UNA POESIA INEDITA di Steven Grieco Rathgeb “Felice notte O Bon” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “«Felice notte O Bon», è un augurio di buonanotte, l’augurio di entrare nel regno delle ombre, un mondo architettonico e spirituale della nudità e assolutezza del senso perduto”; “La poesia è lì, posata su un tiretto, in un appartamento al terzo piano di un anonimo palazzo romano, come un oggetto di oreficeria, una moneta fuori corso. Ci parla come può parlarci un ricordo dimenticato”

Steven Grieco Epang-Palast

la Montagna degli Immortali

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia.

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.

In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. Nel 2016 pubblica Entrò in una perla Mimesis Hebenon editore. Dieci sue poesie sono rinvenibili nella Antologia di poesia contemporanea a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, 2016) indirizzo email: protokavi@gmail.com

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Che cosa ci dice Steven Grieco Rathgeb in questa poesia? Tutto e nulla. Ci parla di «sconosciuti» «giunti da così lontano», di «ospiti» che hanno abitato il «tuo pensiero: fluido, inafferrabile»; subito dopo parla del «volto delle principesse»; infine una notazione, un ricordo, una negazione della notazione: «No, non eravate solo seduti in riva a fiumi oscuri, / lo Yamuna soffocato dal pattume, con le rondini in alto.»; accenna a una «distanza» che gli «occhi» sono «capaci di raggiungere». Ecco, siamo arrivati ad un punto chiave: si tratta di una poesia dello sguardo che tenta di raggiungere una «distanza», un «luogo». E poi, subito, una tranche di ricordo biografico: «Anni prima uno di loro era venuto a Firenze / nell’appartamento sui tetti». Quindi, «uno di loro», qui si parla di fantasmi, dei fantasmi della memoria, che ritornano. Poi ci sono dei soprammobili, delle masserizie, i libri di Li Baj, e poi si parla di un «serpente miracoloso, sinuoso, senza spina dorsale», una mostruosità che si insinua nell’interno dell’anima e del ricordo; e poi, di nuovo, l’intermezzo di un ricordo, che diventa immagine: «A Roppongi, quando giacesti a lungo malato sul divano Luigi XIV»; e poi un’altra immagine ricordo, un misterioso «ospite»: «lui era l’anonimo sassofonista». La poesia continua così, con ricordi che diventano immagini e immagini che si presentano nella veste di ricordi. Tutto e nulla, misteriosamente, convergono. Ma dove? Forse, la fame di spazio e di luoghi di cui vive questa poesia è la stessa fame di luoghi e di spazio che ha abitato la persona di Steven Grieco, la stoltezza di ospitare degli «ospiti» privi di «spina dorsale», quindi anch’essi come disincarnati, alati aliti, immagini, eidola che diventano immagini di una fantasmagoria, di un caleidoscopio. E la poesia ha l’andamento pianissimo e il passo di visioni successive che si presentano una dopo l’altra proprio come in un caleidoscopio onirico. La poesia abita gli stessi luoghi della fantasmagoria del poeta. È viva in Grieco Rathgeb l’esigenza di liberarsi dalle convenzioni relative ai metri, agli spazi e ai tempi della poesia tonale lineare per rivolgersi alla poesia atonale, circolare. Le parole diventano suoni atonali, sono morceaux per pianoforte: parole enigmi che si susseguono ad altre parole o che sfuggono ad altre parole, come per restare in uno sfondo, un secondo piano mnestico, quasi fossero tappezzeria, arredamento della memoria che evanesce.

Da quando Cage ha stabilito che tutto è musica, i rumori sono diventati significativi, e con essi le immagini, i frammenti. I rumori sono frammenti di suoni un tempo forse nobili, e i frammenti sono nient’altro che rumori ricchi di un senso perduto, di echi, di tracce smarrite.

Dunque, ad un poeta del nostro tempo resta il compito di ascoltare e far «suonare» il «rumore» delle parole con le parole. In fin dei conti. «La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire», «La poesia è sempre la stessa». Il mondo, diventato un «acquitrinoso labirinto di lingue», non richiede più da tempo alcuna rappresentazione lineare o prospettica, l’unica struttura formale consentita è la raffigurazione a-prospettica e multiprospettica, la sovversione delle strutture temporali, un tempo ritenute stabili, la elusione di qualsiasi convenzione dei movimenti frastici impressi sul pentagramma convenzionale; il pentagramma della nuova poesia bisogna scoprirlo da soli, immaginarselo; possono sopravvivere soltanto la durata e l’intensità di ogni singola parola; come nella musica per pianoforte e archi di Morton Feldman; sopravvivono le immagini che si presentano alla memoria trascendentale come tessere di un mosaico che non sta al poeta disporre ma soltanto comporre.

Steven Grieco YuanJiang-Penglai_Island

YuanJiang-Penglai_Island

In tal senso la «Felice notte O Bon», è un augurio di buonanotte, l’augurio di entrare nel regno delle ombre, un mondo architettonico e spirituale della nudità e assolutezza del senso perduto, scevro di qualsivoglia notazione simbolica, iconica, politica o religiosa. Quest’opera è tra le più singolari della poesia di Steven Grieco, e una delle più alte del contemporaneo; nel lungo movimento frastico a guisa di «serpente» privo di «spina dorsale», si svolge ed involge il moto elicoidale come la catena del DNA, si trovano varie voci e vari personaggi, al pari di una composizione musicale dove interagiscono il soprano, il contralto, il coro, una voce fuori campo, una viola, un Glockenspiel e percussioni sospese nel vuoto. È una poesia che ha per tema il «vuoto». È viva la sensazione di un tempo sospeso e della quiete monocroma alla Rothko Chapel di Morton Feldman. La poesia inizia con l’arcana impenetrabile sacralità di un pianissimo per svolgersi in una serie di movimenti musicali a contralto e a contrasto, come seguendo il respiro di una fantasmagoria che lievita verso l’alto.

