Edith de Hody Dzieduszycka POESIE da Cellule (Passigli Editori, 2014) “La questione del senso della vita”  “Unheimlich, il perturbante” “Un punto omega”; “Il treno che porta i deportati nei campi di sterminio nazisti” – Commento di Luigi Celi

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fotogramma film anni Settanta

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.
Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.
Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti. Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte, 2007, L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani. Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011. Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012. Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013, Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014, Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015,Trivella, Genesi, 2015, Come se niente fosse Fermenti, 2016; La parola alle parole Progetto Cultura, 2016. Dieci sue poesie sono state pubblicate nella Antologia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo Progetto Cultura, Roma, 2016, pp. 352 € 18.
Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani. La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus.

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Commento di Luigi Celi

Cellule, di Edith Dzieduszycka, edito da Passigli, prefato da Stefano Gallo e Franҫois Sauteron, è un testo di poesie e un campo memoriale in cui, nota Sauteron, “non è necessario introdursi con effrazione”. Tuttavia nella sua scarna limpidezza, con versificazione verticale, dura, icastica, a cui non pone rimedio iconico l’enjambement, il testo scolpisce nel marmo delle pagine la drammaticità dell’esperienza, dominato, com’è, a monte, dal ricordo della morte del padre a Mauthausen, da quello della madre imprigionata e, certo, dal lutto per la perdita del marito. L’opera trascende l’esperienza del poeta e ci coinvolge. Ferite non rimarginabili partono dall’infanzia e governano, per freudiana “coazione a ripetere”, l’insistita rivisitazione allegorica del trauma, in uno sguardo sbarrato sulla storia e sul mondo. “L’ora del bivio” (p.63) è l’evento temuto e sempre rievocato della Weltanschauung di Edith – prospettiva e Ground luttuoso di ogni sua esperienza di relazione – crudamente comunicato con “Voglia di raccontarsi e desiderio di nascondere” (p.87). “Ianus” è “il doppio gemello obliquo” che crea maschere e trasparenze” (ivi), e come ogni double è Unheimlich, perturbante.

A partire da questo nucleo esperienziale e proiettivo, mnesicamente luttuoso, ma ambivalente nel suo porsi positivamente all’origine della scrittura, la poesia mostra il suo scenario tragico così che ogni elaborazione, ogni tentativo di convincersi del contrario è nuova trafittura dell’anima che fa sanguinare. Parlare della tragedia, a proposito di Cellule, non è andare fuori tema, ma cogliere il perno di tutta l’opera, la sorgente e la foce della versificazione. Tutto converge ad alimentare l’esperienza traumatica e quest’ultima, a sua volta, sta alla radice inconscia della tragedia. Parleremo dunque del tragico, perché non si può intendere questo libro se non si riflette sul tragico e perché, nella cultura contemporanea se ne è persa consapevolezza storica e filosofica. La poesia tragica e il teatro greco hanno posto alcuni cardini al tragico: uno è Ananke, la Necessità. Ananke non può essere oggetto di preghiera, perché non muta, essa governa uomini e dei. L’altro cardine è l’invidia degli dei per la felicità dei “mortali”; ancor più è castigo ineludibile la morte violenta e il dolore per la tracotanza (ybris) di coloro che “non stanno ai limiti”. La letteratura moderna, tranne in alcune eccezioni altissime – penso tra tutte all’opera di Shakespeare – non ha quasi mai inteso riproporre il tragico, se non nel “corpo cavernoso” del grottesco, gli ha preferito la commedia, e ancor più la parodia.

Oggi assistiamo alla volgarizzazione del tragico nel noir di cassetta, nel cinema horror, o all’insensata tracimazione di violenze esibite dalla televisione e dal cinema. In tutto ciò manca la Coscienza e il Pensiero del tragico. La poesia e i poeti come la Dzieduszycka possono farci recuperare questa coscienza, costringerci a riflettere. Se nel mondo greco il tragico ha fondo metafisico, nell’orizzonte ebraico cristiano, se pensiamo all’inferno, la tragedia è trasferita nell’eternità di Dio. Dove infatti starebbe l’inferno se tutto è in Dio?, “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”(Atti degli Apost. 17,28), e se fuori dalla sua volontà ogni esistente cade nel nulla da cui deriva? Tuttavia il Dio creatore, onnipotente e onnisciente, non prova invidia, è un Dio d’amore e di giustizia. Per la Cabbalàh luriana la creazione nasce dal volontario ritrarsi di Dio, il Tzimtzum; Dio, così facendo, fa il vuoto e da quel nulla crea. L’esistenza degli enti è ex nihilo e anche la libertà dell’uomo è possibile grazie al Tzimtzum. Ma è l’abuso della libertà, il tradimento del suo intrinseco tendere al bene, che rende fattibile il peccato e il male; anche questo è tragico, che il bene della libertà possa comportare il suo rovesciamento assoluto…  “Per invidia del diavolo, la morte è entrata nel mondo – scrive il libro della “Sapienza” -; Dio ha creato l’uomo per l’immortalità” (Sap. 2,23-24).

