Yves Bonnefoy ALCUNE POESIE da “L’insidia della soglia” (1975) – Alcuni stralci di interviste al poeta e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Far accadere la presenza; La finitudine; Il soggetto, (un “Je” che non è un “moi”).

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Yves Bonnefoy, nato a Tours nel 1923 è morto il 1 luglio 2016 a 93 anni, professore emerito al Collège de France di Parigi, poeta, prosatore e saggista. Ha tradotto Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi. Più volte candidato al Nobel per la letteratura, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. In Italia ha pubblicato diverse raccolte: Movimento e immobilità di Douve, 1953; Ieri deserto regnante, 1958; Pietra scritta, 1965; Nell’insidia della soglia, 1975; Quel che fu senza luce, 1987; Qui dove ricade la freccia, 1991; Inizio e fine della neve, 1991; La vita errante, 1993; Le assi curve, 2001; La lunga catena dell’àncora, 2008.

Risposte di Yves Bonnefoy

Perché nell’insidia della soglia?

“Perché nell’insidia della soglia? Perché parecchi anni della mia vita furono occupati dal compito di ridare esistenza a una grande casa in Provenza -un monastero con un’antica chiesa, stalle, granai, ma soprattutto rovine- che in quel suo luogo straordinario sarebbe potuta essere -immaginavo- la soglia del paese in cui vivere, il portico della «vera vita». Ma in seguito le difficoltà andarono crescendo, sia quelle interiori sia quelle materiali, e finirono per rendere irrealizzabile l’impresa. Ne ricavai, tuttavia, una lezione. Se le soglie sono illusioni, «insidie», anche le insidie possono diventare occasioni per una riflessione più lucida. E quindi, a loro volta, possono diventare soglie attraverso le quali accedere alla verità nel proprio rapporto con se stessi: là dove l’essere nasce dal non avere. Il libro tenta di fare questa esperienza che è anche una mise en question della scrittura, spazio di tutte le insidie; tende verso quelle parole che rinunciano a imporre i loro sogni e che possono anzi, nella dissipazione di questi sogni, consentirci una luce nuova”.

Chi è Douve, e quale è il messaggio che porta nel suo gioire di morte?

Douve è un luogo, Douve è una donna, Douve è una condizione mentale, Douve è uno strumento nella mani del poeta, Douve è ciò che il lettore vuole che Douve sia. Chi scrive la immagina con il volto di donna, il corpo androgino e lo sguardo nero che penetra oltre la superficie….
Il silenzio che la poesia instaura prima della creazione poetica garantisce l’autenticità delle parole che sorgeranno. Giungere al silenzio come condizione di possibilità di un linguaggio nuovo che dica finalmente il mondo della vita scevro da ogni concettualizzazione e mistificazione. E’ un trattenere il respiro prima dell’immersione, un lungo momento personale, individuale, l’attimo in cui il soggetto prende coscienza di sé stesso come essere vivente per poi gettarsi a capofitto nel mondo della vita, senza paura, senza finzioni.

Faire advenir la présence  –   Far accadere la presenza

Il linguaggio ha diviso l’uomo dal mondo e l’ha privato dell’esperienza della pienezza sensibile.

La poesia cerca di riparare a questa perdita originale, non tanto per ricostruire l’unità persa, che non è altro che un’altra ‘insidia della parola’ chiusa in una forma, ma per insegnarci a “consentire” alla nostra finitezza, cioè a accettare e a assumere la precarietà del mondo, che affiora nei nostri sogni, nelle nostre immagini, nelle nostre parole, a riconoscervi, al di là dell’insidia, la fragilità e la fugacità costitutive della nostra condizione e dunque della nostra vita su questa terra. E’ questa precarietà assunta infine che, la voce della poesia cerca di testimoniare e che celebra, a volte sotto forma di litanie o d’incantatoria, altre volte sotto forma di un racconto poetico o “racconto in sogno”, per farci condividere questo sentimento improbabile della “Presenza”, che è esperienza immediata del mondo e semplicità “seconda”, acquisita attraverso e malgrado le parole, dopo una lenta maturazione, assimilabile a una trasmutazione alchemica.

Il soggetto della poesia

Si potrà mostrare come la parola apparentemente intima si appoggi qui su un soggetto esteriore a sé, molto lontano dalla profondità psicologica del soggetto romantico (un “Je” che non è un “moi”).Colui che scrive è una sensibilità al mondo più che un’interiorità. Il narratore delega la sua esperienza ad altre figure di mediazione, come il bambino, che è allo stesso tempo ricordo di se stesso, soggetto prima delle parole, che sente, sogna, il soggetto che desidera amare, che spera, che cerca un nome, un padre, una dimora dove fissarsi..Questo bambino è dunque anch’egli un’allegoria della poesia.

(Stefania Roncari – tellusfolio.it)

Nei suoi saggi sulla  poesia ricorre spesso la parola ‘finitudine’. Cosa c’è dietro questa parola? E che rapporto ha con il nostro bisogno di immagini?

La finitudine è la cosa più semplice del mondo ma forse la più difficile da spiegare. Noi viviamo in un dato luogo, in un dato momento, circondati da persone mortali … sono questi i nostri limiti.

Nel corso della sua vita ha concentrato il suo interesse sullo studio della civilta’ italiana, dell’arte e della poesia di un paese che ha finito con il considerare la sua seconda patria, da Piero Della Francesca, al Mantenga, a Tiepolo… Ma anche Giacometti, Moranti. E tra i poeti cito Petrarca e Leopardi. Perché questo interesse per l’arte e la poesia italiana?

Forse ciò che mi hanno portato i frequenti viaggi in Italia e in Grecia è la scoperta di opere di autori che si sono posti gli stessi problemi che mi pongo io nella poesia. Abbiamo bisogno di grandi opere per migliorare il rapporto con noi stessi. E in Grecia e in Italia ho letto opere che non conoscevo e così ho avuto la fortuna di approfondire il rapporto con me stesso.

Lei ha conosciuto Andrè Breton, il padre del surrealismo. La sua poesia, ancora oggi, ha una matrice psicologica molto forte. Qual è il legame per lei tra poesia e psicanalisi?

