Giuseppe Talìa (pseud Giuseppe Panetta) DODICI POESIE INEDITE – Con un Commento dell’Autore: “Biografia delle Vocali Vissute” e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “scrittura della ritrascrizione parodica di testi stilisticamente stabilizzati al fine di tellurizzarli e destabilizzarli. Una procedura ironico-parodica struttivamente in endecasillabi da hilarotragoedia o da hilarocommedia”

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.

Giuseppe Talia: Biografia delle Vocali Vissute

Un pomeriggio del 1992 ho acceso una miccia ed ho fatto esplodere il Logos nelle Vocali Vissute. Non so quanto quel gesto iniziale fosse consapevole. Come un bambino che sfrega lo zolfanello sulla superficie ruvida per accendere un petardo, così, quel pomeriggio in Calabria, io capii, o forse solo percepii, che le strade erano due: l’epigono, “la morta gente, o epigoni, fra noi…(Carducci), oppure il sommovimento dell’Io, la ribellione.
La creta della poesia era nel bivio, bisognava solo plasmarla, darle forma. Gli ingredienti c’erano tutti, letture, studio, poeti conosciuti, allora altisonanti pubblicati dallo Specchio, circoli letterari viziosi e viziati, premi letterari con tasse di lettura (allora come ora), antologie sciatte e furbe. C’erano tutti gli ingredienti, bisognava solo shakerarli e versare nelle coppe un nuovo cocktail, “Se giro e mi rigiro/mimando le correnti /Se mi rannicchio a nuvola/ o mi distendo carico di pioggia/.
Lo scoppio del Logos non poteva non avvenire senza la polvere da sparo del recente passato, polvere da sparo umidiccia, bagnata dall’ideologia morta e dall’archeologia post-industriale. Così nel dopo il disastro di Chernobyl, Rimbaud e Rodari messi insieme, un pomeriggio asciugano le polveri e danno luogo all’atomismo semantico delle Vocali Vissute, “Che forma hanno/ le particelle atomiche/ del nucleare?/ Perché mi è sembrato/ di averne visto una.”
Come ogni scoppio rivoluzionario, l’ironia, amara, la libertà dalle catene del perdurante modus operandi della poesia italiana di allora, stretta tra un esistenzialismo esautorato e miriadi di stelle doppie e false, tra un’oggettistica quotidiana (Natura e Venatura, Magrelli), la pianta dai fianchi stretti e il cactus (Chissà che corpo avrai/ magro come sei), hanno aperto scenari nuovi nell’asfittica poetica, almeno per me, di quegli anni.
E anche il corpo, spremuto nel suo sperma si fa parola e immagine, “realismo solare fino a generare dalla crisalide del fallo la farfalla a mano libera e liberata” (Cristiano Mazzanti).
Le Vocali Vissute sono state pubblicate da Ibiskos Editrice di Empoli nel 1999. Non senza aver avuto una storia travagliata prima, a causa di un editore, Edizioni Terrasanta di Palermo, che indicatomi da amici (?), mi fregò dei soldi per la stampa mai avvenuta. Le cicatrici vanno esposte.
E come ogni bambino che dopo una birbonata nasconde la mano, allo stesso modo io ho nascosto per anni, dall’uscita delle Vocali Vissute, il cerino dello scoppio del Logos. Oggi, però, con maturità, con una Musa Last Minute che mi dice “prendimi se puoi, acchiappami”, cerco di ricostruire dalle macerie un edificio che non ha più fondamenta (Thalìa), popolato solo da gechi (Salumida) e che guarda al cosmo come una nuovissima risorsa. In fondo è solo questione di Logos.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Scrivevo nella prefazione alla Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016 pp. 252 € 18), un concetto importante:

«La questione centrale non è più la questione dei linguaggi, al di sotto dei quali si intravvedevano altre questioni. La verità è che non siamo più dentro la problematica dei linguaggi, per via del fatto che i linguaggi non fanno più testo, si sono extra territorializzati, sono diventati delle zattere significazioniste che restano in auge fin quando producono segni adatti alla lallazione del «reale».
Autori molto diversi tra loro (…) sanno, o intuiscono, che non sarà più possibile ripristinare le fratture che l’epoca del Moderno ha inferto alle categorie un tempo ritenute stabili quali il soggetto, il linguaggio e il reale. Lo sperimentalismo si basava sulla convinzione rassicurante che introdurre la casualità e il caos nei linguaggi, operare una manipolazione di essi, era una operazione dotata di un forte significato critico; oggi non è più così, sono venuti meno i presupposti sui quali si basava quella filosofia della prassi artistica.

Tutto sommato lo sperimentalismo era una pratica rassicurante, pacificatrice, introduceva delle certezze, delle comodità. E così tutte le ipotesi di poetica che emanavano un editto, un verdetto, tutte crollate con il crollo del Fondamento e della de-territorializzazione dei linguaggi. E questo nichilismo, questo rotolare della “X” verso la periferia, come diceva Nietzsche, altri non era che il soggetto che si andava a frangere nella periferia. Questo, appunto, oggi è diventato nuda evidenza».

Ecco, Giuseppe Talìa è un poeta dell’età della stagnazione, fa parte di quella pletora che sa di non poter più contare su situazioni conciliatrici e pacificanti, su procedure stilisticamente riconosciute e riconoscibili.

È ormai ampiamente noto che l’unità metrica, o meglio, la metricità, è stata dissolta dalla intervenuta invasione delle emittenti linguistiche della civiltà mediatica; parlare ancora di unità metrica in poesia è diventato problematico. L’unità metrica pascoliana è morta, per fortuna, già negli anni Cinquanta quando Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci (1956). Da allora, non c’è più stata in Italia una unità metrica riconosciuta, la poesia italiana ha cercato altre strade metricamente compatibili con la tradizione con risultati alterni, con riformismi moderati (Sereni) e rivoluzioni linguistiche (Sanguineti e Zanzotto). Il risultato è stato che la poesia italiana ha perduto per sempre l’unità metrica e si è aperta sempre di più ad una metricità diffusa. Dagli anni Settanta sono saltati tutti gli schemi prestabiliti. I poeti dell’epoca, i maggiori, hanno scelto di cavalcare la tigre: Zanzotto pubblica nel 1968 La Beltà (il risultato terminale dello sperimentalismo) e Montale nel 1971 pubblica Satura (il risultato iniziale della nuovametricità diffusa). Nel 1972 verrà Helle Busacca a mettere in scacco queste operazioni mostrando che il re era nudo. I suoi Quanti del suicidio (1972) sono delle unità metriche di derivazione interamente prosastica. La poesia è diventata prosa. Rimanevano gli a-capo a segnalare una situazione di non-ritorno.

Oggi c’è ancora chi pensa in termini di unità metrica stabile. C’è chi pensa ad una poesia pacificata, che abiti il giusto mezzo, una sorta di phronesis della poesia. Probabilmente, la stabilità della stagnazione politica e spirituale di questi ultimi due tre decenni ha favorito le derive conservatrici anche in poesia e nel romanzo, oltre che nelle altre arti; si è continuato a riproporre ricette pacificatrici e omologate dalla motorizzazione civile con tanto di bollino blu (vedi la poesia di Jolanda Insana e di Vivian Lamarque). Questo è un fatto che è sotto gli occhi di tutti.