La questione del senso della vita – oscillante “tra un punto interrogativo/ e un altro punto interrogativo” (p. 117), scrive Edith – è ricorrente quando ci imbattiamo nel male. Si impongono da sé le domande: perché il male? Il mondo è creato da un Dio buono e onnipotente, o da un “regista/ oscuro/inafferrabile (…)/ dalla sua torva regia”? (p. 21). Qui ritroviamo un’eco Cartesiana: il “dio malvagio”, metodologicamente ipotizzato da Descartes nel “dubbio iperbolico”, che comporta la riflessione metafisica sull’idea di Dio da parte del filosofo e che lo conduce a rovesciare il dubbio nella certezza del Cogito, per cui Dio diviene il garante della Ragione matematizzante. Invece Edith canta il tormento metafisico dell’uomo tout court che “Si stupisce di non sapere/ si arrabbia di non capire/ piange/ si sente abbandonato/ perché Dio/ perché?”(p. 55). Il mondo è prodotto da un’evoluzione casuale, “antico giuoco/ sempre ricominciato/ duro cieco” (p. 37).

foto di Gianni Berengo GardinCi chiediamo se il suo andare per tentativi, per orrori ed errori non ci lasci sospesi su un baratro di sofferenza, per dirla con Leopardi e Schopenhauer, e quindi ci obbliga a tendere a “un punto omega”, a un porto di salvezza. Come è stato possibile l’ordine planetario, l’equilibrio dinamico che lo governa e che pur è innegabile, o la fisiologia dei corpi naturali e umani, a cui la stessa patologia ci riporta? Come è possibile l’uomo stesso, la civiltà, la cultura, la bellezza, l’aspirazione al bene, alla giustizia, in un mondo incivile, disumano, brutto, ingiusto? La contraddizione ci insidia, ma non ci impedisce di pensare, di operare, di lottare, di soffrire della nostra impotenza: “nudi/ patetici/ ci depone/ il mare/ su scogli inospitali… nel freddo gridiamo” (p. 23). il “grido” e le incalzanti domande coincidono con altre che riguardano sempre più radicalmente il “chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo”. La crisi della metafisica, a partire dall’illuminismo, ha “gettato” l’uomo nel Dasein, ne ha fatto “un esser-ci per la morte”. L’esistenza dunque è soglia spalancata sull’abisso, sul nulla. Gli “dei sono fuggiti”, diceva Hölderlin; “Dio è morto”, gli fa eco Nietzsche; l’Essere, che non sia ridotto all’ente, come nella metafisica, secondo Heidegger, è obliterato.

Quest’ultimo filosofo si pone la domanda: “perché i poeti?”, e risponde che il valore della poesia consiste nel rendere possibile la domanda fondamentale sull’Essere, e ancor più nell’evocarlo, in contrasto al Ge-stell, all’imposizione della tecnica, e con ciò essa sola, il “pensiero poetante” riapre i “sentieri interrotti” dalla metafisica occidentale. … A meno che…, potremmo aggiungere noi, con la psicoanalisi – e ciò riguarda da vicino la poesia di Edith  – la ferita traumatica, non consenta più il Denken, il pensare autentico, né di scrivere poesia, come sosteneva Adorno, e tanto meno, nel “dopo Auschwitz – con Primo Levi – di “credere in Dio”…, e l’uroboros, il drago, il grande serpente si morde la coda e diviene protagonista. È questa la posizione tragica di Edith Dzieduszycka. Il suo canto e il suo grido, come quelli di Paul Celan, si dibattono nella “tetra tela”, ne “fili vischiosi” del “ragno invisibile” (p. 65), in una elaborazione coercitiva del lutto. Cambia pelle, Edith, come cambia pelle il serpente, ma non cambia la sostanza, il corpo doloroso della cosa. Edith depone “numerose/ le cellule morte della sua scorza”, nel “nascondiglio” segreto, nella “camera oscura”, nel “labirinto” dei propri versi (p. 31), ma l’uroboros, il drago,  l’ossessione traumatica che governa l’inconscio e la coscienza, ritorna su se stesso, “nel cerchio imperfetto” la cattura tra le sue spire, la rende tragicamente un tutt’uno con la coscienza lacerata del mondo.

