LETIZIA LEONE TESTI INEDITI TRATTI da “STRIGIARUM SYNAGOGA” con una Nota dell’Autrice sui lavori in corso: «Un olocausto di belle donne. Poesia storica o gotica, poema o frammento? Raccontare l’inquisizione o mettere in versi il “malleus maleficarum”?» – Con un Appunto di Maria Rosaria Madonna e un pezzo musicale di Eliane Radigue “Arthesis”

 

Escher Maurits Cornelis Drago

Escher Maurits Cornelis Drago

 

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”).
Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008); La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015. Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le qualiRosso da camera –Versi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.
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Nota didascalica di Letizia Leone
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I testi che seguono sono stralci di un poema sull’Inquisizione “Strigiarum Synagoga”, dalla travagliata stesura e in continua evoluzione, scritto circa dieci anni fa dietro la suggestione di un’idea di poesia gotica e pubblicato in modo sparso su riviste e blog letterari.  La storia è drammatica, spesso sabotata nelle fonti (documenti giuridici, atti processuali, testimonianze scritte) e affonda le radici nello strato magmatico del folklore europeo, del racconto orale, delle favole, dei culti di religioni precristiane tanto che la materia da trattare poeticamente si è rivelata immensa e il lavoro artistico potenzialmente inesauribile.
Un work in progress alimentato da un’idea di poesia come archeologia dello spirito oltre che dalla passione per la Storia, ponte di collegamento alle sofferenze di una collettività anonima. Gli accadimenti e gli eventi funesti della grande caccia alle streghe che infiammò l’Europa, all’incirca fra il 1450 e il 1750, sono i dati freddi e superficiali di un nucleo sepolto di energie incandescenti, l’inchiostro vivo per scrivere una memoria delle passioni, dall’odio per le donne al terrore panico di un contadino nell’ora meridiana… ora di epifanie demoniache.
Un poema sulle “streghe” e la natura, perché se “gli otto milioni di donne sterminate dai cristiani furono l’ultimo atto di una guerra millenaria”, per citare Elemire Zolla, il loro massacro fu accompagnato dalla distruzione delle foreste e degli alberi secolari, ricettacolo pericoloso di elfi, fate, folletti. Altari pagani di feste lubriche.
Un “non-finito” che con il passare degli anni e il mutare del gusto estetico è stato sottoposto a molte verifiche di stile. Cambiamenti, integrazioni, smontaggi e assemblaggi oltre all’assidua cesellatura fonetica e lessicale hanno stravolto il corpus della prima versione in ottave. I versi presentati in questa sede sono il risultato di un’ultima riscrittura teatralizzata in una ridda di voci, cori o grida che salgono dalle sale di tortura.
Poesia robusta, carnale, scabrosa che utilizza miti, fiabe (ad esempio quella della Baba Jaga), risonanze dell’epica e progetti elusi di grandi poeti del passato come l’idea del Leopardi di un “Poema didascalico sulle foreste” intercettata tra le righe dei suoi appunti e realizzata in un capitolo del poema. (Pubblicato su “L’Ombra delle parole” il 9 Marzo 2015). Mi piace l’idea di lavorare sugli scarti, sulle “poesie non lette”, su intuizioni e frammenti dell’immaginario, sulle figure di confine come   Azzo dei Porci, giudice del sistema inquisitorio (nomen omen) che irrompe dalla storia   con le sue parole feroci, riportate fedelmente nei versi, e diventa figura colossale. Regalandomi una soluzione stilistica felice, un dono della realtà che (almeno in questo caso) ha superato la fantasia.
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cornelius escher la colomba

cornelius escher la colomba

Appunto di Maria Rosaria Madonna
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Ho ritrovato, tra le mie carte, questo appunto inedito di Maria Rosaria Madonna degli anni Novanta, destinato ad un articolo sulla rivista “Poiesis” che poi non trovò luogo. L’ho riletto più volte. Non so bene cosa significhi ma credo che possa benissimo andare d’accordo con la poesia di Letizia Leone.

