Domenico Cipriano – DIECI POESIE da “Il centro del mondo” – (Transeuropa, 2014, pp.112, Euro 9,90) ” Un libro di maturità evidente”, “L’elegia ti costringe a cantare la «distanza»”. Postfazione di Maurizio Cucchi e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

foto donna sale le scale.

 Nato nel 1970 a Guardia Lombardi (Av), Domenico Cipriano vive in Irpinia. Ha pubblicato la prima raccolta Il continente perso (Roma, Fermenti, 2000; 2a. ed. 2001),  i libricini da collezione, L’assenza (con foto a cura di Enzo Eric Toccaceli), PulcinoElefante, 2001; La pelle nuda delle stelle (con un disegno di Antonio Baglivo), Idridilibri, 2008; L’enigma della macchina per cucire (con un disegno di Prisco De Vivo), Edizioni L’Arca Felice, 2008. Interessato al connubio Jazz e Poesia è inserito nell’antologia della poesia in jazz in Italia, Swing in versi, a cura di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi (Milano, 2004) e ha dato vita, insieme all’attore Enzo Marangelo e al pianista Enzo Orefice, al progetto “JP band” da cui il CD Le note richiamano versi (Abeatrecords, 2004), con sezione ritmica di Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti. È presente nei volumi collettanei “4 poets” (Il Filo, Roma, 2003) e “7 poeti campani” (Orizzonti Meridionali ed., Cosenza, 2006) e in varie antologie, si ricordano: Melodie della Terra, a cura di Plinio Perilli (Crocetti, Milano, 1997), La poesia in Campania, a cura di G. B. Nazzaro (Marcus ed., Napoli, 2006), Da Napoli / verso, a cura di A. Spagnuolo e S. Di Spigno (Kairòs, Napoli, 2007), Corale, a cura di F. Bianchi (La voce della luna, 2007), Forme concrete della poesia contemporanea, a cura di S. Montalto, (Joker edizioni, Novi Ligure, 2008). È del 2014 la raccolta Il centro del mondo transeuropa e del 2015 November Gradiva Publications con testo italiano a fronte.

Email: dcipriano@tiscali.it

Sito web: www.domenicocipriano.it

foto ipermoderno 2

ipermoderno

dalla Postfazione di Maurizio Cucchi

È questo un libro di maturità evidente, e potremmo arrischiarci anche a dire di saggia maturità. Lo si vede nella pacatezza – sia pure sempre venata, increspata di inquietudine – del tono e degli accenti, nel denso procedere di Cipriano in un percorso di lenta meditazione lirica, capace di cogliere con aperta intelligenza il senso degli opposti, la loro inevitabile compresenza. “Siamo miniere da scavare”, dice in un suo verso, e nello scavo procede regolarmente, con sobria umiltà tenace, e non tanto in uno scavo di se stesso o del proprio essere, per nostra fortuna, quanto, più generosamente, nel senso sempre nuovo, variegato e sorprendente (all’occhio di chi sa ben vedere, oltre la superficie, s’intende) del mondo. Un mondo dove il soggetto – tradotto in io lirico – ben conscio della sua poca o pochissima umana consistenza, e dunque della sua precarietà strutturale, non può che sentirsi al centro, nella perfetta consapevolezza di quanto ciò sia in fin dei conti illusorio, visto che, dice Cipriano, “moriamo pezzo dopo pezzo mutando”. Ma visto anche che il mondo esiste solo se a percepirne la presenza ci sono un occhio e una mente che possano certificarlo.