Dalla “breccia” del cerchio si coglie solo “un azzurro vuoto”, fugge”ogni linfa” finché “giace/ solitaria/ una carcassa pallida” (p. 103). La vita è dunque per Edith quel “viaggio” infernale (p. 65 e p. 121-123), quel “percorso” (p. 69 e p. 121) e “traversata” (p. 121) che è un “cercare la chiave/ di porte/ sempre chiuse” (p. 57), in cui “non ci è dato scegliere” o sperare salvezza, “una porta miraggio” (p. 137), per quanto “Si protesero tutti/ verso un sogno/ un’idea di salvezza” (p. 139). Emblematica icona è il treno, nel bellissimo lungo testo poematico che inizia a p. 121, testo metaforico che ha grande forza rappresentativa. Il treno che porta i deportati nei campi di sterminio nazisti è simbolo della vita di ognuno, del “viaggio” senza destinazione e perché. Il linguaggio di Edith, in queste poesie, è quanto mai puntuto e tagliente, come si addice ad una rappresentazione dal vivo della sofferenza mortale dei deportati. Non riesco, perciò, a non rivisitare la domanda dell’Inno a Zeus dell’Agamennone di Eschilo, “soffrire per comprendere”, e a non chiedermi se essa sia riportabile alla ossimoricità del dolore e dell’orrore che abita questa raccolta. Come per Omero nell’Iliade, per Edith, l’”accecamento che rende insensati”, non è più “punizione della colpa”, ma è, come per il filosofo Paul Ricoeur, “la colpa stessa” e “l’origine della colpa”.

Edith Dzieduszycka da Cellule (2014)

Se da qualche parte
lontano
nascosto dalle nubi
qualche regista

oscuro
inafferrabile
contempla la scena ove
mosse dai fili inestricabili

della sua torva regia
effimere
vagano
strane marionette

forse si sta pentendo
del capriccio improvviso
che dando loro alito
ha socchiuso le porte

del recinto nel quale
prigioniere ancor
ancor inoffensive
ma pronte a muoversi

minacciose
frementi
aspettano
della recita l’ora.

.
*

.
Piangenti
fradici
fendenti aria e luce
senza fior
né pugnale

né memoria futura
della mano amica che
d’un taglio pietoso
la nostra barca
libera

nudi
patetici
ci depone
il mare
su scogli inospitali

isole brulicanti ove
a bocca aperta
polmoni dispiegati
nel freddo
gridiamo.

.
*

.
Lavagne immacolate

sulle quali all’istante
terreno vergine
violato subito

calano cifre lettere
s’incollano etichette
s’attaccano piastrine

si tracciano confini
s’infilano divise
volano volantini

a milioni si spargono
per non capirsi
parole

consumate dal tempo
che di nuovo
belanti nudi patetici

al niente ci riconsegna.
*
Ad ognuno
subito

il suo bagaglio
nascondiglio
camera oscura
ripostiglio segreto
labirinto solitario

dove a poco a poco
deporre
numerose
le cellule morte
della sua scorza

incrostazioni
scarti
peccati
rifiuti
altri residui

del suo terrestre corso
che senza quei pozzi fondi
ove poterli buttare
sprofonderebbe
sotto un peso

di grave densità
d’intensa gravità.

bello Patrick Caulfield was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the 1

Patrick Caulfield was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the

A miei figli
Pesci rosa e lisci
senza lische né scaglie
nel mio grembo guizzati
una notte di luna

pinne minute dita
bussando all’improvviso
alle tese pareti
della conca profonda

alghe del mio giardino
seminate in segreto
tale dono imprevisto
all’ombra del mio seno

viaggiatori diretti
ormai senza ritorno
a varcare il Cap Horn
di mari sconosciuti

al tocco di primavera
a mezzanotte estiva
con forza proiettati
voi foste nella luce

fuori dall’antro chioccia
con grida lacrime
nel sangue d’una madre
e del mare il sale

a voi soli ormai
la sbarra
il timone
la bussola
le stelle

per una scia unica
solitaria avventura
dell’ancora da lama
reciso il cordame.

*

Gli amanti d’una volta
hanno la schiena stanca
dal peso di tanti abbracci
sospesi ai fili
tesi
della memoria

spalla contro spalla
in silenzio
lentamente
camminano
su sentieri segreti
paralleli

qualche volta
raramente
si girano
sorpresi
sfogliano degli album
sfiorano delle foto

non eravamo male
ci piacevamo tanto
sulle ombre tenue
di bersagli trasparenti
hanno occhi rovesciati
gli amanti d’una volta.

.
*

Cera molle sulla quale
non scriveranno più
tiepido tra di loro
s’insinua il silenzio

vaga distesa bigia
ove ondeggia
fragile
un’ombra di tenerezza

filamenti perlati
ancora sulle pelle
luccicano
tracce d’antichi giuochi

s’inarcano le bocche
quando strascicano
torpide gocce
parole anodine

e si scava il solco
ove s’interranno
brandelli
nebbia leggera

sudario di ore colte
ai giardini d’estate.

