parole adatte.

– Vedi – tentavo di spiegarle –  se ne facessi un eroe positivo del mio commissario compierei un reato estetico, un vero atto di falsità ideologica! Non posso, capisci, scrivere una sciocchezza del genere!

– Ma insomma, che te ne importa! fagli acchiappare qualche ladro, qualche assassino, magari per sbaglio, così farai contento il pubblico e l’editore che così ti pagherà  di più…

   Al mio silenzio imbarazzato la Ely si alzava ondeggiando mollemente sui fianchi, si andava a fare un caffè, poi tornava svagata e distratta con una sigaretta in bocca e mi diceva:

– Dai, non fare lo schizzinoso, fai una bella storia con tanto di mafiosi in gattabuia!

– Ma non è una questione di elitarismo… Ely… è che non ci riesco… non ci riuscirei nemmeno sotto tortura!

– E allora?

– Allora, è che non voglio dare al lettore quel che il lettore si attende, lo capisci? –  rispondevo stizzito.

– Sei un bel tipo, tu! È come se io pretendessi di farmi pagare dall’impresario senza fare lo spogliarello! 

– Senti Ely, cerca di ragionare… io sono uno scrittore non una spogliarellista, lo capisci?

– Certo che lo capisco!

– Allora capisci che io non posso esaudire le richieste del lettore?

– Ma perché?

– Perché verrei meno al patto che ho fatto con me stesso!

– Quale patto?

– Quello di non gabbare il lettore, lo capisci?

– No che non lo capisco! E non lo voglio capire! Tu dici che non vuoi gabbare il lettore: è per questo che le tue storie non piacciono, le tue storie sono storie di scacchi matti e di sconfitte. Le sconfitte del commissario sono sconfitte anche nostre, il lettore sente che sono anche le sue sconfitte.

– Bene, vedo che finalmente hai capito, –  tentavo di rispondere tagliando corto.

– Ma è come se io mi rifiutassi di spogliarmi sul palco! Il pubblico chiede che io mi spogli, paga il biglietto perché io mi spogli, e se non mi spoglio lui si sente fregato e non torna più al locale. E se non torna più al locale, sai che fine faccio?

– Che fine fai?

– Vado a fare la commessa in un grande magazzino!

– Spogliarti è una tua scelta.

– No, mio caro, spogliarmi è una necessità.

 Ely aveva il dono di farmi riflettere sulla mia situazione. Non amavo riflettere, non amavo stare a cogitare sugli esiti ultimi della mia scrittura. Erano alcuni anni che avevo smesso di usare il pensiero, andavo avanti a tentoni, in una sorta di stato sonnambolico. In un certo senso, riconoscevo che c’era in Ely una parte di ragione, ma lei non riusciva proprio a capire il mio punto di vista. Ma lei era lì, bella e malinconica come un giglio. E questo mi era sufficiente.

   Poi Ely riprendeva l’interrogatorio come un martello pneumatico.

– Il segreto del successo è molto semplice: dai al pubblico quello che il pubblico chiede. – Diceva Ely riprendendo il fuoco di artiglieria.

   Ely batteva sempre sullo stesso tasto. In un certo senso la trovavo perfino divertente.

– Vuoi dire: dai al pubblico quel che il pubblico vuole? – riprendevo a sparare dalla mia postazione fissa.

– Sì, esattamente. Dai al pubblico quel che il pubblico vuole. –  Ripeteva la Ely con inguaribile tenacia.

   Era il solito ritornello. Che la Ely ripeteva a memoria come un martello pneumatico. Per il principio secondo cui cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, Ely ritornava sempre sui medesimi punti, con una percussione monotona e monocorde. Alla fine, cominciai a trovare la cosa perfino divertente. In realtà ero terribilmente annoiato.

– Vuoi che faccia del mio commissario un vincente? – replicavo fingendo un momento di resa.

– Sì, crea un eroe positivo e così guadagnerai più lettori, – diceva Ely con quella sicurezza che la rendeva ancora più amabile e avvenente.

– Devo fare come Camilleri con il suo eroe positivo, il commissario Montalbano, che sbroglia tutte le matasse più intricate?

– Come fanno tutti gli scrittori di romanzi gialli!

– Ma io non sono uno scrittore di romanzi gialli, Ely. Faccio soltanto finta di scrivere romanzi gialli.

– E allora cosa sei?

– Sono uno scrittore di seconda categoria, scrivo i gialli di un perdente. E questo è il miglior modo di essere contemporaneo.

