ALFREDO DE PALCHI, POESIE, “La buia danza di scorpione (1947-1951) ” Commento di Giorgio Linguaglossa  – Lo scorpione, simbolo psicanalitico del pene malsano che infetta e distrugge invece di fecondare e dare vita”; “simboli materni della vita placentale e uterina che collidono e sfibrillano con i simboli paterni”; “un universo simbolico violento e sterile, che porta morte e sterilità”; “Il primo poeta che nella storia della poesia italiana del Novecento inaugura il «frammento» quale forma base della propria poesia”

Alfredo De Palchi con Gerard Malanga New York 2014

Alfredo De Palchi con Gerard Malanga New York 2014

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York, dove dirigeva la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale.

Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; Il edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Mintumo, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus (introduzione di Sandro Montalto, Novi Ligure (AL): Edizioni Joker, 2010). Nel 2016 esce Nihil (Stampa2009) con prefazione di Maurizio Cucchi.

Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a tradurre in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane.

scorpione uomoCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa su “La buia danza di scorpione”

La struttura metrica di questo poemetto poggia su un metro irregolare, cacofonico, spezzato e incidentato, irto di spigoli acustici e semantici. Non c’è alcuna gerarchia compositiva. La gerarchia è sempre opera della coscienza stilistica. A livello dell’inconscio non si dà mai alcuna gerarchia, tutto è affidato alla improvvisazione di una «esperienza profonda» che riemerge, a sprazzi, alla coscienza. Affiora, dalla antichità dell’inconscio, il «fiume», il femminile «Adige». Emergono l’«argine», i «margini burroni», la «colomba», lo «zucchero», «la madre», il «girasole», le «uccelle», «il seno biondo» simboli materni della vita placentale e uterina che collidono e sfibrillano con i simboli paterni: il «seme», lo «sputo», l’«arma», il «gallo», «il palo del telegrafo», il «becco», etc. – Su tutti e tutto aleggia la maledizione dello «scorpione» che inscena «la buia danza» di morte, di sortilegio e di sacrilegio. Lo scorpione rappresenta la degenerazione del mondo, simbolo psicanalitico del pene malsano che infetta e distrugge invece di fecondare e dare vita. Il ragno è una figura maschile che costruisce il «ragnatelo» « il ragnatelo blocca l’incertezza»); l’«incertezza» di cui si parla è una sintomatica e paradigmatica confessione della situazione di sospensione della azione simbolica che dovrebbe sistemare la grave ingiuria dell’essere venuto al mondo mediante un atto di soppressione del Totem. Ma il Totem è sempre là. È invulnerabile in quanto assente. È invulnerabile in quanto ritorna. Ha la stoffa del fantasma. Come ogni Totem si nasconde nei ricettacoli, negli angoli più remoti. È invincibile. Il coito che dà la vita è vissuto così: «A boati il vento mi cozza nella cella». Si profila un universo simbolico violento e sterile, che porta morte e sterilità. Il discendente è appeso alla «incertezza» della sua nascita e immagina di stare immerso nelle «acque» del fiume placentale:

Mi dicono di origini
sgomente in queste acque: qui sono erede
figlio limpido — ed amo il fiume
inevitabile

Il destino del giovane de Palchi è presto detto: «ho questo seme / da trapiantare». Il giovane poeta si assume il compito di assicurare il tramandamento delle generazioni, di rigenerare e tramandare il «seme» paterno in altri «fiumi» producendo l’immortalità della progenie. Sono sogni, fantasticherie ad occhi aperti del giovanissimo de Palchi. La sua poesia si nutre a piene mani di queste fantasticherie, la cui funzione è quella di rendere abitabile il mondo e la coscienza al servizio dell’io incerto che si sta per affacciare al mondo della storia. Il giovanissimo de Palchi fantastica di una rigenerazione che avverrà, e fantasticando, tra un onirismo e l’altro, scrive queste poesie che vivono di sussulti e di frammenti, di insurrezioni e di insubordinazioni alla maestà del Totem e della storia. La raccolta termina con un abbandono estatico dell’io al «fiume» della femminilità agognata e amata, alla femminilità della vita placentale dove le contraddizioni e gli orrori della storia vengono sopite e dimenticate: «Nella desertica vastità delle acque».

Il frammento si nutre di tempo e di nostalgia; l’attesa è il suo metronomo, la sua miccia di innesco; ma, una volta innescata seguirà la detonazione, lo scoppio. La nostalgia si muove a ritroso nel tempo verso il Principio, il Principio del tutto. E non è un caso che la raccolta di de Palchi inizi appunto con un «Principio» di tutte le cose, il big bang, con l’inseminazione dell’ovulo. Da qui si diparte il «Principio» del male e la degenerazione della storia. Ecco la poesia di apertura:

IL PRINCIPIO

Il principio
innesta l’aorta nebulosa
e precipita la coscienza
con l’abbietta goccia che spacca
l’ovum
originando un ventre congruo
d’afflizioni

È ben visibile, a livello molecolare della scrittura, la matrice edipica che traccia questo quadro inconscio che darà luogo ad una trasfigurazione simbolica tra le più suggestive del Novecento poetico italiano.

*

scorpioneIl primo autore che nella storia della poesia italiana del Novecento inaugura il «frammento» quale forma base della propria poesia è Alfredo De Palchi, con La buia danza di scorpione (1947-1951) e, successivamente, con Sessioni con l’analista (1947-1966), pubblicata nel 1967, che però non ricomprende le poesie scritte, dal 1947 al 1951, nelle celle dei penitenziari di Procida e di Civitavecchia dove fu rinchiuso il giovanissimo poeta con l’accusa infamante di omicidio per il quale fu condannato, con un processo farsa, in primo grado, all’ergastolo. Una traumatizzante esperienza che gli detterà la prima forma frammentaria della poesia italiana del secondo Novecento. Sessioni con l’analista (1947-1966), la seconda opera in ordine cronologico di de Palchi, che verrà pubblicata ad opera di Sereni con la Mondadori nel 1967, priva però della prima raccolta, La buia danza di scorpione (1947-1951), che venne stralciata per volontà dell’autore e pubblicata negli Stati Uniti con Xenox Books nel 1993.

«Cominciati in prigione a vent’anni – scrive de Palchi in una nota alla edizione americana del 1993 – questi testi di compatte immagini rivivono in quattro sezioni: l’agonia dell’adolescenza, della guerra, della detenzione, allora attuale, e dell’idea del suicidio. Ringrazio profondamente l’amico prigioniero poeta Ennio Contini per avermi istigato a scrivere, a leggere e a produrre».

In quegli anni di disperata scrittura, dal 1947 al 1951, De Palchi scriverà La buia danza di Scorpione, il primo e più compiuto esempio di disseminazione del linguaggio poetico e di frammentazione della forma-poesia.

Dopo di quella data la poesia italiana non procederà più in quella direzione. E le ragioni sono varie. Le riassumo qui. La poesia italiana del dopoguerra si impegnerà, da un lato nella riforma che avvieranno: Vittorio Sereni, con Gli strumenti umani (1965), Giovanni Raboni con Le case della Vetra (Poesie 1951-1964) pubblicata nel 1965 e Giovanni Giudici con La vita in versi (1965); dall’altro, lo sperimentalismo di derivazione neoavanguardista e l’esperienza della rivista “Officina” di Pasolini, Roversi e Leonetti. In sintesi, l’obiettivo cui miravano queste riformulazioni del linguaggio poetico era quello di assimilare ed esaurire l’esperienza del post-ermetismo mettendolo fuori gioco, formulando nuove tematiche urbane, un lessico prossimo al parlato, toni bassi, narratività, istanze civili, presa di distanza dalla connotazione e preferenza per un linguaggio denotativo e referenziale. L’impresa, almeno in parte, riesce. Il post-ermetismo viene messo fuori gioco. E questo è un merito indiscusso che riuscirà utile per riparametrare la poesia italiana verso parametri linguistici più consoni all’uditorio della nuova civiltà di massa che si profila all’orizzonte. Si tratta comunque di impostazioni debitrici di un concetto di poesia che obbedisce ad una idea lineare della struttura poetica che si può compendiare nella formula: discontinuità-continuità-rottura in rapporto ad un modello canonico legiferante di matrice lineare che si presuppone in vigore.

scorpione qÈ ovvio che non poteva essere questa la strada intrapresa dal giovanissimo De Palchi, il quale, chiuso nei reclusori di Procida e Civitavecchia, costruisce una poesia, come si dice oggi, «corporale»; costruisce la forma-poesia del frammentismo emotivo molto lontana dai paradigmi stilistici dominanti in quegli anni. Si tratta di una poesia che viene scritta in diretta, durante una esperienza traumatica, la reclusione, che si prolungherà per ben sei anni; una poesia che sortisce fuori in maniera vulcanica e terremotata dalla viva percezione della clausura ingiusta. È una parola che nasce già scheggiata e ferita, che ricorre al ricordo del «fiume» della adolescenza quale contraltare al presente che il giovanissimo poeta vede senza via di uscita.