Per fortuna, ci sono poeti che pensano in termini di unità metrica instabile, anzi, mi correggo, di metricità diffusa e di diversità metrica instabile in tutti i registri linguistici. Questo è, per l’appunto, il caso della poesia di Giuseppe Talìa, per il quale vale il principio che è il materiale metrico-tonico che fornisce i binari della costruzione a metricità diffusa. Per Talìa tutti i registri linguistici sono sullo stesso piano, in essi c’è una equivalenza di tonicità, e quindi tutti, a buon diritto, possono entrare nel discorso poetico con parità di diritti. Non c’è in Talìa una metricità stabilita o una eufonia prestabilita, ma un sistema seriale che inserisce automaticamente il principio disautomatizzante. Ad esempio, nella prima composizione, il primo verso ricalca la scrittura surrealista («Astro notturno come in filigrana»), il secondo introduce una deformazione grottesca («Tra gobba di ponente e di levante»), per poi continuare con il terzo verso a ricalcare la scrittura surrealista («Nell’ardesia celeste il Nettariano»), e così via. Si tratta di una scrittura della ritrascrizione parodica di testi stilisticamente stabilizzati al fine di tellurizzarli e destabilizzarli. Una procedura ironico-parodica struttivamente in endecasillabi da hilarotragoedia o da hilarocommedia. Questo è il ruolo storico della parodia poetica, la cui funzione è quella di rendere il linguaggio poetico altamente instabile e infiammabile. Dopo di ciò si potrà procedere con minori remore. Come ogni procedimento parodico, Talìa segue l’acustica del verso, la reiterazione al fine di sgonfiare e profanare le unità foniche mostrandone la funzione, appunto, fonica, e quindi strumentale alla ideologia del bel verso fonicamente posizionato ad illustrare il «bello». Ecco, c’è in Talìa questa operazione portata fino alle estreme conseguenze di una parodia che si converte in auto parodia, di un linguaggio che si deautomatizza parodicamente in modo, diciamo, automatico. La poesia innesta da sé la guida automatica. Al lettore il compito, arduo, di deautomatizzare il verso.

Giuseppe Talia foto, Il buco nero

Poesie inedite di Giuseppe Talìa

Astro Notturno come in filigrana
Tra gobba di ponente e di levante
Nell’ardesia celeste il Nettariano
Piazze di maree e lande deserte
Con isotopi di dolori e canti
A Te le nostre invocazioni:
Mare Anguis
Mare Crisium
Mare Fecunditatis
Mare Humorum
Mare Ingenii
Mare Marginis
Mare Nectaris
Mare Vaporum
(…)
*

Quando a notte soffia il sistro
Una nicchia spettrale di visus
Dall’adeano sale in collisione
E frange zirconi di nessun valore
Col sangue ossidato dell’Apollo 11
Sonda la transfuga corona degli Eoni
Nella cronozona dell’eratema
Psoriasi di stelle marce & merce
Come un abbozzo nell’intervallo
Temporale d’un paio di occhiali nuovi
Lenti di Hubble e tratta di Nane Brune
Nella brughiera del cosmo lottizzato
Tra orci rotti alla Luna e sistole
Che strizzano limoni senza confini
Pour homme pour femme pour bébé
Pour ancienne – meccanica celeste
Di rotazione e rivoluzione d’orbita
Del perielio d’Icaro ticchete e tacchete
Nell’apogeo del balbettio d’afelio
O nel pareo del perigeo dal poco spazio
Delle carcasse dei missili vettori

.
*

Ogni stanza è un universo parallelo
E ogni universo ha la sua stanza
Così tra corridoi di materia
Solo il pulviscolo della supernova
Odora di basilico nell’espansione
Quantica degli arti intergalattici
E zero è uguale a zero anzi lo zero
È il ventre espanso la costante
Fisica che trita stelle e galassie
Come tartufi di luce della via lattea
Zero è la bulimia del buco nero
Incorporato nel redshift del moto
Relativo delle cose di natura
Un principio d’inerzia sul sofà
E quel piccolo ammasso di roccia
Carnica dal moto ballerino in TV

.
*

L’asteroide impatta in un frontale di larve
Dai pedicelli statici nello spaziotempo
Dei fondali sabbiosi duri come rocce
Cosmiche fatte in Cina.
Scaffali ambulacrali di Starlette
Divorano il dermascheletro
Delle spore madreporiche al plenilunio

.
*

Se s’aprissero gli archivi segreti
Dell’universo si saprebbe di stragi
Di stelle pianeti galassie asteroidi
Come schegge impazzite da cumuli
Galattici e di satelliti di neutroni
Che come bombe cosmiche nello scoppio
Allargano i limiti dello spazio e creano
Anelli vorticosi di luce e nebulose
Ma così come in cielo anche in Terra
Il macrocosmo pensa e il microcosmo
Agisce nel silenzio fragoroso del cosmo
*

Giuseppe Talia Nunzio Pino. La Grande Madre.

Chissà se al pari nostro il cielo agisce
E nell’espellere l’indesiderato colma
Di maestrie di luce l’ascia dell’agglomerato
Dell’unica moneta lo smeraldo bianco
E senza profferir parola di popolo
Decide lo StarExit l’unica via atomica
Del colpo del razzo di Méliès in clinex
Selene firma con chimica gli assegni
Dei cargo orbitali che trasportano
Derrate criogenetiche e combustibili
Cespi di straccetti di nubi Veggie
Estratti a fratturazione di infrarossi
Così quando questo Nostro pianeta
Sarà totalmente crivellato ed ogni
Antro remoto distillato con pompe
A vuoto di memoria solo un quanto
D’un bosone un’antiparticella chiarirà
L’ampiezza vettore del probabile

.
*

Dalle propaggini di Wallops Island
Come una regina vergine la sonda
Caravella Ladee coglie l’aria effimera
Acque ricche d’ammoniaca delle terme
Sublunari che sbiancano lo spirito
Gravido di granito ionizzato e nella
Insalubre atmosfera di Nettuno
I fanghi Spa certificati squamano
La dura coscienza di Widia il diamante
Nero dell’antroposfera strutturata
D’echi d’oscurità distesa della galassia
Gorgonzola del quaglio cosmico
Che la luce dei tuoi occhi vede
Come spettri e membrane d’ombra
Della costellazione di Poppa
Un doppio prospettico d’ammasso
Nella via lattea tra giovani giganti
Blu rosse rarefatte come braci
E vecchie giallognole pronte
Ad esalare un ultimo respiro
Cosmico avvolte nel prosciutto
*

Ma che storia è? Che tappe sono queste
Che lasciano macchie solari sul pastrano
Dell’esosfera cocktail d’ozono e di vapore acqueo
Nelle migliori distillerie del planetario
E ad ogni goccia una sorgente di conoscenza
Che sgorga nell’umana coscienza del profitto?
Rivoli di artrite cosmica o come per gli Apaches
Nel buio sottile disco giallo siede un barbuto
Piccolo uomo “Colui che vive al di sopra”

.
Epitaffio

Di giorno è tutto un brigare
di notte è tutto un disfare
Al cimitero di Ramacca
i putti affrescati come falene
circondano i sogni di gloria
Rose di silicone evanescenti
Granchi tagliati a buona luna
Nessun blog a nostra misura
Nessun www. miserere
Nessuna camera ardente
Né pietre tombali da cesellare
Moriremo forse inascoltati
nel Mare Cognitum di cenere
disperse?

