Lucia Gaddo Zanovello POESIE da Asincrono scacchiere (Poesie scelte 1962-2015) Ed. Progetto Cultura 2016 pp. 200 € 12 «Ogni scrittura floreale, e sommamente quella delle rose, eleva lo sguardo ai vertici di perfezione del mondo»; «Nel retro della scrittura poetica di Gaddo Zanovello c’è un po’ di tutto ciò, del profumo benefico della gioia e della acedia, dell’ombra, della obscuritas, e della luce dell’alba, della tristitia, della gioiosa jocunditas e della cura» Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Lucia Gaddo Zanovello foto ornamento astratto azteco

ornamento astratto azteco

Lucia Gaddo Zanovello è nata a Padova nel 1951; scrive dalla prima adolescenza e dopo un periodo giovanile dedicato a  diverse attività lavorative, ha poi impegnato la maggior parte del suo percorso professionale come docente di ruolo nella scuola media.

Appassionata di ricerca storica, di letteratura, di filosofia morale e di spiritualità, ha condotto studi, fra gli altri, su Nicolò Tommaseo e sul friulano Pierviviano Zecchini, medico chirurgo laureato a Padova nel 1825, traendo dall’ombra meriti e singolarità di questo personaggio, che si distinse anche come fervente patriota e filelleno. 

Ha pubblicato le raccolte di poesia: Porto Antico, Edigam, 1978; Bramiti, La Ginestra, 1980; Da serpe amica, Padova Press Edizioni, 1987; Semiminime, Padova Press Edizioni, 1988; Per erbe piú chiare, Edizioni Dei Dioscuri, 1988; nel 1998, per le Edizioni Cleup (Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova), la raccolta retrospettiva relativa agli anni ’88 -’98, in cinque volumi: Nóstoi (che include Fiordocuore), Fatalgía, In lúmine, La trilogia del volo, La partitura; Il sonno delle viole, Cleup, 1999; Un parlare d’acqua, Cleup, 2000; Solargento, Cleup, 2000; Memodía, Marsilio, 2003; Silentissime, Imprimenda, 2006; Ad lucem per undas, Joker, 2007; Amare serve, Cleup, 2010; Illuminillime, Cleup, 2011, Rodografie, Cleup, 2012; Buona parte del giorno (Premio Milo 2012), Incontri, 2013 e Disforia del nome, Biblioteca dei Leoni, 2014.

Nel gennaio del 2009 è uscito per le edizioni Cleup, il libro-intervista Amata Poesia: Antonio Capuzzo intervista Lucia Gaddo Zanovello.

Nel 2004 il compositore di Patrasso Sotiris Sakellaropoulos (1952-2010) ha tratto da Memodía, quarta sezione (Canto di luce) e  nel 2005 da La partitura, prima sezione,  per archi, voce e pianoforte, omonime opere musicali reperibili in CD. Nel 2010 la scrittrice Rika Mitreli ha tradotto in greco sei testi tratti da La partitura, pubblicati nel numero di maggio della Rivista “Thea” (Thèmes de Sciences Humaines) di Bruxelles, a fianco di un ampio saggio commemorativo dedicato all’opera del musicista scomparso. Nel 2016 pubblica l’antologia Asincrono scacchiere (Poesie scelte 1962-2015), Ed. Progetto Cultura.

foto vuoto con due sediePrefazione di Giorgio Linguaglossa ad Asincrono scacchiere (Poesie scelte 1962-2015) Ed. Progetto Cultura 2016 pp. 200 € 12

Il primo libro di Lucia Gaddo Zanovello risale al 1978: Porto antico, seguito da Bramiti nel 1980. Si tratta di libri ancora lirici, ma di un lirismo passato al setaccio di una vocazione autentica che in seguito la poetessa affinerà e distillerà. Viene qui presentato al lettore un percorso di circa quaranta anni durante il quale la poesia italiana ha subito profondi e irreversibili mutamenti della sua forma-interna. Dagli anni Settanta, anche il paese è cambiato, e sono mutati gli scenari interni e internazionali. È caduto il muro di Berlino, si è dato il via alla unificazione europea, nel frattempo è iniziata dal 2001 la quarta guerra mondiale ed oggi siamo entrati nella quinta guerra, quella invisibile e trasparente della competizione via internet. Nel frattempo, il capitale finanziario ha assunto la guida dell’umanità grazie ad un atto di fede nel nuovo Moloch. Mai tanti cambiamenti epocali si sono concentrati in un così breve lasso di tempo. Tuttavia, a volte la Musa sembra non accorgersene e preferisce frequentare non gli schieramenti delle fantomatiche e improbabili post-avanguardie ma i trivi e i refoli di poeti spesso perduti e dimenticati dai più. 

