Paolo Valesio “Il servo rosso (The red servant) Poesie scelte (1979-2002)” puntoacapo, 2016 a cura di Graziella Sidoli traduzione inglese di Michael Palma e Graziella Sidoli (puntoacapo, 2016) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “La poesia incivile di Paolo Valesio”; “Il percorso dall’assenza all’essenza

foto palazzo illuminato

palazzo con finestre illuminate e buie

Paolo Valesio è nato nel 1939 a Bologna. É Giuseppe Ungaretti Professor Emeritus in Italian Literature all’Università di Columbia a New York e presidente del “Centro Studi Sara Valesio” a Bologna. Oltre a libri di critica letteraria e di critica narrativa, a numerosi saggi in riviste e volume collettivi, e a vari articoli in periodici, ha pubblicato: Prose in poesia (1979), La rosa verde (1987), Dialogo del falco e dell’avvoltoio (1987), Le isole del lago (1990), La campagna dell’Ottantasette (1990), Analogia del mondo (1992, Premio di poesia “Città di San Vito al Tagliamento”), Nightchant (1995), Sonetos profanos y sacros (originale italiano e traduzione spagnola, 1996), Avventure dell’Uomo e del Figlio (1996), Anniversari (1999), Piazza delle preghiere massacrate (1999, Premio “DeltaPOesia” – rappresentato in versione teatrale a Roma e a New York), Dardi (2000), Every Afternoon Can Make the World Stand Still /Ogni meriggio può arrestare il mondo (originale italiano e traduzione inglese, 2002, seconda edizione 2005 – rappresentato in versione teatrale a Forlì e a Venezia), Volano in cento (originale italiano, traduzione spagnola e traduzione inglese, 2002), Il cuore del girasole (2006, Premio “Colli del Tronto”, 2007), Il volto quasi umano (2009) e La mezzanotte di Spoleto (2013). È autore di due romanzi: L’ospedale di Manhattan (1978) e Il regno doloroso (1983); di una raccolta di racconti, S’incontrano gli amanti (1993), di una novella, Tradimenti (1994), e di un poema drammatico in nove scene, Figlio dell’Uomo a Corcovado, rappresentato a San Miniato (1993) e a Salerno (1997). Da anni Valesio è impegnato nella scrittura parallela di quattro romanzi diari, ovvero, romanzi quotidiani, che costituiscono una quadrilogia narrativa ancora per la maggior parte inedita (a eccezione di alcune anticipazioni su riviste).

pittura Mark Baum (American, 1903–1997). Seventh Avenue and 16th Street, New York, 1932. The Metropolitan Museum of Art, New York. Edith C. Blum Fund, 1983

Mark Baum (American, 1903–1997). Seventh Avenue and 16th Street, New York, 1932. The Metropolitan Museum of Art, New York

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia «incivile» di Paolo Valesio

Scrive Mark Strand (19 settembre 2015, da “Il sole 24 ore”):

«La poesia sembra perpetuamente in crisi, eppure senza meravigliare nessuno, riesce sempre a sopravvivere. (…) Tuttavia, se vogliamo dare un giudizio sul valore della poesia contemporanea, non dobbiamo basarci sui suoi esempi più deboli, così come non lo facciamo per quella del passato. Dovremmo tenere a mente che ogni epoca ha criticato la propria poesia, dicendo che non reggeva il confronto con le grandi opere dei secoli precedenti; chi si lamenta della poesia di oggi, quindi, non fa altro che portare avanti questo stesso rituale di accuse.

Non c’è ragione di credere che la poesia odierna sia in declino, che sia arrivata al capolinea e che sia ormai condannata al l’irrilevanza. Non so in Italia, ma negli Stati Uniti il numero di persone che scrivono poesie è più alto che mai, e questo nonostante il fatto che le distrazioni che ci allontanano da noi stessi siano oggi molto più numerose e potenti che non in passato. Ma forse è proprio questa la ragione della crescente popolarità della poesia: gli uomini vogliono ricordarsi chi sono, vogliono fare esperienza della loro umanità, ossia della loro capacità di provare sentimenti. La poesia rappresenta quindi una difesa contro la dipendenza anestetizzante dagli slogan e dai cliché che contraddistingue la società, contro la povertà di linguaggio dei nostri politici e dei nostri telegiornali. In ogni epoca, essa offre nuovi modi per dire ciò che ha sempre detto e per ricordarci che, ieri come oggi, siamo sempre esseri umani».