Il surrealismo effettivamente per me ha il merito di aver rivalutato l’inconscio. La virtù di Andrè Breton è quella di aver capito che la poesia nasce proprio da lì, dall’inconscio. La psicanalisi è una scienza che si interessa dell’inconscio ed è per questo che interessa anche noi poeti … Però la psicanalisi e’ troppo concettuale e non e’ in grado di capire la profondità dell’inconscio, che e’ l’esperienza della nostra finitudine, come ho sempre detto. Dunque il poeta stabilisce con lo psicanalista un rapporto di sorveglianza reciproca. Lo psicanalista deve verificare che noi non sostituiamo i sogni alla realta’, al rapporto con noi stessi, mentre invece il poeta ricorda allo psicanalista che la sua ricerca dell’inconscio scaturisce dal limite e quindi non e’ adatta ad esprimere la verita’ piu’ profonda delle nostra vita
… L’interrogativo che pone la poesia è la questione stessa del pensiero concettuale. Poesia e pensiero concettuale, infatti, sono intimamente legati da un rapporto reciproco di affetto e di diffidenza.

… Il pensiero concettuale è nato in Grecia, ma subito è stato deviato dalla sua vocazione ‘terrestre’, dalla speculazione platonica degli agnostici che ha cercato di costruire una realtà superiore, ideale, attraverso i mezzi intellegibili della conoscenza nella quale il mondo si dissipa. E allora, per la poesia la questione fondamentale è : ‘Si ha diritto di lasciare così il luogo terrestre?’
Evidentemente la poesia è essa stessa tentata ad un certo punto, dalla speculazione metafisica. Tutti noi abbiamo in noi stessi, il desiderio di sognare una realtà superiore a quella nella quale viviamo e ancora oggi, questo è ciò che ci attrae verso il tempio greco, verso la statuaria greca del V secolo avanti Cristo. Cioè un mondo in cui la forma sembra prendere la nostra realtà nelle sue mani per trasportarci altrove, ma è a questo punto che interviene la civiltà latina. A me sembra che l’essere al mondo che prende forma nella società romana, sia profondamente diverso. Perché nella sua esperienza iniziale, almeno, c’è questa città, Roma, intorno alla quale si combatte per prendere possesso del mondo. Il pensiero concettuale non è estraneo ai romani, ai latini, ma è a Roma che il pensiero concettuale è sollecitato a lavorare piuttosto sugli eventi terrestri così come vengono vissuti che non a tentare la fuga dal mondo verso una realtà superiore o che sembra tale, che è solamente un sogno… E qui si verifica, a mio modo di vedere, il ritorno della poesia.

Diciamo che per me la poesia è restituire alle cose, fra le quali viviamo, e agli esseri con cui viviamo, la pienezza della loro presenza a se stessi.
Mi dispiace che letteratura francese di oggi si preoccupi troppo, a mio avviso, del linguaggio, della lingua in quanto tale, cioè del suo funzionamento interno, senza invece porsi a sufficienza il problema della relazione che esiste fra la parola e il mondo, perché questo nesso è più del mero linguaggio. Mi sembra, invece, che in Italia attualmente la poesia si lasci meno imprigionare nel fascino del funzionamento interno della lingua, e questo è qualcosa che apprezzo. Credo che il vero futuro della poesia di tutta Europa passi oggi per un confronto incessante tra le diverse esperienze poetiche dei diversi luoghi. In altre parole, credo che la poesia passi per l’attività della traduzione. In una certa misura l’invenzione poetica si trasferisce alla riflessione del traduttore che diventa poeta, che prende coscienza dell’argomento e di come vivono le diverse società.”
(Luigia Sorrentino – festivaletteratura mantova 2007 – rainews24)

Yves Bonnefoy 10Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Nella poesia di Yves Bonnefoy la morte di Dio cessa di essere una sventura, poiché se Dio è morto, noi non siamo più dei viventi; ma forse non è questo che importa di più alla condizione umana secondo il poeta francese. Se Dio è morto, il mondo è pur sempre ancora nostro, nella sua pluralità e promiscuità. È tale come questo « jardin dont l’ange a refermé les portes sans retour ». Giardino di cui l’angelo ha chiuso le porte, che è il vero luogo della Pierre écrite, nella quale noi nasciamo e moriamo soli, ma dal quale nessuna parola divina ci potrà mai scacciare. Paradossalmente, il mondo è ridiventato nostro, l’uomo è diventato proprietario del suo mondo, se ne è riappropriato. E ciò comporta la più grande delle trasgressioni nella storia dell’uomo sulla terra. Quanto all’Altro, avviluppato nella reticenza dei suoi bisogni e nella sua alterità insopprimibile, il poeta non può dargli la parola, noi non sappiamo nulla di lui, in quanto estraneo portatore del suo mondo pulsionale e istintuale, con i suoi fantasmi, i suoi retro pensieri; possiamo solo avvertirne la presenza insidiosa, intuirne il pericolo, l’insidia della soglia, dietro l’immagine dello specchio. Di qui la indirezionalità di questa poesia, la sua natura illusoria, il suo alludere, illudere, il suo indicare per ellissi e per nominazione indiretta, per traslato.

In questa poesia, tra le parole, c’è aria; una atmosfera rarefatta e trasparente. Le parole restano come sospese su un abisso vuoto, nuotano nel vuoto, in distanze siderali l’una dall’altra, incomunicabili e incomunicate, ciascuna chiusa nella propria irrelata singolarità, incapaci di farsi carico di un significato stabile, fondante. Le parole ormai sono diventate esse stesse instabili e impermanenti; sono delle singolarità aleatorie che abitano zone limitrofe, soglie, faglie, limen tra continenti inesplorati e inesplorabili. Per noi umani è più importante l’eco delle parole più delle parole che abitano non intorno al rumore ma dentro il rumore ( « L’écho n’est pas autour du bruit mais dans le bruit »). Quella di Bonnefoy è una poesia che proclama con acuta consapevolezza la propria costitutiva debolezza e transitorietà, priva di salvezza in quanto senza perdizione, ma fattasi forte grazie alla propria fragile aleatorietà.

da Nell’insidia della soglia (1975)

Heurte,

Heurte à jamais.