Oggi la questione si pone e si ripropone, non più al modo del frammentismo emotivo del primo progenitore Alfredo de Palchi che pubblicherà in Italia il suo primo straordinario libretto nel 2001 in una raccolta della sua produzione poetica dal titolo esemplificativo di Paradigma. Le poesie qui riportate appartengono alla primissima raccolta La buia danza di scorpione, con quelle sue caratteristiche verticalizzazioni e intensificazioni liriche ed emotive, ma al modo di un frammentismo simbolico e iconico, di una forma poematica che echeggiava Villon e Rimbaud in sede di poesia modernista, con elementi rivissuti e rivitalizzati attraverso l’esperienza personalissima e traumatica della detenzione.

Dicevo che il riconoscimento di un progenitore della poesia del frammento emotivo che oggi alcuni autori fanno in Italia, si pone in modo impellente, perché dopo il grande successo del minimalismo romano-milanese di questi ultimi tre, quattro decenni, si avverte nei poeti più dotati che hanno attraversato quell’esperienza, l’esigenza di voltare drasticamente pagina. In molti poeti si avverte il bisogno di una inversione di tendenza. Sono i poeti della mia generazione o giù di lì quelli che si interrogano e scrivono una poesia che intende perseguire l’obiettivo di una riformulazione in chiave iconica e post-simbolica della forma-poesia. C’è in atto un risveglio, almeno da parte dei poeti che hanno una età che va dai cinquanta anni ai sessanta in su. Dei più giovani, non saprei dire, mi sembra che ristagnino nelle forme poesia ben obliterate, cercano di andare sull’usato sicuro.

alfredo de Palchi_1

Alfredo de Palchi

Alfredo De Palchi Poesie “La buia danza di scorpione”

La buia danza di scorpione
(Procida/Civitavecchia, primavera 1947 – primavera 1951)

                                                                Ce monde n’est qu’abusion

                                                                              François Villon

IL PRINCIPIO

Il principio
innesta l’aorta nebulosa
e precipita la coscienza
con l’abbietta goccia che spacca
l’ovum
originando un ventre congruo
d’afflizioni

***

Mi dicono di origini
sgomente in queste acque: qui sono erede
figlio limpido — ed amo il fiume
inevitabile
in cui l’intrigo del mio tempo
si accomoda

osservo nel fondo rotolare l’isola
verso il nulla
l’età muta calore
il vespaio del gorgo
e l’uno vuole il perché dell’altro:
tu sempre uguale, io
dissennato

***

Al palo del telegrafo orecchio il ronzio
il sortire incandescente da quando
le origini estreme
provocano la terra
percepisco
accensioni e dovunque mi sparga
chiasso d’inizio odo

***

In mano ho il seme
nero di girasole —
so che la luce cala dietro
l’inconscio / ma altre nebule
avanzano
e ho questo seme
da trapiantare
come unico dei sistemi
sconosciuti

***

Primavera
è una colomba
che pilucca i semi della noia e urta
la soglia
— mai mi abbandono
alla sua ingordigia o mi abituo
alla vanità ma
la volubilità che m’incanta allunga
il becco sui semi della noia

***

Nel chiasso
di germogli ed uccelle
la porta spalanca la corsa
in gara col baccano del gallo
sotto la tettoia di zinco

e m’incontra l’argine con l’officina
trebbie e cortili che alzano un fumo
buono di letame
— la pista mi svela
lo scompiglio e odo
una punta di luce scalfirmi gli occhi

***

Estate
frutto propizio seno biondo
d’una calata di sensazioni

nel belato d’alberi la luce astringente
urta
tutto scompiglia: il verde-
verde
il cielo-cielo e il rombo . . .

 

Ciminiere fabbriche
del concime e dello zucchero
barconi di ghiaia e qualche gatto
lanciato dal ponte
snaturano questa lastra di fiume
questo Adige

***

scorpiones-05

Vortica una fanfara
di zanzare nel crepuscolo
e la giostra del mondo
una fiera di ritagli di luce
— io, incerto
giro il vertiginoso cuore impestato
di zanzare

***

Con piedi cercatori
pesanti più che ali d’inverno
vado incontro alla luce

ho gli occhi pesti come
dopo l’incendio terrestre
la notte
la volontà di vedere quello che d’abitudine
si dimentica

***

Il lepidottero barcolla ai vetri —
mi alzo dai fogli dove sono
insicuro ed apro la finestra

fuori di sé insiste a frenarsi
squama alla luce — io fuori di senno
persisto la buia danza
di scorpione

***
scorpione x.

UN’OSSESSIONE DI MOSCHE

Si abbatte il pugno
sul totale formicolio
della natura — è
sofferenza questo gesto
sulla vorace indifesa
degli insetti e
di me

***

Contratto tra convulsioni di case
e agguati
osservo un passaggio di autocarri

e mentre scoppiano argini e barconi
nuoto verso rive ascoltate
— lo sforzo
mi guasta ad ogni bracciata
e i miei pochi anni nuotano con astuzia
di pesci ai fianchi

***

Ad ogni sputo d’arma scatto
mi riparo dietro l’albero e rido
isterico
alla bocca che sbava
un’ossessione di mosche

***

Una madre sradicata del ventre geme
per il figlio:
occhi sbucciati
infiammato groppo di lingua
al palo del telegrafo penzola con me
afferrato alle gambe

***

Dopo l’ultima raffica
il subentrare della calma orrenda
un prete esce pazzo dal fosso
con uno straccio di cristo
impalato

***

Non più
udire il tonfo dei crivellati nel grano
urli di vecchie bocche e di bestie
negli incendi e bui guazzi
nell’Adige

vedere un branco di vili osservare
chi s’affloscia al muro
il camion che di botto lascia al lampione
chi fa le boccacce con eloquente
groppo di lingua

***

Al limite del paese le vie
come antenne dilungano
racchiudono il boato e l’angoscia di uomini
che spiandosi in giacche succinte
di precauzione
vilmente si evitano

***

Al richiamo del gallo non evito
la piazza irosa
che inventa leggi — presto
un falso fazzoletto rosso
anche ai miei 18 anni

***

scorpione-in-nero_91-9763

 

.