C’è un moto che lievita, insieme al suono lento e sussiegoso delle parole. Ed ecco che appaiono i fantasmi: «gli sconosciuti giunti da così lontano»:

Chiunque poi, fossero. Se mai erano esistiti.

Una cosa era certa: eravate tutti ospiti in questo luogo
che è solo il trascorrere del tuo pensiero: fluido,
inafferrabile […]

Affiorano come dall’ombra delle ombre i nomi immagini, le località note al poeta e a lui solo: Rappongi, Waseda, il Giappone, Tokyo, Aoyama, e poi Roma nominata per sineddoche per il tramite delle sue strade. D’improvviso, il monocolore del sogno della «felice notte» si apre alla polifonia delle voci e dei colori:

Ma di colpo si aprirono i paesaggi: Kyōto, i colori, le colline,
i templi addossati alle colline. Il bianco e rosso di una fanciulla.
E nel tempio vuoto la presenza fremente del dio che inesiste.

Dal carattere «statico» e «oggettivo» di questo stile, insomma, filtra con delicatezza orientale l’anima più in ombra di Steven Grieco Rathgeb, il lato in ombra, monocolore, e il lato al sole, multicolore. Gli studi appassionati del poeta sull’armonia vocale e sui principi della polifonia, sui waka, sugli haiku, sui tanka, sui poeti prediletti (Li Bai, Meng Hao Jan, il russo Aigi), sulla musica di Giacinto Scelsi e di Morton Feldman hanno reso il suo metro particolarmente adatto ad ospitare le grazie e la fuggevolezza della poesia cinese in una cornice occidentale in un particolarissimo stile che fonde insieme un che di «frivolo» (tutti i sogni appaiono frivoli dinanzi alla realtà) e di drammatico, di surreale e di allucinatorio. L’autore ricorre esplicitamente alla nominazione dei luoghi (Firenze, nell’appartamento sui tetti, Roma per sineddoche tramite le sue vie abitate da una varia multietnicità: via Buonarroti, piazza Vittorio, via Merulana dove la poesia è nata ed è stata composta) e di personaggi misteriosi che insistono in spazi circoscritti e diluiti insieme, inviolabili reperti della memoria nei quali le voci risuonano limpidamente e senza soluzione di continuità, rispondendosi e richiamandosi l’un l’altra nell’alternanza di toni complementari e sfuggendo ognuna per proprio conto in direzioni molteplici. E, d’improvviso, appare

E nel tempio vuoto la presenza fremente del dio che inesiste

Si verifica così una grande indirezione di tracce, di echi, di frammenti di sogni e di ricordi; e accade che il quadro d’insieme più viene arricchito di particolari più ne risulta sfumato, complicato, incerto, ibrido, insostanziale:

Tutta via Merulana ingoiata: i palazzi, i negozi, i grandi platani,
tutto è l’interno vuoto di un vetro d’un qualche trasparire.

Scendi nella via, nel traffico assordante lo sguardo
ti cade sul selciato volta dopo volta, fracassandosi,
ricostituendosi.

Sarebbe inutile e stucchevole chiedersi se la poesia abbia un senso e quale, o molti sensi o alcun senso. La poesia è lì, posata su un tiretto, in un appartamento al terzo piano di un anonimo palazzo romano, come un oggetto di oreficeria, una moneta fuori corso. Ci parla come può parlarci un ricordo dimenticato.

Breve nota introduttiva

In Giappone l’O Bon è il giorno in cui gli spiriti ancestrali tornano a trovare i loro discendenti. La festa viene celebrata il 15 agosto, dopo il crepuscolo, quando la gente scende per le vie delle città e va in processione con lanterne in mano.

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Poesia di Steven Grieco Rathgeb

FELICE NOTTE – O BON

Il solo tuo vederli li riportò più volte in vita.
I molti sempre in uno, gli sconosciuti giunti da così lontano.
Un fremito, un singulto, uno strano singulto dell’anima.
Chiunque poi, fossero. Se mai erano esistiti.

Una cosa era certa: eravate tutti ospiti in questo luogo
che è solo il trascorrere del tuo pensiero: fluido,
inafferrabile. Con mano tremante hai sfiorato il volto
delle principesse. Ne hai vissuto le parole, esterrefatto.

No, non eravate solo seduti in riva a fiumi oscuri,
lo Yamuna soffocato dal pattume, con le rondini in alto.
Non eravate senza diritti, aspettando la fine.
Ci furono doni: come la vita non è.
I tuoi occhi, capaci di raggiungere ogni distanza.

Anni prima uno di loro, studioso di poesia giapponese,
era venuto da Tokyō a Firenze
a trovarti nell’appartamento sui tetti.
I tuoi volumi di Li Po, Meng Hao Jan, Chang Jien,
fra le sue mani diventarono frammenti di luce.
I volti chiarissimi, trasfigurati.
nel paesaggio toscano altri paesaggi dormivano larvati.