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(Giorgio Linguaglossa)
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La poesia è linguaggio dell’insolenza e della fraude. Non credete ai falsi untori del perbenismo. Forse la poesia è più assimilabile al cannibalismo dello Spirito che ad altre attività del corpo mentale. Un ricordo sublimato e civilizzato di quell’ancestrale rito cannibalico. In ultima istanza, la poesia non può essere rapportata alla poesia se non dal punto di vista puramente storico sistematico; nella sua essenza è attività di fagocitazione di mondo, internalizzazione degli oggetti del mondo tramite il sistema segnico-simbolico qual è il linguaggio. Forse, alla base della Musa, v’è una fissazione della libido allo stadio della cloaca, ciò che nell’età adulta si converte in sublimazione, conglomerato degli oggetti internalizzati in spirito linguistico, in fame di mondo, seppure di un mondo ridotto a lacerti fonematici che rammenta il mondo reale come lo specchio da toeletta rammenta lo specchio ustorio.
Dunque, è chiaro, la poesia può sorgere soltanto come risvolto negativo della prassi. La poesia è risvolto negativo della prassi e specchio ustorio.
L’ostinazione onanistica al volo poetico (un privilegio o una dannazione?), con il senso di colpa che l’accompagna, rivela l’intima natura requisitoria dell’attività artistica, il legame intermesso e rimosso delle pulsioni subliminali che le ricollega al pene simbolico. Di qui la strafottente diffusione di essa pratica ai giorni nostri, pratica di massa, onanismo di massa. Di qui l’accusa, di matrice zdanoviano-pretesca all’attività poetica quale mansione insulsa e parassitaria ai fini della compagine del «Nuovo Mondo».
Forse, il «Nuovo Mondo» che abbiamo costruito si regge proprio sulla grande menzogna di una estetica di matrice zdanoviano-pretesca.

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Letizia Leone in recita

Letizia Leone in recita

Letizia Leone testi tratti da Strigiarum Synagoga

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Qui ci ha dilavato il male
Apritevi tende di piombo:
Ecco un Medioevo matto di malarie
Nostro tenebrore mattinale
Un coro rauco di arcaiche vestali
Prova per un teatro di fiamme.