Oserei dire che la poesia di Paolo Valesio proviene da una metafisica, da una Idea piuttosto che da un «tema», da una Idea di stile piuttosto che da uno «stile»; ai suoi occhi l’«Idea» precede sia il «tema» che lo «stile». Ad un poeta come lui non può essere sufficiente adeguarsi ad una procedura sperimentale fine a se stessa o un linguaggio poetico stilisticamente stabilizzato, Valesio deve ancorare l’epifenomeno del linguaggio ad una dimensione extramondana duratura, stabile che trascenda il presente per collocarsi nell’«infinito» del passato e del futuro. Il filologo Carlo Diano parlava di un periechon, di un infinito, un «divino», posto nel futuro, da cui, nella concezione greca, proviene l’«evento». Si può dire che Valesio ha cercato per tutta la vita l’«evento» della poesia, trovandolo infine nella «conversione» al cattolicesimo, dove la sua scrittura ha potuto alloggiare, dopo un lungo peregrinare, con saldezza di fondamenta. Per il cristiano il percorso umano è un camminare peregrinando, un pellegrinaggio alla ricerca del fondamento. Questo spiega, come scrive Peter Carravetta, «l’incamminarsi verso una scrittura della memoria, del tempo, del vissuto da un lato, e una seconda strada che s’interroga in maniera più meditata di prima sul sacro (e naturalmente sul suo antinomio, il profano…). Si comprende come questa poesia, che superficialmente può essere considerata religiosa, ha poco a che vedere con manifestazioni chiesastiche e catechistiche», suo tratto distintivo è lo «sviluppo di una dialettica tra profano/ mondano e sacro/ spirituale all’altezza di una quête  teologica pura, tensione all’alto, a un Dio o a una Idea di dio che non può in nessun senso raffigurarsi o concepirsi».1

Scrive Paolo Lagazzi: «Tutte le parole di Valesio nascono da un’indisponibilità intima alle scelte fondate su una presunta facilità espressiva, in realtà corrive verso il già detto; tutto il suo linguaggio tende a un dialogo amoroso col silenzio… Nutrire la parola di silenzio non vuol dire per Valesio risalire alle matrici storiche del modernismo, cioè all’ineffabilità in versione simbolica o ermetica. La sua ricerca comporta anzitutto un lavoro sul corpo concreto della lingua, fuori da ogni pratica orfica, da ogni ideologia dell’aura o della vaghezza lirica, e solo poi una messa a fuoco della parola in quanto esperienza di soglia, in quanto tensione… all’altro da sé. Non c’è infatti parola vivente, per Valesio, che non sia innervata dal bisogno di confrontarsi con tutto quanto sta prima e dopo la sua presa: il silenzio, appunto, e i rumori del mondo; il vuoto e il pieno dei fenomeni; il lato prelinguistico e quello post-linguistico dell’esperienza. Punto d’approdo di questa riflessione è lo straordinario Dialogo coi volanti, testo in prosa… Qui il confronto con i suoni, i fruscii e i segnali di cigni, fringuelli, scoiattoli e procioni diventa l’occasione di un serrato corpo a corpo con i limiti e le potenzialità del linguaggio umano: solo piegandosi, con attenzione e flessibilità, a una “logica” del silenzio, a un drastico ridimensionamento delle pretese registiche dell’io, solo facendosi obbediente a ciò che sfugge alla presa delle categorie mentali… la nostra lingua può rinnovarsi, può ritrovare la freschezza e il calore della vita, dell’essere […]

Da un punto di vista formale l’alterna tensione tra il “fuori” e il “dentro” porta la scrittura del poeta a scelte in apparenza opposte: a un recupero di modelli “chiusi” della tradizione come il sonetto, ma anche a un dispiegamento delle forme libere dell’oralità».2

 La chiave ermeneutica della poesia di Valesio verrà individuata da Giorgio Luzzi «tra basso corporale e alto spirituale» e nella «padronanza delle misture mistilinguistiche».3 Guido Guglielmi dirà che la sua poesia «si costituisce in rapporto alla prosa. Per scrivere poesia Paolo Valesio ha bisogno di contaminare poesia e prosa, poesia e racconto. E ciò lo porta coerentemente a tendere verso la forma del poemetto, o verso la prosa-in-poesia, che egli stesso ha assai bene teorizzato, o, comunque, verso una poesia di situazioni».4