Cipriano non si stanca di indagarlo e interpretarlo, questo mondo, nella realtà che gliene si presenta nel corso degli anni, nelle incrostazioni della memoria ineluttabili, nella normale e ferialissima esperienza quotidiana, dove si manifestano a pieni contorni le figure dell’amore e degli affetti, e non di meno dove intervengono certe “amorfe figure / affogate dal sole che le fa tremare”. Un mondo del resto popolato di cose, sempre impregnate di acuti ricordi: “Nel volto degli oggetti / si riflette il mondo / la fede estrema del nostro / dargli conto, l’efficace / pungiglione della memoria”. E se varie sono le presenze animate e inanimate di questo libro, diversi sono anche gli ambienti, dove avviene o è avvenuto il viaggio della vita, comunque “in spazi già vissuti”, da altri, oltre che dal poeta. Certo, appaiono i luoghi della sua terra, e con risalto la campagna, a cui è dedicata una sezione importante, conclusiva; e poi la “città dolente”, e soprattutto il paese: “la passione di vivere ogni istante nella solitudine / assurda del paese”. Ambienti diversi, non sempre accarezzati dal sole, ma spesso in ombra, o rischiarati da una modesta luce di lampioni.

Il centro del mondo è un testo di pensiero attivo, che matura nella realtà di un’osservazione sempre aperta e di un’energia forte e opaca; un testo internamente molto ricco e fitto di implicazioni, che richiede una perlustrazione attenta, un costante ritorno sui propri passi. E che stabilisce la già chiara identità di un poeta, di un autore capace di praticare una poesia onesta e di non comune spessore.

foto volto con gatto

.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Il problema che mi accingo a porre in evidenza è di carattere macro stilistico, o extra stilistico, se volete, e concerne la totalità o quasi della poesia italiana che si fa oggi. La questione della poesia intesa come momento lineare, un certo concetto di forma-poesia, dove lo spazio e il tempo della poesia è il rispecchiamento dello spazio e del tempo dell’io nella sua vita quotidiana. Io qui mi limito a sollevare dubbi e eccezioni a questo concetto del reale e della creazione artistica. Il mio dubbio è che non si dà alcuna equivalenza o equipollenza tra le due situazioni, e che se si fa una poesia o un romanzo che segue il modello lineare della vita quotidiana, si finisce dritti nella falsariga del riconoscibile, della rappresentazione mimetica, in una parola, del realismo mimetico e mimetizzante. Nulla di male, s’intende, ci sono migliaia di romanzi e di poesie di intrattenimento che seguono questo modello compositivo. Direi che è questo il pericolo che impende sopra grandissima parte del romanzo e della poesia contemporanee. Ma il romanzo ha una via di uscita di sicurezza che è dato dai suoi svariati generi e sotto generi: il giallo, il noir, il fantastico, il fantasy, il semi giallo, il quasi fantasy, il gotico, il gotico-fantasy, il giallo-fantasy, il fantasy e basta etc.; la poesia no, non ha, per ragioni storico-estetiche, una altrettanta versatilità di forme, e quindi è più vulnerabile, più esposta.

Il problema cui si trova a risolvere Domenico Cipriano è, a mio avviso, quello di una forma-poesia  riconoscibile.

Domenico Cipriano in queste poesie parte da un assunto di base che è dato dalla stazione immobile dell’io (al «centro del mondo», come lui scrive nel titolo) attorno al quale ruota tutta la fenomenologia degli oggetti; in modo consequenziale nella sua poesia i giri sintattici, di illibato nitore e rigore metrico, si dispongono in modo lineare, come tipico di una tradizione recente: l’io di qua e gli oggetti di là, in un costante star-di-fronte. Questo tipo di impostazione, intendo quello della stazione immobile dell’io e della distanza fissa tra l’io e gli oggetti, conduce, inevitabilmente, al pendio elegiaco. L’elegia ti costringe a cantare la «distanza». E l’elegia è tipicamente consolatoria. In definitiva, il dialogo tra l’io ed il suo oggetto si rivela essere un dialogo posizionale, posizionato, «convenzionale», come da una certa tradizione italiana novecentesca. Il libro Il centro del mondo consta di un susseguirsi di poesie fenomenologiche, di una fenomenologia che tende all’elegiaco. Eccepirei una fenomenologia immobile, priva di direzionalità laterali e trasversali, priva di verticalità, di diagonalità, di salti posizionali, temporali e spaziali. Ecco, questa è la ragione che delimita uno stile, e lo stile è come immobilizzato all’interno di una postazione fissa dell’io e del suo oggetto.