– Ma che cosa significa «essere contemporaneo»? me lo dici? – mi chiedeva la Ely con un’aria spaventosamente ingenua.

– Essere contemporaneo significa esattamente essere contemporaneo, – rispondevo laconico più per evitare un vero confronto che per tentare di spiegarmi.

– E allora non farai mai un romanzo di successo! –  replicava Ely.

– Ma non capisci che non voglio essere uno scrittore di successo? –  ribadivo senza convinzione.

– No, non lo capisco, –   replicava Ely con il volto adirato.

– Bene, lo capisco io. – Rispondevo pacato e annoiato.

– Questo non è il modo migliore per risolvere la questione.

– Non capisci che non posso scrivere un romanzo di successo, Ely?

– E perché?

– Perché nel successo non c’è stile, mia cara.

– Ne fai una questione di stile?

– Sì, mettiamola così, ne faccio una questione di stile.

– Con lo stile non si risolvono le questioni di quattrini.

– Ebbene, mettiamola in un altro modo. Tu avresti potuto fare la ballerina classica. Avresti avuto successo, saresti stata una celebrità. Perché non l’hai fatto?

– Perché le cose sono andate così.

– Così come?

– Sono andate come sono andate.

– Allora, anche tu sei una perdente.

– No, non è vero. Non mi andava di studiare danza classica, richiedeva molto tempo e molta dedizione, molta tenacia, virtù che io non avevo. Ma per te è diverso. Avresti tutte le capacità per scrivere romanzi di successo.

– Per carità

– Perché per carità?

– Sì, forse avrei le capacità, ma non voglio.

– E perché?

– Sarebbe troppo facile. Non mi interessano le cose facili.

– E cosa ti interessa, una vita sempre in bolletta? Sempre ad inseguire l’editore che ti tiene alla fame?

– Questa è un’altra faccenda. I miei rapporti con l’editore sono rapporti commerciali.

– Puoi andare avanti così: caffè e sigarette. Per quanto ancora, un anno, due anni, dieci anni?

– La questione del tempo è un’altra faccenda ancora.

   Di solito, a questo punto delle nostre discussioni, la questione da astratta diventava concreta e si passava alle accuse reciproche. Guardavo ancora con speranza la massa dei suoi capelli biondi.

– Lasciamo stare la letteratura, parliamo di te, –  mi incalzava Ely con la solita voce afona.

– Allora, rivoltiamo la frittata: e tu perché fai la ballerina? Non c’è un altro modo per guadagnarti da vivere? – tentavo una via di fuga dal terribile interrogatorio.

– Sì, c’è un altro modo, ma è faticoso, –  rispondeva Ely con la solita voce afona.

– Esatto, anche per me ci sarebbe un altro modo, ma è faticoso, –  replicavo distratto e sibillino.

– È per questo che stiamo insieme?

– Sì, in un certo modo siamo speculari.

– Ed essere speculari significa andare d’accordo?

– Essere speculari significa che per un certo tempo possiamo viaggiare in parallelo.

– E poi?

– Non c’è un poi, si vive un eterno presente.

– È questa la tua tesi filosofica?

– Non è una tesi filosofica, è la mia impostazione di vita.

– Con questa impostazione di vita andrai dritto all’inferno.

– Sia come sia.

– Sia come sia.

   Così terminavano a quel tempo le nostre discussioni, con una specie di armistizio. Con una tregua e senza una soluzione. A quel tempo, la mia esistenza scorreva quietamente perché non contemplava la possibilità di una soluzione. Anche l’esistenza di Ely correva come dentro un imbuto, senza la possibilità di alcuna via di scampo. Ma lei non si accorgeva che stava correndo dentro l’imbuto. Correvamo tutti e due dentro due binari che credevamo paralleli senza sapere dove quegli attrezzi ci conducessero. Correvamo dentro due imbuti. Proprio come in un romanzo, ciascuno dei due personaggi accusava l’altro del proprio fallimento. Ma il nostro non era un fallimento, era l’attesa del fallimento. Ciascuno di noi due era troppo impegnato a procrastinare il momento della resa dei conti. Mi guardavo allo specchio e vedevo la mia esistenza riflessa nello specchio come un’esistenza priva di destino. Anche la Ely evitava di guardarsi allo specchio, forse per evitare di riconoscere nello specchio l’assenza di destino che era riflesso nel suo volto.

gino rago al ceffè San Marco di Trieste 2015Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2014) Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

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