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Letizia Leone in recita

Letizia Leone in recita

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Medioevo femmina.
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Le foglie sono amare ad una spremitura
Dei boschi. Scricchiolano
Sotto il passo centauro scorano succhi.
Dov’è la Cieca Omerica
In questo tetro Creato carcere dei frutti?
Un buco d’anima ogni verdura nell’Anno Mille
E veramente il libro freddo del cielo e del mondo
Non si legge nei chiostri, si straccia nei fossi.
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Questo il racconto.
Potrebbe iniziare dai fiori
Dallo scrutinio delle ghirlande nelle cucine
Dai fetori delle bolliture un Miserere per contorno
Da un olio che fa volare – antichi scongiuri-
Ma forse è bolla, obliquo sonno dove
Si vanno a seguire i morti nel loro ritorno.
Qui c’è: “Guerre!” un pensare greve, gli strigidi
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Il giro girotondo di chimere e insetti
In quale spelonca casca il mondo
La ferraglia di notturni acuti
Non c’è inganno di false camomille.
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Le sorpresero così: in magicus sussurrus
A separare fiore da fiore e dolore
Dal dolore dal loro organo scabro.
Stirpi di donne al vento. Strie.
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Donne gracili spensero le braci mistiche
Dei Santi, esca e fomento di oscure
Dicerie. “Eppure sono cicatrici le nostre vulve
Vermiglie che bruciano accartocciate
Nel rammarico. E voi chiamate impurità
Di cuore il nostro soccorso? Serve noi siamo
Che calmano pazzie in forza di sudori infusi scorze
D’aria, l’effimero del mirto e delle viole.”
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Bruma burroni perimetri spinati
Ai fiori ardenti si nega fiamma
Incanto di fate: fare le lodi
Di ogni pesca sbozzolarla dal fango
Metterla in festa. Immolarono su pane
Di sughero un dizionario lucido di erbe
Per poi alzarne il cuore, rifarne
Della creatura il Cantico o l’ingiuria.
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“Incantagione!” gridano i cani luterani
“La femina bagascia a metà con gli alberi
E la schiena di corteccia!”. E Azzo dei Porci
“Ai ceppi” annotò “La divinazione no.
Non è permessa, pena la decapitazione”.
“E nella tortura” Azzo continuò “gli saranno
Scavati i fianchi con unghie di ferro.”
Troppo Cielo si apre alle sporcizie feminarum…
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Tutti i numeri fuori dall’utero
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Dispersi. Frammenti, indizi
Lettere perse: chi fa la cantilena, chi salta
Chi borbotta e muove solo la bocca
Chi si trascina come peso morto
Chi omette frasi e gli Inni sacri si sbrodolano
In versi di conigli, uccelli, cani. Al diavolo!
Sono avanzate liturgie di mille sillabe e bave
A questo labbro drammatico.
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Bestie di sete: o donne
(se)
Abbandonata la caldaia del cuore
Dogmi pietrificati e testamenti d’argilla
Tavolette del dettato apodittico
Un tempio di foglia cruda erge le sue colonne:
I pensieri dritti e zitti delle piante.
Non questa liturgia che vi minaccia
Chiude le aperture ai vasi, i venti offende
Nelle nicchie.
Delle Madri più antiche il coro
“Al buio leggiamo alfabeti strani. Un lavorio
Di notte, aprire il forziere dei nomi
Superbi, accendere lo spirito di gelate
Carcasse. Un ardire. Qualcosa di vivo ci tocca
Altro sangue aspro di clorofilla. Eucaristia
Di sassi. Piccoli scettri ottusi della luce.
Nude graffiarsi. Essere donne.
Rinominare il mondo
Con la lingua rattrappita dall’ortica
Gli spettri escono a morsi. Qualcuno
Ai vegetali parla. Alle canfore.
Conosciamo le resine, la stilla che inonda.
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La sparizione delle poesie non lette
Poche gocce mai avare di un millenario
Immacolato coro dalla pietraia,
Una guerra d’insonnia. Da cantare
Con piede equino. Custodire le bare dei semi
In barattoli le plutoniche forze
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…ma tu scrivi
Scrivi un farnetico
“Il tu delle rose”
Di certe forme inermi e noi più a fondo.
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Il Sabba, gioia atomica degli elementi

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Colmi di luna
In notti cadute come pigne planetarie
Ogni vacca è regina
Tra ruderi e erbe stanche. Le danze
Vie diseguali e contrarie
Sono lampi. Con spuma di fogna
Si deterge il divino.
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Si schierano tartarughe e anime basse
Di vermi muratori che remano dentro la terra
Tutt’intorno le rotazioni al fuoco
Di adoratrici sui tacchi. O fuoco
frate iocundo robustoso foco in calce lenta,
Un incendio di stracci.
Quali svolazzi di paglia spazzata la congrega
Si alza e più somiglia a un gatto.
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Con zampe di gallo e fruste di sambuco
Si batte l’aura delle sepolture
Fiammiferi, fuochi i fatui i segni
Di visite spettrali: la processione
Di cadaveri legati ai cani
L’offerta è nei boccali. Un febbraio dei sepolcri
Vino mosto ma a quelli serve sangue
Dalla stazza fumante
Della Bestia.
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Che strepito attorno alla pietra
Lenta d’altare. Con tutto il tempo
Che ha avuto per stare Disabitata.
Aprite! La Sepulchrorum apertionem
Esse noxiam: su aprite a vampiri
Beoni carne di maiale
A mosche e ramarri insieme ai godimenti
L’orgia è corrente fa lievitar le rocce strizza onde
Fin nella pietra
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Si vola in plurimo e infinito corpo
Occhio di un altro nella reincarnazione
Dei sensi e voce in più di mille lingue
Suadente. Più in là
In silenziose vastità del sonno
Con un solo piede torto un solo occhio
La mazza lo zoccolo ecco risorto Pan.
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Queste durezze invitano donne stellari
Ai troni cortei nuziali ai cori, siete morti?
Allora succhiate sangue ad arte
Che il diabolus è alcolico
Una caldaia. Vescica gonfia. Vampa della malora
E festa dei crepati!
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M.R.Madonna