Appigliata alle spalle la colomba
annunzia la condanna
odore del diluvio
e l’albero di fuoco
sbracia i rami
strillanti nel cielo basso di fango
lo spavento dell’uccella difforma
l’innocenza che non si rifugia nell’arca

***

Già nel cantiere il muratore rimbastisce la casa
con mattone e mattone

all’uscio batte le nocche la madre

risponde con radici d’acciaio rovesciate il ponte
— e chi è che passa
sugli argini della disfatta ribaltando i reticolati

***

Al calpestio di crocifissi e crocifissi
sputo secoli di vecchie pietre
strade canicolari
il pungente sterco di cavalli immusoniti
in siepi di siccità

(al gomito dell’Adige allora crescevo
di indovinazioni rumori d’altre città)

e sputo sui compagni che mi tradirono
e in me chi forse mi ricorda

Alfredo De Palchi -7

Alfredo De Palchi

.
Nel giorno della disfatta cerco la verità

sono il campo vinto
ragazzo armato di ferite

il suolo calpestato
idolo d’argilla

il pane della discordia
la trave nell’occhio

la fionda che punta il mondo
scroscio d’oro del gallo

nel giorno della disfatta trovo la verità

CARNEVALE D’ESILIO

Dopo una lunga attesa la Rimbaudiana
bellezza mi viene sui ginocchi

le chiedo dell’afflizione e mi offre
la gioia che rifiuto

ancora aspetto
la bruttura che possiede

***

L’incubo si srotola
sbiscia nel frullare delle piante
dal soffitto
dal muro circolare che imprigiona la luce
essudata d’un olio buio —
non decifro le pagine bibliche
inerti all’occhio che matura
la notte / pelaghi di sonno via
mi portano: margini burroni,
mi muovo lento
la distanza è nera e i passi
sono balzi al rallento mentre le braccia
annaspano . . .

***

Uovo che si lavora nella luce ovale
nuovo adamo
invigorisco nell’altrui simulazione
e quindi anch’io implacabile finzione

anch’io sono, io
mi credo
altri osserva che non sono —
com’è possibile
se sulla croce di tutti ulcerata
mi svuoto le gote
se circondato non c’è chi
mi disseti
solo chi impreca

***

Mi condannate
mi spaccate le ossa ma non riuscite
a toccare quello che penso di voi:
gelosi della intelligenza e del neutro
coraggio aggredito dal cono infesto
delle cimici

— io, ricco pasto per voi insetti,
oltre l’ispida luce
vi crollo addosso il pugno

***

A boati il vento mi cozza nella cella
dove sono intracciabile —
la mia mano di sepolto
è uguale a quella d’altri che altrove
si tentano uniscono e separano
non lasciando una traccia
qui
l’indifferenza livella tutti

***

Fra le quattro ali di muro
circolo straniero a pugno
serrato — non ho amicizie
non mischio occasionali smanie
con chi le persiste
e siccome ognuno impone
il proprio mondo a chi perde
non si chieda cosa avviene:
la parola è nella bocca dei forti

***

Concluso fra pareti vilipendio
e menzogne
mi sfinisco per quello che succede
mai — non so
non so chi e cosa dovrebbe
capitare: un figlio come me
un quaderno di scritture per testimonianza
un’arma che mi geli
o una migliore conflagrazione
***

Alfredo de Palchi periodo francese

Alfredo de Palchi periodo francese

scorpione il record di Kanchana regina degli scorpioni

Kanchana regina degli scorpioni

Il mio tempo tra muri infetti
è un ricordo di spighe rovinato dagli uccisi
ancora in fuga
— il suolo li sigilla in cedimenti
di ruggine —
e dall’occhio che indaga laconico

***

Che cogliere dalle disfatte
se tutte le malattie
le vivo — ferro e paglia
m’induriscono la faccia inquadrata
dalle sbarre crescenti

si apra il cancello
la città nella conca schiuma di luci

***

Pane è pietra
la sete pietra
ho metri di pietra
mordo la pietra

chiedo acqua
— mi si impone sete
voglio luce
mi si impone ombra
calce viva che rosica le mani occupate
a scacciare l’oscurità

la luce è dispensata
quanto l’acqua di cisterna

‘vivo! è bello vivere’
mi sorreggo
ma i ghigni intorno mi ghermiscono

***

Età cruda
fame cruda
una gamella al giorno di ceci col baco
e un pane benzoino

sbadiglio per la fame
mi piego in pena
e vivo di notizie che raccontano quella secca
il suo scheletro nelle baracche
appigliata alle reti elettriche

***

Il pezzo di pane mi nutre
in una putredine di patria
e traffico di truffatori
— il pane
sa di petrolio
lo mastico con bucce di limone
raccolte nelle immondizie

***

alfredo de palchi italy 1953

alfredo de palchi in Italia, 1953

.

All’alba morchia — morchia
di caffè con sale
eiaculazioni
c’è chi va e chi viene — si esce al cancello
per indovinare
‘piove?’
non piove
mezzogiorno stagna la monotonia
la puzza del bugliolo
il giornale che tarma
la giornata: consuete notizie

***

Qui
carnevale d’esilio
e bestemmie — fuori
di mortaretti
‘che maschera sono’
non sono eguale
‘che maschera porto’
sono eguale
cristo impostore, riconoscimi
esercita pietà
sono il dannato

***

Il cubicolo è un forno che trasuda
l’umore di me alle prese con la forza
e l’atto di scontare un vivere
ingombro di spurgo
— cosa serve aggiustare
il perché delle menzogne
l’immensità della pena più grande
di me in questi dintorni
se oltre l’incubo
non so altra percezione

***

Arso dalle azioni di chiunque
annoto i crimini —
pure qui la vita
disfa la vita fruga
interpreta le ragioni forma e scombina
codici irrazionali
e benché annusi una ricordanza d’uomo
nelle piaghe ripugnanti e menti
carbonizzate dall’odio
non concepisco un lazzaro o un cristo
deforme

***

Importunato dalle pazienze i dubbi
l’ambiguità
mi guasta le cellule il vostro microbo
di pace finta — questa larva dilegua
se dissento
se vulnerabile all’insidia biascico
parole vere
se rumino l’attesa di chi
di che
di me stesso

***

La palma lingueggia
lingueggia la pioggia lustrando i crani
semi della prossima sventura
che in agguato già lingueggia prostituta

***

Giorgio Linguaglossa Alfredo De_Palchi serata 2011

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Poter combaciare la notte con la palma
che alza un sapore verde
ma il tarlo d’uomo rode

‘non c’è angolo dove nascondersi’

al mio intrico si intìma
una lunga indifesa
un maturare incerto
— solo c’è luogo
nel cranio di Villon
e sotto la palma che a lingue corrosive
spula la luce demente di Nerval
nello sguardo narcotico

***

Dalla palma nel cortile la civetta stride
per il topo che sono — un fetore
di bugliolo m’incrosta la gola
e l’impeto della notte
mi spacca la mente

(mi scaglio nel breve passato
mi tolgo le scarpe
ai fossi strappo le canne per soffiarvi
una bolla di mondo . . .
e sogno splendidi anarchici)

***

Anch’io incrudelito dall’usanza
da studi sulla rana sul granchio
scosciati vivi
al tavolo della scienza sviscero
ogni forma di vita per concepire quello
che ci definisce: arma sangue —
imito il dio del verbo
onoro la sua opera

***

La nudezza dei pozzi mi secca
il corpo fisso alla branda
e assopisco nelle mie forti
braccia umane

***

Aggiusto lo sguardo riconto gli anni
anni ingannati pentiti regalati
alla famelica babilonia

se il domani fosse certo potrei forse
sostenere il morso
in me che segregato non indovino quale
luce mi darà vigore —
intanto in questo cubicolo
mi mangio maturando e sulla pietra
raspo per una vita dissimile

***

Una scatola
batteriologica un tubo di provini
chimici e da qui si comincia il nuovo:

uomo ovoidale
tutto testa calva
e privo delle decadenze
che si conosce dai testi di storia

si cominci — ogni azione ogni cosa
andrà per il meglio se arriveremo in tempo
a non interromperci di scatto
con qualcosa che . . .