Così entrò in te la virtualità del waka:
serpente miracoloso, sinuoso, senza spina dorsale.
Un sentire: un impalpabile pensiero creatore.

A Roppongi, quando giacesti a lungo malato sul divano Luigi XIV,
lui diventò l’anonimo sassofonista che dopo il tramonto
saliva in cima al palazzo per suonare fra i
cassoni dell’acqua e le antenne della televisione
un solitario canto d’amore alla metropoli illuminata.

L’anno dopo, nella trattoria sotterranea a Waseda,
dopo aver ripreso in pugno la realtà, averla domata, parlasti
per ore con quell’intellettuale occhialuto, grande e grosso.
Del Giappone anni Trenta, della Guerra, cose di cui,
senza sapere come, eri perfettamente a conoscenza.
Fino nell’intimo erano tue le macerie di Tokyō.

Con difficoltà respingesti il disagio, quasi un’allucinazione
fra le birre vuote sul tavolo, i piattini dei sottaceti.
Forse era soltanto il suo inglese malfermo,
o il tuo acquitrinoso labirinto di lingue,
la ricerca angosciosa di qualche aggancio con il tedesco.

Di colpo si aprirono i paesaggi: Kyōto, i colori, le colline,
i templi addossati alle colline. Il bianco e rosso di una fanciulla.
E nel tempio vuoto, la presenza fremente del dio che inesiste.

Le immagini nacquero una dall’altra: strani nascituri,
ciascuna balzava fuori dalla precedente,
ingenerata dal senso di se stessa che non può sapere,
ma fortemente esprimere.

L’arco teso all’inverosimile, quando è scoccata la freccia
non era una freccia: sonorità armoniche, sovra-toni,
echi sparsi per tutta l’aria, dure schegge lucenti.

Poi, Roma. All’inizio, nemmeno lo riconoscesti,
eppure abitava qui, nel tuo stesso palazzo in via dello Statuto,
lo vedevi sempre uscire da una delle chiostrine interne.
Un moto di stupore: perché di loro pensavi non
avere più elementi, tutto passato, concluso.
Ma ecco il sorriso familiare, i baffi radi e spioventi,
l’I-pad, il gatto nero con gli occhi gialli elettrizzati
sempre appollaiato sulle sue spalle.

Un mattino il carro funebre lo aspetta giù nella via.
Nella notte un infarto l’ha trasformato in un riquadro
azzurro sopra i grattacieli di Aoyama.
Salutandolo attraverso il cielo, hai pensato, chissà
perché, a Aygi: lo stesso sentire traslato, l’anima
che trasumanando vola fuori dal corpo in diecimila forme.

Non transitare davanti alle loro stelle, non oscurarle.

E’ pomeriggio. Ti svegli: nel tuo cerchio dell’apparire
si aprono abissi trasparenti. Sai bene cosa vuol dire.
Ti sfiora qualcosa, ali di falene.
Sei così sfinito, non riesci nemmeno a disperarti.

Tutta via Merulana ingoiata: i palazzi, i negozi, i grandi platani,
tutto è l’interno vuoto di un vetro d’un qualche trasparire.

Scendi nella via, nel traffico assordante lo sguardo ti cade
volta dopo volta sul selciato, fracassandosi,
ricostituendosi.

No! è una premonizione! Un utamakura. O Bon!
Con queste due parole può illuminarsi una città intera.

Nei loro mascheramenti, proprio qui l’hai rivisti,
quasi senza accorgertene. Per qual motivo così affranto?
Il sorriso, che stringe gli occhi fin quasi a chiuderli.

Perché loro indicano sempre l’altro di se stessi.
Quando l’espressione è troppo sofferta, genera fra mille
doglie il suo opposto. Come dire, il significato identico
ammicca, sorride. Non è mai lui.

Cos’è allora “l’originalità”? Dire quello che altri non
han detto? A lungo hai cercato negli angoli non frugati
gli incroci nascosti, da cui loro già ti venivano incontro.

Poi di colpo, scomparsi. L’hai ritrovati, un gregge,
mimetizzati sul fondo della sempre stessa via,
ramificata ormai in miriadi e miriadi di vie.
Così, l’udito ha visto; e la vista ha saputo cogliere
l’indecifrabile musica. Eri del tutto incredulo:
l’oceanico, diversificato intrico di waka
somigliava solo a se stesso.

Stai tornando la sera a casa. Non hai più niente.
Hai rischiato tutto per amore. La paura di ignote sciagure
ora ti fascia come un velo invisibile.

E’ proprio questo: l’uomo ha soltanto nostalgia di se stesso.

Ma questa è la sera di O Bon:
le ombre di mezzo agosto calano presto, dopo che il sole
ha disfatto tutte le pietre e i visi dei passanti.
Una folla di spettri bizzarri e lanterne risale via Buonarroti
solo per te. E il giorno d’un tratto è notte – una notte
festosa, spettrale, piena di luce e di promesse.

Sono qui dall’Estremo Oriente per riprendersi i tuoi tempi passati:
la preziosità dell’enunciato, veloce come un fulmine, capace di
nascondere-rivelare strati di paesaggio ben più profondi.
E come usciste da voi stessi, involandovi nel cielo
per meglio contemplare le terre predilette nel gran chiarore.
Sospesi fra lo sciamano dell’aria e il poeta visionario,
quando in sogno raggiungesti le remote colline d’Epiro
dove i fiori d’acacia cadevano come neve.