M.R.Madonna

A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale Scettro del Re. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata coniugata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con dodici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento.
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(nota di Giorgio Linguaglossa)
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17 commenti

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17 risposte a “LETIZIA LEONE TESTI INEDITI TRATTI da “STRIGIARUM SYNAGOGA” con una Nota dell’Autrice sui lavori in corso: «Un olocausto di belle donne. Poesia storica o gotica, poema o frammento? Raccontare l’inquisizione o mettere in versi il “malleus maleficarum”?» – Con un Appunto di Maria Rosaria Madonna e un pezzo musicale di Eliane Radigue “Arthesis”

  1. Cara Letizia, condivido ogni tuo verso, e uno,in particolare:”Stirpi di donne al vento.Strie”.Sto per pubblicare un librino sulle streghe, e te lo manderò ( però non ho un tuo indirizzo postale).Non sempre l’amore elimina la distanza tra uomini e donne; una cesura resta sempre, e forse è invalicabile.Forse ci vorrebbe più umiltà, da entrambe le parti; ma l’amore (specialmente tra eterosessuali) ha una componente prevaricatoria non sempre esorcizzabile.

  2. letizia leone

    Cara Anna, grazie leggerò con grande interesse il tuo libro sulle streghe e auguri per la pubblicazione! Questi testi sono stati bagnati nella cloaca del feroce e perverso odio misogino che ha caratterizzato la storia della chiesa per molti secoli degenerando inevitabilmente nella prevaricazione sessista…la cosa drammatica è che questa è storia assolutamente contemporanea come ci raccontano le cronache di lapidazioni, stupri, schiavitù… Non a caso il libro è dedicato a Delara Darabi, impiccata in Iran
    e alle donne come lei.

  3. gino rago

    “Archeologia dello spirito” sì, ma anche “cannibalismo dell’anima”: le due idee personali di poesia, l’una di Letizia Leone, l’altra di Giorgio Linguaglossa, s’intrecciano in questo poema leoniano. In cui, secondando il mio gusto estetico, segnalo alcune novità di rilievo del fare poetico di Letizia Leone: emarginazione, se non totale espulsione, di quell’Io piccolo-borghese legato alle muffe e alle ragnatele della stanzetta del solipsismo;
    riduzione al minimo sindacale degli aggettivi qualificativi, gabbie rigide per il lettore; centralità dei sostantivi, nel tessuto poetico; toni e ritmi annodati in un turbinio d’immagini cineticamente incalzanti…E altre ancora.
    Il resto, lo fa la cultura umanistico-storica e la viva civiltà poetica dell’autrice. La quale, senza sforzi né dichiarazioni retoriche, propone un efficace modello di “poesia per frammenti” che bene si affianca all’altro
    incarnato nella linguaglossiana “Chiatta sullo Stige”, soprattutto
    nella sua forma-poesia più recente… (quella de L’Ombra delle Parole del 9 maggio 2016). Un’offerta di sé, questo Strigiarum Synagoga, dal punto di vista delle umiliate,delle vinte, delle cancellate dalla faccia della terra… Del resto ” (…) L’offerta è nei boccali. Un febbraio di sepolcri…”): quasi a dirci
    che s’incarica il poeta a ristabilire la verità della storia. A questo poema di Letizia Leone a me pare che l’impresa riesca.