Tutto vero, se si tiene conto che la poesia di Paolo Valesio si presenta, fin dalle prime opere: Prose in poesia (1979), La rosa verde (1987), Dialogo del falco e dell’avvoltoio (1987), come una traduzione del discorso sacro nel discorso poetico profano, un discorso traslato, «interrotto» e subito ripreso sulla presenza del messaggio evangelico nel tempo della scomparsa del divino, nell’epoca della povertà dello Spirito. Un percorso assolutamente singolare di costruzione di una spiritualità stilistica ottenuta senza l’ausilio di alcuna stilizzazione, tanto meno di alcuna metaforizzazione prestabilita o normativa. Macrometafora di questa poesia è la metafora della ricerca dell’Assoluto nelle condizioni del vivere mondano. Di qui le contraddizioni e il dramma di cui la sua poesia si nutre. Una ricerca portata avanti con l’umiltà e la dedizione di un «servo rosso», rosso perché il colore segna un abito spirituale, una condizione esistenziale di dubbio e di ribellione. La poesia di Valesio si costituisce e si costruisce nel tempo come una riflessione sul deragliamento costante della condotta dell’uomo dalle sue idee. Una delle interpretazioni più suggestive e sorprendenti della poesia italiana del secondo Novecento: la perdita della Memoria, che va assieme a quell’altro fenomeno epocale che va sotto il nome di «oblio dell’essere». La poesia di Valesio è una riflessione, sul percorso dall’assenza all’essenza; ed è anche un prezioso documento per poter ricostruire, ex post, la geografia della poesia dagli anni Novanta ai giorni nostri. Penso che un filologo del futuro dovrà rileggere la poesia italiana del secondo Novecento dal punto di vista della autenticità della dimensione poetica, sfrondando quelle scritture che adottano un punto di vista privilegiato, da porto sicuro, che scelgono un terreno linguistico sicuro e stabilizzato.

Valesio risolve a suo modo le problematiche che stanno al fondo della crisi della forma lirica mediante l’adozione di un discorso poetico mondano integralmente laicizzato. Posto che la poesia è tradimento di una tradizione, anche il suo percorso poetico sarà la traduzione e la registrazione di un «tradimento», meditazione che si appropria dell’istituto della variatio per svilupparsi seguendo una logica analogica e secondo una struttura retorica dello stile che corrisponda a quella premessa, diciamo, ideologica. Le figure retoriche della ripetizione, dell’elencazione, della variazione, della metafora referenziale, della inerenza denotativa svolgono un ruolo preponderante accanto alla digressione e al «ritorno»; i verbi sono spesso risolti all’infinito e al riflessivo, come azioni che avvengano all’insaputa e contro le attese del soggetto, il quale è partecipe di un generale moto di dissoluzione e di deragliamento. Lo stile non può che registrare questo «tradimento» e questa «traduzione», attraverso la rinuncia alla tradizione apollinea, per dirla termini metaforici, che preferisce una sorta di procedura a freddo, una fusione a freddo di materiali freddi, gelatinosi, di un sostrato «numinoso». In Valesio la parola poetica si fa veicolo del Verbo, la poesia si fa singolare meditazione poetica a latere del Vangelo di Giovanni e sul Qohèlet. Operazione tipicamente post-moderna: il messaggio dei messaggi. Il verbo divino diventa a sua volta oggetto traslato del messaggio poetico. Prosaicizzazione del «divino» in chiave affatto demotico-populistica, né stilistico-olistica; la poesia di Valesio è una rilettura e uno scavare, con la sonda del veicolo poetico, dentro il tunnel della fede e del mistero. È il segreto della forza e dell’originalità della rilettura laica del messaggio testamentario che distingue l’operazione di Valesio, in senso post-moderno del termine, la capacità di rilettura postuma dei versetti del Vangelo di Giovanni e del Qohelet:

Tripersonare Iddio, sbreccia il mio cuore:
fino ad oggi hai tentato di emendarmi
ma ora abbattimi e piega, per alzarmi,
la forza tua a rinnovarmi in ardore.

Scrive Paolo Valesio: «Il matrimonio in quanto unione “incivile” è analogo alla poesia che – nella sua relazione profonda con la vita – è sempre in qualche misura un discorso “incivile”; in opposizione alla poesia cosiddetta “civile”, la quale ha più a che fare con l’ideologia che con la poesia».5

Al fondo delle cose, dunque, la poesia di Valesio è profondamente «incivile» nella misura in cui parla un «altro» linguaggio, molto diverso dai linguaggi «civili» che appartengono al corpo politico-letterario, che hanno il compito di incentivare la persuasione. Di qui la convinzione di Valesio secondo cui la funzione del linguaggio poetico è la dissuasione «incivile».

1 Paolo Valesio “Il servo rosso (The red servant) Poesie scelte (1979-2002)” puntoacapo, 2016 p. 303

2 Ibidem, p. 307

3 Ibidem p. 293

4  Ibidem p. 283

da paolovalesio.wordpress.com

Nota della curatrice Graziella Sidoli

… I lettori troveranno in calce a ogni poesia le sigle M.P., per Michael Palma, e G.S. per Graziella Sidoli; scopriranno così il loro lessico, il loro modo di esprimersi – insomma, la diversità delle loro interpretazioni e versioni. In bene o in male – e certamente il confronto tra noi due si sbilancerà sempre dall’uno verso l’altra – Michael ed io abbiamo pensato che questo esperimento sarebbe stato interessante e utile.