Del verso la fessura segreta ha significato entrare
al suo interno, vertiginosamente.
Là dentro hai capito cos’è la plasticità della parola,
come crea le tre dimensioni del mondo visibile.
Là dentro, non sai come, stai al largo di Suma e Akashi
splendenti nella notte,
là rivedi la barca dello studioso giapponese:
senza remi o rematore,
indica l’orizzonte della poesia.

Aveva un senso, questo? O non lo aveva per niente.
Eran tutte cose che volevi fare. Poi sono finite,
perché vita e scrittura sono diventate terrificanti,
perché in te è nato il cigno di Eros-Thanatos,
finito il tempo dei sogni.

Un antico pianto sale, l’acqua sorgiva sale oscura dal profondo.
Quel verso coreano, come diceva? Ah, sì…
Gets ei sen kou –
“la luna si specchia nei mille fiumi”.

La poesia, dunque, è sempre la stessa. Non puoi volerla.
La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire.

Ma quel loro fare, i vestiti un po’ logori, ti sono del tutto familiari.
Sono quasi giunti all’angolo con Piazza Vittorio, magrissimi,
involucri vuoti, senza età. Li ami per questo: per i folti capelli
bianchi, le gonne e le giacche strampalate,
la cravatta sgualcita che vola via nel colpo di brezza.

E il non-divino. Lo sguardo ispirato.
Uno sguardo che in realtà non esprime nulla.
ROMA, Piazza Vittorio, marzo 2013 – agosto 2014

Note: 1. Roppongi, Waseda, Aoyama, tutti quartieri della gigantesca metropoli di Tokyō.
2. Il waka è una forma poetica giapponese (5-7-5-7-7 sillabe).
3. Aygi: il russo-ciuvascio Gennady Aygi (1934-2006) forse il massimo poeta in lingua russa della seconda metà del XX sec.
4. Utamakura: il “cuscino della poesia”: in un waka o haiku, parola o frase, spesso riferita ad un luogo geografico, che serve per evocare, dare l’avvio alla composizione. Matsuo Bashō: “perfino a Kyōto sento nostalgia di Kyōto – il canto del cucù.”

 

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21 commenti

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21 risposte a “UNA POESIA INEDITA di Steven Grieco Rathgeb “Felice notte O Bon” con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “«Felice notte O Bon», è un augurio di buonanotte, l’augurio di entrare nel regno delle ombre, un mondo architettonico e spirituale della nudità e assolutezza del senso perduto”; “La poesia è lì, posata su un tiretto, in un appartamento al terzo piano di un anonimo palazzo romano, come un oggetto di oreficeria, una moneta fuori corso. Ci parla come può parlarci un ricordo dimenticato”

  1. Travolgente, impeccabile. Una sceneggiatura che coinvolge tutti i sensi, ed offre un sentimento sempre misurato se pur intensissimo, che mai naufraga in chi legge. Ho sempre apprezzato molto la poesia di Sreven per la ricerca attenta del linguaggio, per l’intensità del contenuto, per il sobrio manifestarsi dell’Io, rispettoso di sé e degli altri.
    Questo testo, questo poema dell’attraversamento, raggiunge a mio avviso, un valore assoluto nel contesto della poesia contemporanea.
    Grazie, Steven!

  2. Il testo di Steven Grieco è troppo intenso per poter essere commentato brevemente; già coglierne lo spirito magico, entrare umilmente nel mistero di una cultura tanto raffinata da far impallidire quella classica( alla quale abbiamo sacrificato i migliori anni) è un privilegio. Forse sono i figli di questa antichissima cultura orientale che, oggi,riscoprono per noi tanta bellezza sepolta dal pattume della nostra storia, dalla vergogna dell’intelligenza venduta alla volgarità del profitto.

  3. per il momentovi ho trovato qualche verso assolutamente geniale: domani rileggerò, magari dopo avere superato qualche mio limite culturale

  4. “No! è una premonizione! Un utamakura. O Bon!
    Con queste due parole può illuminarsi una città intera”
    dove “illuminarsi” ha valenza tradizionale per la religiosità orientale (OM oppure la ripetizione di mantra) ma diventa per l’occidente un verso sorprendente, persino deflagrante. Il linguaggio di Grieco, permeato com’è da gentilezza orientale, non consente molte stravaganze; lo fanno il filo spezzettato – che però in qualche modo unisce – e le visioni stesse, questo sì. Ho idea che quel che può sembrare azzardato ( il discostarsi dalla poesia lineare, la rottura e la ricostruzione del senso – ologrammatico – le molte impennate visive) corrisponda invece a una ridefinizione del reale; la natura del pensiero E’ caotica e frammentata. Il pensiero silenzioso, interiore, è quasi sempre involontario, caotico, dilagante, talvolta ossessivo (è principalmente nella scrittura che il pensiero acquista ordine e senso). Di fatto è inconscio diurno. A differenza però dal surrealismo, che toccava la psicanalisi, qui si ha l’inalterato accadimento di quel che si vede e si sente; il faticoso riordino non altera la natura frammentata del pensiero, la sua apparente casualità. Si potrebbe anche dire questa ricostruzione è, a tutti gli effetti, ancor più fedele al realismo. Il presente accadimento, anche nella sua a-temporalità dona freschezza e vitalità alla scrittura: spessore, senso del viaggio, dell’esserci e così via. E’ quel che ho pensato leggendo questa poesia di Steven Grieco Rathgeb, anche se lui spiega bene che:
    “La poesia, dunque, è sempre la stessa. Non puoi volerla.
    La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire”

