Katerina Zoufalova da “Variazioni /su temi femminili”, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga – e “da: Poesie s/fuse… (2006 – 2016)”, inedite – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e musica di Gyorgy Ligeti “Atmospheres” (1961)

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Katerina Zoufalova di origine praghese vive dal 1980 a  Roma,  dove si è laureata  all’Università degli Studi  “La Sapienza” in Lingue e letterature  straniere moderne con una tesi su “Rainer Maria Rilke e Karl Kraus nei diari di Sidonie Nádherný”. Si è occupata dell’insegnamento della lingua e letteratura tedesca in vari licei romani. Si  dedica anche all’insegnamento della lingua ceca e,  in specie, ai progetti dello sviluppo della educazione bilingue dei bambini. Ha collaborato con diverse riviste culturali ceche e italiane. Nel 1992  ha pubblicato poesie in un piccolo volume dal titolo “Variazioni /su temi femminili/”, Praga, ed. Petit Atelier. Alcune di queste poesie sono state arrangiate in musica. Ha tradotto diversi poeti cechi  e curato  progetti internazionali  come ad esempio “Poesia 3×2, Praga – Madrid – Roma”, 2009, edito dal Museo nazionale della letteratura di Praga.  Recentemente le è stata conferita una onorificenza di seconda classe dal Ministero della pubblica istruzione  ceco, per la divulgazione della lingua e della cultura ceche all’estero.

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 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Un tempo avevo un “amico” il quale sapeva a memoria dozzine di poesie e le recitava all’improvviso, nel mezzo di una conversazione. Era una forma di esibizione infantile (almeno così la consideravo). Invece no, mi sbagliavo: era una forma di arroganza intellettuale: come dire, io ho la poesia, eccola… e sciorinava poesie poesie poesie. Ogni tanto io gli chiedevo: “Tu sei sicuro che gli oggetti in poesia stiano là e non altrove da dove li vediamo?”. E lui rispondeva che con le mie idee che gli oggetti non stessero là facevo soltanto degli esercizi filosofici che non mi avrebbero portato da nessuna parte…

Io poi gli chiedevo: “Sei sicuro che tra l’io persona in carne e ossa e l’io poetico non ci sia differenza alcuna?”. E lui mi rispondeva con la solita accondiscendenza che di solito i mediocri e i poveri di spirito hanno verso coloro che non sono mediocri, “che i tuoi dubbi sono esercitazioni filosofiche e che la poesia è discorso diretto alle cose perché la poesia ha questa capacità di farti vedere le cose che tu vedi da sempre e sono sempre quelle…”. Insomma, mi dava le risposte che un tolemaico poteva dare in ordine alle orbite dei pianeti intorno alla terra. Era arcisicuro delle sue evidenze. Era inutile continuare a disquisire con i sordi.

Io un giorno però, contravvenendo alla mia regola di gentilezza, gli dissi che con questa concezione ingenua dell’io e dell’oggetto fissi, uno di qua e l’altro di là, non sarebbe stato possibile fare poesia veramente moderna, che non era affatto detto che l’oggetto stia lì da sempre e che aspetti che l’«io» allunghi le grinfie per prenderlo e inserirlo in una poesia, che questa era una concezione tolemaica, aproblematica del rapporto tra noi e gli oggetti del mondo e che seguendo tali presupposti filosofici non si poteva fare che poesia ingenua, ingenua perché fondata sul presupposto che tra l’oggetto e l’«io» poetico c’è solo la poesia che può colmare la distanza che intercorre tra di essi. E aggiunsi anche che occorreva ripensare questo assioma a-problematico che lui invece abbracciava ciecamente con il suo concetto di poesia.

Insomma, infinite e noiose discussioni che avvenivano tra due sordomuti che non potevano capirsi. Un mediocre non potrà mai capire una specie evoluta, capirà benissimo un altro mediocre.

Questo lo dico perché non bisogna mai dare nulla per scontato, la poesia non è né gioco di prestigio né rapporto diretto tra l’io e il mondo. Chi pensa da tolemaico, non farà mai poesia di qualche qualità.