Domenico Cipriano Front_cover_cipriano

da: LE STANZE NASCOSTE

Disteso sui miei sensi penso
(oltre le nuvole e le luci dei lampioni
alari) col fiato sospeso sulle colline blu.
Nemmeno i corpi uniti nell’amore
e racchiusi in un respiro solo sanno dire
dell’immenso in cui mi perdo ora
per questo tramonto vulnerabile e mobile
nel bagliore di una luce sterminata
tra le voci intrecciate in lontananza.
Se apparteniamo – per un istante –
a un’altra vita, a un’epoca leggendaria,
non ci è dato sapere dal poco che tracciamo
sciogliendo in illusione le certezze.
È quel bagliore, che si insinua vorticoso
oltre la forza decisa delle ossa,
ad aprire un nuovo varco sotto pelle,
a rinominare infinito il suono delle cose,
di quell’oceano che si nasconde eternamente
dentro al volto immobile dei monti.

(Montefusco, 8 gennaio 2012)

.

(a Sofia)

Moriamo pezzo dopo pezzo mutando,
crescerai e sarai altro, diversa. Ferma
l’immagine che hai già cancellato
nelle ore (non è affidabile la memoria)
così la presenza non è solo un dettaglio
per la nostra comprensione. Filo spinato
e ruggine sui punti fermi del mondo,
ma nemmeno quello spigolo d’universo
ci appartiene. Cambiano con te
le cose abbandonate.

.

da: IRPINIA METAFISICA

Le persone sono luoghi
e ogni epoca li ricostruisce.
Chiedo alle immagini un’affezione
documentata, il risvolto
del luogo in cui sono nato.

.

da: CITTÀ DEGLI OCCHI
.
Sono defilati
negli spazi residui della cronaca,
dove pochi ne riconoscono il dolore, lo spasmo
delle parole non comprese.
Gli scarti delle frasi usate riaffiorano
per decretarne la colpa, riconoscerne l’infamia
e darle un nome. Tra queste sillabe
disposte e riarse in ordine composto
è l’orlo della camicia
a rammentare una vita arresa,
la mancanza di un affetto di contorno
e un torto ricambiato al mondo.

.

da: INTERMEZZO

.
(a Cosimo)
.
Esistiamo perché mutiamo. Il corpo
si trasforma con il tempo, così la voce
e l’odore che tutto dice. Conserviamo
poco, diamo segno di noi
nel pensiero che si evolve, nelle azioni
che si alternano, confondendo
i colori che la pelle mostra, variando i suoni
che all’istante diventano parole.
Se c’è una storia da ricomporre
(pezzo a pezzo) è nel modificarsi
delle orme che tracciamo. Così,
solo le cose ferme ci ricordano
dove siamo già esistiti,
anche se il vento cerca di mutarne le sembianze
con la polvere che accumula
in forme disadorne.
Continuiamo a dirci vivi
ostinandoci a non apparire uguali
e questo morire eternamente
è il volto stesso che la vita ci consente.

.Domenico Cipriano_auditorium

da: NATURA DOMESTICA
.
Giacca con foglie
.
Il risvolto della giacca
colore di foglie secche
si accartoccia lasciata
rivivere vicino al bancone.
Un albero spoglio che
chiede liquidi per dissetarsi
emancipata la stagione
del caldo e i costumi:
nulla somiglia alle radici
solo le ossa fuoriuscite
dagli stivali ricordano
l’autunno inoltrato.
.
da: LAMPIONI
.
Sono stelle distribuite in terra
nei luoghi che ospitano amici,
se ne collego i punti disegno
immagini multiformi, una bocca
che mastica i pensieri, perché
muovo il labbro negli spostamenti
e ovunque una lampadina segnaposto
indica dove si colloca la vita.
Così, la notte ci scostiamo
e chiediamo aiuto ai lampioni
di resistere. Qualche guardiano
tiene in vita il respiro.