    Gino Rago

  4. In questo stile della agglutinazione e dell’accrescimento si può intravvedere negli alambicchi della poesia di Letizia Leone quanto la poesia sia un recipiente ricettacolo dell’orrido. Con le parole di M.R. Madonna: «Forse, alla base della Musa, v’è una fissazione della libido allo stadio della cloaca, ciò che nell’età adulta si converte in sublimazione, conglomerato degli oggetti internalizzati in spirito linguistico, in fame di mondo, seppure di un mondo ridotto a lacerti fonematici che rammenta il mondo reale come lo specchio da toeletta rammenta lo specchio ustorio».
    Bene riesce questo sprazzo di poesia di Letizia Leone a dirci l’impensato dell’indicibile: l’indicibile di cui la storia degli umani è pieno. Certo, il linguaggio petrarchesco è assolutamente inidoneo alla rappresentazione di questo nuovo contenuto spirituale; così, ogni nuovo contenuto spirituale ha bisogno di un nuovo linguaggio. È un linguaggio febbrile e febbricitante questo di Letizia, che guizza via in modo maldestro e malforme, gravato del suo carico di Male e di Orrido. Linguaggio fonematico che noi possiamo consultare tra nei frantumi in quel frantoio che è il medium linguistico di questa poesia che ha fatto esperienza del Male.

    Il bello è che ogni strofa di questo poemetto la puoi spostare a piacimento dove vuoi senza che l’effetto complessivo perda di elettromagnetismo; un campo aperto di alte tensioni che fluiscono in tutte le direzioni come la musica elettronica allucinata e iperbolica di Eliane Radigue.

  5. Giuseppina Di Leo

    Poesie dal forte impatto, estreme, tutte bellissime. Non è facile dare un senso ai non senso di una storia fatta di omissioni e soprusi com’è quella delle donne, ma con questo lavoro Letizia Leone traccia le linee importanti di questa storia al femminile. “La poesia può sorgere soltanto come risvolto negativo della prassi”, scriveva Maria Rosaria Madonna, come darle torto?

  6. c’è la giusta foga, c’è la giusta passione, c’è la giusta forza. Ti prendi gioco della poesia per trasformarla con potenza, le ho immaginate recitate e le trovo formidabili ganci al fegato. Complimenti

  7. sabotate il maldestro disegno di chi vi vuole sequestrare
    dentro stecche di balena
    orinate sugli occhi di chi vi ha sentenziate
    ancora prima di giudicarvi

    immaginate chi ha travisato l’agnello
    per potervi divorare nel suo nome.
    immaginatelo coperto di palude
    proprio mentre vi affonda senza trovare terra sotto i piedi

  8. Leggendo, poesia mi ha sostenuto in ogni rigo. E capisco che – e come – abbia sostenuto anche Letizia Leone. Non si entra nella storia solo con la ragione. Complimenti davvero. Trovo inoltre che qui venga offerta una versione aggiornata del Sabba: psicanalisi, pratica e filosofia del Tantra… il tema è rivoluzionario ancora oggi. E chissà per quanto tempo ancora.

  9. letizia leone

    Ogni commento non solo è un forte incoraggiamento nel lavoro solitario (e infittito di dubbi e ripensamenti) della scrittura ma soprattutto un ulteriore chiarimento per l’autore sui procedimenti “in fieri”… e ringrazio molto per questo tutti i lettori e commentatori da Giuseppina di Leo, Anna Ventura, Gino Rago per la profonda analisi stilistica, Giorgio Linguaglossa che nominando l’alambicco e il frantoio già misura la temperatura di questa “nigredo” o “putrefactio” nella quale bolle questa scrittura, le sue tessere interscambiabili sul mosaico virtuale di un racconto depotenziato dalla “fiction”.
    È vero in questo caso la poesia attinge dalla materia bassa della Storia, e irrompe sul palcoscenico del verso in una forma desublimata, d’altra parte si parla di immondezzai e di scarti come fonti primarie per storici e indagatori dello spirito. “Se sapeste da quale immondizia nascono i versi” diceva Anna Achmatova incrociando le riflessioni di Różewicz riportati nel bel post precedente.
    Flavio Almerighi ha colto segnali importanti, il gioco, il grottesco (il mirabilis che si intreccia al magicus), e qui si gioca con lo smontaggio dei versi di Cecco Angiolieri per mischiarli alle filastrocche dei bambini. Lucio Mayor Tosi mi fa riflettere sull’approccio meditativo e olistico (la poesia intesa da Transtromer quale meditazione attiva): liturgie, riti ancestrali, mantra, preghiere, incantamenti che galleggiano nel grande mare della psiche universale…ed è vero la filosofia del Tantra apre altre prospettive. Insomma la materia quasi sfugge di mano… grazie