.
*

Si erige una porta
e stupita
la carne
ricorda oceani
e fiumi dilaganti

quando lontano
tremano
dormienti superficie
sulle quali ostinato
vibra un soprasalto

sopra pianure arse
dal vento abbandonate
si allungano solchi
che nessun soffio
attizza

spiraglio ora socchiuso
avanza un’ombra
fredda
a coprire il rumore
d’un convoglio in partenza

cacciando a tastoni
nel sonno prossimo
sfumature e contorni
in quell’attesa grave
sull’orizzonte spento.

cinema mani

Si stupisce di non sapere
si arrabbia di non capire
piange
si sente abbandonato
perché Dio
perché?

equilibrista
senza bilanciere
cammina
sopra stretti sentieri
per strade sconosciute
tra fondi precipizi

così s’inventa
cordami
parapetti
versetti
litanie
ai quali aggrapparsi

dèi a lui somiglianti
dai molteplici volti
d’amore
di perdono
divinità voraci
di offerte mai sazie

a tratti si rivolta
più spesso si rassegna
impotente e rinuncia
a cercare la chiave
di porte
sempre chiuse.

.
*

.
L’ora del bivio

la sapremo riconoscere
incolore
sornione
quando più numerose
sono le cose
che non c’importano
di quelle seducenti che
un tempo ci turbavano?

l’ora del bivio

la sentiremo suonare
prima impercettibile
leggera un soffio appena
espirato al quadrante
dell’orologio infallibile
tocco ben presto stridulo
imperioso richiamo
alle nostre carcasse
tremolanti e grigie?

.
*

.
Nell’intrico tracciato
fra gli squarci
sugli infimi raggi
vibranti di rugiada
si ferma
il nostro viaggio

insensibili ciechi
insetti derisori
dai sussulti mortali quando
rinserra la mossa minima
lungo fili vischiosi
la rete che ci avvolge

paziente immobile
nascosto in un angolo
il ragno
invisibile
di quel lauto festino
assapora l’attesa

presto potrà saggiare
la preda tant’agognata
pronta a soccombere
nella trappola tesa
dalla sua tetra tela.

Edith Dzieduszycka La parola Cop

Sulla riva dei tuoi sogni
approda una galera
vele estenuate
dopo lontani viaggi

d’una linea imprecisa
tra orizzonti e sensi
leggera
scivola
e scava una faglia
se poca la difesa

sprofonda tra le ossa
lungo canali oscuri
perigliosi e profondi
che percepisci appena
nella penombra blu
della sua scia tomba.
Edith Dzieduszycka Come_se_niente_fosse_
Archi sospesi
d’un ponte imprevedibile
frecce sparpagliate
dall’ignoto percorso

impreviste banali
temute forse sperate
alcune scadenza
sulla schiena dei giorni

a cavallina giocano

pulci insopportabili che
che sulla pelle lasciano
il rigonfio osceno
di un avido morso

e fedeli punteggiano
la strana partizione
da ampia sinfonia
a mesto ritornello.

.
*

.
Voglia di raccontarsi
desiderio di nascondere
dilemma senza risposta
alle intime mosse
della nostra essenza

Janus
figura d’ombra
come l’altra di luce
doppio gemello obliquo
sparso quanto segreto

maschere trasparenze
per celare ferite
che alla luce
libere
si tenta di guarire

duri blocchi di lacrime
che diamanti aguzzi
si tenta di tagliare
e regalare a chi
li saprà cogliere.

Alterna oscillazione
fuga
sottomissione
resa o
rifiuto

a meta strada pendolo
d’un incerto orologio
sul quadrante del quale
si contano febbrili
alcune ore nude

mentre senza più voce
straziate tacciono
le loro sorelle
sull’altra riva
andate.
*

Edith  Dzieduszycka  cinque-cinq

Edith Dzieduszycka Cinque-cinq, edizione bilingue, Genesi, 2014

Nel cerchio imperfetto
s’è aperta una breccia
e gli occhi interiori hanno mosso
lo sguardo verso un azzurro
vuoto
vibrante di silenzio

da quella faglia
lenta
a poco a poco
sono fuggite

la scorza
e poi la linfa
fuggite nella penombra
ove giace
solitaria
una carcassa pallida.

.
*

.
Futuro
presente
soprattutto
passato
degli antenoi nati
eterna trinità

dovrebbe pure
la mia anima
– ma si è rifiutata –
di qualche briciola
il ricordo
serbare

perché
senza memoria
né coscienza di sé
un giorno non un altro
scattò la mia scintilla
da uno strano niente

anime senza vita
prima di noi andate
avete forse scoperto
in quale dove sta
il raccordo celato
il passaggio segreto?
Edith Dzieduszycka cop Cellule
Si dibatte
l’io mio
si gira
e rigira

nel cavo più profondo
dell’introvabile letto
che lo stringe e trattiene
qual fodero la spada

vorrebbe volar via
verso verdi contrade
senz’odio
né memoria

ove leggero stendersi
e librarsi sereno
al di là delle ruote
dei roghi delle forche.