.

da: A MARGINE
.
La campagna 5. finale
.
Sono restato seduto dietro una panchina per anni
il cielo è rosso vermiglio e ricordo la tua pelle liscia
quando mi scorre il latte sulle guance.
La notte è un piedistallo e restiamo immobili solo io e te
con gli occhi che sono camaleonti
sotto la luce dei lampioni. Il verde condiziona il giorno
schiarendo le tonalità del cielo
ora che tutto è disteso e senza confini
non si vedono più le staccionate
e il buio serve solo a consolare.
Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile
lontano dal mare che paradossalmente
è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna
c’è un profumo di uva secca e muschio
una finestra per il sole, senza un confine netto
tra vivere e sperare.
.

La campagna
.
1.
La staccionata resta fissa nello sguardo
si attarda a misurare la luce
il passo lento del veggente scruta il verde
e torna a mescolare il suono del fiume.
Siamo fatui e sorpresi da tanta calma, la notte non tarderà
ma il suono di chi non c’è si mimetizza nell’aria.
Nuvole sui passi lascivi, le impronte
ci costringono a recuperare il senso della presenza:
ogni chiaroscuro e la sua ombra ci convincono
dell’eternità nascosta nelle cose.
Gli oggetti vivono nel pensiero e la musica
riprende le forme di involucri geometrici
il suo fiato è già regolare dopo l’affanno del divenire.
.
2.
Oggi assaporiamo il sole
tra giri di armonica e una tettoia da ricostruire
sulla casa che ondeggia ai bordi del fiume
tra i numerosi volti degli insetti
e le specie di pesci d’acqua doce.
È come intrufolarsi nel sogno di qualcuno
che si conosce appena, liberarlo dagli incubi più profondi
e coglierne solo immagini salutari.
Un viaggio dentro il sogno che ci resta
da compiere ogni giorno
fino a che la disperazione non si piega
lasciandoci un segno del perdono.

 

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12 commenti

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12 risposte a “Domenico Cipriano – DIECI POESIE da “Il centro del mondo” – (Transeuropa, 2014, pp.112, Euro 9,90) ” Un libro di maturità evidente”, “L’elegia ti costringe a cantare la «distanza»”. Postfazione di Maurizio Cucchi e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Queste poesie mi fanno pensare a Magritte, per quel suo surrealismo che è più di sostanza che di forma. Basti pensare al verso “Sono restato seduto dietro una panchina per anni”, quel “dietro” parla chiaro: se stesso visto da dietro, di spalle. Cipriano sta bene attento a come giocarsi l’io.
    Fan pensare a Magritte “l’orlo della camicia” e “Il risvolto della giacca
    colore di foglie secche”. E un po’ De Chirico gli sfondi appesi, fissati nel loro valore simbolico “ consegnarmi alle distese della terra fertile / lontano dal mare”; La staccionata che “resta fissa nello sguardo” – delle muse? e ovviamente i manichini “c’è una storia da ricomporre/(pezzo a pezzo) “ e “Moriamo pezzo dopo pezzo mutando”. Peccato che l’esile presentazione di Cucchi non si addentri in questi meccanismi: la domanda potrebbe essere “come intrufolarsi nel sogno di qualcuno / che si conosce appena”? Decisamente di un passo avanti è il commento di Linguaglossa.

  2. Francesco

    La postfazione di Cucchi è la classica postfazione che vale per tutti, nel senso che si addice ad ogni silloge, basta solo riportare i versi del poeta e opla’ la postfazione è fatta. Intendo dire che sono concetti confezionati, surgelati, preparati ad hoc per chi chiede l’analisi cucchiana. Dunque vale zero.