L’esperimento serve anche a ricordare ai lettori che la traduzione è qualcosa di complesso e problematico. La traduzione più onesta è quella che non offre illusioni ai suoi lettori: è chiaro che queste versioni mostrano i versi originali di Paolo Valesio ma nella resa e voce poetica di Palma e della Sidoli – i quali avevano già indipendentemente pubblicato due libri di Valesio: Volano in centro (Sidoli) e Ogni meriggio può cambiare il mondo (Palma).

La nostra traduzione, concepita e conclusa come un concerto a quattro mani, implica un dialogo continuo e uno scambio di idee su ogni poesia di questa scelta antologica che copre l’opera di Paolo Valesio dal 1979 e arriva al 2002.

Paolo Valesio COP IMG_0830Da LA ROSA VERDE (1987)

Vedi?
Qui c’era una bella prigione…

La gabbia era dorata era sospesa
e sotto: Terra terra terra, vola!
Una prigione dorata? Magari …
(« la dorata prigione del vizio»,
disse un papa al bambino nell’udienza;
e quel sottile, quell’eretto e bianco
offriva — non già la salvezza
ma la speranza di una nobiltà
a lui plebeo confuso che guardava).
Ma qui non c’è l’oro matto del vizio;
nemmeno l’oro puro della gioia.
È solo la indoratura
della umana ragione.
Adesso l’aurea crosta si è staccata,
e tra le sbarre della gabbia fradicia
la scimmia del pensiero è ormai fuggita.

Piazza del Duomo, Milano
From THE GREEN ROSE (1987)

Do you see?
A beautiful prison once was here…

The cage was gilded and it was suspended
and underneath: Land land land, fly away!
A gilded prison? Would that it were so…
(“the gilded prison of depravity,”
a pope told a little boy at his audience;
and that upright, that pale and slender fellow
was offering – not salvation all at once,
but instead the hope of a nobility
to the boy, a confused plebeian who stared at him).
But here there is not depravity’s mad gold,
nor is there even the pure gold of joy.
There’s only the gilding
of human reason.
The golden crust has all come off by now,
and from between the bars of the rotted cage
the monkey of thought has long since fled away.

Cathedral Square, Milan

[MP]

Da IL DIALOGO DEL FALCO E DELL’AVVOLTOIO (1987)

Il pasto dell’avvoltoio

Morire è facile.
Ma essere sepolti: è un’arte filosofica.
Bisogna farsi seppellire
col vestito del dì delle nozze.
Tu riaffermi la linea di una vita
con un solo vestito buono
dallo sposalizio alla terra.
Sperando che così ritroverai –
al taglio decisivo, e sopra l’ultima
lama della luce di coscienza –
i padri dei padri dei tuoi padri.
Le madri dovrebbero
sopravvivere ai figli per poterli
piangere degnamente. Solo esse
esperte in corruzione delicata
in cure morbide
in vizio dolce dei figli,
solo le beneficamente corrotte
sanno fare il corrotto sul cadavere.
Il vestito all’antica è un argine di stoffa.
Ma non è semplice
la vita che così muore.

Troppe radici terrose
s’intralciano a fiore di terra.
Caccia alle nicchie libere,
gara di cadaveri ammonticchiati
che attendono i turni.
Tutta la terra dunque è sconsacrata
da cupidigia di picchetti e pali.
Territorio vien da terrore.
La spada scava terra
poi subito scava il collo.

Dicono i Parsi:
la terra è sacra –
dunque non può essere polluta
dal cadavere;
l’acqua è sacra –
e non può essere
intorbidita da carcasse;
Il fuoco è sacro –
dunque non può esser profanato
bruciando un corpo;
l’aria è sacra –
non può essere offuscata da ceneri.
Quale luogo, allora, al cadavere?
La tomba semovente che preclude
tutti gli elementi, li taglia
fuori dalla sua angusta volta buia:
l’avvoltoio.

A volte ho pensato il contrario:
terra e acqua
fuoco e aria –
sono tutti polluti e bruttati,
nessuno degno più di ospitare
l’unico simulacro di purezza:
il corpo umano.
Ma –
mentre cammino lungo il viale grande
(Bombay ai piedi sotto la collina)
osservando le Torri del Silenzio
comprendo di dover tornare
alla chiara visione dei Parsi:
l’avvoltoio.
Angusti pozzi profondi
torri rovesciate
dentro il ventre dentro la terra.
Là sono gettati i cadaveri.
E su tutte le palme intorno,
gli avvoltoi ristanno.
Grandi, cùprei, calvi,
con i colli incassati tra le spalle.
Gli avvoltoi son filosofi nudi
(mostrano quanto assurdo
sia il filosofo vestito).
Gli avvoltoi sono critici:
prima d’ogni altro membro,
ingoiano gli occhi.

Nel loro stomaco
la morte si purifica,
la ruota si riavvia.