.
*

.
Del più o meno breve intervallo
tra un punto interrogativo
e un altro punto interrogativo

qual è il più bizzarro
l’intervallo
nostra strana presenza?

la nostra lunga assenza
passata e
futura?

ad intervalli me lo chiedo
ma fino alla fine del giorno
ostinato rimane

il punto interrogativo.

.
*

Viaggio
percorso
traversata
la vita
nel tempo epoca
nello spazio luogo

non ci è dato scegliere

neonati incoscienti
saliamo o piuttosto
veniamo accatastati
sul treno che ad un punto
arbitrario o no
arriva
ci si ferma davanti
in quel momento
nella stazione
di quella contrada

entriamo nello scompartimento
e scopriamo compagni
di viaggio che come noi
si trovano lì
in quel momento
su quel treno
fermato in quella stazione
non li possiamo scegliere
come neanche loro

ci dobbiamo conformare a
lingue credi usanze
che ci hanno lasciato
i tanti saliti prima
e già scesi ieri
o tempo fa
lingue credi usanze
che diventano nostri
ci sembrano ovvi
gli unici possibili

ci stupiamo perfino se altri
saliti in stazioni più lontane
precedenti o successive
non li condividono
se si conformano e adottano
lingue credi usanze
che ci sembrano strani

spesso vogliamo imporre i nostri
spesso pretendono
altri d’imporci i loro
il viaggio allora diventa terribile
succedono scontri
il treno costeggia precipizi
penetra dentro buie gallerie
dalla lunghezza imprevedibile

a volte si ferma nella neve
lanciando sbuffi di fumo
che appestano il cielo
numerosi quelli buttati giù
lungo le scarpate
che non si rialzano

altri tentano di riparare
ingranaggi e scambi
il treno allora riparte
verso altre stazioni
sempre ignote
nessuno sa gli orari
non ci sono cartelli
né destinazione
né tempi di percorrenza
possiamo soltanto dal finestrino
guardare il paesaggio
che davanti agli occhi si srotola
sempre uguale eppur diverso
desolato o splendido

possiamo anche chiudere gli occhi
per non vedere più
ma il paesaggio sfila lo stesso
e il treno ci porta
insieme nella notte
verso quello che
senza pensarci
senza capirlo
flusso inarrestabile
siamo soliti chiamare
caso o destino.

luigi celi

luigi celi

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, (Scettro del Re, 2000); I versi dell’Azzurro Scavato (2003); Il Doppio Sguardo (2007); Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012). Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line).

È del 2014 un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia. Dieci sue poesie sono presenti nella antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa Progetto Cultura, 2016

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, su Hebenon, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (2002; La nuova poesia modernista italiana (Edilet, 2010); Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, (Scettro del Re, 2002); Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo (2007). Hanno scritto di lui tra gli altri: Domenico Alvino, Lea Canducci, Antonio Coppola, Philippe Démeron, Luigi Fontanella, Piera Mattei, Roberto Pagan, Gino Rago, Arnaldo Zambardi. Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

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13 commenti

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13 risposte a “Edith de Hody Dzieduszycka POESIE da Cellule (Passigli Editori, 2014) “La questione del senso della vita”  “Unheimlich, il perturbante” “Un punto omega”; “Il treno che porta i deportati nei campi di sterminio nazisti” – Commento di Luigi Celi

  1. Non a caso abbiamo scelto, come illustrazione, la foto di una automobile ferma in riva al mare con due persone a bordo che guardano il mare attraverso il parabrezza; non a caso abbiamo messo la foto di una donna che oscilla aggrappata ad una trave all’interno di un monolocale. Non capiamo che cosa sta facendo: se si sta per suicidare o stia facendo della ginnastica, o tutte e due le cose insieme, se si sta uccidendo mentre fa ginnastica (grottesca soluzione!) Il fatto è che siamo “nudi/ patetici/ ci depone/ il mare/ su scogli inospitali… nel freddo gridiamo” (p. 23). Si ripete il “grido” di Munch, si ripropongono le solite domande rimaste senza risposta : “chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo”. Tutto il libro (come tutta la produzione di Edith Dzieduszycka) è un assillante e tormentoso rincorrersi di domande destinate a rimanere senza risposta. Con un verso breve e asciutto la poetessa romana di origine francese e dal nome polacco, ci porta subito dentro il suo universo chiuso dove le domande martellanti rimbalzano da una pagina all’altra senza dare tregua al lettore, con uno stile quasi eterodiretto, come maneggiato dall’esterno o azionato da un elettro comando automatico. Le domande di Edith si accavallano, esposte nella nudità di una sintassi scoscesa e claudicante, con un verso «rotto» e incalzante che sembra stia sul punto di spezzarsi…

  2. antonio sagredo

    rispondo a Edith:

    Non restava che la materia in movimento
    Il pensiero umano non aveva più significato

    Tadeusz Borowski


    Come la rana crocefissa di Martin te ne andavi in giro
    col femore di Arlecchino e i capelli spaiati di Colombina,
    dinoccolato, col capo rivolto indietro, per i campi giocavi
    cercando almeno un occhio vivo tra tumuli di orbite senza fine,
    ma dalle torrette ti chiamavano: Beta… Beta il dandy!