  3. antonio sagredo

    Gentile Francesco,
    ha ragione. Più volte in decine di anni gliel’ho ripetuto….
    ma non ha stima di se stesso, perciò…
    mi dispiace per il signor Cipriano, che spero sia d’accordo con noi.

  4. a volte gradirei che le parole fossero più contundenti

  5. Steven Grieco-Rathgeb

    Io invece penso che Cipriano il pensiero poetico ce l’ha. Direi piuttosto che la sua forma, il suo stile si fermano al modo in cui alcuni bravi poeti elegiaci, crepuscolari, scrivevano più indietro nel tempo. La realtà degli ultimi decenni ha fatto macerie di questo tipo di poesia, ma non può fare macerie dello scrivere elegiaco in senso lato. I poeti nascono in varie forme: elegiaci, rapsodici, scanzonati, analitici, filosofici, politici, etc. Grandi poeti spesso riuniscono più di questi aspetti in una persona.
    Si tratta come alcuni dicono, di “scavare”. E Cipriano ha molto da scavare. Come potrebbe essere diversamente?
    Dunque se egli ha questa vena, deve essere incoraggiato a esplorarla in tutte le sue possibilità e potenzialità. Con tutti i rischi. Si ha qualche difficoltà a capire dove possa albergare la poesia elegiaca nel nostro mondo. Insomma, deve essere il poeta a dimostrarci che è possibile farla. Tu Fu scrisse poesia elegiaca (però anche fortemente politica e sociale) nel bel mezzo della Rivolta di An Lu Shan, che lasciò a pezzi la dinastia Tang.
    La forma deve saper liberare il pensiero, invece qui la forma ha tendenza a incapsulare il pensiero in schemi superati (perché, lo ripeto, non rinnovati, non profondamente, intensamente, re-interpretati alla luce di una più attuale sensibilità umana. sociale, artistica). E quindi vediamo spesso qui come la forma, troppo “bella”, troppo flessuosa, fa lo sgambetto al poeta quando quest’ultimo cerca di entrare nel suo pensiero, quando cerca di pensare più fortemente il rapporto fra se stesso e ciò che vuole esprimere. Cipriano deve vincere la sua incapacità di pensare adeguatamente l’oggetto del suo pensiero. Perché questa fa sì che le sue formulazioni spesso suonino “falsamente profonde”. Mi si scusi per questa espressione, ma ho dovuto usarla. Capita a tutti di essere falsamente profondi, la mia critica vuole essere costruttiva. Versi come “Così, / solo le cose ferme ci ricordano / dove siamo già esistiti,”, oppure “Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile / lontano dal mare che paradossalmente / è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna / c’è un profumo di uva secca e muschio / una finestra per il sole, senza un confine netto / tra vivere e sperare.” e altri casi simili, mentre vogliono suggerire livelli più interni delle cose e dei pensieri, più adeguatamente sondati, rivelano invece al lettore che il poeta non ha ancora sufficientemente studiato l’oggetto del suo pensiero.
    Egli non ha ancora raggiunto quel punto di trasparenza in cui il poeta capisce che l’oggetto del suo pensiero è proprio lui stesso, cosa che a sua volta lo fa entrare nella sua poesia quasi questa fosse una camera, un paesaggio interno in tutta la sua tridimensionalità. Sto parlando del punto assai strano che spesso troviamo nella poesia più interessante, il punto fra dominio e inafferrabilità, dove il poeta non vede più la sua immagine nello specchio.
    Quindi non è secondo me assolutamente vero, come sembra suggerire M. Cucchi nella sua postfazione, che in genere tutto va bene nella poesia oggi, il mondo interiore ed esterno è tutto pronto a lasciarsi esplorare, si tratta solo di sedersi, pensare e scrivere. Se si è bravi, non tarderà a nascere un bravissimo poeta. Non c’è proprio niente di gratuito nell’essere poeta, in nessun tempo. Dare questa impressione è come invitare il poeta a entrare in un vicolo cieco. Quale che sia la sua età.

