Mauro Ferrari  POESIE SCELTE da “Il libro del male e del bene Poesie 1990-2006” (puntoacapo, 2016 pp. 176 € 20) con un Commento di Fabio Pusterla; “Il bene della vista è ostinatamente fuori di ogni canone imperante, perché considera l’Io un punto di vista”

foto Cuadro lienzo Garabatos Blanco&Negro

Cuadro lienzo Garabatos Blanco&Negro

Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959) è direttore editoriale di puntoacapo Editrice. Ha pubblicato le raccolte: Forme (Genesi, Torino 1989); Al fondo delle cose (Novi 1996); Nel crescere del tempo (con l’artista Marco Jaccond, I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2003); Il bene della vista (Novi 2006, che include la precedente plaquette). Numerose le sue partecipazioni ad antologie, tra cui la recente antologia curata da Emilio Coco, Vuela alta palabra (Caza de Libros, 2015). È inserito nell’Atlante dei Poeti di Ossigeno nascente.

Come critico ha pubblicato Poesia come gesto. Appunti di poetica, Novi 1999); i saggi e le riflessioni sono ora raccolti in Civiltà della poesia (puntoacapo, Novi 2008). Ha fondato e diretto fino al 2007 la rivista letteraria La clessidra, ha collaborato all’Annuario di poesia Castelvecchi e a moltissime altre riviste e antologie con saggi, testi e traduzioni di poeti inglesi contemporanei. Ha curato il progetto globale e in particolare il tomo II dell’antologia  Il fiore della poesia italiana (puntoacapo 2016), dedicato ai poeti contemporanei. Attualmente dirige l’Almanacco Punto della Poesia Italiana, edito da puntoacapo. È membro della Giuria del Premio letterario “Guido Gozzano” di Terzo (AL) ed è direttore culturale della Biennale di Poesia di Alessandria.

roy lichtenstein citazione make-up

da roy lichtenstein citazione make-up

Commento di Fabio Pusterla su “Il bene della vista”  (2006)

Libro ampio e complesso, scritto e rielaborato per anni dal suo autore, questo volume merita senz’altro seria attenzione da parte dei lettori di poesia. Nella parca nota conclusiva, Ferrari fornisce alcune indicazioni significative, da cui conviene partire per indirizzare la lettura; indicazioni che si concentrano proprio sul titolo dell’opera, e sul suo significato. Intanto, informa Ferrari, il titolo vorrebbe «suonare ambiguo e, forse, sarcastico»; in secondo luogo, nel corso del lungo lavoro di sistemazione della raccolta l’autore si è convinto che «Il bene della vista è ostinatamente fuori di ogni canone imperante, perché considera l’Io un punto di vista e non un oggetto di poesia». Le due osservazioni, in qualche modo complementari, forniscono a ben guardare un concentrato di poetica; e se forse si potrebbe smussare la presunta anomalia di una simile poetica rispetto al panorama generale (si può ben immaginare quali siano i “canoni imperanti” a cui pensa Ferrari; mi pare tuttavia che la riflessione sull’Io e la sua trasformazione in “punto di vista” non sia affatto estranea a parecchi dei migliori autori contemporanei, non necessariamente “canonici”, s’intende; basterà qui richiamare il lavoro di Umberto Fiori, e in particolare il titolo del suo più recente volume di poesia, La bella vista, a cui, si può pensare, Ferrari guarderà fraternamente), ciò che davvero conta è che effettivamente una simile poetica viene seguita da Ferrari con rigore e con coerenza, e che il risultato di un simile sforzo appare non di rado di singolare intensità.