  5. Siamo di fronte ad una struttura linguistica che è autentico “opus reticolatum”, fatto di elementi dalle diverse pulsioni rifrattive. E’, in sintesi, la parola poetica che si apre ad una volumetrica realtà nella quale i personaggi e gli eventi sono chiamati ad esercitare un ruolo di rivitalizzazione, fuori dallo stagno del tempo, per ricomporre le tracce di una storia o di un pensiero, attraverso un linguaggio che si inserisce autonomamente in versi-prosa, non come utopia della Forma, ma rappresentanza di un ritrovato contatto con se stesso, come poeta e con il lettore. E’ una scrittura questa di Steven Grieco Rathgeb, oserei dire fenomenica, dal lungo respiro evocativo, in presa diretta con le frammentazioni della vita, percepite come rumori di fondo, che costituiscono gli input percussivi su cui poggiano gli spartiti di un concerto dalle diverse aree linguistico-sonore, che inglobano territori geografici, culture differenti, ed esposizione di “volti trasfiguranti nel paesaggio” con una ideologia della letteratura vista anche come momento di proposizione poetica, alternativa al dominio letterario novecentesco.

  6. ubaldo de robertis

    Se non avessi di recente passeggiato tutto un pomeriggio con Steven Grieco Rathgeb avrei capito molto meno il senso di «Felice notte O Bon», l’ augurio di buonanotte per entrare in un mondo spirituale. Non che ora mi sia tutto chiaro ma..qualche fremito in più me lo sta procurando.
    Quel giorno all’improvviso mi parlò del ciuvascio Gennady Aygi, della sua ammirazione per questo poeta di lingua russa lui, Steven, che conosce insieme a molte altre, anche questo idioma,
    “ l’acquitrinoso labirinto di lingue.”
    Credo che questa composizione sia stata scritta per designare il percorso che Steven Grieco Rathgeb ha compiuto per cercare in vari modi di scoprire il mistero della poesia e approdare ad un proprio stile poetico.
    Voci, personaggi, luoghi visti, abitati, sognati, colori, suoni, rumori il tutto rievocato interpretato e tradotto con grande sensibilità e delicata autorevolezza.
    “lui diventò l’anonimo sassofonista che dopo il tramonto
    saliva in cima al palazzo per suonare fra i
    cassoni dell’acqua e le antenne della televisione
    un solitario canto d’amore alla metropoli illuminata”
    Brevi illuminazioni che riescono a prendere campo grazie all’intensità delle parole, all’armonia del verso e all’autenticità dei sentimenti.
    Steven Grieco Rathgeb ha impresso lo stampo suo in Felice Notte O Bon.
    Ubaldo de Robertis

  7. Vorrei riportare un frammento del dialogo intervenuto (e pubblicato in questa rivista : https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/) tra me e Mario Gabriele, per riconnettere il discorso su un elemento costitutivo della poesia odierna: “l’effetto di superficie“. Che cos’è l’effetto di superficie? Può essere individuato nel frammento? Può essere l’effetto di superficie un ascensore che ci porta in profondità? – Ecco, io credo che siano domande accettabili. Sia Steven Grieco Rathgeb che Mario Gabriele utilizzano nella propria poesia il frammento quale effetto di superficie, ciascuno lo impiega secondo la propria sensibilità e cultura. Direi che il frammento è l’ascensore che ci porta in contatto con l’oggetto profondo, quella entità che non può essere nominata direttamente, neanche dalla poesia :