  6. Linguaglossa parla di “pendio elegiaco”, che “tende all’elegiaco” e ne spiega la ragione: stile immobilizzato “all’interno di una postazione fissa dell’io e del suo oggetto”. La critica quindi non è rivolta in senso stretto alla poesia di Cipriano; il quale, secondo me, pur scrivendo ottima poesia, alla luce di questa osservazione non può che ritrovarsi in un vicolo cieco (per altro in compagnia di moltissimi altri). Quindi non si tratterebbe tanto di scavare, di approfondire ulteriormente, quanto se mai di togliere l’io da queste nebbie. Una volta evaso, l’io avrebbe anche la libertà di moltiplicarsi.

  7. Condivido in toto il commento di Steven Grieco Rathgeb il quale fa un commento costruttivo, riconosce a Domenico Cipriano una ottima mano, delle doti di scrittura, delle qualità… ma tutto ciò è come annebbiato da una scrittura che pensa se stessa all’interno della forma elegiaca. Vorrei attirare l’attenzione di Cipriano su questo punto: Pensare l’impensato, fratturare le ossa al pensiero, inserire delle fratture nella scrittura, non cercare di ricomporre le fratture, lasciare che le fratture vengano alla luce. E per far questo, sarebbero sufficienti piccoli interventi: abolire molte congiunzioni “e”; abolire molti aggettivi; inserire molti punti; e, soprattutto, impostare un tono non di servizio alle immagini ma far sì che siano le immagini a guidarci; lasciare entrare nei versi l’elettricità che la scrittura elegiaca necessariamente respinge da sé; lasciare libero l’«io» di muoversi dalla sua postazione fissa; lasciare che gli oggetti ci guidino verso di loro, o che ci respingano… Insomma, è tutto ciò che stiamo tentando di dire e di fare in quest’ultimo anno di lavoro collettivo dell’Ombra.
    Per concludere, direi che Cipriano è bravo, ma questa bravura va messa al servizio non dell’io ma degli oggetti.

    Per quanto riguarda la scrittura di prefazioni, io adotto questo principio: quando le scrivo cerco di mettere in luce le qualità del libro e taccio su quelle che io considero delle non qualità; cerco di evitare argomentazioni generiche ma celebrative, perché, tra l’altro, non servono a nessuno e non si fa un bel servizio al libro. Spesso mi sono visto rifiutare prefazioni o parte di prefazioni perché gli autori chiedevano una scrittura augurale, cosa che, tra l’altro, non so fare e che mi riesce anche male, spesso mi ingarbuglio mentre che scrivo, e ne sortisce anche un pessimo italiano… insomma, io cerco di evitare di dire nelle prefazioni quello che non penso. Questo lo dico perché riguarda me, degli altri non posso dire nulla.

  8. Steven Grieco-Rathgeb

    Concordo perfettamente con Giorgio.
    “Pensare l’impensato, fratturare le ossa al pensiero,” riprendo le parole di Giorgio per fare un mio augurio vivissimo di buon lavoro a Domenico Cipriano
    A proposito del coraggio di scrivere la giusta prefazione per un autore (esclusi i presenti). E’ vero che si leggono decine di prefazioni che non dicono niente. Fra le righe tuttavia capisci quasi sempre se al prefatore conviene dire che l’autore “vale” o se gli conviene inserire qualche stroncatura in sordina (the killer kiss), questo per motivi che riguardano il prefatore e la sua visibilità nelle cerchie letterarie (poco o niente a che vedere con l’autore…).
    Un tempo si diceva che una raccolta di poesia si commentava da sola, non c’era alcun bisogno di prefazioni.
    Per un commento veramente autorevole, penetrante, illuminante, invito il lettore a leggere o rileggere il recente post del poeta Luigi Manzi, in cui Linguaglossa commenta i componimenti e la poetica di questo autore.
    Insomma, si facciano un po’ di confronti! Si abbia il coraggio di parlare, di parlarsi apertamente.
    La qualità ancora esiste, eccome. Così come esiste l’insabbiamento invisibile.
    Invito Cipriano a fare qualche commento qui sull’Ombra delle Parole.