Sandro Montalto nella prefazione a Consapevolvenze (2015), tracciava il filo conduttore che attraversa l’intera produzione poetica di Lucia Gaddo Zanovello: «Dal punto di vista formale questa silloge ricalca sostanzialmente i moduli di tutta la produzione dell’autrice: improvvisi ed eloquenti addensamenti di rime e allitterazioni soprattutto a fine testo; vocaboli rari e preziosi; portati apparentemente opposti dal latino e dal gergo anglofono; virate ottenute grazie al cambiamento di una o due lettere; episodi aforistici; ritmo elegante ma imprevedibile; il procedere più reticolare che lineare del dettato; i momenti in cui si infittiscono i contrasti, la coesistenza dei contrari, talvolta vere e proprie sinestesie […] Si registra anche la comparsa di quelle che potremmo definire parole-feticcio, che compaiono praticamente in tutte le raccolte: “viola”, “grigio”, “oro”, “abbraccio”, “incontro”, “ombra”, “abbandono”, “sangue”. Va però sottolineato come per la poetessa il linguaggio non sia un rifugio ma piuttosto un armamentario di strumenti con i quali leggere e abitare il mondo: Gaddo Zanovello non si rinchiude dietro barriere di parole colte ma approfondisce il linguaggio per avvicinarsi il più possibile alla trama dell’esistere nel mondo. Il linguaggio è per lei gioia come lo è l’osservare i fenomeni della natura o condividere uno sguardo o scambiare un bacio […] Un amore per il linguaggio che non appare mai disgiunto dall’amore per le cose, per le persone e per la realtà quotidiana […] Infine, l’attenzione e l’amore per la natura, dalla quale imparare i cicli, l’entusiasmo della primavera e la pazienza dell’inverno […] Possiamo dire, fuori da ogni abusata e semplicistica formula critica, che, pur con le sue ovvie oscillazioni ed esplorazioni, tutta la produzione di Lucia Gaddo Zanovello (specialmente in seguito a Nostoi, della ricapitolazione in cinque volumi apparsa nel 1998) si configura come un enorme e ininterrotto poema».

Che Lucia Gaddo sia finita per approdare ad una raccolta denominata rodografie (2012), ovvero, ad un trattato sulle rose, scrittura floreale su una materia affatto floreale, a questo punto non deve sorprendere. Ecco il preambolo dell’autrice:

«Ogni scrittura floreale, e sommamente quella delle rose, eleva lo sguardo ai vertici di perfezione del mondo. L’anima s’inebria dell’ineffabile profumo di questo fiore affascinante; la forma delle sue variegate corolle, iridate dalle sfumature di colore sempre nuove… richiama per intero l’ideale di bellezza […] Ma fra gli esseri che vivono sottoposti a morte è quella umana la più tormentata e fragile delle avventure. Si viene al mondo per sottrazione dall’originario stato di compiutezza e di intangibilità nella madre, per patire subito il difetto, la vulnerabilità e l’abbandono, nella certezza di dover attraversare il dolore». Così la poesia si ritrova ad essere «un parlare d’acqua» mentre «passa la cometa di un pensiero / nel giardino delle idee», un alato alito, un effluvio di «illuminillime» (dalla omonima raccolta pubblicata nel 2011), «avverbio policorde, anche per aspetto fonico, e contraddittorio, oscilla fra un significato e il suo opposto, un minimale e un massimale insieme… Il termine riflette i toni della scala del buio e della luce, dall’apparente sua assenza (illumine, senza luce e illune, senza luna) alla sua massima brillantezza che orna il Creato che tutto illumina e riempie di grazia» (dalla nota dell’autrice al volume).

foto scala con ringhieraNella poesia di Gaddo Zanovello c’è tutta una fenomenologia di «albescenze», di «radianze», uno sfavillio di  «fiaccole», di «vivide luci», fino allo sfumare del «vespero» e, infine, si giunge alle «fiaccole stellari», alle «lunule». «È così che il brillio della volta celeste vira nell’umano prillio».