.
Eau de Cygnus

Un fine settimana con una scocca altisonante
Nella moderna costellazione del cigno di cuoio
Base gelsominica d’avvento e fresca acqua marina
Una mise en place di piume e biancheria abbacinante
Gourmet di mitili ignoti boreali nel germinatoio
Un fresco cicalino a metà mattino e una canzoncina

Eau de Orion

Centinaia di stelle visibili ad occhio nudo
Come nuda lepre sopra la cintola di Orione
Tre re tre magi tre mercanti tre bastoni a crudo
E due cani da caccia a difesa dallo scorpione
Meccanica dello spruzzo a sprazzi di magnitudo
Di mito meticcio e del tridente di Poseidone

.
Eau de Andromedae

Nel triangolo invernale l’asterismo flatulente
Di stelle variabili con i selfie di Pegaso
Su instagram e lobby labili di milioni d’anni luce
Spiccioli di spaccio amaro di manga irriverente
La vanitosa Cassiopea a Giaffa sul sasso abraso
Vende la dominatrice d’uomini al mostro truce

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50 commenti

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50 risposte a “Giuseppe Talìa (pseud Giuseppe Panetta) DODICI POESIE INEDITE – Con un Commento dell’Autore: “Biografia delle Vocali Vissute” e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “scrittura della ritrascrizione parodica di testi stilisticamente stabilizzati al fine di tellurizzarli e destabilizzarli. Una procedura ironico-parodica struttivamente in endecasillabi da hilarotragoedia o da hilarocommedia”

  1. Caro Giorgio, apprezzo molto questo tuo blog, ma non ti nasconto che poeti come Talìa mi lasciano perplesso, anzi più che altro mi provocano giramenti di testa. Ho già mostrato con le mie modeste poesie e con i tanti poeti che ho tradotto, che per me, ripeto per me, per svolgere la sua principale funzione la poesia deve essere compresa e goduta da una larga massa di lettori. L’alchimia delle parole, l’acrobatismo linguistico, il freddo intellettualismo che non lascia scampo ai sentimenti, lo sfoggio di erudizione, non m’interessano e non interessano neanche tanti potenziali lettori che amano la poesia “semplice”. Sarò un “retro”, ma non arretro. Per finire, a proposito di “prendimi se puoi, acchiappami” mi è venuta in mente la poesia ARS POETICA di Leopold Staff, da me tradotta tanti anni fa:

    ARS POETICA

    Un’eco dal cuore sussurra
    “Prendimi prima ch’io languisca,
    Che diventi diafana, azzurra,
    Che impallidisca, che sparisca!”

    Come una farfalla l’afferro,
    Non già per stupire il mondo,
    Ma per rendere l’attimo eterno,
    Perché tu comprenda a fondo.

    E il verso che viene dal bardo,
    Vestito di suoni e d’arcano,
    Sia limpido come uno sguardo,
    Sia come una stretta di mano.

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Proprio questa notte leggevo Leopold Staff, poeta dimenticato in Europa. Ha definito il suo tempo, barbaro e cruento, con la estrema semplicita’.

  2. caro Paolo,

    credo che la risposta te l’abbia già data Giuseppe Talìa la dove scrive:

    E come ogni bambino che dopo una birbonata nasconde la mano, allo stesso modo io ho nascosto per anni, dall’uscita delle Vocali Vissute, il cerino dello scoppio del Logos. Oggi, però, con maturità, con una Musa Last Minute che mi dice “prendimi se puoi, acchiappami”, cerco di ricostruire dalle macerie un edificio che non ha più fondamenta (Thalìa), popolato solo da gechi (Salumida) e che guarda al cosmo come una nuovissima risorsa. In fondo è solo questione di Logos.

    In fin dei conti ciascun poeta ha una propria strada che deve percorrere fino in fondo per poter accedere alla Musa, che, lo sappiamo, è alquanto ritrosa. La fine dello sperimentalismo data dal 1968, con la rivoluzione giovanile che l’ha spazzato via, e chi non se ne è accorto nuota nel vacuum. Talìa fa una sua ricerca tutta personale, una lotta con le Vocali della Lingua… ma prima o poi questa lotta finirà, e Talìa magari ci darà qualcosa di nuovo. Cmq è anche vero che la poesia contemporanea è una materia talmente «contemporanea» che fa venire i giramenti di testa… Però, io sarei guardingo verso l’affabile ingenuità di certi autori che giocano e fare gli ingenui e invece sono delle volpi…

    ma, si sa, come un giorno disse Andreotti alludendo a Craxi: «prima o poi le volpi finiscono in pellicceria»…

  3. ubaldo de robertis

    Delle poesie inedite qui postate conoscevo l’ultima, per corrispondenza privata. Anche in questo caso ho dovuto chiedere all’autore alcune delucidazioni/chiarimenti, trovando poi molto coinvolgenti i riferimenti alla bella costellazione del Cigno, costellazione boreale, ad Orione/ cacciatore, (la Lepre, le tre stelle della Cintura, i Tre Re Magi, i tre mercanti, i bastoni, il tridente di Poseidone), e suggestivi nell’ “Eau de Andromeda” i richiami alla costellazione Cassiopea, (Cassiopea regina, moglie del re di Giaffa, più bella ancora delle Nereidi, molto vanitosa, madre di Andromeda, e i richiami a Pegaso e al mostro. E avevo concluso:
    ”Tutte queste informazioni oggetti richiami astronomici mitologici,(astronomia e mito già legati di per se a doppio filo,) finiscono per produrre, nella penna di un autore che sa comporre poesie, sia dal punto di vista metrico stilistico che da quello del contenuto, una miscela magica esplosiva. La Poesia è misurata, densa ed anche misteriosamente leggera, quasi fluida.”
    Stamani, in aggiunta, mi hanno incuriosito i numerosi vocaboli tecnici/scientifici che Panetti/Talia utilizza in queste sue nuove composizioni. Termini a me professionalmente familiari però distanti dalla formazione classica dell’autore: ceneri disperse, isotopi, zirconi, ossidazioni, e molti altre parole relative alla composizione della materia, cose da dover evocare con un certo rigore, cautela: quanti neutroni bosoni antiparticelle buchi neri il redshift, ecc.
    Sono molto legato alle opere del 2008 (Thalìa,) e del 2010 (Salumida) nelle quali risaltava una vena poetica chiara, naturale, densa di musicalità.
    Continuerò a seguire l’evoluzione della poesia di Panetta/Talia con l’attenzione che merita.
    Ubaldo de Robertis