    Accarezzavi allora con un sorriso a brandelli il filo spinato,
    col flauto delle tue ossa cantavi le gloriose gesta dei lunatici.
    La poesia divenne una cosa banale,
    come uno sterminio!
    La Morte nemmeno degna di un suo buongiorno girava al largo:
    dal patibolo alle camere temeva che la falce tollerasse la sua vanità,
    e alzò i tacchi infine, incurvata!

    Davanti a una buccia di patata marcescente
    s’azzuffavano i grandi scienziati dell’Essere
    – per una brodaglia di pus
    – per una rimasticatura di marce cotolette.

    Il pensiero umano non aveva più significato
    non restava che la materia in movimento

    e il carnefice sbuffa a parlare sempre di questa feriale… mortalità!

    antonio sagredo
    Vermicino, 23 febbraio 2009
    ———————————————————

    • Salvatore Martino

      La tua perseveranza caro Sagredo nel propinarci a commento di un poeta un tuo scritto diventa insopportabile, specie quando come in questo caso il tuo testo è gonfio di barocchismo parossistico, come afferma più avanti Linguaglossa. Te l’ho scritto altre volte: codesto tuo modo di procedere è scorretto verso noi tutti frequentatori dell’Ombra.Salvatore Martino

  3. Vermicino, luogo dei vermi. Sagredo, luogo della cosa sagrada, dovresti essere grato alla sancta madre chiesa per averti fornito tanto e tale materiale lessicale, metaforico, iconico e strumentale per le tue poesie parossistiche e patologiche. Poeta inclassificabile e impossibile, ineguagliabile e scorbuticamente non presentabile! – Sagredo poeta che ama il barocchismo più del barocco! Poeta impossibile e impassibile, vuota maschera da teatro, appendiabiti di scena! Finto oracolo da trivio!

  4. l’acqua che, vorticando scende lo scarico della doccia dopo averti brevemente toccata, semplicemente scende, liscia delle tue asperità. Semplicemente

  5. Giuseppe Panetta

    Corre un’esistenza triste, dallo sbuffo di fumo e lungo i fili di ciò che sembra inarrestabile e che “siamo soliti chiamare/ caso o destino.”

  6. Salvatore Martino

    Non capisco , e ce l’o con me stesso, perché io debba sprecare minuti preziosi della mia esistenza, che volge al tramonto, a leggere versi che nulla hanno a che fare con la poesia.Dove le immagini emozionanti, dove la cadenza, la musica, dove un pensiero originale, dove il mistero, la magia? Ma perché si ostinano a pubblicare questi parti di (…)? Immagino fosse stato ancora in vita Mario Luzi la casa Editrice Passigli avrebbe rinunciato volentieri ai proventi per l’acquisto delle copie: il poeta toscano non avrebbe benedetto questo parto.

    Futuro
    presente
    soprattutto
    passato
    degli antenoi nati
    eterna trinità

    dovrebbe pure
    la mia anima
    – ma si è rifiutata –
    di qualche briciola
    il ricordo
    serbare

    perché
    senza memoria
    né coscienza di sé
    un giorno non un altro
    scattò la mia scintilla
    da uno strano niente

    anime senza vita
    prima di noi andate
    avete forse scoperto
    in quale dove sta
    il raccordo celato
    il passaggio segreto?

    Nessun commento
    Quanto è difficile scrivere dei versi che in qualche modo raggiungano il lettore, coinvolgendo la sua sensibilità di anima e di mente! Salvatore Martino

  7. caro Martino, tu hai un concetto di poesia come “emozione”. Il problema è proprio lì, che alcuni (tra cui lo scrivente) hanno dell’emozione in poesia un concetto raffreddato, magari anche un po’ sotto vuoto; altri, invece, penso a te, hanno dell’emozione in poesia un concetto “caldo”, così che la poesia debba infiammare la mente. Io invece penso che la poesia debba raffreddare, tenere sotto pressione l’emozione. Quindi, le nostre rispettive valutazioni di ciò che è bello risultano antagonistiche. Chi ha ragione tra noi? Nessuno può saperlo con certezza, forse solo i posteri, se mai ci saranno, potranno dire una parola in proposito definitiva…

    Cmq, domani posteremo un poeta che scrive in modo molto diverso, vediamo che ne pensi…