Katerina Zoufalova è un autore italofono. Ormai da tanti anni in Italia che l’italiano è diventato la sua lingua terza, essendo la prima il ceco e la seconda il tedesco; appartiene a quel genere di poeti che, proprio perché situata tra varie lingue, ha profondo rispetto per i limiti e i confini della lingua prima, seconda e terza, e questo dà alla sua poesia il senso di una grande corporeità fisica, di circoscritta delimitazione, di attenzione al significato più che ai significanti; anche la sintassi è studiatamente articolata per mettere in evidenza le frasi dal senso compiuto, quasi dei frammenti separati da punti. La poesia della Zoufalova ha una grande solidità, direi piombatura, parla di «ferita piombata», «draghi umidi», «la dentiera della Medusa», dove gli attanti qualificativi aggiungono una connotazione determinante al sostantivo, ne sono la chiave per entrarvi dentro in quanto «Le frasi sibilano serpenti. / Le parole, uno sputo velenoso». Dietro questa robustezza di costruzione e di precisione («il filo a piombo») c’è lo studio profondo della poesia ceca e tedesca. Poesia che proviene da un’altra lingua, da altre lingue, altre culture poetiche, aspetto questo che ha come modellato la lingua terza della Zoufalova. È dunque una poesia problematica, diretta, essenziale e dilemmatica, che si muove entro la stretta forbice della sfiducia nelle qualità comunicative della «parola» poetica prigioniera della sua perduta nobiltà denominativa e l’equivocità cui è condannata all’apparire nell’universo mediatico. Questa acuta consapevolezza è l’unica guida del fare poetico di Katerina Zoufalova: «E noi, / noi non usciremo dai castelli / che mai abbiamo conquistato, / seminando vuoti di parole nei labirinti». L’unica certezza è l’incertezza. L’unico equilibrio il disequilibrio. L’unica precisione l’imprecisione.

città prague nostalgic 20 tram

prague nostalgic 20 tram

Poesie di Katerina Zoufalova

[da: Variazioni /su temi femminili/, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga]

Cesserà di far male.
Più tardi sfiora il sorriso
la ferita piombata.
Quanto sale inutile sulla guancia.
Durante il racconto
pure il caso
suona banalmente.
.
***
.
Non respirare draghi umidi
che cavi forano il buio.
Ancora una scintilla
pescata dal fondo,
l’ultimo soffio umano.
Gabbiano, il seme sotto l’ala!
Ma dove?
.
***
.
Nella ripetizione
riluce l’antico gesto.
Dopo le vette
più profondi gli abissi.
Con le ceneri
ungerò i pensieri
quando ultimo il Titano
scenderà: la sua parola
già un fruscio di seta.
.
***
.
Il frutto è diviso.
La ratio impotente
non ferma la caduta.
Sollevàti siamo niente,
siamo tutto.
.
***
.
Scoppia la vescica.
Restano seni di donna.
I pori sono laghi:
Gulliver sarebbe affogato!
Batte la dentiera della Medusa.
Le frasi sibilano serpenti.
Le parole, uno sputo velenoso.
Putridi sono gli angoli.
Il tintinnio del cristallo
non scaccia il tanfo,
e sull’argento
incolla la saliva dello zar
i resti dell’ultima cena.
.
***
.