    • Giuseppe Talìa

      Carissimo Ubaldo, non capisco perché nel tuo commento alla fine mi fai un appunto sui termini specifici che uso. Io sono un onnivoro, leggo di tutto e non credo che i termini scientifici possano appartenere a una ristretta cerchia di specialisti. La vera anarchia in poesia sta proprio in questo: puoi usare tutto lo scibile umano, senza esitazione di sorta.
      Se poi tu trovi che determinati termini siano usati impropriamente, visto che sei uno specialista, allora accetto di buon grado le tue correzioni.
      Riguardo alla musica, al metro di riferimento, queste qui presentate, ricalcano pari pari quelle di Thalia. Anzi qui il verso scivola come acqua di fonte, molto più fluido che nei precedenti. Almeno così a me pare.
      La denuncia sociale e civile di Thalia e Salumida non possono più essere replicate. Ho già detto. Ora attendo che la sonda Juno, partita cinque anni fa, dopo un rallentamento pericolosissimo, entrata in orbita di Giove, e che da agosto in poi ci invierà foto spettacolari. Sempre sperando che non sia una bufala, come l’allunaggio del 1969, su cui nutro forti dubbi. Siamo ancora troppo piccoli.

  4. Io, a costo di sembrare ingenuo e ignorante, vorrei porre un quesito: secondo voi cosa è successo? Perché a un certo momento la Poesia, la Musica, la Pittura hanno cessato di essere comprensibili? Perché queste tre Muse nella loro vecchia espressione continuano a piacere e a stupire moltissime persone? Perché oggi sono incomprensibili, tranne che per gli esperti o pseudoesperti (che non sono molti)? Deve essere così? E’ giusto che sia così? A me sembra che alla base di tutto questo ci sia un malcelato desiderio di scoprire qualcosa di nuovo a tutti i costi, di voler essere originali a tutti i costi, con il risultato di perdere contatto con la realtà e con i comuni mortali.

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Caro Statuti, basta ascoltare un pezzo di Iannis Xenakis per capire cosa e’ successo: ormai un secolo fa…
      Lei non ci crederà, ma ci sono tantissime persone che come amano l’arte moderna così amano anche la musica moderna. E’ una questione di capire il “linguaggio”.
      Ma Statuti ha le sue ragioni. Che non possono però servire da paravento per rifugiarsi dietro Beethoven e i crepuscolari.
      Comunque, la poesia di Panetta mi suscita qualche perplessità, e dico perché.
      Sì, è vero, è il pulviscolo della dispersione di tutti i significati. E fin qui tutto bene.
      Ma vedo anche che in questa poesia l’universo inaccessibile delle galassie e dei buchi neri, delle esplosioni siderali, viene a trovarsi in diretta congiunzione con una critica un po’ gratuita della società del consumo, della banalizzazione della cultura, della finanza internazionale.
      Io farei intanto attenzione a troppo “metaforizzare” gli eventi nello spazio siderale. Quelle visioni in realtà provengono dalla stessa immaginazione archetipica dell’uomo che ha dato nascita ai miti.
      La scienza affronta questo mistero umano a modo suo, ma ne tira fuori anche risultati “concreti”, a quanto pare, se è vero che gli studi cosmici e subatomici hanno portato allo sviluppo ad es. della risonanza magnetica in medicina.
      E già qui vediamo una scissione. A cui fare benissimo attenzione.
      Visto però che Panetta critica ad es. la finanza internazionale e fa benissimo, allora però dovrebbe documentarsi meglio sull’argomento. Si sente che usa quelle realtà economiche e sociali anch’esse complesse e di non facile soluzione, come mere suggestioni, immagini evocative, molte di cui viziate dall’abuso da parte di quotidiani e anonimi critici gratuiti e poco costruttivi, per cui talvolta si vine cataplutati indietro ad antichi motti, come “portare avanti il discorso”.
      Niente da eccepire, l’ironia della sua poesia qui si fa bella forte.
      Basta non diventi un boomerang.
      Perché è necessaria qui anche una critica più ragionata di queste realtà che sono più grandi di noi, che non sono ahimè né buone né cattive, ma fanno parte della “strana” e complessissima situazione ecologica, sociale, politica, economica in cui il mondo si trova oggi.
      In poesia comunque la questione cruciale è sempre di “scavare”. Questa la prima e più forte necessità. Altrimenti il dire poetico si superficializza, diventa acqua che scorre e non lascia niente dietro di sé.
      Allora, se si vuole “scavare” poeticamente nella questione della finanza internazionale ad es., ci vuole dello studio, uno studio serio. Penso a economisti che si sono schierati contro il liberismo economico che concentra la ricchezza in pochissime mani: Pikketty, Stiglitz, Krugman, e altri che non conosco. Con le loro analisi un poeta interessato a questo aspetto della vita si può e si deve un po’ specializzare, sempre per dare spessore alle sue parole.
      Ecco, questo un poeta deve farlo, per convincere.
      Intendo questa come critica costruttiva. La poesia di Panetta è molto leggibile, ma c’è un punto in cui semplicemente non convince, perché non sufficientemente “scavata” .

  5. Salvatore Martino

    Temo di concordare in tutto con codeste affermazioni di Statuti. La poesia che leggo dei contemporanei spesso mi annoia profondamente. Salvatore Martino

  6. Salvatore Martino

    Avevo letto di Panetta due volumi: Salumida e Thalia…ebbene c’erano molti testi che mi avevano favorevolmente colpito. Musica, immagini, pensiero, originalità. I testi qui postati mi lasciano perlesso. Non capisco, né con l’intelletto, né con laddome, né con l’anima. E allora mi sembra tutto inutile. Magari sono io al di fuori di codesto nuovo modoi di introdurre il Logos in poesia. Ma quale Logos quello di Eraclito?

    “Se s’aprissero gli archivi segreti
    Dell’universo si saprebbe di stragi
    Di stelle pianeti galassie asteroidi
    Come schegge impazzite da cumuli
    Galattici e di satelliti di neutroni”,
    ma se uno, mi dico, è capace di scrivere questi versi perché non coglie questa dimensione?
    Del discorso introduttivo di Linguaglossa poco ho capito, soprattuutto del guazzabuglio del linguaggio