    Domanda: La poesia moderna parte da qui, dalla presa di coscienza della rottamazione delle grandi narrazioni. La tua poesia parte da qui, è il tentativo di ripartire dal significato di una immagine, da una citazione, da un segno come effetto di superficie ed effetto di lontananza. Che cos’è l’effetto di superficie? Qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario: l’essenza, la coscienza, e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», relitto linguistico che galleggia nel mare del linguaggio, il reale subliminale che sta appena al di sotto della superficie della coscienza linguistica. Non bisogna con ciò intendere, né vorrei darlo ad intendere, che il senso sia qualcosa di diverso dal significato o che esso sia un «effetto» come se fosse un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa); né bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile», ovvero, non modificabile almeno per un certo periodo. Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale? – Ciò di cui il significato «è», lo è in quanto senso, sensato, appartenente al sensorio (e che gira e rigira intorno all’oggetto); possiamo dire quindi che il senso abita l’immagine, il significato, ovvero, il sensorio? Forse. I personaggi delle tue poesie sono gli equivalenti dei quasi-morti, immersi, gli uni e gli altri, in una contestura dove il casuale e l’effimero sono le categorie dello spirito (le categorie dello scambio simbolico), essi sì che corrispondono allo scambio economico-monetario al pari delle pagine di un medesimo foglio bianco che attende la scrittura. Al pari della moneta anche la parola poetica vive ed è reale soltanto nello scambio simbolico (ma qui il discorso si allungherebbe). Anche se è da dire che nel tessuto fisico-chimico della tua poesia penetrano (osmoticamente, e quindi ideologicamente) lacerti, lemmi e immagini del linguaggio poetico orfico che si sono sedimentati appena sotto la superficie del testo, indebolendo (più che rafforzando) il passo della sintassi (claudicante in quanto non più originaria, non più ordo rerum né più ordo verborum).
    .
    Risposta: Devo ammettere che il discorso si sta orientando verso un piano di dialettica filosofico-letteraria nel tentativo di ricomporre un Corpo, restituendogli la sua Forma. Difficile amalgamare le evaporazioni del Tempo e del Presente riunendole osmoticamente, nella vita e nella poesia. Ci siamo addentrati non solo nelle terre della oggettività, ma anche in quelle della soggettività fasciandole di filosofia. La fine del linguaggio narrativo ha caratterizzato il secondo Novecento, trascinandosi dietro la deregulation poetica e linguistica, che ha allontanato l’interesse della critica e del lettore. Ci sono volumi di poesie che sono pagine bianche, le stesse che si trovano al Centro del Nulla. Si tratta, quasi sempre, di una poesia priva di latitudini e di cartelli indicativi che possano indirizzare il poeta e il lettore, verso qualcosa di durevole. che non è realizzabile perché è nel cromosoma della Natura, fonte essa stessa di vita e di morte, di senso e contro senso. Ipotizzando, per un attimo, la precarietà del significato, quando ti poni la domanda: “Esiste qualcosa di stabile all’interno della fluidificazione universale, almeno per un certo periodo?”, la risposta scientifica più valida la potrebbe dare il noto astrofisico inglese Stephen Hawking; ma, da buon Osservatore delle cose e Propositore di progetti quale sei, già la conosci, ben sapendo che ”l’effetto di superficie”, come lo definisci, ha una frequenza brevissima, come il Big Ben della Torre di Londra. Quanto ai lemmi, ai lacerti e alle immagini da te riscontrati nella lettura dei miei versi, mi richiamo a quanto già detto sulla mia poesia, a inizio del nostro colloquio, consapevole che anch’essa, quale agglomerato di frammenti, appena sotto la superficie, rimanga in attesa del dissolvimento, come tutte le cose inserite nel mondo. Devo qui richiamare Deleuze? Penso di si quando sostiene che la teoria del senso non è legata in alcun modo a qualcosa di eterno o al suo radicamento nella profondità della coscienza.

  8. E’ proprio questo: l’uomo ha soltanto nostalgia di se stesso.

    Ho preso questo verso, questo intercalare lasciato solo per farmi portare per mano dall’autore in questo mondo di frammenti, che poi frammenti non sono, ma la sintesi di un lungo viaggio non soltanto fisico. E mi sono sentito un bambino bisognoso di dotarsi di una nuova coscienza e anche di qualche occhio in più. Di questa scrittura sento anzitutto il fascino, la mia epidermide è forse più dura di quanto avessi immaginato. Invidio un po’ la possibilità avuta da Ubaldo De Robertis di passeggiare un pomeriggio con l’autore e attraverso il dialogo trovare il filo di una poesia che non ha bisogno di spiegazione, ma di condivisione.

    Un ultimo appunto, ma se costruiamo la poesia attraverso frammenti, comunque pezzi, nel tentativo di costruire un Corpo attraverso la sua Forma, non rischiamo di ricreare empiricamente una creatura simile a quella del romanzo di Mary Shelley, impacciata e senz’anima? La mia vuole essere una domanda senza alcun intento polemico o derisorio. Ho bisogno di capire, di approfondire e, come me, penso anche altri lettori.

    • Caro Almerighi,
      la domanda che tu poni sui “frammenti” è più che giustificata. Dal momento in cui io li adotto mi sembra giusto chiarire la loro presenza, anche se nella Intervista, Linguaglossa ed io, ne abbiamo illustrato il senso, con diversi esempi. Si tratta, in breve, di uscire dai canoni linguistici, cui la Tradizione ci ha abituati, per molto tempo, utilizzando schegge linguistiche di brevissimo respiro, che producono alla fine, una iperventilazione linguistica nella molteplice diversità di indirizzi. In questo caso, bisogna chiedere al lettore, di disconnettersi dal modello linguistico a trazione unica, per avvicinarsi ad un “grappolo” di pensieri, che alla fine tendono a formare nella loro eterogeneità, un’unica struttura morfologica, all’interno della quale, tutte le divisioni effettuate, concorrono a dare il senso della creazione poetica. E qui, mi permetto di citare Barthes quando afferma che “la scrittura non è in definitiva nient’altro che una fissurazione. Si tratta di dividere, solcare, interrompere una materia piana e uniforme.” Ecco la risposta più coerente che si possa dare al concetto di poesia per frammenti. Più sinteticamente mi pare di dover sottolineare che essa, nei tempi e nei modi in cui si estetizza, non è mai un evento di propaganda letteraria, anche perché fa parte della nostra storia e della nostra cultura. E’, in altre parole, una specie di cosmogonia verbale nella quale la pluralità dei supporti linguistici, sono come le particelle quantistiche, che popolano gli universi che non sono mai unici. Quanto poi a ricavarne un momento di interazione con il lettore, che si accinga a comprendere l’utilità dei frammenti letterari, confesso che non vi sono ostacoli di nessun genere. Basta predisporsi e trovare qualcosa di sé che si avvicini al testo. Non credo che sia difficile portarsi a questo tipo di poesia di alcuni autori come Steven Grieco Rathgeb, Linguaglossa, e chi scrive, questo breve commento, e di altri poeti, che non “cantano” la continuità di una poesia “standard” ma pluricellulare, fisiologicamente autentica e così difficile a realizzarla. A volte, riesce anche bene, ma non vorrei sembrare in questo caso, progettista di prospettive sempre positive. Infine, se nei frammenti è incorporata l’anima del poeta, ossia quel “quid” necessario a catturare un sentimento o una emozione, molto dipende da come ci si avvicini al testo, e come si è condizionati da un diverso “sentire”.