Ortega y Gasset definisce l’uomo un «animale fantastico-tecnologico» in quanto capace di modificare il mondo secondo i propri progetti, immedesimandosi e forgiando idee e immagini sul mondo per inventarsi un piano di attacco alla circostanza, per costruire, insomma, un mondo interiore. Per il filosofo spagnolo, i poeti sono i più adatti a costruire queste immagini del mondo interiore, essi sono gli esseri più fantastici e, fantasticando, contribuiscono a creare le condizioni per una più consona abitabilità del mondo. Questo è quanto di più vero si possa immaginare per la poesia di Gaddo Zanovello. La sua poesia, esemplarmente anti intellettualistica è, in realtà, un potente strumento «fantastico-tecnologico» perché apre nuove strade alla libertà della immaginazione.

Il titolo di questa Antologia, Asincrono scacchiere, riprende l’intestazione di alcuni inediti dell’ultimissima produzione poetica della poetessa di Padova, e vuole essere una metafora della vita traslata alla poesia: una scacchiera dove avvengono eventi asincronici, non legati alla freccia del tempo ma dipendenti da altre dinamiche insondabili e ancora sconosciute.

La jocunditas e la tristitia, sono il basso costante di questa poesia. Un inno alla gioia trattenuto e silenziato che si esprime in parole delicate e ombrose, in una versificazione gentile e suadente. La fantasia e la memoria sono le costanti di questa poesia, i due motori immobili che sovraintendono al discorso lirico di Lucia Gaddo Zanovello.

Acedia, tristitia, taedium vitae, desidia sono i nomi che i padri della Chiesa danno al senso della vanità che proviene dal pensiero della morte, con tutto ciò che questo pensiero induce nell’anima. E, insieme alla tristitia, l’acedia, l’heideggeriana «incuria», che poi è una traduzione letterale del termine greco, in-curia, ovvero, l’assenza di cura, quella «Tristitia-Acedia» opera del «demone meridiano» che lancia i propri strali e i suoi malefici influssi sulla Musa verbigratia che parla per Verba. Del resto, nella poesia di apertura de Le fleurs du mal, Baudelaire pone sotto il segno dell’acedia (sub specie di ennui) la sua opera poetica. Tutta la poesia di Baudelaire può essere intesa, da questa angolazione, come una lotta mortale contro l’acedia e, insieme, come tentativo di ribaltarla nel suo contrario. Il dandy rappresenta, secondo Baudelaire, il tipo perfetto di poeta, una sorta di misteriosa reincarnazione dell’accidioso. Forse, prefigurazione dell’essenza del nichilismo. Affettazione dell’essenza del dandysmo come cura suprema dell’arte dell’incuria, rivalutazione della acedia nella versificazione urticante che cade sotto il segno della malitia e del rancor, della pusillanimitas e della evagatio mentis, la distrazione che tanto infesta le menti dei poeti posti sotto il segno del demone meridiano. Nel retro della scrittura poetica di Gaddo Zanovello c’è un po’ di tutto ciò, del profumo benefico della gioia e della acedia, dell’ombra, della obscuritas, e della luce dell’alba, della tristitia, della gioiosa jocunditas e della cura. Lo spirito di questa poesia, nei suoi diapason, è colto come da un raptus sibillino e gioioso proprio di certe scritture poetiche inniche con la loro verbosa litania cantarellante sostenuta dalla anafora e dalla replicatio. Lucia Gaddo Zanovello incide con acribia su questo tasto il proprio stile e la propria verbositas acediosa e gioiosa. E la sua scrittura ne trae giovamento. Le poesie più belle di questa antologia sono quelle dove più intensamente la gioia equivale alla tristitia dell’umbra e si mesce con la dulcedo dello spirito querulo incantato sul «viride rigoglio» della vita.

Layout 1.

da Asincrono scacchiere (2016)

Da Porto Antico, 1978

L’appuntamento

Rode il sasso
un pesce senza fiume
piange
mulini vuoti
e parche mense
alla cascina
di muti sensi
che accecano la gloria.

.
Gloria

.

Quanto piú
l’inno
spande la gloria
nei riccioli
di una giornata
di foglie secche,
piú l’alito
squama le sue ali
ardenti.

.
Serale

.

Vesto di ghiaccio
intere ore d’inverno
struggendomi di noia
e di pensieri.
La lana ostile
mi raggrinza il cuore
di brividi.

Affiora un vapore disperato
come di gabbia.