    “Per fortuna, ci sono poeti che pensano in termini di unità metrica instabile, anzi, mi correggo, di metricità diffusa e di diversità metrica instabile in tutti i registri linguistici. Questo è, per l’appunto, il caso della poesia di Giuseppe Talìa, per il quale vale il principio che è il materiale metrico-tonico che fornisce i binari della costruzione a metricità diffusa. Per Talìa tutti i registri linguistici sono sullo stesso piano, in essi c’è una equivalenza di tonicità, e quindi tutti, a buon diritto, possono entrare nel discorso poetico con parità di diritti. Non c’è in Talìa una metricità stabilita o una eufonia prestabilita, ma un sistema seriale che inserisce automaticamente il principio disautomatizzante.”
    Quando frequentavo la Pizia a Delfi ero capace di decifrare meglio i suoi messaggi
    Non so dove queste elucubrazioni porteranno la poesia, certo il talento è cancellato, rimane solo aridamente la tecnica. persino privata della fantasia.Tornate a leggere Ezra Pound dove in una meravigliosa costruzione di linguaggio assolutamente unico il lettore viene afferrato da un groviglio di passioni che nulla hanno di sentimentale. Ritorniamo l concetto greco di Kommos che pervadeva la poesia lirica, quella corale e la tragedia…e da millenni continua a sconvolgere la nostra esistenza. Peraltro come asseriva Leopardi: bisogna scrivere come gli antichi, con parole moderne. Un verso di Pound: “Quando parlo la brina invade il letto” e non c’è bisogno di capire, tutto è chiaro, tutto è misterioso. Salvatore Martino

  7. Caro Steven, giusto ma quanti sono a capire questo “linguaggio”? E tra questi quanti mi ci metto modestamente anche io.

  8. Una navicella che pare distaccata dalle costole dello sperimentalismo, decolla e sale. Meccanica che armonizza frammento e metrica: miscela esplosiva, appunto, del logos – si badi che è collettivo – che genera risonanze plastiche e di tastiera. Stelle come led. Saluto il viaggio solitario di questo poeta, ben visibile dal mio deserto, verso il suo tanto agognato.

  9. non è mica facile fare poesia quando non vedi più la costa di partenza, non sai dove sia l’approdo e soprattutto il sargasso ti arena. Bravo il mio co-condomino!

  10. antonio sagredo

    cari Tutti, la poesia p.e. di Mandel’stan è incomprensibile quasi a Tutti, quasi a Tutti quella di Pasternak… e quella di Chlebnikov ha il dono dell’incomprensibilità assoluta… ma facciamo un passo indietro: e gli antichi miti nascosti nei versi di Joyce, e di Dylan Thomas, e ancor di più in quelli di Keats, e ancor di più… indietro indietro perdio! in quella di Dante, di Omero… il fatto è che la POESIA non è incomprensibile affatto, non ha necessità d’essere tale per definirsi POESIA, che è anche incomprensibilità: una delle sue qualità precipue, e perché non dovrebbe esserlo… ma poi vi è una incomprensibilità stupida e allora sono con Voi Tutti d’accordo; cosa è quest’ultima? Vanità, umiltà da vendere a buon mercato. Insomma siate più POETI che critici… quasi Tutti voi avete le Vostre buone ragioni e i vostri buoni torti, ma quasi Tutti Voi non pensate d’essere dei giudici… la Poesia non è che un’alta e profonda definizione: quanti hanno il Canto per distinguere il comprensibile dal non-comprensibile.

    Fui un giorno lisca, pinna marina e ala,
    osso bucato di liberi uccelli: natura era me
    ed io lei… ma essenze mutarono – come?
    Fu incanto? Canto? – il poeta non sa!

    a.s

    Roma, dicembre 1969

  11. Cari amici,
    noi però non possiamo ascoltare un pezzo di Iannis Xenakis come ascoltiamo una sinfonia di Mozart, purtroppo sono due cose molto diverse, e lontane. Allora dobbiamo fare un salto di eccepibilità, dobbiamo capire che nel Novecento, e soprattutto con le due guerre mondiali, è avvenuto qualcosa che qualcuno ha definito una “catastrofe”… poi è intervenuta, insieme alla terza guerra mondiale, la cosiddetta guerra fredda e, insieme ad essa, l’invasione della società dei consumi… ce ne è di cose che la poesia di oggi deve prendere in considerazione, credo, La poesia di Sagredo ne è un esempio plateale. A ragione lui si lamenta della propria incomprensibilità, della incomprensione dei critici. Ha ragione da vendere, ma anche i critici più acuminati a volte nulla possono sulle altezze e sugli spalti delle sue poesie! In cima ai suoi ghirigori non ci arriva nessuno! […] Insomma, oggi il poeta deve essere un mostro tentacolare, deve essere a metà critico teorico, ricercatore astrofisico e chimico della materia e legislatore delle parole… un vero guazzabuglio! Se poi consideriamo il fatto che da cinquanta anni l’invasione di uno sperimentalismo sciatto e superficiale ha impedito una vera e seria riflessione su ciò che è la poesia, ecco che avremo un bel quadro della situazione attuale. In tal senso la musica contemporanea è molto in avanti, la fisica teorica è molto in avanti… la poesia, purtroppo, è rimasta indietro, molto indietro…
    Concordo con le osservazioni fatte da Steven Grieco, la poesia di Talìa sta sul crinale dello sperimentalismo… deve prenderne atto, e sterzare bruscamente verso una poesia che abbia dalla sua una metafisica, andarsi a cercare una metafisica. Ma questo è valido per tutti i migliori poeti contemporanei, essi sono bravi tecnicamente ma, spesso, mancano completamente di una metafisica…
    Qui casca l’asino…

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Tutte le critiche che faccio agli altri sono a
      nni che le faccio a me stesso.
      Bravo Panetta (Talìa) che continua con la sua ricerca poetica.
      Grazie a Sagredo per il suo punto di vista giustissimo.
      Ma bisogna andare avanti esplorando anche la teoria della poesia. In fondo, su L’Ombra la teoria viene fatta quasi sempre in occasione di un nuovo post di poesia.
      E grazie a Giorgio, che intanto criticamente, e anche musicalmente (Xenakis e perfino Penderecki!) continua a battere dove è giusto, sullo stesso inevitabile tasto ( anzi sul testo…)

      • Salvatore Martino

        Certo che Penderecki è un grande musicista, i suoi Diavoli di Louden un capolavoro…ma già si parla di decenni fa, e di una musica già così lontana dai rumori attuali.Salvatore Martino

  12. La metafisica secondo lo scienziato Otto Hahn è la ricerca di un gatto nero in una stanza buia dove non c’è nessun gatto.

    • Salvatore Martino

      Certo che Penderecki è un grande musicista, i suoi Diavoli di Louden un capolavoro…ma già si parla di decenni fa, e di una musica già così lontana dai rumori attuali.Salvatore Martino

  13. Salvatore Martino

    Non ho mai trovato in questi anni, all’interno delle teorie esplicate nella rivista di poesia un accenno all’ispirazione, un accenno all’ispirazione,Non è beninteso qualcosa di legato al tardo romanticismo, ma qualcosa di essenziale per fare poesia, come qualunque arte.
    non mi sono mai posto il problema di seguire un comandamento teorico. Tutti i cambiamenti che si sono prodotti all’interno del mio cammino poetico ,in più di cinquanta anni,sono sempre emersi dal profondo, e mai da un imperativo razionale. E forse qualcosa di buono è pur venuto fuori. Mi sembra che spesso ci si dimentichi in questi scritti di “freddezza”, ci si dimentichi del mistero, della magia, dell’imprevisto, di quello che giace al profondo e che in una trasmissione inconscia viene alla superficie. Molte cose concorrono alla realizzazione dell’opera d’arte, ma certo l’ispirazione è probabilmente il filo iniziale del labirinto.. Il pensiero che affianca l’immagine con la sua logica che non può essere né quella della prosa, né quella della filosofia.non deve essere confuso con quello di un trattato filosofico

  14. Oh, l’ispirazione! Chi si rivede! A tale proposito vi invito a leggere il testo di Jan Parandowski “L’ispirazione”, da me tradotto e pubblicato tempo fa nel mio blog.

