Archivi del giorno: 25 maggio 2016

Katerina Zoufalova da “Variazioni /su temi femminili”, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga – e “da: Poesie s/fuse… (2006 – 2016)”, inedite – con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e musica di Gyorgy Ligeti “Atmospheres” (1961)

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Katerina Zoufalova di origine praghese vive dal 1980 a  Roma,  dove si è laureata  all’Università degli Studi  “La Sapienza” in Lingue e letterature  straniere moderne con una tesi su “Rainer Maria Rilke e Karl Kraus nei diari di Sidonie Nádherný”. Si è occupata dell’insegnamento della lingua e letteratura tedesca in vari licei romani. Si  dedica anche all’insegnamento della lingua ceca e,  in specie, ai progetti dello sviluppo della educazione bilingue dei bambini. Ha collaborato con diverse riviste culturali ceche e italiane. Nel 1992  ha pubblicato poesie in un piccolo volume dal titolo “Variazioni /su temi femminili/”, Praga, ed. Petit Atelier. Alcune di queste poesie sono state arrangiate in musica. Ha tradotto diversi poeti cechi  e curato  progetti internazionali  come ad esempio “Poesia 3×2, Praga – Madrid – Roma”, 2009, edito dal Museo nazionale della letteratura di Praga.  Recentemente le è stata conferita una onorificenza di seconda classe dal Ministero della pubblica istruzione  ceco, per la divulgazione della lingua e della cultura ceche all’estero.

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 Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Un tempo avevo un “amico” il quale sapeva a memoria dozzine di poesie e le recitava all’improvviso, nel mezzo di una conversazione. Era una forma di esibizione infantile (almeno così la consideravo). Invece no, mi sbagliavo: era una forma di arroganza intellettuale: come dire, io ho la poesia, eccola… e sciorinava poesie poesie poesie. Ogni tanto io gli chiedevo: “Tu sei sicuro che gli oggetti in poesia stiano là e non altrove da dove li vediamo?”. E lui rispondeva che con le mie idee che gli oggetti non stessero là facevo soltanto degli esercizi filosofici che non mi avrebbero portato da nessuna parte…

Io poi gli chiedevo: “Sei sicuro che tra l’io persona in carne e ossa e l’io poetico non ci sia differenza alcuna?”. E lui mi rispondeva con la solita accondiscendenza che di solito i mediocri e i poveri di spirito hanno verso coloro che non sono mediocri, “che i tuoi dubbi sono esercitazioni filosofiche e che la poesia è discorso diretto alle cose perché la poesia ha questa capacità di farti vedere le cose che tu vedi da sempre e sono sempre quelle…”. Insomma, mi dava le risposte che un tolemaico poteva dare in ordine alle orbite dei pianeti intorno alla terra. Era arcisicuro delle sue evidenze. Era inutile continuare a disquisire con i sordi.

Io un giorno però, contravvenendo alla mia regola di gentilezza, gli dissi che con questa concezione ingenua dell’io e dell’oggetto fissi, uno di qua e l’altro di là, non sarebbe stato possibile fare poesia veramente moderna, che non era affatto detto che l’oggetto stia lì da sempre e che aspetti che l’«io» allunghi le grinfie per prenderlo e inserirlo in una poesia, che questa era una concezione tolemaica, aproblematica del rapporto tra noi e gli oggetti del mondo e che seguendo tali presupposti filosofici non si poteva fare che poesia ingenua, ingenua perché fondata sul presupposto che tra l’oggetto e l’«io» poetico c’è solo la poesia che può colmare la distanza che intercorre tra di essi. E aggiunsi anche che occorreva ripensare questo assioma a-problematico che lui invece abbracciava ciecamente con il suo concetto di poesia.

Insomma, infinite e noiose discussioni che avvenivano tra due sordomuti che non potevano capirsi. Un mediocre non potrà mai capire una specie evoluta, capirà benissimo un altro mediocre.