Dans le leurre du seuil.

A la porte, scellée.

A la phrase, vide.

Dans le fer, n’éveillant

Que ces mots, le fer.

Dans le langage, noir.

Dans celui qui est là

Immobile, à veiller

A sa table, chargée

De signes, de lueurs.
Et qui est appelé

Trois fois, mais ne se lève.

*

Encore quand

Le bras n’est plus que cendre

Dispersée.

Plus avant que le chien

Dans la terre noire

Se jette en criant le passeur

Vers l’autre rive.

La bouche pleine de boue.

Les yeux mangés,

Pousse ta barque pour nous

Dans la matière.

Quel fond trouve ta perche, tu ne sais,

Quelle dérive.

Ni ce qu’éclaireront, saisis de noir.

Les mots du livre.

Plus avant que le chien

Qu’on recouvre mal

On t’enveloppe, passeur,

Du manteau des signes.

On te parle, on te donne

Une ou deux clefs, la vaine

Carte d’une autre terre.

Tu écoutes, les yeux déjà détournés

*

Vers l’eau obscure.

Tu écoutes, qui tombent.

Les quelques pelletées.

Plus avant que le chien

Qui est mort hier

On veut planter, passeur.

Ta phosphorescence.

Les mains des jeunes filles

Ont dégagé la terre

Sous la tige qui porte

L’or des grainées futures.

Tu pourrais distinguer encore leurs bras

Aux ombres lourdes,

Le gonflement des seins

Sous la tunique.

Rire s’enflamme là-haut

Mais tu t’éloignes.

Tu fus jeté sanglant

Dans la lumière.

Tu as ouvert les yeux, criant,

Pour nommer le jour.

Mais le jour n’est pas dit

Que déjà retombe

La draperie du sang, à grand bruit sourd,

Sur la lumière.

Rire s’enflamme là-haut.

Rougeoie dans l’épaisseur

*

Qui se désagrège.
Détourne-toi des feux
De notre rive.

Plus avant que le feu

Qui a mal pris

Est placé le témoin du feu, l’indéchiffré,

Sur un lit de feuilles.

Faces tournées vers nous.

Lecteurs de signes.

Quel vent de l’autre face, inentendu,

Les fera bruire ?

Quelles mains hésitantes

Et comme découvrant

Prendront, feuilletteront

L’ombre des pages ?

Quelles mains méditantes

Ayant comme trouvé ?

*

Oh, penche-toi, rassure,

Nuée

Du sourire qui bouge

En visage clair.

Sois pour qui a eu froid

*

Contre la rive

La fille de
Pharaon

Et ses servantes.

Celles dont l’eau, encore
Avant le jour,
Rellète renversée
L’étoffe rouge.

*

Et comme une main trie
Sur une table
Le grain presque germé
De l’ivraie obscure

Et sur l’eau du bois noir
Prenant se double
D’un reflet, où le sens
Soudain se forme,

Accueille, pour dormir
Dans ta parole,
Nos mots que le vent troue
De ses rafales.

*

« Es-tu venu pour boire de ce vin,
Je ne te permets pas de le boire.
Es-tu venu pour apprendre ce pain
Sombre, brûlé du feu d’une promesse,
Je ne te permets pas d’y porter lumière.
Es-tu venu ne serait-ce que pour
Que l’eau t’apaise, un peu d’eau tiède, bue
Au milieu de la nuit après d’autres lèvres
Entre le lit défait et la terre simple,
Je ne te permets pas de toucher au verre.
Es-tu venu pour que brille l’enfant
Au-dessus de la flamme qui le scelle
Dans l’immortalité de l’heure d’avril
Où il peut rire, et toi, où l’oiseau se pose
Dans l’heure qui l’accueille et n’a pas de nom,
Je ne te permets pas d’élever tes mains au-dessus de l’âtre où je règne clair.

Es-tu venu,

Je ne te permets pas de paraître.
Demandes-tu,

Je ne te permets pas de savoir le nom formé par tes lèvres. »

*

Plus avant que les pierres
Que l’ouvrier
Debout sur le mur arrache
Tard, dans la nuit.

Plus avant que le flanc du corbeau, qui marque
De sa rouille la brume
Et passe dans le rêve en poussant un cri
Comble de terre noire.

Plus avant que l’été
Que la pelle casse,
Plus avant que le cri
Dans un autre rêve,

Se jette en criant celui qui
Nous représente,
Ombre que fait l’espoir
Sur l’origine,

Et la seule unité, ce mouvement
Du corps — quand, tout d’un coup,
De sa masse jetée contre la perche
Il nous oublie.

*

Yves Bonnefoy 6

Nous, la voix que refoule

Le vent des mors.

Nous, l’œuvre que déchire

Leur tourbillon.

Car si je viens vers toi. qui as parlé.

Gravats, ruissellements.

Échos, la salle est vide.

Est-ce « un autre », l’appel qui me répond.

Ou moi encore ?

Et sous la voûte de l’écho, multiplié

Suis-je rien d’autre

Qu’une de ses flèches, lancée

Contre les choses ?

Nous

Parmi les bruits.

Nous

L’un d’eux.

Se détachant

De la paroi qui s’éboule.

Se creusant, s’évasant.

Se vidant de soi.

S,’empourprant.

Se gonflant d’une plénitude lointaine.

*

Regarde ce torrent,

Il se jette en criant dans l’été désert

Et pourtant, immobile.

C’est l’attelage cabré

Et la lace aveugle.

Écoute.

L’écho n’est pas autour du bruit mais dans le bruit

Comme son gouffre.

Les (alaises du bruit,

Les entonnoirs où se brisent ses eaux,

La saxifrage

S’arrachent de tes yeux avec un cri

D’aigle, final.

Où heurte le poitrail de la voix de l’eau,

Tu ne peux l’entendre.

Mais laisse-toi porter, œil ébloui,

Par l’aile rauque.