Città Strassenbahn_Praga

Strassenbahn_Praga

[da: Poesie s/fuse… 2006 – 2016]
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La città s’incurva
per l’ultimo appello
del secolo trascorso.
Profumano gli aghi dei pini
quando nascondono la vista
le foglie già marce.
.
Il pianto del ghiacciaio
avanza inarrestabile fra le stelle danzanti.
.
***
.
Il tramonto tallonava l’efebo.
Il giardino zen
era sfiancato dai suoi stessi passi.
E, lui, scalzo, avanzava nudo,
mentre le rose smarrivano i petali.
Chi sa dove faticava a fiorire il mandorlo,
il suo pensiero non era completo,
ma le radici reclamavano un verde applauso.
Morbida e grigia era l’attesa
del sopravvissuto.
.
***
.
Ginkgo biloba.
.
Il tuo oro ha riacceso nella putrida corona della terra
un ricordo di dicembre
quando gli stiletti di neve
sminuzzavano la gioia alle rose d’ottobre.
Ma tu sei nato nel segno di tuo padre
gobbetto portafortuna o malasorte,
e io, incerta, arrotavo i coltelli.
.
***
.
Ha piegato il capo il vecchio cervo,
l’occhio appuntito del serpente è meno velenoso
quando sul marciapiedi della giustizia
riposa
la piccola carogna di un ratto millenario:
le zampette incrociate nella preghiera
mentre passa la donna dei Sudeti.
.
***
.
Il bacio nel campanile gotico
come volatile molesto,
ma il guano delle rondini
controllano il tempo
nella torre che geme sotto i passi
del congedo.
.
Il cruccio ci rapisce
per donare un solo istante
e per gettarci nell’eremo
dove il mondo si rovescia
per una incrinatura.
.
***
.
I torrenti di lillà
festeggiano la tua nascita.
Le trombe degli angeli
sono ubriache.
Di profumi risuona
la gioia variopinta, ovunque!
.
E chi ci pensa
alla morte!
.
Anche la tua Terra
è piena di tulipani.
Dai cieli
un fiore insolito mi giunge.
Il mio canto
è un ferrigno abbraccio
.
Mai,
così lontana!
.
***
.
Primo avvento.
.
Le ultime bacche
e spoglie di rose…
desolazione.
Trionfi di foglie
sul tappeto marcio…
e ancora si rinasce
dai gorghi del non ritorno,
ma la rosa canina
sulla mano dei bambini
allontana
la morte.
.
.
***
.
Una gemma etrusca fra i sampietrini
come gli sputi di un vagabondo.
Il falco pellegrino non caccerà gli invasori
e danzerà ancora Luminita oltre la foresta,
alla festa delle streghe
dopo la partenza dei sassoni
.
E noi,
noi non usciremo dai castelli
che mai abbiamo conquistato,
seminando vuoti di parole nei labirinti.
.
***
.
Dinanzi a la trifora
di una fortezza diroccata
nella Selva boema
la commozione fa una promessa.
.
Logorata dal pianto dell’istante
si dilegua nel caos
oltre l’orizzonte della bellezza
scoperta con pietoso distacco.
.
.
C’è un’altra musica
sopra il Foro Traiano
quando gli amorini
implorano di essere difesi dai centauri.
.
***
.
Cadete
foglie
e, stupito l’albero,
vi indicherà
il punto più robusto
del tempo:
non aspetteranno
il tuo sguardo
per marcire.
.
E sei, per il tuo timore,
prigioniero
della mia preghiera.
.
***
.
La spalla come un volta gotica
mutava il cielo in silenzio.
I passi erano esperti
lungo la dorsale irremovibile.
.
Presto, prestissimo!
La erre merletta
la gioia d’amare.
Rendete umana
la Sacristia
col vostro volto.
.
***
.
Per non pensarvi, prego.
Per pensarvi, prego.
Per dimenticarvi, prego.
Per non dimenticarvi, prego.
Vi sogno, per non pensarvi.
Vi penso, per sognarvi.
Vi amo e mi pento.
D’avervi, non posso.
Vi desidero.
Vi ho vicino.
Non oso.
Ringrazio il Signore
che ci siete.
.
***
.
Il punto
è un fiocco di neve
che si scioglie
si muta…
in lacrima di rubino.
.
Il rosso
è il cuore che ama
quel punto.

.
***

.
Nei piccoli cortili romani
spensieratamente gioca,
con le amarezze, il vento.
Non suggerire, tu,
orfanella dei tempi e dei luoghi
quando e dove,
mentre dai muri
si sbriciolano le parvenze
degli anni
uniti da un unico pensiero:
va bene così.

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23 commenti

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23 risposte a “Katerina Zoufalova da “Variazioni /su temi femminili”, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga – e “da: Poesie s/fuse… (2006 – 2016)”, inedite – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e musica di Gyorgy Ligeti “Atmospheres” (1961)

  1. Poesia con belle immagini e sorprendenti metafore. Una serie di slides a colori e in bianco e nero che “provocano” la fantasia di chi legge. Mi sembra una poetessa che dovrebbe coltivare piuttosto il genere haiku, per la brevità, la consisione e la profondità messe in luce in questi suoi versi. .