Lucia Gaddo con L Troisio e Cesare Ruffato

Lucia Gaddo con L Troisio e Cesare Ruffato

Da “Ma il pensiero, no”

.
Novembre

.
Umili
inchineranno i petali
ai giardini
e piegheranno le ali albine
agli angeli
i nebbiosi nastri densi del mattino
che danzano filando sopra i fossi
piantonati dalle fruste rubre
del salix alba cinerino.

Tutto il respiro si è speso nelle attese
ed è cimato il sogno
dai solchi del passato,
argilloso incanto

bevuta vita rorida bellezza
sorbita di una felice
idea non corrisposta.

Cede la sabbia alla marina,
clessidra
del tempo filiforme,
lucente, vivida vetrina
che chiude tutta l’onda
dentro l’orizzonte.

.
Da “Muti e cresca dell’universo il fiore”

.
Auscultare

.
Sorvegliare
pieghi di libri,
fogli disgiunti
di espressi segni divisi,
messaggi in vetri tinniti,
nidi turriti, pigoli gridi

ammarati arrivi di viaggi longevi,
coltri lanose ai riposi festivi.

Lèggere frasi leggére salire
fra stormi di voli
e scoprire schiarite di amore
nei veli cilestri del cielo che apre
a tramonti sereni

e trovare che il tempio del tempo
s’intana nel mare
con tutto il colore del sole nel cuore
e di fuoco non muore.

Da Silentissime, 2006

.
Fialba

.
Sorge e sfavilla
una fiaba d’alba lilla
e il mar che vacilla
d’eterno canto scintilla

inestinguibile culla
creature incantate
dai raggi d’aurora
narrate.

Lieve si leva, chiara e canora
– sguardo teso di brezza –
onda amorosa, distesa carezza,
alta respira e beata
dai veli cilestri dei cirri.

Scorre albino il mattino
al solívago sfondo marino
sul colmo rotondo del mondo.

Foto Silenzio mutevole

Da Ad lucem per undas, 2007, “Per undas”

Volvenze d’acqua

I

Liquida lama permeando incide,
ogni terrena cavità seconda
e di specchiata luce inonda
con la ciclicità dell’onda

da fango a linfa, da falda a fonte
per vento che prosciuga a cielo che provvede,
risorgive nubi aduna lieve
e in piova filigrana riconcede

per dolci pozzi e per fiumi amari
per mari e umori
in murmure d’esistere giocondo,
per l’immenso fare e il suo gorgo
che immerso rugge, avaro sugge
e, disavveduto, illuta il mondo.

Da perenne lastra d’algida purezza
con passo che ruscella dirompente
corrente di torrente che zampilla
gesto che scintilla dorso e scaglie
al pesce che sfavilla
nel bagliore acuto del fragore
che dal tuono oscuro
lucido silenzio ridistilla

alle sitienti umane mani e alle ferine gole,
dalle radici avvinte nella tana
a steli di dovizie,
inizio sapiente e necessario
indizio che genera inudito.

II

Aqua agua anguis, liquida vena d’Eva,
sangue del mea culpa, vortice abisso avito
che stagni nel rogo desolato dell’abbandono
chi spianta dal libro della vita,
di assoluta neve vai
in segni di fronda sulla Terra,
per ebbro flutto che gli avelli arsi
delle umane zolle esonda.

Dilavi con le rapide mutanti della docilità
la nudità del travaglio che assolve e innalza
e rinnovando rivesti di tunica limpida
l’essenza che cura.

Goccia che bacia ogni piega
del deserto d’amore in dolere santo
con stille d’incanto e suono di pianto.

Polla sorgiva, in getto di Eternità
immergi profonda
e avis alba riemergi, a ridivenire,
l’umanità feconda.

Da Buona parte del giorno, 2013

foto sbarre nell'atmosfera

Ritorno

Non si trovò nulla al ritorno che fosse nel ricordo.
Un passato imperfetto si sgolava
dal cigno delle meraviglie
che solcava l’anima
remigando solo nel buio delle luci notturne
da poco regolate sull’acceso.

Un nuovo ieri si leggeva nelle cose
stravolte da chi non sa.
Poco resiste dell’ordine
che fu quotidiano corso,
evento noto, gesto abituale.

I morti parlano, ho saputo poi,
dalle righe vergate a mano
sugli oggetti consumati;
il tempo li ridona a chi recede
al tepore e alla carezza
del fanciullo che ignorava
il vólto esatto dei sarà.