Nous

Au fusant du bruit,

Nous

Portés.

Nous, oui. quand le torrent
A mains brisées
Jette, roule, reprend
L’absolu des pierres.

*

yves-bonnefoy_2001 Parigi

Le prédateur

Au faîte de son vol.

Criant.

Se recourbe sur soi et se déchire.

De son sein divisé par le bec obscur

Jaillit le vide.

Au faite de la parole encore le bruit,

Dans l’œuvre

La houle d’un bruit second.

Mais au faite du bruit la lumière change.

Tout le visible infirme
Se désécrit,

Braise où passe l’appel
D’autres campagnes

Et la foudre est en paix
Au-dessus des arbres,
Sein où bougent en rêve
Sommeil et mort.

Et brûle, une couleur,
La nuit du monde
Comme s’éploie dans l’eau
Noire, une étoffe peinte

*

Quand l’image divise
Soudain le flux,
Criant son grain, le feu.
Contre une perche.

Heure

Retranchée de la somme, maintenant.

Présence

Détrompée de la mort.
Ampoule

Qui s’agenouille en silence

Et brûle

Déviée, secouée

Par la nuit qui n’a pas de cime.

Je t’écoute

Vibrer dans le rien de l’œuvre

Qui peine de par le monde.

Je perçois le piétinement

D’appels

Dont le pacage est l’ampoule qui brûle

Je prends la terre à poignées

Dans cet évasement aux parois lisses

Où il n’est pas de fond

Avant le jour.

Je t’écoute, je prends

*

Dans ion panier de corde

Toute la terre.
Dehors,

C’est encore le temps de la douleur

Avant l’image.

Dans la main de dehors, fermée,

A commencé à germer

Le blé des choses du monde.

Le nautonier

Qui louche de sa perche, méditante,

A ton épaule

Et toi, déjà celui que la nuit recouvre

Quand ta perche recherche mais vainement

Le fond du fleuve,

Lequel est, lequel se perdra.
Qui peut espérer, qui promettre ?
Penché, vois poindre sur l’eau
Tout un visage

Comme prend un feu, au reflet
De ton épaule.

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24 commenti

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24 risposte a “Yves Bonnefoy ALCUNE POESIE da “L’insidia della soglia” (1975) – Alcuni stralci di interviste al poeta e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – Far accadere la presenza; La finitudine; Il soggetto, (un “Je” che non è un “moi”).

  1. gabriele fratini

    Ci deve essere un errore. Non riesco a scorgere la traduzione in italiano dei testi. Così al massimo posso commentare l’insidia della sogliola, per tentare di evitarla a ora di pranzo.
    Un saluto.

  2. Caro Gabriele, nessun errore, abbiamo messo solo l’originale in francese. Credo che la comprensione dei testi non sia difficile per chi abbia una conoscenza anche non profonda della lingua francese.

    • clara di stefano

      il mio ..povero francese non mi consente di penetrare il cuore dei versi che intuisco toccanti, ma ho apprezzato “le note critiche” che mi riportano alle riflessioni filosofiche d Cassirer ne “La filosofia delle forme simboliche” e relative problematiche del linguaggio e della sua determinanza nella definizione dell’Uomo…..

  3. andavo malissimo in francese, doveroso omaggio a questo poeta che ci ha lasciato pochi giorni fa

  4. Per chi volesse saperne di più, cito da
    https://www.maulpoix.net/Oeuvre%20de%20Bonnefoy.htm

    Durant son adolescence, Yves Bonnefoy rencontra la poésie à travers le surréalisme (Arc 85). A Paris, après guerre, il se lie d’amitié avec Brauner, rencontre Breton, fonde une revue violemment surréaliste, mais reste à distance du groupe.

    Le surréalisme, à ses yeux, participe d’une colère contre l’apparence, une dénonciation de la réalité : on commence par se défaire du monde pour accéder au soulèvement de la parole. Adhère donc au surréalisme celui “qui associait instinctivement l’idée de la poésie à une intensification de la conscience et de la parole” (Arc 85)

    Dans certains tableaux ou collages, comme La Semaine de bonté de Max Ernst, Yves Bonnefoy poursuit cette expérience de la défaillance du sens et du vertige métaphysique. Et c’est là, aussi bien, l’expérience surréaliste du langage : celle du vertige de la langue. Dans sa “leçon inaugurale au Collège de France”, Bonnefoy écrit ceci :

    Et cet excès des mots sur le sens, ce fut bien ce qui m’attira, pour ma part, quand je vins à la poésie, dans les rets de l’écriture surréaliste. Quel appel, comme d’un ciel inconnu, dans ces grappes de tropes inachevables! Quelle énergie, semblait-il, dans ces bouillonnements imprévus de la profondeur du langage! Mais, passée la première fascination, je n’eus pas de joie à ces mots qu’on disait libres. J’avais dans mon regard une autre évidence, nourrie par d’autres poètes, celle de l’eau qui coule, du feu qui brûle sans hâte, de l’exister quotidien, du temps et du hasard qui en sont la seule substance; et il me sembla assez vite que les transgressions de l’automatisme étaient moins la surréalité souhaitable, au-delà des réalismes trop en surface de la pensée contrôlée, aux signifiés gardés fixes, qu’une paresse à poser la question du moi, dont la virtualité la plus riche est peut-être la vie comme on l’assume jour après jour, sans chimère, parmi les choses du simple. Qu’est-ce, après tout, que la langue, même bouleversée de mille façons, auprès de la perception que l’on peut avoir, directement, mystérieusement, du remuement du feuillage sur le ciel ou du bruit du fruit qui tombe dans l’herbe?” (Entretiens, p.187).

    Outre la véhémence de « détruire », Bonnefoy retiendra donc surtout du surréalisme le sens de la trouvaille et de la coïncidence : le goût (salué chez Breton) des objets de rencontre et des chemins traversiers qui coupent mystérieusement nos trajectoires ordinaires. Il a apprécié dans la poétique surréaliste qu’elle fût “suprêmement attentive”, mais il a opéré un recentrement de cette attention sur le réel, sans mythification.