  2. elisabetta lanciani

    I componimenti della poetessa Zoufalova possiedono una raffinatezza molto leggera soltanto in apparenza, poi che all’inizio danno l’impressione che, come dire, tutto fila liscio, e poi quasi tutti i finali riservano una sorpresa… sorpresa che consiste in un taglio netto e contraddittorio con quanto espresso prima, voglio dire con quella apertura conciliatoria con le cose del mondo che ti tranquillizzza, per poi mutarsi in una chiusura che ti stringe il cuore, ma che allo stesso tempo ti accorgi che non può che essere diversamente. Davvero brava!

  3. federica gasparotti

    Attmosfere della vecchia (ma non tanto) Praga che si distendono talvolta come le note di Dvorak… esse delineano dei contenuti rivestiti della bellezza dei toni e delle immagini e di metafore davvero inusuali; eppure mi vedo bene in questi versi poi che nei miei viaggi di cinquanta anni fa sentivo ciò che la poetessa esprime con dovizia di sensibilità esperte e tradizionali, ma non ero capace di scriverne, e invece ecco che adesso sono sodisfatta in quanto gìho trovato una voce poetica che mi concilia col mio passato.

  4. letizia leone

    “Sfiducia nelle qualità comunicative della parola” come sottolinea giustamente Linguaglossa, in questi versi della Zoufalova, ma espressi con toni apodittici, laconici, essenziali a creare quasi un attrito comunicativo. In un certo senso si percepisce la necessità di collocare questi luminosi squarci impressionisti sullo sfondo di una consapevolezza che è quella del disincanto, della dimensione critica del linguaggio e dei suoi limiti, maturata attraverso l’assimilazione della letteratura slava, tedesca, mitteleuropea:
    Il frutto è diviso.
    La ratio impotente
    non ferma la caduta.
    Date queste premesse, la qualità del lavoro profondo sulla scrittura è operazione di riduzione oltre che di scavo sulla parola e si rivela molto efficace.

  5. Angela

    “La erre merletta
    la gioia d’amare.”

    Interessante poetessa che leggo per la prima volta; ringrazio il blog e chi me l’ha segnalata. Quella “erre” mi ha colpito in quel “merlettare” di ripelliana memoria, anche se onestamente non sono competente in materia poetica slava, a me suona in questi termini. I versi di questa poetessa sembrano tanti sassi gettati sulla superficie dell’acqua capacissimi sia di profondità, che di generare quei cerchi concentrici man mano più larghi, che aprono e includono orizzonti sempre più ampi. Ciascuno di quei versi “slegati” tra loro o, meglio, legati da una logica fuori dai canoni classici, è un inizio di qualcosa che spazia, che dà alla mente la possibilità di non fermarsi e di non limitarsi ad un discorso chiuso-finito. E mi sembra una caratteristica non facilmente riscontrabile. Condivido il commento di Paolo Statuti.
    Un saluto a ciascuno.

    AnGre

  6. Sara

    La Prof. Zoufalova realizza una poesia che abbraccia i cinque sensi.
    Così come in un sonno ristoratore, emergono, in bianco e nero o a colori, liberatorie proiezioni di emozioni mai sopite.
    Sicuramente a colore – e vivida – é l’immagine dei “torrenti di lillà”. L’olfatto annusa i “profumi” e l’orecchio ascolta “le trombe degli angeli” del momento felice.
    Vorrei dire sommessamente che ho trovato dell’altro: la caducità delle cose della vita, la loro breve stagione. Quanto dura un “tulipano”? E ” E “lui, scalzo, avanzava nudo, mentre le rose smarrivano i petali”,
    ” Il pianto del ghiacciaio avanza inarrestabile”…

  7. Pasquale De Filippis

    La poetessa Katerina Zoufalova è da elogiare davvero poi che scrive delle cose tragiche del mondo con molta dolcezza, come il verso citato nell’ultimo intervento : “Il pianto del ghiacciaio avanza inarrestabile”, che ci sensibilizza senza mezzi termini sul declino delgli eventi naturali causato dall’uomo. Questo verso che non stancherai mai di citare ad ogni universale riunione di coloro che si interessano (ma quanto?) della “Natura”. Ma altri versi hanno fermato la mia riflessione come:
    “E noi,
    noi non usciremo dai castelli
    che mai abbiamo conquistato,
    seminando vuoti di parole nei labirinti”.

