Rossella Cerniglia POESIA “Teseo”. Meditazioni su “Teseo”; “Nascondimento /Disvelamento  nella archelingua heideggeriana”; “Il mito di Teseo”; “Fine della talassocrazia cretese” “Il Minotauro”; “La simbologia del Labirinto: il percorso dell’uomo nella ricerca della verità”; “La Dichtung“; Commento di Gino Rago con un Preambolo dell’autrice: “Il mito di Teseo”

Teseo, venuto da Trezene, incontra Egeo ad Atene (cratere attico a figure rosse), dett_

Teseo, venuto da Trezene, incontra Egeo ad Atene (cratere attico a figure rosse), dett_

Rossella Cerniglia

Il mito di Teseo

Già nella cultura della Grecia arcaica il mito rivestiva una importante funzione, dava spiegazione di particolari fenomeni o aspetti della natura, esplorandone le peculiarità, ed esprimeva la volontà di conoscere e spiegare il mondo con un linguaggio che certo si differenzierà da quello filosofico, non ancora giunto a maturazione.

Dopo un periodo di tradizione orale, molti miti trovarono una formulazione assai ricca e accurata nelle opere di Omero – Iliade e Odissea – e nella Teogonia e ne Le Opere e i giorni di Esiodo, una formulazione che la storia rese, in seguito, canonica. Da tali opere presero spunto poi i tanti rifacimenti  e le numerose rivisitazioni che si perpetuano fino ai nostri giorni.

Il motivo di un così vivo e sempre attuale interesse, risiede probabilmente nel fatto che essi incarnano universali verità nelle loro primigenie formulazioni venendo a rappresentare l’archetipo di uno sviluppo successivo, filogenetica acquisizione in una sorta di dna dell’anima, distillazione di un sentire il mondo nelle sue originarie radici.

Il mito racchiude, infatti, una sapienza antica e una visione germinale del mondo. Adombra significati storici, religiosi, morali, visita le segrete profondità dell’animo nel tentativo di spiegazione dei suoi fenomeni, antropomorfizza l’essenza di vizi, virtù, passioni, facendone divinità

fondatrici, sacralizza quanto pertiene alla sfera umana: leggi, ordine, giustizia, gerarchie, guerra e pace divengono istituti del divino. La presenza numinosa si estende a tutta la realtà nei suoi aspetti multiformi per l’enigma che da essa affiora. Ed è stupefacente come una tale pregnanza di senso si condensi e trovi suggello nella veste leggiadra di una favola, sacra icona di un ancestrale passato che profonde radici ha piantato nella nostra anima.

Il mito di Teseo è esemplare sotto molti riguardi. È innanzi tutto una sintesi immaginifica del processo attraverso cui gli ateniesi sbaragliarono la talassocrazia cretese, liberandosi di un lungo vassallaggio che gli permise di far proprio, in seguito, il controllo dell’Egeo e poi di tutto il Mediterraneo. Ma esso sta anche ad attestare – come talora avviene nei miti “eroici”- la sacralizzazione del potere monarchico, come era appunto nell’uso della Grecia arcaica, ancora ispirata alle forme ierocratiche degli imperi sumerici e mesopotamici.

Teseo Eracle e il leone di Nemea

Eracle e il leone di Nemea

Inoltre, la sconfitta del Minotauro, il cui nome riecheggia, per l’identica radice, quello del Minosse, fa pensare che, nella personificazione del Minotauro, si volesse proprio indicare il sovrano cretese, e che l’idea di un tributo umano destinato a riti antropofagi fosse tutt’altro che peregrina. Infatti, la figura del sovrano cretese – il Minosse – doveva, con probabilità, essere associata a quella del toro, visto il grande culto di cui questo era fatto oggetto nell’isola. Nella figura del sovrano si incarnavano dunque aspetti della forza e della possanza taurina, e il cannibalismo era forse parte di un rituale in cui il Minosse stesso veniva celebrato attraverso il simbolismo del toro.

In epoca cristiana, e soprattutto nel pensiero teologico medievale, il mito di Teseo venne a rappresentare  la sottomissione dell’istinto – parte “bassa” delle facoltà umane e fonte di colpa e di peccato – alla ragione. Tale interpretazione emerge con forza nei versi danteschi della Commedia – improntati all‘Etica Nicomachea e alla teologia tomista- dove il peccato di coloro che perseguirono nelle loro scelte la bestialità dell’istinto ignorando la ragione, e che operarono accecati dalla loro ferinità, trova espressione nelle molteplici figure di peccatori e nella corposa rappresentazione delle pene – commisurate, per contrappasso, alla specifica colpa – cui viene a contrapporsi l’agire misurato e sereno di quanti scelgono come guida la ragione – tra questi, in primo luogo, Virgilio, guida di Dante nelle due prime cantiche della Commedia.

In tempi a noi più vicini, è stata la Psicologia a prendere spunto dai miti e a fornirne nuove affascinanti interpretazioni, in considerazione soprattutto del fatto che l’inconscio mantiene la stessa capacità simboleggiatrice che un tempo rese possibile la nascita del mito. Per quel che concerne l’avventura di Teseo, a divenire centrale, in questo nuovo orizzonte interpretativo, è stata la simbologia del Labirinto che starebbe genericamente a rappresentare il percorso dell’uomo nella sua ricerca di verità, e pertanto la vita stessa piena di travagli e pericoli da superare. Più precisamente l’avventura del Labirinto avrebbe il significato di una morte- che avviene in noi stessi – e di una rigenerazione o rinascita. Qui, l’esperienza del Dante della Commedia, della sua discesa negli abissi del se stesso e del male – cioè in quella parte mostruosa, o secondo altra ottica, peccaminosa, che è in ognuno di noi, e che noi rifiutiamo – si fa più viva e pregnante, in quanto la dimensione simbolica del Labirinto – il cui significato, oltre a una possibile derivazione dalla parola labrys, ascia bipenne e simbolo del potere sovrano presente nel palazzo di Cnosso, è anche quello di caverna, grotta- ci conduce all’interno di un viaggio negli inferi, in quel mondo ctonio che vive all’interno di noi, e che dopo il superamento della prova – una vittoria su noi stessi e sul male che ci soggioga- ci permette finalmente di riemergere a nuova vita e di riaffermare noi stessi.

Teseo EtraMa, a mio avviso, nel mito di Teseo si può anche – e forse soprattutto – ravvisare il senso di un altro più cruciale passaggio, di tipo epocale nella storia della civiltà, dove una linea di demarcazione viene a costituirsi nel momento in cui una visione primordiale della vita, legata al prevalere dell’animalità e al soddisfacimento di bisogni primari declina e una coscienza nuova si inaugura, dovuta all’allargamento degli orizzonti umani e non più soggetta ai vincoli esclusivi della materialità. Si tratta della conquista di uno scenario più ampio in cui facoltà nuove emergono e vengono a costituirsi, e con esse la consapevolezza del possesso di quello strumento che diverrà per eccellenza umano, cioè l’intelletto, quella capacità esclusiva di partorire realtà e di creare mondi di pensiero in continuo divenire. Siamo agli albori di una nuova era, agli albori della riflessione, a un passo dal cammino di quel pensiero che si farà interprete del mondo e che sempre tenderà a compendiare la dispersività del molteplice reale nella globalità di una visione.

Teseo_minotauroArchelingua

I miti, dunque, esprimono una condensazione di significati in immagini di rara forza e bellezza a testimoniare il momento aurorale in cui pensiero e canto, filosofia e poesia, vivevano un’unica vita.