Un solo istante e tutto muta il quadro

diverge e scosta
lo strappo al cuore della vita
che risale il cinghio della meta ormai raggiunta.

E fra gli astanti muti s’annoverano in tanti
che giú guardano
nel mare freddo e alto
dell’azione temeraria di esser sé,
nell’azzardo fiero di volere ancora
tener fede alla promessa
sorrisa dentro l’infinito abbraccio dell’amore.

da “Disonomíe”

De cantare

Quidam sulle cinque punte dei petali di un fiore in volo
è formidabile
si dice
la luce sembra di questo mondo ma ciò che vede
non è fermo come appare come lo mette a fuoco
non è che gioco
d’insieme
respiro di parti accordate a vivere
qui ora che va il battito del cuore centrifugo
che tiene i gravi in orbita segnatamente lei
transfuga nel loro
sorpresa d’anni molti trascorsi
sopra e dentro lei che perse molti amori strada facendo
nati a questa stessa vita
che morti le dicono sono
restino altri ancora a dire fare baciare
e sguardi attenti dettano a lei
che la stanchezza non tiene piú di sei ore
e poi riprova a camminare e a dire e a fare
giú e su per la via del campo santo dell’esistere minato
che l’ama e tiene divinamente
per mano in giro girotondo dentro questo mondo.

foto il vuotoda Asincrono scacchiere

Il silenzio dell’anima

Felicità è questa bonaccia piatta
umido grigiore che non è tempesta
mi basta questa
per non andare alla deriva
all’altra riva
un sole che aspetta
nel fermo della brezza
altra carezza
che chiede un po’ di sosta
un velo di pazienza

ma la bellezza è già nel nido
che emerge dal galleggio,
un infimo d’arpeggio
appena percepito.

Dove vada a parare
questo tratto di mare
non è dato sapere.
Godere intanto si deve
la stasi forzata, il beccheggio
che pare infinito,
scontato la barca si muova,
scelta dovuta
all’invito del vento.

7.9.14

Senza sponde

Le molte trascorse lune
oltre il monte nero della notte
scheletrita
atterrano
sugli oceani di sabbia
delle solitudini
immerse immense
in ogni nascita risolta.
Uno da due.
Cosí sempre si genera
ingenerosa vita
nei separati abbandoni
quando il fuoco del respiro
arde in gola
e prende a pulsare il sangue
nelle reti spinose delle vene.

Il buio che contiene
accende della luce i vivi
sul campo minato della gara,
tiene alto il nodo
scorsoio che regge
ma incatena
e lascia senza freni al precipizio
la sconfitta.
Facile scommessa di vittoria
al tempo inetto delle fiabe,
quando tutto azzurro pare il cielo
e dolce il centro dell’idea
che il vero non confonde;
il buono tace
e il bello serra fermo il filo
dell’amore, anche al cuore
che palpita e che teme
nel letto di neve
di promesse
e cede in sorte e al vento
le sue sponde.

18.1.13

 

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29 commenti

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29 risposte a “Lucia Gaddo Zanovello POESIE da Asincrono scacchiere (Poesie scelte 1962-2015) Ed. Progetto Cultura 2016 pp. 200 € 12 «Ogni scrittura floreale, e sommamente quella delle rose, eleva lo sguardo ai vertici di perfezione del mondo»; «Nel retro della scrittura poetica di Gaddo Zanovello c’è un po’ di tutto ciò, del profumo benefico della gioia e della acedia, dell’ombra, della obscuritas, e della luce dell’alba, della tristitia, della gioiosa jocunditas e della cura» Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Lucia è una poetessa dalla voce forte e sicura, anche se apparentemente sommessa e delicata. La raffinatezza preziosa della sua lingua non inganni: qui c’è una struttura e una stoffa robusta del pensiero. Con grande affetto e ammirazione e senso di affinità.
    Francesca D

  2. antonio sagredo

    poesia umile… troppo!

  3. ma dove sta scritto che un poeta per essere tale debba essere come minimo roboante, o inventarsi certi versi che nemmeno un Jim Morrison sotto l’effetto di tutto il catalogo degli stupefacenti, o le peripezie linguistiche di uno dei tanti esangui in cerca di un’avanguardia senza speranza?? Continuo a pensare, e lo sosterrò sempre, che Lucia Gaddo Zanovello sia poeta preparata, raffinata, e che la sua scrittura abbia pochi eguali nella nostra Italia contemporanea. Rara, perché oltre all’indubbia capacità di scrivere sa immettere nel processo creativi dei suoi versi una umanità di cui pochi sono capaci. Insomma, sa trasmettere l’esperienza e scusate se è poco. Perciò brava Lucia e complimenti per avere raggiunto la summa dei tuoi primi 50 anni di poesia!