  8. Salvatore Martino

    Forse tu confondi il mio pensiero: l’emozione può essere anche cerebrale, intendo che il poeta deve trasmettere qualcosa del suo mondo, dei rapporti con gli altri, del rapporto col fisico e il metafisico, deve raccontarmi qualcosa e suscitare commovimenti nel pensiero del lettore, stabilire un filo rosso, che parte dal ventre e dall’anima e dal cervello. La poesia utilizza il modulo analitico, quello sintetico e il dettato profetico oracolare e tutto questo contemporaneamente. Che diversità dalla prosa! Tra l’altro ti ricordo che nelle tue poesie, Belligeranza soprattutto, ci sono svariati componimenti che scendono nel tuo aborrito costume emozionale.. E tu poi parli di magia, che è appunto una strategia super convincente che si lega al fatto emozionale, come il mistero, che avvolge il dettato poetico.Io quando leggo Auden o Borges, Eliot o Cavalcanti, Pasternak o Kavafis mi sento invadere da un kommos, che non mi impedisce l’analisi profonda dei testi. Magari il poeta deve controllare la propria emozione, e a questo contribuisce la tecnica, onde evitare sentimentalismi, ma che debba raffreddare quello che sale dal profondo è un’altra cosa. La gelida razionalità, la costruzione disperatamente cerebrale mi paiono lontane dal racconto poetico.Poi ci possono essere anche poesie fredde e interessanti, ma non certamente grande poesia.
    Per venire alle poesie postate qui sopra ho già detto. Un’ora tarda sono stanco e stravolto dalle notizie internazionali, ho scritto parole confuse, ma spero che caro Giorgio riesca a decifrare queste parole confuse.Un consiglio di un vecchio che pratica da molti anni il mare della poesia : meno teoria, più abbandono per i tuoi versi Salvatore Martino

  9. antonio sagredo

    ….quando non si è all’altezza di commentare i miei versi – straordinariamente umani e commoventi – mi si critica con superficialità… ripetendo un consunto ritornello: barocchismo, barocchismo!!! – non sanno nemmeno chi è Martin, né la rana e tutto il resto… non sanno che i riferimenti in questi versi, in parte, sono presi da Eli Wiesel (morto da qualche giorno)… non sanno che altri riferimenti sono presi da altri testi similari, che dicono di sofferenza, di martirio, ecc. – essi, questi critici, si oscurano da se stessi poi che non in grado di illuminare il lettore e tanti altri… i miei versi contrariamente alla negativa critica sono stracolmi di umanesimo e di pietas non soltanto cristiana: questi versi “mostruosi” ti conducono per mano attraverso il dolore umano, contorcendosi come contorte erano le menti degli aguzzini e avvitandosi come i tormenti delle vittime: se questo, per esprimersi, dite sia barocchismo, per me va bene, poi che è l’espressione migliore per manifestare quel che accadde e quel che ancora di più terribile accadrà… non v’accorgete che la forma che io uso è la stessa forma che si contorce e si stravolge quasi fosse anche essa una vittima!
    grazie… ma è così facile comprendermi!!!

  10. antonio sagredo

    …quasi fosse anche essa una vittima! o un carnefice, o entrambi allo stesso tempo o in tempi diversi la medesia cosa.