É stato Martin Heidegger a prospettare l’esistenza di una struttura archetipica, di un’archelingua, che costituirebbe la radice comune del Pensiero e del Canto. Un sostrato nel quale pensiero e canto – come avviene nel mito- convivono e si intersecano tra loro inscindibilmente, insomma, una struttura portante della nostra esistenza dalla quale dipende la nostra interrelazione e interazione col mondo.

Nella postulazione heideggeriana, Pensiero e Canto, vale a dire filosofia e poesia, si condensano in questa originaria matrice che è la Dichtung, e in essa coabitano, hanno rapporto dialogante, che si esplica nel linguaggio. Nella Dichtung i due elementi vivono non scissi, e solo a posteriori è possibile considerarli separatamente.

Tale concetto è parte di quell’evoluzione del pensiero di Heidegger dopo Essere e Tempo, che è insieme svolta ontologica e tentativo di sostituzione di  quel  linguaggio con cui la metafisica aveva impostato la questione dell’essere, la Seinfrage. Ed è nel saggio Hölderlin e l’essenza della poesia, pubblicato nel 1937, che Heidegger formula una nuova concezione dell’essere connessa ad una precedente impostazione del problema della verità: la concezione dell’essere come evento cui si collega il ruolo ontologico del linguaggio.

Per Heidegger, infatti, “ciò che prima di tutto è, è l’essere”. La parola evento, viene in tal modo a designare l’originaria reciproca appartenenza dell’uomo e dell’essere: l’uomo infatti non è senza l’essere e l’essere non si dà senza l’uomo. All’interno di tale originario evento sono possibili, poi, tutti gli altri accadimenti della storia umana che è, manifestazione dell’essere, storia attraverso cui l’essere, storicizzandosi, si manifesta.

“Nella dimora dell’essere abita l’uomo- dice Heidegger –  e i pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono.”

teseo Teseo uccide il Minotauro (vaso con figure rosse, inizio V secolo)

Teseo uccide il Minotauro (vaso con figure rosse, inizio V secolo)

Nel pensiero originario, cioè nel mito, i due poli della dell’archelingua heideggeriana vi si riscontrano – come abbiamo detto – intimamente connessi, e in essi si realizza quell’aprimento dell’essere che non appare mai in una luce costante. Il suo disvelarsi è, infatti, analogo a una istantanea illuminazione che subito torna a nascondere ciò che ha mostrato perché il mostrarsi della verità, quello che gli antichi  greci chiamavano aletheia, si dà in un continuo nascondersi e rivelarsi che non ha fine. Per quel che concerne più propriamente la poesia, essa permette l’aprimento dell’ente “in ciò che esso è, e nel come è; e nell’opera (d’arte) è in opera l’evento (Geschehen) della verità. In essa, la verità dell’essere opera attraverso il linguaggio per il suo disvelamento.

In altre parole, in questa lingua originaria, archetipica, la filosofia viene a coincidere con la poesia poiché entrambe, attraverso le parole, hanno il compito di svelare il senso dell’essere, la sua verità. Ma tale svelamento, secondo Heidegger, non dipende dalla volontà dell’uomo. Non è, infatti l’uomo a parlare, ma il linguaggio stesso -e per suo tramite l’essere- che parla attraverso l’uomo.

Tuttavia, nel suo stare a fondamento di pensiero e canto, filosofia e poesia, che si esplicano nel linguaggio, la Dichtung li trascende entrambi poiché ogni pensiero e ogni canto non potranno mai ricomprenderla e riaffermarla interamente. Essa rimane – come si è detto – nel pensiero/canto e nel linguaggio che li esprime, in un Nascondimento che mostra o in un Mostrarsi che nasconde. Ed è qui l’essenza del linguaggio e della realtà che esso esprime, e pertanto dell’esistenza intera: essa vive nell’ombra di questo Nascondimento che accenna a se stesso senza mai interamente svelarsi nella sua Luce. E in tal modo ci si presenta come inesorabilità del trascendentema non nel senso che Heidegger aveva combattuto, di quel metafisico che apre allo sviluppo incontrastato della  téchne, bensì come distanza e diversità dall’ente, e per la sua natura ontologica e non ontica.  In tali termini esso ci appare come connaturato alle modalità di essere dell’esistenza e riconfigura il problema dell’Origine dove l’aporia insormontabile è costituita dal fatto che qualunque tentativo facciamo per raggiungerla vede l’Origine arretrare nel suo Nascondimento e porsi Oltre, sempre al di là dell’umano orizzonte.

Le grandi interrogazioni degli scienziati, al giorno d’oggi, mi pare vertano proprio su questo punto nodale, il primo e il solo punto indagato nelle lontanissime origini del pensiero stesso. Ed è questa la riprova dell’impronta finalistica che mi pare rinvenire nell’universo, come se una sua logica interna, un pensiero immanente ad esso ci indirizzasse all’Oltre, in un processo di Immanenza/Trascendenza che rimane la radice dell’Universo stesso. Infatti, comunque si attui questa ricerca, sia che parta da un’indagine sul suo fondamento, sia che parta dalle cose stesse, dall’essere o dall’ente, essa conduce sempre ad additare un Oltre, che si colloca, irrimediabilmente, al di là delle coordinate esistenziali, come se il fondamento dell’esistenza di fatto, e delle facoltà interpretative con le quali ci orientiamo in seno ad essa, fosse quel limite dal quale l’Essere-nascosto accenna a se stesso senza mai rivelarsi.

Inevitabile torna, perciò, il parallelismo tra Immanenza/Trascendenza e tra il linguaggio umano e l’archelingua heideggeriana, la Dichtung. Infatti, nel pensiero di Heidegger, essa appare come sostrato immanente sia al Pensiero che della Poesia, e dall’altro, vivendo essi nella sua luce senza mai  identificarsi con essa (che rimane inattingibile e nascosta), la Dichtung sembrerebbe additare la sua stessa trascendenza.

Il rapporto Immanenza/Trascendenza, sarebbe poi, tradotto in altri termini, il rapporto che lega parallelamente e dialetticamente l’Esistenza all’elemento che la trascende e che ad essa si impone,  che per quanto ci adoperiamo a negarlo, sempre risorge,  sempre accenna a se stesso in quel Nascondimento/Disvelamento  che gli è proprio. Ma tale rapporto, che a noi si mostra come parallelo e dialettico, verrebbe ad esprimere una Identità, una eguaglianza fondamentale poiché, solo nello iato che è l’esistenza, l’Immanenza/Trascendenza,  –ovvero il Nascondimento che si disvela e il Disvelamento che in se stesso si ritrae nascondendosi- si mostrano come distinti.

teseo Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Commento di Gino Rago

Lungo sette componimenti ( Delfi; Il deposito; Medea; Minotauro; Lo sbarco; Il labirinto; Arianna abbandonata ) Rossella Cerniglia propone alla nostra lettura una sua nuova opera poetica.  Alla quale l’autrice pone il titolo Teseo. Questo recente lavoro di ricerca di poesia presenta, per omogenea continuità di temi,  linguaggio, tono e atmosfera, l’architettura del poema. Ed è una “Water Music”, una musica sull’acqua come quella che Handel compose per il Re Giorgio I d’Inghilterra in una delle sue “cavalcate in barca” sul Tamigi.

Rossella Cerniglia riattraversa il mito di Teseo, nato dalla “Inebriata copula” fra Egeo e la giovane Etra, già posseduta divinamente da Poseidon, nel corso dell’incontro  propiziato dal re attico. Teseo è destinato dal volere degli dèi a divenire eroe  senza rivali,  pari soltanto per valore a Eracle.