Se l’Io è un punto di vista, dell’Io non sapremo nulla in maniera diretta: ne coglieremo semmai le scelte visive, e ne intuiremo alcune caratteristiche attraverso il modo di guardare; nulla di più. Eppure, sappiamo già in partenza qualcosa di essenziale a proposito di quell’Io così nascosto al nostro sguardo: esso si è come depurato, o è stato deprivato, di ogni altro possedimento all’infuori della vista; è un io povero, cosciente della propria condizione, ma non sconfitto o rassegnato, e anzi determinato ad affidarsi fino in fondo all’unico bene che gli rimane: la vista, appunto, una lama affilata e a doppio taglio, che del mondo può rivelare la bellezza o l’orrore, la gloria o la vergogna. Ecco l’ambiguità, e il possibile sarcasmo, cui allude l’autore; anche se poi nel libro la nota dominante è forse quella meno cupa: persino di fronte alle immagine più orribili, più torbide, la vista di Ferrari sa di essere un bene, vuole esserlo, per quanto faticoso e doloroso possa risultare il peso di un simile bene. E il bene non consisterà allora nella bontà delle cose viste, ma nel solo coraggio di guardarle, nella caparbietà e nella pazienza di accenderle per un istante sul palcoscenico della pagina, sottraendole al buio e al silenzio che le azzerano . . . I versi che aprono un testo importante come Orizzontale suggeriscono bene il valore etico dello sguardo di Ferrari, che nasce da una scelta, e che si propone di stabile un rapporto con il mondo, una ricerca di senso, e non certo un abbandono estetizzante al potere delle immagini. Così orientato, lo sguardo si dirige soprattutto verso due direzioni, che si intrecciano nel corso del libro. La prima è quella spaziale, del paesaggio: un paesaggio vasto, ferito, bello e doloroso, fiero e umiliato; la seconda quella, verticale, del tempo, che è tempo soggettivo, individuale, affiorante qua e là appunto nel paesaggio, nelle cose stesse, sotto forma di segnali o di precarie sopravvivenze, ma che è anche tempo collettivo, storico, con tutte le sue speranze deluse, le sue sconfitte . . . La vista è dunque lo strumento di una ricognizione; ma le risultanze di tale ricognizione vanno poi trasformate in scrittura poetica, ed è qui che appare l’altro aspetto centrale dell’opera di Ferrari, cioè una sorta di onda verbale, ritmica, che trascina con sé, come un respiro sommesso, ampio, le singole parole, le frasi, i versi. Un vento non impetuoso ma costante, che non scende dall’altro delle nuvole ma sembra salire dal basso, dalle fessure del terreno, spira attraverso le pagine di questo libro; eppure in certi particolari momenti tutto sembra arrestarsi, il flusso s’interrompe, e la singola scena si staglia folgorante: come avviene, per non fare che un esempio, nella poesia Ali: dal migliore degli inferni possibile, dove l’apparente inquieta contemplazione di un laghetto o stagno alpino si blocca su un fotogramma atroce:

La madre nuota
in mezzo metro d’acqua verso me
che osservo gli anatroccoli a distanza,
e solo adesso m’accorgo delle remiganti
tagliate nette con precisione –
(…)

Così la scrittura di Ferrari si muove dentro questa duplice dimensione: tra l’intensità visiva del singolo punto e lo sfumato ritmico dell’insieme; o, con altre parole, tra crudeltà e elegia. Del resto: il lettore non fatica a riconoscere, in questi versi, molti richiami alla tradizione più illustre, da Dante a Montale. . . .

Ma forse, per concludere, la cosa che va detta è soprattutto un’altra. Il bene della vista di Mauro Ferrari è certo un tentativo di dar voce non solo e non tanto a un’esperienza esistenziale, ma soprattutto all’incrocio di vite e di morti, di sogni e di cadute che l’hanno costituita; e di cercare, con questo tentativo, un senso, un ordine e persino, se la cosa fosse possibile, una forma di armonia in ciò che altrimenti parrebbe solo cieco gioco del caso, della storia o della biologia. Appunto per questo l’Io ha dovuto rinunciare quasi del tutto a se stesso, trasformarsi in anonimo sguardo, abbandonandosi al movimento dell’occhio che fruga nella realtà del presente e del passato. Ma è grazie a tale scelta che il lettore può scoprirsi rappresentato da molte delle poesie di Ferrari: come se quel paesaggio, quella scena, quei volti e quel respiro fossero anche suoi, sue quelle domande, quell’ansia. Suo, soprattutto, lo sguardo, lucido, e stranamente sereno.