    2. Éloignement

    Ce que Bonnefoy en effet refuse du surréalisme, c’est qu’il idéalise l’objet et qu’il tende à substituer la chimère poétique à la réalité même. Il refuse aussi bien l’exaltation du moi, le vertige, la dépossession, le dérèglement (Ainsi l’intéresse en premier lieu chez Rimbaud une sortie du surréel, un retour à la réalité rugueuse).

    Yves Bonnefoy refuse l’installation dans le rêve, un “occultisme” du surréalisme qui bientôt lui est apparu : “je m’imaginais que le surréalisme était tout le contraire d’un occultisme, autrement dit qu’il ne tendait qu’à révéler les richesses du monde qui tombe sous les sens, et de la vie possible en son sein, sans croire à des puissances cachées.” (Arc, 86)

    Il rejette ce qu’il appelle “la mauvaise présence” et qui consiste à troquer ce qui est contre ce qui n’est pas et à s’abandonner à “du religieux de travers”, ce qui, pour lui, consiste à survaloriser indûment tel ou tel objet au détriment des autres (gnosticisme) (cf Arc 89). (“L’attitude gnostique, autrement dit, c’est de substituer à tout, et à autrui en particulier, une image qu’on tient pour le seul réel” . Et Yves Bonnefoy ajoute qu’il y a risque de gnose dès qu’il y a écriture (Arc 90).

    3. L’itinéraire des “Poèmes”

    D’abord une période de relatif raidissement critique (Douve, Hier régnant désert) puis une période de consentement, d’acceptation (Pierre écrite, Dans le leurre du seuil) : de l’une à l’autre de ces deux “époques”, la parole tend à se simplifier.

    Comme l’observait John J. Jackson (Sud, 69), “dans la première grande période de cette oeuvre, on sent l’effort pour détruire, pour répandre le sang dans les Orangeries, pour brûler, en bref, le monde-image qui voile notre finitude”. Douve est en effet le moment critique de l’image, moment de sa consumation qui conduit jusqu’au règne du désert. Yves Bonnefoy conçoit essentiellement la poésie comme une “crise pure et violente” à cette époque : “Je voudrais que la poésie soit d’abord une incessante bataille, un théâtre où l’être et l’essence, la forme et le non-formel se combattront durement.” (L’acte et le lieu).

    “Pierre écrite” marque une étape nouvelle : “Nous ne voyons plus dans la même lumière” en affirmant une union nouvelle entre le rêve et l’évidence. Cette étape a été préparée, semble-t-il, par le poème “Dévotion” (daté de 1959) et qui marque une sorte de tournant vers une position de conciliation ou d’acquiescement.

    Sous la plume d’ Yves Bonnefoy , on n’observe guère de clôture des textes sur eux-mêmes, mais plutôt les étapes d’un cheminement. Le poète déclare à ce propos : “Je n’écris pas de poèmes, s’il faut entendre par ce mot un ouvrage bien délimité, autonome (…) ce que j’écris ce sont les ensembles dont chacun de ces textes n’est qu’un fragment” (Entretiens, 19). Ce qui importe, c’est bien l’expérience qui est faite du poétique, dans sa relation étroite avec la maturation de la pensée du sujet lui-même.

    La quête de la présence

    Cette poésie est en quête de la présence : un sens qui se reforme dans les choses simples. Présent dès 1958, le mot “présence” termine l’essai sur “l’acte et le lieu de la poésie” (où se trouvent aussi des expressions clés comme “vrai lieu” et “vérité de parole”).

    1. Critique du concept

    Le concept est la notion pure, coupée de la réalité : il porte le langage au comble de son pouvoir d’abstraction. Yves Bonnefoy récuse le concept, en temps qu’intelligibilité séparée des choses, abstraction étrangère au sensible, à l’humain : le concept fige le langage : “il y a un mensonge du concept en général , qui donne à la pensée pour quitter la maison des choses le vaste pouvoir des mots” (Les Tombeaux de Ravenne, 22)

    Son « Anti-platonisme » conduit le poète à ne pas chercher l’être au-delà du sensible, en se dégageant de lui, mais dans l’apparence même. Tel est l’énoncé majeur de l'”Anti-Platon” : “il s’agit bien de cet objet”, car les “choses d’ici” pèsent “plus lourd dans la tête de l’homme que les parfaites Idées”.

    Yves Bonnefoy renverse donc la position idéaliste qui conçoit l’apparence comme coupable de notre impossible appréhension de l’être : c’est, pour lui, l’idée, le concept qui barre le chemin et masque le visage de l’être.

    De sorte qu’au langage pétrifié du concept il va opposer un certain flottement de la parole poétique dans le voisinage de l’innommable. Dans son étude sur Arthur Rimbaud, il écrit : “il suffira que les mots refusent la persuasion du concept; qu’ils se retiennent de servir, qu’ils déçoivent l’esprit d’observation naturelle pour rester autant que possible dans la lumière de l’innommé” (p.66)

    D’où la relative difficulté de maints poèmes d’Yves Bonnefoy : son univers est parfois difficile à appréhender en ce que le poème brouille ses propres contours ; il est une parole ambiguë, qui efface la limite, qui refuse de trop cerner l’objet, qui déjoue la séparation entre les choses au profit du rétablissement d’un ensemble de correspondances.

    2. L’exemple de Douve

    Douve, par exemple, est un mot, un nom, qui déjoue le concept : un nom qui résiste à la tentation de l’identité en même temps qu’il la formule. Douve ne se laisse pas identifier ou résoudre. Elle se caractérise par une pluralité de possibles, c’est une créature multiforme, virtuelle : personnage féminin, fossé d’eau dormante, rivière souterraine, lande résineuse, village de braise, “lente falaise d’ombre”, elle est un lieu-femme qui représente à la fois l’infigurable et le travail même (miroitement) de la figuration : elle est le poème à l’oeuvre. Elle est proprement (modernement) cela qui n’existe que dans/par le langage et à l’intérieur du langage par l’écriture poétique. Elle désigne et concentre la quête dramatisée de la présence : en constante métamorphose et suscitant la parole. En cette sorte de « gaste pays », la pauvreté élémentaire est corrigée par la surabondance des dénominations possibles. Douve est ainsi le territoire d’une épreuve initiatique, au sens propre d’une ordalie (“épreuve judiciaire par les éléments naturels », jugement de Dieu par l’eau, le feu).