Dal “deposito” vengono tirati fuori i sandali e la spada. Con quest’arma infallibile supera l’inganno di Medea e il suo disegno, uccidendo Medo e altri malvagi che fino a quel momento avevano seminato ingiustizia e terrore, a cominciare da Procuste.

Ma non si nomina Teseo senza associarlo inestricabilmente al Labirinto, al Minotauro, ad Arianna. E al suo “Filo” come simbolo di via d’uscita da ogni forma o situazione labirintica. Perché davvero divenne prova insopportabile quella di sacrificare al Minotauro, ogni anno, sette giovani e sette fanciulle ateniesi. Teseo viene caricato del compito di porre fine al dolore di questo sacrificio. S’insinua con i giovani e le fanciulle del sacrificio al mostro nato dagli amplessi fra Pasifae e il Toro Bianco, per punizione di Poseidon, ingannato da Minosse . Entra nel labirinto, uccide con quella spada protetta dagli dèi il Minotauro, riesce nell’impresa di uscire dal labirinto riavvolgendo il filo donatogli da Arianna. Teseo vittorioso abbandona Cnosso con l’opera progettata da Dedalo su richiesta del re Minosse e fugge con Arianna.

Ma, in seguito Teseo l’abbandona sull’isola di Naxos e naviga vittorioso verso il padre Egeo. Ma Teseo, vuoi per spossatezza, vuoi per l’ebbrezza della vittoria sul Minotauro, impresa che per sempre liberava gli ateniesi dal greve sacrificio, dimentica di issare le vele bianche come concordato con il padre in segno di vittoria. Egeo, in attesa sul promontorio, scorgendo la nave senza vele bianche, credendo Teseo morto, per la disperazione si buttò in mare. Da quel momento quel mare ne prese il nome. E per tutti fu, è, sarà il mar Egeo. Ove cercare le motivazioni poetiche in Rossella Cerniglia o gli antefatti per il poemetto Teseo? Forse in ciò che T.S. Eliot scrisse, riferendosi all’ Ulisse di Joyce, e anche a Yeats, nelle  riflessioni  su quello che definì il “metodo mitico” che l’autore de La terra desolata sentiva come possente “passo verso la possibile resa del mondo moderno in termini artistici”. Del resto, la stessa autrice chiude l’idea di Minotauro in questi chiari, ben curati versi

Orrido mostro che abiti il buio dell’anima/ e i labirinti del maleficio governi

nei quali elegge il Minotauro a simbolo del nostro mondo con i suoi mali e con le sue storture. Ma Teseo è chiamato a uccidere il mostro e l’impresa riesce. E Teseo chi è se non il poeta che in questa Water Music l’autrice  invita a caricarsi di responsabilità, soprattutto estetiche, tornando così al ruolo vero che il poeta deve avere sempre. In particolare, in una stagione in cui “ S’accampa l’odio e s’alimenta/ nei tenebrosi recessi dell’anima…”  come succede in  questa in cui ci tocca vivere?

Gino Rago, 7 maggio 2016

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teseo Pittore di Kleophrades - Teseo uccide il MinotauroRossella Cerniglia

TESEO

Delfi

Egeo, nobile sovrano d’Atene, due volte sposo
e senza prole, al sontuoso oracolo di Delfi s’incammina.

Lunga è la strada e polverosa. Nessun compagno.
Il sole sorge e cala. A notte alta
una pallida luna rischiara il suo cammino
tra oleastri e ciuffi di saggina
e nel suo cuore spegne l’ansia e la calura.
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Meta e Calciope non gli partorirono figli, e ora il sogno
lo reca al delfico indovino ed il responso è obliquo, stravagante:
“Anzi che giunga alla Città che tu non apra mai l’otre del vino”.
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Lunga strada l’attende nel ritorno. Lunga e rovente
come fu nell’andare. Fatica e polvere ne intridono la veste
e una tristezza senza nome affiora
con le tiepide ombre della sera… ma infine
ecco venirgli incontro il caro amico della giovinezza
il compagno d’amorosi giochi, ora barbuto Pitteo
sovrano di Trezene che con rinata gioia l’accoglie
e ristora di vino nella sua dimora.
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Poi la notte, in un’orgia di cibo e ubriacatura,
giace il tenace Egeo con la giovane Etra al fianco
la delicata figlia di Pitteo, tutta fremente ancora
dell’amplesso possente del divino Poseidon
che in un’ora non lontana l’ebbe sua.
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Inebriata copula da cui, dono del dio o dell’attico sovrano,
un giovane splendente verrà che ebbe nome Teseo.
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Il deposito
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E quando fu in età di più grandi e poderose imprese
ecco la madre venire a lui
svelandogli il segreto del suo essere al mondo
e il suo destino
e condurlo alla pietra
ove da tempo sepolto sta
il deposito paterno: sandali e spada
che avrebbero esaudito
il desiderio d’Egeo, la paterna agnizione
del remoto e del caro dissepolto figliuolo.
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Ed egli prendendo i sandali e la spada
ora s’appressa al cammino e al lungo fato
che con ali possenti sull’augusta città ora s’innalza.
.
Infine, come piacque agli dei
dopo lungo viandare,
vinto da stanchezza, ma fatto saggio
e carico d’onori,
fregiate d’alloro le tempie
come un novello Eracle,
raggiunge Atene
e in un tramonto di fiamma
alla paterna dimora volge
al mitico palazzo del sovrano Egeo.
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La folla intorno gli si accalca
per l’aura gloriosa che lo impronta
e alla fine dell’infame Perifete urla, inneggia,
e di Sini di Cencrea, il Piziocante
e di Scirone e di Procuste
che a ignominiosa morte
mandarono troppi malcapitati passanti.
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teseo Ercole che uccide l'Idra Lernaian, uno dei suoi dodici lavori. L'eroe avrebbe successivamente utilizzare il sangue velenoso

Ercole che uccide l’Idra Lernaian, uno dei suoi dodici lavori. L’eroe avrebbe successivamente utilizzato il sangue velenoso