    Un solo istante e tutto muta il quadro

    diverge e scosta
    lo strappo al cuore della vita
    che risale il cinghio della meta ormai raggiunta.

  4. antonio sagredo

    Jim Morrison, chi ?

  5. Cmq l’umiltà in poesia è una condizione propria degli spiriti elevati. Nel caso di Lucia Gaddo, siamo agli antipodi rispetto alla poesia di un Antonio Sagredo. Quest’ultimo fa della recitazione altisonante la chiave di violino della sua poesia, Lucia Gaddo ama i toni bassi, le parole semplici, gli sviluppi lirici con all’interno slanci e ritrosie…

  6. raffaella bettiol

    la poesia di Lucia Zanovello Gaddo si esprime in una tessitura lessicale straordinariamente variegata e coinvolgente, capace di esplicare, con toni all’apparenza pacati,le sensazioni, i sentimenti più accesi, anche se dolorosi. Il suo mondo interiore è, infatti, estremamente complesso e spiritualmente ricco

  7. Lucia Gaddo Zanovello

    Mi sento così gratificata e paga dei Vostri commenti che ricorderò queste ore come mi fosse stata donata la solennità di una festa.
    Ringrazio davvero tanto Giorgio Linguaglossa per le sue cure, per quanto ha scritto sul mio lavoro e per avere inserito alcuni testi dell’Asincrono scacchiere nel suo Blog.
    Grazie infinite per il suo commento e per le espressioni affettuose, che ricambio di cuore, a Francesca Diano, che nel mio immaginario possiede la levatura di un sole che brilla riverberando ugualmente la luce del suo caro e geniale Papà.
    Apprezzo il laconico commento di Antonio Sagredo, che ha caricato a salve quei puntini di sospensione, ma non troppo – Dio solo sa quanto la sua sia una stoccatina nel mio caso opportuna.
    Mille e mille grazie a Flavio Almerighi, per le sue parole e per la sua lusinghiera generosità e a Raffaella Bettiol per la sua profonda e pregevole lettura dei miei testi.

  8. Giuseppe Panetta

    Credo che a Sagredo, più che i Doors, possa piacere il video e canzone dei R.E.M., Losing My Religion, e lo invito a vederlo/ascoltarlo (superando incomprensioni tra noi)

  9. Giuseppe Panetta

    Quanto alla poesia di Zanovello, più Lei è chiara e lineare, più io sono oscuro, ironico e qualche volta dissacrante (di certo non avanguardista esangue come riporta Almerighi), ma non per questo non apprezzo la sua poesia, che, credo, sia stata in realtà complimentata da Sagredo quando la definisce umile. Io la definirei fluttuante, ha un ritmo soave, materno, che sa di culla.

  10. Giuseppina Di Leo

    Mettendo in controluce i propri affanni, i versi di Lucia Gaddo Zanovello esprimono luminosità estrema e tanta bellezza. Segno dunque che le parole possono esprimere anche ciò che non si vede. Ne sono colpita.

  11. Salvatore Martino

    Mi chiedo spesso in assoluta umiltà, quasi confusa nel banale, che cosa io chiedo alla poesia. Una domanda semplice semplice lontana da tutte le contorsioni della critica. Spero leggendo i versi che gli stessi mi diano una emozione, con le immagini, con le cadenze musicali, con il pensiero filosofico che si annida tra le parole.E che ci sia la realtà. il vissuto del poeta, il suo avvicinarsi al mondo, al rapporto con se stesso e con gli altri, , al rapporto con l’umano e il sovraumano. Che possa leggere versi che poi stamperò nella mia memoria, che continuerò a leggere nei mesi e negli anni. Non importa se siano poesie in verso libero, o in forma chiusa,se siano frammenti che si uniscono a mosaico,o composizioni che ancora fanno dell’armonia il loro credo.Chissà perché continuo a leggere Borges o Kavafis, Ritsos oppure Auden, Ariosto o Cavalcanti così diversi anche stilisticamente!. Ovviamente l’elenco potrebbe continuare fino a notte alta.
    Ho sbagliato stavolta a leggere i due commenti di quella straordinaria artista che è Francesca Diano…mi aspettavo di leggere qualcosa di straordinario nei testi della Zanovello. Per carità le poesie sono ben scritte, ma non riescono ad aprire nessuna delle porte della mia sensibilità