Poesie di Mauro Ferrari da “Il libro del male e del bene Poesie 1990-2006” (puntoacapo, 2016)

Valerio Merulo al giovane poeta Lucio

“Che triste il tuo libercolo, Lucio;
e che oscena tanta ossessione
di realtà, quel pullulare
d’uomini e cose che sporca la mente…
sconveniente, in questo mondo
civile e irreale che dondola
sospeso fra due salici. E chiedermi
una recensione, via, non è da te…
Guarda con quanta grazia Proculo
invece piazza i suoi prodotti
(tutti lo comprano al Foro)
e già prepara nuove meraviglie.”
.

Proculo medita sulla Storia
.
Nell’acqua fino alla cintola
controcorrente mirava gli acquitrini
livellati da una marea pietosa,
quando il suo sguardo si incagliò in un’ansa
da cui dedusse fango e canneti

splendida vita da carpe.
.
(Più innanzi, passata la pianura,
l’acqua tornava a rivoltare
bianca e impetuosa i ciottoli,
precipitando quindi
da una rupe di cinabro.)
.
Medita sulla Libertà

.
Ma poi l’assurda libertà, gli spazi
finti che al volo si offrono
indagatore di abissi, i cieli
sfregiati e i fondali inquieti
diventano questo piacere ottuso
di un pasto di rifiuti,
un festoso sciamare a questi
campi d’abbondanza dove il fetore
è l’aria stessa, immobile, la notte
esala lucori di metano e il giorno
ti rivela senza volo, stordito e sazio,
riconoscente e nauseato.

.
*


Quanto freddo quest’alba:
stanotte un vento senza fine
ha scardinato gli ontani
e disperso le mie cose.
Poi la pace
gelida è discesa, preludio
a un sole di febbraio
tentatore:
ma proprio
per quest’alba trasparente
la mia vita ha il nero del basalto,
levigata come un sasso di torrente;
per il vento della notte
e l’interstizio buio
dove un grillo scava
caparbio e silenzioso
verso il basso

verso il fondo.
.

*
.

Intirizzito da quest’aria lieve,
cieco di una luce che mi abbaglia
e confuso, troppo
da questa carne rosea e morbida
che aderisce imprescindibile al mio cuore
e si fa peso, nebbia di viaggio;
a braccia alzate, i polpastrelli infine
che abbrancano dove la roccia ha termine
oppure scoprono una cima
irraggiungibile che sfugge,
già tesi nello sforzo i muscoli
(quanto avvizziti in questo tempo!)
mi fermo, osando rifiutare la visione,
pigro sedendomi su quest’ultimo
pianoro sterile, perplesso,
a mezza strada fra la terra e il cielo:
un indistinto, cieco pigolìo la prima
e il secondo un urlo che atterrisce.
.

Pensarsi liquidi

.
È questo il limite, credersi forme solide
e risentirsi per gli spigoli che s’urtano
e non combaciano; la nostra vita
balza dallo sfondo fuori fuoco,
i personaggi più non riconoscono il fondale
su cui si agitano, parlando senza intendersi.
.
Si cresce senza troppo merito
svolgendo la banale formula del nautilo,
che prospera in silenzio e grida sogni eterni:
ogni ritocco accelera lo scempio
e fa l’immagine più oscura,
la scena meno comprensibile.
E la stocastica degli urti,
le occhiate che s’incrociano
attraverso un tavolo come due spade
sono masse estranee che si sfiorano,
tangenze che si creano e deformano;
stridore di un tocco immaginato.
.
Meglio pensarsi liquidi, legami atomici più deboli,
quell’inumana miscibilità dei corpi che solo un attimo
un angelo in delirio può avere immaginato
chissà da dove cadendo, forse un soffitto di cielo,
e lui un alito soltanto, né pietra né acqua,
ariele senza superfici né liscia traslucenza,
ancora meno, ancora più, un altro stato ancora,
aria nell’aria; vinto dalla pietà, spinto a donarci un poco,
un poco farci essere di più.
.