***

Anni verdi rivengono
ora che pesano le pietre / ogni anno
una pietra nel mare sottostante e non so
ch’io sia — a bracciate mi spiego
io maldestro nuotatore

(erano bianche le strade
andavo per sentieri allagati da orti
liquidi di sole e contro i pali
del telegrafo sibilava la fionda)

ma un pugno stupendo di nocche mi resta
ora che anni di granito pesano
e alla forza rozza che ha odio soccombo
pelle mente verbo

***

La tarda lingua della viltà e precauzione
non impedisce alla mia età ostile
di rivedere l’Adige
e di mozzare il guaire di tutti
totale insulto
con i denti aguzzi che schizzano veleno
qui e dove non ho altro da dire che
Ce monde n’est qu’abusion
scorpione q

IL MURO LUSTRO D’ARIA

C’è in me dello spazio
usurpabile — cerchio
o cono che sia . . .

solo so che nella vertigine
il ragnatelo blocca l’incertezza

***

Il fiore selvaggio delle tenebre
mi scotta sulla fronte
e mentre indietreggia ed impiccolisce
e dilegua
ingoio rospi / questi omuncoli da circo —
è ora di rinunciare il fuoco per le tenebre

Una mosca adolescente bruisce
sulla gamella calda di zuppa
annunziando l’infezione
e gira l’orlo come sulle labbra
di me che sogno di uccidermi

***

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella costringe silenzio
si spacca il silenzio alle sbarre e il trauma
è combustione

— io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe da me l’eco risponde
alla sagoma straniera

***

Nella desertica vastità delle acque

scorpione la regina dello scorpione thailandia

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23 risposte a “ALFREDO DE PALCHI, POESIE, “La buia danza di scorpione (1947-1951) ” Commento di Giorgio Linguaglossa  – Lo scorpione, simbolo psicanalitico del pene malsano che infetta e distrugge invece di fecondare e dare vita”; “simboli materni della vita placentale e uterina che collidono e sfibrillano con i simboli paterni”; “un universo simbolico violento e sterile, che porta morte e sterilità”; “Il primo poeta che nella storia della poesia italiana del Novecento inaugura il «frammento» quale forma base della propria poesia”

  1. Di fronte a questa Poesia voglio rifugiarmi nel mio essere lettore, masticare rimasticare e non perdere tempo in iperboli, tenerla per me, perché qui basta solo una parola: Grazie!

  2. Mi scrive in un sms Luigi Manzi :«D’accordo sulla poetica del “frammento” ma non su quella della scomposizione e ricomposizione combinatoria».

    Voglio rispondere a Luigi Manzi e a tutti coloro che hanno cmq nutrito lo stesso dubbio a proposito di quello che andiamo dicendo sullo statuto del “frammento”.
    Innanzitutto, il “frammento” non me lo sono inventato io ma, semmai, lo ha inventato Salman Rushdie scrivendo e pubblicando nel 1981 il suo primo romanzo Midnight’s children, romanzo costruito appunto sui frammenti; e vorrei ricordare anche un altro romanzo costruito sull’idea del frammenti: Orhan Pamuk con Museo dell’innocenza (2008). Quindi qui stiamo parlando di una cosa che ha 40 anni di anzianità, e parlarne per quanto riguarda la poesia italiana di oggi è d’obbligo credo, visto che sono passati 40 anni dalla idea di una poesia e un romanzo del “frammento”.

    Altra cosa è la «scomposizione e la ricomposizione dei frammenti», questo è stato un gioco deliberato per far vedere che una poesia moderna la si può scomporre e ricomporre in molti pezzi a prescindere da quello che pensa l’autore della poesia. La scomposizione e la ricomposizione della poesia è servita solo come strumento per mettere in luce una cosa e verificarne la tenuta. Un metodo sperimentale, diciamo.

    Ci tengo poi a precisare che non esiste la “poetica del frammento”, esiste, io credo, una visione del reale che non può non fare uso del frammento (ma, ovviamente, la scelta è libera e individuale). La mia scomposizione della poesia di Luigi Manzi era da intendere in questo senso, come una verifica di una tesi teorica.

    Anzi, per tornare al primo libro di Alfredo de Palchi qui in questione, la mia analisi sulla sua poesia denominata del «frammento emotivo», ha svelato, se non altro (e qui mi accredito il plauso di aver svelato una nuova lente con cui leggere la nostra poesia del Novecento) un aspetto tecnico e simbolico di quella poesia è l’ha messa in una nuova luce. Adesso almeno la si può consapevolmente leggere e giudicare, visto che in tutti questi decenni è stata passata sotto silenzio.

    Insomma, qui non è in auge né una nuova scuola, né una nuova poetica, né un nuovo manifesto né niente di niente, ognuno può continuare ad ignorare, se crede, la idea del frammento… ma, mi permetto di ricordare, che le idee hanno un loro modo di camminare, anche nel sottosuolo…

  3. Museo dell’innocenza di Orhan Pamuk

    Entrato in un negozio per comprare una borsa alla fidanzata, Kemal Basmaci, trentenne rampollo di una famiglia altolocata di Istanbul, si imbatte in una commessa di straordinaria bellezza: la diciottenne Füsun, sua lontana cugina. Fra i due ha ben presto inizio un rapporto anche eroticamente molto intenso, che travalica le leggi morali della Turchia degli anni Settanta. Kemal tuttavia non si decide a lasciare Sibel, la fidanzata: per quanto di mentalità aperta e moderna, in lui sono comunque molto radicati i valori tradizionali (e anche un certo opportunismo); vuole la moglie ricca e la bella amante povera, il matrimonio e l’amour fou, i party a base di champagne (importato clandestinamente) della Istanbul bene e la seducente atmosfera di una stanza in un appartamento disabitato. Così si fidanza, con un sontuoso ricevimento all’Hilton. E perde tutto: sconvolta dal suo comportamento, Füsun scompare, mentre Kemal, preda di una passione che non gli dà tregua e mosso da una struggente nostalgia, trascura gli affari, si ritrae sempre più dal suo ambiente e alla fine scioglie il fidanzamento.
    Quando, dopo atroci patimenti, i due amanti si ritrovano, nella vita di Füsun tutto è cambiato. Kemal però non si dà per vinto. In assoluta castità, continua a frequentarla per otto lunghi anni, durante i quali via via raccoglie un’infinità di oggetti che la riguardano: cagnolini di porcellana, apriscatole, righelli, orecchini, mozziconi di sigarette, ditali, saliere, mutandine, grattugie per mele cotogne… Poterli guardare, assaggiare, toccare, annusare, è spesso la sua unica fonte di conforto.
    E quando la sua esistenza subisce una nuova dolorosa svolta, quegli stessi oggetti confluiranno nel Museo dell’innocenza, destinato a rendere testimonianza del suo amore per Füsun nei secoli futuri.
    La storia di una incontenibile passione, ma allo stesso tempo uno sguardo ora severo, ora ironico, ma certamente non privo di profondo affetto sulla Istanbul di quegli anni e sulla sua contraddittoria borghesia, sempre scissa, allora come oggi, fra tradizione e modernità, fra Oriente e Occidente.

    I figli della mezzanotte di Salman Rushdie

    India, 1947. Pochi minuti prima che scocchi la mezzanotte del 15 agosto, la voce del primo ministro Nehru annuncia ai suoi connazionali la tanto anelata indipendenza del Paese. Proprio in quello straordinario momento, in un ospedale di Bombay, vengono dati alla luce due bimbi: uno, Saleem, figlio di poveri saltimbanchi; l’altro, Shiva, di una coppia assai agiata. Sulla scorta dell’emozione collettiva, un’infermiera decide di mutare il loro destino, scambiandoli nelle culle. Essi cresceranno più volte incontrandosi, anche perché fanno parte di un gruppo di 1001 nati nella stessa ora e dotati, ciascuno, di uno speciale potere: Saleem, ad esempio, può entrare in contatto telepatico con le persone, sino a far loro provare una sorta di sinestesia dei sensi…

    Romanzo d’esordio di Salman Rushdie, I figli della mezzanotte (1981) racconta la vicenda della genesi e della crescita dello Stato indiano parallelamente alla bildung del protagonista, in un’atmosfera di realismo magico (l’autore ha riconosciuto il debito, manifesto, verso il Fellini di “Amarcord”). Quella che si dipana sotto gli occhi del lettore è una saga familiare tra le più fascinose mai scritte, degna di star accanto a quelle de I Buddenbrook (1901) o Cent’anni di solitudine (1967): sotto i panni del narratore si cela il protagonista, che ci fa ripercorrere la propria genealogia a principiar dai nonni, nell’India anglicizzata del primo ‘900 già descritta da Forster. La memoria è tra i temi fondamentali del libro: Saleem Sinai sembra conservarla in salamoia come si fa col chutney (salsa piccante a base di frutta e verdura), per non farci smarrire in una miriade di storie che s’intrecciano fra loro, di personaggi che spariscono e tornano dopo tante pagine, dentro ad una sarabanda che corre con “piedi di vento”. Trasporre per il grande schermo una tale opera era impresa da far tremare i polsi a qualunque cineasta: ci si è provata Deepa Mehta, già regista del vigoroso – e avversato dalle autorità locali – “Water” (2005), con l’ausilio in sede di sceneggiatura di Rushdie.