  11. Ieri ho avuto modo di poter ammirare i disegni e le foto di Edith Dzieduszycka e ho avuto la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essermi imbattuto in una artista poliedrica. Mario Lunetta, nella sua postfazione al volume di poesie ed immagini di Edith A Pennello – libro di commenti in versi a dipinti famosi – ha definito l’operazione della Dzieduszycka “intermodulare e intersemiotica”, e indubbiamente si tratta di un lavoro che si muove su due ambiti interagenti per quanto asimmetrici: della poesia e della critica d’arte. Il giudizio di Lunetta intendo estenderlo. Edith ha la tendenza a sdoppiarsi, cosa che in arte è una qualità, ciò trova conferma nella propensione a scrivere versi che sono di poesia e di metapoesia. La Dzieduszycka si pone dentro e fuori testo; opera in doppio sguardo: vede ciò che lo spirito detta dentro e ciò che la ragione dall’esterno è in grado di valutare (anche del proprio lavoro). Questa capacità di farsi due, esprime il contromovimento di ritrovare unità dove regnerebbe il caos, quello del mondo e dell’io frantumati. Il soggetto e l’oggetto nel moderno sono franti per la crisi che l’ha investiti. Di questa crisi, di cui ho cercato di fare una qualche ricostruzione storica e filosofica nel mio intervento sull’Antologia, ricorderei la dissoluzione del rapporto ontologico (essere/logos), l’incontro/scontro tra le culture nel mondo globalizzato di cui abbiamo tragica esperienza quasi quotidiana, le contraddizioni strutturali tra proprietà privata dei mezzi di produzione e lavoro salariato socializzato, tra primo mondo e terzo mondo scossi da fanatismi, miseria, violenze che tracimano fino alle nostre case… L’io della Dzieduszycka appare insidiato dalla sovrapposizione della coscienza delle contraddizioni del moderno, dell’oggi, e dalla memoria delle tragiche esperienze familiari del nazionalsocialismo. Il suo linguaggio è reso essenziale, scabro dal suo vissuto, per cui si offre in una poesia che non indulge su bellurie e orpelli, va a fondo con versi a volte vitrei, apparentemente raggelati, da cui traspare il dolore come via d’accesso al noumeno (Schopenhauer), al fondo tragico dell’essere. Mi si perdoni qui la contraddizione con quanto ho detto sopra, che la cultura moderna avrebbe perso la possibilità di attingere il Ground. In realtà se c’è una possibilità di Aletheia, di s-velamento e rivelamento dell’essere, questa ci proviene dal dolore. Purtroppo! – vorrei dire – e la cosa mi terrorizza!, la sofferenza è la via profonda della conoscenza con il corpo e non solo con la mente; conoscenza non astratta…, e l’uomo che soffre non può più fuggire di fronte alle domande fondamentali che molti poeti hanno compreso di doversi porre. L’amore, la morte, il dolore sono le grandi strade per recuperare quella verità che non esiste più in un mondo mercificato, dominato dalla ricerca drogata del divertissement. Per questo la poesia di Edith mi coinvolge… La Dzieduszycka però, abbiamo detto, non è solo un poeta, ha la capacità di porsi trasversalmente rispetto ai suoi diversi ambiti espressivi, la pittura, la fotografia, penetra in essi con lucida semplicità, affonda la lama della sua parola e della sua arte nella realtà, mette in moto un gioco di rimandi concettuali e iconici tra memoria attiva, luminescente, drammaticamente inobliabile e coscienza e volontà di lottare. In Cellule agisce come una sorta di freudiana “coazione a ripetere”, un gioco rischioso, che potrebbe determinare un processo autodistruttivo, una ossessiva rivisitazione della sofferenza e delle sue cause, d’incancellabili, ineliminabili ricordi, che riattivano l’archetipo del tragico, sempre sperimentato dagli uomini di tutti i tempi, ma rimosso per l’obbligo dell’etica borghese di dover sfuggire non solo al dolore ma anche al pensiero della morte e della sofferenza; un moto vitale, per certi versi legittimo, di autoconservazione, legato al “principio del piacere” che Freud considerò primario, fino a che non si imbatté nelle “nevrosi traumatiche”, nelle “nevrosi da guerra”, per cui dopo il 1920 introdusse in psicoanalisi il principio di morte (Thanatos), coesistente e antagonista ad Eros. L’attenzione ai particolari di realtà, rende puntuto lo sguardo di quest’artista e poeta. La sua forza è la qualità di chi sa volgersi, in moto biunivoco, all’esterno e all’interno di sé, in un gioco d’immagini, in pittura, in fotografia, anche a colori violenti (siamo in una società iconica) e nel contempo usare le velature di una poesia in bianco e nero, i cui fruscianti messaggi richiedono molto esprit de finesse per poter essere uditi, visti, compresi nella loro effettiva portata semantica.

  12. Copio e incollo un commento pervenuto alla mia email di Edith Dzieduszycka:

    Con questo secondo commento, caro Luigi, continui a scavare sapientemente nel mio lavoro, divergente solo apparentemente, arte e scrittura, e nella mia essenza “doppia”. Non per nulla sono e mi sento Gemelli, insieme “agissante” o attrice, e spettatrice. Con il dubbio lancinante di non capire quale è la parte più vera:
    – quella che ricorda e quasi si crogiola in quell’infanzia marcata come da un ferro rosso, iniziata all’apprendimento incredulo della crudeltà, indefinitamente confermata e rinforzata,
    – e quella che cerca accanitamente di uscirne, forse di utilizzare quel magma sotterraneo, a volte sentendosene colpevole, di sublimarlo, in modo quasi spasmodico, con l’estrazione – come fosse un dente che duole – e l’azione. Se si può chiamare azione il fatto di stare ore e ore davanti al computer, o curva sul tavolo ad assemblare un collage o a cercare in giro il dettaglio, o “frammento”, parola quasi inflazionata, da inquadrare nell’obbiettivo. In questa direzione particolarmente “Nella notte un treno”, Diario di un addio”, alcuni racconti di “Nodi sul filo”, “Trivella”, “Come se niente fosse”.
    Con la tua rara sensibilità, caro Luigi, hai percepito perfettamente e sei entrato in profondità nelle tappe variegate e spesso caotiche di quel percorso che risale a molto lontano e finirà insieme a me, definendolo “…un gioco rischioso, che potrebbe determinare un processo autodistruttivo, una ossessiva rivisitazione della sofferenza e delle sue cause, d’incancellabili, ineliminabili ricordi, che riattivano l’archetipo del tragico, sempre sperimentato dagli uomini di tutti i tempi…”.
    Parole bellissime e più che giuste.

    Grazie, Luigi.

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