Medea
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Ed ecco, nella reggia, la perfida Medea,
cui diedero gli dei l’infausto dono della veggenza,
trovare, per tortuose vie, l’inganno
nell’oscuro rovello del suo cuore: “Non sarà mai
ch’io veda questo spodestatore
sedere sull’alto scranno del padre
acclamato dalle genti! Solo il mio Medo,
il dolce Medo che col sangue ho nutrito nel mio ventre
sarà erede. Il nuovo re!
A lui solo piegherò il mio ginocchio.
.
Così s’accampa l’odio e s’alimenta
nei tenebrosi recessi dell’anima
e si fa carne, e coppa ricolma di malefici
da propinare all’ammirato ignaro ospite,
e per mano dello stesso Egeo.
.
Ma la spada, la dissepolta spada
d’improvviso sguainata,
ora impugna Teseo
e subito lo svela agli occhi accorti del padre
figlio segreto, ora abbagliante gioia e verità!
.
E il crudele inganno è per sempre sgominato
e in eterno punita è l’empia mano
che nell’ombra del cuore l’ha tramato.
.
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Minotauro
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Orrido mostro che abiti il buio dell’anima
e i labirinti del maleficio governi,
nera prigione di una ctonia condanna,
generata dalla dissennata lussuria di Pasifae
-che Dedalo, il grande architetto,
rese fattibile- sappi che giunta è la tua ora,
è pronta la tua morte qui ad attenderti,
e senza scampo verrà a rapirti
il tuo violento destino.
.
La fine di Androgeo chiese vendetta:
sette fanciulli ed altrettante tenere fanciulle
il tributo imposto da Minosse ad Atene
dopo che il corpo del figliolo, trucidato sulla via per Tebe,
venne condotto al padre e atroce guerra
ebbe incendiato le attiche contrade.
.
Da allora, ogni anno,
Atene piange la funesta dipartita
delle luttuose navi
che assiepano fanciulli in nere vesti
e una nube maligna li persegue
fino al lugubre approdo di Cnosso
e incombe nel tragitto e ottenebra gli abissi.
.
Ma nell’angoscia e nella rabbia
che ora morde Teseo, un piano generoso
si fa strada: vendicare, al più presto,
la sorte degli sventurati fanciulli
mettendo fine all’immane sciagura.
.
Così la nave ora l’accoglie nel suo ventre
nel medesimo abbraccio di quelle pavide membra
e una promessa germoglia dentro a tristi pensieri:
Atroce mostro, preda dei mefitici miasmi
in cui ti aggiri,
luogo più triste di questo non c’è
ove il giorno è notte, sempre oscura notte!
Bramosia di tenere membra
sento tuonare in un muggito di famelica rabbia
e rimbombare negli oscuri meandri del tuo labirinto!
Questo ti dico: dimentica, da ora, le illibate membra,
dimentica per sempre le bianche vergini
che venivano a te in ginocchio supplicanti.
Guarda chi giunge ora, chi viene a te.
Attendi con terrore il tuo destino!
.
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Lo sbarco
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Giunti a Cnosso sbarcarono i fanciulli
e Teseo ne accompagna le anime dolenti.
.
La Tyche ora si staglia sopra Atene
benevola e radiosa, e la Nemesi è accorsa
sulla città cretese e guida e incalza
la furia dell’eroe.
.
Ma lì, lungo il sentiero
che dall’approdo porta alla città,
dolce fanciulla
chiara come acqua di fonte
segue rapita il lugubre corteo
che silenzioso ascende l’erta
e Teseo vede
come glielo condusse Afrodite:
truce lo sguardo e sfuggente
invasato di lutto e rabbia imperitura.
.
E nell’istante in cui il fugace sguardo
fa suo lo struggimento del giovane ignaro,
con sottile lama
la fulgente dea le scava in seno una ferita
di quelle che mai potrà rimarginare:
un abbagliante amore indissolvibile
eternerà la visione di quel corpo
e farà suo per sempre il giovane cupo
e risoluto che a capo chino va
con l’angosciata schiera.

Il Labirinto
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Il filo che Arianna gli diede
fu, per suo amore, unica via d’uscita,
dall’infernale Labirinto
unica salvezza.
.
Lo prende Teseo
tra le mani e un capo ne lega
all’ingresso della terribile dimora.
.
E prima di discenderne l’abisso
bacia la fronte della giovinetta,
devoto bacio
che suggella una promessa.
.
Infine va. S’addentra in una tenebra
che si fa più oscura, e il muggito del mostro
è guida alla ricerca.
.
La torcia svampa
rischiara appena al suo passare
trema
fumigando per le stanze vuote.
.
Ancora il Minotauro non si mostra
geme feroce nei meandri oscuri
ma il respiro di Teseo
è più affannoso
ora che il mugghiare s’avvicina
e più possente risuona
nelle trombe della notte.
.
Freme l’eroe
nell’ansia mortale che lo stringe
l’orecchio è teso
nello spasimo dell’ascolto
e ogni muscolo gronda di sudore
irrigidito nella ferrea attesa.
.
.
Infine, a una svolta,
tra dense ombre s’affaccia
l’orrida creatura, la sovrumana bestia
partorita negli antri della notte.
E fragoroso tuona l’ultimo muggito
che nei meandri, terribile, risuona.
.
Ma la spada di Teseo
senza scampo lo coglie
e con veemenza
ne trapassa le costole
fino al nero cuore.
.
.
Arianna abbandonata
.
Isola di Naxos. Mare in tempesta.
.
Fragore d’onda
sui selvaggi lidi.
Un’ala di gabbiano
per il grigio.
.
La risacca cancella orme leggere
sull’arenile brandelli di vesti
spazza il vento.
.
Ma tra le nere chiome
con l’alito che porta la salsedine
errante geme una follia:
.
Perché sono?
.
Al cielo scuro
il mare alza la spuma
gonfia il vento, signore delle onde,
la tua veste sottile.
.
Sola, Arianna, senza un gemito
sola, ora e per sempre
l’eroe che tanto amasti
più non venne.

Rossella Cerniglia

R. Cerniglia

Rossella Cerniglia è nata a Palermo il 14 ottobre 1949, dove vive. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei della stessa città. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo, ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon, ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta, Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht, ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte, ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000;L’inarrivabile meta, ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002;Mentre cadeva il giorno, ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (, ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie, ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. In ultimo, nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone un breve saggio delle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi.  Altre opere sono in attesa di pubblicazione. Nel 1999 ha, altresì, pubblicato il romanzo Edonè…edonè. Nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. È presente con alcune poesie nella Antologia Il rumore delle Parole a cura di Giorgio Linguaglossa EdiLet, Roma, 2015. Collabora ad alcune riviste ed ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano; in Poeti scelti per il terzo millennio (2008), inStoria della Letteratura italiana (vol. IV,  (2009)  e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano.

Gino RagoGino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Ai suoi libri poetici hanno dedicato saggi critici Sandro Gros-Pietro, Giorgio Linguaglossa, Sandro Montalto, Luigi Reina, Alfredo Rienzi e altri. Con componimenti lirici e recensioni ha collaborato e collabora con svariate riviste letterarie (Poiesis, Poesia, Polimnia, Vernice, Paideia, La Procellaria, La Clessidra, Hebenon).

Gino Rago Via Y. Gagarin, 21 – Trebisacce (CS)    Email:  ragogino@libero.it

 

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44 risposte a “Rossella Cerniglia POESIA “Teseo”. Meditazioni su “Teseo”; “Nascondimento /Disvelamento  nella archelingua heideggeriana”; “Il mito di Teseo”; “Fine della talassocrazia cretese” “Il Minotauro”; “La simbologia del Labirinto: il percorso dell’uomo nella ricerca della verità”; “La Dichtung“; Commento di Gino Rago con un Preambolo dell’autrice: “Il mito di Teseo”

  1. Isola di Naxos. Mare in tempesta.
    .
    Fragore d’onda
    sui selvaggi lidi.
    Un’ala di gabbiano
    per il grigio.
    .
    La risacca cancella orme leggere
    sull’arenile brandelli di vesti
    spazza il vento.
    .
    Ma tra le nere chiome
    con l’alito che porta la salsedine
    errante geme una follia:
    .
    Perché sono?
    L’unica fondamentale radice culturale del nostro occidente europeo è nella cultura e nei miti greci, veicolati attraverso la romanità. Penso con amarezza al trattamento subito dall’Europa di Merkel e Schauble da questo povero paese, dopo le nefandezze provocate da una classe politica indigena ancora più indecente della nostra. I miei complimenti a Rossella Cerniglia che non fa una semplice cover del mito di Teseo, ma ce lo rende anzitutto con amore e non come reperto, ma lo “riattraversa”, come osserva giustamente Gino Rago. Una scrittura ricca, ben disposta, che mi ha ricordato quella di altre autrici fortemente preparate e motivate come Marisa Papa Ruggiero e Giorgina Busca Gernetti. Mi congratulo con Gino Rago per l’ottima ed esauriente sinossi. Ottima proposta, ottima lettura.