From THE DIALOGUE BETWEEN THE HAWK AND THE
VULTURE

The Vulture’s Feast

Dying is easy.
But being buried is a philosophic art.
A man ought to be entombed
in his wedding day apparel.
You avow the course of a lifetime
with just one good suit
from wedding to funeral.
With the hope of finding then –
at the decisive breach, and on that final
blade of the light of consciousness –
the fathers of your forefathers’ fathers.
Mothers should outlive
their children so as to properly
mourn them. For only they
understand the subtlety of the passing,
the tender care and
the habits of nourishment of children,
only they, charitably aged,
know how to wail over the body.
The traditional garments are fabric retainers.
Yet it’s not a simple matter
for a life to pass away.
Too many earthen roots
entangle just above ground.
The hunt is on for available nooks,
piles of corpses
waiting their turn.
Earth itself is thus profaned
by greed for posts and stones.
Territory comes from terror.
The spade digging the soil
digs then right into the neck.
The Parsis say:
The earth is sacred –
therefore it cannot be polluted
with cadavers;
the water is sacred –
so it cannot be fouled
with carcasses;
the fire is sacred –
therefore it cannot be profaned
by a burning corpse;
the air is sacred –
it cannot be darkened by ashes.
Where, then, is the place for the dead?
In the self-propelled tomb that rules out
all the elements, that shuts them off
in its narrow black vault:
the vulture.
Sometimes I think the opposite:
earth and water
fire and air –
they are all polluted and soiled,
no longer worthy of hosting
the only simulacrum of purity:
the human body.
Yet –
as I walk along the wide avenue
(Bombay at my feet below the hill)
observing the Towers of Silence
I realize I must return
to the lucid vision of the Parsis:
the vulture.
Narrow deep wells
upturned towers
inside the womb inside the earth.
There, corpses are discarded.
Perched atop the palm trees all around,
the vultures wait.
Large, coppery, bald,
with necks shunted into their shoulders.
The vultures are naked philosophers
(showing how absurd
the robed philosopher is).
The vultures are critics:
before any other part,
they swallow the eyes.
In their viscera
death is purified,
the wheel keeps going round.

[GS]

 

Da ANNIVERSARI (1999)

Il servo rosso

Stamattina ha cavato fuori l’anima.
Era prima del sole
(se non si desta nel vibrar del buio
perde il suo appuntamento con l’alba).
Ha affondato pian piano la mano
dentro la gola
per alcuni minuti: dolore
(gli sembrava di mordersi la gola
con i suoi stessi denti),
e ha posato il minuscolo uomo
rosso come lacca
(era unto di sangue)
sul tavolo; l’ha ripulito,
quasi fosse cornice d’argento,
con un lembo di pelle di camoscio.
Al momento di riporlo,
le mani hanno un poco tremato:
se non avesse più trovato il posto?

25 gennaio 1995

The Red Servant

This morning he took out his soul.
It was before sunrise
(if he doesn’t wake in the humming of the dark
he misses his appointment with the dawn).
He ever so slowly and gently sank his hand
into his throat
for a few minutes: pain
(he seemed to bite his throat
with his own teeth)
and he placed the tiny little man
red as lacquer
(he was oily with blood)
on the table: he cleaned him up,
rubbing him with a strip of chamois
as if he were a silver picture frame.
But when he put him back,
he felt a bit of a tremor in his hands:
what if he were not to find his place again?

January 25, 1995

[MP]
Da VOLANO IN CENTO (2002)

Dardo 1

Mi dicon che sei Cristo di dolore
ma per me sei qualcosa come un sole
impassibilmente ardente.

Dardo 1

They say you are a Christ of grief,
yet for me you are something like a sun
forever burning unperturbed.

.
Dardo 2

Ti prego prego prego, prego prego:
portami all’ombra delle tue candele.

Dardo 2

I pray and pray and pray and pray to you:
I beg you take me please
into the shadow of your candles.

.
Dardo 3
Per Bonnie Müller

Ti regalo la ira mia o Signore
(trasformala in passione non furore)
come in punta di spada s’offre un fiore.

Dardo 3
For Bonnie Müller

I offer you my wrath O Lord
(may you convert it into fire not fury)
as one bestows a flower on a sword’s tip.

.
Dardo 4
Per Graziella Sidoli

Ascoltami se vuoi: la preghiera
è un intraversabile burrone
e da una ad altra sponda ci intendiamo
a cenni perché le parole
si sfilano nel tempo lasciando unica traccia
smorfie su labbra e come
possiamo intrascoltarci?

Dardo 4
For Graziella Sidoli

Hear me if you wish:
prayer is an uncrossable cliff
and standing on opposite shores
we speak in signs because
words come unthreaded in the wind
leaving a grimace as their sole trace
and how can we
interlace our listening?

Dardo 7: Contra Platonem
(Simposio, 203b)

Se Eros nasce dalle furtive nozze
di Povertà e Ingegno in giardino
quale mai dio scugnizzo e fosco
(dio-demone della mia vita)
nasce dal congiugnimento
del Silenzio e la nuda dei boschi,
la Nulla?