    Per grandi linee fedele alla pagina scritta, il film contiene delle belle cose, soprattutto nella prima parte; qui, nella descrizione dell’infanzia di Saleem, ritroviamo la piacevolezza e la velata ironia della pagina scritta; si concretizza, inoltre, il progetto di esprimere la realtà di un popolo, colto in un passaggio epocale del proprio cammino, attraverso lo sguardo di un bambino. Dipoi, il desiderio di rendere appieno la complessa struttura del libro dà vita ad un succedersi di eventi poco comprensibili, per chi non conosca l’itinerario storico d’una nazione a lungo dilacerata. Fallisce, specialmente, l’ambizione di far risaltare, pel tramite delle vicende individuali, il volto dell’India moderna, britannica ed induista, occidentale ed oberata da superstizioni antichissime, avanzata ed al tempo medesimo afflitta dalla più grave arretratezza.

    Rushdie, consapevole del risultato incerto, ha dichiarato che si tratta di un film “non perfetto, ma che non poteva esser fatto meglio”. Chissà, è probabile che un Ivory in forma ne avrebbe cavato ben di più. Tuttavia, che questa sia una pellicola degna ci sentiamo d’affermarlo: non fosse altro per far giungere ad un pubblico più ampio uno scrittore che – fatta salva la fama dovuta alla orrenda fatwa cagionata da I versi satanici – non è conosciuto quanto merita. Tanti potrebbero appassionarsi a La terra sotto i suoi piedi (1999), rivisitazione in chiave moderna del mito d’Orfeo ed Euridice tramite le popstar Vina e Ormus. Oppure a Shalimar il clown (2005), dichiarazione d’amore al Kashmir e strepitosa scorribanda in tre continenti, lungo la seconda metà del secolo breve. O, semplicemente, andar a leggere proprio I figli della mezzanotte, per scoprirvi certe frasi che colpiscono al cuore. “Avrei dovuto saperlo: al passato non si sfugge. Ciò che tu eri è ciò che sarai per sempre”: il Fitzgerald de Il grande Gatsby (1925) avrebbe annuito, malinconico.

    di Francesco Troiano

  4. trascrivo il commento di Luigi Manzi giunto tramite sms:

    caro Giorgio, figurarsi se non sono d’accordo con te per quanto riguarda la pericolosità della nozione di poetica allorché perde l’efficacia di interpretazione critica per assumere il carattere di “pregiudizio” creativo. Ricordi lo stralcio di conversazione con Navio Celese in
    http://www.poesia2punto0.com
    /2012/09/03/lettera-aperta-su-minimalismo-e-conflitto-di-interesse :

    “Il minimalismo riveste uniformemente i poeti di tute mimetiche indistinguibili nella notte della poesia. Il lettore può scegliere a caso e riconoscersi; il critico può dirne ciò che vuole e farsene egemone, occupando uno spazio non suo e ribaltando il ruolo poeta-critico in quello di critico-poeta con la prevalenza, infine, delle poetiche sulla poesia (altra innaturale e perniciosissima scissione/inversione che molti si ostinano a non riconoscere, forse perché si presta poca attenzione ai meccanismi profondi messi in gioco durante la scrittura in fieri. Guai ai compiti in classe! Il testo poetico è sempre accompagnato da una poetica. Tuttavia il grado di consapevolezza e ingerenza di questa produce il passaggio della poesia alla scrittura poetica e quindi a una tecnica di scrittura che ha visto sorgere addirittura scuole di scrittura. Invece la poesia autentica di solito è inversamente proporzionale alla cogenza della tecnica. Come in una sorta di principio di indeterminazione più la poetica è vicina al suo oggetto, più la poesia se ne allontana (perdonami l’uso semplicistico di queste categorie, ma è per intendersi prima e meglio). Ecco perché a volte, dopo i primi libri di ottima poesia, seguono imitazioni degli stessi da parte dell’autore: la poesia si è trasformata in tecnica poetica a disposizione degli epigoni (i molti). Qui sta davvero lo snodo etico piuttosto che estetico della poesia attuale. Siamo nel campo della riproducibilità tecnica e del mercato (all’interno del quale è contenuta l’antinomia scrittura aggettivale / scrittura sostanziale”.

  5. su ” Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes (1979)

    L’originalità dell’opera è già nella sua struttura: il discorso amoroso ossia l’innamorato che attraversa le diverse fasi dell’amore, è l’oggetto che Barthes organizza in frammenti, figure, intesi come elementi del mito dell’amore, ordinati alfabeticamente per garantire una certa casualità cronologica ed essere letti indipendentemente da una sequenza precisa. Ognuna delle figure presentate ha un titolo, che anticipa in un certo senso il messaggio del frammento in questione, una definizione quasi da vocabolario, e un certo numero di paragrafi in cui vengono descritti una situazione, un sentimento, uno stato d’animo, spesso citazione di autori o testi profondamente cari all’autore. Fonti che non sono mai considerate come citazioni colte, bensì quali prestiti d’amicizia al pari di un rapporto intimo con tali opere e parte integrante quindi del discorso. Barthes accoglie così riferimenti da autori della tradizione letteraria e filosofica quali Goethe (il cui Werther con l’universalità della sua passione è una della citazioni più presenti), Platone, Freud, ma anche letture occasionali e semplici chiacchiere tra amici, in una commistione di stile tra personale ed impersonale (l’io dell’opera, ossia il soggetto analizzato non corrisponde necessariamente con l’autore), contemporaneo e classico che si avvicina sempre più a quel grado zero della scrittura che per l’autore rappresenta il massimo livello della comunicazione a cui il testo deve in buona misura l’immediatezza del messaggio e la validità nel tempo.
    Scorrendo le figure ci riconosciamo in esse, perché se non tutte forse almeno un paio ci sono familiari, le abbiamo provate sulla nostra pelle.
    L’attesa “tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimo ritardi”, sorta di delirio che identifica inequivocabilmente l’innamorato in colui che aspetta, crescente angoscia e senso di abbandono per un ritardo, che si trasforma in riconoscenza quando l’altro varca quella porta.
    Ma anche l’assenza, “che non può essere espressa che da chi resta” e che inevitabilmente viene vissuta come un abbandono, uno stato che accresce il desiderio e lo struggimento di chi resta fedele in attesa.
    E ancora l’esilio con cui l’innamorato decide di”rinunziare allo stato amoroso, il soggetto si vede con tristezza esiliato dal proprio immaginario” che è l’atro, l’immagine ideale, perfetta che se ne è costruita, bastevole a suscitare gli spasimi dell’animo con il solo ricordo. Un esilio tuttavia necessario, poiché “il prezzo da pagare è: la morte dell’Immaginario contro la mia propria vita”.
    E innumerevoli altri frammenti, che Barthes ci restituisce puntuali ed appassionati, nella ricostruzione di un discorso che è di noi tutti e che, mutevole e personale, porta nel tempo lo stesso universale sentimento.