  2. Da un articolo postato su questa rivista sotto il nome di Carlo Diano. È importante, credo, riflettere sul mito del Minotauro come uno dei miti centrali della civiltà occidentale al quale non possiamo non riferirci con tutta una serie di simboli e di metafore derivanti da quel mito. Il mito dunque è centrale nell’arte occidentale ma non come posizione di poetica poietica che non avrebbe senso né utilità, non è il mito di Teseo e del Labirinto un qualcosa che può venire attaccato come un francobollo sulla busta del nostro tempo. Il mito di Teseo e del Labirinto va inquadrato sotto la categoria dell’evento, un accadimento che accade sempre di nuovo in ogni epoca e in ogni luogo. Sta a noi trovare l’equivalente oggettivo e soggettivo che ospiti quell’evento.

    Il filologo Carlo Diano, in un suo libro ormai introvabile, Forma ed evento del 1967, sposta il baricentro del discorso dall’Essere alla nozione di Evento (Ereignis). Già Heidegger aveva accennato alla nozione di Evento come episodio chiave che consente il disvelamento dell’esperienza autentica, ma in Carlo Diano è chiaro che il concetto di Evento assume anche una funzione spartiacque tra autentico/inautentico, tra mondo di prima e mondo di poi, tra il tempo del prima e il tempo del poi; tra ciò che è significativo (per noi) e ciò che non lo è. Si tratta di una categoria centrale anche nella dimensione estetica. Che cos’è l’Evento?:

    Evento è preso dal latino, e traduce, come spesso fa il latino, il greco tyche. Evento è perciò non quicquid èvenit, ma id quod cuique èvenit: o ti gίgnetai έḱάstw, come scrive Filemone, ricalcando Aristotele. La differenza è capitale. Che piova è qualcosa che accade, ma questo non basta a farne un evento: perché sia un evento è necessario che codesto accadere io lo senta come un accadere per me. E però, se ogni evento si presenta alla coscienza come un accadimento, non ogni accadimento è un evento. […] Di evento, dunque, non si può parlare se non in rapporto a un determinato soggetto, e dall’ambito stesso di questo soggetto. […] Come id quod cuique èvenit l’evento è sempre hic et nunc. Non v’è evento se non nel preciso luogo dove io sono e nell’istante in cui l’avverto. […] Da quello che precede è chiaro che non sono l’hic et nunc che localizzano e temporalizzano l’evento, ma è l’evento che temporalizza il nunc e localizza l’hic. E l’hic è in conseguenza del nunc perché è come interruzione della linea indifferenziata e non avvertita della durata – e cioè dell’esistenza come esistenza vissuta – che l’evento emerge e s’impone, ed è per essa e in essa questa interruzione che l’hic è avvertito e si svela”. [C. Diano Forma ed evento]

    È l’Evento il concetto centrale sul quale incentrare una riflessione sull’estetica. Evento come apertura di orizzonti possibili, interruzione della linea indifferenziata della durata. Evento come individuazione di una esperienza significativa. Evento come esperienza di un nuovo principio fondante della comunità di un popolo. Evento come principio inaugurale. Evento come accadimento principiale. Evento come esperienza linguistica significativa che avviene per il tramite dei linguaggi artistici.

    L’evento opera in modo da rompere l’omogeneità dello spazio, lo ritaglia e lo differenzia, e concentra il tempo in un singolo istante. «Ogni evento – argomenta Carlo Diano – perdendo la sua accidentalità, si inserisce nella ferrea catena provvidenziale del destino, di una necessità logicamente intesa, riscontrabile ovunque e senza eccezioni, Cade così la linea di demarcazione tra l’hic et nunc e l’ubique et semper. La tyche è solo un evento isolato di cui s’ignora la causa. Ma questa indubbiamente esiste e pertanto l’evento deve avere per forza un significato». (C. Diano op. cit.)

    L’evenit proviene da una periferia spazio-temporale, da una totalità cosmica alla quale, pur staccandosi da essa, rimane legato; “la prima definizione che noi abbiamo di questa periferia è l’ἄπειρον periέcon [apeiron periechon] che Anassimandro e i teologi greci identificavano col «divino», e da cui facevano «governare il tutto». E l’intera grecità ne mantiene il concetto”. (C. Diano op. cit.)

    • Grazie Giorgio di aver riportato al centro della discussione il pensiero, ancora così nuovo e in buona parte da esplorare di mio padre. “Forma ed evento” comunque è in corso di traduzione negli USA, dove uscirà in autunno per i prestigiosi tipi della Fordham University Press e l’introduzione di una delle menti americane più brillanti e note. Il testo sta già suscitando grande entusiasmo in America e mi dicevano che c’è grande attesa, sia fra i filosofi, che fra i filologi, fra gli studiosi di letterature comparate, fra i critici e gli epistemologi e tutti lo stanno trovando molto stimolante.

      Ho letto con grandissimo interesse sia la presentazione che i testi di Rossella Cerniglia, una poetessa fine e colta che apprezzo molto, cui faccio i complimenti per questo lavoro.

      Tuttavia la mia visione del mito, e ancora di più quello del Minotauro, del Labirinto e delle figure ad essi collegate, è – come ben sai – diametralmente opposta alla sua, che segue una lettura molto tradizionale. Anzi, nella mia infinita ignoranza, ho scoperto solo di recente – e ne sono rimasta allibita – che Borges, in “La casa di Asterione “, un testo che mi era del tutto sconosciuto, dà esattamente la mia stessa lettura del Minotauro, fino a richiamarne il nome originale, Asterione, e degli altri personaggi del mito, come ho fatto anche io!

      Nel linguaggio del mito, ciò che è oscuro è luminoso e ciò che è luminoso è oscuro. Dietro la tradizionale condanna alla malvagità del Minotauro e di Medea, c’è una tradizione che ne ha voluto mistificare e alterare il profondo senso originario, perché è la condanna di una civiltà ricchissima e arcaica, non più comprensibile ai suoi invasori, che dunque, dopo averla annientata, la denigrano. E, per quanto mi riguarda, evito di perpetrare e tramandare questa lettura.
      Io penso che, proprio perché il linguaggio del mito è archetipico, proprio perché è una Ursprache, sia fuorviante prenderlo alla lettera, forse perfino pericoloso. E’ un linguaggio ambiguo, proteiforme, elusivo, non comprensibile attraverso lo strumento della razionalità e del lògos, Credo che Eliade e Kerényi, oltre che Jung, ce lo abbiano spiegato meravigliosamente.
      Altrimenti si riduce a una semplice favola. Cosa che il mito non è.

      Francesca Diano

      • Grazie a Francesca Diano dell’intervento. Ho apprezzato molto il suo “Minotauro” sull’antologia a cura di G. Linguaglossa. E’ davvero straordinario, mi dicevo proprio questo, ieri sera mentre leggevo i suoi versi. Complimenti vivissimi a lei!

        • Salvatore Martino

          Nulla da aggiungere allo straordinario commento di Francesca Diano la quale indica chiaramente quale deve essere la via da scoprire nel mito, con tutte le sue contraddizioni, le sue folgoranti oscurità,l’ambiguo disegno dei personaggi…non per niente i miti stessi contemplano una infinità di varianti, vedi Robert Graves. Ora il mito raccontato dalla Cerniglia appare come una favoletta priva di darkness, priva di tragedia nel linguaggio,nello scivolare del racconto…poi dove sono i riferimenti all’attualità?Siamo troppo esperti della materia mito per essere soddisfatti da codesti versi raccontati ai ragazzi di terza media.