*
.
                    Ad Alberto Cappi
.
Hai mai avuto questo darsi sulla mano,
un dirsi che s’inaridisce piano
e deve compiersi nel tempo giusto
tuttavia, ancora fra i miracoli
che uniscono le notti ai giorni?
E non saperlo dire, non trovare
l’equilibrio fra radice e foglia,
sentirsi nelle tasche trucchi
miseri e sulla bocca un motto
che chiunque sa finire; quello
e nient’altro, le mani fredde
ad annaspare e l’imbarazzo:
“Questo è tutto” – che significa
“non ho più trucchi,
ma sono io l’uomo dei trucchi,
era il mio compito tradito, perdonate.”
E senti il tempo che ti cresce,
l’incolmabile inchiodato al muro,
gli occhi affissati sopra, il vuoto
che si sbaratra e non sai
che fare e dire, ma sai bene –
ed è la conoscenza di una vita,
che c’è un fare che si fa sapere
e dire, e ancora vivere, nell’ultimo –
che altri hanno violato crune strette
per la stenta interminabile gugliata
che tu tenti: è questo che ti prova
e il cruccio che ti smuove, in fondo.
.

 

Piccioni

.
Così la vita ci sorprende: era il riflesso
Di una ciocca oltre lo specchio,
imprevedibile; adesso è l’universo
contratto dei colombi grigi
sotto il tetto e lungo il cornicione
irragionevolmente attenti
al mondo che persiste senza loro:
una comunità di singoli,
il guano paziente che s’accumula,
la pioggia che non lava.
.
Non è di questa terra il loro regno:
ci sovrasta, visibile soltanto
in cornicioni, tetti e cavi sospesi;
a volte, in qualche riverbero
sfuggito dagli specchi.
Osservano, come avanguardie
di un’invasione o messaggeri muti
e scendono ogni tanto qui fra noi
a rammentarci che potrebbero,
– questione di tempo –
a stuolo calare simultaneamente
e sbarrare ogni percorso, ogni accesso,
decretando la fine. Astutamente
fingono di condividere la nostra natura
corporea, lasciando relitti svuotati
sui marciapiedi, immobili.

.

Orizzontale

La vista ha scelto di vedere –

e scegliere, nel perdersi
di prati e fabbriche palazzi e boschi
scintillanti in danza
tra un cielo e la terra – un mondo
tutto calpestabile e quasi raggiungibile.

Oltre la cerchia amaranto
che ci contiene, qualcosa
preme e manda segni
perseguitando i nostri territori;
qualcosa a tratti penetra
la coda dell’occhio
dissimilmente saltando gli steccati.

(Parla poco se devi,
scrivi se davvero preme:
così stanno le cose che ci fanno,
come piramidi sui vertici – tu
trattieni il fiato.)

 

A pugni chiusi
.
                    Enrico Ferrari, 1930-2001
.
Così si scende, dicono, nell’oltrevita
o ciò che è: stendendosi com’era lui nel letto
cauti, e poi con l’irruenza della pioggia
come in gioco giù dalla collina
fino al fondo, senza dubbi.
Ma noi, che abbiamo visto in troppi volti
un digrignare o una stanchezza senza fine,
noi che sappiamo tra l’erba in attesa
pietre aguzze e rovi ed altri venti,
come lanciarci con fiducia
donandoci su palme aperte?
Come, se la presa più non tiene
ed uno solo resta in cima;
uno soltanto, com’era scritto e naturale
(ecco il tremendo),
lo sguardo fuori fuoco e l’orizzonte
che è un mistero di colori? Davvero
(è tardi, mamma, spegni la lampada)
dal fondo si risale; davvero,
chiedi a pugni chiusi,
il gorgo cede e qualche cosa infine aggalla
o tutto il senso è in questo
fingere una notte fra due luci,
serrare le imposte e coricarsi?
.

Ai bivi
.