    Debora Lambruschini

  6. Il frammento si nutre di tempo e di nostalgia; l’attesa è il suo metronomo, la sua miccia di innesco, ma, una volta innescata seguirà la detonazione, lo scoppio. La nostalgia si muove a ritroso nel tempo verso il Principio, il Principio del tutto. E non è un caso che la raccolta di de Palchi inizi appunto con un «Principio» di tutte le cose, il big bang, con l’inseminazione dell’ovulo. Da qui si diparte il «Principio» del male e la degenerazione della storia. Ecco la poesia di apertura:

    IL PRINCIPIO

    Il principio
    innesta l’aorta nebulosa
    e precipita la coscienza
    con l’abbietta goccia che spacca
    l’ovum
    originando un ventre congruo
    d’afflizioni

  7. Lucia Gaddo Zanovello

    Esprimere l’inesprimibile è il solo modo che permette a intelligenze così sensibili e percettive, messe alla prova dalla stoltizia dei propri dissimili, di restare in vita.
    Nel dolore ustorio e nella cicatrice permanente che questi testi di ‘La buia danza di scorpione’ del giovane Alfredo De Palchi seguitano a indurre sul derma dell’anima di chi legge, si continua a udire l’urlo di Munch contro lo scempio dissennato di tanta vita che ogni giorno, intenzionalmente, si ostina a venire alla luce, e che ancora, ignominiosamente, si permette venga schiacciata e annullata.

  8. Non commento i miei simili. Ho una vita diversa. Le scarpe fanno acqua mentre mi guardo i piedi.
    Ma imparo in fretta: non s’incontra tutti i giorni un io tanto abile nel destreggiarsi. Io nemmeno in incognito.

  9. ubaldo de robertis

    Impossibile per me dare qui la dimostrazione di quello che Alfredo de Palchi ha dato alla poesia nella metà esatta del XX secolo. Non possiedo gli strumenti e la memoria storico letteraria e la cultura del critico. Però posso confrontare versi quali (e sono quelli che più preferisco):
    “ Con piedi cercatori
    pesanti più che ali d’inverno
    vado incontro alla luce
    ho gli occhi pesti come
    dopo l’incendio terrestre
    la notte
    la volontà di vedere quello che d’abitudine
    si dimentica”
    ***
    “Il lepidottero barcolla ai vetri —
    mi alzo dai fogli dove sono
    insicuro ed apro la finestra
    fuori di sé insiste a frenarsi
    squama alla luce — io fuori di senno
    persisto la buia danza
    di scorpione”

    con quelli di autori importanti del medesimo periodo. Quel che dice de Palchi e come lo dice è suo ed è unico e nuovo il modo di esporre, con trasfigurazione simboliche suggestive, le esperienze, anche e soprattutto traumatiche della propria vita. Qui, in questa raccolta, c’è l’essenza del suo giovanile sentire. L’idea terribile di un mondo che tenta di inghiottirlo le lui il che sussulta resiste e tenta di insorgere leonina-mente.
    Avendo letto tra l’altro dello stesso autore: Paradigm, Foemina Tellus, e Nihil so già dove la poesia così ben manifesta e mordente, de “La buia danza di scorpione” ha condotto Alfredo de Palchi con il suo poetare schietto, senza sottintesi. Gli ha fatto raggiungere, attraverso un arricchimento continuo e con caratteri sempre più convincenti e riconoscibili, la vetta della sua riboccante Arte.
    Ubaldo de Robertis

  10. antonio sagredo

    ————————————————————————————-
    Secondo l’accezione linguaglossiana i versi così compositi del De Palchi
    sono dei particolari e singolari “frammenti”. E diciamo di si, poi che il critico insiste già da parecchio tempo tanto da convincerci che è proprio così: frammenti atipici e perciò primi in assoluto… in Italia?!
    Ma mi preme non ripetermi con il poeta, poi che già ho scritto in maniera certosina sui suoi temi e variazioni, ma… come accade, non ho scritto in maniera esaustiva (non si finisce se non quando si inizia a scrivere), e allora… esamino:
    come accade sempre nel mondo depalchiano sono le sue interiora a ribellarsi alla costrizione della storia rivoltandosi ancor prima del cerebro, e da qui i sommovimenti delle sue visceri mescolate alle grida di un ragazzo di 18 anni… puro che appare nel canto limpido fluviale un novello Holderlin che nelle acque tumultuose ora, e poi tranquille soltanto del suo Adige, si placa ancor prima di giungere al mare dove tutto è quiete come la morte.
    Il poeta non vuole e non desidera l’accidia del mare!
    Ama invece denunciare il proprio rumorismo cosmico con tutti i gemina e le semenze e di questo ne fa un chiasso da cortile dove le creature e il mondo campagnolo si mescolano originando quelle atmosfere tipiche e sonore che investono i dati naturali di quel suo distretto… in questo cantare a salti e a sghembo mi pare di intravedere il giovanissimo Dylan Thomas, ma è un lampo che si distende attraverso le fabbriche fluviali lungo questo ossessionante Adige! – fiume che al crepuscolo si colma di insetti che strisciano e volanti e di zanzare pungenti, insomma questo mondo fluviale non sa cosa è la quiete e allora ecco che è stravolto come lo sono le interiora del poeta… che denunciano, gridano e si contorcono e pure si sdoppiano nelle molteplici visioni, anche belluine che non l’abbandonano mai! –
    Non ho dunque pensato invano, si dice, il poeta sulla Natura che circonda, costringe, stringe, percuote le costruzioni diroccate dagli eventi guerreschi… e l’Adige è lì come un totem a far da sfondo, come un Moloch!
    – come pronto a punire i ”compagni traditori” e a far del poeta un surrogato di Rimbaud, di Villon e di Nerval, suo malgrado… ma è il suo corpo trafitto dagli specchi e dagli avanzi di finzioni che formano il suo interiore arrovellarsi tra condanne e torture e testimonianze e carceri e convulsioni… nella cella! – le mura delle carceri non sono quattro, sono molteplici mondi che s’aggirano famelici torno al poeta… ma poi viene soccorso dal suo amatissimo padre-madre e figlio di se stesso che è l’Adige: sua resurrezione, suo lavaggio, sua ibernazione che lo fissa per sempre a una “desertica vastità”

  11. Trascrivo una poesia di Sabino Caronia in onore di Alfredo de Palchi:

    Il vento ci porterà via

    Nella mia breve notte il vento, ascolta,
    corre all’appuntamento con le foglie.
    Nella mia breve notte, messaggere
    di lutto, in cielo passano le nubi.
    Ricordare che giova? Le tue mani
    poni sulle mie mani innamorate
    e, col calore delle dolci labbra,
    scalda, ti prego, le mie labbra ancora.
    Una notte e poi nulla, poi più nulla.
    Domani il vento ci porterà via.

  12. Ringrazio per i commenti che riuscirò a leggere dopo averli stampati.Però con la mente e nostalgie ho navigato sull’Adige ascoltanto a colipi di remo i due notturni di Bohuslav Maritú offertimi da G.Linguaglossa, e la “ Grande Bellezza”, Monologo finale di Toni Ser. . ., che F. Almerighi mi fa intravvedere dalla voce dell’interprete (?).
    Ai commenti aggiungo il commento che nel 1951 aldilà della muraglia di Civitavecchia feci a me stesso. Mai prima d’ora espresso apertamente. G. Linguaglossa, non spinto da me, è la seconda volta che presenta con un nuovo articolo “La buia danza di scorprione”, la raccolta che giudicai importante e originale quanto lo fu prima quella di E. Montale “Ossi di seppia”. Eccetto che lo “scorpione”, io medesimo, preferì stare in cantina ancora per quarantacinque anni. . .
    Felici saluti a tutti.