    Dunque è palese che non c’è stata mai alcuna vittoria, perché non c’è stata mai una conquista per possedere un castello con dignità e umiltà, e invece in esso spargiamo filosofie e dialettiche svuotate di senso nei corridoi dei castelli (che immagino oscurati dall’uomo) mutati in penosi labirinti… di dove non usciremo mai poi che il castello – se pur dentro ci siamo come quasi ectoplasmi o parvenze – ci è estraneo.
    Grazie alla poetessa.

  8. loredana spinelli

    Nei versi di questa poetessa Praga e Roma si scambiano le parti (Foro Traiano e Sudeti, p.e.), come se recitassero a soggetto le atmosfere che paiono armoniche e invece non lo sono affatto; c’è qualcosa comune in tutti questi versi come un interiore panteistico che sia arrovella fra una Natura dissacrata e una speranza in fieri che non vuole cedere al pessimismo, a un vittimismo talvolta dichiarato con rabbia (“E chi ci pensa/
    alla morte!); è una poesia cha possiede nella preghiera, religiosa o laica che sia, una intensità che si manifesta in “un ferrigno abbraccio”… non tutto è scontato, ma tutto è accettato se si tiene conto che è necessario fare affidamento solo con le realtà rabbiose che ci girano intorno, eppure
    “ancora si rinasce
    dai gorghi del non ritorno,
    ma la rosa canina
    sulla mano dei bambini
    allontana
    la morte”
    —————————-
    .
    .

  9. Lucia Gaddo Zanovello

    Ho apprezzato molto il tocco originale, la concisione acuta di questa Autrice.
    Particolarmente incisivi mi sono giunti i versi che seguono questi incipit: “Il frutto è diviso”; “La città s’incurva”; “Il pianto del ghiacciaio”; “Ha piegato il capo il vecchio cervo”; “Cadete / foglie”; e tutta l’ultima, rapidissima, terzina: “E sei, per il tuo timore, / prigioniero / della mia preghiera”.

  10. Nella poesia di Katerina Zoufalova convergono i grandi fiumi della letteratura mitteleuropea: c’è il dolore per l’ingiustizia (degli uomini e della Storia),ma c’è anche il conforto della bellezza, capace di accorgersi che “torrenti di lillà festeggiano la tua nascita”, capace di vedere “la rosa canina/ nella mano di un bambino”

  11. Steven Grieco

    Le poesie postate qui mi provocano una grande nostalgia. Non solo perché meglio di tanti altri poeti di quell’area mi ricordano i miei incontri con la Mitteleuropa, dove gli slavi i tedeschi gli austriaci e anche gli italiani si mescolano da secoli in un incontro spesso sofferto socialmente e politicamente, ma ricchissimo dal punto di vista artistico e creativo.
    No, c’è un’altra cosa, più importante: la calma di questa poesia ricorda un tempo, forse solo favoloso e inesistente, in cui la poesia aveva il suo posto nella vita dell’uomo, e occhialuti intellettuali e conoscitori e semplici lettori (ma erano tantissimi) contribuivano anche loro con la loro lettura attenta e informata, a dare più slancio ai poeti che scrivevano. Questo luogo felice sicuramente non è mai esistito, ma stranamente viene talvolta evocato dalla poesia ceca. E Katarzyna Zufalova è una di queste. La maestria nel frenare l’emozione è grande, la randomness, specialmente nella chiusura dei singoli componimenti, ci fa capire che questa è poesia per conoscitori.
    La sua poesia,

    Il punto
    è un fiocco di neve
    che si scioglie
    si muta…
    in lacrima di rubino.
    .
    Il rosso
    è il cuore che ama
    quel punto.

    mi ha ricordato di Mirza Asadullah Ghalib il distico:

    la goccia di mare che disdegna diventare perla
    spunta come lacrima nell’occhio dell’amante.*

    Vivissimi ringraziamenti a Katerina Zoufalova per aver postato queste sue poesie, che mi hanno rincuorato e dato gioia. Strano che siano seguite a quelle del poeta tedesco il giorno prima: si è creato una sorta di eco fra l’alto registro poetico del tedesco e la malinconia appena percepibile e un po’ surreale della poetessa ceca. Spero che abbia pubblicato un piccolo libro di queste poesie, che sarò felice di avere quando potrò incontrarla un giorno. Strano come a volte le migliori poesie rimangono… unnoticed.