Il Male fu per noi rivelazione.
Non la tarma che s’incunea nella trama
né lo squarcio che rivela il suo lavoro,
piuttosto il dubbio di un nord incerto,
di una bussola dappoco; e che la via
fosse a volte la più ovvia, a volte
quella imprevedibile, nascosta, impraticata –
la retta metafisica che balza via dal piano.
Il Male fu nell’intraprendere la rotta, ab ovo.
Poi tutto fu conferma.
.

Dichiarazione dell’esorcista
.

È lì che va inchiodato, estirpato
alla culla, appena s’affaccia
alla porta socchiusa: più tardi
sarebbe vano cercare semi,
polloni o radici sepolte;
o attendere i frutti con l’ascia in mano.
Ma se ti poni in ascolto
ne udrai il vagito e vedrai lo stridere
infuocato del suo primo passo:
è quello l’attimo
per il proiettile d’argento o il frassino.

.

da Da oltre un muro

.
*

Ma cosa ne sapevi tu
di quello che attendeva
e cosa io, davanti e dietro
– ridendo – all’obbiettivo.
È un giorno di sole,
un luogo non riconoscibile
sfocato dietro i primi piani
e quello, sì, com’è che si chiamava…

.
*
.
Certo, nella foto
stai dicendo qualcosa
(la bocca è mezzo aperta),
ma chissà cosa
adesso indecifrabile
com’è giusto accada
parlando da dietro un muro.

.
*
.
Lo vedi che ancora non so vincere
né perdere, e ad ogni fine
riprogetto inizi e grido
e piango qualche volta
e qualche volta ti ricordo
in questa terra di viventi.

.
*
.
Adesso che le viti più non tengono
e tutto s’allenta, scioglie o lento
decade in scaglie o polvere,
adesso la saggezza parca
dei tuoi gesti e mani
mi sarebbe amica.
.
Proteggi questi oggetti
vivi destinati a corrosione,
tu che sapresti ripararli ma
non puoi usarli: tu sapresti
arginare con le tue mani
l’onda che rode la spiaggia.

.

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Nato a Mendrisio nel 1957, Fabio Pusterla si laurea a Pavia con Maria Corti. La prima raccolta di poesie, Concessione all’inverno, esce da Casagrande, a Bellinzona, nel 1985. Suscita il consenso immediato di critici e poeti. La sua poesia selvatica, luminosa, molto comprensibile, conquista il pubblico. Una poesia che combina tempeste e spiragli. Nature sublimi e catrame. Lampi lirici, ma anche tuoni politici. Moniti, carezze, visioni. Da allora, si succedono Bocksten, Le cose senza storia, Pietra sangue, Folla sommersa e Corpo stellare. Nel Nervo di Arnold propone un ampio itinerario tra le pieghe più feconde della letteratura contemporanea. Significativa anche la sua amicizia con Philippe Jaccottet, celebre poeta francese di cui traduce varie opere: Il barbagianni. L’ignorante, Alla luce d’inverno, E, tuttavia. Ha ricevuto il Premio Montale (1986), il Premio Schiller (1986, 2000, 2011), il Premio Dessì (2009); i Premi Prezzolini (1994), Lionello Fiumi (2007) e Achille Marazza (2008) per la traduzione letteraria; il Premio Gottfried Keller (2007), il Premio svizzero di letteratura (2013) e il Premio Napoli (2013) per l’insieme dell’opera.

Fabio Pusterla vive ad Albogasio, sulla frontiera fra Italia e Svizzera.

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6 commenti

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6 risposte a “Mauro Ferrari  POESIE SCELTE da “Il libro del male e del bene Poesie 1990-2006” (puntoacapo, 2016 pp. 176 € 20) con un Commento di Fabio Pusterla; “Il bene della vista è ostinatamente fuori di ogni canone imperante, perché considera l’Io un punto di vista”