    Manhattan, NYC

  13. gino rago

    “Frammento emotivo” dice Giorgio Linguaglossa, “rumorismo cosmico” soggiunge Antonio Sagredo: efficacemente si calano sui versi di De Palchi
    per cogliere l’idea centrale delle ricerche di Carlo Diano: dalla sintesi di forma ed evento nasce l’Arte, non intesa come “cosa”, bensì come “opera”.
    Cioè, Arte come “cosa fatta” e tale è anche nell’atto in cui viene fatta. Allora, De Palchi fa “arte poetica” la quale è nello stesso tempo storicità individuale e storicità universale. Del resto, ” (…) l’arte della parola essendo nome e verbo, aggettivo e avverbio, interiezione e discorso, ed avendo ritmo e suono, plasticità e colore, temporalità e struttura, comprende in sé tutte le categorie…” (C.Diano)
    Gino Rago

  14. Giuseppe Panetta - Talìa

    E diciamo pure “frammenti atipici”, anche se, personalmente, nei versi di De Palchi non trovo nessuna frammentazione, né in questi della Buia Danza dello Scorpione, tantomeno in tutta la sua successiva produzione. Trovo invece una unitarietà importante e solida. Egli è sempre uguale a se stesso, mai ammorbidito, sempre vigile, un bastione di sangue e dolore, di grida disperate di belva rinchiusa, ingiustamente. Questi versi della Buia Danza sono straordinari perché sono unici, non vi sono paragoni da fare, nessun accostamento, nessun sodale, forse, leggermente, Rimbaud, ma solo perché il pennino di De Palchi, al pari di quello del poeta francese, più che nell’inchiostro si intinge nelle budella, nel magma sanguinolento della disperazione e s’intreccia con la Storia.
    De Palchi è un poeta che guada la seconda parte del ‘900 e solca pienamente gli anni 2000 con una barchetta sull’Adige, sognando, ancora come allora, “splendidi anarchici”.

  15. Luciano Berio: “Due pezzi per violino e pianoforte” (1946, rev.1966)

  16. Steven Grieco-Rathgeb

    Trascrivo qui una piccola valutazione che ho fatto recentemente della poesia di Alfredi de Palchi

    A marzo, appena tornato dall’India, ho finalmente avuto il tempo di affrontare seriamente il grande volume bilingue di poesie “Paradigm” di Alfredo de Palchi, curato dall’eccellente John Taylor e pubblicato dalla Chelsea Editions.
    Sono un lettore di poesia molto lento, ho bisogno di tempo per entrare nelle pagine, guardarmi attorno, iniziare a farmi un’idea di cosa sto leggendo. E questo tanto più con la poesia di de Palchi, ispida, ruvida, lacerata e corrosa da un’ironia nera, ed esistenzialmente davvero molto ricca e complessa.
    Per quasi un mese ho letto piano piano, per arrivare in fondo a a questa opera grande e ambiziosa.
    La sua poesia mi dà un senso profondo di commozione per diverse ragioni. Una l’ho già detta in un commento ad un recente post su de Palchi ne L’Ombra della Parole: che il senso di profondo esilio presente nella sua poesia, echeggia, in maniera del tutto diversa, il mio proprio esilio linguistico e di vita. L’ho sentito vicinissimo per quella sua vicenda dura, sconvolgente, seguita dall’uscita di scena, l’avere lui poi trovato un approdo negli Stati Uniti, che a quanto si capisce egli ama e odia allo stesso tempo. Lo sento vicinissimo per quel suo sentire che ogni paese in cui si trova – Italia, Francia, USA – sotto sotto gli è ostile, fremd, straniero.
    In questo senso la raccolta “Paradigm” mi ha insegnato molte cose riguardo a me stesso.
    Ma ci sono altre: la meraviglia di leggerlo, con quel suo stile così forte che infonde fiducia nel lettore, gli dà il senso che la poesia possa vivere anche oggi.
    Noi abbiamo letto molti poeti italiani più o meno della sua età, e raramente abbiamo trovato qualcosa che potesse travalicare le generazioni, che potesse essere rilevante anche oggi, nel paesaggio della poesia italiana di oggi. Lui è uno dei pochissimi che insegnano una possibile strada. Come facciamo a leggere certi poeti oggi? Nanni Balestrini lo conosco abbastanza bene di persona, di recente mi ha regalato un volume di sue poesie omnibus, edito da Mondadori. Gli sono molto grato, ma è difficile leggere un volume come quello consecutivamente. Lo sperimentalismo ha avuto e deve avere tuttora una sua precisa importanza nel panorama della poesia. Ma ci deve anche essere altro. Francamente, e con tutto rispetto per la statura di Balestrini, ma non è forse vero che la poesia deve anche insegnare, illuminare, e anche farsi leggere – soprattutto essere LEGGIBILE?
    Leggendo dunque le poesie di de Palchi con attenzione, ho cominciato, da poeta interculturale che sono, a intuire una cosa, poi a capirla sempre di più: forse ho scoperto l’acqua calda, ma mi è diventato chiarissimo che Alfredo de Palchi è l’anello mancante della poesia italiana1970-2010!
    Io ricordo bene gli anni 70 in questo paese, quando i grossi letterati italiani di allora dicevano in pubblico che la letteratura stava morendo, che loro erano gli ultimi esponenti di un’arte che moriva. Giustissima la loro analisi: peccato che non hanno fatto niente per salvarla, per indicare una strada ai più giovani – quelli, intendo dire, della generazione mia, di Giorgio Linguaglossa, e ai più giovani ancora.
    Io non sono un poeta italiano in questo senso, avevo una scialuppa di salvataggio che mi veniva dalla mia poesia in lingua inglese (la mia prima lingua), tedesca e francese, e poi dalla poesia asiatica – indiana e dell’Estremo Oriente.
    Tornando alla poesia italiana, de Palchi era quell’anello mancante della poesia italiana, quel guado per raggiungere la sponda di una poesia futura, e cioè quella di oggi. E questo proprio perché lui era in esilio, e si esprimeva con una lingua ferocemente italiana – che straccia, storpia, storce, per ricavarne il significato che vuoi lui – proprio perché lui però risentiva sottilmente, insidiosamente, anche dell’influsso dell’inglese – prima attraverso gli occhi, in quello che vedeva e tuttora vede intorno a sé quotidianamente, e poi lentamente, insidiosamente, nelle parole, nella lingua – la lingua fisica, quella che ha nella bocca – che deve pronunciarle quelle parole, deve tornare all’italiano; e infine nei segni neri sul foglio bianco che scrivono quelle parole italiane, nella poesia scritta, ormai trasfigurata, ormai portatrice di un mondo allargato.
    Questa è la dura, estrema creatività di Alfredo de Palchi.
    Le cerchie letterarie qui in Italia, avranno sicuramente cercato di tenerlo lontano dalle cose, dal cuore della poesia italiana. Ma quel cuore era da diversi decenni che non pulsava più.
    E invece era il cuore della poesia italiana di Alfredo de Palchi a New York che pulsava, eccome pulsava: una poesia arricchita dalla interculturalità, eppure sempre tenacemente abbarbicata alla lingua italiana.
    Io ci sento echi di tutti i poeti delle generazioni precedenti alla sua, da Montale a Sereni a tutti gli altri – e non sono pochi. Ma gli echi risultano totalmente filtrati, purificati e rielaborati con un fortissimo linguaggio proprio, una fortissima sensibilità e originalità proprie, che donano al lettore una poesia ricca di tradizione, una poesia che soprattutto indica un nuovo cammino, una nuova e più moderna sensibilità.

  17. Scrive Steven Grieco Rathgeb: «Alfredo de Palchi è l’anello mancante della poesia italiana1970-2010!». Vero. Terribilmente vero. Non è la prima volta che un poeta italiano viene escluso dalla linea dorsale della poesia del suo secolo per motivi ibridi (politici, stilistici, esistenziali, psicologici parapsicologici), pensiamo a Helle Busacca che nel 1972 pubblica a sue spese la trilogia de I quanti del suicidio, l’atto di accusa più estremo e sconvolgente verso «il sistema Italia» e la sua lingua letteraria! Anche Helle Busacca attende di essere completamente riabilitata e accolta nell’alveo della poesia italiana maggioritaria, e, probabilmente dovrà attendere ancora chissà quanti decenni.