    *Nota: Si dice nella poesia mistica persiana che la perla è una goccia d’acqua di mare che aspetta milioni di anni per diventare perla. Perla ovviamente significa conoscenza profonda filosofica del mondo, è un concetto sufi.

  12. La grande versatilità della cultura poetica trilingue di Zoufalova le permette quello che rarissimamente, e quasi mai, è consentito ad un poeta italiano di tradizione unicamente italiana. Della cultura della mitteleuropa hanno parlato qui Letizia Leone, Steven Grieco, Anna Ventura e anche altri, dimostrando grande intuito e profonda perspicacia; in un certo senso questa è una poesia che ci parla dell’incontro tra due meridiane culturali: l’orientale e la occidentale. Non a caso abbiamo postato la Zoufalova dopo le poesie di Ernst Meister, c’è qualcosa che accomuna questi due poeti, ma anche qualcosa che nella tradizione poetica italiana noi non abbiamo, che ci manca. E questo è il grande dono che questi poeti ci danno, che essi contribuiscono a spostare la meridiana delle nostre percezioni estetiche nel tempo e nello spazio. In realtà, una tradizione poetica vive delle proprie capacità di rifrazione e di assunzione, detto con una parola impropria, delle proprie capacità di esercitare una egemonia. La poesia italiana è dal 1970 che non esercita più alcuna egemonia sulle altre tradizioni poetiche europee. Questo è un aspetto correlato che dovrebbe attirare l’attenzione dei letterati nostrani aspiranti poeti e sul quale occorrerebbe meditare. Ed è quello che sta facendo l’Ombra delle Parole: meditare sulle residue capacità di rinnovamento del sistema-poesia in Italia, e questo è un buon momento in Italia, si notano ottimi poeti di ottimo livello che non sono però quelli del giro della poesia “ufficiale”, quella degli uffici stampa degli editori a maggiore diffusione nazionale (come si diceva nei beati anni Novanta).

    Però, vorrei attirare l’attenzione su un aspetto della poesia della Zoufalova, se leggiamo bene le sue poesie non riusciremo mai ad inquadrare un «oggetto» di cui la poesia ci parla. Ecco, questo è incredibile, dopo decenni di chiacchiere sul ruolo che gli «oggetti» hanno all’interno della poesia, ecco un poeta che ci parla senza mai parlare di «oggetti». È un caso che questo avviene? O ha una ragion d’essere che noi non vediamo? Che non percepiamo più? – Bene, e adesso la questione correlata alla prima: Perché la Zoufalova non ci parla mai degli «oggetti» concreti nei i quali siamo impelagati tutti i giorni? – Davvero, un mistero.
    La questione è molto semplice, è che la Zoufalova ci parla di un «oggetto profondo» che non appare in superficie. Che non può apparire in superficie.
    Ecco, dopo la profonda disamina di Steven Grieco, mi permetto di consegnare questo interrogativo ai lettori: Perché la Zoufalova ci parla di un «oggetto profondo» che non può essere nominato direttamente?

  13. antonio sagredo

    la redazione riferisce il commento di Edith Dzieduszycka che è perventuo.
    tramite e-mail.
    Antonio Sagredo
    ————————————————————–
    Di questi versi insieme gelidi e frementi, contenuti e potenti, mi hanno toccata il divario, il travaglio, la contraddizione, direi la dualità sofferta appesa come condanna al nostro essere, sentire, dare un nome alle “cose” e cercare le parole armate, “parole, sputo velenoso… il tintinnio del cristallo non scaccia il tanfo”. Un dubbio però: “io, incerta, arrotavo i coltelli”. E perché no… “torrenti di lilla festeggiano la tua nascita… Di profumi risuona la gioia variopinta”. Non più “tanfo” e disgusto dunque, ma un piccolo passaggio aperto, un lieve lasciarsi andare verso una luce, probabilmente fallace, passeggera, ingannevole, ma necessaria per poter proseguire. Mi è piaciuta molto.