  15. Non so. Queste poesie mi divertono. Immagino un bambino (il lettore) che si lascia impressionare dell’adulto che gli fa smorfie da orco, o da politicante con la faccia nascosta nel casco da astronauta. Per via del gorgonzola, del prosciutto (…) capisco che siamo, se non a tavola, in cucina. Non manca la televisione, sicuramente accesa. Stando a quel che vedo, tutto questo non piace a Talìa, tranne quando gli viene da mettersi a scrivere. Allora la cucina, coi suoi rumori, gli odori e la TV, gli è necessaria: è il suo presente. Il presente è il cordone di luce che ci unisce al mondo; il tempo-luogo a cui si può sperare di tornare dopo che si è usciti di senno. Questo capisco e questo mi diverte. Può sembrare scandaloso ai ben pensanti che si possa stare a questo livello, nella merda, ma va così: che mezz’ora di luna piena sono più che sufficienti per scriverci, poi, un poema.

    • Sì, certo, evitando di scrivere Spiccioli di spaccio, Gravido di granito e altre troppo facili sonorità… è come consegnare ad equitalia un documento d’identità non falsificato. Noto invece l’uso di quello strano distico che è, o può essere, il frammento. Innumerevoli gli esempi. Uno tra tutti:
      Nel buio sottile disco giallo siede un barbuto
      Piccolo uomo “Colui che vive al di sopra”
      Si trattasse pure di Babasciò io lo trovo divertente e ben scritto.

  16. antonio sagredo

    Caro Paolo,
    non esiste nemmeno la camera buia! – l’ispirazione poi buttatela i cani o alle iene… a queste poi che hanno delle mandibole robuste per macinare le ossa dell’ispirazione… questa poi che non ha nemmeno ossa – figuriamoci la carne! – ma è evanescente e come scrisse un poeta:
    (indovinate chi è) :

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    camminano i poeti a lungo incalliti dal vagabondare,
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.

    (19…)

  17. Caro Antonio,

    Indosso il saio della rassegnazione
    e pur come poeta d’antica virtù
    piango la morte dell’ispirazione
    ascolto rumori musicali
    e guardo quadri che non capisco più
    eppure in questo mondo rovesciato
    ancor non mi sento così antiquato.

  18. POESIA METAFISICA O POESIA FISICA? lombradelleparole.wordpress.com
    caro Paolo Statuti,
    la civiltà occidentale è il prodotto diretto della divisione tra Fisica e Metafisica fatto da Aristotele. A rigore di logica, non c’è Fisica senza Metafisica, si tratta di due concetti correlati. Molto spesso gli artisti e gli aspiranti poeti pensano alla poesia in termini di metafisica come sinonimo di mistica, di ascesi, etc. – Falso e sciocco pensare in questi termini un problema terribilmente complesso. Ecco come la vedo io in parole povere: Senza un punto di vista «esterno» non si può vedere bene l’«interno». Analogamente, nell’arte e in poesia, senza un punto di vista esterno non si può vedere l’interno né lo si può rappresentare.

    Adorno nella “Dialettica negativa” (1979 tra. it. p. 365) scrive:

    «L’arte è apparenza anche nelle sue cime più alte, ma essa riceve l’apparenza, l’elemento irresistibile di essa, dal senza apparenza. Liberandosi del concetto, essa dice (e proprio quella accusata di nichilismo) che non tutto è soltanto nulla. Altrimenti ciò che sempre è sarebbe pallido, senza colore, indifferente. Non cade luce sugli uomini e le cose, in cui non riaffiori la trascendenza… Nell’apparenza è promesso il senza apparenza».

    Alla facile battuta del tuo gatto io rispondo con un’altra battuta di un grande fisico teorico, Schroedinger, quella del gatto che è per metà morto e per metà vivo secondo la teoria dei quanti.

    È difficile dire se noi stessi siamo vivi o morti o se non siamo proiezioni di un sogno, oppure se non siamo la proiezione tridimensionale di una realtà bidimensionale come afferma la recente teoria olografica del cosmo extra multiverso.

    Pare che la teoria dei quanti si adatti benissimo alla visione della teoria dei quanti. Ho sentito il parere di alcuni fisici teorici secondo i quali la teoria dei quanti sarebbe una teoria provvisoria che spiega bene alcuni fatti della realtà subatomica, ma che stanno esplorando un’altra teoria più vera e profonda di quella dei quanti che spiegherebbe benissimo le incongruenze derivanti da quest’ultima.
    Insomma, siamo davanti a novità sorprendenti e incredibili nel campo della fisica, mentre la poesia contemporanea arranca ancora in un concetto di realismo ingenuo da far rabbrividire!

    Insomma, io dico una cosa molto semplice: gettiamo a mare le teorie sul poetico che hanno fatto il loro tempo, liberiamoci con una scrollata di spalle di tutte quelle scempiaggini che ci hanno raccontato sulla «ispirazione». La poesia è «matematica applicata» scriveva Valéry, non c’è nulla che provenga dal cielo gratuitamente tramite la ispirazione! Nulla e nulla.

    Insomma, più ci inoltriamo nella Fisica delle particelle subatomiche, più si aprono davanti agli occhi realtà extra sensoriali e metafisiche.
    La procedura dei fisici teorici, la loro immensa fantasia è mille volte più in avanti delle poetiche pseudo realistiche dei nostri poeti di campagna e di città. E allora, vivaddio, ben venga una poesia incomprensibile e insondabile come quella di Antonio Sagredo!, ben venga la speculazione e la poesia di Steven Grieco-Rathgeb! – Tuttavia, sono convinto che anche Sagredo provenga da una sua metafisica, che magari per lui è una patafisica, solo che lui non lo sa, e, forse, neanche lo immagina…

  19. Carissimo Giorgio, prendo atto e ti ringrazio. Mi arrendo e confesso che non sarò mai un poeta come Sagredo, non per disprezzare, al contrario – ma non ho le sue “armi”, sono inerme e ho con me soltanto una vecchia penna che scrive ancora alla vecchia maniera. Non ci posso fare niente e nulla mi cambierà.