    De même, dans Les tombeaux de Ravenne, le feuillage empêche les tombes de révéler brutalement le néant, mais les anime “d’une vie subtile qui se fait dans le marbre par frémissement”. On aboutit ainsi à cette union qui définit également Douve et qui sert de modèle à l’écriture poétique : “conjonction de la pureté d’une eau et de la fluidité d’une parure, d’une immobilité solennelle et de secrets mouvements, inexplicablement la pire angoisse s’y calme.”

    3. Évoquer la présence

    Présence est le mot clef de la poétique et de la pensée d’Yves Bonnefoy. Ainsi a-t-il titré sa leçon inaugurale au Collège de France : “la présence et l’image ». Recherchée dans une géographie, la présence est une posture existentielle. Ce mot se présente comme une possibilité de synthèse entre réel et surréel. La présence, en effet, n’est autre que de l’immortalité sentie au coeur même de la finitude : elle est à la fois mouvement et immobilité, ce qui transit le sujet et ce qui met en valeur sa transitivité

    La terre est, le mot présence a un sens ” (AP, 149)

    Voici le monde sensible. Il faut que la parole, ce sixième et ce plus fort sens, se porte à sa rencontre et en déchiffre les signes. Pour moi, je n’ai de goût qu’en cette tâche.

    Écrire de la poésie, c’est pour Yves Bonnefoy “rendre le monde au visage de sa présence” (Entretiens, 58).

    Cette présence est reconquise auprès de la mort, dans la pensée ou dans l’ombre de la mort : “La vraie poésie, celle qui est recommencement, celle qui ranime, naît au plus près de la mort.” (AR), et, dans Douve, : “Il te faudra franchir la mort pour que tu vives / La plus pure présence est un sang répandu.”

    La mort doit être reconnue, acceptée pour que la présence soit possible. Yves Bonnefoy critique dans le système “l’achèvement d’une digue contre la mort“. Par l’expérience de la poésie cette digue s’effondre, la mort est rencontrée, visitée (Orphée, Blanchot), et à la place de cette digue s’ouvre le fossé de Douve, lieu obscur mais qui miroite et associe la liquidité à la pierre, clair-obscur d’une condition…

    Douve ainsi se présente comme une double traversée du désir et de la mort : une espèce de fable qui serait l’histoire même du langage aux prises avec le monde.

    L’épigraphe de Douve le confirme : nous ne pouvons retrouver notre réalité d’être humain que si nous acceptons notre finitude. Nous devons nous penser à l’intérieur de la mort : c’est parce que nous pouvons nous penser dans la perte que nous pouvons aussi nous penser dans la plénitude de l’instant. Nous ne pouvons être présents aux choses que si nous avons accepté de les perdre.

    A ce propos, on peut être frappé par l’absence de toute nostalgie dans la poésie d’ Yves Bonnefoy où ne se rencontre pas de topos élégiaque du “ubi sunt”. L’effort de prise de conscience travaille à apaiser “les feux du monde enfantin”. Le poète résiste à la nostalgie de la magie du verbe. Sur le plan esthétique, cela conduit à une poésie qui refuse l’utilisation du concept et qui s’éloigne de l’image : elle refuse ce double abri de la permanence idéale et du merveilleux utopique.

  5. Rossella Cerniglia

    Dell’intervista a Y. Bonnefoy ho apprezzato soprattutto questi due distinti pensieri che interamente condivido: “Tutti noi abbiamo in noi stessi, il desiderio di sognare una realtà superiore a quella nella quale viviamo e ancora oggi, questo è ciò che ci attrae verso il tempio greco, verso la statuaria greca del V secolo avanti Cristo. Cioè un mondo in cui la forma sembra prendere la nostra realtà nelle sue mani per trasportarci altrove (…)”
    Ed inoltre, relativamente al linguaggio: “Mi dispiace che letteratura francese di oggi si preoccupi troppo, a mio avviso, del linguaggio, della lingua in quanto tale, cioè del suo funzionamento interno, senza invece porsi a sufficienza il problema della relazione che esiste fra la parola e il mondo, perché questo nesso è più del mero linguaggio. Mi sembra, invece, che in Italia attualmente la poesia si lasci meno imprigionare nel fascino del funzionamento interno della lingua, e questo è qualcosa che apprezzo.
    Riguardo poi alle poesie di Bonnefoy postate sul blog mi pare che le probabilità di apprezzarle nel profondo attraverso una traduzione estemporanea, siano scarse, ammesso poi che si conosca bene la lingua francese. Ma attraverso l’impressione che me n’è rimasta da qualche lettura di suoi versi tradotti in italiano debbo convenire sulle parole di G. Linguaglossa, là dove afferma:
    “Credo che In questa poesia, tra le parole, c’è aria; una atmosfera rarefatta e trasparente. Le parole restano come sospese su un abisso vuoto, nuotano nel vuoto, in distanze siderali l’una dall’altra, incomunicabili e incomunicate, ciascuna chiusa nella propria irrelata singolarità, incapaci di farsi carico di un significato stabile, fondante”.

  6. Giuseppe Panetta

    Ho letto, a suo tempo, Bonnefoy, sponsorizzato a metà degli ’80 del 900 da Spaziani e anche da Bellezza.
    “Je prends la terre à poignées”

    Altro non so.

  7. antonio sagredo

    bisogna essere assolutamente plurilingue!
    (se no v’attaccate a…)

  8. Giuseppe Panetta

    Es-tu venu pour boire de ce vin,
    Je ne te permets pas de le boire.
    Es-tu venu pour apprendre ce pain
    Sombre, brûlé du feu d’une promesse,
    Je ne te permets pas d’y porter lumière.