    Edith Dzieduszycka

  14. antonio sagredo

    Carissimo ALFREDO,
    intanto è da molto tempo che non ci sentiamo, e noi qui a Roma trepidiamo per la Tua salute. Dacci notizie ogni tanto. Grazie, Antonio.
    ————————————————–
    Sono state pubblicate le poesie della poetessa ceca KATERINA ZOUFALOVA, che ritengo degne di tantissima attenzione. Spero che leggerai e che commenterai. Sono versi molto singolari come tutti i commenti hanno sottolineato; il commento ultimo di Giorgio è interessante poi che pone degli interrogativi, a cui, credo, la poetessa risponderà.

  15. Annamaria De Pietro

    “e io, incerta, arrotavo i coltelli.”

    “… dove il mondo si rovescia / per una incrinatura.”

    Come Angela (v. commento che precede) subito leggendo sono stata colpita dalla “erre”. Qui le “erre” dominano, a me pare, quasi fosse la “erre” la lettera-alfa, il fonema-gagliardetto di questa lingua straniera nella quale una voce straniera, quella di Katerina Zoufalova, dice poesia.
    La “erre” porta in sé una contraddizione: è un suono continuo, trascinabile finché c’è respiro, ed è un suono che nel suo rosicchiante crepitio rode, fermo come inceppato per quell’attimo non breve, la materia che attraversa. E più a lungo rode. più si fa vicino, disperatamente frequentabile, il luogo fondo, al quale via via, lungo il procedere protratto e incisivo di quei denti (“la dentiera della Medusa”?), si affiancano continui un altro fondo e un altro fondo e un altro fondo, quasi pianura vastissima ormai, che può apparire a chi guarda,o ascolta (è lo stesso: questa scrittura è casa privilegiata della sinestesia) può apparire il fondo, o sottofondo del mondo. Erre draga, drago (“draghi umidi / che cavi forano il buio”; nota bene: i draghi sono cavi, quasi forma formante dei fori che scaveranno), erre marcia (avanzamento a battito) e caduta.
    In altro senso “marcia”, e “putrida, tanfo, caduta”, cosa perduta, o, peggio, che si perderà..
    E (Ma) la bellezza del mondo, storicamente, geograficamente, culturalmente collocata, esiste, inseguita, come dalla sua coda una cometa, dal caos oltre l’orizzonte che essa stessa è.
    Ma c’è molto amore qui, di piante e fiori che fanno compagnia, “la rosa canina / sulle mani dei bambini”, “i torrenti di lillà”; una rinascita rifiorente dal putrido, dal marcio, dal caduto. E brilla, da quel fondo

    Ancora una scintilla
    pescata dal fondo,
    l’ultimo soffio umano.

    E’ una parola a due registri, che vede, e dice, da un bassofondo di foresta giardino ove l’insopportabile accade, e poi si nega, e dall’alto di un luogo alto di alberi e torri e campanili e colonne, minacciati dall’alto fino al basso da un’incrinatura.
    E insieme stanno, in questo ferreo, dolce regime del ‘due’, l’altura e il piano basso del cammino, la spalla e la dorsale (spalla della terra), il silenzio e il già saputo, il già detto dalla storia del cammino (le volte gotiche ne fanno parte), il moto del cammino che può muoversi solo per vie di irremovibilità.

    La spalla come una volta gotica
    mutava il cielo in silenzio.
    I passi erano esperti
    lungo la dorsale irremovibile.

    Alla prima lettura si ha l’impressione che i versi siano brevi, ma non è vero: molti versi sono brevi, certo, ma non sono la maggioranza: è il tocco chiaro e forte, la pronuncia icastica, che delle cose fa la chiama, il periodo dell’oscillazione fra i corni del ‘due’ a suggerire quest’impressione. E’ la “erre”, lungo la sua lunga carriera di attimi, la sua rifiorente ghirlanda di morsi?