    • Domenico Cipriano

      Cari, rispondo qui perché col cellulare non riesco a postare un commento…
      A mio parere chi si occupa di leggere e commentare il lavoro altrui va ringraziato a prescindere, tanto più chi lo fa per una prefazione (o postfazione), che significa dare fiducia e mettere la propria faccia per un lavoro svolto da altri. Quindi la postfazione è un’appendice, non è il lavoro svolto dall’autore. Ho letto stamattina i commenti e trovo ora il tempo per una risposta. A mio avviso Lucio ha colto il rapporto tra le arti, l’influenza che ha avuto nella mia poesia la suggestione degli artisti citati e altri sicuramente, non tanto nello stile, quanto nella visione delle cose, come anche la lettura di alcuni poeti, ad esempio Miltos Sachturis, che nel tempo hanno lasciato strascichi nel pensiero, dopo che ne ho abbandonato le forme, accolte in poesie di anni tanti anni fa.
      Steven, tra le sue riflessioni, riconosce comunque l’importanza ad una poesia “elegiaca” – termine che ammetto se non è “erroneamente” considerato come d’intrattenimento, che è l’ultima funzione di una poesia nata in luoghi lontani e profondamente vissuti, come quelli da cui nasce la mia scrittura – la quale trova il suo tempo anche in momenti di smarrimento esistenziale, forse proprio per cercare un ordine, o distanziarsene. Anche se l’ordine è solo una delle possibilità. Lo stile, del resto, si modifica col tempo, ma credo che “l’elegia” sia una forma necessaria in ogni epoca. Sulla profondità della ricerca e dell’oggetto della poesia, credo che la scrittura non debba coincidere con l’io, pur non estromettendolo, per mantenere volutamente la distanza, l’oggettività delle riflessioni e aprirsi ad una comunicazione, qualunque essa sia.
      Circa gli inviti di Giorgio Linguaglossa, io vengo da una poesia ritmica, fonetica, che faceva a meno della morbidezza delle congiunzioni e di tanto altro, per esaltare il dire fonetico e l’espressività di contrasto, ma sono arrivato ad un respiro più rilassato andando avanti, non tornando indietro. Il libro da cui sono tratti i versi è composito: 7 sezioni, oltre 100 poesie scritte in anni distanti tra di loro, e ciò può essere uno richiedere un ordine per dar senso ad un ragionamento, ma anche una occasione per fermare una riflessione e poi andare avanti. Uno svantaggio, ma anche un pregio per capire se il pensiero regge nel tempo o meno, prima di pubblicare, un pensiero qui costruito lungo intere sezioni. Un pensiero – caro Steven – come ben sottolinei.
      Ovviamente, tutte queste riflessioni sono importanti, anche quando sono volute per cercare di esprimere un’idea diversa se non opposta per condurre la poesia altrove. Ne colgo le intuizioni per far proseguire il mio personale dialogo-pensiero con la poesia, e per una più variegata riflessione sul fare poesia. Grazie a tutti (anche Francesco, Antonio, Flavio prima non espressamente citati) per il tempo dedicato a leggere e confrontarsi partendo dai miei versi.
      Domenico

  9. Questo autore lo vedo come un classico moderno. I suoi versi sono formalmente ineccepibili, con un sentimento della bellezza che credo li farà durare nel tempo. Alla poesia non si dovrebbe chiedere di più. Poi, è ovvio, possiamo cercare altre strade.

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