    Il caso di Alfredo de Palchi è diverso, Helle Busacca è morta nel 1996, la sua poesia si situa in un altro versante della poesia italiana, né a destra né a sinistra, rompe con tutto lo schieramento letterario italiano e pubblica i suoi libri a sue spese in una tipografia. Ho scritto nelle pagine di questa rivista: “È il parlato che parlano i morti, i «sonnambuli spermatici», le «ombre», avrebbe detto Albert Caraco. Questa scoperta, intendo quella della «parola luttuosa» è, a mio modesto avviso, centrale per comprendere lo snodo fondamentale della poesia del tardo Novecento. Da una parte la lingua dei «vivi» (o di coloro i quali credono di essere vivi) con l’ideologia del Progresso e della adeguazione del discorso poetico alla «cosa» (la società moderna), con tutte le varianti ideologiche e stilistiche, dall’altra il discorso poetico di chi rifiuta l’ideologia della «adeguazione» del discorso poetico alla «cosa» (leggi il «reale» nelle sue svariate manifestazioni fenomeniche). Questa ideologia viene spazzata via dalla poesia di Helle Busacca con un colpo micidiale. Ecco spiegata la solitudine della sua poesia. E non poteva essere diversamente. Il colpo inferto da Helle Busacca alle poetiche del Progresso e della «adeguazione alla cosa da rappresentare» è troppo forte per essere accettato. Di qui la repulsione e la rimozione della sua poesia da parte della comunità letteraria italiana. “I quanti” sono una lunghissima, tetra, infernale interrogazione di un punto: ha senso il suicidio del fratello «aldo»? Tutto il poema non è altro che la dimostrazione che il suicidio è privo di senso perché «tutti sono colpevoli di tutto», come scrisse Dostojevski, tutti vivono sotto un sortilegio, il «totum è il totem» (Adorno), non che non vi siano colpevoli, siamo tutti colpevoli della morte del fratello «aldo»”.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/03/31/i-quanti-del-suicidio-1972-di-helle-busacca-letti-da-giorgio-linguaglossa/

    Il caso di Alfredo de Palchi è diverso, dicevo. Ricordo che quando Roberto Bertoldo mi inviò la prima volta un libro di de Palchi Costellazione anonima edito da Caramanica, nel 1998, rimasi interdetto, dovetti rileggere il libro più volte a distanza di tempo per poterlo comprendere, capisco quindi quello che dice Steven Grieco, Alfredo de Palchi è un poeta che deve essere letto e assimilato lentamente, non è uno di quei poeti che ti fanno gridare di giubilo subito e all’improvviso, devi avvicinarti ai suoi testi con semplicità e mente sgombra, mente sgombra di tutte le incrostazioni sperimentali e minimaliste che abbiamo, volente o nolente, noi tutti e che influenzano il nostro gusto. Ci sono ritornato a distanza di tempo, e pian piano ho imparato ad apprezzare quella versificazione scheggiata, ferita, ci sono entrato dentro piano piano.

    Ieri sono andato alla presentazione della monografia scritta sulla poesia di Alfredo de Palchi da Plinio Perilli Il cuore animale (Empiria, 2016 pp. 216 € 20). Uno dei presenti, mi ha anche parlato dello «sproloquio» del mio articolo su de Palchi pubblicato su questa rivista; ad un certo punto è intervenuto Valerio Magrelli il quale ha fatto un bell’intervento pulito e forbito del quale non ricordo nulla, tanto era pulito ed educato. Insomma, voglio dire che della poesia di Alfredo de Palchi si può dire di tutto e anche niente, tranne che fare delle abluzioni nell’acqua distillata. Ci sono ancora delle feroci resistenze ad accettare questo poeta come uno dei più grandi della seconda metà del Novecento e anche di questi ultimi anni. Ci sono e ci saranno, la poesia italiana è terribilmente provinciale e normalista, ama la normalizzazione, il cloroformio.

    Leggiamo alcuni sprazzi di materia poetica di de Palchi all’argento vivo, da Un ricordo del ’45 in Sessioni con l’analista (1967, Mondadori):

    Li seguo, dicono e non capisco
    guardo case le vie, a dito m’indica
    la gente – hai ucciso di uomini

    ma sento questa colpa
    vedo la colpa alle finestre nelle strade
    nell’occhio insano dell’uomo,
    i loro passi felpati;
    in me cresce il rumore il volume della colpa
    l’irreale vittima

    […]

    e il senso diventa carne
    e cammina con me, dentro di me il peso della vittima
    si dibatte
    accanto a me si dibatte la vittima,
    fratello, bocca strappata, eguali;
    trascinano il colpevole,
    son io quello, e solo Meche riassume l’innocenza
    che non sopporta il peso; piccioni
    disertano la piazza
    noi svoltiamo ed ecco la campagna la notte
    la casa ci viene incontro.

  18. Trascrivo una poesia di Alejandra Alfaro Alfieri in onore di Alfredo de Palchi.

    Alejandra Alfaro Alfieri

    4. AMORE PROIBITO

    Chiquillo 
    L’attesa vestiva i nostri corpi.
    Tu stavi in silenzio – le mie dita contemplavano la pelle della tua spalla.
    Non volevo pensare che dovevo separare
    la mia innocente illusione dal tuo sguardo obliquo
    ma i minuti si cercavano alla fine della mia partenza. 
    La sua vita si trovava lontano da lei.
    Anche se i corpi stavano insieme.
    Invece, noi ci allontanammo da noi stessi,
    i corpi non condividevano lo stesso spazio
    che forse lui condivideva con lei,
    ma in quello spazio che comprendeva un pezzo di ognuno di noi
    le nostre emozioni si avvicinavano.
    Lì la distanza non era più compresa come una misura geográfica o física,
    lì la distanza non esisteva più.  
    Guardai intorno a me.
    Gli specchi non smettevano di osservarmi.
    La parete era piena di quadri appesi alla rinfusa,
    raggruppati secondo la corrente artistica di appartenenza.
    Mi ero concentrata su come si scioglievano le mie cuffie sulla vecchia sedia di legno, ma esse non dicevano nulla,
    le canzoni blues si erano stancate di ritornare in scena,
    neanche l’attesa chiamava e lui non mi parlava.
    Solo mi ricordai della volta in cui
    mi infilai sotto le coperte aspettando
    il suo abbraccio.

  19. ubaldo de robertis

    Steven Grieco Rathgeb ha richiamato quelli che io considero concetti fondamentali per un lettore di opere poetiche, quando afferma che la poesia del de Palchi, nel caso specifico in Paradigma “mi ha insegnato molte cose riguardo a me stesso.” E Steven si chiede:
    “ ma non è forse vero che la poesia deve anche insegnare, illuminare?” E dopo essersi posto la domanda retorica, di cui sa già la risposta, ammette che “per diverse ragioni” quella di Alfredo de Palchi “gli ha trasmesso un senso di commozione” a partire dal sentimento “di profondo esilio” che “ echeggia, in maniera del tutto diversa, il mio proprio esilio linguistico e di vita.”
    Altro concetto rilevante espresso da Steven Grieco Rathgeb è che lo stile del poeta de Palchi è “così forte “che infonde fiducia nel lettore,” lo rassicura che “la poesia possa vivere anche oggi.” Infine, nel rilevare che ci sono “altre meraviglie nel leggerlo” asserisce che ci sente “gli echi di tutti i poeti delle generazioni precedenti alla sua, e che essi risultano totalmente filtrati, purificati e rielaborati con un fortissimo linguaggio proprio, una fortissima sensibilità e originalità proprie, che donano al lettore una poesia ricca di tradizione, una poesia che soprattutto indica un nuovo cammino, una nuova e più moderna sensibilità.”
    Riassumendo, l’autore del commento ha definito con rara efficacia la incredibile illimitata condizione in cui si viene a trovare un accorto lettore che ha colto in un’opera la profondità di tutti i sensi. Un lettore che ha appena scoperto un capolavoro letterario.
    Ed io non posso far altro che indirizzare la mia riflessione nella stessa direzione.

    Ubaldo de Robertis

  20. Poesia e uno stile letterario inedito che è stato ingiustamente ignorato. Queste poesie esprimono una riflessione disperata, da condividere emotivamente perché, paradossalmente, tra orrore e privazione sono di una bellezza formale indiscutibile, oltre che innovativa. Chiedo sommessamente: ma qui, fuor di galera, nessuno ha voglia di pensare? Mó passo a leggere Hajdari.

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