  16. Kveta Rubesova

    Conosco Kateřina da qualche anno e quasi da due anni, su suo invito, appartengo al gruppo delle sue collaboratrici nelle sue attività riguardanti le due culture, quella ceca e quella italiana. La conosco come una persona appassionata per tutto quello che sceglie di fare, instancabile, entusiasta e – almeno a mio parere – equilibrata. E anche come una persona sensibile pronta a dare una mano nei momenti più bui. Da anni so che si dedica alla scrittura creativa, ma non abbiamo mai approfondito questo argomento. Solo per caso ho letto una sua poesia prima di Natale 2015, era „Primo Avvento“, ma non avrei mai immaginato che lei fosse una poetessa tanto esperta, matura, precisa nelle sue espressioni e sicura di quello che vuole tramandare. Scoprendo questi giorni la sua bella antologia poetica, vedo che ho ancora molta strada da fare per gustare fino in fondo i suoi piccoli racconti, spesso con uno sfondo tragico o triste, che però alla fine portano una luce di speranza e di accettazione della situazione così com‘è. Perchè non bisogna solo disperarsi o lamentarsi, bisogna anche rassegnarsi ed andare avanti. Anche le disavventure e la tristezza fanno parte della nostra vita. Ci saranno altri giorni, altre notti, altri futuri.
    Non ho purtroppo le competenze adeguate per stendere una vera e propria critica poetica su questi piccoli capolavori, ma vorrei esprimere il mio apprezzamento per la forma altamente concisa delle poesie di Kateřina in cui in pochi versi è contenuto il nostro mondo intero. C‘era un tempo, tanti anni fa, in cui la letteratura per me era soprattutto poesia. Leggevo e rileggevo le poesie e sapevo immaginarmi tutto quello che si nascondeva dietro loro. Le poesie erano per me meglio dei romanzi d’avventura. Adesso penso con un po‘ di nostalgia a quel periodo (Kateřina, tu abitavi a Praga e io ero lì per fare le prime esperienze dopo gli studi, ma non ci conoscevamo ancora) e dopo aver letto questa bella antologia quasi quasi sto pensando di tornare alla mia vecchia predilezione. Grazie.
    Per gli autori/editori della rivista: complimenti anche per la veste grafica di questo contributo e comunque per la rivista tutta.

  17. Steven Grieco-Rathgeb

    Cerco anch’io di rispondere al quesito di Giorgio. Ed è un ottimo quesito, perché di questo, mi sembra, parla la poesia di K. Zoufalova: dove è andato a cacciarsi l’Io?
    In realtà, io scorgo tantissimi Io. E tutti loro, l’Io-mandorlo, l’Io-commozione, l’Io-efebo, l’Io-rosa canina, sono esseri vivi che arrivano a suggerire la ricchezza del mondo più semplice nella la sua vastità, di ciò che si mostra nelle sue mille e misteriose identità. Partendo da questo poetare all’apparenza molto piccolo vengono suggerite distanze siderali.

  18. Paola

    Parole come suoni.
    Riaffiorano ricordi di vite sconosciute.
    Mi sorprendo stupita a tanta emozione e un pianto silenzioso resta nel respiro.
    Grazie Caterina

  19. Paola Metkel Spadoni

    Sono molto belle le tue poesie, essenziali, mi colpiscono anche la musicalità del linguaggio, la scelta delle parole, le immagini che con esse riesci a creare. Una profonda sensibilità e una scoperta, la scoperta di Katerina!

  20. Vincenzo Beltrano

    Queste poesie mi ricordano molto da vicino Kafka e il suo gotico moderno mondo.
    Gotico non a caso è una parola ricorrente nelle poesie di Zoufalova. Estranianti e malinconiche sono le sue visioni in versi.
    Ginkgo Biloba, le donne, i sudeti, i colori nelle parole, i sentimenti vivi e la voglia di essere traspira da versi chiaro scuri.

    Grazie e complimenti!

  21. PER SINGOLARE E INSPIEGABILE AMORE PER L’AUTRICE VIVO IL BISOGNO DI ASTENERMI DA QUALSIASI GIUDIZIO.SUL SUO MODO DI FAR POESIA
    SILVANO AGOSTI

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