          • Individuo nei due commenti di Martino un non so che di astioso che non so spiegarmi. Non credo di aver voluto offendere nessuno per il semplice fatto che G Linguaglossa (di propria spontanea volontà) abbia voluto postare i miei versi sul suo blog. Certo, quel che ha detto F. Diano nel suo commento è vero per tanti versi, ne convengo. Ma bisogna guardare anche all’intenzione dell’autore per poter capire se l’effetto raggiunto è conseguente o meno.Per quel che mi riguarda, ho solo risognato il mito, la sua “favola”, se vi fa piacere. Lo hanno già fatto altri,d’accordo! ma ognuno lo fa in modo personale, e non venitemi a dire che Ovidio abbia interpretato secondo parametri psicoanalitici o altro i miti delle sue “Metamorfosi”! Li ha semplicemente raccontati nei suoi versi lasciando al lettore la facoltà di vederci quello che gli era più congeniale. Dunque cosa c’è di strano, di insolito, di recriminabile in tutto questo? Il “Minotauro” di F. Diano è senz’altro più interessante e meglio riuscito del mio, ne convengo, ma non sono stata io ad accostare il suo al mio “Minotauro” dicendo che il mio è superiore all’altro. Io non ho istituito alcun confronto basato sull’eccellenza del mio componimento e sulla inadeguatezza dell’altro. Non mi sarei neppure sognata di pensare possibile una simile operazione! Troppi fattori etici ed estetici me lo impediscono. In ogni caso, a F. Diano è riuscito meglio il suo “Minotauro” rispetto al mio. E con ciò? Vogliamo fare di questo giudizio il solo metro per giudicare la sua e la mia opera? Magari, a me o a qualcun altro, altre cose sono riuscite meglio che a F. Diano, è possibile, no?
            A Martino, in particolare, che trovo sempre scontento di tutti, sempre pronto ad eccepire tutto ciò che secondo i suoi canoni non va, vorrei suggerire, senza malevolenza,che il Narcisismo va curato in altro modo, non concependo astio verso tutti quelli che immagina possano fargli ombra.

            • Salvatore Martino

              La sua malevolenza cara Cerniglia l’ha impiegata a piene mani consigliandomi una terapia per vincere il mio Narcisismo, e non concepire astio verso quelli che potrei immaginarmi mi facciano ombra.Mi dispiace che lei non abbia saputo trattenere gli insulti: io non mi sono mai permesso di penetrare nel suo mondo personale, che ritengo assolutamente sacro, così non le permetto di entrare nel mio con affermazioni offensive.Alla mia età e con tutto quello che ho fatto nella vita si figuri se posso mai invidiare coloro che frequentano questa Rivista.Purtroppo io non appartengo a quella schiatta imbevuta di piaggeria che esprime sempre giudizi positivi per paura di essere a sua volta giudicata male.Spesso siamo di fronte a un lecca-lecca poco edificante. Come nel suo caso, ripeto, il mito raccontato ai fanciulli, le favole da ninna-nanna alle nove di sera,in uno stile vetusto. Salvatore Martino

              • E’ il suo modo di vedere le cose e perciò non mi tange, ma non c’è alcuna malevolenza né offesa da parte mia né voglia di entrare nella sua spelonca, mi creda. Anch’io cerco sempre di dire quello che penso senza “lecca-lecca poco edificanti”, ma c’è modo e modo di farlo: ed è questo che non accetto nelle sue parole!

      • Che una delle menti più acute del nostro paese come Carlo Diano autore di due opere fondamentali “Forma ed evento” (1967) e “Linee per una fenomenologia dell’arte” (1968), sia un filosofo dimenticato in Italia, mostra a quale punto di piattezza intellettuale siamo giunti in Italia. Presto sarà mia cura postare un altro articolo sulle tesi di questo grande filosofo e filologo.

        • Giorgio caro, oltre a dirti grazie per il tuo attivo contributo, è bene dire che, più che dimenticato in Italia, è invece volutamente relegato nel silenzio. Diciamo che non sanno come prenderlo e dove metterlo. Per fortuna che almeno Boringhieri ha in catalogo “Il pensiero greco da Anassimandro agli Stoici”, geniale antistoria della filosofia presocratica, che è un trattato sulla parte oscura della Grecia e di fatto sul nostro tempo, e la Lorenzo Valla l’Eraclito.
          Di recente era spirato il contratto con Marsilio per quella versione mirabile de “Il Simposio”, ho chiesto di rinnovarlo, mi hanno detto di no. Dirige fra l’altro la collana una allieva di mio padre.
          Cacciari e Nuccio Ordine si stanno attivando e vedremo se dopo la pubblicazione americana si muoverà qualcosa. Sai come siamo provinciali in Italia.
          Nel frattempo io leggo continuamente gente che ruba a man bassa dalle sue scoperte, fa proprie le sue teorie ecc.
          E’ sua la grande scoperta del vero significato della catarsi tragica, la grande interpretazione di Epicuro, che lo hanno reso famoso nel mondo.
          La lettura dell’Alcesti di Euripide, la cui traduzione è un gioiello, è la più rivoluzionaria che ci sia. A quell’introduzione lavorò anni e ne venne un saggio fulminante.
          Eppure oggi è ignorata a favore di altre, piatte e scialbe o che alla sua hanno attinto….
          Mah, così va il mondo. Tanto poi, come si sa, è il tempo che fa giustizia.
          Un abbraccio
          Francesca

  3. Grazie a Flavio Almerighi per il suo intervento sempre molto pertinente, e a Giorgio Linguaglossa sia per aver postato “Teseo” sul blog che per il commento straordinariamente ricco e colto e per la citazione di brani tratti dall’opera di un filologo come Carlo Diano, nei quali il termine “evento” può di certo essere messo in relazione con l’ Evento di cui parla Heidegger. Evento fondativo di un rapporto dell’uomo con la verità dell’essere.

    • Grazie anche per il video con la straordinaria Medea di Pasolini. Pensieri e parole eccelse! Grazie di tanta gentilezza e generosità a entrambi i commentatori.

      • In questo breve ringraziamento, fatto ahimè a puntate, mi scuso per non aver ringraziato ancora Gino Rago. Lo faccio adesso affettuosamente e con gratitudine per il commento tanto accorto e puntuale. Spero non se ne avrà della mia sbadataggine: è (purtroppo!) una mia caratteristica!

  4. Fantastica Arianna. Lei lo sapeva, che, dopo il noiosissimo Teseo, sarebbe venuto Dioniso.

  5. Sei troppo cortese a ringraziarmi per un commento troppo breve per un lavoro che meriterebbe un ben più ampio approfondimento.Attraverso un momento difficile, e non sempre riesco a concedere ai testi che leggo la giusta concentrazione;ma non mi sfugge il valore profondo delle cose,la passione,la serietà, con cui tanti, come te, lavorano con la testa e col cuore.Arianna mi piace molto: accetta e resiste,e sa aspettare.Come Penelope. Come tutte le donne.

  6. ubaldo de robertis

    Come evidenzia l’ottimo Gino Rago nel Commento, Rossella Cerniglia con i suoi sette componimenti “riattraversa”il mito di Teseo. Mi sento di aggiungere che ne riscopre l’anima ricreando, nei modi che solo l’arte poetica consente, qualcosa di vivo, di attuale, non un che di riflesso dettato principalmente dall’esperienza libresca dell’autrice.
    I miei più vivi complimenti.
    Ubaldo de Robertis

  7. Mi sembra che la mitologia venga reinterpretata con strumenti moderni che non tradiscono l’origine pur con una versificazione adeguata al presente, ma l’eleganza e la misura formale indicano come l’autrice realizzi una poesia ‘senza tempo’.