    Sei venuto a bere questo vino,
    non ti permetto di berlo.
    Sei venuto ad apprendere questo pane
    scuro, bruciato dal fuoco d’una promessa
    Non ti consento di portare la luce.

    Traduzione estemporanea. Bisognerebbe lavorare un po’ su “apprendre” e su “porter”… ma è notte fonda e sono stanco.

  9. Vorrei attirare l’attenzione dei commentatori e dei lettori su un aspetto preso in prestito dal commentatore francese:

    flottement de la parole poétique dans le voisinage de l’innommable

    Ecco qui il punto nevralgico dove si deve situare il linguaggio poetico. Qualsiasi linguaggio poetico. Lì si misurerà la forza di quel linguaggio poetico.

  10. Ieri sera al Parco Pincherle di Bologna ho dato pubblica lettura di questi versi, rigorosamente in italiano alla memoria di Bonnefoy:

    LA SCIARPA ROSSA

    In alto un atrio nel cielo.
    Il sole, al di là. Il comandante
    Del vecchio mercantile riceve un viaggiatore.
    Un oblò è aperto, le onde sono vicine.

    E lui che fa? Si è alzato, lancia
    Da questo oblò una cosa, poi altre.
    Così: perché, mi dice, questa sciarpa,
    Mio padre me la donò, alla mia partenza

    Per il primo di tanti viaggi.
    L’ho amata, mi è parso che mi dicesse,
    L’ho serbata per questo giorno in cui muoio.

    La spinge fuori, essa si ripiega
    Sulla sua mano, e si rigonfia, poi si dispiega.
    Per un istante su noi due tutto il cielo è rosso.

    (Yves Bonnefoy)

  11. ubaldo de robertis

    “Parole galleggianti in prossimità dell’ indicibile”. Condivido!
    Mi piace: /Il silenzio che la poesia instaura prima della creazione poetica…// un trattenere il respiro prima dell’immersione, un lungo momento individuale, l’attimo in cui il soggetto prende coscienza di sé stesso come essere vivente per poi gettarsi a capofitto nel mondo della vita, senza paura, senza finzioni./
    Mi diletta a lettura delle poesie di Yves Bonnefoy pur con il mio francese approssimativo.
    Ubaldo de Robertis

  12. apprendo ora con sconcerto della morte di Valentino Zeichen

  13. Domani inseriremo un articolo sulla figura e la poesia di Valentino Zeichen.

  14. Giuseppe Panetta

    Metafisica tascabile, di Zeichen. Mi sono divertito molto nel leggerlo. Lo rileggerò in memoria, in attesa dell’articolo di domani.

  15. antonio sagredo

    Valentino Zeichen incontrato varie volte nei primissimi anni ’70. Era spesso ospite del poeta Tommaso-Riccardo da cui ci riunivamo intere notti a parlare di poesia e a sparlare di poeti. Poteva riuscire antipatico spesso, come spesso era divertente. Tommaso lo sopportava a malapena ma la sua presenza era necessaria poi che sapeva metter buon umore a tutti. Lo osservavo mentre declamava i suoi versi: era un istrione pacato
    e prudente, ma la sua voce lasciava a desiderava, allora Tommaso recitava i suoi versi e la sua poesia acquistava vigore, nonostante i versi non fossero all’altezza dei versi di Tommaso. Il tempo passò inesorabile e non ci si vide più. Strana la sua presenza in mezzo a tanti poeti fasulli, a tanti poeti meno validi di lui ma più noti: ma forse era il contesto che più gli si confaceva. Non ho mai apprezzato i suoi versi allora, e meno ancora quelli che mi capitava di leggere quando oramai non ci si vedeva più. Non occuperà un posto rivelante, ma medio nella mia scala di valori o di Giacobbe se volete. Di lui rimpiango la eleganza e la ricercatezza del suoi abiti. Era un dandy mancato, come i suoi versi che potevano, se fossero stati più lavorati, più efficaci. Comunque, se ne è andato, e a m,e restano quelle sere e quelle notti a casa di Tommaso-Riccardo.

  16. antonio sagredo

    Scusate, dovevo scrivere qualcosa sul poeta francese Bonnefoy. Dunque poeta che mi riesce difficilmente simpatico sia come persona che come versificatore. I suoi versi entro cui le sue parole fanno fatica a divenir “cantate” mi sono ostici, non perché incomprensibili, ma il contrario: troppo chiaramente scoperti, troppo comuni e banali i sentimenti che vorrebbe esprimere, insomma non è stato mai nelle mie corde! Quei versi spezzati (che non è frammentazione se mai un tentativo di riconciliazione fra ritmo appena abbozzato e chiarezza conclamata: a favore di chi non ho mai compreso: se al lettore o a se stesso)… quei versi spezzati insomma denotano a mio giudizio una incapacità ad affondare il pugnale affilato delle parole fino a sanguinare… una quotidianità espressa senza mai divenire una quotidianità accettabile… il poeta vaga fra sensi e sentimenti non chiari: la sua parola non è stata mai all’altezza di esprimere compiutamente o il Nulla o il Tutto… oscilla e fatica… io sono consapevole che sono maldestro nei miei giudizi, ma non comprendo gli osanna sperticati verso un poeta che era lodato per i suoi tentativi d’essere il più chiaro possibile verso se stesso e i (suoi) lettori. La Poesia non è solo consapevole chiarezza (secondo il francese; sarebbe stato meglio per lui se la sua poesia fosse stata inconsapevole chiarezza!); la Poesia è una continua metamorfosi e in questa vuole essere cantata. Un verso del poeta praghese Vitezslav Nezval lo dichiara apertamente:

    ” E di nuovo ti canto nelle metamorfosi”

  17. Essendo francese non mi ha disturbata l’assenza di traduzione delle poesie di Bonnefoy, che conoscevo poco, lo confesso. Le ho letto con una sensazione strana di sospensione, come fossero pervase da un’indefinibile reticenza ad aprirsi del tutto, parole di uno che dice e non dice, in un certo senso rimane sulla soglia, lo dice lui stesso. Dice però anche “Voici le monde sensible. Il faut que la parole, ce sixième et ce plus fort sens, se porte à sa rencontre et en déchiffre les signes.” Ora si è portato “à sa rencontre” nel mentre lo ha abbandonato se scrive ancora “la vraie poésie, celle qui est fascination recommencement, celle qui ranime, nait au plus près de la mort”.