  1. “Il bene della vista” è del 2006, e quest’ultimo libro, una raccolta antologica, è del 2016. Dieci anni sono passati, durante i quali in Italia non è accaduto nulla di significativo, il sistema Italia, regge bene, anzi, benissimo, e il sistema poesia, invece, si è liquefatto (da qui le molteplici allusioni al “liquido” e alla “liquidità” nella poesia di Mauro Ferrari). Il problema, credo, è proprio questo: come fare per mettere mano a una poesia che si riveli duratura (di qui le nostre immagini dei volti di Fayum e della statuaria romana) in mezzo a un oceano di “liquido”? Ecco, Mauro Ferrari almeno ci prova, è consapevole che il «bene della vista» da solo non basta, che è doveroso proporre un discorso poetico che si articoli sulle due categorie per antonomasia dell’Etica: il Bene e il Male. Di qui la necessità di correggere l’elegia, che è sempre in agguato e il sentimento, operando vigorose inserzioni di prosasticità e di narratività. Operazione inequivocabile e imprescindibile. Molto belle le prime tre poesie presentate in questo “taglio” mini antologico delle poesie di Ferrari: quel Proculo che medita sulla Storia e sulla Libertà e che ci parla da una lontananza di duemila anni e quella missiva del poeta “Valerio Merulo al giovane poeta Lucio”. Io avrei preferito che il lavoro di Mauro Ferrari si fosse indirizzato con decisione in questa direzione: allontanarsi dal contemporaneo che crede nel “bene della vista” e avvicinarsi agli uomini di un passato lontano che parlano di Libertà e di Storia, invece il poeta ligure ha preferito volgersi in tutte le direzioni contemporaneamente e, in particolare, sulla attualità. Se nel primo caso l’elegia sarebbe stata la naturale forma della poesia, nel secondo prevale la narratività. La poesia di Ferrari sta tutta dentro questo compasso posizionale, oscilla lungo questi due corni, in ciò seguendo anche la corrente centrale della poesia italiana degli ultimi decenni, e forse non poteva essere diversamente. C’è una direzione di marcia che la poesia ha in ogni tempo, ed è bene non allontanarsi da quella direzione. Però, però, Ferrari prende anche le distanze da una poesia fatta tutta di oggetti del circondario (come quella citata dal commentatore, di Umberto Fiori), la sua oggettistica è sempre legata ed inserita in un discorso poetico lineare e direzionato per via della priorità assunta dal poeta ligure di verificare prima la dicibilità di una poesia etica. E qui veniamo al secondo punctum dolens della poesia contemporanea (dopo il primo: quello della “vista”). Ecco, la poesia non può mai essere etica, non può insegnare nulla a nessuno, altrimenti sarebbe propaganda e pedagogia. Ecco il punto, lo scoglio contro cui va ad infrangersi la poesia cosiddetta etica, altrimenti un santo sarebbe in grado di scrivere bellissime poesie etiche, cosa che non è mai accaduta. Infine, la poesia della attualità non può che scendere a patti con la realtà del mondo mediatico, ed un patteggiamento indica sempre una volontà di chiudere la belligeranza. Ma la poesia, chiedo, può mai chiudere la belligeranza? La poesia di Mauro Ferrari ci consegna tutte queste tematiche una dopo l’altra e una assieme all’altra. e questo è il merito di questa Antologia, che consegna i problemi al lettore, e si ritrae nell’ombra.

  2. Ho letto prima le poesie, poi il commento di Pusterla che approvo e condivido, quindi non mi resta molto altro da dire; tranne che invece che a quella di Fiori ho pensato alla poesia di Luigi Manzi (forse perché la conosco meglio) anche se questo ha poca importanza: la tendenza all’elegia, tra Ferrari e Manzi è presente in entrambi anche se con esiti estetici e diversità nella partecipazione emotiva (per intenderci, associo Ferrari a Eckhart Tolle e Manzi in certo modo a Pasolini). Ho preferito tra queste la poesia “Dichiarazione dell’esorcista”, che in qualche modo unisce entrambi i poeti, nell’intensità. Come sempre mi accade quando leggo buona scrittura, mi sento disarmato. Mi par di capire cosa intenda Pusterla dove chiude dicendo che il lettore fa “suo, soprattutto, lo sguardo, lucido, e stranamente sereno”. Sì, stranamente ma è spiegato in ogni sua poesia.