  20. Un turbinoso e atonale tour con il violoncello.

  21. Salvatore Martino

    Pare che sia notizia non infondata che Linguaglossa abbia partecipato al famoso incontro tra Niels Bohr e Heisenberg, e che sia rimasto a lungo alla scuola di Copenaghen…gli è sfuggito il Nobel per la fisica per un pelo, con la motivazione che c’era troppa poesia nelle sue scoperte .In una famosa intervista rilasciata al Time affermava: “più ci inoltriamo nella Fisica delle particelle subatomiche, più si aprono davanti agli occhi realtà extra sensoriali e metafisiche”…da qui la rivoluzione di tutte le poetiche. Io mi domando cosa hanno a che fare gli scritti vetero romani di Linguaglossa, peraltro apprezzabili, con i quanta o il subatomico? Oppure le algarabias (guazzabugli) di Sagredo, che sembrano provenire da una scrittura automatica e conservano un certo fascino? O ancora la speculazione poetica di Grieco? E se avesse ragione Statuti? O quell’arretrato mentale di Salvatore Martino che parla di cose tramontate da secoli come l’ispirazione.? Non vedo comunque all’orizzonte nessuno che praticando codesto nuovo verbo abbia consegnato poesia a qualche lettore. Salvatore Martino.

  22. Caro Martino, mi sento anch’io un arretrato mentale. Dai commenti letti esce il quadro astratto di una poesia cerebrale e scientifica che non lascia più spazio ai sentimenti (sentimenti? Qualcuno di metterà a ridere). Per quella che si vuole creare in laboratorio però, bisogna trovare un nome diverso, perché la Poesia è morta.

  23. Correggo la prima frase in: forse anch’io sono considerato un arretrato mentale.

  24. Steven Grieco-Rathgeb

    Invece di parlare e ragionare sulla poesia di Talia com’era giusto, il sentiero si è smarrito nel sottobosco. Ai lasso

    • Salvatore Martino

      Come spesso gli accade Grieco travisa la realtà.: nel mio primo intervento ho ampiamente commentato la poesia di Panetta, persino con una citazione. Ma il signor Grieco ama vedere solo quello che preferisce vedere.. Salvatore Martino

      • Trovo patetico l’insistere negativamente su poesie che evidentemente non incontrano il gusto di qualcuno; poesie che non escono/entrano nel vissuto forse per scelta. Ma cos’è poi questo vissuto? Perché affidiamo all’io tanta responsabilità e importanza? Talìa sta facendo la sua ricerca, così non si è di alcun aiuto.

  25. ubaldo de robertis

    Mi spiace quando l’attenzione devia dall’oggetto principe del post. In questo caso le composizioni di Giuseppe Panetta/Talia.
    Purtroppo, per un attimo, mi lascerò coinvolgere da questa tendenza a svariare.
    Io non credo si debba considerare “il cerebrale, lo scientifico” come un pericolo, come qualcosa che non lascerà più spazio ad altro, alla coscienza, ai sentimenti, all’umanesimo. Per un uomo di lettere lasciarsi coinvolgere/sfiorare dalla fisica, dalla quantistica, dall’astrofisica, dalle conoscenze sulla micro struttura della materia e dello stesso universo, le forze in gioco, le leggi, le costanti, deve rappresentare un sommovimento dello spirito, un passo in avanti.
    Intanto le scoperte della fisica moderna hanno imposto profondi cambiamenti in concetti quali: spazio, tempo, materia, oggetto, causa, effetto,vuoto, simmetria, concezioni fondamentali per il nostro modo di intendere il mondo. L’informazione quantistica abita il sistema nervoso? La coscienza(o ciò che si pensa essa sia) risiede nei microtubuli delle cellule cerebrali? E che queste cellule sono luoghi primari di elaborazione quantistica?
    Bene. Tutto ciò disorienta, e il grosso pubblico gira vistosamente alla larga. Ma perché lo deve fare anche il poeta, lui che da millenni si affanna a raccontare che la realtà non è come appare?

    Ubaldo de Robertis

    • Giuseppe Talìa

      E deviamo pure, caro Ubaldo, quando quello che affermi sommovimenta lo spirito. Visito spesso il museo della Specola a Firenze, un po’ per lavoro, laboratori di scienze , molto invece per passione. Nella sezione dell’anatomia, con le spettacolari cere anatomiche di Gaetano Giulio Zumbo, seconda metà del XVII secolo, vi sono particolari del corpo umano così nitidi e perfetti tanto che gli scienziati stessi dell’epoca non conoscevano e che solo successivamente sono stati portati alla luce. Quando l’arte svela il non ancora conosciuto.
      Concordo pienamente con Sagredo. Non vi è poesia incomprensibile. Ricordo la diatriba scatenata dalla rana crocefissa di Martin Kippenberger, come pure la mostra che ho visto con lo pseudo busto di Benedetto XVI con quella macchiolina giallastra sugli slip e la posa ammiccante. Non mi viene al momento il nome dell’artista.
      Riguardo al significante, dissento da Linguaglossa. Il significante è il cardine della poesia: immagine acustica, ritmo, musicalità, metrica.
      Da questi strumenti non puoi prescindere. Almeno, come sempre affermo, se prima non li conosci nel profondo. Dubito sempre dei pittori astratti che non sanno usare alla perfezione il figurativo.

  26. Salvatore Martino

    Caro Ubaldo sono d’accordo con te che le scoperte scientifiche accrescano la cultura di ognuno di noi, e certamente il poeta deve esserne consapevole. Ma non credo che la scienza debba e possa essere la guida , il faro della poesia. Una delle componenti magari come approfondimento della realtà. Salvatore Martino

  27. Salvatore Martino

    Mi permetto di rubare il mestiere a Sagredo imponendo agli amici dell’Ombra un mio testo de La metamorfosi del buio, già pubblicato in due edizioni. Non sono del tutto digiuno di quanto accade nell’ambito scientifico, e ne sono anch’io influenzato, ma ciò non cambia il mio accostamento alla poesia. La scienza un’arma come altre per costruire il dettato poetico.

    Viaggia con i confini dell’assurdo

    Il codice genetico le triplette di base
    il DNA e le cellule staminali
    sequenziato il genoma
    del Mycoplasma Mycoides
    arriva la cellula sintetica
    l’antimateria è una realtà

    Le sonde su Marte
    la conquista della luna
    l’universo spiato dai satelliti
    l’effetto Hall quantistico
    la lotta per sconfiggere la luce
    il bosone di Higgs
    la nuova particella di Dio

    Chi siamo e perché siamo al mondo?
    Come arrivati
    in questo nostro pianeta?

    Rimane la scienza disarmata
    di fronte alle domande estreme
    sull’inizio e la fine
    degli uomini e del cosmo

    La fantascienza delle religioni
    ha invece imbastito le risposte
    con suggestive favole
    di creazione e d’immortalità
    viatico comunque di speranza
    astuto esorcismo alla paura

    Soli
    in questo perimetro del nulla
    senza sapere senza conoscenza
    ma respirando gioia e desideri
    il porto degli affetti e l’amicizia
    il racconto del sesso e dell’amore
    il delirio dell’arte
    l’abbandono dentro la natura

    Se niente di niente dopo la morte
    noi saremo
    non dobbiamo per questo vivere
    tremando di terrore
    al pensiero del nulla
    La felicità non è meno vera
    perché deve finire
    né il pensiero e l’amore s’impoveriscono
    perché non sono immortali

    Se tragica o serena
    inquietante talvolta o generosa
    sopra di noi scivola la vita
    tentiamo di violarla col sorriso

    Con questo augurio finale vi auguro di “andarvene docili in questa buona notte” parafrasando l’amato Dylan Thomas.
    Salvatore Martino

  28. Una noia abissale, quanto a metafisica lasciamo perdere. Linguaggio d’anteguerra. Ma è una bella serata e ci sta quel “tentiamo” che mi fa sorridere per l’amicizia. Poi mestamente uno spegne.