    “Da perenne lastra d’algida purezza
    con passo che ruscella dirompente
    corrente di torrente che zampilla
    gesto che scintilla dorso e scaglie
    al pesce che sfavilla
    nel bagliore acuto del fragore
    che dal tuono oscuro
    lucido silenzio ridistilla”

    Un bell’esercizio astratto che fatico a raggiungere, e di questa natura c’è largo impiego. Insomma sarò un tardo romantico ma se la poesia è questa non mi interessa. Certamente una presa di posizione non critica, ma ripeto perché devo leggere poesia che non mi trasmette nulla?Mi rendo conto di suscitare le rimostranze di tanti, ma non pretendo di dare giudizi soltanto personalissime opinioni.Salvatore Martino

  12. Lucia Gaddo Zanovello

    Gentile Salvatore Martino, concordo con i principi e le componenti che Lei chiede possieda la poesia, sono le stesse caratteristiche che vorrei trovarvi pure io, e non sempre con soddisfazione, ma nel caso dei versi da Lei estrapolati (mi capita spesso di trarre ispirazione dall’acqua, linfa vitale della natura), credo che con essi io volessi celebrare l’acqua dolce originata dai ghiacciai.
    Ho avuto la fortuna di poter osservare di persona alcune sorgenti alpine e il mio era un tentativo di riprodurre i suoni originati dal diverso scorrere dell’acqua: quando viene radunandosi la liquidità nascente, quando l’acqua inizia a gorgogliare scendendo tra l’erba nei ruscelli o invece precipita nel fragore roccioso delle cascate, per poi, nel piano, tornare quasi al silenzio. Tutto qui, ma miravo, comunque, a riprodurre un’emozione realmente vissuta.
    La ringrazio per il suo intervento così circostanziato e, per me, costruttivo, dato che rafforza anche un mio modo di intendere la poesia, ma, ne convengo, in materia di poesia è ben difficile, nella pratica, raggiungere gli obiettivi teorici.
    Concordo con Giuseppe Panetta, anche secondo me quello di A. Sagredo maggiormente voleva essere un complimento, e grazie davvero per il suo apprezzamento (mi diletta molto, di tanto in tanto, scrivere anche filastrocche per bambini! A questo proposito esiste un testo intitolato ‘Micio Macho’, sotto la voce ‘orme del nostro Pepi’, nel mio sito web di altervista).
    E grazie mille davvero a Giuseppina Di Leo per le sue parole sul mio lavoro, che trovo assai confortanti.

  13. Salvatore Martino

    Carissima Zavonello ammiro la sua classe nel rispondere a quelli che potrebbero sembrare miei appunti. Purtroppo i testi che appaiono nella Rivista non sono mai esaustivi, e magari escludono composizioni di maggior peso. Come giustamente affermava Giuseppe De Robertis non si può parlare di un poeta se non si è letta tutta l’opera.Comunque la sua è certamente poesia anche se non fa vibrare la corda di un vecchio, che forse ha letto troppo e per questo diventato difficilmente attaccabile.

    “In materia di poesia è ben difficile, nella pratica, raggiungere gli obiettivi teorici”
    Le rubo questa sua straordinaria affermazione che andrebbe imposta a tanti critici e poeti Aggiungo che spesso le teorie riescono ad essere persino dannose
    Salvatore Martino.

    • Salvatore Martino

      Mi scuso per l’errore onomastico Salvatore Martino

      • Lucia Gaddo Zanovello

        Nessun problema (si tratta di uno scambio di lettere che, noto, a volte viene naturale), ma grazie, non me ne ero neppure accorta, dal 1971 sono abituata ad essere chiamata semplicemente ‘la Gaddo’.
        L’aggiunta del cognome di nascita in coda risale a una abitudine, ora superata (ma per diverse ragioni diventata imprescindibile), di quegli anni.