Dardo 7: Contra Platonem
(Simposium, 203b)

If Eros is born of the furtive nuptials
between Poverty and Wit in the garden,
then what sort of dark urchin god
(demon-deity of my life)
is born of the embracement
of Silence and the naked creature in the woods,
Nothingness herself?

Dardo 8
Per Assunta Pelli

C’è chi sotto
lo schiaffo del dolore
socchiude gli occhi e chi grandi li apre.
Lo spirito nei primi
scivola dietro i muri,
nei secondi s’affaccia alla finestra
piano-scostando il vetro delle lacrime.

Dardo 8
For Assunta Pelli

There are some who
beneath grief’s blows
half-open their eyes
while others open them wide.
The spirit of the former
glides and hides behind walls,
the latter leans over windows
softly sliding the glass of tears.

Dardo 65

Nei rari momenti (ad esempio
nello specchio abbrumato di un motel)
in cui lo sguardo declina
verso il corpo in sua povertà
(defoliato dagli anni) e nudità
intorcigliato intorno all’indifeso
oscuro pene contro
il pallore del ventre
dunque in disperata purità
là dove la miseria
escludendo vergogna
è la modesta via maestra
verso la dignità –
ecco io allora scorgo il corpo di Gesù.

Bloomington, Indiana

Dardo 65

In the rare moments (for instance
in a motel’s misty mirror)
when my glance turns
to the body in all its poverty
(parched by time) and its nudity,
twisted around the defenseless
dark penis lying against
the pallor of the belly
hence in forlorn purity
where misery,
having chased shame,
is the modest high road
towards dignity –
then I catch sight of Jesus’ body.

Bloomington, Indiana

Dardo 67: Chirstus Triumphans

Un vincitore
è sempre un macellaio. Non v’è preda
troppo piccola o facile per lui.
Tu dunque trionfi
anche perché ogni giorno mi sloghi.

.
Dardo 67: Chirstus Triumphans

A winner
is always a butcher. There is no prey
too small or too simple for him.
You then prevail
becausse you also dislocate me
every day

.
Dardo 97: Discesa

La umiltà invisibile per esser percepita
è costretta a scoscendere un gradino
e adottare il passo claudicante
e i panni-stracci dell’umiliazione.
Chiunque poi l’abbracci
discende un’altra china:
è subito accusato di arroganza.

.
Dardo 97: Descent

Humbleness invisible is forced
to descend a lower step to be perceived
and it must learn to limp
and wear the ragged cloth of humiliation.
Whoever then will embrace it
descends further down another slope,
and is suddenly accused of arrogance.

.
Dardo 98

Sento a volte una voce di pastora
sull’altra riva del lago – una voce
un po’ roca e velata (è una pastora
che non disdegna il bere e l’abbracciare):
«Fammi morire, che ti voglio bene.»

.
Dardo 98

I hear the voice of a shepherdess sometimes
slightly coarse and veiled, coming
from the other end of the lake
(she does not disdain
drinking and embracing):
«Ravish me, for I do love you so.»

[GS]
Da OGNI MERIGGIO PUO’ ARRESTARE IL MONDO (2002)

Sonetto transtiberino 2:
Villa Medici

Ogni vero giardino è un labirinto
ogni sommersa visita è silente
ogni panca è solenne come un plinto
ogni pianta è un cero verde-ardente

ogni coppia si scioglie in vertigine
ogni pozza può risucchiare al fondo
ogni grata è fiorita di rubìgine
ogni meriggio può arrestare il mondo.

Alla volta di un viale l’ha smarrita
ma ne ha sentito il piede sulla ghiaia:
non-morsa-dal-serpente, è riapparita.

Guardano dagli spalti il Muro Torto
sulla soglia di un’umile legnaia:
eretta, lei; e lui, sull’ombra sporto.

Biblioteca Sterling, 17 agosto 2000

.
Transtiberine Sonnet 2:
Villa Medici

Every true garden is a labyrinth
every underwater call’s a silent scene
every bench sits as solemn as a plinth
every plant’s a candle tipped with firegreen
every couple melts into a vertigo
every pool can swirl down to the depths at will
every grate is blooming with a ruby glow
every afternoon can make the world stand still.
He lost her on an avenue when it turned
but heard her walking on the gravel: then,
unbitten-by-the-serpent, she returned.
From the buttresses they see the Muro Torto, in
the doorway of a very humble woodshed:
she, standing up; he, leaning toward the shade.