Questo lo dico perché non bisogna mai dare nulla per scontato, la poesia non è né gioco di prestigio né rapporto diretto tra l’io e il mondo. Chi pensa da tolemaico, non farà mai poesia di qualche qualità.

Katerina Zoufalova è un autore italofono. Ormai da tanti anni in Italia che l’italiano è diventato la sua lingua terza, essendo la prima il ceco e la seconda il tedesco; appartiene a quel genere di poeti che, proprio perché situata tra varie lingue, ha profondo rispetto per i limiti e i confini della lingua prima, seconda e terza, e questo dà alla sua poesia il senso di una grande corporeità fisica, di circoscritta delimitazione, di attenzione al significato più che ai significanti; anche la sintassi è studiatamente articolata per mettere in evidenza le frasi dal senso compiuto, quasi dei frammenti separati da punti. La poesia della Zoufalova ha una grande solidità, direi piombatura, parla di «ferita piombata», «draghi umidi», «la dentiera della Medusa», dove gli attanti qualificativi aggiungono una connotazione determinante al sostantivo, ne sono la chiave per entrarvi dentro in quanto «Le frasi sibilano serpenti. / Le parole, uno sputo velenoso». Dietro questa robustezza di costruzione e di precisione («il filo a piombo») c’è lo studio profondo della poesia ceca e tedesca. Poesia che proviene da un’altra lingua, da altre lingue, altre culture poetiche, aspetto questo che ha come modellato la lingua terza della Zoufalova. È dunque una poesia problematica, diretta, essenziale e dilemmatica, che si muove entro la stretta forbice della sfiducia nelle qualità comunicative della «parola» poetica prigioniera della sua perduta nobiltà denominativa e l’equivocità cui è condannata all’apparire nell’universo mediatico. Questa acuta consapevolezza è l’unica guida del fare poetico di Katerina Zoufalova: «E noi, / noi non usciremo dai castelli / che mai abbiamo conquistato, / seminando vuoti di parole nei labirinti». L’unica certezza è l’incertezza. L’unico equilibrio il disequilibrio. L’unica precisione l’imprecisione.

città prague nostalgic 20 tram

prague nostalgic 20 tram

Poesie di Katerina Zoufalova

[da: Variazioni /su temi femminili/, 1992 – ed. Petit Atelier, Praga]

Cesserà di far male.
Più tardi sfiora il sorriso
la ferita piombata.
Quanto sale inutile sulla guancia.
Durante il racconto
pure il caso
suona banalmente.
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Non respirare draghi umidi
che cavi forano il buio.
Ancora una scintilla
pescata dal fondo,
l’ultimo soffio umano.
Gabbiano, il seme sotto l’ala!
Ma dove?
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***
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Nella ripetizione
riluce l’antico gesto.
Dopo le vette
più profondi gli abissi.
Con le ceneri
ungerò i pensieri
quando ultimo il Titano
scenderà: la sua parola
già un fruscio di seta.
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***
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Il frutto è diviso.
La ratio impotente
non ferma la caduta.
Sollevàti siamo niente,
siamo tutto.
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***
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Scoppia la vescica.
Restano seni di donna.
I pori sono laghi:
Gulliver sarebbe affogato!
Batte la dentiera della Medusa.
Le frasi sibilano serpenti.
Le parole, uno sputo velenoso.
Putridi sono gli angoli.
Il tintinnio del cristallo
non scaccia il tanfo,
e sull’argento
incolla la saliva dello zar
i resti dell’ultima cena.
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***
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Città Strassenbahn_Praga