    Ma “brûle une couleur
    la nuit du monde
    comme s’éploie dans l’eau
    noire, une étoffe peinte.”
    Fascination de l’eau et du “noir” souvent évoqué.

    La parola poco adoperata in francese “douve” , che significa il fossato riempito d’acqua intorno alla fortezza o castello, mi ha ricordato una cosa che ho scritto anni fa (Cellule):

    A son terme échoué
    las de son image
    un reflet dépressif a voulu
    effacer son empreinte
    annuler son passage

    sans plus se contempler
    il a grimpé
    les parois lisses
    de sa prison de glace
    et joint à son sommet
    s’est lancé dans le vide

    son envol a duré
    l’espace d’un oubli
    puis il s’est enfoncé
    lentement
    doucement
    sous la peau satinée
    de la douve endormie

    autour de sa carcasse
    citadelle soumise
    quelques cercles
    fuyants
    dans une ample dérive
    ont pour un court instant
    signalé son impact
    et puis s’en sont allés.

  18. Dedicata a Yves Bonnefoy

    7 luglio 2016

    Toi Douve profonde
    de paroles grouillante
    et de futiles choses
    toi Douve aux eaux stagnantes
    à la fois
    mienne et moi

    Aux aguets veille
    per dessus toi
    le pont-levis
    qui refuse et tolère
    repousse et accueille
    et s’abaisse prudent
    prévoyant un assaut
    contrôle les créances
    de qui demande accès
    ou prétend d’échapper
    de la noire citadelle

    En cette heure précieuse
    glauque Douve
    aux eaux dormantes
    tu as trompé
    du pont la surveillance
    et recueilli
    au-delà de ton seuil
    celui qui du donjon
    a pris le vol.

    Tu Douve profonda
    di parole brulicante
    e di futili cose
    tu Douve dalle acque stagnanti
    insieme
    mia e me

    Sopra di te vigila
    in agguato
    il ponte-levatoio
    che rifiuta e tollera
    respinge ed accoglie
    si abbassa prudente
    prevedendo un assalto
    controlla le credenze
    di chi chiede accesso
    o cerca di scappare
    dalla nera fortezza

    In quell’ora preziosa
    glauca Douve
    dalle acque dormienti
    ingannando
    del ponte la sorveglianza
    di là della tua soglia
    hai accolto colui
    che dal castello
    ha spiccato il volo.

  19. Ovviamente sono in disaccordo con Antonio Sagredo, lui ha le sue idee che sono molto diverse dalle mie. Di Bonnefoy è inutile parlare se prima non si studia a lungo la sua poesia, della quale si possono avere idee diverse e disparate ma non si può negare in nessun modo che qui siamo in presenza di un poeta di taglio elevato, la cui poesia è immediatamente riconoscibile pur in mezzo a decine di altri autori, e poi per la rarefazione estrema del suo linguaggio che, a volte, raggiunge l’astrattezza da lui tanto aborrita. Voglio dire che la sua poesia è talmente rarefatta che attinge, involontariamente, e quasi ci si scontra, l’astratto.
    Un pensiero rivoluzionario e acutissimo di Bonnefoy sul quale invito i lettori a soffermarsi è questo (che io ripeto da tanto tempo) :

    «Mi dispiace che letteratura francese di oggi si preoccupi troppo, a mio avviso, del linguaggio, della lingua in quanto tale, cioè del suo funzionamento interno, senza invece porsi a sufficienza il problema della relazione che esiste fra la parola e il mondo, perché questo nesso è più del mero linguaggio».

    Il vero problema che sta di fronte alla poesia oggi è proprio questo. Non i giochi linguistici o le belle frasi, ma il rapporto che lega la poesia al mondo. È un pensiero di grande altitudine. Occorre un grande coraggio per predisporsi ad accoglierlo.

    Infine, complimenti a Edith Dzieduszycka per le sue belle composizioni.

  20. antonio sagredo

    Carissimo Giorgio, sono così legato al mondo, che desidero tanto essere slegato. Se il Poeta vuole legarsi al mondo, è libero di legarsi. La Poesia al contrario non ha bisogno di rapporti e tanto meno di legarsi al mondo, semplicemente è il mondo stesso: si autolega, si slega, fa come gli piace, ecc.- Quanto riguarda i “giochi linguistici o le belle frasi”,. se diretto a me, devi sapere che li aborro, e i miei versi non possono essere tali, altrimenti non avrei mai scritto un verso! Possono sembrare tali perché ubriacano il lettore e allora si tratta di giostre, di tornei, ecc. Quanto riguarda il poeta francese confermo ciò che ho scritto, anzi sono stato buono, come un angelo…
    —-
    Tornei e giostre: non “giochi linguistici o le belle frasi”

    Tentativi di definizione

    Poesia
    sono tornei tra mare e cielo,
    sembianti esotici, geometrie terribili.
    Labirinti dove soli si azzuffano ringhiando,
    universi che imitano apocalissi.

    Poesia
    sono tornei di tenerezze inaudite,
    teatri di rugiade, prodigi evanescenti.
    Finzione dei tarocchi che sognano destini,
    immagini di fate e di leggende.

    Poesia
    sono tornei fra misteri di cristallo,
    rubini dei cristalli, disperate corone.
    Vanità delle lune dove s’indugiano i poeti,
    cavalieri erranti, antiche sinfonie.

    Poesia
    sono tornei tra cielo e terra,
    cigni in lagrime, donne innamorate.
    Rosari di canicole dove smania la tortora,
    deliri di madreperla, narcisi impazziti.

    a.s.

    Praga, 28 gennaio 1977
    —————————————————–
    Quanto riguarda Valeentino Zeichen: mi sono sbagliato: il mio intervento non è stato cancellato. Scusatemi

  21. Le parole di B.

    Poesia complessa ma estremamente bella.
    Complimenti.

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