  10. cara Letizia,
    voglio spezzare una lancia per la tua poesia che sai quanto stimo,solo un suggerimento: dovresti lavorare, visto che lo hai fatto e benissimo nella pressione, nell’immondezzaio della storia e nelle intensificazioni, dovresti lavorare dicevo anche nel rallentamento, nell’alternanza tra le intensificazioni e i rallentamenti, gli slarghi, gli stacchi; questi ultimi servono per mettere in risalto le impennate, le iperboli e le intensificazioni. Un eccesso di intensificazioni, oltre ad essere difficilissimo, alla fine rende vacua la stessa intensificazione. A questo scopo ben vengano i virgolettati, per dirimere il parlato dalla descrizione; ben vengano i dialoghi, utilissimi a mettere movimento nei “pezzi”. Ho inserito ad hoc il video del pianoforte di Morton Feldman con un commento di un critico musicale e le parole dello stesso musicista, credo importantissime, perché anche lui parla di “asimmetrie” e di “crippled simmetry” e della “memoria” “crippled”; e che cosa sono queste cose se non quello che noi in poesia chiamiamo “frammenti”? La grande musica del Novecento ha saputo fare tesoro di questi inciampi, di questi azzoppamenti della simmetria… la poesia italiana, invece, è rimasta prigioniera di una visione pacificatrice e unilineare del verso, il verso lineare di matrice “zdanoviano-pretesca” diceva Maria Rosaria Madonna.
    Importantissimo: quando si fa una poesia della memoria, quello che scrive Feldman: «disorientation of memory». La poesia, al pari della musica, deve introdurre il “disorientamento della memoria”…

    • letizia leone

      Caro Giorgio, farò tesoro dei tuoi preziosi suggerimenti nel ricalibrare la ritmica della scrittura attingendo anche alle suggestioni delle avanguardie musicali contemporanee. Questo è uno spartito urlato, un aumentato continuo, un disequilibrio dionisiaco dove effettivamente mancano le pause, gli slarghi, i lenti e profondi respiri…almeno fino ai capitoli sul “Vomitorio”, le sale da tortura o i riti di necromanzia.
      Credo che anche il “disorientamento della memoria” sia fondamentale nella resa di questo “mundus inversus”. La difficoltà espressiva è notevole e nasce dal corto-circuito tra pressione etica della testimonianza è impossibilità di una linearità “zdanoviano-pretesca”…ma il cantiere è aperto:

      Donne
      quasi di aghi piene
      danno risposte mozze
      sulle arti vietate.
      Confessione, canto franto singhiozzato
      della poesia in essere serva
      e inferma
      con l’utero esposto
      madre drammatica. I corvi
      pizzicano grandi giornate
      le tolgono ai morti. Le riportano

      a terra come uova sbocciate
      dai sepolcri.

  11. questo pezzo è bellissimo, intenso e suggestivo. credo che dobbiamo tutti apprendere dalla musica contemporanea di Feldman i suoi lenti e da Scelsi le sue impennate, non mi permetterei mai di dare suggerimenti a nessuno che non dia anche a me stesso.
    Il tuo è un grande lavoro che ha pochissimi eguali nella poesia italiana di oggi.

  12. ubaldo de robertis

    Condivido con l’Autrice la passione per la Storia. Le premesse di ciò che avvenne in Europa a partire dalla metà del XV secolo, la caccia alle streghe, la carneficina di donne ecc., si ritrovano nei secoli precedenti, quando le gerarchie ecclesiastiche, lontane dai puri orientamenti spirituali, cominciano a perseguire un puntiglioso asfissiante controllo della vita dei singoli teorizzando la mortificazione delle passioni.
    Trovo che con questa poesia Letizia Leone abbia saputo ricreare a meraviglia tale clima. Mi piacerebbe ascoltare una lettura teatralizzata di questi eccellenti versi.
    Ubaldo de Robertis

    • letizia leone

      Grazie, gentile Ubaldo della sua lettura e rifletterò sull’ottimo suggerimento di una lettura teatralizzata, chissà magari in dialogo con la musica di Eliane Radigue abilmente associata ai versi da Giorgio L.