  9. Salvatore Martino

    Una partitura affascinante, enigmatica, dove una molitudine di versi memorabili accompagnano il lettore in un camino nel quale il labirinto viaggia da Piazza Vittorio alla metropoli giapponese. Non mi sembra di ravvisare i “giochi” del frammento tanto cari ad alcuni frequentatori del blog, piuttosto una sinfonia in quattro tempi dove è difficile incontrare la tonalità.Testo troppo complesso per le mie scarse attitudine, che arriva comunque a colpire la mia anima, con un pathos, che altri vorrebbero cancellare,Salvatore Martino

  10. Steven Grieco-Rathgeb

    Io ringrazio infinitamente chi ha avuto il coraggio di commentare questo post. Ringrazio le poetesse, i poeti!
    La poesia l’avevo già finita nell’agosto del ’14, ma non mi sembrava risolta, e li è rimasta per quasi due anni. Poi, l’altra sera, dopo essere andato a cogliere fiori di tiglio in Viale Aventino, sono tornato al mio monolocale. Ho preso la borsa piena di fiori profumati, l’ho vuotata su un mezero che avevo messo in terra. (Sono ex-agricoltore, e mi intendo un po’ di erboristeria.) Poi ho tirato fuori O Bon. Per le tre del mattino l’avevo finita, avevo risolto tutti (?) i problemi che la appesantivano.
    Dico coraggio, nei commenti, perché questo mio pezzo intende rimettere la poesia dove di diritto deve stare: in un luogo altissimo del pensiero umano. La poesia, e tutte le arti, sono l’unico modo con cui l’uomo può illuminarsi e sentirsi a casa in questo mondo. E lasciamo pure in disparte, per un attimo, scienza e religione.
    50 anni di poesia confessionale e intimista tout court, corrosa dal veleno dell’ironia distaccata, ha fatto danni irreparabili. Ma proprio questo è un bene, si riaprono, forse, gli spazi, per dire le cose. E l’Ombra delle Parole è una di queste piattaforme illuminate, che accoglie questo cauto approccio al nuovo da parte di noi tutti.
    Per questo ho chiesto al pazientissimo Giorgio, ieri mattina, verso le nove, quando aveva già postato la mia poesia corredata dal suo ottimo commento, di mettere nel post anche le rappresentazioni dell’Isola Penglai (Horaisan in giapponese): l’isola degli Immortali, dove sono andati dopo la morte alcuni pochissimi poeti dell’epoca Tang, fra cui Li Po (Li Bai), Po chü I e qualche altro grande. Questo è il giusto luogo, simbolico s’intende, per la poesia di tutti i tempi e di tutti i poeti grandi e piccoli, quale che sia lo stile e lo stato d’animo con cui la si scrive.
    Ma questa cosa altissima, la poesia, deve misurarsi con l’oggi. Questo è il suo massimo compito, ne sono abbastanza sicuro. Un oggi che però non mi sembra più crudele di ieri, solo, forse, più difficilmente leggibile.
    Andando avanti: non so dire se la mia poesia è una di frammenti. Effettivamente, l’andamento ritmico fa pensare di sì. Eppure è da sempre che cerco nel linguaggio poetico di trovare l’armonia, seppure spesso attraverso la dissonanza: questo forse dovuto ad una certa disarmonia che ho vissuto nel corso della mia vita, una vita fatta di continui spostamenti geografici, di senso di sradicamento dalle lingue e dai paesi in cui ho vissuto.
    C’è poi anche il moto sussultorio del mio pensiero nel pensare i temi e gli argomenti che affronto in O Bon. E’ un continuo tornare e ritornare nella stessa situazione, sempre cambiata, tormentata, trasformata, ma sempre la stessa. La domanda, l’indagine, è sempre la stessa: COS’E’ LA POESIA? COME SI SCRIVE LA POESIA? In tutti i sensi il fiume di Eraclito.
    In realtà però, il punto fermo è che i poeti dell’Estremo Oriente, nonché le loro poesie, forniscono alla mia poesia la continuità non facilmente percepibile alla superficie. E’ un continuo dialogo di voci dentro la stessa persona, uno studio di come questi poeti e le loro poesie meravigliosamente si manifestavano davanti a me, dentro di me, come dovevo fare per tradurle, come dovevo fare per aprirmi alla loro suggestione, come dovevo fare per interpretare il loro senso più riposto. E’ così che ho concepito Felice Notte.
    Oggi sono andato a cercare uno breve pezzo che sta sepolto chissà dove dentro le carte che documentano questo mio studio decennale, insieme allo studioso di Tokyo. Invece ho trovato la seguente poesia, da me tradotta, che trascrivo così com’era nel 1999, non ancora del tutto rifinita e corretta:

    GUARDANDO LA LUNA DALLO STUDIO DI PEI DI lü shih di Chian Qi

    Di sera ci siamo dilettati con vino e poesia
    la luna era alta sopra il palazzo Xie Gong
    in basso gravava l’ombra sul muto portone
    l’unico albero ha tremato nel freddo autunnale
    è fuggita la gazza tra le foglie scintillanti
    a nugoli svariavano le lucciole, allontanandosi
    questa sera sta sull’orlo dell’infinito
    quanti luoghi illumina di un’uguale mestizia?