Sterling Memorial Library, August 17, 2000

[MP]

 

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14 commenti

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  1. gino rago

    Così come tradotti alla nostra lettura giungono, i versi di Paolo Valesio –
    vagliati attraverso le sensibilità linguistiche dei traduttori M. Palma e G. Sidoli – si avvertono densi di onestà sabiana, proprio come quando l’autore
    del “Canzoniere” ci lasciava versi come questi: “Immensa gratitudine alla vita/ che ha conservate queste care cose;/ oceano
    di delizie, anima mia…”
    Anche forse per ragioni anagrafiche, sembra
    che buona parte dell’opera di Paolo Valesio si sia fatta attraversare dalle
    suggestioni stilistico-formali della “parola innamorata”.
    Il pensiero più vivo e vero della pagina odierna de L’Ombra comunque
    resta quello che riconosce che “ogni epoca ha criticato la propria poesia”.
    Gino Rago

  2. Vorrei mettere in rilievo una cosa molto semplice, che non c’è poesia senza una metafisica, una metafisica che fa da sfondo, da progetto ontologico, costruzione antropologica, creazione intellettuale.
    Ritengo che un poeta ha bisogno di una metafisica per poter scrivere poesie. Hölderlin e Leopardi, i primi poeti del Moderno, se la sono costruita; Lautreamont e Baudelaire se la sono costruita; Mandel’stam ed Eliot e Pasternak se la sono costruita, chi con la conversione al cattolicesimo, chi con la conversione alla natura, chi con la consegna al mondo tridimensionale. Insomma, voglio dire che la poesia moderna, dall’Ottocento ai giorni nostri, la grande poesia, ha sempre avuto bisogno di una metafisica da cui provenire ed esserne il riflesso traslato nel linguaggio. I poeti privi di metafisica saranno pure dei bravissimi costruttori di frasi, di immagini o di versi eufonici ma saranno condannati all’oblio, perché il tempo non ha tempo da perdere e l’oblio cancellerà tutto ciò che è obliabile. In tal senso, ho scritto che Paolo Valesio proviene da una metafisica; senza di essa non si può costruire nulla di duraturo nel mondo dell’arte.

    L’assenza di uno sfondo e di un riferimento alla metafisica ha condannato lo sperimentalismo italiano ed europeo ad un rapido esaurimento. Le opere dello sperimentalismo, prive di uno sfondo metafisico, si risolvono in opere «cieche», in «monadi» che non parlano.

    La poesia di Paolo Valesio riparte da quel punto. Dal dramma di vivere nello scandalo di essere con «dio».

  3. Poesie dell’ascesi, più che oneste se si considera che le religioni monoteiste sanciscono la separazione tra uomo e Dio – da una ad altra sponda ci intendiamo – Una volta separato, all’uomo non resta che vivere nella sofferenza, nella propria mortalità, corporeità e incompiutezza. Ne deriva che la vita diventa uno strazio tale che altre ragioni, sociali umane esistenziali, finiscono col passare in secondo, terzo, e dopo l’ultimo, in soffitta. Resta però il dato comune a molti, anche tra i non credenti, del bisogno di religiosità. E qui ci si può incontrare; qui come in poesia, perché poesia è un media che unisce (da Wkp, Media: Secondo la definizione che ne dà McQuail, i media di massa sono mezzi progettati per mettere in atto forme di comunicazione «aperte, a distanza, con tante persone in un breve lasso di tempo»). E a me queste poesie sono piaciute: da un lato proprio perché fradice di cadaveri, di occhi divelti e candele, abbastanza per smuovere il piacere infantile dell’orrido, dall’altro per la continua ricerca di verità – per la ricerca-di in sé, voglio dire.
    Quanto alle traduzioni, sono perfettamente d’accordo con quanto scrive Graziella Sidoli: La traduzione più onesta è quella che non offre illusioni ai suoi lettori. Purtroppo non ho sufficiente padronanza delle lingue ma quando riesco, e m’accorgo di certe inutili rielaborazioni, mi arrabbio moltissimo. Mai con il poeta.

  4. antonio sagredo

    Paolo Valesio, chi? Come divulgatore della poesia italiana in USA e altrove va bene. Il poeta? Inesistente.

  5. Accade molto spesso che tra i poeti si stabilisca una incomunicabilità, una estraneità, perfino una inimicizia, ma questo è un fenomeno del tutto naturale, connaturato alla situazione di impermanenza e di singolarità propria di ogni linguaggio poetico evoluto. Accade così che ogni linguaggio poetico sia intimamente disconnesso dall’altro. E questo è un fenomeno tipicamente moderno.