  13. Steven Grieco-Rathgeb

    Arrivo in ritardo per commentare questo post, essendo rimasto senza computer per 8 giorni, adesso mi è ritornato, ma devo ancora scaricare un anti-virus, quindi sto rischiando anche a scrivere questo.
    Ma devo almeno dire della poesia di Letizia Leone, che contiene una forza, un impatto notevolissimi. Force de frappe. Fa entrare nella poesia l’orrore di tempi passati, ma molto vicini storicamente e geograficamente, come a ricordarci che i peggiori eccidi e genocidi (l’Inquisizione, la Tratta degli schiavi, gli Spagnoli in Sud America, il Colonialismo, l’Olocausto) non vengono certo da fuori, sono stati purtroppo perpetrati qui, o partendo da qui: che la grettezza mentale e la tentazione di tornare al Medioevo stanno qui tra noi, e ce lo dice tutto il bagaglio di mistificazione sociologica di colore ultra-conservatore che si vende con concetti quali “scontro di civiltà”, e altre sciocchezze del genere.
    Questo per l’aspetto sociale della poesia di Letizia Leone. Dal punto stilistico, la trovo molto forte e con una veemenza-velocità che in qualche modo mi ricorda Roberto Bertoldo. Mentre Bertoldo ha ripulito il suo verso di ogni grasso, fino a farne solo muscolo e ancor di più solo tendine e ligamento, L. Leone invece mantiene la ricchezza pittorico-letteraria, la pienezza della pittura del Seicento. I suoi colori sono cupi, ricchi, pastosi, tormentati, angoscianti! Sangue raggrumato.
    Ma una somiglianza c’è: come in Bertoldo le immagini di Letizia Leone, lo senti, non sono destinate certamente ad essere belle, e nemmeno visive (pur essendolo fortemente, come ho appena detto), sono invece concetti “immaginati”: l’immagine veicola un oggetto mentale astratto. Mentre in altri poeti l’immagine, diciamo, racchiude la suggestione astratta come la larva nel bozzolo quando sta per diventare farfalla, in Letizia Leone l’operazione è completamente diversa, con la sua immaginazione storica e filosofica mira a recuperare intellettualmente ciò che si vorrebbe aver dimenticato. L’impotenza che quelle esperienze lacerate veicolano, diventa assoluta potenza nei versi che qui leggiamo.
    In questo senso il livello di Letizia Leone è davvero notevole, e ci fa capire che lei possiede tutti gli strumenti poetici, proprio tutti, e può fare più o meno quello che vuole in poesia.
    In punta di piedi mi sento di dire che uno stile già così compiuto acquisterebbe ancora più forza con una certa deflessione di quello stesso concetto che lei trasforma in immagine. Come un oggetto che ci viene incontro e che all’ultimo momento viene piegato ed allungato dalla sua stessa veemenza, dalla protesta rabbiosa: quello che gli antichi filosofi del Kashmir chiamarano ध्वनि, eco sonoro, suggestione.
    La velocità è un tratto caratteristico di questa poesia: allungarne la traiettoria sarebbe cosa eccellente.

  14. gabriele fratini

    Le poesie sono molto ben scritte e sfruttano il ritmo cantilenante e fiabesco che richiama gli incantesimi. A parte alcune cadute di stile tipo “vulva” che rovinano l’impatto della lettura, e la solita superficialità di fondo quando si affronta questo tema: se i cristiani avessero sterminato otto milioni di donne, in Europa non ci sarebbe più la razza umana. Siamo sull’ordine delle 50 000 vittime inclusi gli uomini. La storia è una disciplina seria, da non confondere con la propaganda.
    Saluti.

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