  14. Io penso che la poesia è come correre i 100 metri. I centometristi corrono tutti insieme a velocità notevoli, ma poi chi vince vince per un centesimo di secondo rispetto a quello che perde. Insomma, in poesia la differenza la fanno i centesimi di metro e non i decimetri di metro, tranne pochissimi in tutti i secoli.
    Credo sia errato avvicinarsi alla poesia dei nostri contemporanei per cercarvi delle emozioni assolute e immediate, di frequente la poesia richiede tempi lunghi di assimilazione di un certo linguaggio. A volte tempi lunghissimi. Di solito, la poesia immediatamente comprensibile ai contemporanei è la più debole…

    • Salvatore Martino

      Hai ragione caro Giorgio difficile avvicinarsi alla poesia dei contemporanei, i tempi di assimilazione come tu asserisci sono lunghissimi, d’altra parte la comprensione emozionale rimane l’unica anche se precaria possibilità di un approccio. Salvatore Martino

  15. ubaldo de robertis

    “Amore per il linguaggio e amore per le cose -scrive Sandro Montalto nella prefazione alla raccolta: “Consapevolvenze”, – amore per le persone e per la realtà quotidiana, l’amore per la natura, dalla quale imparare i cicli, l’entusiasmo della primavera e la pazienza dell’inverno”
    Qui tutto è detto.
    Basterebbero queste considerazioni ad estrarre il senso della poesia di Lucia Gaddo Zanovello.
    La mia impressione, dopo una prima lettura, forse influenzato dall’ammirazione che la mia amica Francesca Diano nutre per la poetessa padovana, è che Lucia Gaddo Zanovello riesca a formulare questo senso con parole e immagini adeguate, efficaci, convincenti.
    Ubaldo de Robertis

  16. antonio sagredo

    Panetta ha compreso più della Diano (che ha risposto con “rimasticature di vecchie cotolette”, cosa intendevo per umiltà… e lo ha compreso le stessa Zanovello… è strano però che la Diano Francesca abbia risposto in maniera così dozzinale, direi banale se non fosse così, ha di certo preso un abbaglio, oppure si è abbagliata da sola…- p.e. quando alcuni miei versi spiccano per sublimità ( e l’ho raggiunta parecchie volte) io pecco di grande umiltà… spero che venga compreso… umiltà non è bassezza, ma altezza d’animo (ma non sempre)………………….. grazie

  17. L’inerzia di questi giorni di caldo eccessivo non mi concede di esprimere un parere significativo sulla poesia della Gaddo, che merita di essere osservata da più di un angolo di lettura: dietro le parole si nasconde un universo complesso, che ,forse, la stessa poetessa deve ancora esplorare e portare alla luce completamente.P.S., per Sagredo: se vinci il Nobel, ci inviti tutti a cena.Ma Benevento, non produceva solo lo STREGA?

  18. Lucia Gaddo Zanovello

    Rivolgo un sentito grazie per i loro apprezzati commenti anche a Ubaldo de Robertis e ad Anna Ventura

  19. Giuseppe Panetta

    Micio Macho col musetto da circasso… Ha ragione Ventura, l’opera, nell’insieme, offre diversi angoli di buona lettura.

    Anna, io bevo l’amaro del Capo.

  20. antonio sagredo

    …non capisco il riferimento a Benevento, città dove non ci sono mai stato, né ci tengo ad andarci per alcun motivo. Né sapevo che qui si produceva lo “Strega”: liquore che bevevo da adolescente nelle giuste misure combinate con altri liquori. Ora bevo l’amaro “Lucano” ma solo per digerire… anche l’umiltà che non mi manca, ma non c’è orgoglio, e lo ripeto soltanto CONSAPEVOLEZZA storica di ciò che ho scritto in/di Poesia: ho perfettamente inquadrato e messo al posto giusto il luogo e il tempo delle mie “umili” creazioni, e i limiti che mi sono dati sono rari, ma ve n’è uno che posso dirvi: questo limite consiste che intorno a me c’è un vuoto assordante che mi umilia. Vorrei compagni di strada, ma non ve ne sono, e tanto meno la strada!
    Accento sempre il tono affettivo dell’Almerighi, che deve mettere in “riga” la sua “alma”…; il Nobel? : è cosa da Dante, non del “cordigliero” . quanto agli interventi che coinvolgono il mio nome sono i benvenuti comunque… – ora sono alla ricerca di un “buon titolo” (come dice l’editore) del mio prossimo volume di poesie che vanno dal 2008 al 2012; e iniziate a prenotarvi, poi che in queste poesie vi troverete macigni e massicci.
    A. S.

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