  8. Giuseppina Di Leo

    Resto affascinata dalla bravura e competenza poetica e linguistica di Rossella Cerniglia, ha restituito alla poesia un sapere lungo millenni eppure sempre attuale.

  9. gino rago

    Una congiura d’elementi a me avversi e talune dinamiche ingovernabili e indesiderate sono state in grado di trasformarmi per un tanto lungo quanto
    insopportabile periodo in una sorta di sacco vuoto.
    Smarrito e debole, tuttavia ritendo il filo con L’Ombra delle Parole e ritrovo una briciola di forza per dire tre “grazie” vasti come il mare: a Flavio Almerighi, a Ubaldo de Robertis, a Giorgio Linguaglossa.
    Già sapermi “letto” da qualcuno è in me risonanza d’amorosi sensi.
    Se poi la lettura delle mie povere cose viene condita con l’aggettivo
    “ottimo” il mio mondo d’incanto ritrova il suo colore.
    Grazie di nuovo.
    Gino Rago

  10. Godibile lettura anche per me, che ho scarsa confidenza col classicismo. Un testo che leggerei anche a un bambino di oggi, sicuro che gli piacerebbe com’è piaciuto a me. Ovviamente registro versi come:

    Isola di Naxos. Mare in tempesta.
    .
    Fragore d’onda
    sui selvaggi lidi.
    Un’ala di gabbiano
    per il grigio.

    Perché li sento del senza-tempo di oggi.
    Grazie.

    • Salvatore Martino

      .
      “Giunti a Cnosso sbarcarono i fanciulli
      e Teseo ne accompagna le anime dolenti.
      .La Tyche ora si staglia sopra Atene
      benevola e radiosa, e la Nemesi è accorsa
      sulla città cretese e guida e incalza
      la furia dell’eroe”.
      Versi che potrebbero essere stati scritti nel XIX secolo. Ancora non mi capacito nel pensare a tutti i commenti gonfi di entusiasmo. Eppure credo che molti di voi abbiano letto Ritsos e Kavafis o Borges per capire quindi la rivisitazione del mito. Ma può darsi che io non comprenda più molto di poesia e consideri per questo banali i versi della Cerniglia. Indubbiamente sono in minoranza e ne prendo atto…ma forse ha ragione Tosi sono raccontini che piacerebbero ai fanciulli. Peccato che sul mito è stata edificata la civiltà dell’Ellade, che è poi la madre della nostra civiltà. Il mondo “terribile” che si svolge e s’avvolge intorno al mito condiziona la nostra vicenda come ci hanno indicato Frued, Jung, Hilman, Nietzche e tanti altri. Ma probabilmente Prometeo ha donato davvero il fuoco agli uomini e non la conoscenza. Il mito è materia che scotta e non sopporta di essere trattato come una favola. Salvatore Martino

      • I miti li teniamo in vita noi, caro Martino, noi e Frued, Jung, Hilman, Nietzche e tanti altri.

        • Salvatore Martino

          Non capisco cosa tu voglia intendere caro Tosi con “i miti li teniamo in vita noi”,Mi sembra pleonastico rispetto a quanto affermavo nel mio commento. Non sono stato chiaro?Salvatore Martino

          • Chiarissimo. Forse nella sostanza il suo commento è meno supponente che nella forma, ma questo è il problema; o potrebbe esserlo se Cerniglia, ma potrebbero essere anche altri, arriva a dire: A Martino, in particolare, che trovo sempre scontento di tutti, sempre pronto ad eccepire tutto ciò che secondo i suoi canoni non va (…) e forse il punto sta tutto qui, nel proprio canone, che non è cosa sulla quale si possa discutere – anche se tempo e pazienza possono fare molto. Comunque, io che pure come ho detto non ho confidenza col classicismo, non arriverei a dire “Il mito è materia che scotta e non sopporta di essere trattato come una favola”. Prometeo che avrebbe donato il fuoco agli uomini… capisce? viene il dubbio che lei si identifichi col mito: ” non sopporta” quando avrebbe potuto dire “non si merita”. Ma è solo un esempio. Cordialmente

      • Salvatore Martino
        10 dicembre 2015 alle 19:53
        Nonostante l’assunto tematico che sembra volgere ad un antico poetare la Cerniglia con levigatezza espressiva, con gusto, quasi circondata da un alone di magica nostalgia , riesce a costruire un poemetto decisamente moderno, con una musica che trascende il verso libero, una delicatezza quasi apollinea, che ci trasferisce in quel mondo vagamente ellenico, o se preferite dell’Asia minore, che tanto ha segnato la nostra cultura. Un Nostos nelle acque tranquille non della dimenticanza, o peggio dell’oblio, ma dei mari che dovremmo nuovamente solcare, con le nostre imbarcazioni, coi nostri corpi, con le nostre anime. Una tematica coraggiosa in questa ipocrita palude di omofobia. Salvatore Martino

        Queste sono le sue parole, Salvatore Martino, sui miei versi e sulla mia poesia, Come ha fatto a cambiare parere tanto in fretta?

        • Salvatore Martino

          Cara Cerniglia come vede non sono prevenuto verso la sua poesia. Se avevo parlato in termini così positivi dei suoi precedenti vuol dire che lo pensavo, e che i suoi versi mi erano sembrati significativi. Comunque tutti noi scriviamo testi buoni e testi meno buoni. Persino Leopardi! Non tutti i Canti sono all’altezza de’ Le ricordanze, o La Ginestra, o del Canto Notturno. Le posso suggerire una notazione personale: quando alla fine degli anni sessanta Libero de Libero e Ruggero Jacobbi “demolirono” i miei scritti, ne fui profondamente turbato, ma in seguito mi accorsi di quanto avevano influito sulla mia “crescita” codeste demolizioni, e quanto entrambi furono contenti di aver operato con durezza sulla mia produzione. Mi rendo conto che nel nostro panorama italiano non solo letterario vige un’astensione dalla verità, ciascuno politicamente cerca di non urtare la suscettibilità dell’altro, cancellando la sincerità dal proprio pensiero. Che poi finisce per scivolare in quell’assioma terribile indicato da Bulgakov: Il rifiuto di essere se stessi è la più grande disperazione. Nascondere il proprio pensiero è l’esercizio più consueto del popolo italico.Cordialmente Salvatore Martino

  11. Bisogna leggere, credo, la poesia mitologica di Rossella Cerniglia ascoltando la musica del pezzo di Morton Feldman che ho postato, allora si scopre un mondo di rifrazioni tra musica e parole: le parole del mito coincidono, per approssimazione e per magia, al mondo della psicologia del profondo. Non è stato Freud che ha dichiarato che la psicanalisi non è stata altro per lui che un ritorno alla infanzia dell’umanità, alle sue origini archetipiche? La psicologia del profondo ha qualcosa in comune con la psicologia del Mito (scusatemi il termine improprio)… e la poesia ha le proprie radici in questi due terreni contigui della nostra psiche, altrimenti diventa vacua ciarla o dotta incompetenza spirituale.

  12. Grazie ancora a coloro che hanno commentato e che non ho ancora ringraziato – alla loro gentilezza e bravura nel cogliere l’intimo messaggio dei versi: grazie a Luciano Nanni, a Giuseppina di Leo, a Gino Rago, a Lucio Mayoor Tosi, e nuovamente G. Linguaglossa -oltre che per i suoi straordinari sapientissimi interventi- anche per aver postato sul blog una musica rara come quella di Morton Feldman che risuona tanto intimamente e fa vibrare le nostre profondità.