  11. Steven Grieco-Rathgeb

    Aggiungo qui che “felice notte”, è sinonimo di “buona notte”. Quando arrivai in Toscana alla fine degli anni sessanta i contadini chiantigiani ancora usavano questa espressione.

  12. Steven Grieco-Rathgeb

    E grazie a Giorgio del meraviglioso pezzo di Feldman, che non conoscevo

  13. Scrive Ortega y Gasset: «La vita è un gerundio e non un gerundivo: un faciendum e non un factum. La vita è da-fare. La vita, infatti, dà molto da fare… Il suo modo di essere è formalmente essere in difficoltà, un essere che consiste in un compito problematico. Di fronte all’essere sufficiente della sostanza o cosa, la vita è l’essere indigente, un ente il cui essere è, precisamente, di essere bisogni».*

    Riprendo da qui. La poesia (l’arte in genere) è un gerundio e un participio passato, un ente problematico, perché è, insieme, faciendum e factum. Da quando abbiamo appreso che l’opera d’arte è aperta, il passo ulteriore che abbiamo fatto è capire che l’opera d’arte del Moderno non è mai finita, non è mai un factum, ma è sempre un faciendum. E questo aspetto dell’ente riflette la problematicità del fare arte oggi nel Moderno (o post-moderno), in quanto noi abbiamo consapevolezza che l’opera non è mai finita, che le nostre soluzioni stilistiche sono sempre provvisorie, desultorie, temporali.

    Questo aspetto ci porta alla ulteriore considerazione secondo cui l’arte si distacca progressivamente, si allontana, dalla «verità» e si pone come allestimento di un palcoscenico in cui la verità può essere richiamata; di essa ci restano solo tracce, echi, orme, impronte, ombre… ma mai la verità che si dilegua. L’arte rappresenta l’oblio della verità. E questo, credo, è già tanto.

    La poesia di Steven Grieco Rathgeb è la rappresentazione prospettica di questo oblio della verità, del suo allontanamento da essa nel momento stesso in cui l’autore si appresta al suo allestimento scenico. E di scenico la poesia in argomento ha la stessa struttura, la sua essenza riposa nell’allestimento scenico. In ciò, la poesia di Grieco Rathgeb si apparenta alle possibilità espressive del racconto e del romanzo, è un romanzo che si apre al futuro; anche nella forma, sostanzialmente non elegiaca, si può notare con chiarezza l’apertura a 360 gradi del punto di vista della poesia, la quale non ha un solo punto di vista (come nella poesia elegiaca lineare) ma una molteplicità di punti di vista. È un prisma che gira su se stesso offrendo sempre nuove superfici riflettenti al lettore.

    History as a Sistem, in Philosophy and History Oxford, 1935

  14. Questa poesia riproduce almeno parzialmente il reale: ma è proprio così? C’è un passo emblematico: “dopo aver ripreso in pugno la realtà” e sembra dirci che la scrittura può uscire dalla realtà. In tal caso il significato diviene – per usare un termine dell’autore – inafferrabile. Sta qui il suo fascino oltre che nella variabilità che ogni epoca impone e nel nostro modo di leggerla. Originali vuol dire esser se stessi, indipendentemente dai risultati.

  15. Donatella Costantina Giancaspero

    Il mio omaggio musicale a Steven Grieco-Rathgeb nasce già come omaggio, poiché è stato scritto per Edgar Varèse dal M° Renato Rivolta. Il bano s’intitola DENSITY 2.0.
    A commento della sua composizione, l’autore scrive: “Varèse disse che ogni compositore deve essere “irriverente”. Credo di aver seguito il suo consiglio scrivendo questa rilettura di un suo famoso pezzo per flauto solo, ambientandolo in un ecosistema timbrico/armonico non “d’avangardia”, come ho immaginato avrebbe potuto scriverlo il giovane Edgard, turbolento e irregolare studente di Widor al Conservatorio di Parigi.
    E senza dimenticare la sua passione per i ritmi latini…
    Insomma, un divertissement innocentemente irrispettoso in omaggio a uno dei più grandi compositori del Novecento, sperando che ” i puristi” non mi crocifiggano”.
    Dunque, mi pare un brano per tutte le orecchie…

    Buon ascolto a Steven e a tutti gli amici poeti, con i miei auguri più sentiti per un sereno Natale!

  16. Ad una prima lettura, il primo suggerimento che il suo ritmo insinua è il tumultuoso movimento delle onde. Dunque tanti movimenti (i frammenti di cui ho letto sopra, forse) in un unico fluido condensarsi delle immagini.
    Mi sento vicina a questo immaginario – e benché i volti del mito orientale siano differenti dagli Olimpi che frequento – ecco che in fondo la nota suonata (umana, poetica) pur provenendo da strumenti diversi, vuole raccontare similmente la vita.
    Versi grandi. Imparo a conoscere Steven Grieco-Rathgeb partendo da qui. Sono certa che riletture successive di queste poesie apriranno porte dove prima apparentementente vi era la vastità di un paesaggio, o il timido affacciarsi di un nome. Ed è un evocare attraverso la parola, il suono, i suoni tra loro in concerto o dissenso, la Parola magica di salvezza: l’umanissimo che scivola in terra non visto. Compito del poeta smascherarlo. Per farlo, esso lo riveste delle sue parole.
    Commossa, ringrazio e saluto.
    Chiara

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