  6. antonio sagredo

    Linguaglossa ha ragione assolutamente. Mi scuso coi lettori, ma certe volte non posso fare a meno di scrivere in tal modo. La distinzione fra Paolo Valesio e Luigi Fontanella consiste che, essendo stato il primo responsabile della rivista “Gradiva”, quest’ultimo poi ne ha preso il testimone: ciò significa che non esiste distinzione nella sostanza, se non cronologicamente. Entrambi mi avevano promesso di pubblicare le mie “Legioni”, tutte e dieci e tradotte in inglese: entrambi hanno evaso questa promessa; il secondo addirittura – che si fregia di titoli accademici internazionali -, pubblica una mia poesia suddivisa da asterischi, come a dire ogni strofa era una poesia a se, e in più, la stessa poesia decapitata della prima strofa! Delle Legioni nemmeno l’ombra, e come mandai al diavolo Valesio, ho mandato a quel paese il Fontanella!

    • Giuseppe Panetta

      Antò, e ti hanno frammentato, asteriscato e decapitato. E che vuoi che sia, suvvia. Sei modernissimo.
      Big hug

    • Caro Antonio Sagredo,
      non vedo che cosa c’entri nella formulazione di una valutazione estetica delle poesie di Paolo Valesio con fatti privati che riguardano la pubblicazione delle tue poesie sulla rivista “Gradiva”, per giunta diretta da un terzo poeta, Luigi Fontanella.
      Tra l’altro, io che ho diretto la rivista “Poiesis” per ben 13 anni, dal 1993 al 2005, ti posso assicurare che errori del genere di quelli patiti da te, accadono e sono accadute a tutte le riviste. Una volta un autore mi chiese di pubblicare nel numero seguente le mie scuse per aver fatto non ricordo quale refuso sulle sue poesie. Io, ovviamente, gli risposi mandandolo in quel luogo dove si trovano tutti gli spostati di mente.
      Chiedo a te e a tutti gli interlocutori di spiegare anche succintamente i propri giudizi, facendo a meno di esprimere fatti biografici che nulla hanno a che vedere con i testi pubblicati e astenendosi dal pubblicare nei commenti proprie poesie.

  7. antonio sagredo

    e a proposito di poeti metafisici, un mio piccolo gioiello (presuntuoso, io? – ma va là…!)
    —-
    –Ai metafisici inglesi

    Meglio di voi io so cantare il verme
    perché passo il testimone d’alloro
    da una Morte all’altra col solo sguardo
    di chi un giorno o forse una notte
    fece brillare l’armilla, il colore
    dell’ombra nel tempo antelucano.

    Trascorsi chi sa quanti inverni accanto a quel fuoco
    che divorava non bruciando sogni d’amori mai sognati,
    speculae di concetti in filigrana, smanie di ossa, riflessi
    di perduta carne nei bordelli: tutti, in via dei Crocicchi, i lupanari!
    Tredici le stazioni – scosciate! – perché la vagina
    del mondo mostrata fosse alle orbite di teschi recidivi.

    Il commiato fu chiaro, intenzionale, come una visione
    di Blake! – un epitaffio estremo di chi non la vita lasci,
    ma l’amplesso goduto come una giovane leggenda,
    una batteria di percosse sotto la carnale artiglieria di sordidi capricci.

    Bardi gentili, io vi ringrazio dal Regno delle Ceneri,
    ma la rinuncia non è la chiave della rassegnazione!
    Ancora brucia, brucerà sempre, anche dopo l’inutile
    giudizio universale, il sesso di dove morti siamo usciti,
    di dove vivi rientriamo… per celebrare, truccati, una commedia!

    antonio sagredo

    Maruggio-Campo Marino, 24/25 luglio 2008
    ——————————————————————-
    come non dire che sono già un classico!
    (una piccola provocazione?
    forse si,
    forse no
    forse chi lo sa)

  8. Giuseppe Panetta

    a Oxford
    la notte era rugosa
    come un guanto di finto ermellino
    rovesciata da raffiche di gelo
    mostrava al Nulla avanzi di scarnificate stelle…

    e la neve non brillava… e la candela non bruciava….

    E di chi saranno mai questi versi?

  9. Credo che scopo dell'”Ombra” sia soprattutto quello di offrire al lettore una vasta possibilità di espressioni poetiche contemporanee.Paolo Valesio rappresenta una di queste espressioni.Ci si può dividere sui giudizi,ma questo fa parte di un dibattito necessario, e ogni poeta è degno del massimo rispetto. Non ci sono state baruffe sulla “Ginestra”; ma Valesio non è Leopardi.

  10. Antonio, sei magnifico, ma questa volta non sono d’accordo. Uno scrittore piace o non piace. Se piace va bene anche se non va, se non piace non piace neanche se va. La raccolta qui presentata di Paolo Valesio doveva essere pubblicata da Chelsea Editions anche se io, editore non apprezzo nessuna religione e nessun dio. Paolo Valesio, vero signore, cambiò idea
    per motivi che non avevano nulla da fare con la mia non vocazione a pregare. Sono contento che G. Linguaglossa abbia scelto per L’ombra
    una poesia dissimile alla tua alla mia e a quella della maggioranza che
    scrive versi banali belli e brutti.
    Ciao

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