  13. Mi permetto di ripetere, caro Salvatore Martino, di provare ad ascoltare le parole delle poesie di Rossella Cerniglia con l’accompagnamento musicale del pezzo di Morton Feldman che ho postato, allora, e solo allora, si percepirà il gioco della spuma iridata dell’istante, la lenta campitura neoclassica della versificazione della Cerniglia come un contraltare alla volubilità del Fato e delle Muse che intrecciano il loro coro discorde sulla scena del mondo dove mutano di continuo le quinte e le maschere…

  14. Premesso che questo è un tavolo da lavoro e tale deve essere considerato, un tavolo dove ciascuno mette in mostra i propri manufatti, senza la pretesa che siano i migliori del mondo ma con la sincerità di aver fatto un lavoro ben fatto, ben cucito e cucinato, ecco che posto qui una mia poesia sul Minotauro. È una poesia che per molti versi non mi convince del tutto. Credo di aver scritto cose migliori. Ma tant’è. Salvatore stroncami!:

    Il Minotauro

    Il Minotauro attende nel Labirinto.
    È immobile.
    La bocca insanguinata dall’orribile pasto.
    Aspetta Teseo.
    Che lo liberi o lo uccida, fa lo stesso.
    Adesso Teseo srotola il filo
    sempre più lungo
    che lo condurrà ad Arianna.
    […]
    Arianna?, ma Arianna è là fuori,
    in città, fa la spesa al supermarket,
    acquista confezioni regalo
    per quando il suo sposo tornerà.
    Perché lei sa che Teseo tornerà,
    per via dell’astuzia del filo
    e della mappa del Labirinto
    che ha trafugato a Dedalo, il divino architetto
    che lo ha costruito.
    Ma perché questo tortuoso Labirinto?,
    per quale motivo?
    Adesso il Minotauro è preda del terrore.
    Che Teseo finalmente lo uccida o lo liberi
    per sempre dall’obbrobrioso pasto.
    E aspetta.
    […]
    Ma il Labirinto è vuoto, le sue pareti
    sono bianche e il mare sciaborda
    tra le colonne del peristilio.
    Il mosaico del pavimento raffigura
    una Gorgone con la testa piena di serpenti…
    […]
    Adesso il Minotauro è qui tra di noi ed erra per il bosco.
    Si nasconde tra le foglie degli alberi…

    • Salvatore Martino

      Carissimo Giorgio io non voglio narcisisticamente distruggere alcuno che possa farmi ombra…figuriamoci alla mia età e con tutto quello che mi sono lasciato alle spalle. Quando pronuncio un commento non pretendo di essere a Delfi o a Cuma o tantomeno a Siwa, niente di oracolare, esprimo soltanto il mio modesto parere che non vuole essere altro che una impressione di lettura, senza alcuna pretesa di critica. Penso che ognuno di noi sia autorizzato ad esprimere il proprio parere. Tu mi conosci da anni e sai bene della mia assoluta onestà intellettuale…se poi i miei “giudizi” sono feroci credo che dipenda dal concetto aristocratico che mi possiede della poesia e dei poeti. Ahimé davvero pochissimi. Quanto al tuo Minotauro trovo che ci siano dei passaggi notevoli, con alcune ripetizioni da eliminare tipo Teseo e Labirinto nella parte iniziale…forse un andazzo meno esplicito, più misterioso gioverebbe. Secondo me varrebbe la pena larorarci sopra, perché la partenza mi sembra più che buona.Se comunque do fastidio con i miei giudizi narcisistici e “invidiosi” verso chi può farmi ombra sono pronto a farmi da parte, non desidero turbare le coscienze degli artisti. Salvatore Martino

      • Allora – chiariamo! -ognuno di noi è autorizzato ad esprimere il proprio parere, ma non ad offendere e a disprezzare! Inoltre ognuno di noi può esprimere il proprio mondo interiore secondo quello che gli è proprio, secondo coordinate sue. O devo chiedere un permesso particolare a Salvatore Martino per esprimere quello che sento dentro? Forse che Rodari, che scrive per i bambini di terza media, è venuto a chiedere il permesso a lui per le sue filastrocche?

    • Salvatore Martino

      Molto meglio Tagliare : per quale motivo?

  15. Grazie Salvatore per i tuoi consigli, infatti in accoglimento dei tuoi suggerimenti ho provveduto a tagliare le parti pleonastiche.
    I tuoi consigli di scrittura sono sempre ben accetti, e poi conosco la tua integrità e sincerità-
    Adesso credo che la poesia vada meglio, tu che ne dici?

    • Salvatore Martino

      Senz’altro meglio,carissimo Giorgio e grazie per l’apprezzamento su integrità e sincerità. Comunque sono sempre nei limiti della correttezza i miei commenti, mai precipito nell’offesa come ad altri accade magari senza rendersene conto. Purtroppo è invalso l’uso di un poetare massificato, che è davvero l’opposto della poesia, e questo mi trascina ad essere spietato e cattivo. Salvatore Martino

  16. È una poesia non finita, cara Rossella, che tenevo nel cassetto, Cmq i suggerimenti di Salvo Martino mi sono stati utili perché ho tagliato qua e là e adesso la poesia è più tranchant, più efficace. Forse anche tu dovresti, con molta circospezione, accogliere i suggerimenti di Martino e movimentare di più il tuo Minotauro, per dare alla poesia magiore movimento, più aria, più imprevedibilità…

  17. Certo, caro Giorgio, sarei ben disposta ad accettare i suggerimenti di chicchessia se si ponessero come suggerimenti appunto, non come disprezzo e come offese. Il fatto è che certa gente non riesce a parlare se non per denigrare e giudicare negativamente. Questo modo di fare non riesce che a generare risposte negative, incrementando l’entropia universale.

  18. A Salvatore Martino, dico solo una cosa: questo è un tavolo da lavoro. Se uno pubblica qualcosa di non eccezionale, la nostra filosofia è quella di indicare i punti deboli senza prevaricare e andare oltre la correttezza e la stima di fondo che ci deve pur essere. La rivista pubblica poeti di un certo livello in quanto la selezione è già stata fatta a monte. Altro discorso per i giovani verso i quali abbiamo l’obbligo dell’indulto ma non della amnistia del giudizio. Ad esempio, che dire di una poetessa del calibro di Gianna Paola Cuneo dalla sua veneranda età di oltre ottanta anni, che rivela una freschezza e un intuito poetico che oggi nessun giovane ha. Ma Gianna proviene da una cultura cosmopolita, lei scriveva certe cose negli anni Sessanta, quando noi qui in Italia si scriveva tutti in un certo modo… E questa è una scoperta dell’Ombra. I poeti buoni ci sono, bisogna andarli a scoprire con la lanterna magica…

  19. Giuseppe Panetta

    Ho ricevuto oggi, con sommo piacere, l’antologia “Come è finita la guerra di Troia non ricordo”, e sono sommamente felice di essere stato inserito in una prestigiosa raccolta di voci poetiche (grazie Giorgio per l’attenzione).
    Ora, leggendo i testi di Cerniglia, contenuti nell’antologia, devo dire che mi sono trovato di fronte a una donna poeta “spadaccina”, degna della migliore tradizione della poesia siciliana.
    Però, a onor del vero, in questo poemetto su Teseo non ho trovato lo stesso spirito battagliero come nei testi dell’antologia. Mi trovo sostanzialmente d’accordo con Salvatore Martino, che di poesia ne ha fatta e vissuta tanta.
    Non ho voluto prima commentare, perché avrei dovuto dire che, nella sapiente cesellatura, manca la tensione.
    Non me ne voglia Cerniglia, anche a me capita di scrivere cose che non hanno gambe, eppure mi sembra che corrano veloci, veloci sì, ma verso il baratro, le mie.

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