Strassenbahn_Praga

[da: Poesie s/fuse… 2006 – 2016]
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La città s’incurva
per l’ultimo appello
del secolo trascorso.
Profumano gli aghi dei pini
quando nascondono la vista
le foglie già marce.
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Il pianto del ghiacciaio
avanza inarrestabile fra le stelle danzanti.
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Il tramonto tallonava l’efebo.
Il giardino zen
era sfiancato dai suoi stessi passi.
E, lui, scalzo, avanzava nudo,
mentre le rose smarrivano i petali.
Chi sa dove faticava a fiorire il mandorlo,
il suo pensiero non era completo,
ma le radici reclamavano un verde applauso.
Morbida e grigia era l’attesa
del sopravvissuto.
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***
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Ginkgo biloba.
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Il tuo oro ha riacceso nella putrida corona della terra
un ricordo di dicembre
quando gli stiletti di neve
sminuzzavano la gioia alle rose d’ottobre.
Ma tu sei nato nel segno di tuo padre
gobbetto portafortuna o malasorte,
e io, incerta, arrotavo i coltelli.
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***
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Ha piegato il capo il vecchio cervo,
l’occhio appuntito del serpente è meno velenoso
quando sul marciapiedi della giustizia
riposa
la piccola carogna di un ratto millenario:
le zampette incrociate nella preghiera
mentre passa la donna dei Sudeti.
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Il bacio nel campanile gotico
come volatile molesto,
ma il guano delle rondini
controllano il tempo
nella torre che geme sotto i passi
del congedo.
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Il cruccio ci rapisce
per donare un solo istante
e per gettarci nell’eremo
dove il mondo si rovescia
per una incrinatura.
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***
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I torrenti di lillà
festeggiano la tua nascita.
Le trombe degli angeli
sono ubriache.
Di profumi risuona
la gioia variopinta, ovunque!
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E chi ci pensa
alla morte!
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Anche la tua Terra
è piena di tulipani.
Dai cieli
un fiore insolito mi giunge.
Il mio canto
è un ferrigno abbraccio
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Mai,
così lontana!
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Primo avvento.
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Le ultime bacche
e spoglie di rose…
desolazione.
Trionfi di foglie
sul tappeto marcio…
e ancora si rinasce
dai gorghi del non ritorno,
ma la rosa canina
sulla mano dei bambini
allontana
la morte.
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***
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Una gemma etrusca fra i sampietrini
come gli sputi di un vagabondo.
Il falco pellegrino non caccerà gli invasori
e danzerà ancora Luminita oltre la foresta,
alla festa delle streghe
dopo la partenza dei sassoni
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E noi,
noi non usciremo dai castelli
che mai abbiamo conquistato,
seminando vuoti di parole nei labirinti.
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***
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Dinanzi a la trifora
di una fortezza diroccata
nella Selva boema
la commozione fa una promessa.
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Logorata dal pianto dell’istante
si dilegua nel caos
oltre l’orizzonte della bellezza
scoperta con pietoso distacco.
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C’è un’altra musica
sopra il Foro Traiano
quando gli amorini
implorano di essere difesi dai centauri.
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***
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Cadete
foglie
e, stupito l’albero,
vi indicherà
il punto più robusto
del tempo:
non aspetteranno
il tuo sguardo
per marcire.
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E sei, per il tuo timore,
prigioniero
della mia preghiera.
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***
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La spalla come un volta gotica
mutava il cielo in silenzio.
I passi erano esperti
lungo la dorsale irremovibile.
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Presto, prestissimo!
La erre merletta
la gioia d’amare.
Rendete umana
la Sacristia
col vostro volto.
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***
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Per non pensarvi, prego.
Per pensarvi, prego.
Per dimenticarvi, prego.
Per non dimenticarvi, prego.
Vi sogno, per non pensarvi.
Vi penso, per sognarvi.
Vi amo e mi pento.
D’avervi, non posso.
Vi desidero.
Vi ho vicino.
Non oso.
Ringrazio il Signore
che ci siete.
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***
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Il punto
è un fiocco di neve
che si scioglie
si muta…
in lacrima di rubino.
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Il rosso
è il cuore che ama
quel punto.

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***

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Nei piccoli cortili romani
spensieratamente gioca,
con le amarezze, il vento.
Non suggerire, tu,
orfanella dei tempi e dei luoghi
quando e dove,
mentre dai muri
si sbriciolano le parvenze
degli anni
uniti da un unico pensiero:
va bene così.

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