  29. Steven Grieco-Rathgeb

    Non potrei essere più d’accordo con il commento illuminante di Ubaldo de Robertis. Ha detto tutto del rapporto fra scienza e arte in quelle poche parole!

  30. Cari Amici,
    sì, sono un dilettante della cosmologia e della fisica teorica, mi interessano tantissimo le nuove scoperte e le nuove ricerche della fisica teorica e sperimentale, ne traggo linfa per ossigenarmi i polmoni distrutti da tutta quella nicotina e catrame che si sono depositati su di essi fin da quando, dagli anni Sessanta, ho dovuto subire il bombardamento di ideologie sciatte, scipite, superficiali, infondate filosoficamente, in una parola: ingombranti. Ad un certo punto tutte queste sciocchezze hanno influito sulla mia modesta intelligenza finendo con l’immobilizzarla, arrestarla… E così è rimasta per lunghi anni.

    E così la mia facoltà creatrice si è arrestata. Per molti anni poi ho anche smesso di leggere opere di letteratura, le consideravo mali minori… Insomma, per farla breve, trovavo in tutte quei luoghi comuni un mucchio di asserzioni superficiali. Per fortuna lo sperimentalismo è passato, il linguaggio poetico post-ermetico è passato, la scuola lombarda anche, e così il minimalismo romano, anche, e così quel timido tentativo legato al rilancio della poesia orfica (che poi era un lancio pubblicitario di alcuni poeti). Voglio dire che ci sono dei momenti nella storia in cui i nodi vengono al pettine. E certi nodi sono venuti oggi al pettine, questa è la vera questione. Le opere di quegli epigoni alla Jolanda Insana, alla Vivian Lamarque, alla Franco Buffoni per non parlare dei topologisti milanesi e finire nei minimalisti romani.

    Ecco, di tutto ciò resterà la traccia che lascia l’acqua quando passa sull’acqua. È venuto il momento di gettarci tutto alle spalle come cose non importanti, di alleggerire la bisaccia di tutto ciò che la ingombra inutilmente. E la cosa più ingombrante e inutile di tutte è quella tesi secondo la quale la poesia è una procedura che si fa con il linguaggio e operando sul «materiale linguistico» (espressione ridicola oltre che superficiale che ha infestato le pagine delle riviste di letteratura e le accademie).

    Come ho scritto nella prefazione alla Antologia “Come è finita la guerra di Troia non ricordo” (a cui rimando eventuali interessati per un approfondimento), oggi la questione del linguaggio è un fuori questione, ha cessato di essere un problema. Nessun poeta di valore fa poesia pensando al significante, questa è una balla ridicola messa in onda da un poeta come Zanzotto che dovrebbe essere ridimensionato perché la sua influenza è stata nociva per la poesia italiana del secondo Novecento. La questione oggi è un’altra. Eccola: bisogna assolutamente abbandonare il vecchio modo di guardare al linguaggio. Direi che il linguaggio è elemento affatto secondario, subordinato ad altre questioni che sono: il fantasmatico, l’Altro, la de-soggettivazione del soggetto, il mitico, il simbolico, il frammento,il traslato, l’evento (in poesia e nella vita quotidiana), L’abbandono della “analitica dell’esserci” che va a finire in una poesia psicologica. La vera questione è riparametrare i problemi della Forma.

    E poi io vorrei tanto chiedere ai poeti che parlano di privato e di quotidiano; datemi voi una definizione del “privato” e del “quotidiano”. Poi cominciamo a parlarne. Io, modestamente, non ne ho proprio idea di che cosa essi siano.

  31. Ugo Stefanutti si disse fondatore della poesia cosmica: forse anche questa lo è? Vedo però che procede verso un’area dove il senso è meno importante dell’oggetto linguistico.

    • Giuseppe Talia

      Gentile, Stefanutti c’è già stato, poeta del cosmo e poeta grafico. Con una battuta, potrei dire che io sono il dopo Stefanutti. Anche per me come per egli, non è solo l’uomo l’elemento gravitazionale della poesia, bensì l’inscindibile insieme. A differenza di una altro poeta cosmico, Tagliati, non mi interessa, per esempio, l’unione tra cosmo e teosofia.
      L’unica forma energetica che pratico, di quando in quando, è il Reiki, forma terapeutica alternativa.
      L’assunto è: se la luna notoriamente esercita una consistente influenza sulla terra, vedi le maree come anche le colture e gli umani, non si capisce perché non si possa pensare che anche altri pianeti del nostro sistema possano a vario titolo influire sul nostro pianeta così come sulle nostre vite. Non mi riferisco all’oroscopo, ovviamente, penso più che altro all’energia.

      Riguardo al senso in rapporto all’oggetto linguistico che Lei nota nelle poesie, secondo me nella ridda vengono toccati parecchi nodi dell’agire umano contemporaneo. Non inganni il gorgonzola ( basti guardare una delle tante immagini delle galassie fotografate da Hubble, per vederne la somiglianza) e neppure il prosciutto che potrebbero apparire come elementi stranianti.
      Certo non è che posso fare un discorso sui massimi sistemi dell’economia globale, come mi suggerisce Steven Greco- Rathgeb, in poesia. Potrei elencare una sequela di autori a riguardo che hanno scritto e scrivono sul tema, a partire da John Berger e la sua “Economia dei Morti”.
      Se Grieco è così bravo da riuscirci, ben venga, lo leggiamo con piacere.

      Gentile Nanni, nei miei precedenti libri sicuramente c’è più “senso” di quanto potrebbe non apparire in queste. Se Lei mi fornisce un suo contatto e-mail, volentieri glieli invio.

      Approfitto di questa risposta per ringraziare quanti hanno voluto commentare la pagina. Noto con dispiacere che non vi è nessuna voce femminile, solo amici maschietti, amici tutti, sia quelli con cui comunico in privato che quelli che leggo sul blog e altrove.
      Non ho potuto rispondere prima perché ero in viaggio. Ora, con più calma leggerò attentamente i vostri preziosi commenti.

      Grazie

  32. Gentile Giuseppe Talìa, ovviamente la mia annotazione è insufficiente a definire un fenomeno così complesso come la poesia e la scrittura in genere. Non sono vincolato al ‘senso’ quanto piuttosto alla creazione di nuovi spazi o, come ha scritto un critico, di forme poetiche comprensibili solo a livello biologico. Mi invii pure i suoi testi che leggerò con piacere. La mia e-mail: nannilu1937@gmail.com Cordialmente.

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