    Dove è elegiaco? Qui ad esempio:
    i cieli
    sfregiati e i fondali inquieti
    diventano questo piacere ottuso
    di un pasto di rifiuti

    mentre qui non lo è:
    preludio
    a un sole di febbraio
    tentatore

    Se prima ho detto di Eckhart Tolle è perché non vi è scelta possibile nella vita, tra il bene e male della morale o delle consuetudini, ma prevale la comprensione che mette a fuoco, compreso il diletto di volerne scrivere. Anche se lo leggo qui per la prima volta, Ferrari mi sembra poeta degno della massima considerazione.

  3. ubaldo de robertis

    L’occhio mai pago aiutato dalla mente, il giusto tono di rovistare dentro le cose.
    La poesia si muove, prende corso e ritorna visibile. Alcuni passaggi come dettati da un subitaneo moto interno, altri preparati con parole più dure, petrose, scabre. Avvincente poesia quella di Mauro Ferrari e mi piace immaginarlo, visto il ruolo che svolge nel campo dell’editoria, a doversi confrontare con i tanti che gli affidano i propri manoscritti, a raffrontare i propri ideali poetici, le proprie esperienze letterarie. Se per un’impercettibile frazione di minuto gli viene la voglia di cestinare gli elaborati altrui o magari… i propri.
    Ma e’ solo una futile curiosità…

    Ubaldo de Robertis

  4. Giuseppe Panetta

    Gurdjieff ne “La Quarta Via” sosteneva che il male è meccanico mentre il bene, invece, consapevole. E come dargli torto?
    Baudelaire il male l’ha indagato da molti angoli. In Italia la questione è stata trattata ampiamente da Pasolini, anche se il suo discorso era prettamente ideologico e sociologico, come pure da Dario Bellezza. In quest’ultimo caso. però, siamo oramai alla chiusura del cerchio del ‘900, agli ultimi sgoccioli: non vi è filosofia (uno sfondo impercettibile), né ideologia (se non di rimando) né, tantomeno, sociologia.
    Apprezzo di Ferraris la musicalità del verso, le immagini tornite, l’Io che, come afferma, Pusterla è un punto di vista e non un monolite arcaico. Trovo però la forbice poetica, se pure di qualità, apparentata con gli stilemi del secolo trascorso, cioè una scrittura che si muove ancora nel solco del modernismo. Tipici esempi sono, per esempio,

    Certo, nella foto
    stai dicendo qualcosa
    (la bocca è mezzo aperta),
    ma chissà cosa
    adesso indecifrabile
    com’è giusto accada
    parlando da dietro un muro.

    oppure,

    Lo vedi che ancora non so vincere
    né perdere, e ad ogni fine
    riprogetto inizi e grido
    e piango qualche volta
    e qualche volta ti ricordo
    in questa terra di viventi.

    Apprezzo, invece, moltissimo le prime due poesie che definirei post-moderne, Valerio Merulo, Procolo e Medita sulla libertà. Non so di che periodo sono codeste poesie, però rappresentano, a mio modesto parere, una strada piena di alberi da frutto.

    GP

  5. Ringrazio molto, in particolare Giorgio Linguaglossa per lo spazio donatomi, e i commentatori; come succede nei migliori luoghi di dibattito virtuale o non, sono osservazioni che aiutano a comprendere il proprio lavoro, ad approfondire, a riflettere. La mia poesia tenta di partire da una riflessione critica, fondendo stilemi e, come avete notato, fili della tradizione e della modernità. Come tale, credo sia un’operazione molto rischiosa; forse per questo i miei tempi di scrittura e ancor più di pubblicazione sono così dilatati. Il senso di questa antologia è proprio quello di “fare il punto” su ciò che ho fatto per chiudere in tempi ragionevoli il libro successivo; che dovrebbe intitolarsi Vedere al buio, approfondimento di alcuni dei fili che avete colto così bene, magari con alcune nuove direzioni espressive.

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